Cesare Pavese e quel suo sogno di America

Cesare Pavese e quel suo sogno di America

Parlare di Cesare Pavese significa raccontare l’America. Non l’America reale, della metà del ‘900, ma un’America presunta, trasognata, elaborata attraverso la letteratura. Perché questo grande scrittore, letterato, traduttore, quella sua cara America non l’aveva mai vista se non tra le pagine dei libri che leggeva, se non attraverso i personaggi della grande letteratura americana di quel periodo. Le ragioni di quest’amore possono essere innumerevoli, ma tra tutte una può essere considerata determinante. Pavese sente il bisogno di un processo inverso a quello che si era verificato nel 1492, una sorta di scoperta al contrario, un’invasione culturale che risvegli e risani l’Italia.

Certamente è un amore anticonvenzionale, ma che anticipa una moda che si svilupperà dopo in Italia, che si ritroverà conquistata da ogni aspetto della vita americana. Sul fronte letterario, questo amore per la prosa e la poesia d’oltre oceano si deve alla scrittrice e traduttrice Fernanda Pivano. In particolar modo alla sua traduzione fortunatissimi dell’Antologia di Spoon River. Non una moda solo letteraria, ma un’influenza a tutto tondo che porterà molti scrittori a seguire a ruota Pavese e la moda americana. Nella letteratura, gli intellettuali italiani cercheranno un modo per sfuggire ai tempi correnti, al fascismo, a quegli anni particolarmente opprimenti, e Pavese è stato il primo, colui che ha previsto il grande fascino che avrebbe suscitato l’America in Italia. E questa “fame d’America” viene canzonata in un grande film italiano degli anni 50, dove vediamo una delle più iconiche apparizioni di Alberto Sordi, nei panni di un italiano innamoratissimo dell’America. Si parla, naturalmente, di Un americano a Roma diretto da Stefano Vanzina nel 1954.

Quello che Pavese ricerca non è un modello reale, esistente, ma un modello letterario, ricavato dai testi e dagli autori che lui tanto ama, sin da quando era solo un liceale. L’America che idolatra e insegue è «pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente». Un miraggio, un sogno intonso che vorrebbe poter vivere. E ai giovani americani invidia quell’eterno vagabondare e perdersi nelle strade, la fame di libertà di «un’allegra razza di giovani paria cenciosi che girano senza motivo da stato a stato, da regione a regione, in preda alla febbre della strada», come scriverà ne La letteratura Americana e altri saggi.

Cesare Pavese America
Cesare Pavese. Foto di ignoto, in pubblico dominio

Pavese è affascinato da questa tipologia di giovane vagabondo (tramp), che infiamma la letteratura americana, suo indiscusso protagonista. Beve, fuma, lavora dove gli capita, con l’unico scopo di guadagnare il minimo che gli occorre per vivere e stare al mondo, per continuate quella vita che si dipana nel racconto. Non sa bene dove stia andando e non ricorda dove sia stato; di quello che ha visto gli resta solo una manciata di emozioni contrapposte e uno spietato bisogno di vita, di evasione dalla routine quotidiana. Gira sui treni merci o con l’autostop, altrimenti a piedi inforca i sentieri nebulosi delle strade, facendo del cammino il suo stesso esistere. È proprio questo ad affascinare Pavese, questo vagabondare dell’uomo, questa fame di vita che è un po’ anche la sua, finché le tante delusioni non lo porteranno a rinunciare a quella vita che lui così spesso ha affermato di amare ne Il mestiere di vivere.

Traduce Sinclair Levis, Sherwood Anderson e quell’indiscusso capolavoro di Herman Melville, che è Moby Dick, realizza una traduzione così bella da essere considerata da molti critici addirittura meglio dell’originale. Ne coglie tutta la novità stilistica, concettuale, narrativa e auspica un presente ove gli intellettuali italiani e le loro invecchiate scritture prendano spunto dagli scrittori americani, nelle trame ma soprattutto nello stile. Perfino di Arrowsmith Lewis, Pavese non potrà che parlare bene: «mal fatto, tirato giù, privo di costruzione» ma «di quelli che si leggono d’un fiato, cui si torna a pensare avidamente per l’abbondanza pletorica di vita che li informa». Ed è proprio la vitalità della letteratura quella a cui aspira Pavese e quella di cui necessiterebbe l’Italia. In queste storie, questo grande scrittore vede il «bisogno storico» della sua penisola.

Così scrive ne La letteratura americana e altri saggi: «questi americani hanno inventato un nuovo modo di bere. Parlo, s’intende, di un modo letterario. Un personaggio, a un certo punto di un romanzo, pianta tutto: belle maniere, lavoro – famiglia, quando l’abbia – e solo, o in compagnia di un amico del cuore, scompare qualche tempo per la solita spedizione: he has gone on the grand sneak, si è buttato alla gran fuga. Talvolta l’assenza dura giornate. La condotta del ribelle, nel frattempo, è molto semplice: da un baccano di canzoni e di bei motti, a un muso angosciato e meditante. Alla fine, il personaggio torna a posto nella vita. È un po’ abbacchiato e smorto, ma ha una nuova coscienza di se stesso: la macchina della civiltà non lo possiede interamente, la vita è ancora degna».

America Cesare Pavese La letteratura americana e altri saggi Einaudi
La copertina (1990) del volume di Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Gli struzzi. Fu pubblicato per la prima volta nel 1951, postumo, con prefazione di Italo Calvino

Cesare Pavese si chiude in questo mondo fittizio, in questo sogno che è l’America, per fuggire al reale, alla realtà di ogni giorno, al pallido colore della sua terra, che ha ormai perso quel primitivismo, quella spontaneità così forte nella letteratura americana, che la civiltà ha contribuito a far perdere per sempre. Quello di cui Pavese si rende conto è che queste avventure di cui legge gli scrittori le hanno vissute. Forse, si dovrebbe abbandonare il confortevole nido e gettarsi nel mare delle avventure? Forse è questo il solo modo per sfuggire al «male della civiltà»? Herman Melville, riflette Pavese, ha vissuto avventure reali e, così, non solo ha scritto della grande letteratura, ma ha trovato l’equilibrio nella vita reale.

Pavese è affascinato da questi cercatori di libertà, che hanno ancora modo di forgiare il loro paese, la loro America. Fanno un’antiletteratura e raccontano viaggi, sport, cinema, tutto col sottofondo del jazz. Un mondo barbaro, primitivo, cui si dovrebbe tornare per poter essere liberi, felici, curando l’anima decadente che ogni italiano (ed europeo) serba in sé. Una fuga per riappropriarsi della vita persa, senza essere schiacciati sotto il peso della civiltà. Questo vede Cesare Pavese attraverso quelle lenti distorte della letteratura.
Un sogno che chiama ‘America’.

Questo vede Cesare Pavese attraverso quelle lenti distorte della letteratura: un sogno che chiama America. Foto di 12019

 

Riferimenti bibliografici:

Lajolo Davide, Il «vizio assurdo». Storia di Cesare Pavese, postfazione di A. Bajani, Classics minimum fax, Roma 2020;

Pavese C., La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1951;

Pavese C., Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, a cura di M. Guglielminetti e L. Nay, introduzione di C. Segre, Einaudi, Torino 2014;

Pavese C., La scoperta dell’America, prefazione di E. Ferrero, a cura di D. Pontuale, Nutrimenti, Roma 2020.


