Roberto Alonge, Dacci oggi il nostro desiderio quotidiano

 Roberto Alonge, DACCI OGGI IL NOSTRO DESIDERIO QUOTIDIANO, Edizioni di Pagina, Bari 2021

Recensione a cura di Esther Celiberti

Sottraendosi ad un genere definito, il libro di Alonge mette a fuoco il tema del desiderio e ne analizza alcune varianti generalmente oscure e censurate. Dalla introduzione si passa alla declinazione della figura materna al motivo del desiderio triangolare, dal “fascino discreto della pedofilia” sino al “mostro dell’incesto”.

Eppure il titolo cita la nota preghiera del Padre Nostro, ma non vi è contraddizione, le sirene cattoliche del desiderio sono legate all’albero maestro del peccato. Un catalogo di trasgressioni, tassonomia di tentazioni e perversioni, “fornicazioni” tra molteplici codici espressivi. Una ars meccanica sadiana che si concentra sulla scena verbale, non verbale, iconica dunque dipinta. Alla radice la cosiddetta scena primaria, una incalzante scopofilia o magari nulla di tutto questo, forse l’intenzione/tensione compulsiva di passare in rassegna i misteri del desiderio, monumento o memento per allontanare la morte, the dark side dell’eros.

Il corposo testo è, per assunti e tesi, parzialmente riuscito o a causa della mole del duello intrapreso o per la natura sfuggente degli argomenti o per un telaio che ogni tanto cede.

Gustav Klimt, Judith II (Salome), olio su tela, International Gallery of Modern Art. Foto Flickr di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Tra pruderie e slanci, iperdeterminando l’oggetto, Alonge svolge il filo in un amalgama che allinea affondi esegetici di pregio (Ovidio, Goldoni, Ibsen, Degas, Pirandello) a cadute interpretative (Amleto, Medea di Eschilo, il misunderstanding della figura anomica del teatro elisabettiano, l’analisi del ’68) o a sopravvalutazioni. Spesso mancano le ragioni della storia in questo crogiolo intertestuale ove l’affastellarsi degli episodi lede la misura e il centro del bersaglio.

Il linguaggio è un’interlinea fra soggettività e drammaturgia, talora la volontà di attualizzazione comporta l’uso di termini impropri e se lo studioso si fosse, di sua volontà, “amputato”, lungaggini, ovvietà e ridondanze non vi sarebbero.

E poi, come si fa a scrivere che “in ogni caso la donna appare più docilmente disposta dell’uomo a muoversi nell’ottica del desiderio di desiderio (...) si preoccupa di farsi attraente per l’altro”? Pur se questa riflessione fosse stata valida in passato, non è sostenibile oggi. L’immaginario di Marcello Snaporaz, protagonista della felliniana Città delle donne, si librava oniricamente, questa affermazione non vola.

Il femminile e il maschile sono due rappresentazioni differenti ed allora, come lo stesso autore con schiettezza esplicita, riemergono il fascino dell’actio in distans di Betsabea al bagno, quella lontananza di cui Derrida scrive circa la liaison fra Nietzsche e l’essere femminile, varie sfumature di horror vacui. Ma, in semplicità, sempre a detta di Alonge, il sogno tutto maschile di essere donna. E la paura dell’altro sesso secondo un andante purtroppo non smentito.

Scabroso infatti è un piano non liscio.

Roberto Alonge desiderio quotidiano
La copertina del libro di Roberto Alonge, Dacci oggi il nostro desiderio quotidiano, pubblicato da Edizioni di Pagina (2021) nella collana Duepunti

Il colibrì: una promessa mantenuta di Sandro Veronesi

Il colibrì è l'ultimo, ispirato romanzo di Sandro Veronesi. Un romanzo che dalla prima pagina investe il lettore con un qualcosa di inebriante, una promessa che, per voler essere cauti, ci si aspetterebbe di non veder mantenuta. Eppure non accade. Veronesi lancia una promessa e la mantiene, anzi la conferma fino in fondo.

I nomi dei capitoli rappresentano le fasi della vita di Marco Carrera, con le date di riferimento, ma non sono in ordine cronologico. La narrazione inizia, in un certo senso, a metà della vita, con uno sconosciuto che chiude la porta dell'ambulatorio di Marco, oculista quarantenne.

«La membrana che separava il dottor Carrera dal più potente urto emotivo di una vita ricca di altri potenti urti emotivi è caduta. Preghiamo per lui.»

Infatti non è che l'inizio di una nuova prospettiva di vita, e allo stesso tempo un pretesto per riflettere sul passato. Ma chi è Marco Carrera?

Marco è una persona ordinaria, posata, di un buon livello culturale, felice di essersi realizzato nella sua professione e nella famiglia. Una persona la cui ultima aspirazione è ambire alla straordinarietà. Eppure qualcosa di straordinario lo possiede, suo malgrado.
Andando a fondo nei suoi trascorsi, nei suoi pensieri e nei suoi rapporti, non occorre molto per rendersi conto che la vita di Marco Carrera è stata sferzata duramente dall'orrore di molti di dolori, troppi da sopportare per una persona comune.

