Quando i loro corpi sviluppano, le ragazze ricevono il verdetto da una lotteria e da quell’attimo il loro futuro è deciso: maternità o carriera, biglietto bianco o biglietto blu. Le biglietto-bianco sono pulite, rispettabili, amate. Le biglietto-blu, a cui la maternità è vietata, diventano terreno fertile per la proiezione delle più sordide pulsioni. Su di loro si sfoga la sessualità più feroce e godono di una completa libertà sentimentale. È questo il sistema che regola Biglietto blu di Sophie Mackintosh – classe 1988, gallese. Il romanzo, portato in Italia da Einaudi, si inserisce in quel genere di recente fortuna che si interroga sulle contraddizioni del femminile attraverso la distopia, il cui capofila è rappresentato dal Racconto dell’ancella di Margaret Atwood.

L’unica cosa che io ho sempre voluto è la libertà, sapere che la mia vita non sarebbe finita in un vicolo cieco, eppure sapevo che sarebbe successo, fin da quando avevo dodici anni. Conoscevo la forma che avrebbe assunto la mia vita prima ancora di comprenderne il significato.[1]

La dicotomia su cui si basa Biglietto blu ha radici profonde nel reale. Già negli anni sessanta Sylvia Plath affrontava un discorso affine nella Campana di vetro attraverso il dilemma di Esther Greenwood, incapace di scegliere tra matrimonio e carriera, famiglia e fama. La psicosi dovuta alla necessità di rinunciare all’uno o all’altro frutto dell’albero – per riprendere la metafora del fico usata da Plath nel romanzo – è alla base del sistema narrativo di Sophie Mackintosh. Ma non è tanto la maternità negata che le donne di Biglietto blu rivendicano, quanto – forse inconsapevolmente – la possibilità di disporre liberamente della propria vita.

Biglietto blu Sophie Mackintosh
Foto di Sofia Fiorini

Biglietto blu: la volontà come “sentimento oscuro”

La narratrice e protagonista del romanzo, Calla, scopre che la lotteria le ha assegnato un biglietto blu, consegnandola a un futuro senza figli. A lei, come a tutte le biglietto blu, viene inserita una spirale, il metodo contraccettivo tramite cui le si impedirà a vita di concepire. Ma il suo nome già contiene in sé il destino: il fiore bianco, il biglietto bianco, la maternità. È questa la direzione verso cui tutte le fibre del suo corpo sembrano indirizzarla. Calla definisce “sentimento oscuro” il desiderio personale di maternità che ha iniziato a farsi spazio in lei contro il sistema e che l’ha portata a gestire una gravidanza illegale.

La forza che fa deviare Calla dal destino imposto dalla lotteria ha la spinta tellurica dell’istinto, della natura. Appartiene tanto alle biglietto-blu che diventano madri illegalmente, quanto delle biglietto-bianco che abortiscono. Il sentimento oscuro si riconnette a tutto quello che è naturale, spontaneo. Il mondo animale e naturale percorre il testo come il reale termine di paragone della vita umana, l’alternativa al sistema sociale che ha condannato le donne del romanzo all’infelicità. La natura le legittima a sentire quello che sentono, laddove la cultura le condanna.

Biglietto blu Sophie Mackintosh
La copertina del romanzo Biglietto blu di Sophie Mackintosh, tradotto da Norman Gobetti, pubblicato (2021) da Giulio Einaudi Editore nella collana Supercoralli. Foto di Sofia Fiorini

Il controllo del corpo femminile: una questione millenaria

Quali sono le ragioni alla base di questo sistema? Cosa ha portato la società distopica di Biglietto blu a istituire la lotteria? Niente di tutto ciò viene svelato al lettore. Quel che è certo è che il tentativo di controllare il corpo femminile e la sua capacità riproduttiva ha una storia millenaria. Prova ne sono, ad esempio, le pratiche della custodia e della cessione del ventre nel mondo romano, illustrate da Eva Cantarella rispettivamente in L’ambiguo malanno e in Passato Prossimo.