Questi corpi che massacrano l'anima, il mito greco di Medusa come rilettura dell'inaccettabile

Chissà se Orfeo si sarebbe voltato indietro se al posto della sua amata Euridice ci fosse stata la Medusa di Martine Desjardins. Sicuramente il mito greco non sarebbe rimasto lo stesso.

Potremmo definire Medusa un retelling grottesco dell'indimenticabile mito della Gorgone, regina, capace di pietrificare con il suo sguardo chiunque osasse guardarla. Nel romanzo della scrittrice canadese Martine Desjardins, la ragazza Medusa è vittima di una rara deformità ottica che le conferisce un aspetto grottesco e anti-estetico facendola odiare dalle sorelle e dai genitori.

Sarà costretta a vivere, infatti, con i capelli che le coprono il volto per nascondere la sua bruttezza, e così viene privata non solo della propria femminilità e dell'infanzia, creando de facto una vita interrotta e in balia di una forzata cecità, ma disconnessa del tutto dal mondo; vive una perenne negazione. O  vive in negativo, come un filtro fotografico. I colori diventano ombre e le persone immagini traballanti che adornano i confini dello spettro ottico, gli esseri umani non rappresentano legami affettivi  e tantomeno incarnano sentimenti positivi, ogni vibrazione del vuoto cognitivo viene colta e metabolizzata con un altro filtro, quello dell'inaccettabile.

La vita di Medusa non è un supplizio perché è semplicemente lontanissima dai parametri estetici bensì c'è una filosofia del disprezzo. Come nell'antica Sparta i bambini deformi venivano esposti (abbandonati) perché erano un peso per la comunità così Medusa è un'isola di solitudine perché deturpa la perfezione familiare che si erge sulle fondamenta tossiche delle famiglie apparentemente perfette. Tralasciando le psicologie familiari e disfunzionali abbiamo tra le mani un romanzo intelligente che si fa cassa di risonanza di moltissimi echi non solo mitologici ma anche letterari e cross-generazionali.

Sì, se vi aspettavate un retelling pseudo-immaginifico alla Circe di Madeline Miller del materiale greco o una metafora grottesca del mondo familiare, allora siete lontani. Medusa è un romanzo neogotico, rinchiuso in una gabbia distorsiva stratificata. La prima prigione distorcente è il corpo che massacra l'anima e ci allontana dalla comprensione dell'Io individuale, subentra l'ambiente domestico che si rivela essere una dimensione claustrofobica quanto le peggiori segrete di un castello diroccato, si aggiunge alla fine la prigione dell'Athenæum dove Medusa viene inviata e costretta a vivere lontana dalla sua famiglia. In questa scuola-prigione, Medusa sarà elevata a rappresentante univoca della filosofia del disgusto, tanto cara ad esponenti poetici di fine Ottocento (come Artaud col suo lirismo maledetto). L'estetica della ripugnanza viene usata per perpetrare la vita di Medusa, che scopre nel dolore fisico e nell'esaltazione delle proprie deformità un nuovo senso di accetazione, in bilico tra voyeurismo sadomasochistico e dissociazione dal reale.

Interessante anche come le tematiche femministe non siano innestate con retoriche semplicistiche e telefonate, tant'è che anche in altre donne si può presagire il peso della mentalità patriarcale. Medusa è femminista nella sua natura più allucinata e scabrosa, nella continua mortificazione e umiliazione, nel totale perseguimento del dolore e della decadenza.  Martine Desjardins insegue con un linguaggio chirurgico e sprezzante il viaggio dell'antieroina sovvertendo i manuali di scrittura in un romanzo di deformazione e arricchendo l'immaginario del lettore di una tetra rappresentazione del corpo femminile. Corpo sempre strumentalizzato dall'uomo e non più appartenente alla sfera femminile. Ma, con l'essere maledetta di Medusa, si pone anche un quesito finora inedito: e se la vera libertà potesse sorgere anche dall'orrore?

Medusa Martine Desjardins Alter Ego Edizioni
La copertina del romanzo Medusa della scrittrice canadese Martine Desjardins, tradotto da Ornella Tajani e pubblicato da Alter Ego Edizioni (2021) nella collana Specchi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La poesia dei finali: Ararat di Louise Glück

La poesia dei finali: Ararat di Louise Glück

Ararat di Louise Glück
Ararat di Louise Glück. Foto di Bianca Sorrentino

Le perdite che inaridiscono, quelle che rendono impenetrabili, sono ferite che il tempo non sa cicatrizzare, tagli o lesioni immedicabili che, mentre sanguinano, ribadiscono spietatamente la nostra vulnerabilità senza scampo. È ingenuo chiedere alla poesia di fungere da balsamo, di rimarginare gli squarci del nostro vissuto e, da sola, sovrintendere alla cura; ma se non è lecito cercare consolazione nei versi, è doveroso riconoscerne l’intima natura di gesto creativo, di linguaggio che, se pure addolora, immancabilmente genera conoscenza.

Poesia come strumento di indagine del sé e del mondo: è questa la chiave della ricerca letteraria del Premio Nobel Louise Glück, che all’esperienza totalizzante del verso non chiede sollievo né conforto, ma la possibilità di lasciar emergere l’invisibile e di dargli un nome. In Ararat, silloge del 1990 appena pubblicata da il Saggiatore con la meritoria traduzione di Bianca Tarozzi, l’autrice risignifica perdite e assenze private (la morte del padre e della sorella, il gelo che riecheggia nei silenzi della famiglia) riuscendo a conferire loro carattere di universalità: ricordi, frammenti, dettagli si emancipano dalla vicenda particolare e divengono, per chi legge, simboli attraverso i quali riannodare i fili della propria esistenza.

Quasi obbedendo alle leggi del pensiero magico, la poesia si fa qui linguaggio sacro grazie al quale nominare una fine equivale a rendersi conto di una contemporanea, e conseguente, nascita: essere privati di una presenza implica infatti un nuovo cominciamento, un inedito modo di vedere le cose, l’esordio di un altro sé. La voce di Glück in questo senso assomiglia a quella dell’angelo caduto che parla dal fondo della sua consapevolezza. E se anche il trascorrere del tempo distorce il passato, se anche i nodi negli anni si stringono fino a farsi insolubili, è inderogabile l’urgenza di indagare gli abissi del proprio turbamento, ascoltare il pianto antico del proprio sé bambino, accarezzare con compassione gli errori di chi si ama.

Nel racconto del mito, è il vuoto lasciato da Euridice a determinare, per Orfeo, la possibilità del canto; allo stesso modo, nei versi di Ararat, la pienezza della parola risuona di ciò che Glück ha irrimediabilmente perduto nella sua privata vicenda esistenziale. Ma, se la vita le ha imposto solitudini e mancanze, la scrittura le ha concesso di abitare uno spazio interiore, in cui poter accogliere l’infinito e l’intangibile e tradurre questo silenzio sacro, originale, ineffabile in testimonianza che è lecito pronunciare e condividere.

