Dante Chantal Milani

Il vero volto di Dante: il lavoro dell'antropologa forense Chantal Milani

Il vero volto di Dante: il lavoro dell'antropologa forense Chantal Milani

Nell'anno del settimo centenario dalla morte del Sommo Poeta, la sua Commedia è eterna nella nostra cultura e nella cultura mondiale. Fu definita Divina da Giovanni Boccaccio, autore che per primo ci ha fornito la descrizione del volto di Dante Alighieri, che tutt'oggi così immaginiamo nelle nostre menti:

 “Il suo volto fu lungo e il naso aquilino, gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia melanconico e pensoso” Dal Trattatello in laude di Dante. 

Inoltre, a questa si aggiungono i numerosi dipinti trecenteschi che ritraggono l'autore e le maschere funerarie, su entrambe tali fonti vi sono però dubbi di autenticità.

E quindi come possiamo dare un vero volto al Sommo Poeta?

Le ossa di Dante furono ritrovate per la prima volta a Ravenna nel 1856, a partire da tale anno ebbero inizio gli studi scientifici per la ricostruzione anatomica.

Il primo a elaborare una ricostruzione scientifica del suo volto fu l'anatomista Fabio Frassetto nel 1921 con una modellazione sullo scheletro cranio-facciale dei tessuti molli, utilizzando tecniche di ricostruzione facciale fino ad allora conosciute, questa però risultava mancante della mandibola.

Trascorsi 100 anni, la dottoressa Chantal Milani, antropologa e odontologa forense, esperta di riconoscimento facciale e ricostruzione 3D e da anni consulente per Procure, Tribunali e Forze di Polizia nei casi di interesse Giudiziario, in collaborazione col prof. Giorgio Gruppioni già professore di Antropologia presso l’Università di Bologna, ha lavorato al progetto di Ricostruzione facciale forense per il volto di Dante Alighieri.

Il processo di ricostruzione del volto di Dante Alighieri, si ringrazia la Dott.ssa Chantal Milani per l'immagine.

Ringraziamo l'antropologa Chantal Milani che ha risposto alle nostre domande su Dante per ClassiCult

Dott.ssa Chantal Milani, Antropologo e Odontologo Forense. Si ringrazia la dott.ssa Chantal Milani per la foto.

 

Dottoressa Milani, recentemente ha ricostruito il volto del Sommo Poeta. È una ricostruzione che ha avuto delle fasi in cui sono stati applicati dei metodi nuovi. In cosa consistono queste novità?

I resti che furono analizzati nel 1921 dall’anatomista Fabio Frassetto si rivelarono mancanti di mandibola. Grazie ad un calco che fu eseguito in quell’occasione è stato possibile avere una copia del cranio e poter oggi ricostruire una mandibola con metodi matematici, quindi oggettivi, differenti dai metodi empirici applicati in passato. 

In questo modo ho potuto avere un cranio completo su cui compiere una ricostruzione del volto con i metodi che ormai sono ampiamente adottati per questo genere di lavori. Di Dante è la prima volta che viene eseguita una Ricostruzione facciale forense in ambiente 3D virtuale.

Dante Chantal Milani
Ricostruzione facciale forense di Dante Alighieri, si ringrazia la dott.ssa Chantal Milani per l'immagine.

Ricostruzione facciale forense?

Sì, si chiamano così perché vengono applicati i metodi che si utilizzano per rispondere a quesiti giudiziari, nell’ambito dell’antropologia forense, qualora vi sia un corpo che non viene identificato nell’immediatezza e necessiti di un volto da poter diffondere attraverso i media affinchè possa facilitare la segnalazione di un nome e quindi di un sospetto di identità. Questo nominativo permetterà di seguire la pista identificativa e applicare i metodi identificativi ufficialmente riconosciuti (denti e DNA). 

Dante Chantal Milani
Ricostruzione facciale forense di Dante Alighieri, si ringrazia la dott.ssa Chantal Milani per l'immagine.

In seguito al suo lavoro è stata possibile non solo una accurata ricostruzione muscolare e dei tratti di Dante, ma anche una riproduzione tridimensionale del volto, con quali tecnologie e supporti è avvenuto tale processo? 

Nel caso di Dante è stato dapprima scansionato il calco del cranio con un laser scanner 3D ottenendo una copia virtuale della componente ossea. Quando abbiamo resti umani reali questo passaggio avviene grazie alla tomografia computerizzata. È ancor più importante nel caso di reperti fragili e bendati come le mummie. Ho avuto la fortuna di analizzare con il Mummy Project diretto dall’egittologa Sabina Malgora, molte mummie egizie che grazie alla TC sono state analizzate in modo conservativo e riproducibile.

Per Dante, l’analisi antropologica (anche integrata con le informazioni lasciateci da Fabio Frassetto) ha permesso di scegliere i giusti spessori di tessuti molli e grazie a software di modellazione 3D sono stati eseguiti i vari step di ricostruzione dei muscoli, del naso e della cute.

Quali figure professionali oltre l'antropologo sono necessarie per raggiungere un tale obiettivo? 

Dipende dalle competenze personali che uno ha: io da più di 15 anni mi occupo di Antropologia e Odontologia forense e identificativa, ossia di analisi di resti umani, identificazione personale, ricerca corpi occultati, analisi di soggetti ritratti in immagini di videosorveglianza, stima dell’età in presunti minori e ricostruzione di volti e scene del crimine. 

Questa gamma di cose è possibile grazie anche ad una mia predisposizione per tutto ciò che è informatica e tecnologia. Ciò mi rende possibile gestire sia la parte antropologica in senso stretto, di analisi di resti umani, sia quella informatica di analisi di immagini e modellazione 3D.  Diversamente servono figure diverse, a patto che – per le ricostruzioni –  il modellatore abbia esperienza specifica in ricostruzioni del volto di tipo forense (Artista forense). 

In campo storico archeologico è importante anche che qualcuno effettui anche un’accurata ricerca storica sia di analisi precedenti (soprattutto quando i resti umani non sono più accessibili se non in copia) sia di iconografia affidabile e coeva al personaggio su cui si sta lavorando. Questo può servire ad esempio se si deve eseguire una sovrapposizione cranio-foto/ritratto.
Il progetto su Dante è svolto in collaborazione col prof. Giorgio Gruppioni già professore di Antropologia presso l’Università di Bologna.
Non di rado affido alcune fasi anche ai miei allievi sotto forma di progetti di tesi. Ad esempio per la nuova mandibola di Dante ho affidato il compito di ricavare alcune misure ad una mia tesista, la dott.ssa Francesca Zangari, del corso in Archeologia e Antropologia Forense dell’INPEF.

I primi calchi del volto di Dante furono effettuati nel 1921, in che misura e in che modo questi sono stati fondamentali per giungere all'attuale ricostruzione? 

Fondamentali direi. La ricostruzione del volto si basa sul principio che il cranio, come le gran parte delle strutture anatomiche, è connotato da elementi fortemente caratterizzanti l’individuo a cui è appartenuto: i tessuti molli manifesteranno un insieme di proporzioni, forme e dettagli del cranio sottostante, che traspariranno in parte anche nel volto che scaturirà.
Senza la presenza del cranio non vi è “Ricostruzione facciale forense” ma solo una sorta di identikit, ossia di raffigurazione puramente artistica, suggestiva di quell’individuo. 

Possiamo ad oggi affermare di trovarci di fronte all'effettivo volto di Dante Alighieri o in che percentuale la ricostruzione risulta corrispondere all'esatta riproduzione del suddetto? 

La Ricostruzione del volto non deve mai intendersi come una fotografia esatta dell’individuo, ma come un volto che calza sul cranio di quell’individuo. Un cranio è in un certo qual modo diverso da quello di un'altra persona. In ambito forense la ricostruzione ha il fine di evocare un riconoscimento nell’osservatore, richiamando l’attenzione, a volte, anche solo su qualche dettaglio. Qui si apre la porta anche ai meccanismi di riconoscimento dei volti da parte del nostro cervello.  

La ricostruzione, essendo come un vestito su misura sul cranio di quel particolare individuo, ne manifesterà inevitabilmente delle caratteristiche specifiche che potrebbero innescare questo meccanismo.

Quanto alle percentuali, alcune fonti parlano dell’80% altre meno, ma sono scettica su questo tipo di approccio. Perché la Ricostruzione non è un metodo identificativo vero e proprio, ruolo attribuito solo a impronte digitali, denti e DNA, ma è una fase di indagine che permette di avere una pista identificativa (poi da confermare coi suddetti metodi).


Su Focus tre speciali su Pompei accompagnati da Laura Pepe

Laura Pepe è docente di diritto greco all'Università di Milano, scrittrice, saggista,  ma anche apprezzata divulgatrice in tv grazie a molti speciali dedicati proprio al mondo antico. E proprio su Focus, la rete tematica Mediaset dedicata alla divulgazione e diretta da Marco Costa sono previste tre puntate speciali dedicate a Pompei e in onda il 6, 13 e 20 dicembre.

Si comincia con "Rivivere Pompei: il rito del cibo all'ombra del Vesuvio" in onda il 6 e il 13 dicembre alle ore 21.15 dove la prof.ssa Laura Pepe condurrà i telespettatori a scoprire una giornata tipo di un antico pompeiano attraverso il rito del cibo. Dal risveglio in una casa patrizia, tra rumori e frastuoni di una giornata che comincia con il rito della colazione e del ricevimento dei clientes alle ore scandite poi dalle varie attività tra negotium e otium, con due momenti assolutamente irrinunciabili anche per gli antichi romani: il prandium, il pranzo, spesso frugale, che avveniva sempre fuori casa e la cena, fatta di numerose portate pensate e impiattate per stupire gli ospiti e ingolosire anche i palati più raffinati e difficili.

