avventure di un giovane naturalista David Attenborough

Filmare la natura: le avventure del giovane David Attenborough

Il serpente, l’orso, lo scimpanzé, il drago, il combattimento tra galli. E poi tratti a piedi, su una jeep, in barca. Viaggi reali che vanno oltre l’immaginazione a cui le produzioni televisive, nel dopoguerra, avevano abituato il pubblico. Nel 1954 David Attenborough aveva ventisei anni, era produttore cinematografico con due anni di esperienza e una laurea in zoologia. Come lui stesso scriverà, era ansioso di proporre al pubblico un programma sugli animali: non voleva accontentarsi di ospitarli in trasmissione, come faceva il direttore dello Zoo di Londra George Cansdale, ma neanche voleva imitare i coniugi Denis che durante i loro viaggi in Africa avevano girato ore di filmati.

L’ambizione e la volontà di Attenborough lo spinsero a proporre un progetto che nel suo Avventure di un giovane naturalista definisce semplice: “La BBC e lo Zoo di Londra avrebbero dovuto contribuire a finanziare una spedizione per la cattura di animali” a cui, filmando tutto, avrebbero partecipato lui e l’allora curatore del rettilario dello Zoo Jack Lester. “Ogni sequenza” si legge nell’introduzione del libro, “si sarebbe conclusa con un primo piano dell’animale catturato, poi una dissolvenza avrebbe introdotto una sequenza girata in studio, in cui Jack avrebbe illustrato, alla maniera di Cansdale, la fisiologia e il comportamento dello stesso animale”.

Il testo, arricchito con un inserto di fotografie in bianco e nero, è in parte autobiografico e in parte descrittivo della flora e della fauna e raccoglie i primi tre resoconti delle esperienze vissute in Guyana, Indonesia e Paraguay che Attenborough scrisse dopo ogni spedizione.

La sua idea non era quella di vendere al pubblico l’immagine di un animale in gabbia reprimendo la distanza attraverso lo schermo, bensì quella di raccontare alla maniera di Bruce Chatwin e di Mark Twain quelle terre lontane e quei protagonisti “carismatici”, che in qualche modo fosse prerogativa del programma bilanciare l’intrattenimento con la divulgazione e l’educazione scientifica.

L’obiettivo leggendo, appare raggiunto energicamente in un linguaggio fluido e chiaro. Ciò che aveva ideato seguiva di pari passo quel metodo di cattura dell’animale che oggi potrebbe sembrare al lettore obsoleto e crudele. Con lealtà e consapevolezza, non lo nasconde: “Oggi gli Zoo non si servono più di ‘cacciatori’ incaricati di catturare e consegnare animali vivi, e questo è giustissimo. La natura è già abbastanza in pericolo senza che la si derubi dei suoi abitanti più belli”.

Le sue parole non sono pretestuose e dalle sue frasi traspare la curiosità e l’amore che prova per la natura. Ciò fa sì che il lettore si senta giustificato e privilegiato dalla possibilità di immergersi nella storia, nel racconto geografico ed evolutivo delle specie e del loro habitat.

Con la spedizione, altresì, Attenborough si scrolla di dosso i tipici atteggiamenti di colui che viaggia unicamente per piacere, quando lo vediamo vestire i panni dell’esploratore, del reporter, dello scrittore che nel viaggio scopre, impara, si meraviglia, vive.

avventure di un giovane naturalista David Attenborough
La copertina del libro Avventure di un giovane naturalista di David Attenborough, pubblicato da Neri Pozza Editore (2020) nella collana Il Cammello Battriano

David Attenborough, Avventure di un giovane naturalista, Neri Pozza Editore 2020, pp. 400, Euro 19.

 


A spasso nell’officina di Manzoni con Giulia Raboni

come lavorava Manzoni Giulia RaboniIn questi giorni abbiamo letto tantissime citazioni di Alessandro Manzoni tratte da I Promessi Sposi (i miei lettori immagineranno a qual proposito). Ma ieri, 7 marzo 2020, era anche l’anniversario della nascita del poeta e scrittore milanese, che avrebbe compiuto ben 235 anni.
Tutti noi, del resto, abbiamo studiato almeno qualche verso del 5 maggio, di Marzo 1821 o qualche pagina dell’Adelchi o del Conte di Carmagnola. E tutti, e dico tutti, sin dalla scuola media, ci siamo immedesimati nelle vicende di Renzo e Lucia e di quel matrimonio che “non s’ha da fare, né domani, né mai.” Ci hanno anche spiegato dei diversi “crucci” del Manzoni, del suo “problema della lingua” e della rappresentazione del vero nel suo romanzo. Crucci che lo accompagnarono in tutto il percorso di revisione della sua opera, che durò dal 1821 sino al 1840, anno della cosiddetta “Quarantana”.

Ma come lavorava Manzoni?
Se lo chiede Giulia Raboni nel suo volume (Carocci Editore, 143 pag, 12,00 Euro).
Attraverso l’analisi filologica dei manoscritti di Manzoni, la Raboni ci permette di entrare a contatto con l’autore e di scoprire alcuni lati del suo carattere e del suo modus operandi, fondamentali per comprendere le opere di Manzoni a fondo.