Ararat di Louise Glück
La copertina di Ararat di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020, tradotto da Bianca Tarozzi e pubblicato da Il Saggiatore. Foto di Bianca Sorrentino

Questa silloge che conduce nei dedali del lutto non indulge mai ai toni dell’elegia e del lamento, e, se pure l’io poetante contempla con distacco persone e ricordi, l’impressione che se ne ricava non è affatto cupa o angosciante: l’attraversamento che incoraggia, anzi, conserva in una certa misura un senso di timida fiducia, che deriva forse dal perdono. D’altro canto, il titolo, pur facendo riferimento al nome del cimitero di Long Island in cui riposa il padre dell’autrice, inevitabilmente proietta l’allusione biblica al monte di Noè, quello dal quale, dopo il diluvio, la vita poté ricominciare. Ancora una volta, alla minaccia di una fine fa da controcanto un impensabile esordio.

Il mito, la classicità, la tradizione, pur non essendo protagonisti della raccolta, come accade invece in altri lavori di Glück, costituiscono il sostrato poetico e metaforico su cui poggiano l’intero discorso e l’ispirazione stessa dell’autrice. Nei titoli, nei modelli, fin nel modo di intendere la poesia, per la poetessa statunitense il passato greco-romano e quello ebraico si configurano come motore letterario in grado di innescare un movimento, come faro in grado di indicare una possibile via. La foresta di simboli dell’antico risuona qui di rumori altri, della ninnananna materna, di risate lontane e di oggetti che si rompono: dettagli dimenticabili che dicono di noi. Anche così quest’immaginario si compone di continue discese e risalite, come le nostre piccole esistenze, che accanto ad attimi altissimi di assoluto, contemplano precipizi altrettanto vertiginosi. Ararat è un libro per chi non ha paura di stare sulla soglia dei propri abissi.

Ararat Louise Glück
La copertina di Ararat di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020, tradotto da Bianca Tarozzi e pubblicato da Il Saggiatore

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Writers and Lovers Lily King

La stroncatura: Scrittori e amanti di Lily King

Da pochissimo è uscita per Fazi la traduzione italiana di “Writers & Lovers”: “Scrittori e amanti”, appunto, della scrittrice americana Lily King, e la notizia ha riportato alla memoria l’atroce giorno e mezzo che ho sprecato a leggere questo romanzetto (in originale) lo scorso anno. Una riflessione più profonda, poi, scaturisce al pensiero della ricchezza assoluta della letteratura anglofona non tradotta (tempo fa scrissi di “A week in December” di Faulks, successo totale in tutto il mondo, ma malamente ignorato dall’editoria italiana), anche tra i più recenti successi di critica e di pubblico (mi viene in mente, al volo, “Love and other thought experiments” di Sophie Ward).

Ecco, a fronte delle sterminate opzioni che la letteratura contemporanea offriva, Fazi sceglie di proporci una delle peggiori commediole romantiche che il mercato editoriale ci ha offerto lo scorso anno. I motivi sono chiari: il titolo è accattivante e le ragazzine innamorate del sogno di diventare scrittrici - come la protagonista - non vedranno l’ora di comprarlo. Senza nulla togliere ai meriti della traduttrice italiana, che, senz’altro, ha fatto un lavoro di precisione encomiabile, è mio dovere procedere alla necessaria bruciante stroncatura.

Scrittori e amanti Lily King
La copertina di Scrittori e amanti di Lily King (titolo originale Writers & Lovers), nell'edizione tradotta da Mariagrazia Gini e pubblicata da Fazi Editore (2021) nella collana Le strade

Premetto che la mia opinione estremamente negativa confligge drammaticamente con le molte recensioni da cinque stelle (si veda, ad esempio, Goodreads), tanto che per un po’ di tempo ho temuto di non aver colto il senso di ciò che Lily King voleva trasmetterci con la sua scrittura. Poi, per fortuna, lo scorso luglio, il Times Literary Supplement ha pubblicato una recensione che condivideva tutti i miei pensieri (la penna è quella di Evelyn Toynton), e mi sono finalmente sentita compresa…

Quando ho comprato questo libro all’inizio del 2020 avrei dovuto ben sapere che una copertina assai carina e un titolo accattivante dovevano nascondere qualcosa che non andava…

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Dal Booker allo Strega: inclusività e diversità nei premi letterari

Mentre leggevo, qualche settimana fa, i nomi dei finalisti del Booker Prize 2020, mi ha attraversata un pensiero fugace ma ben definito, quasi inevitabile: quanto deprimente può essere il confronto di questa shortlist con le cinquine dei più prestigiosi premi letterari per romanzi italiani?

premi letterari inclusività diversità
Premi letterari: a che punto siamo per inclusività e diversità? Foto di Roberta Berardi

La risposta è semplice: molto deprimente. Non perché la qualità dei libri in lingua inglese finalisti al Booker Prize sia necessariamente più alta di quella dei libri italiani selezionati dai comitati dello Strega e del Campiello – non avendoli letti tutti, non saprei come giudicare – ma per l’inquietante dominanza nei premi italiani del fenotipo scrittorio del “maschio bianco”.
Ha fatto discutere la comprensibilmente risentita reazione di Valeria Parrella, l’unica donna finalista per lo Strega, durante la sua intervista la sera della premiazione, quando ha tristemente constatato che il dibattito su movimento #MeToo e letteratura sarebbe avvenuto fra due uomini: “e lei ne vuole parlare con Augias? Auguri!”, ha detto Parrella al giornalista, esternando sentimenti comuni a molte scrittrici donne, o semplicemente a molte donne.

Il risentimento di Valeria Parrella merita di caricarsi di ulteriore significato se guardiamo ai nomi dei finalisti dei tre premi appena menzionati.

Allo Strega, su sei finalisti sei erano bianchi e cinque erano uomini. La longlist non era affatto più incoraggiante, se pensiamo che al fianco di Valeria Parrella, c’erano solo altre due donne, Marta Barone e Silvia Ballestra. Al Campiello, si è presentata una situazione analoga: ancora una volta, tutti erano bianchi, e una sola era donna. Tra l’altro, non si trattava neanche di una romanziera, ma di Patrizia Cavalli, autrice senz’altro illustre, ma tutto sommato una poetessa voltasi alla prosa solo ora, in età avanzata, come forma di autocelebrazione di un’intensa carriera. Il Booker Prize, invece, su sei finalisti, ci presenta ben quattro persone di colore, di cui solo una è un uomo. La longlist era ugualmente riccamente popolata di donne.

Se per il colore della pelle, qualcuno può semplicisticamente obiettare che in Italia la maggior parte degli scrittori sono di fatto bianchi, sulla questione di genere non ci sono scuse. Il panorama della narrativa italiana contemporanea pullula di donne, più o meno esordienti. Di scrittrici in gamba e con idee originali.
Il problema sembra presentarsi in una forma simile anche in altri premi dell’Europa continentale: in Francia, il premio Goncourt ha attualmente solo quattro donne su quindici in longlist.

Sembra che i premi letterari anglofoni abbiamo invece deciso di puntare sui principi di diversità e inclusività, in modo da assicurare che le scelte del comitato rispecchino la società multiforme che la letteratura finisce per rappresentare. Alle scelte della giuria del Booker, si affiancano quelle simili della giuria del National Book Award americano, dalla longlist estremamente variegata sia in termini di genere che di origini degli scrittori. Il Pulitzer, quest’anno, ha assegnato per la seconda volta il premio per la narrativa a Colson Whitehead, uno scrittore di colore.

