Petite Maman

Petite Maman. Una favola contemporanea

Céline Sciamma è tornata con un nuovo film, dal titolo Petite Maman, arrivato in Italia grazie alla Teodora Film. La pellicola, presentata durante la 71esima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, è già un enorme successo di critica.

La regista ha presentato il suo nuovo film presso il Teatro Cinema Galliera a Bologna in data 21 ottobre ed ha risposto a molte domande del pubblico.

Petite Maman
La locandina del film Petite Maman di Céline Sciamma, una produzione Lilies Films, distribuito in Italia da Teodora Film e MUBI

 

Petite Maman: la trama

Nelly (Joséphine Sanz) è una bimba di otto anni che sta affrontando un periodo della vita particolare, ovvero l'elaborazione del lutto della nonna. La madre di Nelly (Nina Maurisse) decide di tornare nella casa appartenuta alla madre defunta per portare via le ultime cose e chiudere quel capitolo della propria vita. La famiglia raggiunge la casa in campagna e si sistema al suo interno. Tuttavia, a causa dell'enorme dolore, la madre di Nelly decide di tornare in città lasciando la piccola con suo padre (Stéphane Varupenne). Costretta a giocare da sola, Nelly si avventura nel bosco alla ricerca di una casetta in legno costruita dalla madre quando era bambina. In quel momento Nelly incontrerà Marion (Gabrielle Sanz) una bimba della sua stessa età molto simile a lei.

Joséphine e Gabrielle Sanz. Foto ©Lilies Films

 

Il tema della memoria

https://www.classicult.it/ritratto-della-giovane-in-fiamme-gli-sguardi-di-orfeo-ed-euridice/

Dopo l'enorme successo di Ritratto delle giovane in fiamme, Céline Sciamma ci propone un'opera di breve durata (72 minuti) e più semplice. Tuttavia, non bisogna lasciarsi ingannare dalla "semplicità" del film, poiché proprio le opere più semplici sono quelle che arrivano prima al pubblico e sono pregne di significato. Analizzando la filmografia della regista francese, notiamo che il tema del tempo è sempre stato presente.

Alla temporalità, dopo Ritratto della giovane in fiamme, si è aggiunto il tema del ricordo e della memoria. Unendo questi due componenti riusciamo a penetrare l'animo di Petite Maman che dà libero sfoggio di queste due tematiche.

Il tempo, qui inteso con la chiave di lettura del realismo magico, è un tempo presente costante, poiché quello che si potrebbe intendere come "passato", in realtà, passato non è. Lo spettatore si lascia trasportare all'interno della magia senza aggrapparsi alla razionalità ottusa del mondo degli adulti.

Gabrielle e Joséphine Sanz. Foto ©Lilies Films

La memoria, con i suoi rimpianti e i suoi ricordi, è la seconda protagonista del film. I ricordi di infanzia della madre, che prendono vita una volta tornata nella casa della propria infanzia, aiuteranno Nelly a comprendere meglio chi sia sua madre e chi, in un certo senso, era stata sua nonna. La memoria, quindi, funge anche da elemento genealogico, ovvero la possibilità per Nelly di confrontarsi con le donne della propria vita.

 

Petite Maman: la regia

Dal punto di vista registico, troviamo lo stesso rigore di Ritratto della giovane in fiamme. Di fatti anche per questo film troviamo Claire Mathon a dirigere la fotografia e i tratti comuni con il suo predecessore sono ben visibili. Le camminate nel bosco in cui Nelly scruta Marion, i campi interi sulla natura autunnale e la presenza di specchi. La Sciamma, quindi, crea un'opera in perfetto equilibrio con ciò che è la sua filmografia.

La regista francese torna a parlare dei più giovani, tema a lei molto caro e che riguarda la maggior parte dei suoi lavori. I giovani visti non con la percezione di un adulto, bensì con la percezione di qualcuno della loro stessa età. La Sciamma non è l'adulto giudicante dietro la macchina da presa e non è nemmeno l'educatore. Questo elemento viene mostrato egregiamente con la scelta registica di mettere la macchina da presa alla stessa altezza della piccola protagonista, per rimarcare ulteriormente che il punto di vista che ci interessa è quello di Nelly.

Petite Maman
Joséphine e Gabrielle Sanz. Foto ©Lilies Films

 

L'incontro

La proiezione presso il Cinema Teatro Galliera è stata un grande successo che ha permesso alla sala di raggiungere il sold out!

Céline Sciamma è entrata in scena dopo la proiezione del film per dialogare prima con Federica Fabbiani e Chiara Zanini curatrici del libro Architetture del desiderio. Il cinema di Cèline Sciamma e poi con le persone presenti in sala. Rispondendo più volte in italiano, Céline ha discusso sulla tematica del tempo ed ha affermato che lavorare con i bambini non è impossibile come spesso viene riferito da molti set "vengo da un paese in cui la gente è più felice di vedere un cane che di incontrare un bambino" ha esordito la regista. Scopriamo anche che il montaggio del film ha avuto breve durata (appena 10 giorni) poiché il film era stato scritto per essere montato e, proprio grazie al montaggio, la Sciamma ha scoperto che la bimba non dorme mai nel film.

