Achille Odisseo Matteo Nucci

Achille e Odisseo: archetipi di umanità. Intervista a Matteo Nucci

Non erano forse Achille ed Ettore i due eroi omerici contrapposti per eccellenza? Sono loro che - nemici per necessità - si scontrano sotto le mura di Troia, che i greci assediano da dieci anni. Ettore è il figlio migliore di Priamo, re della città assediata, ed è l’uccisore di Patroclo, l’amico più caro ad Achille, che dalla sua morte sarà richiamato sul campo. Achille è l’eroe dei greci, e con la sua assenza – rabbiosa, per l’offesa arrecatagli da Agamennone, ma temporanea – aveva rischiato di segnare per sempre il fallimento della spedizione achea.

Peter Paul Rubens, Achille vainqueur d'Hector (1630), olio su tavola (108 × 127 cm), presso il Musée des beaux-arts de Pau. Foto di Tylwyth Eldar, in pubblico dominio

Ma è tra loro il vero scontro? Piccola anticipazione: no, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Achille ed Ettore non sono altro che la stessa tipologia di eroe – e dunque di uomo – solo collocato nelle due metà opposte del campo: sono l’uno il riflesso dell’altro, il loro scontrarsi è un guardarsi allo specchio. La vera contrapposizione è un’altra, ci spiega Matteo Nucci nel suo ultimo saggio (Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno, edito da Einaudi): i due archetipi di umanità, come racconta anche Elena, greca dentro le mura troiane, sono Achille e Odisseo.

Ulisse e Polifemo nel mosaico dalla Villa Romana del Casale. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro (2015), CC BY-SA 4.0

E con Matteo Nucci parliamo in questa intervista, per la quale lo ringraziamo. Dopo averla letta, non ve ne andate: a seguire troverete anche una recensione del saggio.

Achille in una ceramica policroma (300 a. C. circa). Foto di Jona Lendering - Livius.org, CC0

Achille e Odisseo sono personaggi molto noti anche a chi non frequenta abitualmente i classici. Perché proprio questi due eroi, messi a confronto?

Sono noti perché hanno un peso particolare nel gruppo ristretto degli eroi che combattono a Troia. Solo Ettore ne equipara la fama ma sul fronte opposto, quello troiano. Il motivo credo sia evidente fin dall’antichità ed è il cuore di questo libro: la loro opposizione caratteriale. Achille e Odisseo rappresentano due maniere opposte di vivere la vita, di guardare a ciò che dobbiamo o vogliamo fare e di impiegare la più grande ricchezza a nostra disposizione, ossia il tempo. Sono modelli agli antipodi. Astuzia contro schiettezza. Prudenza contro impulsività. Futuro contro presente.

Elena e Paride da un cratere a campana apulo a figure rosse, 380–370 a. C. al Musée du Louvre. Foto di Bibi Saint-Pol, in pubblico dominio

Un espediente utilizzato nel libro è quello di ampliare e rimodulare, attraverso riscritture, scene che vedono protagonista Elena, in parte già presenti nella tradizione. Da cosa deriva questa scelta di valorizzare il suo punto di vista nel racconto degli eroi?

Riscrivere Omero non ha senso. Sono contrario a qualsiasi attualizzazione o versione semplificata, in prosa o quel che è. Omero va letto e basta e si scoprirà la sua grandezza. Una delle più belle soddisfazioni è quando mi dicono: mi sono messo a leggere Omero grazie ai tuoi libri. Ciò non toglie che il mito non è cantato e raccontato soltanto da Omero. Ci sono aspetti di queste storie che altri mitografi hanno ricreato e riplasmato.

La potenza immortale del mito sta proprio nel fatto che si rinnovi sempre seguendo direzioni diverse. Io credo che la figura di Elena sia stata molto trattata per questioni in fondo poco decisive, come la bellezza quasi divina, la propensione al tradimento, l’abilità nella parola seduttiva. In realtà, leggendo Omero abbiamo l’impressione che la sua centralità abbia a che fare con una capacità unica di omprendere gli uomini con cui ha a che fare (tranne l’amante troiano Paride), con l’autorevolezza che le permette di indicare una via, con l’abitudine a scegliere senza rimpianti, a cambiare idea e adeguarsi alla realtà, con il senso pratico e con la parola attenta, sottile, precisa.

Elena è una grande conquistatrice più che una distruttrice – come si dice troppo spesso. Per questo riscrivo le sue storie. Letterariamente. Rifondo un’altra versione del mito. E uso uno stile mio ma che è evidentemente un uso moderno della maniera omerica. Tutto questo – ci tengo a dirlo – per la verità del testo, la sua ricchezza e la sua infinita apertura. Non per questioni di genere. Oggi si riscrive il mito dalla parte di quella o quell’altra eroina, come se Penelope fosse sempre stata offesa dal fedifrago Odisseo mentre Clitemnestra era umiliata dallo spirito di Agamennone  e così via. Io detesto le questioni rosa in letteratura, ma anche fuori dalla letteratura. Non c’è bisogno di limiti né di spinte alla correttezza che io francamente detesto. La letteratura fa da sé. Elena è una donna straordinaria. Ma i sostenitori delle questioni di genere non hanno neppure capito perché. Nei miei tre libri mitici (Le lacrime degli eroi, L’abisso di Eros, e Achille e Odisseo) lo dico e lo ridico molto spesso.

Francesco Primaticcio, Odisseo e Penelope, olio su tela (1563 circa). Foto The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio
Parlando degli amori di Odisseo, nel libro si ricorda il rischio di letture superficiali e banalizzanti: come si fa a raccontare i classici in modo accessibile senza cadere in interpretazioni fantasiose o decontestualizzate?

Leggendo i classici con passione e senza pregiudizi. Senza aspettarsi ciò che non c’è. Senza cercare conferme di un’idea. Ossia facendo tutto quel che si deve fare per vivere una giornata decente, ossia non sperare l’insperabile e non tentare di dare ordine al caos. Qual è il modo migliore per affrontare le nostre vite se non la critica continua, il dubbio, la domanda?

Ecco: Omero va letto così. Impossibile che sia banale o superficiale se si entra nei meandri delle sue contraddizioni, delle oscurità e del mistero. Ogni storia nasconde perle e spinge alla ricerca della luce proprio grazie al buio in cui ci immerge. Ma il pericolo più grande sta nella presunzione di chiarezza che si ha circa certi racconti, una presunzione che rende impossibile qualsiasi lettura che sia ricca di significati e di sfide al lettore.

Achille e Aiace giocano nell'anfora attica a figure nere di Exekias (530 a. C. circa). Dal Museo Gregoriano Etrusco, Sala XIX, Musei Vaticani. Foto di Jakob Bådagård, in pubblico dominio

Il gioco dei dadi era una parte importante della vita degli antichi, almeno per quanto possiamo dedurre dalle testimonianze. Ha scelto di dedicare uno spazio a questo aspetto e a una riflessione sulle tattiche di gioco che avrebbero attuato Achille e Odisseo, anche attraverso il paragone con il backgammon. Quanto si può capire di una persona dal suo modo di gestire una tattica di gioco? Ha un qualche significato il fatto che Odisseo non sia mai rappresentato nell’atto del gioco, esclusa la partecipazione ai giochi funebri per Patroclo?

Si può giocare a dadi e si può partecipare a giochi in cui i dadi hanno un ruolo ma non esclusivo. I dadi rappresentano la sorte. Ma le nostre vite non sono soltanto affidate alla sorte bensì anche a quella forma di intelligenza umana che ha a che fare con la sorte. Questo è ciò che racconto attraverso il backgammon, come lo chiamiamo noi oggi. Un gioco antichissimo in cui sorte e intelligenza si dividono equamente le parti. Un gioco che è specchio di vita e così viene raccontato da Platone e Aristotele.

Non c’è dubbio che il modo in cui gli esseri umani giocano racconta molto bene la loro personalità. C’è chi vuole vincere distruggendo e chi vuole vincere nella bellezza. Generalmente questi ultimi sono coloro i quali godono di partite lunghe e rocambolesche, in cui l’intelligenza tenta di irretire la fortuna per creare un’opera d’arte. Spesso costoro sono detti perdenti. Spesso l’animo artistico è considerato perdente.

Ma cosa significa vincere? Sono questioni delicate. Achille è un virtuoso del tempo libero. Odisseo no. Odisseo vuole correre e per questo non ama giocare. Achille a backgammon vuole vincere con la bellezza. Odisseo, se giocava a backgammon, sceglieva la tattica più veloce e distruttiva. Il contrario dell’immagine a cui siamo abituati? Ecco la ricchezza di Omero di cui vi parlavo prima. Omero non finisce mai. Sta a noi leggerlo, rileggerlo, sognare, interpretare.

Achille Odisseo Matteo Nucci
Il corpo di Patroclo sollevato da Menelao e Merione, mentre Odisseo guarda. Rilievo etrusco del secondo secolo a. C., da Volterra e oggi presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

Achille e Odisseo sono eroi ma, come apprendiamo dalla lettura del suo libro, credere che che l'eroe sia una creatura sovrumana è una prospettiva fallace: essi altro non sono che uomini (e donne) nella propria completa realizzazione. Inoltre, mi sembra di intendere che in generale nella sua scrittura si insista molto sulla fragilità dell'eroe. Alla luce delle differenze e somiglianze tra Achille e Odisseo, ci può dire se ha una preferenza tra i due?

Che l’eroe sia un oltreuomo è veramente una stupidaggine che nei secoli ha prodotto mistificazioni e molta idiozia. L’eroe è uomo fino in fondo, ragione e sentimento, progetti e emozioni. L’eroe è chi sa piangere senza vergogna, come raccontavo nel primo libro della mia trilogia antica. Tutt’altra cosa è il supereroe. Che infatti non è umano, non ha poteri umani, ma superpoteri. Non so proprio perché Brecht ci abbia condannati a quella massima per cui sarebbero beati coloro che non hanno bisogno di eroi. Ma non è che Brecht sia possessore di verità assolute, no?

Quanto alle mie preferenze, credo siano evidenti. Io sono appassionato e impulsivo, non resisto alla tentazione di dire ciò che penso, non faccio molti calcoli. Al tempo stesso ho patito molto per la tentazione di guardare nel futuro e di prendere decisioni guardando nel futuro. Poi ho la mia vita, tutti abbiamo la nostra e ciascuno di noi ha vissuto i suoi grandi dolori. Certo, non posso dire come Achille che la sofferenza che ho provato, una sofferenza così grande, non la proverò mai più. Ma non mi sono risparmiato e cerco a modo mio di godere per quel che ho. La vita è un soffio. Sono assolutamente dalla parte di Achille.

Achille Odisseo Matteo Nucci
La copertina del saggio Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno di Matteo Nucci, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Extra

Di seguito la recensione del libro, a cura di Francesca Salvatori

Achille e Odisseo, dunque. Achille, il guerriero più forte dalla caviglia fragile e Odisseo, il migliore tessitore di inganni, che vive del proprio viaggiare.

Nel saggio di Matteo Nucci vediamo di loro il diverso rapporto con la verità, con la vita e con la morte, con la fragilità umana, con le scelte. Li vediamo diversi nel modo di guardare al passato e di desiderare il futuro. Odisseo al futuro guarda continuamente: pensare alle conseguenze è più importante che seguire l’impulso del momento. Se ti trovi in una grotta chiusa da un masso che solo un essere gigantesco come il Ciclope può spostare, non puoi ammazzare quella creatura, anche se nel frattempo sta facendo a brani i tuoi compagni. Odisseo è l’eroe che guarda al futuro trascurando il presente, ma è anche l’eroe che rifugge il passato: è molto suggestiva l’ipotesi formulata da Nucci in merito al canto delle Sirene, la cui arte sarebbe forse quella di raccontare a ciascuno la verità sul suo passato. Per questo Circe gli suggerisce il noto espediente di ascoltare il canto solo dopo essersi fatto legare dai compagni: Circe sa che Odisseo – che pure vuole ascoltare – non saprebbe più andare avanti una volta conosciuta davvero tutta la verità sul proprio passato.

Ulisse e le sirene. Mosaico pavimentale romano del secolo II d.C., da Dougga e oggi al Museo del Bardo a Tunisi. Foto di Giorces, modificata da Habib M'henni, in pubblico dominio

Ma chi di noi, alla fine, ci riuscirebbe?

«Come potremmo, tutti noi, resistere alla disperazione, quando ci venisse raccontata tutta la verità su ciò che abbiamo vissuto? […] Nessuna verità sul nostro passato ha senso se non quella che scaturisce dalla nostra indagine».

E Achille? Achille è il presente. Più giovane di Odisseo, bello, figlio di madre divina, Achille non guarda oltre la contingenza in nome della volontà di vivere. Achille reagisce all’ingiustizia perpetrata da Agamennone mentre gli altri eroi rimangono in silenzio, benché anche i loro bottini siano messi a repentaglio dal capo della spedizione. Achille non resiste quando Odisseo viene a cercarlo tra le figlie di Licomede: sua madre aveva tentato di nasconderlo travestendolo da ragazza, ma lui svela l’inganno, in cui è coinvolto senza averne preso l’iniziativa, perché troppo forte è il richiamo della battaglia. Eppure, Achille vuole vivere. Sa che il suo destino non prevede un ritorno dalla guerra di Troia, sa che la sua vita sarà breve, ma non si consegna a questa certezza.

Quando rifiuta le scuse di Agamennone, durante la nota ambasceria di Aiace, Fenice e Odisseo, Achille ricorda che per lui esistono due alternative: una vita breve e gloriosa o una vita lunga, ma senza la fama delle sue grandi gesta. Achille non ha dubbi, è meglio la vita, come la sua ombra dirà a Odisseo nell’Ade, è meglio la vita perché senza la vita è tutto perduto.

Achille vive un eterno presente, dicevamo, costruisce il suo tempo nella consapevolezza di non avere un futuro e ignorando questa consapevolezza. Odisseo vive sempre al futuro e, quando questo futuro sembra arrivare, ecco che sembra volerlo spostare sempre più in là. Persino il ritorno a Itaca non è altro che l’inizio di una nuova avventura. Chi dei due eroi vive davvero? Forse vivono solo in modo diverso?

Il saggio di Matteo Nucci, snello e di agile lettura, prende ciò che spesso è noto dei poemi omerici, o che spesso si crede di sapere, e ne fa miniera di spunti di riflessione. Laddove si senta il bisogno di un maggiore approfondimento, la bibliografia è ottima per indagare singoli aspetti che destino interesse o – nella sezione bibliografia ragionata – per cercare la spiegazione di scelte e interpretazioni. A modesto parere di chi sta scrivendo questa recensione, la lettura di questo saggio potrebbe essere stimolante anche per i giovani – che preferibilmente abbiano qualche nozione del mondo classico – perché, senza deturpare l’antico con letture decontestualizzate, e al netto di qualche semplificazione funzionale, racconta gli eroi come uomini nella propria piena realizzazione. Con tutte le differenze e le distanze tra noi e gli antichi, il bisogno di interrogarsi su cosa significhi essere uomini e donne non ci ha abbandonato.

«I poeti greci chiamarono effimeri quegli esseri condannati a vivere “un giorno soltanto” (ephemeros: da epi + emera ossia “di un giorno”). Sapevano bene, conoscendo a menadito Omero, che proprio la finitezza della vita umana la rende sacra e superiore alla vita immortale».

L’uomo non ha controllo sul tempo a propria disposizione, sa solo che questo tempo non è infinito. Proprio questa finitezza rende la sua condizione preferibile a quella degli immortali: ogni scelta è unica, la consapevolezza della fine dà senso a ogni obiettivo. Achille vive come se non sapesse che la sua vita è appesa a un filo: sa che non tornerà da Ilio, ma è in nome della vita che ha lasciato in patria, e che avrebbe desiderato coltivare, è in nome del padre che avrebbe voluto rivedere che consegna il corpo di Ettore a Priamo e condivide con lui il dolore per il destino che accomuna le loro famiglie. Odisseo rifiuta l’immortalità che Calipso gli offre, perché la condizione immutabile della dea, che mai invecchierà e mai vedrà la conclusione della propria vita, somiglia tanto alla morte. Achille si getta nella battaglia sapendo che ogni scontro può essere l’ultimo, e proprio in questa consapevolezza si fonda il grande valore che accorda alla vita. Desiderano avere la morte gli dei che vedono morire i propri amanti mortali.

Solo ciò che è effimero è eterno


Musei: comunicare in digitale. Intervista a Nicolette Mandarano

Che tipo di rapporto c'è tra i musei e il mondo digitale?

È una domanda che sorge naturalmente, soprattutto in questi tempi, ed è stata percepita con urgenza negli ultimi mesi, pur non essendo certo un tema nuovo per gli addetti ai lavori.