È un eroe? No, è un colibrì. "Colibrì", il nome affettuoso con cui veniva amorevolmente chiamato da sua madre quando era piccolo, diventa la sintesi della sua esistenza. Marco non è un eroe, è costretto a sopportare perché non ha altra scelta. Ciò che spera di più non avviene, e quanto più non avviene, tanto più vi si attacca con una sorta di tensione romantica verso qualcosa di irraggiungibile.
Ma ciò che è al di fuori di ogni immaginazione lo colpisce, mandando in pezzi la sua placida indole che, nonostante tutto, rimane sempre fedele a se stessa.

«In realtà io sono così, sono sempre stato così, fin da ragazzo: sono cambiato veramente poco. [...] Non c'è mai nulla di nuovo, in me, semmai è questo che mi si può rinfacciare.»

Marco rimane fisso, instancabilmente saldo, mentre ogni cosa attorno a lui cambia e si disgrega, la speranza dell'amore, la famiglia, le amicizie infantili.
Nell'universo caotico in cui vive, Marco non ha punti fermi a cui aggrapparsi se non se stesso. Non ha bisogno di strane manie da accumulatore come il padre, né ha una personalità fragile che necessità di uno psicanalista, come quasi tutte le persone a lui care.

Nessuna stranezza, nessun passo falso, nessuna dipendenza. Tutto ciò potrebbe far pensare che come personaggio rimanga un po' sottotono di fianco ad alcune memorabili figure che lo circondano. Come l'Innominabile, inquietante compagno di disavventure, o Luisa, il suo impossibile e sfuggente amore.
Sembra che Marco rifugga dal compiere gesti plateali come Irene, sua sorella maggiore, e dall'azione in generale. Ironicamente, proprio lui che da oculista si è occupato dello studio dell'occhio, non può che osservare ciò che la vita gli presenta. Almeno nella superficie. Appena sotto lo specchio dell'apparenza, che così pochi vogliono scorgere, vi è lo sforzo di chi, come un colibrì, tenta di stare immobile, che usa tutta la sua energia per stare fermo, per non lasciarsi trascinare dalle ingiustizie del Tempo, per essere lui stesso il punto di riferimento per qualcun altro.

colibrì Sandro Veronesi
Sandro Veronesi nella foto di Marco Delogu

Andando avanti nel romanzo, si può avere l'impressione che la vita di Marco sia presentata come un collage di episodi, qualcuno rilevante, qualcuno trascurabile, in un ordine non cronologico, casuale. In realtà, Veronesi compie una scelta accuratissima e ragionata per dare un valore particolare allo scorrere del tempo. Ciascun capitolo ha una sua precisa collocazione temporale, e ciascuno si presenta le forme più diverse. Ci sono liste, sms, lettere e  dialoghi mai scambiati. Vi sono i lunghi monologhi che lasciano senza fiato - letteralmente senza fiato visto che non hanno punteggiatura - ma che colpiscono con l'immediatezza di un flusso di coscienza.

La natura episodica del romanzo lascia spazio ad un nutrito numero di citazioni letterarie (Vargas Llosa, Philip K. Dick, Beppe Fenoglio, Luigi Pirandello, Samuel Beckett), cinematografiche, musicali senza pur togliere alla narrazione una leggerezza spontanea. Una leggerezza che fa sì che gli eventi raccontati siano nuovi ma familiari, e i personaggi non siano compatiti come vittime o al contrario elevati a eroi.

 

colibrì Sandro Veronesi La nave di Teseo
La copertina del romanzo Il colibrì di Sandro Veronesi, pubblicato da La nave di Teseo

Il colibrì di Sandro Veronesi è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Foto di Domenic Hoffmann

Vita e opere del Boccaccio: un sentiero verso il Decameron

Il 21 dicembre 1375 moriva a Certaldo, gravemente malato, Giovanni Boccaccio (n. 1313).

Giovanni Boccaccio
Giovanni Boccaccio, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri (1450) di Andrea del Castagno, conservato presso la Galleria degli Uffizi di Firenze

Nominato al fianco di Dante e Petrarca Terza Corona Fiorentina fu il primo grande esempio di narrativa in una letteratura che si stava plasmando ma, al di fuori di prose di tipo cronachistico, si esprimeva principalmente in versi. Il suo più grande capolavoro, il Decameron, ebbe infatti fortuna immediata e, tradotto nelle principali lingue europee, venne conosciuto in tutto il mondo, contribuendo a portare grande lustro alla nostra letteratura.