Laura Pepe
Rivivere Pompei: il rito del cibo all'ombra del Vesuvio. Si ringrazia Laura Pepe per la foto

Ma il viaggio continua, e se con il rito del cibo la narrazione si interrompe al tramonto del sole, la puntata speciale che andrà in onda il 20 dicembre dal titolo "Pompei di notte", metterà in luce aspetti inediti e affascinanti del sito nelle ore della sera.

Abbiamo chiesto alla prof.ssa Laura Pepe di anticiparci qualche curiosità su questo ciclo di episodi che andranno in onda su Focus.

Laura Pepe
Rivivere Pompei: il rito del cibo all'ombra del Vesuvio. Si ringrazia Laura Pepe per la foto

Tre episodi speciali su Pompei in onda il 6, 13 e 20 dicembre su Focus. Quale il tema di questa nuova serie?

Ho pensato di parlare della vita quotidiana, ma certo non è questa la novità quando si parla di Pompei. Per questo ho scelto un filo conduttore ben preciso. Nei primi due speciali, nel seguire diacronicamente la giornata di un pompeiano, mi occupo in particolare di cibo – il menù della colazione, del pranzo e della cena, il cibo da comperare al mercato, da consumare ogni giorno, da presentare nei grandi banchetti -; non mancano incursioni nei momenti che precedevano o seguivano la consumazione di un pasto: l’ora del risveglio, il ritiro dei tovaglioli puliti e delle vesti da indossare al banchetto presso la fullonica, l’immancabile sosta alle terme, l’organizzazione della cucina.

La terza puntata cercherà invece di ricostruire una notte a Pompei, e più in generale nel mondo romano. Una vera sfida, perché non esistono studi specifici su questo tema. Le domande che mi sono posta sono apparentemente banali, ma non immediate: come ci si muoveva nelle strade immerse nell’oscurità? Chi si aggirava per quelle strade, e per quale ragione? Quali rischi si potevano correre all’esterno oppure all’interno delle abitazioni di notte?

Dall’università alla divulgazione scientifica in tv. La pandemia ha cambiato le nostre priorità anche nei percorsi di studio e di interesse. Secondo lei si può ancora parlare ai giovani del fascino del mondo antico?

Certamente sì, anche perché a mio parere il mondo antico non ha mai smesso di affascinare. Tutto sta nel farlo in modo interessante, suscitando la curiosità per un passato che in fondo ci appartiene. Bisogna però evitare di appiattire il passato sul presente: è invece opportuno sottolineare le diversità, la complessità, non rinunciare a un linguaggio tecnico. Nei miei documentari io non evito le parole latine: al contrario le uso e le spiego. E chissà che qualche giovane in procinto di scegliere il suo personale percorso di studi non decida di intraprendere una carriera che lo porti proprio al mondo antico.

Proprio per questo penso che la divulgazione sia il naturale proseguimento dell’attività di ricerca e di insegnamento all’università: che senso ha riservare a pochi un sapere interessante, quando potrebbero essere in molti a giovarsene? Naturalmente i linguaggi e i tecnicismi sono differenti, ma tutto sta nel veicolare contenuti con parole adeguate al pubblico che ascolta.

Laura Pepe
Rivivere Pompei: il rito del cibo all'ombra del Vesuvio. Si ringrazia Laura Pepe per la foto

Il sito di Pompei è stato spesso al centro dei suoi interessi divulgativi in tv. Cosa l’affascina maggiormente di questa città?

Pompei è una macchina del tempo che ha sigillato il passato e che per questo ci parla di vita vera, quotidiana. Certo, lo fanno anche le fonti letterarie: ma la visione che ci offrono è sempre personale, e per questo parziale. Pompei – insieme agli altri siti sepolti dall’eruzione del Vesuvio nel 79, si intende – offre invece una panoramica molto più ampia, che talora smentisce, o almeno ridimensiona, ciò che gli autori antichi (rappresentanti per lo più dell’élite) ci raccontano; oppure aggiunge particolari sui quali le fonti di tradizione manoscritta non si soffermano.

Laura Pepe
Pompei di notte. Si ringrazia Laura Pepe per la foto

Già dalla prima puntata andata in onda il 6 dicembre si è avvalsa della collaborazione di archeologi e di altri esperti. Di quali aspetti della vita antica si sono occupati?

Io sono una storica dell’antichità, non un’archeologa; è stato dunque indispensabile ricorrere all’aiuto delle mie colleghe archeologhe Luciana Jacobelli (la scelta delle location è sua, e sono sue molte delle idee e dei dettagli trattati nelle puntate) e Luana Toniolo (che conosce bene, tra l’altro, le vicende relative agli scavi del thermopolium della regio V). Ed è stato importante coinvolgere altri specialisti che nel loro percorso di ricerca hanno approfondito singoli aspetti che a mio avviso era giusto e importante rendere noti al grande pubblico.

Penso a Gena Iodice, l’archeocuoca: una chef laureata in storia romana che ha contribuito nella ricostruzione filologica di due piatti antichi e ha spiegato le difficoltà che un cuoco deve affrontare nella preparazione di una ricetta in cui non sono indicate le quantità degli ingredienti. Penso alla prof. Iole Fargnoli, che in molti suoi contributi scientifici si è occupata proprio di problemi giuridici legati al cibo e all’alimentazione; o ancora al prof. Francesco Maria Galassi, un paleopatologo che ha studiato le conseguenze della cattiva o eccessiva alimentazione nelle popolazioni antiche, e in particolare dei Romani.

Laura Pepe
Pompei di notte. Si ringrazia per la foto Laura Pepe

Terme Stabiane di Pompei. Importanti novità dalla campagna scavi 2021

Il progetto Terme Stabiane nasce dalla collaborazione tra la Freie Universität di Berlino, l'Università di Oxford e l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; la quarta campagna di ricerche si è da poco conclusa con interessanti novità che ampliano le informazioni recuperate già tra il 2016 e il 2018 in cui gli archeologi hanno dimostrato che il complesso fu costruito soltanto dopo il 130/125 a. C. nel rispetto degli standard tipici dell’architettura termale romana.
Tre grandi fasi di ristrutturazione hanno interessato il complesso termale: dopo l'80 a.C. quando la città divenne colonia romana dopo l'assalto di Silla, nel periodo augusteo I secolo a.C. - I secolo d.C. circa e ancora dopo il terremoto del 62 d.C. che importanti danni causò a Pompei.
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei
Queste ristrutturazioni seguono un ammodernamento tecnologico che determinò anche una diversa articolazione architettonica e decorativa.
Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei
Come nasce il progetto da cui prende avvio l’indagine presso il complesso termale, quali gli obiettivi e come è stato diviso il lavoro fra le università?

Dal 2015, il nostro progetto si occupa della storia, lo sviluppo, la tecnologia, il programma balneare, la funzione sociale e il contesto urbano delle Terme Repubblicane e Stabiane.

Più precisamente per le Terme Stabiane: Due architetti tedeschi eseguirono scavi e indagini nelle Terme Stabiane, Heinrich Sulze negli anni '30 e '40 e Hans Eschebach negli anni '70 del secolo scorso. Eschebach pubblicò due libri nel 1970 e nel 1979, in cui pubblicò un modello di sviluppo delle Terme Stabiane che è ancora oggi ritenuto un punto di riferimento. Secondo lui nell’area ci sarebbero stati numerosi resti arcaici, soprattutto le fortificazioni (mura e fossa) della cosiddetta Altstadt. Nel V secolo a.C. sarebbe stata costruita una palestra con bagno greco che fu successivamente trasformata in Terme romane nel II secolo a.C.

Questo modello di sviluppo ci è sembrato discutibile sia per ragioni tipologiche che storiche; per esempio, dal 1979 sono noti numerosi bagni greci che non sono compatibili con la ricostruzione di Eschebach e si datano dal IV secolo a. C. in poi, non dal V. Pertanto, nel 2016 abbiamo iniziato a scoprire di nuovo e ampliare i saggi quasi inediti di Sulze e Eschebach per investigare due questioni centrali: l'esistenza della fortificazione della Altstadt e la datazione e la pianta del primo stabilimento balneare. Abbiamo già ampiamente risposto a entrambe le domande e pubblicato i risultati in due articoli nel 2019 e 2020. Non abbiamo trovato nessuna traccia dell’epoca arcaica, né della fortificazione, né di altre strutture. Non abbiamo nemmeno trovato resti di un bagno greco con una palestra dal V al III secolo a.C. Invece, il primo complesso di bagni fu costruito come un tipico bagno romano dopo il 125 a.C., allora al tempo della Pompei Sannitica tardo-ellenistica. Gli scavi e un nuovo studio dell'architettura e delle decorazioni hanno mostrato che si possono distinguere 4 fasi principali per le terme. Dopo la loro costruzione, le terme furono ricostruite e modernizzate dopo l'80 a.C., nel primo periodo imperiale e dopo il terremoto del 62 d.C.

Ma rimangono diverse questioni importanti che volevamo chiarire nella campagna di 2021 (30 agosto – 10 ottobre).

1) La progettazione del muro occidentale della palestra nella fase 1 delle terme: com'era il confine occidentale dei bagni nella prima fase. C'era una serie di nicchie in quel settore delle terme.

2) La datazione e lo sviluppo della casa a ovest delle terme, che fu integrata nelle terme solo dopo il terremoto del 62 d.C. e trasformata nel complesso con natatio (piscina) e ninfei laterali (fontane riccamente decorate) visibili oggi. Abbiamo trovato i resti di una casa che Sulze ed Eschebach avevano parzialmente scavato e ricostruito. Ma la datazione e la pianta della casa restano da verificare.

3) Lo sviluppo dei dispositivi per il riscaldamento e la gestione dell'acqua nell’ambiente VIII: Abbiamo già scavato in diverse aree dell'ala di servizio, ma lo sviluppo esatto e la funzione di una stanza centrale devono ancora essere esplorati; questa e la stanza VIII o cosiddetto cortile di legno.