Nicolette Mandarano,  Digital Media Curator delle Gallerie Nazionali di Arte Antica Palazzo Barberini e Galleria Corsini, ha realizzato una dettagliata disamina del fenomeno che lega tecnologie e musei nel volume “Musei e Media Digitali”. Il testo ne illustra il processo di nascita e di sviluppo, ma anche i momenti di stasi, dovuti non tanto a carenze tecniche quanto ad una mentalità non sempre in grado di apprezzare la potenzialità del digitale. Non di rado, infatti, lo strumento informatico è percepito come un elemento "contaminatore" della nobiltà dell'arte o addirittura sostitutivo dell'arte. Si tratta naturalmente di un preconcetto: il discorso sotteso alla crescita del digitale espresso, da Nicolette Mandarano, non auspica a sostituire la visita fisica al museo, bensì ad una fruizione sempre più  ampia, coinvolgendo un maggior numero di pubblico.

Riportando esperienze e considerazioni puntuali sull'utilizzo della tecnologia nel mondo museale, Nicolette Mandarano delinea un quadro completo e soprattutto critico di una materia quantomai discussa, e che è stata oggetto di dibattito anche in un'interessante diretta con Christian Greco e Paola Matossi, rispettivamente Direttore e Direttore della comunicazione del Museo Egizio di Torino. Il confronto ha messo in luce aspetti positivi e criticità su temi quali le visite virtuali ai musei, il dialogo della cultura sui social, e i risvolti della digitalizzazione del patrimonio museale.

In questa nostra intervista a Nicolette Mandarano qui di seguito riportata, discutiamo proprio di questi temi.

Nicolette Mandarano
Nicolette Mandarano

Nella diretta con Christian Greco e Paola Matossi si è parlato dell’importanza del dialogo digitale tra istituzione e fruitori online, e di come molte persone che hanno visitato fisicamente il museo - e ne sono state entusiaste - siano propense a seguirlo anche virtualmente. Se questa è una conseguenza molto spontanea che avviene subito dopo l’esperienza positiva, potrebbe non esserlo quando è già trascorso diverso tempo dalla visita. Come si possono, quindi, mantenere vivi l’attenzione e l’interesse dei visitatori nel lungo periodo?

Dobbiamo sempre partire dal presupposto che può non esistere una simmetria fra visitatori “reali” del museo e visitatori online. Ci possono essere persone che non potranno mai compiere la visita al museo e ci saranno, d’altra parte, visitatori che non seguiranno il museo sui canali social o sul sito. Detto questo, la comunicazione deve essere univoca e ben strutturata fra spazio fisico e digitale per consentire a tutti i visitatori, reali o virtuali, di accedere alle stesse informazioni e poter scoprire il museo e le sue opere nel miglior modo possibile e con la scelta di fruizione preferita.

Per mantenere vivo l’interesse nel lungo periodo – che è uno degli obiettivi della comunicazione digitale – è fondamentale il dialogo, che permette di instaurare un rapporto continuativo fra visitatori e museo. Dobbiamo, infatti, ricordare sempre che il web 2.0 è partecipato, quindi un’istituzione culturale non è tenuta solo a veicolare comunicazione e a coinvolgere, ma anche ad ascoltare e rispondere. Il sistema virtuoso del dialogo permette di implementare un rapporto che contempli sia la diffusione e l’incremento della conoscenza, sia la creazione di una community. Se ci si mette in ascolto le persone si metteranno in gioco facendo domande, rilasciando contenuti e partecipando attivamente alla vita del museo. In questo modo la comunicazione si trasforma in una rete di partecipazione e coinvolgimento.

Un tema molto interessante riguarda la reticenza nei confronti delle visite ad un museo, che per alcuni è ancora un luogo che suscita soggezione. Il compito dei social in questo caso è di “agevolare” l’avvicinamento. Quali sono i modi che ritiene migliori per attirare le persone che sono meno sensibili a questi temi?

Il museo ha l’indubbio vantaggio di possedere un patrimonio di storie, bisogna “solo” trovare il giusto modo per raccontarle. È fondamentale lavorare sulle storie, sulle diverse chiavi per raccontarle e sul linguaggio più adatto a farlo, per permettere l’accessibilità al più ampio pubblico possibile.

Io, ad esempio, amo molto lavorare su rubriche ad hoc per dare sempre un taglio diverso alle storie che raccontiamo. Di una stessa opera, di un ritratto per esempio, potremmo raccontare mille cose. La storia del personaggio ritrattato, la storia dell’artista, la storia che probabilmente legava i due personaggi, il contesto storico in cui è nata quella determinata opera, il luogo per cui era stata pensata, che storia ha avuto nei secoli successivi, se è diventata protagonista di un libro o di un film, come accaduto per esempio per il presunto ritratto di Beatrice Cenci, già attribuito a Guido Reni e oggi attribuito a Ginevra Cantofoli e conservato a Palazzo Barberini a Roma. Se anche solo una di queste storie raggiunge il suo obiettivo noi avremo avvicinato un nuovo potenziale visitatore al nostro museo.

La comunicazione in ambito digitale - partita dall'estero - è ormai pratica comune anche nel nostro Paese, Sono ancora percepibili differenze, realtà in cui il potenziale dei social non è dovutamente preso in considerazione? Sarebbe ancora possibile riscontrare problemi di mentalità in questo?

In Italia si trovano ancora molte realtà che non utilizzano le piattaforme social per la comunicazione o che non le utilizzano al meglio, a volte anche per la mancanza di figure professionali dedicate alla loro gestione. I recenti dati pubblicati dall’Osservatorio per l’innovazione digitale nei Beni e Attività culturali del Politecnico di Milano fotografano una realtà piuttosto interessante da questo punto di vista e segnalano che molto è ancora da fare. Dall’ultima rilevazione emerge, infatti, che in questo 2020 il 76% dei musei è presente su almeno una piattaforma social (Facebook è la piattaforma preferita, seguita da Instragram), ma sappiamo che non basta essere presenti sui social per dire di fare comunicazione.

È necessario lavorare ad un piano strategico della comunicazione in generale e poi della comunicazione digitale in particolare. È importante decidere su quali piattaforme essere presenti, sapendo che ogni social ha un suo linguaggio, un suo pubblico, caratteristiche peculiari che la rendono diversa dalle altre, nell’utilizzo e nella fruizione. Bisogna poi capire cosa si vuole comunicare, a chi si vuole comunicare (analisi del pubblico e obiettivi da raggiungere nel coinvolgimento), e poi analizzare quale sia lo strumento più adatto per raggiungere gli obiettivi dati. Inoltre è di fondamentale importanza essere in grado anche di valutare le risorse a disposizione, sia umane che economiche e, ovviamente, bisogna ideare un piano editoriale.

Per affrontare al meglio questa sfida sono necessarie professionalità specifiche, ma sempre dai dati dell’Osservatorio emerge che il 51% delle istituzioni non ha personale dedicato all’innovazione digitale, e questo è un problema non trascurabile. Da un confronto fra i numeri citati possiamo facilmente comprendere come alcune istituzioni siano presenti sui social ma senza personale adeguatamente formato per lavorarci.

Ovviamente ci portiamo dietro ancora dei problemi di mentalità e probabilmente alcune persone ancora non hanno compreso l’importanza della comunicazione digitale in generale e sui social in particolare. Forse i mesi di lockdown dovuti all’emergenza Covid-19 – e immagino anche i mesi che verranno in cui gli accessi ai musei saranno per forza di cose più limitati – hanno però iniziato a far comprendere a tutti, anche ai più “resistenti”, quanto sia necessario essere presenti online e quanto sia necessario fare una comunicazione di qualità.

Daniele da Volterra presso la Galleria Corsini a Roma. Fotografia: Alberto Novelli

Nel momento in cui si fa divulgazione, uno degli aspetti più complessi da affrontare forse è il tono da mantenere: un museo è visitato da specialisti, così come da appassionati, fino ad arrivare a chi è completamente inesperto in materia, e per finire ai bambini. Quali sono le basi di una comunicazione tipo, dalle quali partire e le modalità quindi per differenziarla?

La diversità di pubblici è una delle ricchezze del museo, tuttavia dal punto di vista comunicativo può creare delle complessità. Per quanto riguarda la comunicazione interna al museo è più semplice studiare supporti alla visita, analogici e digitali, che siano destinati a pubblici differenti e con diverse finalità di coinvolgimento.

Per quanto riguarda, invece, la comunicazione online bisogna fare un’analisi per comprendere quale tipologia di pubblico si vuole raggiungere. Solo dopo si può pensare a strutturare una comunicazione adeguata, con un tono di voce che rappresenti l’istituzione e che la renda riconoscibile alla propria community, una modalità espressiva per parlare con il proprio pubblico.

Mi aspetto però, come già accennato sopra, che l’istituzione culturale adotti un linguaggio accessibile ai più, un linguaggio scevro da complessità non necessarie. Se, ad esempio, non si può evitare di utilizzare un tecnicismo mi aspetto che questo venga spiegato in modo da non mettere in difficoltà i fruitori.
Dobbiamo assolutamente fare in modo che l’accesso al museo, fisico o digitale che sia, sia per tutti. Lavoriamo, tutti insieme, per accogliere e per diffondere conoscenza, questi sono due importanti obiettivi della comunicazione museale.

Musei e media digitali Nicolette Mandarano comunicazione digitale
La copertina del saggio Musei e media digitali, di Nicolette Mandarano, pubblicato da Carocci editore nella collana Bussole

Dark Star Oliver Langmead

Dark Star, il futuro in pentametri giambici

Oliver Langmead si erge a cantore di una neo-epica moderna, tra futurologia e primordiale potenza della poesia

Langmead arriva in Italia con puro sperimentalismo, giusto  per evidenziare ancora i coraggiosi  azzardi editoriali (sempre ben ripagati) di Carbonio Editore. Dark Star non è solo un romanzo bensì un contro-canto epico di una fantascienza sporca e nebulosa, ammantata da caligine cosmica ed esistenziale. In parole povere, Dark Star è un poema  in pentametri giambici, il metro classico dell'alta poesia inglese, e fonde istanze dantesche alla sensibilità  tragica del moderno storytelling noir e fantascientifico.

Langmead infatti tratteggia un suo personale inferno urbano, Vox, con il cielo assediato dall'eterna notte della Dark Star. Sullo sfondo, come tenebre striscianti, gli esseri umani di un futuro oscuro e  agonizzante, quasi profetizzato dalle incisioni di William Blake. Pentametri giambici al servizio del futuro e di una fantascienza post-elisabettiana e punk rock. Blade Runner incontra Samuel Coleridge.

 

La copertina di Dark Star di Oliver Langmead, tradotto da Nicola Manuppelli e pubblicato da Carbonio Editore nella collana Cielo Stellato

La trama si snoda attraverso i classici topoi del noir, omicidi, scontri tra potenti fazioni che detengono le redini della città di Vox, uso di sostanze stupefacenti come il Prometeo.  Prometeo titano della libertà e dell'ingegno umano diventa ente schiavista a cui l'umanità si aggrappa per sopravvivere nell'ombra di un sole ormai remoto; sepolto in miti antichi quanto il ratto d'Europa.  Prometeo droga dorata, liquida, linfa di sole che scava nelle vene di fantasmi umanoidi.

Dante e Virgil, archetipi corrotti e super-umani dei due sommi poeti che ascendono dall'inferno al purgatorio. Dante e Virgil, poliziotti disillusi in un città massacrata da tiranni corrotti e criminalità dilagante.

Il tutto è narrato con una voce superba, remota e distante come l'eco di un dio minore che piange dal suo simulacro ligneo. Dark Star è una sintesi tra fantascienza, noir e detective story, il risultato è un avvincente  tessuto  poetico che sfocia in una prosopopea moderna che racconta la solitudine eterna dell'uomo.

Infine, la dicotomia finale. Lo scontro tra le tenebre  e la luce.

Nessuno vincerà, per l'eterno equilibrio dell'immobile dannazione umana.

 

Dark Star Oliver Langmead
Foto di Lumina Obscura

Dark Star,  con Oliver Langmead

Dante e Virgilio, due maestri della letteratura e della Divina Commedia sono dispersi in nuovo inferno urbano, Vox. Che splendida idea, puoi dirci di più sulla genesi di Dark Star?

Questo è molto gentile da parte tua! Penso che Dark Star sia un'amalgama di diverse influenze. Ovviamente, ci sono Virgilio e Dante, insieme i principali personaggi della Divina Commedia e i grandi poeti della tradizione epica, ma io devo anche citare Milton, da ciò si evince la grande influenza del Paradiso perduto sulla metrica. Il libro è un noir, una detective story, che si ispira al padre del genere, Raymond Chandler e il suo detective Marlowe, ma anche a Sin City di Frank Miller, che è riuscito a catturare quel ritmo noir, ormai stereotipato, così magnificamente. E allo stesso modo, il libro è una storia investigativa di fantascienza, che può ricordare diversi lavori, come La Città e la Città di China Mieville, Altered Carbon di Richard K. Morgan e anche diversi film come Blade Runner e certamente Dark City. Da tutto questo, e molto altro, il libro è venuto alla luce.

Fantascienza, noir, detective story, tutto questo in pentametri giambici. Quanto è stato difficile usare questa metrica e che feedback hai ricevuto dal pubblico?

Scrivere in maniera efficace seguendo una metrica rigorosa è molto difficile, il che testimonia la grandezza di artisti come Virgilio, Dante e Milton, ma ha anche un notevole svantaggio: può essere molto monotono da leggere, perché ha un ritmo molto particolare. Volevo scrivere un poema epico per un pubblico contemporaneo, e per questo volevo renderlo molto leggibile, volevo scrivere un poema che invogliava a girare pagina e il metro è la chiave di volta di tutto ciò. Al posto del tradizionale schema metrico-ritmico ormai monotono nei lavori classici, ho optato di usare la voce della detective story in tinte noir, con i suoi codici di linguaggio perennemente mutevoli e riconoscibili. Ogni frase di Dark Star è lunga dieci sillabe come il pentametro giambico richiede, ma rinuncia ai rigidi piedi sillabici per qualcosa di molto più accessibile. Il feedback finora è stato meraviglioso, e ha superato di gran lunga le mie aspettative. La mia parte preferita, quando recensiscono il libro, è vedere quali versi vengono citati dal recensore, e ognuno ne seleziona di diversi!

Dark Star è un nuovo poema epico per la modernità?

Non credo di essere così audace da ambire a questo onore per il mio libro! Tutto quello che posso sperare per Dark Star è qualcosa di insolito, che può interessare i lettori che cercano di provare qualcosa un po' più sperimentale. Per quanto Dark Star sia una storia d'amore per l'epica, è anche una storia d'amore per il noir, e la fantascienza, e spererei che chiunque ami questi generi possa trovare qualcosa da amare in Dark Star.

Le ombre e la luce sono i veri protagonisti di questo noir claustrofobico, e dopo averlo letto non so se avere paura della luce o dell'oscurità

Penso che potresti aver ragione, Virgil è certamente l'incarnazione della sua città, con tutta la sua oscurità travolgente e fugaci scorci di luce. Alcuni lettori mi hanno detto che dopo aver finito Dark Star, hanno trovato un nuovo apprezzamento per il nostro meraviglioso sole luminoso! Qui, in Scozia, gli inverni si fanno molto bui, e ogni anno, quando i giorni cominciano ad allungarsi, mi ritrovo grato di non dover vivere nella notte perpetua di Vox. Detto questo - penso che sia un posto che mi piacerebbe visitare di nuovo, un giorno. La versione inglese del libro è stata pubblicata il giorno dell'eclissi solare, quindi forse tornerò a Vox in tempo per la prossima.

Dark Star Oliver Langmead
Foto © Oliver Langmead

Recensione Alternativa

Caligine.

Gli Spettri avanzano piangendo droga dorata

da occhi neri come Averni.

Vox, città di Dite in un futuro senza sole,

una Stella Oscura nel cielo  sfida

teorie eliocentriche elleniste e

modernità astronomiche.

Il sole è una tomba di ricordi celesti.

Profezie ed eclissi, in coppia fino alla fin

del mondo.

Prometeo, non titano della libertà,

ma piacere liquido che soffoca le vene,

semidio imprigionato in siringhe di plastica;

l'ago suda gocce gialle come albe dimenticate.

Vox, nuova Sodoma.

Virgilio, Dante, vecchi nomi per nuovi inferni.

Poeti che sputano bestemmie e sposano

pistole e distintivi.

Loro, i messia di questa Sin City

che luccica nell'ombra di un cielo

di Blade Runner.

Detective disillusi,

omicidi e corruzione.

Caligine,

Vox ha perso uno dei suoi Cuori

un'apocalisse di luce sorgerà

e nella notte eterna

tra le onde dello Stige

farà capolino il Bianco.