Dante Alighieri in una statua di Emilio Demi, sita a Firenze presso la Galleria degli Uffizi (si noti come l'epigrafe riporti la lezione arcaicizzante del cognome, Allighieri)

 

Francesco Petrarca in una statua ottocentesca a Firenze, sulla facciata del palazzo degli Uffizi.
Foto di Frieda, CC BY SA 3.0

La produzione del Boccaccio è davvero molto vasta e variegata, legata a doppio filo con le sue esperienze di vita e gli ideali di letteratura, di intellettuale, ma soprattutto di morale, che ne ricavò.

L’elaborazione del Decameron si colloca proprio nel solco di un processo di continua sperimentazione.

Per quanto molti tacciarono ciò come un difetto (si dovette difendere più o meno velatamente da queste accuse – vedi Decameron, IV, Intr.), egli preferì lasciarsi ispirare dalle proprie vicende personali, come la felice parentesi della giovinezza napoletana (1327-1340), il rientro a Firenze, poi l’amicizia con il Petrarca (1350), la riscoperta della lingua greca, l’attività politica, per riversarle all’interno di una produzione letteraria che ne fosse uno specchio altrettanto ricco.

Le opere della giovinezza napoletana sono all’insegna dello sperimentalismo, sia in volgare che in latino (epistole). Il pubblico destinatario, la corte di Roberto d’Angiò, apprezzò particolarmente queste produzioni “mescolate” dai titoli grecizzanti, innovative nei temi, nei metri e nella composizione.

Ad esempio la Caccia di Diana (1335-1337) è un poemetto mondano-mitologico in terza rima, ispirato probabilmente alla perduta epistola in sirventese in cui Dante passava in rassegna le sessanta più belle donne di Firenze. Il poemetto però non si limita ad un’elencazione di bellezze femminili, napoletane in questo caso, ma vede anche un loro ribellarsi alla castità imposta loro dalla dea della caccia e il loro appellarsi invece alla dea Venere, che trasforma le prede catturate dalle donne durante la caccia negli uomini amati.

Teseida (1339-1340) è un breve poema epico, ispirato alla Tebaide di Stazio che Boccaccio aveva riscoperto proprio durante la stesura dell’opera e a fonti francesi. Questa opera è invece dedicata a Fiammetta, presunta figlia di Roberto d’Angiò (si pensa si chiami Maria) per la quale Boccaccio provava un amor cortese, secondo un mito letterario da lui creato in cui idealizzava l’elemento erotico e quello autobiografico. L’opera vede Teseo dover decidere come risolvere una lite tra due giovani, Arcita e Palemone, per l’amore di Emilia: si opta per un torneo dove vince Arcita ma al prezzo di una ferita mortale e che dunque, con generosità, cede la sua sposa al rivale. Il poema si conclude con il funerale di Arcita e il matrimonio di Palemone e Emilia.

Miniatura di un manoscritto del 1460 circa che ritrae Emilia nel roseto

Col senno di poi sono evidenti i debiti che Boiardo e Ariosto hanno con quest’opera, che per prima utilizza l’ottava del poema eroico e gli schemi narrativi tipici del genere eroico.

Degna di nota è la versione che dà il Boccaccio di una delle storie d’amore più famose a livello europeo, quella tra Florio e Biancifiore, raccontata in cinque libri in un romanzo in prosa chiamato Filocolo (1336-1339). Le fonti sono molteplici: Chrétien de Troyes, il poemetto francese Floire et Blanchefleur, il toscano Cantare di Florio e Biancifiore con sovrapposto lo schema del romanzo greco alessandrino, forse anche le Mille e una notte. Ovviamente una storia d’amore ostacolata dalle vicende della vita ben si sposava con l’autobiografia idealizzata del Boccaccio, che immagina la narrazione di questa storia come richiestagli da una “gentilissima donna”, la figlia del re, Maria (Fiammetta) e nel proemio dichiara di aver accolto la richiesta affinché “la memoria degli amorosi giovani” e la “gran costanza de' loro animi” fosse “esaltata da' versi d'alcun poeta”. I protagonisti sono due bambini, Florio e Biancifiore, innamoratisi sulle pagine dell’Ars Amandi di Ovidio (“Credo che la virtù de’ santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese le nostre menti di un nuovo fuoco, e adoperato in noi quello che già veggiamo che in altrui adoperarono”, Fil, II 4. richiamo evidente ad Inferno V) e poi separati dal padre di lui, il re spagnolo Felice, e vicende più disparate. Ma Florio, il “filocolo” (“colui che fatica per amore”, sempre in greco approssimativo) resterà fedele al suo amore negli anni e cercherà Biancifiore, iniziando la sua quête e arrivando in Italia, a Napoli, dove parteciperà alle “questioni d’amore” dirette da Fiammetta (preludio al Decameron), e finalmente ad Alessandria, dove libererà Biancifiore da una torre grazie all’aiuto dello zio. I due amanti potranno finalmente sposarsi, ricevere il battesimo a Roma potrà avvenire una riconciliazione tra Florio e il padre.