“Manzoni, specie quello della stagione più creativa, lavora metabolizzando immediatamente quello che parallelamente trova nei documenti, nei libri consultati, accumulando all’interno di quanto scrive nuove serie di dati e di riflessioni che portano a un certo punto a una saturazione e a un superamento del del già fatto.” Proprio per questo motivo, la lettura e l’analisi di tutti gli scartafacci, degli abbozzi del Manzoni sono, per un filologo, operazioni, per dirla con le parole della Raboni, quasi “commuoventi”. È proprio questo il fascino della filologia d’autore, del resto: essere in grado di entrare “nell’officina dell’autore”, di scoprire quale procedimento, quanto lavoro risiede dietro la composizione di qualsiasi opera. E tratto caratteristico delle opere di Manzoni, per nostra fortuna, è proprio “una dialettica che non richiede dunque la cancellazione del passato ma invece la testimonianza e meditazione come gradino necessario per il suo miglioramento, come ben mostrano, sul lato per così dire più razionale e pragmatico dell’agire umano.” Questo spiega anche le diverse postille e correzioni di Manzoni anche su testi già editi, ma secondo l’autore sempre imperfetti.

Alessandro Manzoni
Ritratto di Alessandro Manzoni ad opera di Giuseppe Molteni, olio su tela (1835), alla Pinacoteca di Brera; immagine in pubblico dominio

Giulia Raboni, dopo un secondo capitolo in cui tratta della complessa catalogazione dei numerosissimi originali manzoniani ed il fondamentale intervento di Pietro Brambilla per le prime edizioni degli scartafacci di Manzoni, inserisce un capitolo a mio parere fondamentale nel volume: la biblioteca.
In questi ultimi anni, fortunatamente, la questione delle biblioteche d’autore e del loro rapporto con la tradizione è centrale nello studio e nella trattazione di uno scrittore o di un poeta e delle sue opere. Secondo la Raboni, infatti, negli ultimi decenni questo filone di ricerca ha avuto un notevole incremento “grazie al crescere di una nuova sensibilità, sviluppatasi anzitutto nei confronti di scrittori di età medievale (si pensi soprattutto alle indagini di Giuseppe Billanovich sulla biblioteca di Petrarca) e del Novecento.”
Lo studio delle biblioteche e che gli autori hanno apprezzato, studiato, postillato e con cui si sono confrontati, è importantissimo “per la ricostruzione del loro orizzonte culturale, con immediata ricaduta sull’individuazione delle fonti, altrimenti non sempre facilmente identificabili.”

Per i filologi è interessante, inoltre, il modo in cui gli autori “trattavano” gli esemplari su cui lavoravano, le postille, le annotazioni, le sottolineature in questi volumi è un altro aspetto che aiuta a capire le sfumature del carattere e della personalità di un poeta o di uno scrittore.
Qual era, quindi, il rapporto di Manzoni con i suoi esemplari, sia con quelli della residenza in Via Moroni che con quelli della villa di Brusuglio, cioè la sua residenza di campagna?
L’autore, da quanto si evince da una confessione contenuta in una lettera a Rossini nel 1831, prediligeva i volumi rari ed eleganti, ma non mancava di postillarli (come accadde anche con la sua copia del Vocabolario della Crusca del 1806).

Vale la pena sottolineare anche che nella residenza di campagna, dove l’autore trascorse diversi periodi, tra gli scaffali del Manzoni troviamo la “letteratura “botanica” e alcune importanti collezioni di classici: da quella degli Scrittori classici di economia politica, alle due raccolte di classici latini bipotinta e lemairiana, a quella milanese dei Classici italiani e ai padri della Chiesa”. La presenza di questi volumi nella Villa di Brusuglio sembra indicare la volontà di Manzoni di dedicarsi, quando lontano dalla vita e dai “crucci” cittadini, ad una letteratura in grado di allontanarlo dalla “operosa officina, specie linguistica” dei volumi presenti, invece, in Via Moroni, dove, invece, si trovano volumi “sulla poesia provenzale, i libri di poesia e la Storia e ragione d’ogni poesia del Quadrio, il Dizionario universale di Chambers (nell’edizione di Pasquali, 1748-49, in nove volumi) e una fitta serie di grammatiche e dizionari.
Pare, inoltre, che il Manzoni non si recasse in biblioteche per le sue ricerche. A parte qualche visita a qualche fondo privato, non si hanno prove sulla frequentazione dell’Ambrosiana e degli Archivi.

Gli ultimi due capitoli del volume della Raboni, invece, mirano all’analisi delle caratteristiche dei manoscritti di Manzoni, dei suoi scartafacci, che “sovrappongono fasi diverse di elaborazione non sempre facilmente districabili.”
L’autrice ci aiuta a capire e a far chiarezza tra le carte del poeta e scrittore milanese e tra le diverse redazioni testuali delle sue opere.
L’ultimo capitolo in particolare, è utilissimo per cercare di capire le intricatissime vicende che portano all’edizione definitiva de I Promessi Sposi.

La Raboni parte dalla descrizione della cosiddetta “Prima Minuta” del Fermo e Lucia 1821-1823, per poi passare alle differenze che si riscontrano con la “Seconda Minuta” del 1824, dal provvisorio titolo Sposi Promessi, per poi arrivare alla cosiddetta edizione Ventisettana e infine alla Quarantana e ne analizza i profondi cambiamenti dal punto di vista linguistico e della rappresentazione del rapporto tra realtà e finzione.
“E della lingua della Quarantana possediamo oggi una radiografia piuttosto esaustiva, tanto nella descrizione grammaticale, quanto nell’analisi stilistica, quanto infine nella valutazione del suo impatto sull’evoluzione della lingua italiana.”
Indispensabile è, a questo punto, l’inserimento nel capitolo, di un riferimento all’edizione interlineare de I Promessi Sposi di Riccardo Folli del 1877, che aiuta a far capire anche al lettore meno esperto quanto il testo di cui si è parlato finora sia “in movimento”, sempre in continua evoluzione.