John Milton, ecco il Paradiso Perduto,

guarda i tuoi eredi oscuri

perduti nel pentametro giambico

di un poeta delle Highlands;

impuro figlio di Wordsworth

Oliver Langmead,

cantore della neo epica

claustrofobica.

Fantascienza,

noir,

cos'è Dark Star?

Se non il riflesso dei

giorni

di un futuro

passato.


Museum Week 2020: ne parliamo con Fabio Pariante

È tempo di bilanci per questa insolita edizione di MUSEUM WEEK 2020. Il festival culturale internazionale, dedicato alle Istituzioni sui social, ha visto affrontare questa edizione con tanti dubbi e domande, a causa di questa delicata situazione sanitaria che l'intero mondo sta vivendo. Dopo un'attenta e accurata riflessione però, si è deciso di andare avanti ed essere comunque presenti, modificando gli hashtag dell'edizione ma non lo spirito della manifestazione.

Ora più che mai, la riscoperta dei social ha permesso, durante il lockdown, una vicinanza che forse mai prima si era avvertita, distanti ma uniti e con la possibilità soprattutto per le Istituzioni, di condividere collezioni, oggetti, far parlare volti che fino ad ora il pubblico conosceva magari solo parzialmente.

Un mondo nuovo di utilizzare uno strumento di comunicazione che è stato sempre più rivalutato anche per il mondo della cultura e un'opportunità quanto mai irripetibile per non staccarsi dal proprio pubblico di visitatori e potenziali visitatori creando rete tra le stesse Istituzioni e gettando le basi di un futuro che ci vedrà sempre più in rete facendo rete.

https://www.facebook.com/MuseumWeekOfficial/photos/a.308895969541586/951970425234134/?type=3&theater

Togetherness è stato l'hashtag lanciato per questa edizione 2020; ora più che mai questa parola assume un valore: "insieme". L'unione è stata fondamentale proprio perchè il virus ci ha allontanati ma solo con l'unione stiamo riuscendo ad uscire da questa tragica situazione e sarà, anche per il futuro, l'unico modo con cui l'umanità potrà affrontare le sfide del ventunesimo secolo.

Unione che sottolinea anche il mondo della cultura, che crea un legame, lo rafforza, lo porta a livelli sempre più alti e costituisce le basi della nostra società. L'arte e la cultura sono fondamentali per l'umanità e kermesse come la Museum Week non fanno altro, attraverso le Istituzioni, a celebrarla nelle sue forme più alte.

https://www.youtube.com/watch?v=MCp5yXBieC8&feature=emb_logo

Gli obiettivi della #MuseumWeek sono quanto mai importanti: consegnare e fare conoscere a tutto il mondo l'arte e permette, ancora una volta in maniera eccezionale di legare, scambiare, far circolare idee, nuovi orizzonti di ricerca anche sulle piattaforme digitali. Anche l'Italia partecipa sempre più attivamente a questa iniziativa con la diffusione di immagini e contenuti che fanno dialogare in una escalation di emozioni i temi lanciati per 7 giorni sui social.

Con l'occasione abbiamo chiesto a Fabio Pariante, giornalista e referente per l'Italia del progetto #MuseumWeek di fare un bilancio di questa edizione.

La #MuseumWeek unisce virtualmente tutto il mondo della cultura attraverso i canali social e mai come quest’anno si è sentita maggiormente la necessità di iper-connessione. Si è avvertito anche fra istituzioni questo particolare legame?

Assolutamente sì. Abbiamo confermato l’edizione 2020 quasi come una sfida, consapevoli del lockdown, considerando i musei chiusi.

Ad eccezione di qualche piccolo aggiornamento per adeguarci alla situazione, abbiamo ritenuto opportuno confermare il nostro programma definito in tempi non sospetti, a partire dal tema centrale di quest’anno con #togetherness: oggi più che mai appunto, l’unione ha un valore molto importante che bisogna cogliere sempre e farne tesoro.

Abbiamo avuto oltre 60mila utenti unici in tutto il mondo: un’unione molto evidente tra i partecipanti tutti, non solo per quanto riguarda l’Italia. Insomma, un ottimo risultato!

https://www.facebook.com/275660979531752/posts/956959014735275/

Come vengono visti i canali virtuali in Italia e nel resto del mondo? Ritieni che siano strumenti ormai imprescindibile per una buona diffusione dell’arte e dell’istituzione stessa? Riscontri differenze tra Italia e resto del mondo?

In generale, considero il digitale una prerogativa importante per qualsiasi realtà, brand e paese. Bisogna adeguarsi ai tempi che cambiano e quindi è fondamentale investire in questo senso. Significa darsi nuove opportunità e questo vale anche per le figure professionali del settore, a mio avviso, non solo per le istituzioni.

Nel mio lavoro, sia in Italia che all’estero, mi capita spesso di conoscere soprattutto artisti che non hanno un sito internet per pigrizia o per poco interesse. Preciso: non è obbligatorio, ma secondo il mio parere è un punto importante sul quale bisogna fare leva per il proprio business e spesso, anche le istituzioni purtroppo, non sono presenti su alcuni social network principali, quali Instagram, Facebook, LinkedIn e Twitter.

In Italia stiamo sulla buona strada, anzi. Ci sono musei che investono molto in questo senso, anche per quanto riguarda le mostre, dove la tecnologia aiuta molto il pubblico di massa ad avvicinarsi all’arte, soprattutto, per farla conoscere ai più piccoli.

#Togetherness è stato l’# ufficiale della manifestazione 2020. Quanto è stato sentito in questo particolare momento questo tema?

Come ho precisato prima è stato un tema molto sentito. Ne ho avuto la netta percezione quando l’ultimo giorno del festival, il 17 maggio con #SogniMW, molte istituzioni hanno condiviso in rete il desiderio di tornare al proprio quotidiano, di riaprire le porte ai visitatori e ai nuovi progetti.

Va bene il digitale, ma il rapporto umano viene prima di tutto. Bisogna trovare il giusto compromesso come in ogni cosa: la forza risiede nell’entusiasmo di chi svolge il proprio lavoro con dedizione e passione.

https://www.facebook.com/MuseumWeekOfficial/photos/a.308895969541586/950884912009352/?type=3&theater

 

7 giorni, 7 temi, 7#. Com’è organizzare un evento mondiale e come si scelgono le tematiche che lanciate ogni anno?

Dietro a un evento del genere c’è un grande lavoro di squadra e di pianificazione. Certo, l’imprevisto, le difficoltà non mancano mai, ma si è sempre pronti a qualsiasi necessità.

Diversi in ogni edizione, gli hashtag sono il risultato di una scelta ponderata di Benjamin Benita, fondatore e coordinatore del progetto #MuseumWeek, e dal confronto con i community manager di tutto il mondo. Ad ogni modo, i sette temi come il main hashtag, la causa globale, talvolta vengono valutati anche in base agli eventi collaterali.

https://www.facebook.com/MuseumWeekOfficial/photos/a.308895969541586/951322265298950/?type=3&theater

L’emergenza che stiamo affrontando ha inevitabilmente cambiato anche il modo di gestire la comunicazione delle Istituzioni culturali. Pensi che questa vicenda abbia rafforzato la voglia di aumentare i contenuti online o invece quando tutto tornerà alla normalità la quantità e la qualità pian piano andranno a scemare?

Credo che questa emergenza sanitaria abbia risvegliato e in alcuni casi svegliato la voglia e la necessità di produrre contenuti online per non cadere nell’oblio. Voglio dire: credo sia giusto provare a offrire al pubblico maggiori opportunità di interazione, poi la scelta resta sempre all’utente.

Mi auguro quindi che la quantità, ma soprattutto la qualità dei contenuti online, sia sempre presente. La tecnologia offre tante opportunità e bisogna saperle individuare e metterle a disposizione.

Da giornalista conosci bene anche delle piccole regole per una buona comunicazione. Secondo te in che modo un Museo, un Parco può definirsi un “buon vettore” per i propri contenuti online?

Una realtà culturale deve raccontarsi il più possibile e quindi individuare il proprio storytelling e i punti di forza. In realtà, in qualità di utente, mi piacerebbe leggere la storia di un’opera, qualche aneddoto particolare - così da incuriosire il pubblico-, il backstage di un progetto e poi certo, visite virtuali, live con il personale e perché no, qualche intervento di visitatori speciali.

Come hanno risposto le Istituzioni Italiane alla #MuseumWeek?

Direi benissimo! In riferimento ai dati globali, l’Italia è il primo paese, segue la Spagna, la Francia, poi gli Stati Uniti e altri. Tra le dieci istituzioni che hanno creato maggior engagement, quest’anno ci sono ben tre realtà italiane: all’ottavo posto il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, al sesto MuseItaliani e al quarto posto il Parco Archeologico di Pompei.

In merito ai risultati europei invece, rispettivamente quinto e quarto posto, MuseItaliani e il Parco Archeologico di Pompei.

https://www.facebook.com/MuseumWeekOfficial/photos/pcb.956520661445777/956512741446569/?type=3&theater

 

Secondo te esiste ancora questa reticenza nell’utilizzo dei social o pian piano pensi che la comunicazione si stia aprendo sempre più a nuove sfide comunicative?

Penso che i social network debbano essere considerati un’opportunità, un collante per creare engagement in rete, con la mission di far arrivare l’utente nelle istituzioni. Quindi, dal virtuale alla realtà concreta, per farla breve. Poi certo, bisogna seguire il mondo della comunicazione, in continuo cambiamento.

Bilancio MW2020?

Considerando il periodo nel quale si è svolta questa edizione, direi pienamente positivo, oltre ogni aspettativa! La #MuseumWeek si conferma il primo festival digitale al mondo dedicato alle istituzioni e inoltre, quest’anno abbiamo lanciato ufficialmente il magazine MuseumWeek, di cui sono editorial chief.

Quali saranno gli obiettivi futuri della MW?

Abbiamo già annunciato una seconda edizione a novembre, per la prima volta due in un anno: pensiamo che sia giusto supportare le realtà culturali di tutto il mondo in questo particolare periodo storico. Inoltre, stiamo lavorando ad alcune idee in merito al magazine e ad altri progetti, ma è ancora presto per darne notizia. Intanto potete seguirci sul sito istituzionale, attraverso la newsletter e sui social network ufficiali.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=1&v=SPZZU_fDE80&feature=emb_logo

Fabio Pariante Museum Week
Foto di Daniel Nebreda

L'Italia trionfa al Bram Stoker Award con Alessandro Manzetti, il poeta dark

Alessandro Manzetti vince per la secondo volta il Bram Stoker Award, nella sezione poetica con la raccolta The place of broken things scritta insieme a Linda D. Addison.
È la seconda volta che conquista questo prestigioso premio, ma la cosa più importante è che sia stato l'unico italiano nella storia del premio ad averlo vinto. È anche editore della Indepedent Legions Publishing di Trieste e si occupa di promuovere la letteratura dark, gotica e horror. Con lo pseudonimo di Caleb Battiago ha scritto molti romanzi e firmato raccolte di racconti per il pubblico italiano.

 

Iniziamo con le domande più semplici (o forse le più difficili). Come ci si sente a vincere un Bram Stoker Award? E a vincerne due?

Naturalmente è una grande soddisfazione, il Bram Stoker Award rappresenta, per gli autori horror e dark fantasy, uno dei traguardi più ambiti a livello internazionale, un punto d’arrivo e nello stesso tempo di ripartenza, e un riscontro di notevole importanza per il proprio lavoro. Difficile spiegare come ci si sente, cosa si prova, a salire sul palco per accettare un premio di tale caratura, come mi è successo nel 2016, a Las Vegas; la mia prima volta, che è quella che lascia il segno più profondo.

La kermesse della convention annuale (lo StokerCon) che ruota attorno alla cerimonia di premiazione è di grande impatto. L’emozione è forte, specie quando si rappresenta un paese, l’Italia, che non aveva mai portato un proprio autore fino a quei livelli, considerati (erroneamente) dai nostri stessi connazionali come inaccessibili fino a poco tempo fa.

Vincere di nuovo il premio quest’anno, e quindi confermarsi, è ancora più difficile e importante; è una sorta di certificazione, da parte di tantissimi colleghi e operatori del settore, e dunque del mercato internazionale stesso, della continuità di un percorso artistico di qualità portato avanti negli anni, che nel mio caso era già stato avvalorato in precedenza, attraverso 10 nomination ricevute in varie edizioni del premio, a partire dal 2014, e in diverse categorie.

Però l’emozione della prima volta non è ripetibile, a livello personale, e la stessa cosa mi hanno raccontato altri autori, parlandomi della loro esperienza a questo premio.


Ho avuto il piacere di leggere in lingua originale il volume che ha meritato di vincere il Bram Stoker: parlo ovviamente di The Place of Broken Things (Crystal Lake Publishing). Una raccolta di poesie struggenti, dolci, oscure e scritte con l'anima, davvero uniche. Ci sarà modo di leggerle anche in italiano?

Purtroppo in Italia la poesia moderna e contemporanea non ha mercato, se non per i classici, e questo è un vero peccato, considerando invece la dignità, importanza e visibilità offerta a questa forma di comunicazione in tutti gli altri paesi, dagli Stati Uniti all’Europa.

Non credo che l’opera sarà tradotta in Italiano, non ho ricevuto manifestazioni di interesse di editori del nostro paese, ma per i lettori italiani ci sarà l’opportunità di leggere alcune poesie incluse in The Place of Broken Things (pubblicato in inglese dall’editore Crystal Lake Publishing) all’interno di una raccolta di racconti e poesie in uscita questi giorni per la mia casa editrice Independent Legions, dal titolo I Sogni del Re Nero, un’edizione a tiratura limitata, da collezione.

Diversamente, l’altra mia raccolta di poesie vincitrice nel 2016 del Bram Stoker Award, Eden Underground, è stata pubblicata anche in italiano, in edizione illustrata, dall’editore Cut Up Publishing. Ma si tratta della classica eccezione che conferma la regola.

La poesia in Italia, a causa di una formazione scolastica inadeguata, e della conseguente poca conoscenza della materia da parte di gran parte di lettori ed editori stessi, legati ad antichi pregiudizi di forme e linguaggi di tempi lontani, è purtroppo marchiata come difficilmente commercializzabile, e se ne disinteressano, mentre in tutti gli altri paesi viene considerata (come è giusto e normale che sia) un’essenziale contributo alla cultura, e punta di avanguardia anche della fiction, che da sempre è stata profondamente nutrita e influenzata dalla poesia, in termini di visione e linguaggio.

Vai a far capire, qui da noi, che la poesia (che esiste anche di genere, quindi dark o speculativa) è la forma più moderna e attuale di scrittura, la più affilata per raccontare le dinamiche del mondo contemporaneo, non il contrario, come purtroppo viene ritenuto nel nostro mercato.

In Francia, tanto per parlare di un paese europeo, senza prendere sempre come esempio il mercato di lingua anglosassone, la poesia viene promossa, divulgata, tradotta, pubblicata in tutti i modi e canali/media possibili.
Un mercato, il loro, che promuove anche gli editori indipendenti, che non sono vittime di cartelli di distribuzione, e dunque è facile trovare pubblicazioni di qualità in ogni libreria (e in vetrina) che non sono per niente meri supermercati di libri.

Invito lettori ed editori (in particolare) a tirar fuori la testa, per un momento, dalla cupola trasparente che tiene sottovuoto il nostro mercato editoriale, e a stupirsi di ciò che accade nella maggior parte degli altri paesi, anche a pochi chilometri da noi.

Non serve nemmeno parlare degli Stati Uniti e Inghilterra, mercati sui quali ormai lavoro da anni, che fin dall’inizio si sono mostrati aperti e interessati a recepire opere di qualità, sia prosa che poesia, senza dover contare su amici in paradiso. I premi internazionali, e le tante mie opere pubblicate in lingua inglese (e non solo) sono prova di questo diverso approccio editoriale.

Un libro scritto a quattro mani con Linda D. Addison e credo sia impossibile non parlare di lei. Come è nato e come si è sviluppato questo sodalizio? Ci nascondete un nuovo progetto?

Scrivere un libro insieme a una cara amica e grande poetessa come Linda è stata un’esperienza formidabile per entrambi. Il sodalizio è nato anni fa per l’amicizia e il feeling che ci lega, non per lo stile e visione delle nostre poetiche, che è molto diverso.

Per i poeti, scrivere assieme e collaborare, e dunque stimolarsi a vicenda, è cosa naturale da sempre, così nel 2016 è nata l’idea di scrivere assieme una raccolta di poesie dark/speculative, che si è materializzata lo scorso anno con The Place of Broken Things.