La Freie Universität e l'Università di Oxford hanno collaborato fin dall'inizio del progetto; Mark Robinson (Oxford), come specialista in archeologia bio-ambientale (bio-environmental archaeology, archeologia preistorica e ambientale), ha lavorato principalmente sulle prime fasi (età del bronzo, età del ferro) e sui resti organici.

Dal 2021, c'è anche una cooperazione con l’Università degli Studi di Napoli L'Orientale, Marco Giglio (specialista per Pompeii, soprattutto case dell’epoca ellenistica e romana).

Nell'ultima campagna, per gli scavi, Robinson si è concentrato sulla Palestra (dove ha già scavato nel 2016 e nel 2018) e Giglio sulla casa sotto l'ala ovest delle terme e sui locali di servizio delle terme.

Ci sono altre cooperazioni (per questa campagna; c’erano altre per campagne passate):

Architettura e decorazione: Dr. Clemens Brünenberg (Technische Universität Darmstadt); Prof. Dr. Jens-Arne Dickmann (Universität Freiburg); Dr. Domenico Esposito (Istituto Archeologico Germanico di Berlino); Prof. Dr. Martin Kim (Hochschule Mannheim)

Numismatica: Dr. Giacomo Pardini (Università di Salerno)

Reperti/ceramica: Dr. Antonio Ferrandes, Alessandra Pegurri (Sapienza Università di Roma)

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

Rispetto agli altri complessi termali presenti a Pompei, quali sono le peculiarità delle Terme Stabiane? Quali le caratteristiche strutturali, di novità nel corso delle varie fasi edilizie e di ristrutturazione?

Le Terme Stabiane sono le uniche terme di Pompei che sono state utilizzate dal II secolo a.C. al 79 d.C. e sono state continuamente modernizzate. Le Terme Repubblicane furono utilizzate solo dal 150-30/25 a.C. circa; le altre terme pubbliche furono costruite solo dopo l'80 a.C. o anche più tardi.

Anche al di fuori di Pompei non esiste un solo complesso termale con questo periodo di utilizzo, praticamente dall'inizio dello sviluppo delle tipiche terme romane fino alla formazione dello standard che fu poi vincolante per tutto l'impero romano in tutto il periodo imperiale. Le Terme Stabiane forniscono quindi un'opportunità unica per studiare lo sviluppo della cultura balneare romana nella fase formativa dal II secolo a.C. al I secolo d.C. Si possono distinguere 4 fasi principali per le terme. Dopo la loro costruzione, le terme furono ricostruite e modernizzate dopo l'80 a.C., nel primo periodo imperiale e dopo il terremoto del 62 d.C.

Mentre le Terme Repubblicane erano probabilmente di proprietà privata, le Terme Stabiane furono certamente costruite, gestite e ripetutamente ricostruite dalle autorità pubbliche. Anche dopo la costruzione delle Terme del Foro dopo l'80 a.C., le Terme Stabiane rimasero il complesso balneare più importante e più grande, che inoltre offriva sempre due sezioni separate per uomini e donne (le Terme del Foro avevano solo una sezione per gli uomini quando furono costruite).

Allego uno mio articolo in lingua inglese sulle terme delle città vesuviane, che apparirà in un Oxford Handbook su Pompei nel 2022. In esso, si spera che il significato delle Terme Stabiane sia ancora una volta più chiaro di quanto brevemente delineato qui.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

Quali risultati hanno portato le precedenti campagne di scavo rispetto anche al dato archeologico già noto?

Vedi sopra: Non abbiamo trovato nessuna traccia dell’epoca arcaica, né della fortificazione, né di altre strutture. Non abbiamo nemmeno trovato resti di un bagno greco con una palestra dal V al III secolo a.C. Invece, il primo complesso di bagni fu costruito come un tipico bagno romano dopo il 125 a.C., allora al tempo della Pompei Sannitica tardo-ellenistica. Gli scavi e un nuovo studio dell'architettura e delle decorazioni hanno mostrato che si possono distinguere 4 fasi principali per le terme. Dopo la loro costruzione, le terme furono ricostruite e modernizzate dopo l'80 a.C., nel primo periodo imperiale e dopo il terremoto del 62 d.C.

Per le Terme Repubblicane: costruzione verso 150 a. C.; una grande fase di ricostruzione nel I s. a. C.; abbandonate come terme verso 30/25 a. C.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

È possibile avere già informazioni sulla campagna di scavo 2021 ed eventuali elementi di novità?

Sono stati raggiunti i seguenti risultati (preliminari):

Nell'angolo sud-ovest della palestra, è stata trovata un grande ambiente rotondo con un diametro di circa 8 m, che serviva molto probabilmente come bagno di sudore/sauna (laconicum) nella prima fase delle terme. Vi si accedeva da nord-ovest e veniva riscaldato da un dispositivo (ad esempio un braciere o una caldaia) che si trovava su un grande podio rotondo posto al centro. Il laconicum era delimitato da un corridoio e presumibilmente da una palestra rettangolare con portici su 2-3 lati (nord, est e forse sud). Il ritrovamento è molto importante perché il laconicum non era stato toccato e identificato negli scavi precedenti (1940, 1970) e testimonia la fusione creativa di diversi concetti culturali e funzionali: una palestra "di tipo greco" con un grande laconicum per gli uomini, e un nuovo edificio balneare pubblico "di tipo romano" con sezioni separate per donne e uomini. Il laconicum fu presumibilmente distrutto dopo l'80 a.C. quando due duumviri della nuova colonia romana costruirono un nuovo laconicum (più alla moda) e un destrictarium (sala massaggi/oliatura) e rimodellarono la palestra e i portici. Un grande canale di drenaggio costruito nel periodo augusteo è stato trovato al confine orientale della trincea, che corre da nord a sud. Un secondo grande canale, che va da nord-ovest a sud-est e che taglia proprio la metà settentrionale dell'ex laconicum, fu costruito dopo il 62 d.C. per drenare la nuova grande piscina per gli uomini. Una grande fossa circolare fu scavata tra il 62 e il 79 d.C. nella metà occidentale dell'ex laconicum per estrarre la cenere di pozzolana che serviva per fare il cemento.

Nell’ ambiente VIII delle terme, sono state scoperte diverse installazioni di servizio che possono essere assegnate alle due ultime fasi delle terme. Quando il calidarium degli uomini fu dotato di un'abside a ovest e di un labrum (vasca) con acqua fredda corrente nella fase 3, furono costruite due scale negli angoli sud-ovest e sud-est della stanza VIII. Entrambe permettevano di servire le nuove installazioni sperimentali in superficie e sotterranee. Un canale che correva da est a ovest a nord delle scale drenava l'acqua del praefurnium (forno). Questo canale fu sostituito da un secondo molto più grande più a nord dopo il terremoto del 62 d.C. Lo scavo della sezione di servizio è stato completato e molto arricchito dal lavoro degli speleologi Mauro Palumbo, Mario Cristiano e Marco Ruocco che hanno indagato e documentato completamente per la prima volta tutti i canali d'acqua accessibili, le cisterne e il sistema di ipocausto delle terme. Inaspettatamente, un recipiente con 24 monete e un accumulo di piccoli balsamari (bottiglie per unguenti e profumi) è stato trovato vicino alla scala sud-est. I balsamari possono derivare da attività rituali svolte nella stanza di servizio (che una volta includeva un larario dipinto ormai perduto) o possono essere stati scartati qui dopo l'uso nelle stanze da bagno.

La casa che coesistette con le terme fino al 62 d.C. è stata esplorata scavando la palestra, cinque negozi delle terme (tabernae 2, 4, 54, 60, 61), e due corridoi (59, H’). Sono stati trovati diversi muri rasi al suolo e diversi pavimenti che appartenevano ad almeno otto stanze confinate (diversi cubicula, un vestibolo e altre stanze) e due grandi spazi (forse un atrio e un peristilio). I pavimenti includono esempi di alta qualità di mosaici decorati in opus tessellatum e pavimenti in opus signinum (cemento) negli ambienti chiusi e lithostrota (pavimenti decorativi fatti con piccole pietre irregolari di vari colori) nei grandi spazi. Mentre una data precisa può essere determinata solo sulla base della valutazione completa dei reperti diagnostici, i confronti tipologici dei pavimenti suggeriscono una datazione nel I secolo a.C. Le monete trovate nei riempimenti che servivano a sollevare i pavimenti per le tabernae delle terme possono essere datate al 64 d.C. e confermano che la casa fu distrutta e abbandonata dopo il terremoto del 62 d.C. La casa doveva essere una delle residenze più ricche di Pompei, il che è evidente dalla sua posizione prominente, dalle dimensioni (circa 900 m2), dai ricchi pavimenti e dalla presenza di una grande cantina sotto la sua parte nord.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

Lo scavo si è arricchito della presenza di speleologi. Quale la loro funzione e i risultati delle loro indagini?

Gli speleologi hanno esaminato tutte le fogne (canali di drenaggio) accessibili e il sistema d’ipocausto sotto gli ambienti delle donne e li hanno documentati in modo completo per la prima volta. Questo ha portato a numerose nuove scoperte sulla fattura e il corso delle fogne, sulle riparazioni, sugli incroci, ecc. Nel sistema dell'ipocausto è stato scoperto un bollo precedentemente sconosciuto e un'apertura (di riscaldamento?) altrettanto sconosciuta; il sistema con pilastri di diversa fattura e differenze di altezza può ora essere completamente ricostruito per la prima volta.

La ricerca speleologica è di enorme importanza per la questione dello sviluppo tecnologico delle terme e degli standard tecnici.

Ci saranno future campagne di scavo? E se si, quali nuovi obiettivi pensate di conseguire?