Il testo di Giulia Raboni è uno strumento indispensabile perché aiuta a capire le complesse vicende filologiche delle opere di uno studiatissimo autore quale Alessandro Manzoni, sia di quelle più famose, lette, studiate e apprezzate, sia di quelle meno note, assolutamente da riscoprire e rivalutare ogni giorno.

Come lavorava Manzoni Giulia Raboni
La copertina del saggio Come lavorava Manzoni di Giulia Raboni, pubblicato da Carocci Editore nella serie Filologia d'autore della collana Bussole (545). La prima edizione è del 2017

 


Case Vuote Brenda Navarro

Vite di donne, mogli, madri. Case vuote di Brenda Navarro

Case vuote Brenda NavarroDue donne, due madri. Vite completamente diverse che si incrociano, che vengono inevitabilmente a contatto, che si scontrano senza neanche immaginarlo.
Di queste due donne non conosciamo i nomi, ma sappiamo tante cose. Ad esempio, sappiamo che una di loro non vede l’ora di diventare una madre, desidera una figlia dal suo violento compagno più di ogni altra cosa al mondo. Ha faticato, ha lavorato con tutte le sue forze per costruire la sua casa, una casa degna di tale nome e che vorrebbe condividere con la sua famiglia: “perché se quello che volevo era una famiglia, ero disposta a mettercela tutta, a costo di buttare il sangue”.
Spera che una figlia possa cambiarle la vita e riavvicinarla al compagno, renderlo meno violento e più presente. Ma una figlia non arriva proprio. Questa donna è temeraria, è abituata a lottare contro un compagno che non la tiene così in considerazione e che non perde occasione di farle del male per poi andarsene e lasciarla da sola tra quelle quattro mura. Decide così, di andare al parco, in una piovosa mattina messicana. Apre l’ombrello rosso in pochi secondi, la sua esistenza si lega indissolubilmente a quella di Daniel e sua madre.

La madre di Daniel, quel giorno al parco, è distratta. Guarda il cellulare perché Vladimir non le risponde più. È una donna sensibile, forse troppo: “perché mi è dato sentire cose che gli altri non sentono? Cos’è che li rende immuni? Per quale lancio di dadi è toccata loro una vita normale?” Lei non ha mai desiderato essere una madre, eppure le succede. Durante la gravidanza, vissuta per gran parte a Barcellona e non in Messico, chiede sempre rassicurazioni a Fran, il suo compagno e padre di Daniel, perché non si sente pronta a vivere quell’evento che cambia la vita ad una donna. Fran non perde occasione di rassicurarla. Lui è premuroso, al contrario del compagno che spesso riempie di botte l’altra donna che non riesce in alcun modo a realizzare il suo sogno di donare la vita per stravolgere la sua.
Fran e la sua compagna devono prendersi cura di Nagore, la figlia della sorella dell’uomo, uccisa per mano del marito. Un’altra donna senza nome, la vita di una madre che non potrà veder più crescere la sua bellissima figlia per volere dell’uomo più importante della sua vita.
In poco tempo, così, quella donna che non vuole diventare una madre, che si sente inadatta a rivestire quel difficilissimo ruolo, diviene madre di ben due figli, “ma il vero problema è che non sono mai diventata madre davvero. E mi è toccato pure continuare a vivere.”
Quando perde di vista Daniel, il figlio che tanto ha fatto fatica ad accettare, il suo mondo crolla. Si colpevolizza, perché se fosse stata più attenta il bambino non si sarebbe perso. Sarebbe rimasto a giocare tranquillo. Invece, per un attimo di distrazione per colpa di un uomo che decide volontariamente di uscire dalla sua vita, perde il suo bambino, il suo bellissimo Daniel.
A nulla serve tornare ogni giorno in quel maledetto parco, a nulla servono le ricerche. La donna è costretta a vivere con quel profondo senso di colpa e non riesce a trovare pace.

Case vuote Brenda NavarroLe donne di Brenda Navarro soffrono ma continuano inesorabilmente a lottare, a non lasciarsi vincere da se stesse o dalla società che le vorrebbe in un certo modo.
I loro monologhi sono delle grida di dolore che urlano a gran voce i loro disagi.
L’autrice si fa portavoce, attraverso il suo libro, Case Vuote (titolo originale Casas vacías, Giulio Perrone Editore, 15 euro, 173 pagg.), di alcune importantissime problematiche che affliggono la società messicana e non solo: la violenza sulle donne ed il loro essere mogli e madri sole, non sostenute dai loro compagni o mariti.
Brenda Navarro è capace, inoltre, di trattare il tema della maternità in modo assolutamente originale, non convenzionale, mostrandoci i lati positivi dell’evento che cambia la vita di tantissime donne, ma anche e soprattutto i dubbi e le insicurezze che affliggono le donne durante uno dei periodi più importanti della loro vita.
Vale la pena citare la traduttrice, Carlotta Aulisio, in grado di restituire anche in italiano il linguaggio crudo ed immediato che rispecchia in tutto e per tutto il carattere delle due protagoniste.