Gran parte delle opere contenute nella raccolta sono scritte a quattro mani, e ciò ha materializzato qualcosa di diverso, che va oltre me e Linda come singoli autori. Ha preso vita uno stile e visione peculiare di un’unione artistica. Nonostante le profonde differenze, siamo riusciti a mescolare in modo armonico le nostre singole voci e visioni, creandone una nuova di zecca. Scrivere assieme, come ha più volte affermato la stessa Linda, Premio Bram Stoker Award alla carriera, è stato semplice e naturale. Sicuramente in futuro lavoreremo ancora assieme, per un altro progetto che abbiamo già in testa, e nel cuore.

Tra le poesie che trovo più belle c'è senza ombra di dubbio Kolkata's Little Girl e la rivisitazione di Linda con Philly's Little Boy. Quanto è importante nel tuo immaginario l'India e in particolar modo Calcutta?

Qui parliamo di due poesie ‘soliste’ della raccolta, quindi non scritte a quattro mani, ma anche in questo caso la collaborazione artistica a tutto tondo si è ben manifestata, in quanto Linda ha scritto il suo pezzo ispirandosi al mio, quindi creando una virtuosa connessione.

L’India è sempre stata uno dei cardini della mia immaginazione, basti pensare ai miei romanzi Naraka, Shanti e Samsara (titoli in sanscrito) che contengono riferimenti alle tradizioni e filosofie induiste. La città di Calcutta invece è entrata nelle mie visioni successivamente, diventandone sempre più protagonista, grazie al celebre racconto Calcutta Lord of Nerves di Poppy Z. Brite, che tradussi cinque anni fa (opera mai apparsa prima di allora in italiano, eppure da anni già tradotta in diverse lingue) e poi per la sceneggiatura che ho scritto recentemente (adattamento di quel racconto) della graphic novel Calcutta Horror (che ha ricevuto proprio quest’anno una nomination al Bram Stoker Award), illustrata da Stefano Cardoselli, che mi ha costretto a studiare a lungo e nei dettagli la città, scoprendone ogni singola via, cosa che ha aumentato a dismisura il mio interesse per quella che viene definita City of Joy (Città della Gioia), nonostante la povertà, le immense baraccopoli, le sperequazioni sociali e tanti altri aspetti negativi, noti a tutti, di quei luoghi e regioni.

Studiando e approfondendo, ho scoperto la magia e i colori metafisici di Calcutta, e ne sono rimasto imprigionato, tanto da scrivere poi altri racconti ambientati nella Città della Gioia, e sto per accingermi a lavorare a un’altra sceneggiatura, stavolta con un mio soggetto originale, per una graphic novel ambientata in questa città che non ho mai visitato, ma che ha penetrato profondamente le mie emozioni.

Non solo autore, ma pure editore e curatore delle pubblicazioni per Indipendent Legion Publishing, realtà editoriale vivacissima e attenta a proporre contenuti di qualità e testi altrimenti inediti e non nel focus dei famosi "grandi editori". Parlaci dell'obiettivo della tua casa editrice, del perché è così importante (ri)leggere il dark fantasy, l'horror, il weird e tutte le sfumature che ne derivano

L’obiettivo della mia casa editrice penso sia evidente, basta osservare l’offerta che abbiamo messo in piedi durante questi anni, caratterizzata da opere tradotte in italiano di grandi autori internazionali di genere, molti dei quali dimenticati o sconosciuti ai lettori italiani.

Come editore sono orgoglioso di aver tradotto e opere inedite in italiano di autori del calibro di Clive Barker, Richard Laymon, Ramsey Campbell, Poppy Z. Brite, Robert McCammon, Jack Ketchum, Brian Keene, John Skipp e Craig Spector, David J. Schow e tanti altri.

Sono ancora più felice di aver pubblicato per la prima volta nella nostra lingua altri grandi maestri, come Edward Lee, Charlee Jacob, Richard Christian Matheson (con una sua opera completa), Owl Goingback, Nicole Cushing, giusto per citarne alcuni, e di aver pubblicato diverse antologie di racconti di alto livello, contenenti opere di autori da noi già molto noti (King, Lansdale, Ellison, Gaiman, Lindqvist) ma anche di interpreti da conoscere (Kiernan, Etchison, Hodge, Lumley).

La missione di Independent Legions è dunque ben chiara, proporre ai lettori italiani le opere dei grandi maestri dell’horror e del dark fantasy internazionale, che erano diventate sempre più irreperibili (perfino classici come ‘Schiavi dell’Inferno’ di Barker o ‘Cadavere Squisito’ di Poppy Z. Brite, che abbiamo tradotto di nuovo e ristampato).

Oltre al beneficio per i lettori, che possono scoprire nuovi interpreti di genere, e riscoprire o approfondire i grandi maestri, ciò che sta portando avanti la mia casa editrice è di indubbio valore per la diffusione nel nostro paese di cultura di genere, e di ricucire un movimento degno di questo nome, di appassionati e autori stessi.
Il genere horror/dark fantasy, con tutti i vari sottogeneri, può proporre titoli per tutti i gusti, e conoscerne storia, derivazioni e nuove interpretazioni, con vista internazionale, è una grande opportunità.

Ma, oltre all’offerta per il mercato italiano, Independent Legions opera direttamente anche sul mercato internazionale, con un’offerta di titoli in lingua inglese, diversi dalla selezione di opere in lingua italiana, alcuni dei quali premiati o in nomination in molti importanti premi internazionali. Un’altra caratteristica molto peculiare della mia casa editrice.
Manzetti Bram Stoker Award

Una delle cose che mi ha colpito di più del vostro lavoro è il connubio tra "letteratura d'intrattenimento" e apparati critico-saggistici, come per esempio i titoli Leggere Stephen King, Horror Guru e Colpevole ma pazza; questo è sicuramente ammirevole perché noi fruitori  possiamo anche essere, come nel mio caso, animati da interessi accademici e divulgativi. Questa inclinazione connota la casa editrice come una voce importante del panorama culturale di questa letteratura, intendete proporre altri volumi simili?

Oltre alla narrativa e al fumetto di genere, pubblichiamo anche saggistica, e ai titoli da te menzionati intendiamo aggiungerne altri, per rafforzare quest’offerta specifica; pubblicazioni mirate alla formazione e approfondimento del lettore. Fatto sta che il programma Elite, dedicato ai migliori lettori di Independent Legions, propone tra l’altro titoli di saggistica gratuiti, in funzione della formazione del lettore, cosa penso senza precedenti in Italia.

Il progetto integra pubblicazioni di grandi classici del genere come le poesie di Poe e Crowley e le ritraduzioni "moderne" dei racconti lovecraftiani. Avete annunciato una nuova edizione integrale della Justine scritta da De Sade. Ci parleresti nel dettaglio delle attenzioni filologiche che state dedicando al capolavoro del marchese ?

Oltre alla narrativa horror e dark fantasy moderna e contemporanea, che resta il nostro focus principale, abbiamo recentemente ampliato l’offerta con la creazione delle collane Specters, dedicata ai grandi classici di genere (vedi Poe e Lovecraft), includendo anche la poesia, e Imaginarium, caratterizzata da una selezione di capolavori precursori del moderno hardcore horror o della letteratura dark contemporanea, con titoli come Justine di De Sade o Le Undicimila Verghe di Apollinaire.

Per quanto riguarda Sade, stiamo attualmente lavorando a un recupero storico del celebre romanzo ‘Justine’, per una nuova traduzione (naturalmente integrale) della primissima versione dell’opera, scritta dall’autore durante la sua permanenza alla Bastiglia, differente dalla successiva versione modificata da Sade e poi data alle stampe (l’edizione che poi viene comunemente tradotta in italiano).

Per la ricerca del testo originale di riferimento e per la traduzione, ci siamo affidati a un gruppo di artisti, scrittori e traduttori che opera in Francia per nostro conto, dedicato alla letteratura francese, capeggiato da Barbara Manzetti, ballerina, artista, scrittrice e scenografa che lavora nell’ambiente artistico parigino da oltre trentacinque anni.
La nostra Justine in questo momento è già stata tradotta, e stiamo revisionando il testo per mandare in stampa il libro.

Leggendo Il Libro degli Orrori, raccolta antologica dei grandi maestri del settore,  scopro che il curatore Stephen Jones denuncia la presenza sempre più invasiva (se non un vero e proprio monopolio per il settore) dell'horror lite, ovvero quella letteratura che stempera i toni e gli obiettivi del vero horror. Secondo te con i tuoi scritti e le tue proposte editoriali stai riportando l'attenzione dei lettori verso standard nuovi per questo genere? Ovviamente senza rinunciare allo sperimentalismo e all'originalità dei contenuti

Si parla molto dell’horror lite, sul mercato internazionale, ed effettivamente negli ultimi anni ha una certa prevalenza tra le opere pubblicate. Credo si tratti del tentativo di avvicinare al genere una più ampia audience, ma non è una strategia che condivido. L’horror fiction, che si suddivide in molti rivoli e correnti, sottogeneri e contaminazioni (queste specie negli ultimi anni) andrebbe comunicato meglio, più che tagliargli le ali, scardinarne alcuni punti di forza o adattarlo a qualcosa di diverso dalla sua essenza. Molti lettori potrebbero avvicinarsi a questo genere, avendo informazioni più accurate, senza essere deviati altrove da pregiudizi costruitisi negli anni a causa della scarsa conoscenza dell’argomento ‘letterario’, che viene equiparato, grossolanamente, con la cinematografia di intrattenimento di genere, che fa da erroneo ‘testimonial’ di qualcosa di molto diverso, in realtà.

Le mie proposte editoriali, sia come autore che come editore, cercano dunque di diffondere il genere per ciò che è, nella sua massima espressone di qualità e non di semplice intrattenimento, senza cercare mezze misure, ma accendendo la luce sulle tante meraviglie sconosciute che purtroppo il più delle volte restano nell’ombra.
Lavorando con passione, e selezionando le giuste opere, gli appassionati stanno iniziando ad aprire gli occhi, e capire di quante belle cose sono stati privati da una pessima editoria (e comunicazione) italiana di genere, e dai tanti pregiudizi senza alcun fondamento dai quali sono stati bersagliati, e danneggiati.

 

 

Tutte le foto sono state gentilmente fornite da Alessandro Manzetti


Palokaster Cosma Damiano

Epirus Vetus: scavi nella fortificazione di Palokaster e culto dei santi Cosma e Damiano

Epiro, regione storica situata sul Mare Adriatico, a Nord Ovest dell’antica Grecia e che oggi, in gran parte, corrisponde ai territori dell’Albania.

La regione venne conquistata dai romani verso il 168 a. C., ma solo con l’imperatore Traiano avrebbe ricevuto lo statuto di provincia autonoma, separata dalla Macedonia.

A partire dal III secolo d. C. la regione fu interessata da una serie di invasioni ed in funzione della necessità di difendere e riorganizzare il territorio in età dioclezianea, la regione venne divisa in due nuove province, denominate rispettivamente Epirus Nova ed Epirus Vetus.

Proprio nell’Epirus Vetus, nella valle del fiume Drino, lungo l’importante asse viario Apollonia-Nikopolis, venne edificata la fortificazione di Palokaster (anche Palokastra), in un’area oggi compresa nell’Albania meridionale, nella regione di Gjirokaster.

Dal 2018 la fortificazione in questione è soggetta ad attività di ricerche archeologiche coordinate dall’Istituto Archeologico di Tirana, con la direzione di Luan Përzhita, e dall’Università di Macerata, con direzione affidata a Roberto Perna.

Le ricerche hanno interessato due aree diverse del perimetro della fortificazione. Il primo saggio ha riguardato la “Porta Ovest”, accesso principale dell’insediamento; il secondo l’edificio di culto interno.

Proprio sull’edificio religioso vira la nostra attenzione, in quanto la scoperta di un frammento di laterizio ha fornito un contributo eccellente a tutta la ricerca scientifica. In particolare, il laterizio riporta su entrambi i lati delle incisioni. La Faccia A riporta un’iscrizione incisa dopo la cottura, su due linee sovrapposte, preceduta e conclusa con una croce latina. L’iscrizione in questione riporta i nomi dei due martiri Cosma e Damiano, il cui culto era diffuso enormemente nella parte orientale dell’Impero Romano, soprattutto dopo l’insediamento sul trono di Giustiniano. L’analisi stilistica effettuata ha dimostrato che il tipo di scrittura ha i suoi natali nel III secolo d. C. In particolare, però, l’incisione è di grande importanza perché, anche  considerando che il culto di Cosma e Damiano si afferma tra la fine del IV secolo e gli inizi del V secolo d. C., costituisce l'unica attestazione, attualmente ritrovata, del culto dei due santi Anargyroi (guaritori) nell’Epirus Vetus

Palokaster Cosma Damiano

La Faccia B, invece, riporta un’iscrizione che recita l’acclamazione a Dio santo, forte e immortale, che entra nella liturgia bizantina alla metà del V secolo ed è comunemente noto col nome trisagion. Le due iscrizioni sono state eseguite da mano diversa e in due momenti distinti (sebbene ravvicinati, e comunque entro il VI secolo, secondo gli studiosi) della vita dell’edificio religioso.

Per informazioni più dettagliate non resta che consultare l'importante studio di Simona Antolini, Silvia Maria Marengo, Yuri A. Marano, Roberto Perna, Luan Përzhita, La prima attestazione del culto dei Santi Cosma e Damiano nell'Epirus Vetus dagli scavi della fortificazione di Palokastra, contenuto nel volume 97 dell’Annuario della Scuola Archeologica di Atene e delle missioni italiane in Oriente (2019).

Hadrianopolis

Come ci ha spiegato il professor Roberto Perna, «l'attività a Palokaster è parte di un lavoro più articolato che grazie alla realizzazione di diversi scavi archeologici (Hadrianopolis, Melan, Palokaster, Frashtan e Selo), rilievi di siti fortificati, ricognizioni ed indagini di natura storica ed epigrafica vuole affrontare lo studio dell'evoluzione in età antica della valle del Drino in forma globale. Tale studio, grazie alla stesura del Piano di gestione delle emergenze archeologiche della valle del Drino ha anche una sua forte declinazione sui temi della pianificazione e gestione territoriale avendo consentito di realizzare, ad esempio, il piano di protezione civile beni culturali della valle del Drino e, dopo la rifunzionalizzazione del teatro di Hadrianopolis, di avviare la stagione teatrale "Sul sentiero di Adriano"».

Hadrianopolis

Ci rivolgiamo adesso ai responsabili della missione archeologica a cui porgiamo delle domande, per meglio comprendere come avviene l’esperienza di scavo e se possono esserci dei risvolti futuri a documentazione terminata. Ci ha risposto proprio il professor Roberto Perna, del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Macerata.


Quanto è importante l'attività didattica per istruire i ragazzi all'avvio di uno scavo? E quanto lo è stata in questo scavo?

È fondamentale che gli studenti apprendano le metodologie dello scavo stratigrafico partecipando ad attività pratiche sul terreno: è questo infatti l’unico modo per appropriarsene ed interiorizzarle. Lo scavo è anche il momento in cui si insegnano le tecniche e le metodologie più attuali per il rilievo, la documentazione e la ricerca, anche con l’ausilio dell’ICT, conoscenze fondamentali per realizzare fattivamente il mestiere di archeologo.

Credo sia anche importante il fatto che nell’ambito di missioni così articolate e complesse, realizzate all’estero e con una significativa risonanza internazionale, come quella presso Palokaster, sia possibile acquisire consapevolezza, partecipare e contribuire a quei processi ed attività che oggi vanno sotto il nome di Archeologia pubblica, ormai imprescindibili se vogliamo dare un senso alla nostra ricerca sul terreno che abbia un valore per le comunità che ci ospitano.

Lo scavo di Palokaster è inoltre inserito in un progetto più ampio ed articolato volto alla ricostruzione delle vicende storiche ed archeologiche della valle del Drino dall’età tardoclassica a quella bizantina, e credo che l'attività didattica che qui si può svolgere in maniera più efficace è volta ad insegnare proprio la dimensione storica dell’archeologia nell’ambito della quale l’apprendimento di metodi e tecniche sono obiettivi strumentali che hanno un significato solo se utilizzati ai fini della ricostruzione storica. La nostra attività didattica sullo scavo è dedicata proprio a far acquisire agli studenti categorie interpretative e metodi finalizzati alla ricostruzione storica e per tale motivo molti degli stessi studenti che partecipano allo scavo proprio su temi e materiai epiroti, spesso originali, elaborano la loro tesi di laurea.

Nel corso delle campagne avete ripreso le indagini nei saggi già eseguiti negli anni ‘70 e se sì, quali informazioni ne avete ricavato? Più in generale quali aree di scavo avete individuato per la missione?

Nel corso degli anni ‘70 erano stati riportati in luce il perimetro delle fortificazioni, una parte della chiesa, più tarda, posta in posizione centrale, e alcune tombe ed alcune strutture al di fuori della cinta fortificata.