L'esplorazione della casa sotto le Terme Stabiane si è rivelata molto più rivelatrice e riuscita del previsto. Soprattutto le parti della casa scavate nel 2021 sono molto ben conservate e permettono conclusioni di vasta portata. Ma mancano ancora informazioni su aree centrali della casa che non siamo stati in grado di indagare finora: Atrio (impluvium), peristilio, situazione d'ingresso. Pertanto, almeno un'altra campagna è necessaria e auspicabile per indagare queste aree centrali della casa e possibilmente ricostruire l'intera planimetria.

Anche la questione di come veniva usato questo spazio prima della costruzione della casa è ancora irrisolta. Speriamo di poter chiarire questa questione centrale dal punto di vista urbanistico con altri saggi al centro della casa.

Terme Stabiane
Terme Stabiane. Foto: Parco archeologico di Pompei

 

 


Pompei green. Il parco archeologico valorizza le biodiversità

Pompei è, senza dubbio, il più importante sito archeologico del mondo ma la città antica è anche al centro di un territorio che, proprio come l’ager antico, comprende le necropoli, le ville rustiche, aree di sosta e di svago, terreni agricoli.

Intorno ai 66 ettari della città antica, infatti, il Parco archeologico di Pompei comprende altri 50 ettari di archeologia, di natura. Pompei è green e tanti sono i progetti in via di sviluppo.

Pompei green
Pompei green. Villa dei Misteri. Foto: Alessandra Randazzo

Paolo Mighetto è uno dei Funzionari del Parco che da quasi due anni si occupa di questo patrimonio sia come direttore dei lavori della manutenzione del verde sia come responsabile dell’area extramoenia.

Il visitatore che viene a Pompei scopre le meraviglie della città antica, il suo contesto urbano, ma spesso non avverte la presenza di un “secondo Patrimonio” a margine di quello, se non forse percorrendo la Via dei Sepolcri per raggiungere Villa dei Misteri. Di cosa si tratta?

Il secondo patrimonio di Pompei, se vogliamo chiamarlo così, è quello paesaggistico e della biodiversità. In realtà non si tratta di altro rispetto al patrimonio archeologico ma, semmai, di un attributo del patrimonio archeologico che contribuisce a formare un contesto unico al mondo, estremamente fragile ma ricco di energia e vitalità, capace di cambiare e rigenerarsi continuamente, da proteggere attivamente e valorizzare in tutti i suoi aspetti e potenzialità.

È un patrimonio costituito dalla corona verde che circonda la città antica al di fuori del perimetro delle mura ma anche formato dalle aree verdi interne al sito archeologico con i giardini storici e storicizzati - cioè quelli più recenti basati sui dati archeologici e quelli che invece raccontano del gusto paesaggistico delle varie epoche, dalla riscoperta del sito all’attualità-, con i vigneti che occupano oltre un ettaro delle aree verdi della città antica, soprattutto negli isolati intorno all’Anfiteatro e la Palestra Grande, con l’orto botanico della Regio VIII e il vivaio della regio VI, con l’infrastruttura verde percorsa ogni giorno dai visitatori del sito e che collega i tre ingressi al Parco archeologico, da Porta Marina a Porta Esedra a porta Anfiteatro: sono in tutto 110 ettari di cui circa 60 occupati dalla città antica e 50 dalla corona verde che si estende in extramoenia o, potremmo dire, nell’ager pompeiano.

Pompei green
Pompei green, vista Vesuvio. Foto: Alessandra Randazzo

Il Viale delle Ginestre, la Pineta Grande, il vallone dell’Insula Meridionalis e la necropoli di porta Nocera: questo percorso verde lo abbiamo ben presente e percorrendolo ogni giorno vediamo quanto la manutenzione che avete messo in campo in questi anni, molto efficiente ed efficace pur con le difficoltà indotte dai cambiamenti climatici di questi anni, consenta non solo di apprezzare in modo ancora più gradevole il fascino delle rovine ma anche di avere la sensazione di entrare in un mondo parallelo, consentimelo, dove il verde è il filtro che separa la nostra quotidianità dall’atemporalità delle rovine. La restante parte di quella che hai chiamato “corona verde”, tuttavia, non è proprio conosciuta dai visitatori di Pompei e almeno in questi ultimi anni non è apprezzata e nemmeno fruita.

Pompei green
Pompei green. Foto: Alessandra Randazzo

È vero, il visitatore di Pompei ha modo di apprezzare, forse anche inconsapevolmente, quello che Amedeo Maiuri chiamò il Parco arborato di circumvallazione per lasosta di riposo e di verde alle molte comitive che visitano Pompei a scopo di escursione istruttiva o ricreativa, realizzato a partire dalla fine degli anni Quaranta del Novecento con la liberazione dei cumuli di scavo dell’Insula Meridionalis, la formazione del Viale delle Ginestre e della Pineta Grande e la traslazione verso meridione della strada nazionale delle Calabrie.

è pur vero, però, che chi viene oggi a Pompei per la prima volta non conosce l’esistenza di un’altra Pompei esterna alle mura perché purtroppo, anche a causa dei cantieri di restauro di questi ultimi anni, quello che alla fine degli anni Novanta era stato pensato e organizzato da Annamaria Ciarallo, Ernesto de Carolis e Piergiovanni Guzzo come un vero e proprio circuito pedonale e ciclabile di circa 3 chilometri all’esterno delle mura della città antica e in gran parte sopraelevato sui cumuli al margine degli scavi borbonici, di grande valenza paesaggistica, è andato progressivamente degradandosi e perdendosi.

E’ solo dal 2019 che, riattivando una corretta e continuativa manutenzione del verde, è stato possibile riscoprire e recuperare molte delle aree esterne, in alcuni casi avviando una vera e propria bonifica dalla vegetazione infestante che si era impadronita dei luoghi. E’ un’azione che tuttavia è ancora lontana dal dirsi conclusa e che si è anche dovuta confrontare, come bene hai ricordato, con il dramma dei cambiamenti climatici di questi nostri tempi.

Anche per il verde di Pompei i segni del dramma sono fenomeni atmosferici di inusuale intensità e con venti che investono con inaudita violenza alberi e arbusti, è il mix di caldo e umido che determina una crescita anomala delle erbe, soprattutto nei mesi estivi, sono gli attacchi parassitari particolarmente intensi a carico di alcune specie come i pini.

Pompei green
Pompei green, extramoenia. Foto: Alessandra Randazzo

Proprio i pini sono stati la specie che più ha patito per questo stato di cose e tutti possono vedere il diradamento della Pineta Grande causato dall’abbattimento degli alberi morti: moltissimi esemplari, sia quelli più giovani sia quelli più maturi anche di 100-120 anni delle passeggiate estrameniane, hanno rivelato infatti una estrema fragilità con forti attacchi parassitari che hanno determinato la morte e il conseguente necessario abbattimento di decine e decine di esemplari causando un grave depauperamento del patrimonio arboreo del parco.

Per fortuna, dal maggio di quest’anno e dopo alcune sperimentazioni, è stato possibile mettere in atto una procedura massiva contro le diverse patologie del genere Pinus e in particolare contro i parassiti Matsucoccus feytaud e Tomicus piniperda basandosi sull’endoterapia. In buona sostanza abbiamo “vaccinato” i nostri pini e oggi, ad alcuni mesi di distanza, stiamo verificando e monitorando i risultati ottenuti, peraltro estremamente positivi e che si stanno dimostrando una vera e propria cura salvavita per centinaia di meravigliosi alberi.

Ma torniamo alla corona verde di Pompei perché questa non è fatta solo di percorsi paesaggistici da recuperare alla fruizione ma è anche caratterizzata da aree agricole date in concessione, da aree che erano agricole e da decenni non sono state più curate, da aree già utilizzate per il pascolo di capre e pecore, da frutteti o coltivazioni di fiori, da un vero e proprio patrimonio della biodiversità abitato da una ricca fauna selvatica; questo patrimonio costituisce un vero e proprio baluardo naturale alla cementificazione selvaggia del territorio circostante e solo con una gestione innovativa frutto di un mix di buone pratiche multidisciplinari potrà non solo conservarsi e svilupparsi ma anche diventare una risorsa di economia etica e sociale.

Pompei green
Pompei green. Il ritorno dell'orchidea autunnale nella pineta del Parco Archeologico. Foto: Alessandra Randazzo

State pensando di riaprire al pubblico anche queste aree?

Riaprire alla fruizione del pubblico le aree in extramoenia significherà offrire una visita integrata e alternativa a quella di Pompei, dove trovare percorsi immersi nel verde e nell’archeologia delle necropoli e delle ville rustiche, aree di sosta, aree agricole, dove fare ecoturismo e turismo rurale con il vantaggio, peraltro, di alleggerire il carico antropico dei turisti sulla città antica, stimolare una permanenza più lunga nel territorio contrastando il turismo mordi e fuggi, stimolare la conoscenza –e quindi la protezione- della biodiversità.

Per arrivare a questo risultato il Parco ha avviato -grazie alla grande professionalità delle maestranze e delle imprese che lavorano alla manutenzione del verde, Re.AM. e Vivai Barretta, e grazie all’ausilio del giardiniere d’arte Maurizio Bartolini e dell’agronoma Rosa Verde- un’opera di bonifica di aree verdi che l’abbandono aveva fatto quasi dimenticare e tra quelle già oggi visibili c’è l’area a ridosso dell’Insula Occidentalis e della via dei sepolcri dove il pendio affacciato sulla vista unica e straordinaria del Golfo di Napoli ospita oltre 200 albicocchi e decine di altre piante da frutta che presto si potrà godere anche come area di sosta e svago per il pubblico.

Pompei green
Pompei green, Praedia di Julia Felix. Foto: Alessandra Randazzo

Lungo le mura della città antica, dall’Anfiteatro a Porta Sarno, si è sostituita la vegetazione che era ormai deperita e deprivata di qualunque valenza paesaggistica con la scelta altamente suggestiva di formare un viale di cipressi alternati a siepi miste informali di corbezzolo e lentischio, così da generare una cortina verde che già adesso valorizza la visione delle mura e del vallo della città antica reinterpretando la suggestione paesaggistica della messa a dimora di cipressi lungo le necropoli alla fine dell’Ottocento.