La prima pratica era il sistema di controllo sociale con cui il marito, qualora lo ritenesse necessario, si accertava tramite la nomina di un “custode del ventre” che la moglie non abortisse. La seconda coincideva invece con il passaggio di proprietà della moglie da un marito all’altro. I romani concepivano il matrimonio come un’alleanza economico-politica tra famiglie. Di conseguenza, la riproduzione dei gruppi familiari era a sua volta percepita come un dovere civico da assolvere con ordine, per il popolamento di Roma e la salute della città. Di una donna fertile, dunque, era necessario sfruttare al massimo le potenzialità riproduttive. In questo senso, la più economica delle soluzioni era farla “circolare” da un marito già padre a un altro ancora senza figli. Per questa ragione, era possibile – se non probabile – che una donna cambiasse marito proprio mentre era venter, cioè mentre era già incinta.

È quello che, con tutta probabilità, successe a Marzia: sposa giovanissima di Catone l’Uticense in seconde nozze, fu ceduta dal marito, in accordo col padre, ad Ortensio Ortalo a scopo riproduttivo, per poi risposare Catone una volta rimasta vedova di Ortalo.

Biglietto blu Sophie Mackintosh
Foto di Sofia Fiorini

Madri inadatte, impreparate, acerbe

Le donne di Biglietto Blu sono perseguite dal sistema per aver deciso liberamente della propria maternità, per aver eluso il codice sociale che prevedeva di controllarle per sempre, infallibilmente, di sapere a priori cosa fosse giusto per loro. Qualcosa di simile succede alle donne di Acerbe, un podcast di Will realizzato da Valentina Barzago e Agnese Mosconi che raccoglie narrazioni di maternità alternativa e smaschera gli stereotipi legati all’essere madri. Si tratta di storie vere di donne che si sono viste ignorate, fraintese e giudicate per le proprie scelte di madri. Il titolo allude al fatto che le nuove madri siano sempre ritenute impreparate, acerbe appunto, rispetto al loro compito; e a questo vuole rimediare il mondo esterno che si presenta loro con la verità in mano. Oggi, le donne sono libere dalla dittatura della lotteria e non più soggette alle pratiche di controllo del ventre come nell’antica Roma. Nonostante ciò, non sembrano ancora avere completa libertà sulla gestione dei propri corpi e delle proprie scelte. L’arma a cui tutte sembrano ancora essere soggette è lo stigma. Il giudizio negativo le colpisce ogni volta che la loro volontà personale si discosta da quella comune.

Il secondo episodio di Acerbe dà voce a una donna, Stefania, che dopo essere stata giudicata incosciente per le sue scelte durante la gestazione, perde la figlia a poche ore dalla nascita a causa di una malformazione. È così che la sua maternità le insegna da subito la lezione più difficile. Ovvero, che i figli non appartengono a chi li genera e che il compito dei genitori prevede anche di lasciarli andare. È la stessa lezione che sembra offrirsi a Calla: dopo i pericoli di un viaggio estenuante, il momento della nascita della figlia coincide con la separazione da lei, nella speranza di offrirle un futuro migliore.

La copertina del romanzo Biglietto blu di Sophie Mackintosh, tradotto da Norman Gobetti, pubblicato (2021) da Giulio Einaudi Editore nella collana Supercoralli

Biglietto blu: il diritto di decidere

Per Calla, l’imposizione della lotteria, che avrebbe dovuto semplificarle la vita, ha avuto l’esito della disperazione. Il mondo che le è stato consegnato, ovvero un mondo senza scelte, è per lei una realtà invivibile. L’unico senso che resta è la traccia segnata dal sentimento oscuro che si porta dentro, l’istinto che le detta la natura. Di fronte alla mancanza di senso, portare avanti la gravidanza – seppure è ciò che mette a rischio la sua vita – le restituisce una direzione. Anche se infrangere le regole non le ha portato la felicità che si era immaginata, le ha ridato identità. È questo che sembra infine rivendicare Biglietto blu, una storia senza eroi e senza lieto fine: il diritto di decidere e il diritto di sbagliare. Il diritto di comprendere il significato della propria vita man mano che le si dà forma.

 

[1] Sophie Mackintosh, Biglietto Blu, Torino, Einaudi, 2021, p. 225.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

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