La copertina del romanzo Case vuote di Brenda Navarro, pubblicato da Giulio Perrone Editore nella traduzione italiana di Carlotta Aulisio

Ove non indicato diversamente, tutte le foto per questa recensione di Case vuote di Brenda Navarro sono di Marika Strano.


Andrej Tarkovskij cinema preghiera

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera

Che cos’è l’arte? È il Bene o il Male? Proviene da Dio o dal Diavolo? Dalla forza dell’uomo o dalla sua debolezza? Forse in essa è racchiuso un ideale di armonia sociale? Consiste in questo la sua funzione? Essa è una dichiarazione d’amore, un riconoscimento della propria dipendenza dagli altri uomini, una confessione, un atto inconsapevole, ma che rispecchia l’autentico significato della vita: l’Amore e il Sacrificio.” tratto dal libro “Scolpire il Tempo”, di Andrej Tarkovskij, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, 2015

Dal 20 gennaio, in specifiche sale italiane, viene proposto un film-documentario su un artista assai noto nel Parnàso della cinematografia mondiale: si tratta di una retrospettiva del regista russo Andrej Arsen'evič Tarkovskij, attentamente diretta e curata dal figlio Andrej A. Tarkovskij.

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera”, presentato in anteprima al Festival di Venezia e distribuito da Lab 80 Film, permette allo spettatore di immergersi nel mondo tarkovskijano grazie ad immagini, registrazioni audio e materiali d’archivio inediti; vengono proposti frammenti tratti dai suoi film oltre che a riprese sui set e momenti di quotidianità nei luoghi cari al regista.

Il suo lascito, costituito da otto pellicole, viene rappresentato nel film da altrettanti capitoli in cui esso è suddiviso: la narrazione è lineare, anzi circolare, poiché descrive la vita di un uomo, dalla sua nascita (1932) alla sua morte, ritornando poi alle origini.

Traspare fin dall’inizio il profondo legame che Andrej ha coi genitori, conflittuale con il padre, il poeta Arsenij Tarkovskij, e viscerale con la madre, Marija Ivanovna.

La ferma presenza fisica ed emotiva della madre, così come il ritrovamento e la “riscoperta” nell’età adulta della figura paterna, sono ben evidenti in film come Zerkalo (Lo specchio, 1975) e Offret (Sacrificio, 1986).

Arsenij e il piccolo Andrej Tarkovskij

Un altro avvenimento che sconvolge l’attività del regista, all’apice della sua produzione artistica, è l’inevitabile punto di rottura e la conseguente censura da parte delle autorità sovietiche; infatti l’URSS critica aspramente la visione pacifista del suo primo film, Ivanovo detstvo (L’infanzia di Ivan, 1962), poiché entra in contrasto con la propaganda, basata su princìpi di orgoglio patriottico, a seguito della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale.

Tali contrasti causano poi un ritardo di sei anni per l’uscita di Andrej Rublëv (1966), non solo per la scelta - incompresa per l’epoca - di un tema prettamente religioso, ovvero la storia di un pittore di icone ortodosso nella Russia del ‘400, ma anche per l’inevitabile interpretazione da parte del governo di una celata critica del momento politico contemporaneo.

Dopo la parentesi “pseudo-fantascientifica” e metafisica di Soljaris (Solaris, 1972) e Stalker (1979), inframmentizzata dal film Zerkalo, il punto di non ritorno avviene durante le riprese in Italia del film Nostalghia (1983); a questo punto Tarkovskij, consapevole che in caso di rientro in Russia vedrebbe del tutto ostacolata la sua attività artistica, decide di rimanere in Italia, non facendo mai più ritorno in patria.

Trascorsi alcuni anni, dopo essersi ricongiunto al figlio (fino a quel momento trattenuto in Russia), Andrej, già malato, completa in Svezia le riprese del film Offret, suo testamento artistico, per poi spegnersi alla fine dell’anno 1986 a Parigi.

Andrej Tarkovskij cinema preghieraIn occasione della proiezione del film al Teatro delle Muse di Ancona, questo 25 gennaio, Andrej A. Tarkovskij racconta in prima persona i sentimenti e il “pensiero poetante” racchiusi nella creazione paterna, citando grandi nomi per lui ispiranti e da lui ispirati.

Tutto ciò che in Tolstoj è l’analisi delle azioni dei personaggi nella loro quotidianità, in Dostoevskij è invece la descrizione intima del conflitto interno tra Bene e Male; quel che è “follia” come famelica tensione verso l’ignoto in Leonardo da Vinci, è invece sublime polifonia in Bach, le cui musiche riflettono l’ordine della natura e del divino.

In Tarkovskij potremmo riscontrare tutto questo andando oltre, unendo all’introspezione dell’animo umano e all’ispirazione spirituale data dalla religione, anche uno scopo sociale, che è proprio della creazione artistica; per l’artista lo sforzo immane sta nella comunicazione, o meglio nella “capacità di comprendersi reciprocamente”, riuscendo a trasmettere agli altri la realtà di una verità sofferta, derivante dalla meditazione sul significato della vita; da questo processo scaturisce il dono della parola, come nel cinema avviene la nascita dell’immagine, che racchiude una rivelazione.

“Tarkovskij racconta Tarkovskij”, foto dell’incontro al Teatro delle Muse, Ancona. Foto di Alissa Ciccarelli

Nel film, così come nella seguente intervista al figlio Andrej Tarkovskij, traspare infine lo stretto legame sviluppatosi tra il regista e l’Italia, sua patria adottiva fin dai tempi delle riprese di Nostalghia e del documentario Tempo di viaggio, girato insieme a Tonino Guerra.

Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera” è dunque sia un tassello aggiuntivo per chi si è già da tempo introdotto nel tempio del pensiero tarkovskijano, sia un nuovo punto di vista per approcciarsi per la prima volta ad esso: di certo è un imperdibile omaggio di un figlio verso il padre-regista, che a sua volta ha omaggiato spesso, nel suo cinema, l’opera del padre-poeta.

Andrej Tarkovskij cinema preghiera

In sala a:

FirenzeCinema La Compagnia
BergamoAuditorium Lab 80 Cinema
TorinoCinema Massimo
PisaCinema Arsenale
Jesi (AN)Cinema Teatro Piccolo
AnconaCine Teatro Marche – CineMuse
Spoleto (PG)Cinema Sala Pegasus
BresciaNuovo Eden
PadovaCinema Lux
MantovaCinema del carbone
PerugiaPostmodernissimo
Poggibonsi (SI)Cinema Garibaldi
MilanoSpazio Anteo
RomaNuovo Cinema Aquila
Reggio EmiliaCinema Rosebud
RomaCinema Apollo Undici
RomaCinema Detour

Andrej Tarkovskij cinema preghieraImmagine locandina e foto (ove non indicato diversamente) per “Andrej Tarkovskij: il cinema come preghiera” cortesemente fornite da Lab80.it


Massimo Osanna racconta la "sua"Pompei tra vecchi scavi e nuove sfide per la città vesuviana

Un omaggio, un diario corposo di eventi, sconfitte e vittorie. Dalla distruzione del 79 d.C. alla seconda rinascita dell’Araba Fenice, Pompei viene raccontata da colui che assieme ad una grande squadra di collaboratori ha saputo ridare un’ennesima vita alla città vesuviana. Massimo Osanna, Professore e Direttore del Parco Archeologico di Pompei ci racconta una città nuova, una città dalla doppia e dalle molteplici possibilità.

Nessuna avrà lo stesso punto di vista in quanto definire univocamente una città multietnica  e stratificata come Pompei, per un archeologo o un semplice appassionato, risulterebbe difficile. La città antica si è sempre intrecciata con un’altra Pompei fatta di sogni, miti, di quella creatività così tipica degli scrittori che l’hanno immaginata, descritta e raffigurata. Ognuno con la propria esperienza di specialista o artista ha lasciato un ricordo significativo della sua visita e ancora oggi, il ricco programma di visite che è possibile effettuare all’interno del sito, permette ad ognuno di noi di vivere una Pompei diversa e mai uguale.

Questo libro che vuole essere per tutti ma il cui taglio rimane scientifico è capace però di cogliere ogni sfumatura di questa lunga storia di una città che nasce intorno al VII secolo e muore nel I secolo d.C.; dalla catastrofica distruzione della città ad opera dello “sterminator Vesevo”così come scrive Giacomo Leopardi alla riscoperta borbonica e alla seconda morte con il terribile crollo nel 2010 della Schola Armaturarum. Un punto di svolta per la città. Da quel giorno la macchina mediatica ha puntato i suoi riflettori e attraverso un lungo processo ha portato nuovamente alla ribalta Pompei.

Nasce nel 2014 il Grande Progetto Pompei che ha trasformato in maniera evidente l’opinione e l’immagine della città. Quel degrado diffuso si è trasformato in una rivoluzione e dalle ceneri Pompei è nuovamente risorta. Non da sola, senza miracoli e con un lungo e difficile lavoro portato avanti da un’equipe di specialisti con professionalità diverse che hanno lavorato instancabilmente per portare avanti un progetto salva - Pompei. Grazie a questo sapiente lavoro e a tecniche innovative, Pompei ha fatto scuola nel campo della metodologia archeologica come esempio di best practice nel mondo.

L’approccio d’intervento è stato indirizzato verso le criticità più evidenti con la messa in sicurezza di tutte le regiones e la fruibilità di 32 ettari dei 44 scavati. Accanto a questi interventi sono stati portati avanti anche lavori di restauro su singole domus o interi complessi edilizi nell’ottica di una riapertura permanente di interi percorsi di visita all’interno degli scavi. Ma il GPP (Grande Progetto Pompei) ha rappresentato anche una palestra per una migliore conoscenza della civiltà romana all’interno di un contesto ben strutturato, attraverso lo studio e la riscoperta di importanti edifici in aree non ancora indagate.

Massimo Osanna

Oggetti, corpi, gioielli, pitture e tutto quello che un tempo era vivo all’interno delle domus adesso dialoga con i moderni ricercatori e viene presentato al grande pubblico in un racconto sempre attivo fatto di mostre e pubblicazioni scientifiche che girano il mondo. Il lettore anche non specializzato su Pompei troverà, all'interno di questo volume, diverse immagini a corredare l’esposizione anche sugli ultimi e più recenti scavi della Regio V. Per la prima volta si presentano i ritrovamenti più eclatanti come il mosaico di Orione, Leda con il cigno e gli edifici che ospitano questi splendori. Pompei, Il tempo ritrovato Le nuove scoperte edito da Rizzoli è un libro scientifico che non perde l’entusiasmo e l’emozione di un grande protagonista della nuova vita di Pompei.