Tra gli altri interventi, poi, è ormai prossimo un programma di rimboschimento di alcuni appezzamenti che consentirà addirittura di raddoppiare in pochi anni il patrimonio arboreo del Parco, ridurre le emissioni di gas serra e stimolare la realizzazione di una filiera del sottobosco. Il completamento e l’aggiornamento del censimento del patrimonio arboreo e arbustivo del verde di Pompei, completato nei mesi scorsi, rappresenta poi uno strumento prezioso e agile di conoscenza, di gestione e di progetto.

Direi che è una nuova stagione per Pompei, dove il verde, la natura, il paesaggio e la biodiversità ne sono protagonisti; una nuova stagione in cui i Visitatori seguono con entusiasmo i progressi che mettiamo in campo e si appassionano con noi, per esempio, con la fioritura spontanea, dopo anni e anni, di una piccola e splendida orchidea autunnale che dimostra la salute dei terreni e del verde in generale e per la quale si è scatenata in questi giorni una vera e propria caccia al tesoro grazie ai post pubblicati sui social del Parco.

https://www.youtube.com/watch?v=mhQ6LeQWius


“Il festival STORIAE tra passato, presente e futuro”: intervista ad Alessandra Vuoso

Il festival STORIAE tra passato, presente e futuro”: intervista ad Alessandra Vuoso

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Storiae Alessandra Vuoso
Foto di Antonello De Rosa

Le esperienze, le eredità, i moniti che ci offrono i monumenti storici costituiscono preziose risorse su cui impiantare il nostro presente e progettare il nostro futuro”:

questo è il manifesto di STORIAE - archeologia e narrazioni, il festival ischitano organizzato dal CeiC - Istituto di studi storici e antropologici/Ong Unesco col supporto del Ministero della Cultura e dei Comuni di Ischia e Lacco Ameno, giunto nel 2021 alla sua terza edizione.

Storiae Alessandra Vuoso
Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e Alessandra Vuoso , durante l'ultima edizione di STORIAE. Foto di Antonello De Rosa

Quest'anno la rassegna è stata caratterizzata da numerose novità, a cominciare da un lieve ma significativo cambio di denominazione:

“Il nome Arkeostoriae, adoperato per le edizioni 2019 e 2020, è stato trasformato in STORIAE – archeologia e narrazioni”, spiega l'archeologa Alessandra Vuoso, ideatrice e organizzatrice della kermesse; “questo esprime un ampliamento del focus originario sulla storia antica, che abbiamo deciso di declinare in diverse discipline allo scopo di offrire spunti sulla contemporaneità e, perché no, sul futuro”.

https://www.classicult.it/storiae-archeologia-e-narrazioni-conclusasi-ledizione-2021-della-manifestazione/

Storiae Alessandra Vuoso
Al centro, sulla destra, Alessandra Vuoso durante uno degli eventi enogastronomici di STORIAE. Foto di Antonello De Rosa

L'edizione 2021 di STORIAE è stata particolarmente raffinata e ambiziosa: circa trenta gli eventi che, tra 29 agosto e 5 settembre, hanno animato non solo Ischia Ponte, storica “culla” del festival, ma anche i comuni limitrofi Lacco Ameno e Forio (alcuni dei quali in partenariato con A.I.Par.C. e col festival Forio InChiostro); impressionante inoltre il vasto assortimento delle attività proposte: dalle presentazioni di libri alle visite guidate, dalle tavole rotonde ai percorsi enogastronomici, passando per l'hiking e i percorsi musicati; un risultato notevole per un festival che, come afferma Alessandra,

“è completamente autofinanziato; il suo successo si basa sulla cooperazione con i nostri partner, nonché su una progettazione capillare che mette al primo posto la qualità scientifica dei contenuti”.

Storiae Alessandra Vuoso
Foto di Antonello De Rosa

E il pubblico ha premiato questa dedizione aderendo massicciamente a tutte le attività: non era scontato che ciò avvenisse, considerando che gli eventi di STORIAE sono stati tra i primi in presenza dopo il lungo periodo di silenzio imposto dal COVID-19; le norme di contenimento, tutte rigorosamente rispettate, non hanno però costituito alcun ostacolo al felice svolgimento della kermesse.

Storiae Alessandra Vuoso
Foto di Antonello De Rosa

Un tale successo offre l'occasione per tirare le somme dei primi tre anni di vita del festival:

“L'idea per STORIAE è nata molti anni fa” racconta Alessandra, “all'inizio era poco più di un progetto, uno di quelli a cui si pensa continuamente con tanto entusiasmo e che attendono solo l'occasione giusta per concretizzarsi”;

e l'occasione giusta è arrivata nel 2019, quando le associazioni Medusa e Marina di Sant'Anna hanno avanzato la proposta di organizzare la VI edizione degli Incontri culturali della Baia di Cartaromana. Da questa collaborazione nacque Arkeostoriae, una tre giorni di presentazioni di libri (tra cui Gli ultimi giorni del comandante Plinio di Alessandro Luciano, diventato poi uno degli amici storici del festival) e tavole rotonde sui temi delle archeomafie e dell'educazione alla salvaguardia del patrimonio.

“La prima edizione aveva in sé tutti gli elementi che poi sono stati mantenuti negli anni seguenti, anche se in nuce; era una sorta di promessa nata dall'entusiasmo e dal desiderio di portare a termine un progetto a cui tenevamo molto”, racconta Alessandra.

Una promessa mantenuta l'anno successivo: pur nelle incertezze dovute alla fase acuta della pandemia, l'edizione 2020 di Arkeostoriae riscosse ottimi consensi.

“La seconda edizione è stata in realtà la prima realizzata in autonomia e col supporto del CeiC” spiega Alessandra; “abbiamo ampliato il focus al patrimonio archeologico di Ischia, organizzando attività collaterali quali visite guidate e percorsi enogastronomici, che sono stati riproposti quest'anno. Anche i webinar, novità dovuta alle contingenze pandemiche, si sono rivelati un valore aggiunto: quelli del 2021 sono stati visualizzati da numerosi partecipanti”.

Si è realizzato, in altre parole, quello che è sempre stato l'obiettivo dichiarato del progetto:

“Aprire le porte dell'archeologia e dei beni culturali a un ampio e variegato pubblico, perché possano essere il più possibile fruiti, apprezzati e rivalutati”.

https://www.classicult.it/arkeostoriae-archeologia-autenticita/

Foto di Antonello De Rosa

Fatto il punto sulle prime tre edizioni e in particolare sul successo dell'ultima, è lecito domandarsi quale sia il futuro di STORIAE.

“I progetti in campo sono tanti” rivela Alessandra, “tra essi c'è quello di organizzare una sessione invernale del festival, dedicata agli studenti delle scuole di ogni grado; c'è anche l'ipotesi di riunire gli atti dei convegni delle prime tre edizioni in una pubblicazione per uso scientifico”,

a riprova della grande qualità dei contenuti offerti.

Foto di Sara Silvestri

Quanto al festival estivo, prosegue Alessandra,

“stiamo lavorando perché diventi un appuntamento annuale consolidato in grado di attrarre in egual modo turisti e residenti”.

STORIAE Alessandra Vuoso
Marileda Maggi, Mariano Rizzo e Alessandra Vuoso, durante l'ultima edizione di STORIAE. Foto di Laura Del Verme

Le idee in tal senso sono molto chiare:

STORIAE non sarà mai un'autocelebrazione di studiosi, ma un momento di reale offerta culturale, un contenitore di eventi che partano da Ischia, dalla sua storia e dalla sua cultura per far innamorare tanto chi ci abita quanto chi non la conosce”.

Perché quando si parla di cultura, a fare la differenza è sempre quanto cuore ci si mette... e dentro STORIAE di cuore ce n'è tanto.

Foto di Paolo De Palma
Foto di Antonello De Rosa

Halaesa Arconidea: intervista al Prof. Lorenzo Campagna

Con il ripristino delle attività di scavo anche l’Università di Messina ha ripreso le sue indagini a Tusa, nell’antico sito di Halaesa Arconidea, in collaborazione con il Parco archeologico di Tindari e con l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana.

Lorenzo Campagna , Professore Associato di Archeologia e storia dell’arte romana e delle province romane presso l’Università degli Studi di Messina, è il direttore dello scavo.

Secondo la sua ipotesi, la struttura riportata alla luce è legata alle funzioni rituali che si compivano con ogni probabilità in onore del dio Apollo.

Lo abbiamo intervistato per Classicult.

Halaesa Arconidea
Halaesa Arconidea. Immagine tratta durante i lavori di scavo del sito di Halaesa. Foto di Lorenzo Campagna

Professore, può illustrarci le novità emerse durante l’ultima campagna di scavo nel sito di Halaesa?

Lo scavo dell’ultima campagna 2021 è stato, per varie ragioni, di proporzioni più contenute rispetto a quello che ci eravamo ripromessi di fare in passato. Nonostante questo, ha dato dei risultati piuttosto interessanti, aprendo delle prospettive per l’indagine futura che non ci aspettavamo perché abbiamo avuto modo di esplorare una struttura che, in parte, era stata messa in luce già nella campagna del 2019, ma della quale allora non avevamo ben compreso la funzione.

Adesso abbiamo ampliato l’indagine, in modo da continuare a riportare in luce questa struttura ed è emerso che si tratta di una struttura dall’importanza rilevante per il culto che si svolgeva all’interno del santuario. La struttura ha una lunghezza di oltre 10 m; non è con ogni probabilità un altare, poiché non ci sono elementi riconoscibili che possano essere ricondotti a questo.