È facile bollare queste scelte come banali e comode mosse commerciali. Si tratta, è vero, di scelte politiche, ma sono scelte politiche di cui è difficile negare la necessità in questo momento storico. Sono segnali, messaggi di un cambio di mentalità non solo auspicabile, ma impellente. Segnali che è giusto arrivino proprio da chi detiene il potere nell’editoria e nei media in generale. Segnali che l’Italia si ostina a voler dare solo in una forma fittizia, di facciata, quando lascia a Corrado Augias l’onere e l’onore di dibattere di scrittura al femminile, credendo così di aver archiviato il problema del politically correct, e potendo così tornare senza troppi sottili stratagemmi a premiare un uomo.

Colson Whitehead. Foto di David Shankbone, CC BY 3.0


Perennemente umani: la vita senza fine dei classici

Alcuni libri nascono sotto i buoni auspici di un’intuizione che si manifesta sin dalle prime righe: in un lampo folgorante, l’autore svela al suo lettore un segreto con sapienza custodito, un’immagine limpida che benedice il suo andare. Il recente saggio di Enrico Terrinoni, Chi ha paura dei classici?, edito da Cronopio, si apre sotto il segno di un silenzio che è al tempo stesso vitale e sacro, perché fa da culla all’ispirazione e al sogno, ma anche alla memoria. Già l’eco briosa che risuona nel titolo del libro lascia presagire la vivacità che caratterizza le sue pagine, pregne di interrogativi fecondi, argute riflessioni e considerazioni aperte, a partire dai capolavori della letteratura inglese, irlandese e americana.

Foto di TuendeBede 

Oscar Wilde, James Joyce, Arthur Conan Doyle sono solo alcune delle voci immortali attraverso le quali Terrinoni orienta le vele del suo viaggio, che è una vera e propria sfida alle briglie dei canoni della letteratura e dunque non è mai consolatorio. Lo spazio in cui il classico mirabilmente si distende, avverte l’autore, è quel solco incommensurabile che lega in eterno il passato in cui esso è stato concepito e il futuro cui fatalmente si rivolge: in questo orizzonte liminale, non esistono certezze, né la pretesa di fornire risposte definitive alle domande che sono connaturate all’uomo, e che per questo sono da sempre irrisolte, perennemente umane. Da dove deriva allora questa paura diffusa nei confronti di classici, questo timore che non è soltanto reverenziale, ma è quasi una imbarazzante sensazione di inavvicinabilità, addirittura un’avversione, più o meno dichiarata, verso la presunta superiorità di ciò che la letteratura consacra? Relazionarsi con la cifra di imponderabile di cui il classico è portatore non è facile nel tempo della disattenzione, arguisce Terrinoni; occorrerebbe infatti una pazienza, una disposizione all’ascolto, di cui oggi non sembriamo capaci, attratti come siamo da molteplici stimoli, sollecitati contemporaneamente da input numerosi e disparati.

Probabilmente ciò che respinge non è il classico in sé, lascia intendere l’autore, ma la torre d’avorio in cui esso è isolato e rinchiuso: «possiamo tentare di abbatterle o sabotarle, quelle torri eburnee», è l’eretico invito contenuto nel libro, «per poi sbirciare all’interno delle loro stanche mura e tornare a osservare il mondo di fuori con occhi vergini». Il sentiero tracciato da Terrinoni approda poi a un concetto affascinante: non semplicemente quello di infinito, ma quello di infinibilità – come se, in questo perenne ondeggiare tra fantasia e ricordo, il classico si ribellasse all’idea stessa di limite, come se incoraggiasse lo sconfinamento, il fluttuare, l’aprirsi verso orizzonti di possibilità altrimenti impensabili. «Leggere fino in fondo l’abisso senza fine dei classici è una questione di democrazia e di accoglienza, perché sì, l’accoglienza è insita nella democraticità del leggere; ma è paradossalmente preceduta da un moto quasi contrario, che non è di sospetto, ma è forse di paura, di straniamento, di circospezione verso l’alterità», sostiene l’autore.

Foto di fsHH

Un pregio che rende questo volume unico nel dibattito che fiorisce intorno all’idea di classico è l’attenzione accordata all’Irlanda, terra di sogno, incarnazione del mito inteso come viaggio che non conosce fine, metafora dell’immaginazione, estremo miraggio, luogo d’incanto e d’immenso. L’energia che pervade l’isola color smeraldo è la stessa che anima i classici, quella forza sotterranea che, mentre scorre, accorda infinite vite e rinnovati slanci persino a ciò che sembra riposare sotto le ceneri della dimenticanza.

Enrico Terrinoni Chi ha paura dei classici
La copertina del saggio di Enrico Terrinoni, Chi ha paura dei classici? Il libro è stato pubblicato da Cronopio nella collana rasoi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Premio Pulitzer 2020

Premio Pulitzer per la narrativa 2020: quando la letteratura precede la storia

Il Premio Pulitzer per la narrativa 2020: tra grandi romanzi americani, Black Lives Matter, archetipi e stereotipi

L’ossessione tutta americana di scrivere la “Great American Novel”, ormai divenuta proverbiale tra gli autori statunitensi e non solo (e canonizzata dal romanzo di Philip Roth, Il Grande Romanzo Americano), sembra aver preso corpo alla perfezione nel terzetto finalista del Premio Pulitzer per la narrativa di quest’anno.

C’è da essere franchi: non tutti i passati vincitori del Pulitzer – figuriamoci solo i finalisti – sono riusciti ad entrare nella storia della letteratura americana, ma quest’anno, l’anno dell’Apocalisse a quanto pare, i giudici ci hanno presentato uno specimen accurato e memorabile di fiorenti romanzi americani contemporanei.

 

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The 2020 #Pulitzer Prize-winning books are: 1. Fiction "The Nickel Boys," by Colson Whitehead (Doubleday) @DoubledayBooks A spare and devastating exploration of abuse at a reform school in Jim Crow-era Florida that is ultimately a powerful tale of human perseverance, dignity and redemption. . 2. History Sweet Taste of Liberty: A True Story of Slavery and Restitution in America, by W. Caleb McDaniel (Oxford University Press) @OxUniPress. A masterfully researched meditation on reparations based on the remarkable story of a 19th-century woman who survived kidnapping and re-enslavement to sue her captor. . 3. Biography Sontag: Her Life and Work, by Benjamin Moser @BenjaminFMoser (Ecco) @EccoBooks. An authoritatively constructed work told with pathos and grace, that captures the writer’s genius and humanity alongside her addictions, sexual ambiguities and volatile enthusiasms. . 4. Poetry The Tradition, by Jericho Brown @JerichoBrown1 (@Copper_Canyon_Press) A collection of masterful lyrics that combine delicacy with historical urgency in their loving evocation of bodies vulnerable to hostility and violence. . 5. General Nonfiction The Undying: Pain, Vulnerability, Mortality, Medicine, Art, Time, Dreams, Data, Exhaustion, Cancer, and Care, by Anne Boyer (Farrar, Straus, and Giroux). An elegant and unforgettable narrative about the brutality of illness and the capitalism of cancer care in America. . 6. General Nonfiction The End of the Myth: From the Frontier to the Border Wall in the Mind of America, by Greg Grandin (Metropolitan Books) A sweeping and beautifully written book that probes the American myth of boundless expansion and provides a compelling context for thinking about the current political moment. (Moved by the Board from the History category.) . #PulitzerPrizes #Pulitzer #Journalism #Arts #Books #Writers #Playwrights #Bookstagram #Drama #amreading #amwriting

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La vittoria de I ragazzi della Nickel, di Colson Whitehead (premiato per la seconda volta, dopo il trionfo del 2017 con La ferrovia sotterranea) colpisce nel segno per il suo tempismo. Soltanto 21 giorni prima dell’omicidio di George Floyd, a cui è seguita l’onda di proteste del movimento Black Lives Matter, ancora in corso e destinata a cambiare la storia, il 4 Maggio 2020, un romanzo imperniato sul tema della violenza bianca contro i giovani ragazzi neri di un riformatorio americano ha vinto meritatamente il premio Pulitzer. Una profezia? Una premonizione di quanto sarebbe presto accaduto? O forse solo un segnale, un sintomo della crescente necessità di consapevolezza nei confronti di un problema sociale e storico, che ribolliva sotto la superficie delle cose da molto, troppo tempo.