Osanna racconta il "Tempo ritrovato di Pompei" al Teatro Mercadante

Martedì 26 novembre, nella prestigiosa cornice del Teatro Mercadante di Napoli, si è svolta la presentazione del libro “Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte” scritto dal Direttore del Parco Archeologico di Pompei Massimo Osanna e pubblicato da Rizzoli.

Durante l’evento, l’autore ha dialogato con il direttore del Corriere del Mezzogiorno Enzo D’Errico e il professor Stefano De Caro.

Massimo Osanna al Teatro Mercadante. Foto: Teresa Pergamo

Dieci anni fa le immagini del crollo della Schola Armaturarum, avvenuto nella notte del 6 novembre 2009, fecero il giro del mondo denunciando lo stato d’incuria e degrado in cui versava il sito archeologico di Pompei. Da allora le cose sono cambiate e con l’avvio, alcuni anni dopo, del Grande Progetto Pompei si è potuto mettere in sicurezza la maggior parte delle rovine e riprendere le indagini e gli interventi di scavo. 

Libro. Foto: Teresa Pergamo

Nel volume, corredato da un ricco apparato fotografico, Osanna ha raccontato, con un approccio scientifico ma usando un linguaggio divulgativo, le recenti scoperte avvenute durante lo scavo della Regio V in cui sono stati trovati affreschi, mosaici, architetture e oggetti del quotidiano che hanno restituito uno spaccato della vita degli uomini e delle donne travolti dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Firma copie. Foto: Teresa Pergamo

Osanna ha raccontato di aver pensato di scrivere un libro sul suo lavoro a Pompei già dall’inizio del suo primo mandato da Direttore del Parco ma che il progetto ha preso forma concreta, anche grazie alla proposta della casa editrice Rizzoli, soltanto a inizio anno, nei mesi intercorsi tra la fine del primo mandato e la riconferma per il secondo. L’autore ha anche sottolineato il suo desiderio di realizzare un’opera scientifica ma al contempo comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

Nel successivo dibattito con D’Errico e De Caro sono stati affrontati diversi argomenti cominciando dal fondamentale cambiamento nel modo di gestire il sito di Pompei dopo il crollo del 2009, che si è rivelato fondamentale per riscoprire l’importanza della manutenzione delle strutture. Altro tema dibattuto è stato quello dell’opportunità di effettuare nuovi scavi. Se De Caro ha evidenziato la necessità di considerare la sostenibilità economica degli scavi, Osanna ha ribadito che è necessario procedere a nuovi scavi quando servono a mettere in sicurezza il fronte di scavo. Infine, si è parlato del turismo di massa e dell’esigenza di coniugare la valorizzazione, che deve essere prima di tutto culturale, con la tutela del sito, realizzabile anche spostando l’ingente flusso turistico dal Parco Archeologico di Pompei verso altre zone meno note ma ugualmente importanti come le Ville di Stabia e i Campi Flegrei.

Massimo Osanna. Foto: Teresa Pergamo

Dopo la presentazione, Massimo Osanna si è fermato con il pubblico in sala per firmare le prime copie di “Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte”.


Nuove importanti aperture a Pompei

Due importanti inaugurazioni per Pompei, lunedì 25 novembre (ore 11,00) con la riapertura di via del Vesuvio, al termine degli interventi di messa in sicurezza dei fronti di scavo che stanno interessando i 3km di perimetro che costeggia l’area non scavata dell’antica città, nell’ambito del Grande Progetto Pompei.

La restituzione alla fruizione della strada e degli edifici che vi si affacciano, permetterà al pubblico di ammirare, per la prima volta la domus di Leda e il cigno rinvenuta nel corso degli scavi alla Regio V e, a seguito dei recenti restauri, il complesso delle Terme Centrali, mai finora accessibile.

Riapre al pubblico anche la Casa degli Amorini Dorati al termine degli interventi di manutenzione.

Terme

Gli straordinari ritrovamenti frutto dei nuovi scavi, tra cui quello della vasta area del “cuneo” -  posto tra la casa delle Nozze d’argento e il vicolo di Marco Lucrezio Frontone - sono stati raccontati nel loro aspetto storico scientifico, ma anche più romantico legato all’emozione delle scoperte stesse, nel libro del Direttore del Parco Archeologico di Pompei Massimo Osanna, che ne ha curato gli scavi.

“Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte” sarà presentato in anteprima alla stampa lunedì 25 novembre, in occasione della riapertura di via del Vesuvio. Il volume sarà in distribuzione nelle librerie dal 26 novembre.


La prima rivoluzione della preistoria? Avvenne a Gerico e la racconta Lorenzo Nigro nel suo romanzo

Docente, ricercatore e adesso scrittore di romanzi. Lorenzo Nigro smette i panni per un attimo del Professore e Direttore della Missione archeologica a Gerico e racconta in prima persona, nel suo romanzo archeologico d'esordio, cosa significa lavorare e scavare in un luogo di antico fascino, nella città più antica del mondo, situata nei pressi di una rigogliosa sorgente e posta a 260 metri sotto il livello del mare: Gerico. Un viaggio lungo secoli in cui il passato può essere toccato e rievocato e questo l’archeologo lo sa bene, quando a contatto con la terra e i manufatti antichi cerca di ricostruire storie, volti, eventi, le cui tracce sono così effimere da perdersi nella notte dei tempi. Nel sito, dove la missione della Sapienza lavora da oltre venti anni e la stratificazione archeologica ha raggiunto diverse profondità, generazioni e conquiste umane divengono tangibili e non più solo mere ricostruzioni di un gruppo di “romantici” archeologi.