Per contro, abbiamo qualche indizio della presenza di acqua in relazione a questa struttura. Ci sono tanti elementi che lo scavo ha offerto rispetto a quella che era la nostra idea originaria, che cioè si trattasse di un semplice basamento per offerte, invece quest’anno abbiamo capito che si tratta di qualcosa di più importante e di molto rilevante all’interno delle pratiche cultuali che si svolgevano all’interno del santuario. È necessario tuttavia ampliare l’indagine, definirne completamente le dimensioni e speriamo anche di acquisire dati per comprenderne la reale funzione.

Gli scavi, dunque, proseguiranno anche il prossimo anno, Covid permettendo.

Quello che speriamo è di poter proseguire le indagini. Del resto, la campagna che abbiamo svolto quest’anno era la prima campagna del secondo triennio del nostro accordo con l’Assessorato dei Beni Archeologici. La nostra prospettiva è quella di andare avanti l’anno prossimo sempre nel quadro istituzionale che ha caratterizzato le nostre indagini, ovvero con il supporto e la collaborazione del Parco Archeologico di Tindari, a cui Halaesa fa riferimento, e in cooperazione naturalmente con i nostri partner che sono i colleghi dell’Università di Oxford.

Questi nuovi risultati che sono emersi a Tusa, sia per quanto riguarda il lavoro proficuo svolto dall’Università di Messina sia per quanto concerne le Università di Palermo e di Amiens, possono dare una svolta dal punto di vista turistico ad un sito che, fino a questo momento, forse non ha goduto della giusta risonanza?

L’obiettivo congiunto che le missioni che operano ad Halaesa si sono poste è quello di contribuire alla valorizzazione di questo sito che, per gli addetti ai lavori, ha un’importanza straordinaria. Tutti coloro che si occupano della Sicilia ellenistica e romana sanno benissimo quanto sia fondamentale.

C’è, però, anche un aspetto legato alla valorizzazione e al pubblico, che rientra pienamente negli intenti delle nostre missioni e anche della collaborazione con il Parco di Tindari. L’obiettivo finale di queste ricerche, da perseguire in un tempo ragionevole, è quello di collegare questi scavi in corso al percorso di visita attuale e, dunque, consentire ai visitatori di avere una visione globale più articolata di questo sito e di comprenderne l’importanza che è già conferita dalla sua monumentalità.

Halaesa indubbiamente ha una monumentalità che, allo stato attuale, è percepibile solo in minima parte rispetto alle sue potenzialità ma che sta emergendo in maniera sempre più evidente proprio in questi nuovi scavi.

Ci può dare qualche informazione a carattere storico del sito di Halaesa? Perché è stata una città così importante e determinante?

La Halaesa che noi vediamo oggi è la Halaesa della tarda età ellenistica e della prima età imperiale, cioè del momento che rappresenta probabilmente la massima fioritura della città dal punto di vista economico ma anche delle sue relazioni con Roma. In realtà, la sua storia nasce ben prima, perché la città viene fondata alla fine del V secolo a.C. come una sorta di proiezione sul mare di un centro non greco, si direbbe “indigeno” nella terminologia tecnica, dell’interno.

Di questa prima Halaesa noi conosciamo molto poco dal punto di vista archeologico, perché forse le tracce monumentali di questa fase sono state in gran parte cancellate in occasione degli imponenti lavori di monumentalizzazione della città, che sono quelli che hanno dato luogo a quello che noi oggi vediamo, con successive ristrutturazioni e trasformazioni.

Sostanzialmente l’impianto urbanistico e monumentale che oggi vediamo è quello che Halaesa si dà nel corso del II secolo, nel momento in cui, come dicevo prima, raggiunge l’apice della sua fortuna soprattutto in relazione al consolidato rapporto che aveva stabilito con Roma. Sappiamo dell’esistenza di una comunità di italici ad Halaesa in un’epoca molto precoce, precedente alla conquista di Roma. Ma la sua prosperità è dovuta anche alla sua posizione, alla sua prossimità con le rotte che dalla Sicilia andavano ai porti di Roma e della Campania.

Questa fortuna dura ancora nella prima età imperiale, come dimostrano tutta una serie di restauri e abbellimenti dell’apparato monumentale. Il suo declino inizia già dalla media età imperiale per poi concludere questa parabola nella prima età bizantina. Un indizio importante è che, nel foro della città, viene impiantata una necropoli bizantina e questo segna il definitivo tramonto della città antica.


Santa Gada di Laino Borgo: intervista al Prof. Fabrizio Mollo

Un vasto insediamento di epoca lucana, il più rilevante di tutto il bacino del Lao-Mercure: la seconda campagna di scavi archeologici sul colle di Santa Gada di Laino Borgo ha rivelato preziose indicazioni sul sito che l’Università di Messina sta indagando da un triennio, in collaborazione con il Comune di Laino Borgo, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Cosenza e l’Ente Parco Nazionale del Pollino.

Lo scavo è diretto dal Professore Fabrizio Mollo, docente di Topografia Antica presso l’Università degli Studi di Messina, e sta riportando alla luce un centro urbano con un sistema viario e di isolati regolari che occupano gran parte dei terrazzi collinari di Santa Gada. L’importanza del ritrovamento impone un progetto serio di valorizzazione e di ricerca.

Lo abbiamo intervistato per Classicult.

Si tratta certamente di uno scavo sensazionale. Abbiamo riportato alla luce, in questo terrazzo a ridosso del fiume Lao, un frammento di abitato di epoca lucana molto ben articolato, dotato di una maglia viaria all’interno per gli orientamenti rinvenuti.

Laino Borgo, particolare della vasca per la gestione delle acque. Foto di Maria Luisa Lovecchio

In particolare, abbiamo scavato un isolato quasi intero, databile tra la seconda metà del IV e la prima metà del III a.C. E’ stata riportata alla luce una vasca per la gestione delle acque, forse collegata ad un uso sacrale. Siamo di fronte ad una importante realtà insediativa del territorio – prosegue il Professore Mollo - che merita una ulteriore valorizzazione.

Questo scavo travalica i limiti comunali e questo di Santa Gada è senz’altro l’insediamento più strutturato e meglio organizzato del territorio in una fase di vita molto lunga che va dall’età arcaica all’età ellenistica. A valle del colle si arriva addirittura all’età romana. Nei prossimi anni continueremo con l’attività di ricerca, anche perché individueremo le relazioni del sito con tutte le altre realtà limitrofe. Inoltre, sono stati rinvenuti molti elementi di notevole pregio: il set della cucina, vasi, dispense, una serie di monete di età lucana soprattutto della zecca di Laos.

Abbiamo testimonianze che rimandano ad una cultura molto variegata che fa riferimento all’insediamento che vive almeno fino alla metà del III secolo a.C., poi abbandonato forse in seguito ad un sisma, come emerge da alcuni elementi durante i lavori di scavo.

L’insediamento – conclude il direttore di lavori - è importante non solo per le risultanze puntuali dello scavo, localizzato in un terrazzo esteso circa 40 ettari, ma anche per le testimonianze coerenti rinvenute negli altri saggi. C’è un grosso abitato lucano legato sicuramente al corso del fiume Mercure, che proprio a ridosso di questo colle cambia il nome in maniera significativa in Lao, fungendo da cerniera tra la Basilicata interna e l’area tirrenica costiera, oltre che la Sibaritide al di là del Pollino.


Astor Piazzolla Paola Crisigiovanni

Terni, ritorna l'omaggio a Piazzolla: intervista a Paola Crisigiovanni

Terni, con TangOpera ritorna l'omaggio a Piazzolla: intervista a Paola Crisigiovanni

Fusione tra tango argentino e opera lirica, ne scrissi del 2019 su Vivo Umbria dopo che al Teatro Nuovo di Spoleto avevo assistito allo spettacolo allora inedito TangOpera. Una produzione artistica di Ag.or.à. a cura dell’associazione Amici della Lirica di Terni, con un’orchestra di dieci elementi formata dal Nuevo Tango Ensemble, ispirato a Piazzolla, (Prisca Amori al violino, Simone Marini al bandoneón, Alessandro Paris alla chitarra, Matteo Gaspari al contrabbasso, Paola Crisigiovanni al pianoforte e per gli arrangiamenti) insieme alla Estro String Orchestra (Francesco Negroni alla viola, Angelo Santisi al violoncello, Daniel Myskiv, Luca Bagagli e Francesca Sbaraglia al violino), due cantanti liriche (la soprano Désirée Giove e la mezzosoprano Ilaria Ribezzi) e due ballerini di tango argentino (Sara Paoli e Samuele Fragiacomo).

Un evento di contaminazione tra generi che ricordo al pubblico piacque, tanto è che, quando venni a sapere della replica ternana che si svolgerà il prossimo 26 agosto nell’Anfiteatro di Terni, mi incuriosii nel voler approfondire la conversazione musicale con una delle sue protagoniste: Paola Crisigiovanni.

TangOpera Astor Piazzolla Paola Crisigiovanni
Terni, ritorna l'omaggio a Piazzolla, con Paola Crisigiovanni. La locandina ufficiale dell'evento - Ag.or.à Umbria

Quando ricevetti la telefonata ero reduce dall’aver guardato un documentario sulla vita di Carly Simon e ciò che mi era rimasto più impresso della sua storia era stata la vocazione che lei ha sempre avuto per la musica. Allo stesso modo mi è sembrato, leggendo la biografia della pianista e compositrice Crisigiovanni, qui prestata alle fatiche di TangOpera. Eclettismo che ben si ravvede nelle composizioni originali di, ad esempio, Agnus Dei ma anche di Suite Mediterranea e di Moz’art jazz. Sulla sua vocazione, avendo iniziato a comporre a 10 anni, non ho dubbi ma glielo chiedo per sfatarne qualcuno:

“Sono entrata in Conservatorio che avevo dodici anni, allora era il vecchio ordinamento dove si studiava per dieci anni lo strumento. Non l’ho abbandonata mai la musica e non ho pensato mai di fare altro. Da subito ho avuto l’idea di voler scrivere e di voler suonare, contemporaneamente, fin da ragazzina. Ricordo quando sentivo le colonne sonore dei film e dicevo ‘io voglio fare questo’.”