Quello di Whitehead non è semplicemente un romanzo onesto, profondo e attuale sulla condizione nei neri negli Stati Uniti. Esso è anche – e mi si si scuserà l’eccessiva insistenza sull’espressione d’ora in avanti – un Grande Romanzo Americano.

Cito dalla pagina Wikipedia per Great American Novel: “The term Great American Novel (GAN) refers to a canonical novel that is thought to capture the spirit of American life. It is generally regarded as being written by an American and dealing in some way with the question of America's national character. The Great American Novel is considered America's equivalent of the national epic”.

La copertina del romanzo I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2020, nell'edizione Mondadori

I ragazzi della Nickel, sebbene non canonicamente “epico” nelle sue 215 pagine, cattura, tuttavia, in modo robusto ed efficace lo spirito di una certa parte di America contemporanea. Nonostante il romanzo racconti una vicenda inventata, la storia (recente e meno recente) ha dimostrato come gli eventi narrati da Whitehead – la brutalità di un violentissimo e multiforme abuso nei confronti di ragazzi di colore – siano lo specchio dei fatti di ogni giorno in America (e non solo), in quanto parte di una società corrosa alle fondamenta dal continuo perpetrarsi di questo tipo di violenza. Il problema del valore delle black lives è per gli Stati Uniti (e molti altri paesi) un problema di carattere nazionale, che la forza della scrittura di Whitehead è riuscita ad immortalare in un modo che pochissimi altri scrittori (e penso naturalmente a Toni Morrison più di ogni altro) sono stati in grado di fare fino ad oggi: questo romanzo contiene una storia profondamente personale e individuale, che ha però la capacità di ergersi ad archetipo di una condizione umana universale di sofferenza, abuso, violenza e discriminazione. Creare archetipi è compito della buona scrittura, mentre la scrittura mediocre, al contrario, finisce sempre per creare fragili e noiosi stereotipi. È per questo motivo, per esempio, che se, da un lato, uno dei due romanzi vincitori del Man Booker Prize 2019, Girl, Woman, Other, di Bernardine Evaristo, ci offre una banale carrellata di cliché mal scritti (stereotipi, per l’appunto) su donne di colore (e non dipinge una realtà con cui riusciamo ad entrare in relazione), Whitehead, invece, crea un mondo immaginario che, nella sua unicità, conferisce al mondo reale una consapevolezza delle sue mancanze e dei suoi difetti, e riverbera, dunque, di una forza archetipica. È in questo senso che diventa epico e merita decisamente l’appellativo di grande romanzo americano.

La scena letteraria del Pulitzer di quest’anno, poi, si arricchisce ulteriormente, dal momento che gli altri due romanzi contendenti sembrerebbero meritare a pieno diritto il titolo di grande romanzo americano.

La copertina del romanzo Topeka School di Ben Lerner, pubblicato in Italia da Sellerio

Topeka School, di Ben Lerner, è un romanzo estremamente raffinato che ritrae un determinato spaccato borghese della società americana: i protagonisti fanno parte di una famiglia di psicoterapeuti, il cui figlio è un campione di declamazioni in dibattiti pubblici. La narrazione è polifonica, non soltanto in luce del susseguirsi di voci diverse (madre, padre, figlio), ma anche e soprattutto per via della scelta dell’autore di alternare il discorso in prima e in terza persona. La tecnica narrativa è sapiente: la storia nascosta e segreta di un ragazzino di nome Darren, che ha toccato solo tangenzialmente ma in modo significativo quella dei protagonisti, si dipana tra i capitoli senza essere mai raccontata troppo esplicitamente. Quello di Ben Lerner ha il potenziale di un grande romanzo americano, non solo per la sua limpida scrittura e l’architettura da maestro che ci regala, ma anche perché approccia con tatto un vasto numero di temi caldi della società americana contemporanea: innanzi tutto la questione dei dibattiti pubblici e dell’eloquenza – e gli ovvi conseguenti pericoli della persuasione –, il femminismo, la psicoterapia e la salute mentale, ma anche (e significativamente) il ruolo critico dell’istruzione. Un tale pastiche di temi avrebbe facilmente potuto incorrere nel rischio di creare degli stereotipi, ma Ben Lerner sembra esserne criticamente consapevole, e, pertanto, sceglie di dare al suo lavoro un’intelaiatura solida, entro la quale questi problemi interagiscono con naturalezza e vigore, e pertanto puntano all’universalità.

La copertina del romanzo The Dutch House di Ann Patchett

Per concludere, è bene spendere alcune parole su The Dutch House, di Ann Patchett, forse il più tradizionale dei tre romanzi (e l’unico non ancora tradotto in italiano), in quanto saga familiare. La storia, in un certo senso una moderna e dura rivisitazione della favola di Cenerentola, è quella di un fratello e una sorella (di cui lui è il narratore), vittime, da un lato, del tragico destino della propria famiglia (abbandonati dalla madre, cacciati dalla casa di famiglia dalla seconda moglie del defunto padre), e dall’altro della propria violenta ossessione per la Dutch House, il sontuoso luogo in cui sono cresciuti – il sostanziarsi del sogno americano del padre, ambizioso e ostinato a dare corpo alla sua scalata sociale tramite il possesso di una casa da sogno, la casa da sogno che porterà sua moglie alla follia e alla fuga. Un’ossessione, quella dei due protagonisti, che li accompagnerà fino alla vecchiaia e alla morte e che verrà ereditata dai figli. Se la trama è semplice, il sentimento di cui si fa portavoce è indubitabilmente epico: la cieca, insistente e cocciuta rincorsa al recupero e mantenimento delle radici; l’attaccamento razionale e irrazionale al bene materiale – la casa – che queste radici le ha conferite; la componente fisica e tangibile della memoria. Raccontandoci questi sentimenti sì universali, ma anche molto fortemente connotati come americani (è nella grande casa, forse, il sogno?), Ann Patchett costruisce un romanzo epico, dall’estenuante forza emotiva, che nella sua semplicità descrive follia, strazio, dolcezza, rassegnazione, amore familiare e una pletora vastissima di emozioni e azioni umane. È, in buona sostanza, un grande (e in questo caso, tradizionale, ma pur sempre universale) romanzo americano.

In definitiva, il Premio Pulitzer per la narrativa 2020 stupisce per la lungimiranza e la brillantezza delle sue scelte, ma soprattutto ci insegna come la letteratura, talvolta, preceda la storia, come i grandi problemi umani e sociali affiorino nelle pagine scritte, prima ancora che nelle azioni. Come grandi romanzi americani (e, speriamo, grandi romanzi universali) diano una spinta propulsiva alle azioni e al pensiero.