In questo luogo magico che è Gerico, circa 12.000 anni fa, una comunità umana diede vita alla prima rivoluzione della storia, attuando un qualcosa di inimmaginabile per un tempo così lontano. La domesticazione di piante ed animali, la prima costruzione di una casa, l’invenzione della ruota, l’uso del mattone e la sua formazione con argilla, il fuoco che riscalda e che permette la sopravvivenza, così la cultura e le idee di una civiltà, insieme alle credenze più profonde per l’uomo quali la vita e la morte. Questo romanzo, che racconta la vita di una missione archeologica, sveglia la voglia di apprezzare e soffermarsi sul tempo che scorre e di riflettere sul grande bagaglio culturale che abbiamo ricevuto dai nostri progenitori. L’emozione dello studio e della scoperta passano anche attraverso le emozioni di un archeologo che a fronte dei tanti anni di ricerca e di abitudine trova ancora tempo e modo di approfondire il passato e apprezzare ancora di più il presente di ciascuno di noi.

Le scene sono narrate e illustrate in maniera volutamente leggera in questo libro e in prima persona da parte dell’autore, attraverso le tecniche narrative dei ricordi, del flashback, delle emozioni, ma l’approccio rimane sempre rigorosamente scientifico perché i dati e le scoperte non sono frutto d’invettiva ma di esperienza e anni di lavoro sul campo e di pubblicazioni. La vita della missione, che oltre al Prof. Nigro è arricchita da altri collaboratori, è scandita nei suoi momenti nell’arco delle giornate di lavoro, pausa e studio e in quelli che possono essere momenti di imprevisto, così tipici nelle missioni archeologiche. Non mancheranno anche toni più leggeri e una descrizione vivida e giocosa della vita di un archeologo.

Protagonista indiscussa anche la città di Gerico in cui si svolgono quasi tutte le attività raccontate nelle trincee di scavo alte fino a 17 metri sul Tell es-Sultan (la collina del sultano), presso la vicina sorgente di ‘Ain es-Sultan e nell’oasi che circonda il sito. I tempi della narrazione sono suddivisi nell’arco di un mese nel 2014 e gli scavi degli archeologi approfondiscono gli aspetti dell’insediamento neolitico di Gerico durante il suo iniziale sviluppo nel periodo Aceramico; parliamo di un periodo che va tra i 10.800 e gli 8.000 anni fa.

Perché leggere questo libro? Il romanzo archeologico, come già detto, si sveste dal racconto esclusivamente scientifico e vuole essere spunto per una riflessione sulla rivoluzione delle prime comunità del passato, attraverso alcuni aspetti fondamentali per la sopravvivenza stessa di Gerico e dei suoi abitanti.

“Gli archeologi vengono a contatto non solo con le prime grandi invenzioni, ma anche con le strategie adottate per tenere unita e viva la società, resistendo alle pulsioni violente che pure lasciano ferite profonde come i dodici scheletri scoperti nella grande torre tonda centro e simbolo della comunità di Gerico. Da questo emerge la necessità di recuperare quei valori di partecipazione e solidarietà che danno senso ad ogni comunità umana. La separazione dei crani, la loro ostentazione e, successivamente la trasformazione tramite modellazione con argilla e sangue, adottata dai gerichioti, segna il passaggio più inquietante e affascinante del libro: il sacrificio umano, il valore dei rapporti di sangue, la nascita della famiglia, il culto degli antenati e il bisogno di crearsi dei feticci e dei totem, sono temi esistenziali che emergono potentemente nel racconto e trascinano il lettore, con una semplicità che sfiora l’ingenuità, fin dentro le grandi domande della vita".

Vivere con gli archeologi ci aiuta a porci domande su chi siamo e ci restituisce speranza. “Il passato appartiene a tutti” afferma l’autore “o vive in ognuno di noi o è perduto per sempre”.

Il libro è il primo di una collana di romanzi archeologici dal titolo “Scavare è il mio peccato”, e si è affermato nell’estate come un inatteso caso letterario, un esperimento di divulgazione scientifica fatta da specialisti per i giovani lettori. Dopo questa prima uscita sulla preistoria e Gerico, sarà la volta dell’Isola di Mozia, antica colonia fenicia in Sicilia.

L’autore: Lorenzo Nigro, è un archeologo con 30 anni di esperienza sul campo sia nel Vicino Oriente che nel Mediterraneo. I suoi primi scavi sono stati ad Ebla, successivamente ha fondato la Missione archeologica in Palestina e Giordania che ha scavato presso Tell es-Sultan (antica Gerico), nei siti preclassici di Betlemme e Tell Abu Zarad in Palestina; in Giordania ha riportato alla luce la città di Khirbet al-Batrawy, un sito del III millennio a.C. prima sconosciuto e i siti di Jamaan e Rujum al-Jamus. Dal 2002 è Direttore della Missione archeologica sull’isola di Mozia, colonia fenicia in Sicilia Occidentale, di fronte Marsala. Ha scritto numerosi saggi, monografie, rapporti di scavo e più di 200 articoli scientifici su riviste internazionali. È considerato uno degli archeologi più esperti del Levante e del Mediterraneo preclassici.