E poi l’ha fatto, sempre con l’intento di migliorarsi, anche se come dice lei non è stata la sua attività principale. Eppure, oltreché sotto il profilo della prosa, del cinema e della base concertistica, è riuscita a soddisfare alcune collaborazioni importanti quali quella con Alessandro Preziosi, Fabrizio Bosso nonché con l’attore Stefano Fresi con cui ha avviato un progetto sul rapporto tra arte e autismo insieme alla professoressa Monica Mazza della Facoltà di Psicologia dell’Università dell’Aquila.

Astor Piazzolla Paola Crisigiovanni
Terni, ritorna l'omaggio a Piazzolla - Foto proprietà riservata Paola Crisigiovanni

Quanto credi ti abbiano influenzato le tue esperienze musicali passate in questo lavoro?

“Direi totalmente, come in ogni lavoro. Io sono stata innamorata di tutti i generi musicali che ho studiato, che ho indagato: la musica classica in primis, poi il jazz, poi le composizioni di musica etnica, popolare, ma anche la musica pop, leggera che suonavo da ragazzina, tutto ha influito. Perché poi la musica per me è una. Può essere una musica di qualità, che può piacere o che non può piacere, ma la musica è una, non mi piacciono le divisioni in musica come in generale. Per cui ha influito in maniera totale, quindi quando poi è nata anche TangOpera è stata una bella sfida: unire le arie a Piazzolla senza toccare le arie, è stata una bellissima esperienza. È stata una produzione organizzata tra l’altro in modo eccellente, ci siamo divertiti, abbiamo trovato una grande ospitalità e una grande professionalità”.

Quindi quando nella prima edizione ti hanno proposto questa cosa, come l’hai presa?

“Quando Silvia Racanicchi [responsabile Ag.or.à., n.d.r.] mi ha proposto di fare questa cosa con il tango l’ho presa benissimo, nel senso che lavorare con delle partiture preesistenti, per poi sovrapporne delle altre, mi piace molto. Ad esempio, le melodie delle arie d’Opera sono lasciate esattamente così come sono e hanno un accompagnamento strumentale che invece è diverso, anche se contiene sempre delle citazioni alle partiture originali. Questo cambia tutto, nelle armonie e nella ritmica”.

Puoi spiegare questo concetto di sovrapposizione anche ai non addetti ai lavori?

“È come se si facesse una sorta di quadro dove alcune immagini vengono prese dai grandi pittori della storia e a queste vengono sovrapposte delle altre originali. In musica a volte gli arrangiamenti consistono nel citare il tema principale del pezzo che si sta eseguendo e poi improvvisare sopra, a volte cambiando le note del canto stesso. Qui ad esempio le arie di Puccini vengono lasciate esattamente come Puccini le ha scritte, però sotto c’è una composizione nuova fatta nello stile del tango”.

Terni, ritorna l'omaggio a Piazzolla - Foto proprietà riservata Paola Crisigiovanni

Contaminazioni evidenti che le piacciono e mentre ascolto, la suggestione mi porta a Saint-Saëns e a Gillespie e allora curiosando ancora un po' le chiedo: in origine di chi fu l’idea di TangOpera?

“L’idea si è generata, forse, insieme. Nel senso che parlando di una possibile produzione che si poteva fare, io ho esposto le varie situazioni musicali di cui potevo disporre e quindi quando poi è uscito il tango argentino di Piazzolla, è uscito dalla parte di Ag.or.à la voglia di fare qualche cosa che unisse il canto lirico a produzioni nuove, allora l’idea è scaturita subito. È stata, come dire, una chiacchierata molto produttiva tra loro e il mio modo di fare la musica, perché spesso ho fatto delle elaborazioni di materiale classico (Bach, Chopin, Mozart) unendolo appunto a delle mie composizioni originali, sempre sovrapponendo i brani. Le idee convergevano abbastanza sul mio modo di scrivere ed è quello che aveva in mente Ag.or.à quando voleva produrre TangOpera”.

Terni, ritorna l'omaggio a Piazzolla - Foto proprietà riservata Paola Crisigiovanni

Un omaggio ad Astor Piazzolla, nel centenario della sua nascita, che l’Umbria dunque attende con meraviglia, ancor più di questi tempi dove tra mille ristrettezze si tornerà a fare musica dal vivo. Proprio su questo punto torna e conclude la Crisigiovanni:

“Siamo sempre felici quando ci sono delle nuove produzioni che aspirano a creare qualcosa di bello perché questo mantiene la musica viva. Oggi c’è tanta massificazione, c’è tanto apparire. Si va a vedere un concerto perché arriva il personaggio famoso, il fenomeno da baraccone, quando ci sono tantissime realtà di giovani e meno giovani che hanno tanto da dire, al di là del fatto che usino o meno i mezzi di pubblicità che oggi comanda il mercato ed è un grande pericolo”, ha un messaggio importante da ribadire e le diamo voce: “Avere persone che magari ne usufruiscano meno e che sappiano dire o dare delle cose è bene che ci sia qualcuno che li faccia parlare in qualche modo, dare spazio alle prime esecuzioni e alle produzioni di musiche originali senza chiudere con il passato”.

 

Per avere maggiori informazioni:

Sito ufficiale di Paola Crisigiovanni

Pagina Facebook di Ag.or.à.

 

 


Il giudizio della solitudine - Intervista a Raul Montanari

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini+Castoldi - recensione 

Sotto i capitoli, parole di indirizzo in uno stile in uso tra Sette e Ottocento, presente, passato, l’intreccio che si origina sul fiume, su un ramo appollaiato c’è un cormorano che vede tutto, che si fa testimone della scena ancor prima che l’autore del noir ci faccia vedere ciò che non sappiamo. È un prologo singolare quello che Raul Montanari presenta nel suo nuovo romanzo edito Baldini+Castoldi, Il vizio della solitudine.

“Avevo in mente più di un titolo e alla fine abbiamo scelto questo perché la solitudine, come l’abbiamo anche vissuta tra l’altro in questo anno e mezzo, è molto vista come qualche cosa di negativo che uno subisce per circostanze esterne, la subisce perché non si può ribellare e deve rimanere solo” racconta lo scrittore per spiegare proprio il significato di questo titolo, “Secondo me Guarneri è un uomo abbastanza forte da abbracciare la solitudine volontariamente, farla diventare quasi un vizio come lui stesso dice a un certo punto, perché nella solitudine di bello c’è la totale non appartenenza, il fatto che appartieni solo a te stesso. Mi è capitato di citare in altre intervista la frase straordinaria di Leonardo Da Vinci in cui io mi sono imbattuto in terza media che dice ‘Sii solo e sarai tutto tuo’, è una frase di una potenza spaventosa, fa quasi paura, chiaramente devi essere capace di avere una simile forza, ‘Sii solo e sarai tutto tuo’, questa gelosia quasi di te stesso, io di me stesso non voglio dare niente agli altri e non è egoismo ma concentrazione su Sé”.

Raul Montanari Il vizio della solitudine
La copertina del romanzo di Raul Montanari, Il vizio della solitudine, pubblicato da Baldini+Castoldi (2021) nella collana Romanzi e racconti

Non è un thriller come gli altri e il protagonista, l’ex ispettore Ennio Guarneri, alla fin fine strattonato tra il senso di giustizia e di morale finirà per prendere una decisione che gli cambierà la vita. Un’altra volta. Prima, in servizio, facendo parte di una autofficina dei tre ispettori, cosiddetta, che emette tagliandi punitivi contro chi sembra proprio non aver capito cosa significhi rispettare la legge e il prossimo, poi per una serie di circostanze avverse entrando a far parte di un meccanismo in apparenza giusto ma allo stesso tempo criminale. Un non troppo raro caso di giustizia fai da te che sfocia nel folle quando l’ordine di un giustiziere si assurge nel garantire il lecito con le stesse armi e gli stessi comportamenti di colui al quale obietta integrità.

“Il conflitto tra legge e giustizia è centrale nel libro” riprende Montanari, “La giustizia ha un carattere soggettivo (…) Mentre la legge, da un canto è una coperta troppo corta, cioè la legge non riesce mai a coprire tutto il campo della giustizia, non c’è niente da fare (…) ha questo aspetto di statico, mentre le vere situazioni che si creano nella vita sono sempre dinamiche, cangianti. I latini dicevano una cosa molto bella, nella tradizione della giurisprudenza latina: Summum ius, Summa iniuria. Cioè, Summum ius, il massimo del diritto, quindi il massimo tentativo di applicare il diritto e cioè la legge diventa Summa iniuria e tra l’altro è bella questa parola perché iniuria letteralmente è il contrario di ius, quindi diventa somma ingiustizia, ma iniuria poi in italiano diventa ingiuria, cioè la massima applicazione della legge diventa addirittura un’offesa alle persone e anche alla realtà, alla verità dei fatti”.

L’abilità che Montanari ha nello scrivere la si intuisce presto dall’incastro con cui le parole fanno emergere immagini nelle pagine del libro e da come infarcisce le mie domande di risposte ad alto profilo letterario e filosofico.

Raul Montanari. Foto Piaggesi courtesy Baldini+Castoldi

Diciassette romanzi pubblicati, docente e direttore a Milano di una delle scuole di scrittura creativa più quotate in Italia (degno erede di Pontiggia), ha firmato opere teatrali, sceneggiature e traduzioni, come quella di McCarthy dove in Meridiano di sangue ritroviamo quei titoletti, quelle parole d’aggancio di inizio capitolo che Montanari chiama trailer e che spiega così:

“Se dovessi dire la cosa a cui assomiglia di più è come se fossero dei flash di parole, di immagini, di cose che accadono che poi il lettore può avere anche la curiosità di verificarle dentro al capitolo. Io le uso quasi da sempre, è un’idea in più che male non fa e a molti lettori piace, lo trovano singolare, divertente, un tratto di identità. È un espediente extra-letterario, una cosa che si vede più in altri contesti espressivi che nella narrativa in prosa”.