Miniatura (particolare) del Filocolo di Giovanni Boccaccio, in un manoscritto per Ludovico III Gonzaga, Mantova, 1463-64. Oggi è conservato presso la Biblioteca Boldeiana dell'Università di Oxford.

Come si notava già dalle fonti, motivi epici, lirici, persino elegiaci si mescolano continuamente in questa opera e rendono sottilissimo il confine tra narrazione, allusioni a vicende personali dell’autore, non si sa quanto fittizie, e forse cronache della vita di corte.

Conclude il proficuo periodo napoletano il Filostrato (1340, alcuni la retrodatano al 1335), che è forse l’opera nella quale si intravede una vera e propria svolta al di là di metri o trame. Il titolo è un’italianizzazione del greco “vinto dall’amore”, secondo le conoscenze approssimative che aveva il Boccaccio. La trama è molto semplice: Troiolo, un giovane principe troiano, si innamora perdutamente di Criseida, una prigioniera greca, ed è ricambiato; solo che pare basti uno scambio di prigionieri e il ritorno di lei al campo greco, perché Criseida si dimentichi delle promesse di fedeltà fatte all’amato e si conceda ad un altro uomo.

Manoscritto del XIV secolo del Filostrato boccacciano, conservato presso l'ex Bibliotheca Gymnasii Altonani di Amburgo.
Foto del Dr Folke Gernert

L’assoluta novità del Boccaccio sta nell’apertura verso Criseida e l’assoluta non-condanna del suo comportamento, nel quale egli vede aspetti calcolatori e opportunistici, atteggiamento senza dubbio anacronistico da parte dello scrittore e che lo vede già mirare ad una nuova morale, più laica e borghese, rispetto a quella di Guido delle Colonne, che aveva curato la traduzione in latino dell’opera originale di Benoît de Sainte-Maure, dalla quale è certo Boccaccio abbia appreso la storia.

Se si dovesse descrivere con una sola parola questa prima produzione del Boccaccio, tenendo conto che si parla di un ragazzo che per la maggior parte è autodidatta e scrive queste prime opere tra i venti e i ventisette anni, chi scrive sceglierebbe “padronanza”: padronanza della lingua, delle tematiche, dei metri e dei generi ai quali attinge per forza di cose ma plasma per fare in modo che obbediscano ai messaggi che egli vuole trasmettere, ma soprattutto padronanza del pubblico e conoscenza delle sue esigenze e dei suoi gusti. Tutto ciò, unito ad uno sguardo attento alla psicologia dei personaggi (vedi Criseida o anche Arcita) rivela un Boccaccio giovanissimo ma già promettente, nuovo.

Quando fu richiamato a Firenze dal padre nel 1341, la nostalgia di Napoli si fece sentire sotto diversi aspetti. Ma il Boccaccio d’altro canto non ebbe paura di misurarsi con una realtà dunque un pubblico diverso, borghese, con una ricca tradizione letteraria in cui egli voleva inserirsi a modo suo. Non abbandonò il suo sperimentalismo, aggiungendo nuovi temi, come il genere allegorico-didattico, e nuove soluzioni formali, come la terza rima o la terza rima alternata alla prosa.

La prima opera da menzionare è la Commedia delle Ninfe fiorentine (altrimenti conosciuta come Ninfale d’Ameto, 1341-1342), caratterizzata da prosa alternata a versi in terzine di endecasillabi. La vicenda è ambientata in Toscana, nei pressi dell’Arno, e vede protagonista Ameto, un rozzo pastore innamorato di una ninfa, Lia. Il giorno della festa di Venere Lia ed altre sei ninfe si riuniscono e raccontano ad Ameto storie d’amore, ma anche storie antiche: Lia racconta le origini di Firenze, Fiammetta quelle di Napoli. Alla fine dei racconti il pastore Ameto fa un bagno purificatore, ne esce ingentilito e comprende che quelle ninfe in cui si era imbattuto non erano altro che le quattro virtù cardinali e le tre teologali, per mezzo delle quali ora potrà giungere alla conoscenza di Dio. Insomma, sempre tramite la tecnica del “mescolato”, elementi didattici, epico-celebratici, allegorici fanno da involucro a quello che viene considerato dai critici l’embrione del futuro Decameron nonché la parte più viva dell’opera: l’elemento novellistico e romanzesco, la magia della parola che cattura l’attenzione di Ameto, quando non prevale la bellezza sovrannaturale delle ninfe.

Desco da parto con ritratte scene della Commedia delle ninfe fiorentine. Questo oggetto era una sorta di piatto dipinto su entrambi i lati ed era usanza durante il periodo rinascimentale donarlo alle donne in maternità affinché su di esso fossero portati loro cibo e bevande. Quello in foto è di un maestro del 1416 (italiano, fiorentino, attivo all'inizio del XV secolo).