Casa Editrice: Il Vomere


"Pompei. Il Tempo ritrovato. Le nuove scoperte" il nuovo libro di Massimo Osanna

Una piccola anticipazione prima di leggere questo volume di prossima uscita per Rizzoli. Spesso ai nostri lettori abbiamo più volte raccontato, mantenendo sempre un approccio di verifica e quanto più scientifico, il mondo dell’archeologia che ruota attorno al sito di Pompei. Ora, e questa sicuramente è una grande novità, a raccontare dei progressi degli ultimi anni fatti proprio nella città vesuviana sarà il Direttore del Parco Massimo Osanna che per Rizzoli ha scritto: “Pompei. Il Tempo ritrovato. Le nuove scoperte”. Un viaggio che inizia 10 anni fa e che parte da una data tragica per Pompei, 6 novembre 2010, con il crollo di uno degli edifici più celebri, la Schola Armaturarum, la cui notizia è rimbalzata in tutto il mondo e che ha alzato un polverone infinito sulla cattiva gestione dei beni culturali in Italia. Qualche anno dopo nasce il Grande Progetto Pompei che ha il precipuo scopo di avviare cantieri di messa in sicurezza per salvaguardare le rovine della città romana.

Anni di duro lavoro che hanno portato Massimo Osanna e il suo team al riscatto e agli onori internazionali, facendo diventare il sito di Pompei modello di best practice per la tutela e la conservazione dei beni culturali nel mondo. Tema del libro sarà il racconto di una nuova Pompei che rinasce dopo le attente cure dei suoi archeologi, architetti e restauratori e che riprende le indagini e gli interventi di scavo che hanno fatto conoscere a tutti nuove bellezze rimaste sepolte, quando si pensava che di Pompei ormai si conoscesse abbastanza. Parliamo dei nuovi scavi nel cantiere della Regio V che hanno restituito affreschi – Leda e il Cigno è uno degli ultimi ad essere riemerso nel 2018 – architetture, oggetti del quotidiano e spaccati di vita di una città morta ma più viva che mai.

Con approccio divulgativo e stampo sempre rigorosamente scientifico, Osanna illustrerà il dove e il come vivevano gli uomini e le donne travolti dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., cittadini di una città che non è mai morta davvero. Una biografia dei pompeiani che passa anche per gli oggetti (monete, gioielli, vasi, amuleti) e per le abitudini (dai ludus con i gladiatori e le bestie alla dieta), fino al momento fatale in cui il vulcano irrompe e immobilizza il fluire della vita. Un libro non solo per specialisti, corredato da immagini inedite, capace di farci “ritrovare” il tempo di Pompei, un eterno quotidiano – per molti versi così simile al nostro – conservato nei secoli sotto una spessa coltre di ceneri e lapilli.

L’autore è professore ordinario di Archeologia classica all’Università di Napoli Federico II. Ha insegnato nell’Università della Basilicata, a Matera, dove ha diretto la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici; è stato visiting professor in prestigiosi atenei europei e ha promosso scavi e ricerche in Italia meridionale, Grecia, Francia. Dal 2014 al 2015 ha diretto la Soprintendenza Speciale di Pompei; dal 2016 è direttore generale del Parco Archeologico, riconfermato per un altro mandato nel 2019.


Meraviglie. Ecco il nuovo libro di Alberto Angela

Dopo il grande successo televisivo di “Meraviglie. Alla scoperta dei tesori”, Alberto Angela annuncia l’uscita del suo nuovo libro scritto sulla scia dell'amata trasmissione in onda su Rai 1. Dalle Alpi alla Valle dei Templi in Sicilia, passando per le ricche architetture e opere sparse sulla penisola, frutto dei geni dell’arte che l’Italia ha da sempre ospitato, il noto divulgatore ripercorre le tappe da nord a sud d'Italia alla riscoperta delle meraviglie e dei tesori che ogni giorno ci circondano e che ormai diamo per scontate, abituati come siamo a conviverci. Ma se ci soffermiamo a riflettere, probabilmente, nessun altro stato del mondo respira tanta bellezza come l'Italia. Attualmente ben 55 siti in Italia sono stati dichiarati Patrimonio Mondiale dall’UNESCO, comprendendo opere di ogni secolo, con una densità che non ha eguali in nessun altro paese del mondo.

Alberto Angela

Il libro di Alberto Angela si propone come viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca delle meraviglie italiane, della nostra identità e alla consapevolezza della responsabilità che ne consegue di proteggere, tutelare e conservare i luoghi in cui abitiamo che raccontano le nostre radici più profonde.

Come afferma il divulgatore più famoso d’Italia dalla sua Fan Page ufficiale su FB, il libro si basa sul lavoro corale che ha impegnato per tanti mesi tante straordinarie professionalità nella produzione del programma e nella sua post-produzione. All’interno del libro ci saranno le foto e le descrizioni dei siti che sono stati esplorati durante la messa in onda del programma televisivo, arricchiti da curiosità e contenuti inediti. Inoltre, vi sarà la possibilità grazie al codice QR, di vedere sul cellulare le immagini relative ai siti in questione. Questi non sono stati inseriti in ordine geografico nella pubblicazione ma sono stati messi in ordine dal punto di vista cronologico, partendo dalle civiltà più antiche che hanno abitato la nostra penisola fino ad arrivare ai giorni nostri.

Con l’acquisto del libro si contribuirà al restauro di un’opera che è stata salvata dal terremoto del 2016 a Castelluccio di Norcia: la Madonna Adorante risalente alla fine del Quattrocento.