Purtroppo la documentazione dello scavo non ci ha consentito di associare i materiali individuati, ed in parte significativa editi, con contesti stratigrafici utili, anche nei punti dove erano stati realizzati alcuni saggi di approfondimento.

Palokaster Cosma Damiano

Per tale motivo le prime attività, dopo la realizzazione della Carta archeologica del territorio di riferimento, contestualizzata nell’ambito di uno studio di carattere idrografico e morfologico, sono state dedicate alla pulizia archeologica delle strutture, alla realizzazione di un nuovo rilievo tramite laser scanner degli elementi visibili ed a quella di prospezioni geofisiche, sia geomagnetiche che georadar, nell’area interna delle fortificazioni. L’insieme di questi dati, integrati con quelli delle foto aeree, ci ha consentito di individuare alcune aree che ci sembravano più utili proprio per meglio definire alcuni fenomeni storici che ci interessava analizzare nell’ambito del progetto di ricerca storico-archeologica nella valle del Drino.

Si trattava dunque di approfondire le nostre conoscenze sulle dinamiche storiche legate sia al momento ed alle funzioni del primo insediamento di età ellenistico-romana che occupò il sito, sia alle trasformazioni del modello di occupazione del territorio, e alle sue relazioni con il capoluogo Hadrianopolis, che sembrano verificarsi dalla fine del V agli inizi del VII sec. d.C.

Per tale motivo un saggio è stato realizzato in un’area dove, al di sotto delle baracche, sembrava di poter individuare, coperte da alluvioni antiche, strutture precedenti la fondazione della fortificazione, mentre altri due saggi si sono rivolti sulla chiesa che alle baracche si sovrappone, privilegiando aree non precedentemente indagate, con significative e potenzialmente utili anomalie.

Considerando che il terminus post quem utilizzato per datare la prima fase di costruzione della fortificazione è l’anno 293 d. C., ovvero la datazione di una delle due iscrizioni individuate in situ, è possibile ipotizzare che le baracche ritrovate al di sotto della struttura ecclesiastica indagata potessero appartenere a resti di una Domus Ecclesiae, come se ne ritrovano altre nella parte orientale dell’impero e risalenti allo stesso periodo?

La planimetria delle baracche e delle strutture collocate all’interno della fortificazione è a noi nota non solo grazie agli scavi degli anni ‘70 ed a quelli attuali, ma in forma quasi integrale anche grazie alle indagini geofisiche ed essa non ci consente di formulare tale ipotesi. Lo schema planimetrico che stiamo analizzando, perfettamente coerente rispetto al disegno delle cortine, delle torri e delle porte, corrisponde infatti in maniera estremamente coerente ad un quadriburgus di tipo “dioclezianeo”, un modello planimetrico ampiamente diffuso in fortificazioni coeve. Le stesse caratteristiche architettoniche e le tecniche edilizie delle strutture individuate negli scavi più recenti sembrano confermare tale interpretazione.

L’analisi stilistica effettuata sul laterizio rinvenuto durante la fase di scavo della chiesa ha appurato come l’iscrizione riportata sulla Faccia A, dove sono citati i due martiri, sia precedente rispetto all’incisione della Faccia B, riportante il testo del trisagion. Considerando che al momento del rinvenimento il laterizio si presentava con la Faccia B rivolta verso la vista, quindi come a voler quasi nascondere il testo A, si può pensare che l’iscrizione B sia stata incisa in seguito ad un cambio di titolarità dell’edificio ecclesiastico, e quindi da un culto dei santi martiri Cosma e Damiano a un culto di Dio santo, forte e immortale come recitato nel trisagion?

La domanda affronta in maniera specifica il tema della dimensione dell’archeologia come disciplina storica e dunque quello della necessaria di interdisciplinarietà soprattutto con la storia, e l’epigrafia. Sulla base delle indagini condotte insieme ai colleghi S. Antolini, Y. Marano e S. M. Marengo, che hanno condiviso con me lo studio del manufatto, le due iscrizioni non sono molto distanti nel tempo, pur rimandando a modelli scrittori diversi, ma probabilmente sono dovute a mani diverse. Probabilmente il lato con i Santi è forse di poco precedente e potrebbe avere a che fare con le reliquie prima della loro definitiva deposizione (dunque il nome dei Santi avrebbe avuto dunque a che fare con le reliquie stesse o con la titolarità dell’edificio), mentre il trisagion sull’altro lato si connetterebbe con la liturgia di posa in opera della lastra. Si sottolinea inoltre che tutti e due i testi erano nascosti alla vista e mantenevano la loro funzione comunicativa con la divinità: l’iscrizione più recente non avrebbe defunzionalizzato la più antica, a differenza di quanto succede di norma nel caso di documenti opistografi dove la nuova iscrizione cancella di fatto la precedente, ed il carattere opistografo del documento non delineerebbe la volontà di nascondere il lato A, ma indicherebbe semplicemente una successione temporale.

 

Tutte le foto sono state cortesemente fornite dal professor Roberto Perna.


Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker

Il nuovo Dracula è islandese: intervista a Dacre Stoker e ai traduttori

Ho parlato spesso delle meravigliose pubblicazioni di Carbonio Editore, una realtà professionale davvero devota alla cura dei volumi in pubblicazione e che ha sempre dimostrato quanto tenesse ai propri lettori, ma il vero "manifesto" di questa sensibile devozione editoriale è I poteri delle tenebre. Dracula il manoscritto ritrovato: un libro-evento, curatissimo in tutti i suoi aspetti e che ci fa conoscere in una veste completamente inedita il capolavoro Dracula di Bram Stoker. Nel 1900 lo scrittore islandese Valdimar Ásmundsson si occupò di tradurre il romanzo di Stoker, pubblicandolo a puntate sul giornale Fjallkonan.

Abbiamo dovuto attendere le minuziose ricerche dello studioso olandese Hans Corneel de Roos per scoprire che il testo islandese era molto diverso dall'originale inglese, sancendo l'avvento di un nuovo Dracula dal sangue boreale. Così I poteri delle tenebre è un romanzo con un'architettura particolare e suadente, che si basa sugli appunti di Bram Stoker ma presenta anche l'impronta degli interventi di Valdimar Ásmundsson, i quali rendono il testo un piccolo gioiello dalle connotazioni più moderne e talvolta più peccaminose dell'originale.

Il volume di Carbonio Editore è eccezionalmente curato, grazie alle note e all'apparato critico introduttivo di Hans de Roos, alla postfazione di John Edgar Browning e alla traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni.

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
Dacre Stoker. Credit: The Bram Stoker Estate

A conferire al testo un ulteriore pregio è l'intervento di Dacre Stoker, il pronipote di Bram Stoker, che ci illumina con la sua prefazione ricca di spunti di riflessione e corredati dal supporto del materiale documentale e archivistico della famiglia Stoker, risalendo fino a Bram.

 

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
La copertina del volume I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato, di Bram Stoker / Valdimar Ásmundsson, con prefazione di Dacre Stoker (pronipote di Bram Stoker), introduzione e note di Hans Corneel de Roos, postfazione di John Edgar Browning. Pubblicato da Carbonio Editore nella collana Origine, con traduzione Maura Parolini e Matteo Curtoni

ClassiCult è orgogliosa di ospitare non solo i traduttori di questo splendido volume, ma anche l'erede di Bram Stoker.
A seguire troverete l'intervista a Dacre Stoker, un ulteriore approfondimento con Christian Lamberti; andremo quindi a conoscere anche Maura Parolini e Matteo Curtoni, non solo nella loro veste di traduttori, ma di promotori di questo progetto, di coloro che hanno portato questo testo in Italia.

Intervista a Dacre Stoker.

1. Cosa ha provato a sapere che l'eredità del suo avo continua a destare sorprese?

Negli ultimi 15 anni ho effettuato ricerche su Bram e sulla sua vita, oltre che sulla scrittura di Dracula. Non sono più sorpreso quando delle novità vengono alla luce. Bram era riservato e non lasciato molto di sé. Sua moglie vendette la sua biblioteca personale poco dopo la sua morte nel 1912. Nel 2012 ero tra i coeditori del Diario perduto di Bram Stoker, che conteneva un quantitativo significativo di materiale personale scritto da Bram durante un periodo di 11 anni. Scoperte rilevanti sono state fatte negli ultimi anni, come i poteri delle tenebre, il tempo speso da Bram nella Baia di Cruden, in Scozia, e tutti i libri che usava per le sue ricerche scoperti nella Biblioteca di Londra solo l'anno scorso; tutto ciò illustra come anche dopo 100 anni dalla pubblicazione di Dracula, ci sia ancora un grande interesse per questo romanzo iconico.

2. Il Dracula islandese è un esempio interessante per riflettere sulla letteratura fantastica contemporanea: la figura del vampiro è fin troppo abusata ma alcuni dei suoi pregi più interessanti si trovano ancora oggi negli scritti più antichi

Sono d'accordo, i vampiri nella letteratura risalgono a tempi persino precedenti alla scrittura di Dracula da parte di Bram, e sono stati oggetto di diverse ondate di interesse in letteratura, nei fumetti, negli spettacoli televisivi, nei film e nelle serie tv. Il fatto che il mito del vampiro abbia le sue radici in un senso comune della realtà è il perché - nella mia opinione - ci sia un perdurante interesse e ci sarà sempre una fascinazione per i non morti.

3. Dracula è diventato nel tempo un prodotto letterario anche per le masse, che ha sedotto i cuori dei lettori più mainstream e dei cultori del gotico e dell'orrore. Con i poteri delle tenebre invece Stoker diventa, ancora di più, una fonte eterna di interrogativi, anche di stampo filologico. Non tutti gli autori hanno questa caratura, tanto mainstream quanto accademica. Infatti l'edizione italiana dei poteri delle tenebre è un capolavoro di spunti esegetici e letterari. Bram Stoker avrebbe mai immaginato tutto questo?

Non credo che Bram si sia messo a scrivere un libro per i posteri con significati nascosti e materiali coi quali gli studiosi avrebbero scritto le loro tesi. Il fatto che la scrittura di Bram riflettesse tanti argomenti significativi e interessanti e tante sensibilità dell'Inghilterra vittoriana, alla fine del diciannovesimo secolo, rende il romanzo Dracula e i poteri delle tenebre uno scorcio su un periodo affascinante nella storia dell'umanità. Di conseguenza, il libro può essere letto su talmente tanti livelli, tanto a livello accademico quanto esclusivamente per piacere.

Questa immagine viene dagli appunti di Bram Stoker per la stesura di Dracula, mostra le linee della longitudine e della latitudine del fittizio castello di Dracula, così come alcuni fiumi e un villaggio. Credit: The Rosenbach Museum and the Bram Stoker Estate

4. Quali sono secondo lei le differenze che si palesano nel testo islandese rispetto all'originale?

Ci sono tantissime differenze; i nomi dei personaggi sono differenti, i luoghi sono cambiati, si spende più tempo nel Castello di Dracula all'inizio del romanzo e più tempo a Londra nel finale. Credo che la differenza più rilevante sia nella trama: il Conte Draculitz, infatti, tenta di influenzare un gruppo di ambasciatori stranieri per imbarcarsi in un complotto per creare un nuovo ordine mondiale. Significativo è pure - a rischio di fornire uno spoiler - che i poteri delle tenebre non si concluda con un inseguimento di ritorno in Transilvania.

Questa pagina viene dalle note prese da Bram Stoker nello scrivere Dracula, da qui possiamo notare l'influenza del libro di Emily Gerard, The Land Beyond The Forest e descrive le credenze transilvane. Credit: The Rosenbach Museum and The Bram Stoker Estate

5. In effetti, una delle differenze principali è la predominanza del setting transilvano rispetto a quello inglese. Lei crede che il traduttore islandese abbia voluto calcare la mano nel rievocare atmosfere gotiche? Tenendo da parte il mondo vittoriano, qui

Bram fece molte ricerche sulla Transilvania, anche se non si recò mai lì; il suo scritto dimostra che aveva una buona comprensione dei paesaggi, delle città, delle tratte ferroviarie, e dell'aspetto multiculturale del Paese. Credo abbia individuato la perfetta collocazione per il suo romanzo, la “terra oltre la foresta” (“Land Beyond the Forest”, dal saggio sulla Transilvania di Emily Gerard, n.d.r.) era un perfetto scenario che era appena al di là del mondo civilizzato noto ai suoi lettori. Era il posto giusto per un romanzo basato tanto sulla realtà quanto sulla fantasia.

6. Una domanda spinosa, possiamo considerare i poteri delle tenebre un romanzo scritto autonomamente da Bram Stoker, magari usando degli appunti che aveva già raccolto o è interamente frutto del traduttore islandese?

Innanzitutto, credo che il testo islandese sia una delle prime stesure di Dracula scritte da Bram, che fu pure adattato in altri luoghi dal traduttore Valdimar Ásmundsson. Credo che l'editor di Bram all'Archibald Constable a Londra gli abbia chiesto di riscrivere il manoscritto, di sfoltirlo, rendendolo meno violento e con meno riferimenti sessuali. Fu allora che Bram lo tramutò in una storia più incentrata sul tema del bene contro il male.

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker Dracul I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
Dacre Stoker, il cui ultimo romanzo, scritto insieme a J. D. Baker, è Dracul. Credit: The Bram Stoker Estate

7. Ha usato delle fonti documentali inedite, archiviate da tempo, per scrivere Dracul? O si è basato solo sulla sua fantasia?

La nostra ricerca si è concentrata su alcuni importanti materiali “forniti” da Bram. Questi comprendono: l'unica intervista che diede circa la sua stesura di Dracula a Jane Stoddard nella rivista The British Weekly, la prefazione all'edizione islandese, il Diario perduto di Bram Stoker, gli Appunti di Dracula e l'unico esemplare dattiloscritto di Dracula. Ho ottenuto le lettere da diversi appartenenti alla famiglia Stoker al fine di contribuire a caratterizzare i membri della famiglia nella nostra storia. Abbiamo messo insieme una cronologia di eventi che sono davvero avvenuti nelle vite dei membri della famiglia di Bram. Abbiamo avuto accesso a diverse cartine storiche per avere conferma dei luoghi dove Bram viaggiò durante la prima parte della sua vita. Per il resto abbiamo utilizzato la nostra immaginazione per introdurre una storia plausibile circa il modo in cui Bram divenne consapevole dei vampiri e perché decise di scrivere il romanzo Dracula, come avvertimento al mondo che i vampiri sono reali. 

8. Ci sarà un seguito di questo romanzo altrettanto atipico?

Dracul termina nel 1890, al tempo nel quale Bram Stoker cominciò a scrivere il suo celebre romanzo Dracula. J. D. Barker e io abbiamo un abbozzo pronto, il nostro agente ci ha consigliato di non cominciare a scriverlo finché la Paramount Pictures non comincerà con l'adattamento cinematografico di Dracul. Non vedo l'ora di cominciare! 

La copertina di Dracul, l'ultimo romanzo di Dacre Stoker e J. D. Barker, pubblicato in Italia da Casa Editrice Nord

 

A seguire l'approfondimento di Christian Lamberti, fine studioso di cultura fantastica e horror-weird e curatore del portale "Il crocevia dei mondi"

MAKT MYRKRANNA DI VALDIMAR ÁSMUNDSSON
a cura di Christian Lamberti

Quando sentiamo nominare Dracula la prima immagine che balena in testa è una creatura antropomorfa, di elegante fascino, con i canini acuminati snudati sul collo delle vittime. In verità il vampiro è qualcosa di ben più intimo e pandemico: un agente virulento che prolifera attraverso il sangue, in grado di corrompere corpo e anima. Il vampirismo di Stoker si spinge oltre, giocando subdolamente sulla corruzione apportata dalla modernità caotica e alienante, dove i confini diventano pericolosamente fumosi, ibridabili, ingestibili, estranei, perturbanti.

In un’epoca alle porte del XX secolo, quanto mai globalizzata, le frontiere dell’inconscio alludono con allarme ai confini nazionali e alle rispettive identità culturali. Un nuovo mondo interconnesso dal capitalismo mercificante che mira ad eludere le differenze tra originalità e contraffazione tanto dei prodotti quanto degli individui, trasponendoli in una filiera di multipli omologati. Dracula, contraffattore per antonomasia, trova in questo volgere di secolo un campo d’azione ideale per le sue imposture. Dato un simile scenario, a cui richiama il vampirismo pandemico e globalizzato di Stoker, non stupisce che Dracula si sia trovato agevolato nel diffondere in lungo e in largo una filiazione di undeads, le cui connaturate doti polimorfe ne hanno facilitato il mimetismo nei tessuti sociali ospitanti. L’esito è stato un capillare effetto di duplicazione che rende ogni simulacro draculiano il riflesso pressoché speculare di un altro, al netto degli opportuni camuffamenti contestuali.