Colson Whitehead, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2020. Foto di Larry D. Moore, CC BY-SA 4.0

Piccole Donne Carolina Capria Louis May Alcott

Le parole che aiutano a crescere, secondo Louisa May Alcott e Carolina Capria

Per parlare del mondo di Piccole Donne bisogna partire da Piccole Donne.

Il romanzo di formazione per ragazze più famoso che esista.

Scrivo 'per ragazze' mio malgrado, perché è un classico e i classici non dovrebbero essere letti da ragazzi o ragazze. Dovrebbero essere letti da tutti.

Nel caso di Piccole Donne il discrimine è forse dato dal suo essere un romanzo che parla di quattro sorelle che vivono a Concorde, Stati Uniti, durante la guerra di secessione.

La guerra è l'espediente che serve per giustificare l'assenza del padre e fare emergere i caratteri di quattro sorelle adolescenti di età diverse.

Quattro caratteri peculiari.

E di donne è piena la storia, perché tutto ruota, per una volta, intorno a loro, alla signora March, la mamma, ad Hanna, la fedele governante, e in un certo senso anche al personaggio di Zia March, la donna eccentrica.

Sì, ci sono il signor Lawrence e Laurie, e il signor Brooke che servono a raccontare il rapporto con il mondo di fuori e con l'altro sesso.

Ma in effetti queste donne potrebbero benissimo fare a meno delle appendici maschili. Gli uomini mostrano esclusivamente il privilegio dato appunto dal loro essere uomini in un mondo che vede le donne in un'unica funzione: sposate o angeli del focolare.

Il bello di Piccole Donne è che queste ragazze hanno delle vite che si reggono anche da sole. Non sono ancora nell'età in cui devono per forza accasarsi e sono libere di essere quel che vogliono nella casa in cui vivono grazie anche all'educazione che hanno ricevuto.

Quando noi donne del ventesimo e ventunesimo secolo abbiamo letto Piccole Donne non ci siamo rese conto che queste ragazze vivevano in un mondo dove le donne erano delle appendici. Erano nostre sorelle, nostre pari.

Forse per questo ha molto senso il libro di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne, che oltre a spiegare alle ragazze del 2020 perché fa bene leggere un classico mai invecchiato, spiega anche a noi ex ragazze come mai non ci siamo rese conto della sua modernità e del motivo per cui quando lo rileggiamo non ci sembra parlare del passato, ma di nostre contemporanee.

Carolina ragiona per parole chiave.

Prende le protagoniste e il protagonista e le descrive partendo dal loro aspetto fisico usando le parole di Louisa May Alcott e alcune delle loro peculiarità.

Non dà mai un'accezione negativa a queste caratteristiche.

Stiamo parlando di personaggi che sono raccontati a tutto tondo, quindi hanno pregi e difetti.

Anche quel che potrebbe sembrare un difetto insormontabile viene sviscerato, spiegato, analizzato senza un giudizio, ma mostrando come quello che sembra un difetto può trasformarsi in una possibilità per migliorare.

Anche la rabbia e l'invidia in questa narrazione vengono elaborate e trasformate in momenti di riflessione, e mai negate.

Perché tutte abbiamo provato invidia, anche se non ci piaceva, e tutte siamo state arrabbiate.

La cosa importante è capire cosa fare poi con quell'invidia che non ci piaceva e come elaborare la rabbia.

Un'altra peculiarità del lavoro di Carolina sui personaggi è che riesce a farceli amare tutti, anche se per tutta la vita abbiamo avuto la nostra sorella preferita e quella che avremmo volentieri preso a ceffoni.

Viene rispettata ogni individualità, perché non c'è un unico modo di essere donne realizzate, per Louisa May Alcott. Ogni scelta fatta consapevolmente per lei ha una dignità.

E queste piccole donne, presto o tardi, faranno le loro scelte consapevoli.

Anche se a noi non piacciono o non le riconosciamo come nostre.

Non a caso una delle parole chiave indicata nel libro è sorellanza. Quella cosa che ti permette di sentire vicine anche persone che non hanno le tue stesse ambizioni o i tuoi stessi gusti, ma su cui puoi contare nei momenti più difficili.

Carolina ne ha anche per Laurie, che è il classico maschio bianco etero ricco, il più privilegiato di tutti, insomma.

Laurie non percepisce il suo privilegio perché nessuno glielo ha mai messo con evidenza sotto il naso.

Imparerà molto anche lui da questa famiglia così anticonformista, come dovrebbe fare qualunque maschio bianco etero privilegiato a cui non hanno mai fatto leggere Piccole Donne perché è un libro da donne.

Se posso dare un consiglio, regalate Piccole Donne corredato dal libro di Carolina a chiunque, inclusi gli uomini che conoscete.

Cominciamo a sfatare il mito che non sia una lettura da uomini, facciamolo diventare un classico per tutti come dovrebbe essere in un mondo dove i libri non vengono scelti in base al genere ma in base a quanto possono insegnare al singolo individuo, uomo, donna, intersex e tutto quello che vogliamo per essere il più inclusivi possibile.

piccole donne Capria
La copertina del volume di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne, con illustrazioni di Elisa Macellari, pubblicato da De Agostini

Si ringrazia De Agostini per le illustrazioni di Elisa Macellari che potrete ritrovare all'interno del libro di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne.


The Shadow King Maaza Mengiste

The Shadow King di Maaza Mengiste: fascisti in Etiopia, donne coraggiose e un re fantoccio

Si è tornato a parlare di Etiopia, Eritrea e invasione italiana abbastanza di recente, quando nel marzo del 2019 un gruppo di femministe imbrattò di pittura rosa la statua di Indro Montanelli, possessore di una madama, ovvero una bambina-moglie dodicenne, quando fu soldato in Eritrea.  Si è tornato, dunque, a parlare di madamato, di questa istituzione barbara e tutta italiana – dismessa dopo il ’36, quando a Mussolini non sembrò più gradevole che gli italiani si mischiassero con le africane. Esso prevedeva come premio di guerra che i soldati italiani ricessero anche una mini-sposa bambina di cui disporre a proprio piacimento. Gli “animalini docili” di cui parlava Montanelli.

Indro Montanelli nel 1936, anno in cui contrasse il madamato con Fatima. Foto di ignoto [FondazioneMontanelli], in pubblico dominio
Il libro di cui voglio parlare oggi non parla di madamato (anche se una “madama” adulta ad un certo punto c’è), cui ad esempio accenna il romanzo del 2017 di Francesca Melandri, Sangue giusto. L’assenza del madamato, qui, si deve principalmente al fatto che il libro sia ambientato durante guerra in Etiopia (1935-6), alle soglie della soppressione di questa pratica. Questo ricco romanzo, comunque, si colloca bene nella generale necessità di attenzione alla storia di queste guerre, esperimenti coloniali italiani in Nord Africa, spesso surclassati nei libri di storia dagli eventi delle due guerre mondiali.

Il titolo è The Shadow King e si tratta del recentissimo della penna dell’autrice etiope-americana Maaza Mengiste, già famosa in Italia per il suo precedente romanzo Lo sguardo del leone (Beneath the Lion’s Gaze, 2009). Non mi risulta che sia al momento in cantiere una traduzione italiana, ma i diritti del romanzo sono già stati acquistati per la realizzazione di un film.