Meno riuscito sembra essere stato Amorosa visione (1342-1343), un poema suddiviso in cinquanta canti di terzine dantesche, che di dantesco riprende anche alcune immagini. Il poeta immagina di visitare con una “donna lucente in vista e bella”, in sogno, un castello al quale si accede per due porte, una bassa e stretta che "mena a via di vita", l'altra aperta e facile che promette "ricchezza, dignità... gloria mondana". Egli attraversa la seconda e accede a un salone ricco di affreschi e statue raffiguranti allegoricamente virtù e vizi. Incontra anche grandi personaggi del passato, come Socrate, Aristotele, Boezio, Tolomeo, Orfeo (come non pensare a Inferno IV). Uscito da questo castello incontra la donna amata, Fiammetta, con la quale non riesce a giacere per il ritorno in scena della guida, che gli raccomanda di perseguire il cammino della virtù, se vuole conquistare davvero la sua donna. Come è evidente l’opera è macchinosa e contorta, ma resta interessante da leggere per notare come tutte le lettere iniziali dei versi delle terzine siano un acronimo di tre sonetti: i primi due indirizzati a "madama Maria", cioè a Fiammetta, il terzo ai lettori.

Questo sarebbe il volto che Cilly Mully von Oppenried avrebbe dato a Fiammetta, in un dipinto del 1881

Passando invece al Ninfale fiesolano (1344-1345), esso vuole in un certo senso ampliare il racconto della ninfa Lia e cantare le origini di Firenze e Fiesole, in un poemetto di 473 ottave. Il racconto è molto semplice e la trama si riallaccia un po’ a quelle delle opere napoletane. Il pastore Africo scorge tra le ninfe la giovanissima Mensola e se ne innamora. Anche se la loro relazione è ostacolata da più fronti (il padre di Africo tenta di dissuaderlo dalla passione per una ninfa, consacrata a Diana; Mensola sa quali sono i suoi doveri e non vuole disobbedire alla dea) i due si incontrano due volte e giacciono insieme. In Mensola nasce il senso di colpa e la paura, così si rifiuta di incontrare nuovamente il pastore, che si uccide e cade nel fiume. Ma la ninfa non sa di essere rimasta incinta, e per quanto terrà nascosta la gravidanza fino all’ultimo, verrà scoperta dalla dea della caccia e trasformata in un fiume (richiamo alle Metamorfosi ovidiane). Boccaccio ricollega quindi i nomi dei fiumi che scorrono tra Firenze e Fiesole, Africo e Mensola, proprio a questo mito. In ultimo, resta il figlio dei due, Pruneo, futuro fondatore di Fiesole e liberatore delle ninfe dai loro vincoli con Diana in favore di quelli con Venere.

Il torrente Affrico nel punto in cui confluisce nell'Arno. In queste acque, secondo il mito, il corpo del giovane pastore sarebbe caduto dopo il rifiuto di Mensola e il suicidio. Foto di AlebufoCC BY-SA 3.0

Se con il Filostrato una svolta era accennata, con l’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344) il Boccaccio si supera. Finalmente Boccaccio dà prova di quella maturità artistica latente anche nella tematica, scegliendone una che sembra già sentita ma in realtà è totalmente svestita, analizzata in maniera impersonale e oggettiva e riconsegnata al pubblico in una veste che non ne faccia risaltare troppo la “scandalosa modernità” (Muscetta). Partendo dal titolo, esso è esplicativo riguardo lo stile ma non il metro, che secondo la definizione datane da Dante nel DVE è “lacrimevol” ma basso e umile; il testo invece è in prosa e con una retorica profonda. La protagonista è Fiammetta, per la prima volta sola, che parla in prima persona della sua storia in una lunga lettera. Ella, donna sposata, è stata innamorata per lungo tempo di Panfilo (“tutto amore”, pseudonimo dell’autore e personaggio che si ritroverà nel Decameron) e nulla ha potuto distoglierla da questo amore cominciato in chiesa (analogie con la Vita nova).  Tuttavia i cattivi presentimenti che avvertiva riguardo questa passione sbagliata si sono avverati quando Panfilo è partito per Firenze e non ha fatto più ritorno, diversamente da come aveva promesso. Fiammetta non ha sue notizie finché non le giunge voce di un tradimento. La disperazione è immensa ma non può esternare il vero motivo del suo dolore al marito, che invano tenta di curarla. Dopo aver provato a togliersi la vita, a Fiammetta non è rimasta che una serie interminabile di giorni per meditare sulla sua sfortuna. Così si rivolge a tutte le donne innamorate come lei, chiedendo pietà, confessandosi non per ricevere perdono ma comprensione: qui è la vera novità dell’Elegia. Non solo si vede un capovolgimento di ruoli nella relazione tra i due amanti, ma si vede una donna che non ha paura di raccontare il proprio dramma e la propria passione, che ha affrontato  coraggiosamente, nonostante la sconfitta.