Per addentrarmi ancor di più nella storia, arrivata a quasi metà del romanzo, decido di riprendere un esercizio che la professoressa di italiano durante le gare di lettura alla scuola media faceva fare ai più volenterosi. La sfida consisteva nel dover raccontare la storia a partire dalla fine del romanzo, pena il passaggio di punteggio alla squadra avversaria. Non c’era alibi che tenesse e così, modificando un po' la linea, ho lasciato la metà a cui ero giunta per arrivare d’impatto alla fine di questo vizio della solitudine che tuttavia, grazie a quella scrittura che per Montanari è arte, mi ha lasciata comunque attaccata al foglio. Sarà per questo che quando l’ho raggiunto al telefono gli ho subito chiesto perché si fosse ispirato proprio a questa storia, proprio Ennio Guarneri.

“Il protagonista sostanzialmente assume una vocazione diciamo da giustiziere che, finché lui è nella polizia, si esprime con azioni che sono comunque illegali ma suscita sicuramente simpatia da parte del lettore” mi dice senza esitazione, “Gli incontri che lui fa con questi giustizieri nigeriani, siccome lì si tratta di vita e di morte e cioè si tratta di un gioco molto più pesante, è come se lo costringesse a verificare fino in fondo dentro se stesso la sua disponibilità a stare, come lui dice, dalla parte della giustizia anche contro la legge. Quindi è come se lo costringesse a guardarsi dentro completamente”.

Un romanzo di solitudine e di amore, di sentimenti. Una storia inventata che ha però meno invenzione di tutti gli altri che ha scritto.

“Dentro ci sono un sacco di cose che sono tratte, più che dalla cronaca, da esperienze più o meno di seconda mano, cose che mi sono state raccontate, cose che ho visto, tutti gli aneddoti della polizia sono veri” mi racconta lui da vero ricamatore di storie, “in particolare è vera la figura della ragazza di Lotta Comunista, è assolutamente una persona vera, lei ha un altro nome ma le caratteristiche le appartengono, sono tutte sue e ti dirò, addirittura, che la primissima idea del romanzo mi è venuta vedendo lei. Cioè quando Ennio Guarneri non esisteva ancora e guardandola mi sono chiesto che è effetto poteva fare un’epifania femminile come questa nella vita di un uomo che vive solo e lì ho cominciato a immaginare un personaggio maschile che fosse completamente all’opposto di lei, quindi che avesse un’altra età, un’altra ideologia perché l’ideologia del poliziotto giustiziere non è certo comunista, è proprio quello che mette le toppe al sistema non che lo vuole cambiare in fondo”.

Ed ecco che finalmente il senso trova il suo compimento, proprio laddove sono giunta con impeto ricalcando le impronte di un antico esercizio, con buona pace del cormorano testimone e metafora di quella solitudine che poi l’ex ispettore sospinto dal dubbio si troverà a scegliere.

Raul Montanari Il vizio della solitudine
La copertina del romanzo di Raul Montanari, Il vizio della solitudine, pubblicato da Baldini+Castoldi (2021) nella collana Romanzi e racconti

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini+Castoldi 2021, pp. 336, Euro 19.


Nella tana del serpente Michele Navarra

Tana per il serpente - intervista a Michele Navarra

Nella Tana del serpente di Michele Navarra - recensione e intervista

È considerato un quartiere difficile Corviale, il Serpentone, nella periferia romana tra Casetta Mattei e Colli Portuensi. Un grattacielo orizzontale, silenzioso, che misura quasi un chilometro di lunghezza, con due tipologie di cittadini a vivere a stretto contatto: da una parte, quelli perbene che cercano di tirare avanti come meglio possono facendo infiltrare legalità e non delinquenza, dall’altra separati da un semplice tramezzo le bande, le gang che cercano rispetto con la violenza e con lo spaccio di droga, ampiamente documentata dalla cronaca e dalle operazioni delle Forze dell’Ordine.

Foto Flickr di Henrik Schulte, CC BY 2.0

E dire che il progetto dell’architetto Mario Fiorentino, ormai definito “un’utopia fuori tempo massimo”, era di tutt’altro genere. Doveva essere inclusivo, di aggregazione sociale, come anche ha provato a ricordare la professoressa Guendalina Salimei con il progetto di riqualificazione del Kilometro Verde.

"Per me Corviale non è un quartiere peggiore o migliore di altri, è un quartiere unico dal punto di vista architettonico perché in realtà non è un quartiere, è un palazzo gigantesco che ha lo stesso numero di abitanti di un paese di medie dimensioni, tutto condensato",

mi dice Michele Navarra, avvocato penalista e scrittore di romanzi noir. L’ho raggiunto al telefono per parlare del suo settimo libro, edito da Fazi nella collana Darkside, Nella tana del serpente, che vede sullo sfondo proprio il Corviale.

La sua scrittura, con evidente padronanza della lingua e della cognizione dello spazio-tempo in cui i suoi personaggi si trovano a vivere, è levigata, precisa, tiene conto della normalità ma anche del limite in cui essi versano, prendendo spunto probabilmente dalle interviste che mi dice aver ascoltato e da ciò che ha visto al Serpentone e nella sua carriera di penalista.

 

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"Ha un fascino che ti attrae e che ti inquieta allo stesso tempo", commenta Navarra riflettendo sui soldi facili della droga che troppo spesso richiamano nelle sue fila coloro i quali pensano di scavalcare le difficoltà imposte dalla vita con arroganza e finta popolarità, barattandoli con il pericolo reale di perderla quella vita quando va bene in carcere e quando va male assassinati da qualche rivale nelle piazze di spaccio.

 

Foto Flickr di Umberto Rotundo, CC BY 2.0

Ma non è solo un romanzo di formazione sociale il suo, perché è fin troppo realistico e c’è tutto quello che viviamo ogni giorno. C’è il traffico, la droga, le case popolari, il crimine, l’amore, l’abusivismo, la disperazione, i barconi rovesciati in mare, la guerra, la morte, la speranza. Il punto di vista che può fare tutta la differenza del mondo lo fa, ed è nelle mani di Alessandro Gordiani, suo alter-ego narrativo che con i quattro colleghi amici “moschettieri della legge” e in sella a una Vespa scassata, tenterà di risolvere il caso di omicidio che gli è stato presentato.

Ma perché proprio questa storia? - Chiedo.

"Avevo cominciato a scrivere e sto continuando a scrivere perché ritenevo che, attraverso la scrittura e attraverso il romanzo, avrei potuto raggiungere degli obiettivi che avevo: uno, era quello di sfogare in qualche modo l’insofferenza che cominciavo a provare per la professione; tra le tante cose che non mi piacevano, che non mi piacciono, e che io come avvocato non posso dire o comunque devo stare attento a dire perché chiaramente molto spesso dobbiamo confrontarci con i nostri interlocutori, dobbiamo tutelare la posizione del nostro assistito, non è che si può avere quel coraggio che invece avrei potuto regalare a un avvocato di carta",

prende a raccontare l’autore Navarra e rinforza,

"Quindi Alessandro Gordiani mi 'serviva' per poter dire quello che secondo me non andava bene nel Pianeta Giustizia generale. E poi un’altra cosa che volevo fare e che ho sempre pensato, che continuo tuttora a pensare, è che il processo penale italiano è incredibilmente avvincente, contrariamente a quello che si può pensare".

Ed ecco che poco dopo, nell’intervista, conosciamo oltre all’autore anche l’avvocato Navarra e il suo amore per il Diritto:

"Noi vediamo il processo come una cosa noiosa, burocratica, bizantina, il che è tutto vero eh, perché per molti aspetti è così, però bypassando o riuscendo a incapsulare questi aspetti un po' più prosaici uniformandoli, armonizzandoli con quello che è lo scoppiettio del dibattimento, perché il pathos che sprigiona da una testimonianza resa davanti a un giudice, da un controinterrogatorio, dal pubblico ministero che incalza il povero difensore che cerca di opporsi, si creano delle dinamiche anche dialettiche e anche una tensione che se riesci a raccontarla bene è fantastica, non ha niente da invidiare a quelle cose anche molto belle americane che siamo abituati a vedere".

Nonostante questi ultimi romanzi siano meno processuali, come da sua stessa ammissione, si richiamano sempre a un certo grado di autenticità. La creazione dell’avvocato Alessandro Gordiani ha già trovato riscontro nel pubblico dei lettori che spesso tende a identificarlo con il suo autore: "Più quello che sono, Alessandro Gordiani è diventato un Me-aspirazionale, quello che vorrei essere" si giustifica Navarra in proposito,

"Lui su alcuni aspetti è molto più coraggioso di quello che potrei mai essere e soprattutto ha la fortuna di muoversi tra le pagine di un romanzo, quindi se lui commette un errore a pagina 80 può tornare indietro con il cursore e sistemare l’errore oppure può far sì che a pagina 150 esce fuori un documento che gli risolve la situazione, mentre io nella realtà questo non lo posso fare".

Eppure una cosa la sappiamo: se il Serpentone, come nel libro diceva Alessandro al suo assistito,

“tra le sue tante caratteristiche, ha anche la capacità di inglobare le persone nella sua struttura di cemento, facendole quasi scomparire”,

lo scrittore invece, richiamandosi a Pasolini, con l’inchiostro potrà sempre far risplendere le loro virtù dimenticate.

Nella tana del serpente Michele Navarra
Michele Navarra, la copertina del romanzo Nella tana del serpente, pubblicato da Fazi Editore (2021) nella collana Darkside

Michele Navarra, Nella tana del serpente, Fazi Editore 2021, Collana Darkside, pagg. 312, prezzo cartaceo 16€, prezzo e-book 7,99€