Da questa proliferazione draculiana è recentemente emerso un esemplare che ha suscitato notevole clamore nel panorama accademico. Nel 2013 Hans Corneel de Roos ha riscontrato nella raccolta Bram Stoker Omnibus (1986), a cura di Richard Dalby, un Dracula anomalo all’opera in Islanda. Il team di studiosi coordinato da de Roos ha rilevato come la narrazione sul suo conto fosse una libera riscrittura dell’originale di Stoker, confacente al contesto culturale in cui è approdata. Lo stupefacente testo in questione è il Makt Myrkranna (1901, tradotto come I poteri delle tenebre), divulgato in una prima fase (dal 13 gennaio 1900) a puntate sul settimanale Fjallkonan fondato da Valdimar Ásmundsson, e sei mesi dopo in volume con la prefazione firmata da Stoker.

Lo stesso Valdimar Ásmundsson si è occupato della curatela dell’opera traendola da un ulteriore simulacro scandinavo del vampiro stokeriano, lo svedese Mörkrets Makter a cura di un misterioso “A-e”. Ad essere precisi Ásmundsson lo ha ricavato dalla versione più breve del Mörkrets Makter pubblicato a puntate, in contemporanea, sulle riviste svedesi Aftonbladets Halfvecko-upplaga e Dagen a partire dall’estate del 1899.

Tralasciamo il Mörkrets Makter, ancora da tradurre in inglese, per concentrarci sul Makt Myrkranna. Come detto, abbiamo a che fare con una variante dell’originale stokeriano, un suo adattamento norreno dai toni decisamente pulp. Anche i personaggi presentano alcune divergenze, altri sono del tutto inediti. Van Helsing ad esempio sembra un fanatico superstizioso che sovente brancola nell’incertezza, ben lungi dal rassicurante e inossidabile faro nel buio della veste ufficiale. Troviamo anche un ispettore di polizia, tale Barrington, del tutto assente nella versione di Stoker se non negli appunti preparatori dove ha nome Cotford. Stesso discorso per la governante del Conte, un’anziana sordomuta rimasta confinata nelle annotazioni preliminari e che invece il Makt Myrkranna manda in scena. Gli esempi sono molteplici, al punto da far supporre che le edizioni nordiche siano defluite da qualche stesura abbozzata da Stoker durante l’assestamento del romanzo.

Onde disperderci in questo fitto reticolo di rimandi e allusioni, focalizziamo l’attenzione sulla figura di Dracula a cominciare dalla sua dimora. Si è detto dell’inedita governante, e già questo pone una differenza notevole rispetto al solitario cimelio di una nobiltà estinta consegnatoci da Stoker. Il Conte di Ásmundsson si avvale della collaborazione non solo dell’anziana sordomuta, ma di una nutrita manovalanza costituita da creature scimmiesche e brutali. È invece ridotto il numero delle ancelle-vampiro, non tre come nell’opera canonica ma soltanto una dama bionda con la quale Thomas Harker (omologo di Jonathan Harker) finisce per tradire la fidanzata lontana. Proprio attraverso gli occhi di Thomas scopriamo elementi nuovi sul castello e, di riflesso, su Dracula.

Quando questi illustra a Thomas la carrellata di ritratti di famiglia, traspare la «sua visione del mondo ispirata al darwinismo sociale e ci fornisce una ricca sottotrama, fatta di intrighi, passioni, adulterio e vendetta, apparentemente basata sulla vita di Giuseppina di Beauharnais, moglie di Napoleone» (I poteri delle tenebre, p. 24 versione ebook). Sempre Harker, girovagando per il castello, rinviene il cadavere di una contadina assassinata e un passaggio segreto che lo conduce in un tempio sotterraneo dove assiste a un rito sacrificale officiato da Dracula.

La sua versione nordica appare molto interessata alla negromanzia, tant’è che alle pratiche cerimoniali abbina la lettura di testi occulti, tra i quali si fa menzione di un arcano volume di magia medievale. Un Dracula in una veste più fanatica e megalomane dunque, che si nutre non solo di sangue ma anche di ideali sovversivi su larga scala, ben più larga rispetto ai propositi del suo omologo inglese. Questo Conte infatti si mostra deliberatamente minaccioso non tanto nei riguardi di Thomas, quanto verso i governi democratici d’Europa che intende rovesciare al fine di instaurare – udite, udite! – un Nuovo Ordine Mondiale. Una volta approdato a Londra Dracula conferma la sua vena salottiera, circondandosi nella lussuosa residenza di Carfax di bellissime donne altolocate e discinte. Egli ama mostrarsi al pubblico vestito di tutto punto, con tanto di svolazzante mantello “vampiresco”.

Rispetto al Conte stokeriano, quello islandese denota un’immagine meno femminea, più marziale e spudorata. Così come più spudorato è l’intero Makt Myrkranna, che purtroppo pecca di raffazzonamento nella seconda parte, sviluppata sbrigativamente. Ciò non inficia troppo la piacevolezza generale della storia, rispetto alla quale detiene un peso maggiore il valore filologico dell’opera, restituito egregiamente dall’editore Carbonio. Non ci resta che attendere fiduciosi future riapparizioni del Conte, consapevoli delle costellazioni narrative poco esplorate che orbitano intorno al cosiddetto “Codice Dracula”.

Questa pagina viene dalle note prese da Bram Stoker nello scrivere Dracula. Ci sono i tratti che contraddistinguono il vampiro che lo stesso Stoker ha trovato nelle sue ricerche. Credit: The Rosenbach Museum and The Bram Stoker Estate

Intervista ai traduttori Maura Parolini e Matteo Curtoni.

1) Ma ve lo aspettavate di trovarvi tra le mani un Dracula completamente nuovo e molto diverso da quello classico? Volete raccontarci la vostra esperienza di traduzione?

La genesi di questa traduzione è un po’ diversa dal solito perché siamo stati noi a proporre il libro all’editore e non viceversa. Lo avevamo intercettato in Rete qualche tempo prima di cominciare la collaborazione con Carbonio. Maura aveva letto delle recensioni che già lasciavano intuire il livello di bizzarria letteraria. Dracula di Bram Stoker tradotto e reinventato da un letterato islandese? Sembrava quasi troppo bello per essere vero – ma una volta tanto era vero! E c’è persino di più se si pensa alla pista svedese di cui torneremo a discutere e a leggere nel prossimo futuro.

Quanto al lavoro vero e proprio, la parte più difficile è stata superare l’emozione, che dava davvero alla testa: dopotutto, avevamo a che fare con un caposaldo della letteratura di genere (e non) e con uno dei «mostri» più affascinanti di sempre, insomma eravamo al cospetto di una leggenda. Avete presente quando i nani in Biancaneve canticchiano Andiamo a lavorar, tutti entusiasti? Ecco noi facevamo più o meno così quando ci mettevamo alla tastiera (e, come potete immaginare, non succede proprio con tutti i testi che traduciamo).

Un’avventura e insieme una scoperta che ci hanno coinvolto dalla prima all’ultima pagina. Tanto per farvi un esempio: il testo è ricchissimo di note – il curatore De Roos ha svolto un lavoro straordinario – ma durante la traduzione dei vari capitoli le abbiamo sempre lasciate per ultime, non perché fossero poco interessanti, anzi!, ma perché volevamo farci prendere completamente dal demone della storia.

2) Solitudine... nelle vostre dirette instagram per Carbonio editore è stato un leitmotiv ricorrente che ha dato adito a diversi spunti di discussione. Ne volete parlare anche al pubblico di Classicult?

La solitudine e l’isolamento, temi che purtroppo di questi tempi tutti abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene, fanno parte del mito del vampiro e di Dracula in particolare. Chiuso in un castello praticamente inaccessibile, solo da secoli – una solitudine allo stesso tempo cercata e obbligata – e incapace di avere un vero rapporto anche coi suoi rarissimi simili, è un predatore che cerca vittime e non il conforto della compagnia di qualcuno, diverso da tutti, più demone che umano, morto ma non-morto: tutto questo crea un profondo senso di isolamento.

Va detto, però, che per quanto riguarda la solitudine, il Dracula di Stoker e il Dracula islandese divergono in modo netto. Il primo cerca ed esalta questa sua condizione, il secondo, come si vedrà, ha ben altri piani, che includono eventi social degni del Grande Gatsby. Però è vero che se vuoi solo uccidere e bere il sangue delle tue vittime, non sarai l’anima delle feste o l’invitato che tutti si litigano.

3) Eros e Thanatos, amore, sesso e morte. Solo per me questi temi sono molto più accentuanti nel "Dracula islandese" rispetto all'originale?

Affatto, lo pensiamo anche noi. Il Dracula britannico è uno specchio oscuro ma fedele della società vittoriana con i suoi vincoli, le sue norme e la sua ipocrisia, e pur essendo in certe scene molto erotico, tra le righe esalta la repressione. In quello islandese, invece, troviamo una visione di fondo diversa, più aperta (come teniamo a ricordare sempre, il traduttore e curatore Ásmundsson è sposato con una suffragetta), scene sorprendentemente moderne e di certo più esplicite, considerazioni da parte di Harker più consapevoli e disincantate di quelle del suo omologo inglese.

La sua sincerità, per esempio, nell’ammettere quanto sia tentato dalle grazie della “nipote” del conte malgrado il fidanzamento con Wilma (così si chiama Mina nella versione islandese) è a dir poco sorprendente. Tutto questo, inutile dirlo, è circondato, soffuso e intriso di morte perché di non-morti si tratta e amare un vampiro e farsi «amare» da un vampiro significa andare contro la vita, quantomeno contro la vita come la conosciamo…

4) Ora inventatevi un cast di attori per mettere in scena un film tratto da I poteri delle tenebre. Forza, voglio la vostra squadra perfetta!

Ne abbiamo due (sennò eravamo ancora qui a tirarci paletti e teste d’aglio!). Il cast di Matteo: Adam Driver nella parte del Conte, Daniel Radcliffe in quella di Harker, Emma Roberts in quella della «nipote» Dracula e infine Elle Fanning nel ruolo di Wilma/Mina. Il cast di Maura, che ha preferito usare un mix di attori del passato e del presente, vivi e defunti, tanto per aggiungere un tocco di (non)morte in più: Max von Sydow nel ruolo di Dracula, Peter Dinklage nella parte di Harker, Sharon Tate come la «nipote» e Fay Wray nei panni di Wilma/Mina.

5) E ora la domanda da un milione di dollari: secondo voi chi lo ha scritto davvero quel Dracula boreale?

Fantastica la definizione di Dracula boreale! Sappi che d’ora in avanti te la ruberemo, ma sarà più un omaggio, diciamo. La pista svedese cui accennavamo prima sembra la più promettente in questo senso. In breve: Ásmundsson avrebbe basato la sua traduzione su quella svedese, di poco precedente, aggiungendo tocchi di folklore e giochi di parole/di assonanze squisitamente islandesi.

Quindi in teoria sarebbe il traduttore svedese il responsabile delle modifiche più importanti – e in ben due versioni, per giunta, una persino più lunga del Dracula classico e una più breve. Ma se anche si riuscisse a risalire all’identità certa dell’autore, rimarrebbe il mistero degli appunti di Stoker e di come personaggi e sottotrame che aveva pianificato (ma alla fine non utilizzato) per il Dracula classico siano rispuntati in queste altre versioni. C’è ancora molto materiale che dev’essere tradotto e preso in esame, prima di poter dare una risposta definitiva. Se mai sarà possibile. Ma in fondo, in particolar modo per un romanzo come Dracula, non è bello che il mistero non possa essere svelato del tutto?

Cristiano Saccoccia ha curato le interviste e l'introduzione all'articolo, lui e la redazione di ClassiCult vogliono ringraziare calorosamente coloro che sono intervenuti.
Dacre Stoker: http://dacrestoker.com/
Christian Lamberti: http://www.christianlamberti.com/
Carbonio Editore per il costante e tempestivo supporto.

E da dietro le quinte ci teniamo a ringraziare l'aiuto di Alessandro Manzetti, poeta, scrittore ed editore. Senza di lui questo speciale non sarebbe stato possibile. Se amate la letteratura dark, horror o i classici delle tenebre consigliamo la sua casa editrice: https://www.independentlegions.com/


La chiocciola sul pendio Arkadij Boris Strugackij

La chiocciola sul pendio: le metafore rosse della fantascienza

Torno con infinito piacere a parlare della grandissima fantascienza russa nata dalle penne vulcaniche dei fratelli Strugackij. La Carbonio Editore ci ha accompagnato recentemente anche nei meandri del folklore persiano tramite il sontuoso romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat e nei labirinti psicologici della Londra di Colin Wilson, ma questa volta è ancora più arduo ricercare un “luogo” specifico per parlare del romanzo La chiocciola sul pendio perché il fantastico è in grado di demolire ogni geografia del reale.

Come già ho sperimentato in Lunedì inizia sabato, anche la trama de La chiocciola sul pendio non segue una struttura lineare o classica: scopriamo infatti che non è importante per i fratelli Strugackij codificare in rigide istanze l'architettura del loro romanzo, bensì il loro obiettivo è quello di introiettare nel lettore un simbolismo di matrice inedita. Metafore, allegorie, simbolismi, richiami folklorici e speculazioni legate al proprio contesto storico; tutto questo, e molto altro, il lettore troverà nelle acrobazie narrative di Boris e Arkadij Strugackij.
La storia mette le proprie “radici” nel Direttorato (titolo della prima versione Urania del romanzo) della Foresta, locus misterico e ammantato da un'aurea di inestricabile fascino e curiosità.

La Foresta è il simbolo sfuggente di un universo condannato alla propria fine, parabola metaforica e discendente di un'apocalisse dell'incomprensibilità. Parallelismo più che profetico, dati i recenti e tristi avvenimenti. Se la foresta è un organismo in continua crescita, dotata di una volontà autonoma e quasi mutante e che inghiotte gli uomini che osano attraversarla, è al contempo il desiderio positivista e pseudo-leibniziano di ricercare (anche nel nostro) un mondo migliore, o un'idea di mondo migliore.

Di certo la frizzante prosa dei fratelli Strugackij ricorda l'incantata ironia del Candido di Voltaire, con cui condividono anche la costruzione di una (poco) silente macchina di derisione o satirica, che smonta pezzo per pezzo le utopie (in realtà totalitarismi) socialiste. Ma non lasciamoci ingannare, anche i fratelli Strugackij ambiscono all'innalzamento di una vera utopia, magari saldata su un sistema antropico dove l'uomo è lo stesso motore immobile dell'universo; però questo (come lo notiamo ne La chiocciola sul pendio) non si realizza in una macro-tirannia dell'uomo su tutti gli altri uomini.

La storia è formata da usi, costumi, sfumature sociali, legami indissolubili con la memoria; è proprio l'insegnamento della Storia ad essere il principale sostegno del progresso, perché senza l'ausilio del passato ogni futuro è destinato a collassare. La fantascienza non è la letteratura del futuro, bensì del domani. Non bisogna guardare allo spazio, alle navicelle seguono orbite pazzesche o alla maniera della Guerra dei Mondi. Fantascienza è già domani. La Foresta è una creatura pre-orwelliana ma che incarna i medesimi anti-ideali del Grande Fratello di Orwell.

Raffigurazione artistica dello Sputnik. Immagine di Gregory R Todd, CC BY-SA 3.0

I chiaroscuri, le dicotomie e le stridenti rivalità prendono vita nei due protagonisti: Perec il filologo è impantanato nell'umiliante e stressante organismo burocratico del Direttorato; il pragmatico Kandid (che ricorda il Candide Voltariano, no?), ormai dato per morto perché scomparso da anni nelle profondità della Foresta, vive in realtà in simbiosi con le bizzarre entità dei boschi.

Da qui deriva anche il titolo, perché i due sventurati saranno costretti a seguire strade difficoltose, come chiocciole che scalano un pendio.
Come ho già sperimentato con altri loro romanzi, i citazionismi sono molti, come i richiami alla cultura e alla tradizione russa.

Ho avuto il piacere di intervistare la professoressa Daniela Liberti, traduttrice dal russo del romanzo La chiocciola sul pendio.

 

Quanto è importante portare al pubblico italiano le opere dei due geniali fratelli Strugackij?

Alla luce degli ultimi, tragici, avvenimenti, che, come stiamo vedendo, non riguardano solo l’Italia, credo che leggere o rileggere il messaggio che gli Strugackij hanno ripetuto pressoché in ogni loro libro, non può che esserci d’aiuto e di sprone a non commettere gli stessi errori.

I fratelli Strugackij sono arrivati al pubblico italiano ad ondate diverse e dopo lunghe pause nel tempo. Com’è noto, in passato, alcune delle loro opere, che siano racconti o romanzi brevi, sono comparse in antologie – penso a quella della Feltrinelli curata da Jacques Bergier del 1961 – o sono state tradotte da altre lingue – penso alla traduzione dall’inglese pubblicata su “Urania” negli anni ‘70 con il titolo Il Direttorato. Proprio quest’ultimo romanzo breve, di cui parliamo adesso, ha avuto la possibilità, grazie alla sensibilità della Carbonio editore, di vivere una nuova vita.