Altro meraviglioso manoscritto riccamente decorato che riporta l'incipit dell'Elegia di Madonna Fiammetta. È conservato presso la Biblioteca Bodleiana di Oxford.

È evidente la stratificazione di diversi generi, il già citato elegiaco, quello epistolare, persino una sorta di trattato d’amore, di cui si descrivono gli effetti (“E mi corsero mille pensieri che la mente in uno momento, e quasi tutti terminavano in uno, cioè che egli, amando altra donna, contra voglia dimorasse in tal modo. Le mie parole furono più volte infino alle labbra per domandarlo qual fosse la sua noia; ma, dubitando che vergogna non gli porgesse l'esser da me trovato piagnendo, si ritraevano indietro; e similmente trassi gli occhi più volte da riguardarlo, acciò che le calde lagrime cadenti da quelli, venendo sopra di lui, non gli dessero materia di sentire ch'egli fosse da me veduto.”, cap. II; qui Fiammetta e Panfilo sono appena stati insieme e la donna ha velocemente perso quella sensazione di appagamento, travolta invece dall’ansia che Panfilo la stia per lasciare per sempre).

Questa è invece letteralmente la visione che Dante Gabriel Rossetti ha della donna amata da Boccaccio in questo olio su tela, A Vision of Fiammetta (1878)

Questo primo decennio dell’attività fiorentina di Boccaccio si conclude con due avvenimenti importanti: l’imperversare della peste a Firenze nel 1348, che uccide non solo il padre e la matrigna, ma anche alcuni suoi amici letterati, come il cronista Giovanni Villani; l’incontro con il Petrarca, che segna l’inizio di un’amicizia decisiva per le sorti della letteratura italiana.

La peste di Firenze del 1348Wellcome Collection gallery (2018-03-24), CC BY 4.0

La peste lo portò alla scrittura, in appena tre anni, del Decameron (1348-1351), una perfetta sintesi di tutte le sperimentazioni, tematiche, strutturali e stilistiche, che il Boccaccio aveva adottato nelle opere precedenti. Innanzitutto ci si trova di fronte ad una già usata struttura a cornice (Filocolo, Commedia delle Ninfe fiorentine) portata al massimo livello di organicità e funzionalità: si racconta di come sette ragazze, Pampinea ("la rigogliosa"), Filomena ("amante del canto", oppure "colei che è amata"), Neifile ("nuova amante"), Fiammetta, Elissa (altro nome di Didone), Lauretta (diminutivo di Laura; chissà che Boccaccio non abbia chiamato una delle giovani così in memoria della Laura petrarchesca, morta durante la peste), Emilia e tre ragazzi, Panfilo (che infatti racconterà spesso novelle ad alto contenuto erotico), Filostrato ("vinto dall'amore") Dioneo ("lussurioso", da Diona, madre di Venere), decidano di sfuggire al probabile contagio e rifugiarsi in campagna. Arrivano di mercoledì in un bel palazzo con un giardino e vi soggiornano per due settimane. Qui per trascorrere il tempo decidono di eleggere ogni giorno un re o una regina affinché scelga un tema per la giornata, su cui dovranno basarsi delle novelle, una raccontata da ciascun membro di questa onesta brigata. Poiché questo iter non si segue il venerdì e il sabato, in totale i ragazzi racconteranno dieci novelle al giorno per dieci giorni, dunque cento novelle in tutto.

I giovani novellatori del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse, A Tale from Decameron (1916) esposto alla Lady Lever Art Gallery di Liverpool

A questa struttura va aggiunta una sorta di super-cornice, ove l’autore è il narratore e introduce la sua opera con un Proemio, che esordisce con la celeberrima frase “Umana cosa è aver compassione degli afflitti, e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto li quali giá hanno di conforto avuto mestiere ed hannol trovato in alcuni; tra li quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno o gli fu caro o giá ne ricevette piacere, io sono un di quegli.” Frase, proemio, opera intera, che Boccaccio dedica alle donne, poiché le sa sofferenti per amore ma impossibilitate a sfogarsi come fanno gli uomini con le loro attività e distrazioni (la politica, gli affari). Il poeta ammette di aver sofferto anch'egli un tempo per amore, ma guarda a quel periodo con un atteggiamento di pacata superiorità e ora, smorzate le passioni, è ben lieto di dilettare chi ancora ne è soggiogato. Segue l’Introduzione alla Prima giornata, in cui descrive l’occasione che ha permesso ai dieci giovani di incontrarsi nella Chiesa di Santa Maria Novella. Si tratta anche dettagliatamente, ma con un pacato distacco, della peste e della morte che porta con sé.