Ciò che rende The Shadow King particolarmente interessante è la prospettiva interamente femminile: partendo dai racconti sulla resistenza di sua nonna, Maaza Mengiste ci regala il racconto di una parte di storia che non ci viene mai narrata, quella in cui le donne svolgono un ruolo attivo. Le vicende sono quelle di Hirut e Aster (serva e padrona) che, nonostante l’iniziale riluttanza e il continuo scetticismo da parte degli uomini, guidano una rivolta contro l’esercito di fascisti, capitanato dal terribile Carlo Fucelli. Le vicende si intrecciano con quelle del soldato Ettore Navarra, il fotografo dell’esercito, un ebreo. La trama, di per sé, è semplice, l’elemento che la rende originale e innovativa e trasforma il romanzo in qualcosa di più che una semplice narrazione di fatti storici, è l’espediente – come da titolo – dello shadow king, il re-ombra: quando l’imperatore Hailé Selassié fugge, per intimidire i fascisti, l’esercito etiope decide di addestrare un sosia e trasformarlo in fantoccio contro i nemici; Hirut e Aster ne saranno le guardie.

Una trama molto sottile, dunque, che però non sminuisce la forza del romanzo. Maaza Mengiste è una narratrice brillante: scrive benissimo, in un inglese limpido e ricco, e sa costruire l’architettura del suo romanzo con raffinata inventiva, ma soprattutto con sapienza. Non c’è solo il racconto, infatti. Abbiamo un antefatto, un epilogo, vari interludi dedicati all’imperatore, momenti corali reminiscenti della tragedia antica – in cui si racconta il passato e si giudicano gli avvenimenti appena narrati –, e, infine, delle descrizioni di fotografie, delle istantanee su momenti caldi del racconto, forse i lavori di Ettore Navarra. Le descrizioni dei non pochi momenti violenti (stupri, esecuzioni) sono estremamente lunghe, vivide e dettagliate, al tal punto da urtare, ferire, violare chi legge.

Un altro grande merito del libro è che, nel richiamare l’attenzione su un segmento importante e talvolta dimenticato della storia del '900, non costruisce una narrazione totalmente univoca. Se da un lato, finalmente, possiamo sentire la voce degli Etiopi e non solo quella dei dominatori italiani, dall’altro si apprezza che i personaggi di Maaza Mengiste non siano mai monocordi, buoni e cattivi. Ettore Navarra è, sì, un conquistatore, ma anche un uomo dilaniato da un personale conflitto e dal terrore di non rivedere mai più la sua famiglia; gli uomini etiopi non sono tutti degli ottimi mariti e difensori della patria. Kidane, il marito di Aster, per quanto sia il carismatico leader della rivolta, è un uomo violento, prevaricatore, e abusa a più riprese di Hirut, la cui rabbia dà forza all’intera storia e la sorregge.

The Shadow King Maaza Mengiste
Maaza Mengiste a BookExpo, New York City (30 maggio 2019), con le copie di The Shadow King. Foto di Ryan McGrady, CC BY-SA 4.0

Ancora un punto di forza del romanzo è nel ritratto nuovo degli etiopi che ci regala. Pensiamo, ad esempio, ad altra illustre letteratura ambientata durante la stessa guerra e dominazione, ed in particolare al sublime romanzo di Ennio Flaiano, Tempo di uccidere (vincitore della prima edizione del Premio Strega nel 1947), in cui la prospettiva italiana dell’invasore riduce la popolazione nativa ad un branco di esseri bestiali, nei cui occhi si possono leggere i duemila anni del tempo che si è fermato. Gli etiopi di The Shadow King sono invece uomini moderni, certamente tradizionalisti, ma calati nel loro tempo, non arrendevoli, non marchiati dalla percezione di sé come sconfitti.

La bellezza della scrittura certamente ci consente di perdonare qualche piccola imprecisione linguistica (“il cuoco” usato al posto de “la cuoca” per tradurre un “cook” donna, o “vatene” invece di “vattene”), e l’anacronismo sulle persecuzioni razziali (si menziona l’espulsione dei professori ebrei dalle università, che però avvenne nel 1938 e non nel 1936). Ma si tratta di errori veniali, e il secondo è sicuramente funzionale alla trama, poiché di sicuro nel ’36 la paura della segregazione razziale era già ben concreta, e l’espediente giustifica perfettamente il carteggio fra Ettore e suo padre, che sarà presto vittima delle persecuzioni.

Non ci resta che augurarci, dunque, che una traduzione italiana sia annunciata al più presto, e che The Shadow King raggiunga lo stesso successo del romanzo che l’ha preceduto, Lo sguardo del leone, gettando luce su un pezzo di storia italiana che sarà bene tornare a studiare con grande attenzione.

The Shadow King Maaza Mengiste
La copertina del romanzo The Shadow King di Maaza Mengite, nell'edizione Canongate. La prima edizione è uscita per Norton Books. Il romanzo è stato finalista del Los Angeles Times Book Prize 2019 nella sezione Fiction

American Dirt: Jeanine Cummins, il suo sgradevole romanzo e la controversia sui migranti messicani

Allo scoccare della mezzanotte di capodanno 2020, Goodreads ha divulgato una lista contenente i titoli dei libri più attesi del nuovo anno. Il primo titolo, scintillante e grassettato, la faceva da padrone sulla pagina web, seguito dall’eloquente didascalia: American Dirt, “the book of the year”. Una definizione che probabilmente si deve al commento entusiasta di un’autorità come Stephen King, la cui frase di decisa approvazione troneggia in quarta di copertina.

Il tanto chiacchierato presunto libro dell’anno, American Dirt, per l’appunto, vergognosamente tradotto da Feltrinelli con il titoloIl sale della terra’ — privo di senso e connessioni con il romanzo — è l’oggetto di una controversia che va ben oltre la penosa traduzione italiana del suo titolo (e mi auguro solo di quello!).

Il romanzo racconta la storia di una donna messicana e di suo figlio che, perseguitati da un gruppo di narcotrafficanti che hanno già sterminato il resto della loro famiglia a causa di un articolo di denuncia scritto dal marito della protagonista, decidono di emigrare in USA. Una storia di migrazioni, dunque, e, di conseguenza, di vicissitudini e sofferenze, che hanno luogo per lo più tra Acapulco e la linea di confine con gli Stati Uniti. Il problema — sembrerebbe — di questo libro è che racconta la storia di due personaggi messicani, ma è stato scritto dall’americanissima e decisamente bianca Jeanine Cummins.

“Stop telling our stories” è la frase ricorrente che si legge sia sulla pagina di Goodreads del libro, sia fra i tweet di commento al post di Oprah Winfrey che, entusiasta del romanzo, lo ha inserito fra le letture del suo club. Semplificando un po’ la questione, Il Post, il 29 gennaio 2020 ha infatti intitolato un articolo così:  Bisogna essere messicani per scrivere un romanzo dal punto di vista di un migrante messicano?”.