Prima di tutto, si è mantenuto il titolo originale che riveste un significato molto particolare per la comprensione generale del narrato: La chiocciola sul pendio. La traduzione direttamente dal russo ha poi fatto il resto: i dialoghi, i monologhi, l’ambientazione hanno ricevuto nuova linfa espressiva; sono stati reintegrati pezzi che su Urania non c’erano (o per decisione redazionale o perché non contenuti originariamente nella traduzione inglese). Negli ultimi anni, per fortuna, delle case editrici (Marcos y Marcos, Ronzani editore, e ripeto la Carbonio) hanno avuto il merito, e il coraggio, di far conoscere in Italia alcuni tra i romanzi più importanti di questi autori che in Russia hanno sempre goduto di un successo straordinario, anche se sappiamo bene che le autorità non vedevano di buon occhio quello che facevano dire ai loro personaggi sull’ambiente circostante, sul concetto di autorità, sull’uso dissennato delle risorse naturali, sulla libertà dell’individuo.

Boris Strugackij, in una foto del 2006 (autore Бережной, Сергей Валерьевич), CC BY-SA 2.5

Nella postfazione alla Chiocciola, Boris Strugackij, il fratello astronomo, spiega molto bene la genesi e la vita travagliata del loro romanzo, così come spiega cosa è per loro realmente la foresta.

La chiocciola sul pendio è un romanzo molto interessante, l’ho visto come uno spartiacque paradossale all’interno dell’opus dei fratelli. Lunedì inizia sabato, per esempio, è un testo molto più scanzonato e goliardico. Invece l’opera di cui parliamo è venata da una certa rassegnazione, una disillusione interiore che si riflette totalmente nella collettività e con i macro eventi storici che hanno attraversato la Russia e influenzato tutto il suo popolo. Possiamo quindi finalmente ammettere che il duo fantascientista non era propenso solo a un’ironia goliardica e fiabesca bensì a una parodica e feroce rilettura della contemporaneità?

Certamente, i richiami alla realtà in cui i fratelli vivevano sono evidenti. Ma gli autori stessi, forse anche per aggirare la censura, hanno dichiarato più volte che non bisognava trovare a tutti i costi una spiegazione o un modello preciso ai mondi da loro creati. È vero che col tempo, il loro modo di immaginare la realtà cambia radicalmente: non ci sono più i voli interplanetari, i progressor, cioè gli inviati in altre civiltà; l’azione si dipana in un luogo imprecisato – ben individuabile, però, in ogni società umana – e in un tempo imprecisato – anche qui alcuni riferimenti velati, ci aiutano a capire a cosa si allude; viene dato maggiore spazio alla riflessione filosofica sul destino e sul futuri dell’uomo e dell’ambiente circostante. La vena ironica, che non chiamerei proprio gogliardica, pervade tutta la loro opera, ma è un’ironia di tipo particolare, che ci invita a riflettere e non a sorridere. E che sembrerebbe dire: “questa è la tua vita, non sprecarla”.

Che cos’è la foresta?

Ho risposto sopra, citando la postfazione di Boris Strugackij. La foresta potrebbe rappresentare lo specchio della nostra esistenza, il mondo che vorremmo. Un mondo, però, che per sopravvivere alla distruzione che viene sa fuori, si dà esso stesso delle regole crudeli. Kandid, uomo di mentalità scientifica, che ha perso la memoria precipitando nella foresta, pur avendo tentato più volte di andarsene, resterà con gli altri, forse perché ha capito che la sua vita nel Direttorato è finita, e che da ora in poi sarà considerato un reietto dal “mondo sulla rupe”. E così diventa una sorta di Don Chisciotte.

Perec, filologo, linguista, che dal Direttorato vorrebbe partire per vedere lo strano mondo silvano di cui tutti parlano, alla fine si adegua a modo suo. La foresta, in ogni caso, è nella mente di tutti, e direttamente o spiritualmente, ognuno deve fare i conti con essa.

Immagine di Reine Herminione Etalle

La fantascienza dei fratelli Strugackij. È completamente diversa dalla hard science fiction del primo novecento e anche da quella super-utopica degli scrittori russi più classici. Quindi, secondo lei, cosa è dovuta la fama dei fratelli?

Io penso che la fama dei fratelli Strugackij sia dovuta proprio a quel loro modo di raccontare il presente, le sue problematiche, senza dimenticare che ogni giorno in più è già futuro. Un futuro con cui tutti dobbiamo fare i conti, poiché siamo noi stessi a esserne gli artefici, siamo noi stessi che dovremo darlo in eredità ai posteri.

Il testamento che ci hanno lasciato, anche con le loro interviste, i diari, e gli altri materiali che ora fanno parte dei trentatré volumi dell’opera omnia uscita in Russia, non fanno che confermare l’immane lavoro portato avanti dagli autori per tanti anni, anni di certo non facili. Forse le note sparse qui sotto, ti aiuteranno a capire meglio il contesto generale. Nel prossimo libro che sto traducendo, sempre per Carbonio, La città condannata, tutte le tematiche di cui si è parlato tornano prepotentemente, accompagnate da profonde riflessioni filosofiche che rappresenteranno il filo rosso di tutto il romanzo.

La chiocciola sul pendio Arkadij e Boris Strugackij
La copertina del romanzo La chiocciola sul pendio (noto anche col titolo nella prima edizione italiana, Il Direttorato), di Arkadij e Boris Strugackij, tradotto in italiano da Daniela Liberti e con postfazione di Boris Strugackij, pubblicato per la collana Cielo Stellato di Carbonio Editore

Elea: un progetto per restaurare le monete della città

La città di Elea, dal greco ‛Yέλη, ‛Ελέα, in Lucania, tra le due sub-colonie di Sibari, Laos e Poseidonia, è stata fondata secondo Erodoto intorno al 540 a.C. dai Focei profughi, superstiti della Battaglia di Alalia. Prende il nome da un centro indigeno di piccole dimensioni, Fέλη o Hyele, in cui era presente una sorgente o un corso d’acqua avente lo stesso nome, mentre la forma Elea è attestata per la prima volta in Platone o forse Antioco di Siracusa.

La fondazione di Elea è l’atto finale delle frequentazioni focee in Occidente. I Focei esercitavano l’emporìa, avendo costruito abilmente una rete di empori, tra cui Massalia. Scappati dalla schiavitù persiana per amore della libertà, giungono in Corsica, dove praticano anche la pirateria, e vedono mutare i loro rapporti con l’Etruria meridionale e i Cartaginesi in Sardegna. Dopo la battaglia di Alalia, difatti, cadono per mano di Etruschi e Cartaginesi. Giungono in seguito nello Stretto, grazie ai buoni rapporti con i Reggini, e si apre un altro capitolo della loro storia: la nascita di un nuovo insediamento, Hyele, con la mediazione di Reggio e Poseidonia, le due poleis più potenti in quel contesto. In Erodoto, un “uomo di Poseidonia” che interviene nella fondazione di Elea interpretando correttamente il responso delfico che aveva portato i Focei a recarsi in Corsica per fondare una colonia, simboleggia la volontà di Poseidonia, e pertanto anche di Sibari, che i Focei si stanziassero in quelle zone, tanto che Elea viene considerata una “subcolonia di Poseidonia” o “promossa da Poseidonia e appoggiata da Reggio”.

Nello stesso periodo, un altro gruppo di esuli giunge nel territorio in cui fonderà Massalia. Quindi vi furono due gruppi di esuli da Focea, uno diretto in Corsica e l’altro nella futura Massalia.

Dalle fonti si evince inoltre che i Focei, nelle loro navigazioni, hanno avuto rapporti e contatti con le popolazioni stanziate nel basso Tirreno. Reggio con l’assenso di Poseidonia, che viveva un periodo di affermazione e volgeva la sua attenzione nei confronti dell’Enotria, “dirotta” gli esuli Focei nel luogo in cui sorgerà la futura Elea. Le due poleis sono interessate al controllo di quell’area, pertanto scelgono di aiutare i profughi Focei ad insediarvisi, al fine di interagire con un popolo già avvezzo ai traffici commerciali nel Tirreno.

Dalla documentazione numismatica e da quella archeologica emerge che Poseidonia ed Elea, poco dopo la sua fondazione, fino alla metà del V secolo a.C. fossero in stretti rapporti commerciali. Verso la fine dello stesso secolo iniziarono le ostilità con Poseidoniati e Lucani, dalle quali Elea esce vittoriosa, ed inizia una nuova fase, quella che la vedrà mantenere la sua autonomia nei confronti del mondo osco-lucano, aprendosi e comunicando con questa nuova realtà politico-culturale. In egual modo farà nei secoli IV-II a.C., quando entrerà nell’orbita di Roma e ne diverrà fedele alleata.

In età romana, secondo Plinio “oppidum Elea, quae nunc Velia”, dunque la polis viene denominata Velia, nome che corrisponde al greco Elea.

Il commercio, insieme alla pesca, era l’attività che dava sostentamento ai cittadini di Elea.

Il carattere commerciale della polis è documentato dalle sue monete, che vedono al Diritto la testa di Athena o della ninfa Hyele, e al Rovescio un leone in lotta con un cervo. La città conia monete in argento dalla fondazione, alla fine del VI secolo a.C., fino ai primi decenni del III a.C.

È inoltre una tra le prime poleis magnogreche a battere moneta in bronzo, dalla seconda metà del V fino al I secolo a.C.

I suoi documenti monetali, sia in metallo prezioso che in bronzo, presentano dei tipi che sono riferibili ai culti cittadini: Athena, Eracle, Zeus, Apollo, e il culto “silente” della ninfa Hyele.

 

Il progetto Art Bonus “Le monete di Elea/Velia. Restauro e studio” nasce da una convenzione tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno e la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni. La somma stanziata corrisponde a  € 50.000, a cui si sono aggiunti altri € 50.000 ricevuti dal MiBACT, giacché questo progetto Art Bonus aveva già  ricevuto erogazioni da parte della Fondazione, conditio sine qua non per ricevere un secondo finanziamento.

Gli obiettivi del progetto sono il censimento del patrimonio numismatico della polis, il restauro e la schedatura di circa 3000 monete, del periodo sia greco che romano. Verranno studiati documenti monetali provenienti da nuovi contesti di scavo archeologico, diversi per tipologia e funzione, ovvero quelle provenienti da ambiti pubblici e privati, nonché dalla necropoli della prima età imperiale, presso la c.d. Porta Marina Sud. Si tratta di monete provenienti da contesti differenti, che abbracciano anche un ampio arco cronologico. Per l’ambito pubblico citiamo le Terme ellenistiche, l’Agorà, l’edi­ficio-stoà del Terrazzo superiore dell’Acropoli, l’edifi­cio imperiale rinvenuto al di sotto della Masseria Cobellis, mentre per quelli privati la Casa degli Affreschi e abitazioni del Quartiere meridionale.

All’Art Bonus si affianca, inoltre, un progetto di ricerca che ha come obiettivo lo studio in toto delle ultime serie prodotte da Velia, con i tipi testa di Athena/tripode, basato sulla seriazione dei conii, e chiaramente sull’iconografia e lo stile dei documenti monetali. Quest’ultima serie necessitava difatti di studi approfonditi al fine di ricostruire la datazione, la durata di emissione e la quantità di monete battute.

Grazie al supporto del Laboratorio Spettrometria di Massa Isotopica del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare - INFN), sono state effettuate analisi archeometriche, per stabilire sia la provenienza delle materie prime utilizzate, sia per lo studio delle leghe metalliche. Le analisi in questione sono essenziali per comprendere quali siano le procedure più adatte per procedere con il restauro conoscitivo e conservativo.

Il progetto si occupa quindi del restauro, della schedatura, dell’inventariazione e della documentazione fotografica delle monete di Elea/Velia, nonché della compilazione del corpus delle emissioni con i tipi Athena/tripode, ed infine dell’edizione dei risultati raggiunti.

L’approccio interdisciplinare dunque permetterà di aggiungere uno o più tasselli e di riscrivere una delle pagine della storia dell’antica Elea/Velia. Per aver maggiori chiarimenti abbiamo, con piacere e soddisfazione, intervistato i curatori del progetto, docenti di Numismatica greca e romana dell’Università degli Studi di Salerno, la professoressa Renata Cantilena (RC) e il professor Giacomo Pardini (GP).

 

 

La moneta è un documento parlante, in quanto l’autorità emittente sceglie con cura immagini, simboli e leggende, per veicolare dei messaggi che sono, sempre, chiari ed inequivocabili ai destinatari della moneta stessa. Come riescono i typoi di Elea/Velia a parlare dello sviluppo del commercio della città?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Eracle e civetta ad ali chiuse (metà IV
secolo a.C. ca.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Nei tipi delle monete di Elea/Velia, in maniera non dissimile da molte altre poleis greche, le raffigurazioni scelte nel corso del tempo come icona monetale si riferiscono ai principali culti cittadini e, quindi, a divinità quali Atena (della quale su moneta è riprodotta la testa elmata oppure la civetta, uccello a lei sacro), Eracle (testa imberbe o barbata), Zeus (testa con chiome fluenti), Apollo (evocato attraverso il tipo monetale del tripode). La vocazione della città ad attività commerciali si colgono non dalle raffigurazioni, bensì dai valori coniati, anche di scala ridotta, funzionali ad assicurare scambi di vario livello, facilitando operazioni di mercato interno e le transazioni con l’esterno. (RC)

In quale typos emerge la capacità di difendere la grecità di Velia, ovvero il rispetto delle proprie origini, dichiarando a gran voce l’appartenenza dei suoi coloni ad una comune origine focea?

La testa di Atena e il leone sui didrammi in argento di Velia. In alto, la dea Atena con varie fogge di elmo sul dritto (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002)

Il typos che caratterizza con maggiore continuità il nominale maggiore è la testa di Atena, solitamente abbinata con il leone. La dea è la divinità poliade di Focea e delle sue colonie in Occidente, Elea e Massalia (Marsiglia). Strabone parla di sue statue di culto a Focea e a Massalia che la raffiguravano seduta (XIII, 1, 41). Ad Atena era dedicato forse il santuario ubicato sull’acropoli di Elea. La protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda si ritrova sulle prime coniazioni di Elea, di Focea e di Massalia (ultimi decenni del VI a.C.) e, nel corso dei primi decenni del V a.C., sulle monete di queste tre città compare la testa di Atena. (RC)

In altro la dracma in argento con protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda al dritto e il quadrato incuso al rovescio (ca. 530-500 a.C.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno); in basso lo stesso tipo del leone che azzanna il cosciotto su un’emissione in bronzo coniata nella seconda metà del IV secolo a.C. - (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002 - Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Santangelo 5490)

La prima fase della monetazione di Velia, con la coniazione anepigrafe, si daterebbe da 535 agli inizi del V secolo a.C., quando è attestato l’abbandono del quadrato incuso al Rovescio e la comparsa di lettere entro un quadrato in incavo. È d’accordo con questa cronologia?

Le prime emissioni con la comparsa delle lettere iniziali del nome della città hanno al D/ una testa di Atena con elmo corinzio oppure un elmo corinzio. Sono piccoli nominali in argento databili nel primo quarto del V a.C. (RC)

La testa di Atena, il cui culto è attestato anche in altre poleis quali Focea e Massalia, viene raffigurata nelle monete di Elea nello stesso arco cronologico e con le stesse caratteristiche iconografiche? Se sì, si tratta di un ulteriore rimando alle origini e ai contatti commerciali della città? E dell’ipotesi dei contatti con Atene cosa ne pensa?

Che le tre poleis attingano per le loro raffigurazioni monetali ad un comune sostrato cultuale non vi è dubbio. Meno documentata è, invece, una continuità di rapporti commerciali tra colonie e madrepatria. Senz’altro gli ambienti culturali eleati hanno avuto rapporti con Atene negli anni di Parmenide e Zenone (460-450 a.C.), che si recarono in viaggio ad Atene in anni coincidenti con il momento in cui Atene ha interessi di natura politica e commerciale con l’Occidente tirrenico. (RC)

I simboli secondari, come ad esempio la Triskeles, come sono correlati al tipo principale? Ovvero, qual è il messaggio “unico” che veicolavano, nel tempo, le diverse emissioni di Elea?