I dieci novellatori dell'onesta brigata in un dipinto, olio su tela di Franz Xaver Winterhalter, The Decameron (1837)

Riguardo il contenuto delle novelle (a livello narrativo, considerabili come il "terzo livello"), rispecchiano quella scioltezza narrativa che si era già vista nel Ninfale Fiesolano; la narrazione resta obiettiva e alleggerita da allusioni autobiografiche o da sfoggi eruditi. In ultimo, dall’Elegia di Madonna Fiammetta è ripresa la superba capacità di analizzare la psicologia dei personaggi, che hanno una loro peculiarità, intelligenza e caparbietà, qualunque sia la loro estrazione sociale o provenienza culturale.

E se si stava facendo un resoconto di in che cosa il Decameron guarda ancora indietro, ecco in cosa guarda appunto molto avanti: nel suo essere una “commedia sociale”, che mette in luce ogni aspetto esistente nell’Italia del Trecento e che Boccaccio aveva vissuto. Il poeta poteva aver sì nostalgia degli antichi valori sperimentati alla corte di Napoli, ma i nuovi costumi laici della borghesia mercantile (cui di fatto lui apparteneva) esistevano e andavano conciliati gli uni con gli altri. Ecco come possono coesistere senza difficoltà all'interno del Decameron i personaggi più disparati, a rappresentare l'ampio ventaglio delle espressioni dell'animo umano: il pessimo Ser Ciappelletto, l'ingenuo ma fortunato Andreuccio, lo scaltro stalliere del re Agilulfo, la coraggiosa Ghismunda, la devota Elisabetta, il generoso Federigo degli Alberighi, l'ingegnoso Chichibio, la martire Griselda.

In questo dipinto di William Holman Hunt (1867), Elisabetta, protagonista della quinta novella della giornata IV, piange la testa del suo amato Lorenzo, che conserva in un vaso di basilico di nascosto dai fratelli.

Ovviamente non mancarono le critiche a questo modo di vedere del Boccaccio, che dovette difendersi apertamente, come si diceva, nell’Introduzione alla Quarta giornata, ma qui come nelle Conclusioni restano saldi molti concetti. Primo fra tutti quello di plurilinguismo e pluristilismo, obbligatori, soprattutto quelli più umili e realistici, qualora le novelle lo richiedano. Segue quello di morale, aperta e problematica: quando Boccaccio afferma che è inutile per l’essere umano adattarsi ad essa ma deve essere la morale ad adattarsi alle sue pulsioni naturali, di fatto esistenti, afferma che bisogna rispettare l’istanza del piacere, e fare in modo che la morale sia un continuo gioco di equilibri, che vari a seconda delle situazioni. In ultimo ma non per importanza concetti come quelli di onestà e gentilezza, virtù rispettivamente sociale e individuale e come quello di ingegno, che può essere messo a servizio della virtù come della malvagità.

Ovviamente un’opera vasta e complessa come questa meriterebbe una trattazione a parte, ma basti ribadire che ebbe un successo immediato tra i membri del ceto mercantile, mentre gli intellettuali inizialmente ne diffidarono. La fortuna del testo arrivò quando dapprima il Botticelli si interessò alla rappresentazione di alcune novelle, e poi Pietro Bembo, nelle Prose della volgar lingua (1525) lo innalzò a modello di stile e lingua prosastica.

Boccaccio Sandro Botticelli Nastagio degli Onesti Museo del Prado Madrid
La novella di Nastagio degli Onesti illustrata da Sandro Botticelli (1483) e oggi conservata al Museo del Prado di Madrid

Nel 1350 Boccaccio conobbe Petrarca e la sua vita ebbe una svolta. Cominciò ad intrattenere una fitta corrispondenza con lui e sviluppò un nuovo ideale di intellettuale, dedito agli interessi umanistici. Mentre il Comune di Firenze gli assegnò diversi incarichi che lo portarono a Napoli, ebbe modo di visitare la biblioteca di Montecassino e trascrivere alcuni codici. In questa occasione, si può affermare che avvenne tramite lui la riscoperta in tutta Italia del greco dopo i secoli bui del medioevo: cominciò ad intrattenere dei rapporti con il grecista Leonzio Pilato (1359), un discepolo di Barlaam (un monaco calabrese dal quale Boccaccio aveva appreso i rudimenti del greco quando si trovava a Napoli) e lo invitò all'università di Firenze perché vi tenesse delle lezioni di greco antico (sembra sia il primo insegnamento ufficiale in Europa) e perché traducesse in prosa latina l’Iliade e l’Odissea.

Dopo un periodo di ritiro a Certaldo, in cui si dedicò ad opere erudite in latino e ad un’opera di stampo un po’ misogino, il Corbaccio, dal 1365 collaborò di nuovo con la Repubblica fiorentina e soprattutto al rientro del papa a Roma da Avignone. A livello letterario curò un suo codice autografo del Decameron (1370) e un’edizione completa delle opere di Dante, cui premette un Trattatello in laude di Dante, abbozzato nel 1351. L’ultimo dono che fece al Comune fiorentino fu tenere delle letture pubbliche, nella Chiesa Santo Spirito in Badia, della Commedia: ma l’obesità e la scabbia lo costrinsero a interrompersi al canto XVII dell’Inferno. Morirà pochi mesi dopo.