Rispondo subito, prima che ci si impelaghi in lunghe disquisizioni sul senso e la natura della cosiddetta cultural appropriation: no, non bisogna essere messicani per scrivere un romanzo dal punto di vista di un migrante messicano. L’arte (e presumiamo che la letteratura appartenga a questa categoria) deve essere libera, la narrativa è finzione e può (anzi, spesso deve) fondarsi sulla ricerca e sulla sperimentazione. Per cui, con buona pace di chi si sente usurpato della prerogativa di raccontare un certo tipo di storia, Jeanine Cummins aveva tutto il diritto di scrivere di quello che voleva. Qualunque scrittore, in realtà, ha il diritto di scrivere di ciò che gli pare. Ma ha il sacrosanto dovere — e a questo dovere Cummins, ahimè, non sfugge — di farlo bene. Di documentarsi, di non scrivere idiozie, banalità e schifezze melense, di non banalizzare, offendere, e soprattutto di non distorcere e fuorviare. È per questo motivo principalmente che American Dirt non è, non può e non deve essere il libro dell’anno: l’intento, pur nobile, di scrivere una storia che empatizzi con chi soffre emigrando, crolla drammaticamente di fronte alla quantità di cliché, storture e inesattezze che il romanzo contiene.

Il libro è infarcito di luoghi comuni di ogni tipo, che, se pur involontariamente, finiscono per far sembrare l’autrice un tantino razzista. Perché si è concentrata, verrebbe da chiedersi, solo sulla parte messicana di questo viaggio della speranza? Perché non ha parlato invece di quanto avviene al confine, dei bambini separati dai genitori e trattenuti in campi di detenzioni per minori — l’ormai chiacchieratissimo aberrante stratagemma statunitense finalizzato a fare da deterrente per l’immigrazione — su cui forse una cittadina americana come Jeanine Cummins avrebbe potuto dire qualcosa di meno stereotipato di quanto sia stata in grado di fare per il racconto resto del viaggio, pieno di personaggi messicani cattivissimi e piuttosto monocordi? Perché invece, per rendere il tutto più originale, non ha approfondito la storia personale di ossessione morbosa del boss Javier per la protagonista? Se proprio si doveva cavalcare l’onda del dolore dei migranti, ormai esposto al mondo dai media, non lo si poteva fare in modo originale, personale e documentato? Il vago sentore di sciacallaggio mi ricorda un po’ il terribile Mare al mattino di Margaret Mazzantini, brevissimo e sfornato in fretta, a sfruttare atrocemente e banalmente il tema dell’immigrazione libica e dei morti in mare, divenuto caldo nel 2011. A scacciare quest’ombra da American Dirt, non sembra bastare la nota finale dell’autrice, che, in una sorta di excusatio non petita accusatio manifesta, ci racconta dei suoi 5 anni di ricerche e si giustifica per aver scritto di una materia in cui non è esattamente competente, accampando come scusa qualche antenato portoricano e il marito irlandese dal passaporto che poteva scadere da un momento all’altro. Le ricerche di cui parla nella nota, purtroppo, non sono state sufficienti alla realizzazione di un prodotto letterario credibile e convincente.

Estremamente disturbante, a mio avviso, è l’inserzione di parole in spagnolo nel bel mezzo dell’inglese: ad esempio, “tonight is dificíl” che significa? Chi parlerebbe mai in questo modo? L’esito finale di questo fastidioso espediente (se così lo possiamo chiamare)  è quello di ridurre lo spagnolo ad una lingua sussidiaria, quasi una lingua infantile, un repertorio di Lallwörter, che va bene usare giusto ogni tanto per sottolineare qualche parola carina, spaventosa o affettuosa (un po’ come dire “fai la nanna, tesoro, se dormi non ti farai la bua”).

Tutto questo è ancor più irritante perché il libro, nel suo insieme, non è poi mal scritto. A scanso di equivoci, è bene dichiararlo: senza dubbio American Dirt non sarà il libro dell’anno e probabilmente non passerà alla storia della letteratura, ma non è tout court un brutto libro. È scritto in un inglese più che decoroso (certo, con qualche ripetizione noiosa: quante volte ho dovuto leggere il verbo to duck!) e ha indubitabilmente un buon ritmo incalzante, motivo per cui non trovo difficile credere ad Oprah quando dice di non essere riuscita — come ha dichiarato su Twitter — a mettere giù il libro. Malgrado qualche innegabile falla nell’intreccio (com’è possibile che la protagonista talvolta sia così stupida? Perché i narcos non la trovano nonostante sappiano grosso modo dove si trova?), pagina dopo pagina, la storia si lascia leggere abbastanza bene. Il romanzo scorre veloce, e ad un certo punto sembra anche in qualche modo godibile, nonostante la caterva di inesattezze e il vago ma irritante elemento patriottico (si spera involontario!) per cui gli Stati Uniti paiono essere la panacea di tutti i mali.

Questo è, in effetti, probabilmente, il problema più grave di American Dirt: si fanno dei rapidi cenni alle deportazioni e alle famiglie separate, la protagonista ne è per un attimo spaventata, ma scaccia presto il pensiero dolente di queste prospettive agghiaccianti; il personaggio che queste tragedie le ha vissute in prima persona ne parla a cuor leggero, racconta la propria detenzione in breve e con distacco, pare non averne ricavato traumi. Poi, alla fine, quando i migranti sopravvissuti riescono ad arrivare in USA, tutto si risolve, i problemi più grossi sono ormai alle spalle, al nord (el norte, nel distorto ed irritante alternarsi di lingue) si vive molto meglio. L’ingenuità — e mi auguro non la mala fede o la propaganda — dietro questa idea è quanto meno imbarazzante, se pensiamo alla realtà dell’America di Trump.

Molti di questi problemi sono stati già abbondantemente ed efficacemente sottolineati da Miriam Gurba nella sua recensione al romanzo, in cui si parla anche della poca cura che l’autrice ha dedicato alla scelta delle espressioni spagnole, a quanto pare non esattamente conformi all’idioma messicano.

Infine, un problema cruciale, legato ad American Dirt, riguarda l’editoria, e forse qui Jeanine Cummins di colpe ne ha un po’ meno, se si eccettua quel “cavalcare l’onda” cui facevo cenno poco fa. Pubblicare American Dirt toglie davvero spazio alle vere voci messicane? Per rispondere, magari dovremmo distinguere la fiction dal report. È in quest’ultimo genere che gli autori messicani comprensibilmente riescono a dare il meglio (si veda, ad esempio, l’ottimo Lost Children Archive di Valeria Luiselli), ma è pur sempre vero che anche nella narrativa fittizia, una componente personale aiuta e arricchisce. E non c’è dubbio che romanzi non necessariamente autobiografici, scritti su un tema di questo tipo da autori messicani, produrrebbero senza dubbio risultati migliori.

Possiamo, dunque, sperare che la lunga controversia e il polverone mediatico che circondano il romanzo di Cummnins, allertino gli editori (che sia per soldi o per rinnovata sensibilità letteraria e umana) e favoriscano la pubblicazione di più romanzi di autori messicani. Quella di American Dirt — in definitiva un prodotto commerciale più che artistico — è senz’altro un’occasione sprecata, ma ci auguriamo almeno che grazie alla notevole esposizione meritatamente o immeritatamente ricevuta, possa portare buoni frutti e attirare l’attenzione su quanto di buono si può leggere nella letteratura messicana contemporanea!

American Dirt il sale della terra Jeanine Cummins
La copertina del romanzo Il sale della terra, edizione italiana di American Dirt di Jeanine Cummins