Il simbolo della triskeles sul rovescio di un didrammo in argento di Velia (primi decenni del III a.C.) - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, collezione Stevens, 126920)

Non è del tutto chiaro il significato dei simboli secondari che compaiono nel campo monetale, accanto al tipo principale del rovescio, soprattutto in emissioni di fine IV- inizi III a.C., quando la produzione è assai abbondante Sono stati variamente interpretati: allusioni a contingenti eventi storici (e in tal caso nella triskeles -, che è un simbolo tipico delle monete di Agatocle, si è voluto vedere un collegamento con Siracusa non documentato però da altre fonti); oppure riferimenti a culti locali; oppure contrassegni utilizzati per un controllo delle emissioni. Il significato dei simboli accessori non è univoco, ma va letto esaminando la lor ricorrenza nell’ambito degli specifici segmenti produttivi in cui appaiono. (RC)

In quali emissioni e grazie a quali tipi monetali sono narrati gli episodi della Velia di epoca romana?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Zeus e civetta ad ali spiegate (ca. III secolo a.C.) - (foto G. Pardini, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Velia, in età romana fino al I a.C., conia solo monete in bronzo per usi locali. Anche in epoca romana i tipi si riferiscono ai culti locali. Le serie emesse dal III a.C. hanno la testa di Zeus , poi di Atena, entrambe associate alla civetta e, infine la testa di Atena e il tripode. L’iscrizione che indica il nome della città (Hyele) è sempre in lettere greche. (RC)

Sarebbe possibile ritrovare la storia urbanistica di Elea in alcuni elementi iconografici?

Mancano su moneta elementi iconografici riferibili alla storia urbanistica di Velia. (RC)

Il progetto di Art Bonus, che interesserà circa 3000 monete di Velia, ha come primo obiettivo il restauro. Quali indagini archeometriche verranno utilizzate?

Alcune fasi del restauro delle monete recuperate dagli scavi di Velia - progetto Art Bonus 2019 ‘Le monete di Elea/Velia’ - (© RE.CO. Restauratori Consorziati, Roma)

Il progetto Art Bonus ‘Le monete di Elea/Velia - Un restauro per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Parmenide’ è nato da una stretta e proficua collaborazione tra la Soprintendenza ABAP per le provincie di Salerno  e Avellino (grazie al Soprintendente, Arch. Francesca Casule, e ai Funzionari Dott.ssa Maria Tommasa Granese e Dott.ssa Rosa Maria Vitola, che hanno creduto in questa avventura) e il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale/DiSPaC dell’Università degli Studi di Salerno, a cui è stato affidato lo studio scientifico di tutte le monete provenienti dagli scavi condotti nel sito di Velia, sotto la direzione di Renata Cantilena, il coordinamento di chi vi parla  e un équipe formata dal Dott. Federico Carbone (Ricercatore), dalla Dott.ssa Flavia Marani (Assegnista di ricerca), insieme a studenti e laureandi. Proprio l’elevato numero dei reperti monetali (circa 10.000 esemplari riferibili alle diverse fasi di vita della città di Velia) e il loro precario stato di conservazione ci hanno spinto a presentare il progetto Art Bonus, che costituisce un’assoluta novità in quanto, per la prima volta in Italia, il mecenatismo privato – la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni-FNC, Roma – è intervenuto (con un’importante contributo e grazie ad un cofinanziamento del MiBACT) per restaurare e in tal modo valorizzare le prime 3040 monete provenienti da una delle più importanti città della Magna Grecia. Il censimento di tutti i reperti monetali, unitamente all’intervento conservativo, ci ha permesso di mettere in luce l’importante eterogeneità del patrimonio monetale restituito da Velia, consentendoci di implementare e/o confermare le nostre conoscenze sulle diverse fasi di vita del sito, e di intraprendere e/o affinare gli studi tipologici sulle diverse serie della moneta in bronzo emesse dalla città, come ad esempio le monete con i tipi Zeus/Civetta o Atena/Tripode. Proprio per comprendere meglio questa emissione, lo studio si è avvalso dell’ausilio di alcune tecniche di indagine proprie della ricerca archeometrica, già sperimentate dal sottoscritto su alcune particolari emissioni presenti a Pompei e nell’ager vesuvianus (grazie ad un protocollo di intesa che l’Università di Salerno ha stipulato con la rete CHNet dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e alla partecipazione dei dottori Stefano Nisi, Marco Ferrante e Pier Renato Trincherini dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso/Laboratory for Isotope Mass Spectrometry). Come per Pompei, abbiamo deciso di integrare e completare i dati ottenuti attraverso gli strumenti tradizionali della ricerca numismatica e archeologica sull’emissione Atena/Tripode con due tecniche archeometriche: l’analisi mediante tecnica ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione quantitativa e qualitativa degli elementi chimici in tracce ed ultratracce, e l’analisi mediante tecnica MC-ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione dei precisi rapporti isotopici del piombo, in modo da rispondere ad alcuni quesiti di carattere storico, ma anche di natura tecnica, per ottenere indicazioni di dettaglio sui metalli impiegati nelle leghe, sui relativi luoghi di approvvigionamento, nonché sulle tecniche di esecuzione delle monete presenti nel nostro campione.

Elea Velia monete
Il seminario di numismatica condotto sui reperti monetali da Velia e organizzato presso il Laboratorio di Archeologia ‘M. Napoli’ del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno - (foto F. Marani, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Un’iniziativa a trecentosessanta gradi che, oltre alla tutela e alla valorizzazione, ha una ricaduta assai importante che investe la formazione dei giovani che scelgono di avvicinarsi alla numismatica antica durante il loro percorso di studi archeologici presso l’Università di Salerno. L’occasione del progetto, infatti, ci consente di formare studenti e giovani ricercatori che vengono coinvolti nelle attività laboratoriali e seminariali su questo materiale eccezionale o attraverso la partecipazione a tirocini formativi presso la Soprintendenza. Un progetto, dunque, che rappresenta anche un investimento sul capitale umano del nostro Paese, in termini di opportunità per favorire un’alta formazione tecnico-scientifica e professionale nell’ambito dei beni culturali del nostro Paese. (GP)

Cosa vi ha spinti alla scelta di compilare il corpus delle emissioni con i tipi Atena/tripode in base alla seriazione dei conii? E quali aspettative avete circa i risultati che emergeranno dallo studio in questione?

Monete delle serie Atena/Tripode emesse tra II e I secolo a.C.: a destra le monete rinvenute negli scavi di Velia - (foto L. Vitola, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Salerno e Avellino); a sinistra un esemplare della stessa serie conservato presso il Medagliere del Museo Archeologico di Napoli - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Fiorelli 3012)

Queste serie  sono state emesse in gran numero e gli scavi ne hanno restituite oltre un migliaio. L’esame di taluni contesti di scavo induce a ritenere che esse fossero ancora in uso fino alla prima età augustea, in un’epoca in cui avevano già smesso di coniare quasi tutte le città greche della Magna Grecia. Mancano però dati certi per valutare la data di avvio e la durata della coniazione. Lo studio della sequenza dei conii può fornire, in proposito, importanti indicazioni e, inoltre, può suggerire l’entità della produzione. (RC)

A quali conclusioni può portare, a Suo avviso, l’approccio interdisciplinare? Ovvero quanto la numismatica e le altre discipline possono aiutarsi vicendevolmente per ricostruire la storia del sito di Elea/Velia?

L’approccio interdisciplinare è indispensabile. L’archeologia, le fonti letterarie, la documentazione epigrafica, le monete (attraverso i loro tipi, il peso dei valori coniati, i luoghi di ritrovamento e le aree di circolazione) concorrono a ricostruire la storia socio-economica, gli aspetti cultuali e culturali, l’organizzazione degli spazi urbani. In definitiva solo attraverso l’esame dei dati offerti dalle varie fonti documentarie si è in grado di conoscere il passato di questa importante città della Magna Grecia. Importante, tuttavia, è non giustapporre le evidenze, ma utilizzare ciascuna di esse per quanto realmente sia in grado di offrire. (RC)

 

 

 


ghostwriter

Quattro chiacchiere col fantasma della scrittura: dietro le quinte del mondo dei ghostwriter

Si crede spesso che il lavoro del ghostwriter sia un qualcosa che appartiene esclusivamente alla nostra contemporaneità, invece autori che hanno dato voce ad altre persone sono sempre esistiti. Ci si è interrogati sullo stesso William Shakespeare, avandando l'ipotesi che sia stato aiutato da un'altra équipe di scribacchini, o che lui medesimo sia stato il custode delle idee e dei sentimenti di altri individui. Anche il "padre fondatore" dell'horror, Howard Phillips Lovecraft arrotondò i suoi (già bassi) guadagni scrivendo come ghostwriter; "Il Tumulo", "La morte alata" e "Il diario di Alonzo Typer" sono alcuni dei suoi piccoli gioielli firmati con i nomi di Zealia Bishop,  Hazel Head e William Lumley.

ghostwriter Flavio TroisiMolti credono che sia un mestiere poco etico, altri non ci vedono niente di male; per conto mio ho scovato una persona squisita che mi ha spiegato nel dettaglio cosa significhi essere un "fantasma".

Ecco una chiacchierata con Flavio Troisi.

 

 

 

Grazie davvero, Flavio, per averci concesso il tuo tempo e per rispondere a queste domande. Iniziamo: cosa significa essere un ghostwriter?

Significa scrivere per conto terzi libri che altri firmano, di cui incassano le royalty (del tutto o in parte), di cui fanno firma-copie nelle librerie e di cui si attribuiscono la paternità. Il ghostwriter mette “in bella” le idee del cliente, le traduce in un libro che rispetti le sue aspettative, che non prenda in giro il lettore e che abbia un senso anche per l’editore, se presente. E poi c’è da misurarsi con se stessi, per scrivere qualcosa di degno, senza svendersi.

Una cosa mi sono sempre chiesto: immagino che tu avrai un tuo stile, ma a volte - mentre scrivi la storia di un'altra persona - subentra tra le righe il Flavio Troisi scrittore? O sei così "professionale" da rimanere concentrato sulle emozioni, il linguaggio e la storia del tuo assistito?

Considera che io scrivo soprattutto non-fiction, dove la prima esigenza stilistica è dettata dal bisogno di chiarezza e scorrevolezza insieme. Nello scrivere narrativa o storie autobiografiche mi appello a questi due criteri in primo luogo. In ogni caso, quale che sia il progetto, prima di scrivere intervisto a lungo il cliente, lo frequento, cerco di andare oltre il rapporto di lavoro.

È necessaria molta empatia per conoscere e capire la persona che si ha di fronte, perché poi bisogna tatuarla sulla pagina. Io mi preparo un po’ come un attore, cercando di entrare nella mentalità del mio assistito e di capire cosa prova, le sue priorità,i suoi valori. Solo allora comincio a scrivere, rispettando il pensiero e il sentire altrui attraverso la mia sensibilità.

Ma lo stile? Questione su cui bisogna fare luce a seconda dei casi. I clienti non hanno di solito un loro stile scritto, perché non scrivono, non sono scrittori. Ce l’hanno nel parlato,una loro calata, alcune espressioni chiave, e si può cercare di riprodurle un po’, ma la prosa è la prosa. Io non scrivo come parlo, se non in parte e quindi consiglio loro di non farsi scrivere un libro “parlato.” Altrimenti basterebbe registrarsi e trascrivere parola per parola. Funzionerebbe? Neanche un po’, se non sei avvezzo a scrivere in questo modo, se non sei Erle Stanley Gardner che se non erro dettava i suoi romanzi agli assistenti e lavorava contemporaneamente a più di un libro.

No, la scrittura ha le sue regole, il suo respiro, che è diverso dal quello del parlato quotidiano. Poi ci sono i clienti che pensano di sapere come scriverebbero se sapessero scrivere e si aspettano che io scriva di conseguenza a modo loro, ma questo modo non esiste perché non lo hanno mai sviluppato. Il che complica le cose. In tal caso cerchiamo di regolarci prima con esempi pratici. Chiedo loro: quale autore ti piace? Fammi leggere qualcosa di suo. Se lo hanno, posso cercare di adeguarmi. Se non lo hanno, siamo al punto di partenza. Non è sempre facile e a volte è difficile. Ma difficilmente è impossibile.

Di solito, a parte tutte queste sottigliezze, scrivo in base all’ispirazione che mi trasmette la persona, cerco entrare nei suoi panni e ci riesco senza pormi troppi problemi. E nel 99% dei casi tutto fila a meraviglia. Sai, io devo mettere da parte il mio ego, quando scrivo. Ma il cliente, non di rado, deve accantonare il proprio. Quando questo succede, nascono libri al servizio del lettore, che è sempre la figura più importante, non dimentichiamolo.

Secondo te è più difficile scrivere un romanzo nelle vesti dell'autore "classico" o nei panni del ghostwriter?

Nei panni dell’autore classico, nessun dubbio in merito. Un ghost ha il privilegio di nascondersi dietro una maschera, di vibrare i suoi colpi da dietro il sipario e poi passare alla sua vita. Ma quando scrivi il tuo libro, eh, allora la tensione, volenti o no, si fa sentire. Quando scrivi un libro tuo, ci metti la faccia e inevitabilmente avverti il peso della responsabilità, gli occhi del pubblico che convergono su di te, le luci che si accendono e arroventano l’aria. Cominci a sudare… perché il tuo nome sarà per sempre legato a quel libri, in un certo senso.

Per questo uso la massima delicatezza con i miei clienti. Se hanno paura di uscire con un libro che non lo rappresenti bene, be’, hanno tutta la mia comprensione, perché io vivo la loro stessa tremarella se scrivo per conto mio. Rassicurarli e lavorare con empatia e onestà intellettuale è parte della mia strana professione di fantasma della scrittura.

Ti senti mai in trappola a seguire delle linee guida predefinite e che magari bloccano la tua fantasia o verve narrativa?

Per lo più mi sento privilegiato ogni volta che qualcuno mi paga per scrivere. A volte ci sono paletti da rispettare ma sono quasi sempre utili e io rispetto la sensibilità dei miei clienti. I libri sono cose delicate, ci sono dentro pezzi di anima.
In un mondo immaginario sei tu che hai bisogno di un ghostwriter, quale autore chiameresti a raccontare la tua storia?
Di primo acchito, mi piacerebbe mettere insieme Nick Hornby e Joe R. Lansdale,entrambi maestri nel ravvisare il tragico nel comico e viceversa.

Raccontaci il tuo rapporto con le parole, quali sono i vocaboli che definiscono la tua persona.

Le parole sono un mezzo, non il fine. Cerco di tenere le distanze da loro quanto basta a maneggiarle con disinvoltura, altrimenti mi coglierebbe un timore reverenziale per il peso specifico di ciascuna di esse. Comunque meno sono, meglio è. In principio fu il verbo, non il verboso, ricordi? Roba grossa.

Le parole sono materiale esplosivo, ma se ci pensi troppo a lungo finisci per bloccarti. Guardo ai miei libri da una certa distanza. La mia unità di misura è la pagina, non la parola. Oggi devo scriverne almeno cinque. E così sia. Alla fine, dopo averle scritte, scoprirò quali parole ho usato. O mi hanno usato.

La scelta dei vocaboli è una questione di editing, di riscrittura. Ma se la prima stesura è stata prodotta senza troppe fisime, probabilmente ci sarà meno lavoro da fare in fase di riscrittura. Infine, se una parola, o un paragrafo non funzionano, il consiglio è sempre di sopprimerle.

La poesia è uno strumento importante, intimo e forse necessario per indagare noi stessi. Faresti mai il ghostwriter di poesie ? O forse lo hai già fatto. Altra domanda: forse il romanzo è ancora più intimo della poesia?

I romanzi possono essere intimi quanto superficiali, non è questione di cosa ma di come. Quanto alle poesie, non ne scrivo. A volte mi succedono, allora le butto giù (una ogni dieci anni) ma non sono mai stato un consumatore di versi, anche se sarebbe sano migliorare il mio rapporto con loro, perché non c’è mezzo di sintesi evocativa più potente, se parliamo di scrittura.

La poesia insegna a scrivere, se fatta con metodo, altrimenti come spesso accade, è un soliloquio ombelicale che mi ammorba, uno strumento di visibilità per profanatori incalliti di grammatica e sintassi, sentimentalisti bulimici. Prima di scrivere poesia bisognerebbe saper montare e smontare un racconto, un romanzo, avere la cognizione della prosa. Allora fai il poeta, che è un livello superiore. O bisogna essere geni.

Però non credo sia possibile essere un ghostwriter di poesie, e per un motivo molto prosaico, se mi passi il gioco di parole: i ghost scrivono per soldi ma c’è solo uno scrittore più povero di un romanziere, e quello è il poeta, che dunque non può permettersene uno. E poi sarebbe davvero contraddittorio, non trovi? Pagare un ghost per scrivere le tue poesie sarebbe come pagare qualcuno per farti dire che ti ama.

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Flavio Troisi ha un blog molto curato e che affascina i suoi lettori, potete seguirlo e contattarlo presso il seguente link: www.lafattoriadeilibri.wordpress.com