La fortuna di Boccaccio non è stata costante nei secoli, tutt’altro. Se come si diceva subito non fu compreso e poi con Bembo fu preso a modello, è pur vero che quasi contemporaneamente in Europa ma soprattutto in Italia divagò la Controriforma, che censurò il Decameron linguisticamente e tematicamente. In particolare furono due le edizioni gravemente manomesse, quella del 1573 e quella del 1582 dell’editore Giunti. Anche il Barocco, rifiutando il classicismo, rifiutò l’opera boccacciana. Nel Settecento i pareri furono discordanti (Parini non lo apprezzò ad esempio), mentre nell’Ottocento Foscolo scrisse un appassionato Discorso storico sul testo del Decameron (1825), individuando nell’autore il preveggente della crisi addirittura del Rinascimento. Una visione diversa invece, più vitalistica e, a ragion veduta, “boccaccesca”, hanno Pirandello e Pasolini nel loro riprendere il poeta rispettivamente nelle Novelle per un anno, nel teatro e nei romanzi (la critica giudica Pirandello il più geniale continuatore di Boccaccio) e nel film Decameron del 1971.

Franco Citti interpreta ser Ciappelletto da Prato in una scena de Il Decameron di Pasolini (1971)
Fotogramma catturato da Gawain78

Fonti

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.

Treccani, Enciclopedia online

"I Classici Ricciardi" di Natalino Sapegno, 1952


Taranto: conferenza "La Magna Grecia a 150 anni dalla nascita di Pirandello"


Il 28 giugno 2017 si celebrano i 150 anni dalla nascita dello scrittore Luigi Pirandello.
Il 28 giugno 2017 alle ore 18,00, il Museo Archeologico Nazionale di Taranto, in occasione del 150° anniversario della nascita del grande scrittore - premio Nobel per la letteratura nel 1934 – accoglie la conferenza “La Magna Grecia in Luigi Pirandello a 150 anni dalla nascita” del dott. Pierfranco Bruni, responsabile nazionale del progetto etnie, letterature e minoranze linguistiche del MiBACT. L’accesso alla conferenza è ad ingresso gratuito, presso la Sala “Incontri” del museo.
Luigi Pirandello nella grecità. Un percorso che resta un riferimento fondamentale in tutta l'opera dello scrittore nato centocinquanta anni fa a Girgenti. L'antica Girgenti intreccia e incrocia le culture Mediterranee tra Oriente e Occidente. Un percorso fatto di luoghi e di anime che portano nella storia il mito e la storia stessa diventa metafora di un simbolo eterno. In Pirandello la storia si assenta e diventa superamento del reale.
Gli scavi nel mito sono isole di memoria. Metafore che si traducono appunto in simboli. Ma la grecità pirandelliana è un vissuto che attraversa tutto il Mediterraneo. I dervishi danzanti non hanno radici greche. Bensì persiane. Il ballo tondo lo si trova nella cultura illirica come nei nativi d'America come anche nelle civiltà contadine pre-elleniche. In Pirandello rappresenta il cerchio e il mito Il mito della caverna è presente in Pirandello sotto forma di una abitazione dell'anima. Molto vitale è la lingua contaminata.
Pierfranco Bruni
Già rappresentante del MiBACT nella Commissione Unesco e rappresentante per conto del ministero della letteratura italiana nei paesi esteri. Responsabile nazionale del Progetto Etnie Minoranze linguistiche del MiBACT. Ha relazionato su Pascoli e Pirandello per conto del MiBACT in tutta Italia e in Albania Strasburgo Tunisi Santo Domingo e Turchia. Rappresenta Ha ricoperto e ricopre in molte università estere diversi incarichi istituzionali oltre ad essere uno scrittore esperto di letterature del Mediterraneo. Per il MiBACT ha ricoperto l'incarico di rappresentanza della cultura italiana nei Paesi esteri e ha rappresentato il ministero per due legislature nella Commissione nazionale Unesco.

Info:

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Roma: Pirandello oggi a centocinquanta anni dalla nascita

Pirandello oggi a centocinquanta anni dalla nascita
(1867-2017)

Le tre Università di Roma,  Sapienza, “Roma Tre, “Tor Vergata”,  lo ricordano con una serie di iniziative e con convegno internazionale a lui dedicato.
Lunedì 26 giugno ore 10,30 - Aula magna - Rettorato – Sapienza Università di Roma

Martedì 27 giugno ore 9,00 – Aula magna - Rettorato – Università degli Studi Roma Tre

Mercoledì 28 giugno ore 10,00 – Villa Mondragone – Università degli Studi Tor Vergata

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