Joséphine e Gabrielle Sanz. Foto ©Lilies Films

Durante il dialogo con il pubblico, un ragazzo ha avuto il coraggio di chiedere alla regista una domanda che ci frulla in testa da due anni: la scena finale di Ritratto della giovane in fiamme è un omaggio al finale di Call me by your name  di Luca Guadagnino? La risposta è stata un NO accompagnato da una risata, poiché il film citato pare non essere per niente piaciuto alla regista "cosa c'è di romantico a farsi chiamare con il nome dell'altro?" Ci ha chiesto Céline. Infine, le è stato chiesto quale sia il suo rapporto con lo Studio Ghibli. La Sciamma ha risposto che i film di Miyazaki sono sempre stati per lei una grande influenza e ha voluto specificare come i "cartoni" dello Studio Ghibli non vengono mai definiti dei film solo per bambini.

L'incontro è terminato con una chiacchierata avvenuta nel cortile del cinema, in cui Céline Sciamma si è fermata con i ragazzi presenti durante la proiezione per firmare autografi e per conoscere meglio i suoi spettatori.

 

Petite Maman
La locandina per la Francia del film Petite Maman di Céline Sciamma, una produzione Lilies Films, immagine da Pyramide Films Distribution

Ove non indicato diversamente, materiale stampa da Pyramide Films Distribution.


Piranesi Susanna Clarke

Un enigma da non sciogliere: Piranesi di Susanna Clarke

Un enigma da non sciogliere:

Piranesi di Susanna Clarke

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

L'autrice britannica Susanna Clarke è celebre per aver dato alle stampe Jonathan Strange & il signor Norrell, libro fantasy che nel mercato dei primi anni 2000, dominato da Harry Potter, provava a segnare una netta inversione di tendenza: laddove il maghetto della Rowling e i suoi innumerevoli tentativi di imitazione godevano di trame semplici e dinamiche, l'opera della Clarke si presentava come un mattone di quasi mille pagine, una storia al tempo stesso avvincente ed erudita dal ritmo lento da romanzo vittoriano.

L'autrice procedeva in un personale tentativo di riportare il genere ai livelli di Tolkien e, soprattutto, Lewis, suo modello dichiarato; e Jonathan Strange riuscì addirittura nell'impresa, a modo suo: pur non diffuso come la serie della Rowling, il romanzo viene tuttora salutato come una delle opere fantasy più interessanti degli ultimi decenni. In seguito la Clarke è stranamente sparita dai radar: dopo Le dame di Grace Adieu, libro di racconti che espandeva l'universo narrativo del primo romanzo (ormai fuori catalogo da tempo), non ha pubblicato più nulla. Fino a pochi mesi fa: Piranesi, il suo secondo romanzo, è uscito nel Regno Unito nel 2020, mentre da noi è stato pubblicato da Fazi Editore lo scorso febbraio, per la traduzione di Donatella Rizzati.

In Piranesi l'eponimo protagonista è un giovane uomo che vive nella Casa, un immenso labirinto dove natura e architettura si mescolano e il tempo possiede regole tutte sue: l'edificio è talmente grande da contenere nuvole, oceani e stormi di uccelli in migrazione, ed è in grado di far dimenticare a chi lo abita il proprio passato. Piranesi lo percorre di continuo in lungo e in largo, annotandone le particolarità sui suoi diari; a fargli compagnia sono unicamente le migliaia di statue che adornano la Casa, i resti scheletrici delle poche persone che l'hanno abitata prima di lui, e l'Altro, un losco figuro che si manifesta ogni martedì e venerdì per interrogare Piranesi sulle sue scoperte e adoperare i suoi resoconti come base per oscuri rituali volti al recupero di una “conoscenza suprema” che, a suo dire, si cela nel cuore della Casa. Piranesi ama la Casa come se stesso, e poco gli importa delle strampalate ricerche dell'Altro finché potrà essere libero di esplorarla; improvvisamente, tuttavia, un'altra inquietante presenza tenta di mettersi in contatto con lui: da qui in poi una escalation di eventi lo porterà alla verità su se stesso, sulla Casa e sul loro legame, fino a scardinare completamente tutto ciò in cui credeva.

Giovanni Battista Piranesi (1720-1778). tavola III dalle Invenzioni capric. di Carceri, ca. 1749. Incisione, 21 1/2 x 16 1/4 in. (54.61 x 41.27 cm). Brooklyn Museum, Frank L. Babbott Fund and Carll H. de Silver Fund, 37.356.2

Lo chiariamo subito: Piranesi di Susanna Clarke non potrà riscuotere unanime consenso. La sua trama non inventa nulla, anzi a tratti può risultare banale e già letta; a metà libro si potrebbe addirittura pensare di aver già tutti gli elementi per capire dove si andrà a parare (teoria tra l'altro non del tutto campata in aria). Per altri, invece, il romanzo della Clarke sarà davvero un grande libro, uno di quelli la cui lettura diventa man mano più avvincente e appagante, al punto da rendere tristi una volta terminata. Ad apprezzarlo maggiormente saranno i lettori attenti e onnivori, che troveranno una miriade di riferimenti alla letteratura, all'arte e alla filosofia nascosti (ma nemmeno troppo) tra le sue pagine; il titolo stesso, che poi è anche il nome del protagonista, è un chiaro rimando all'incisore Giovan Battista Piranesi, le cui Carceri d'immaginazione fungono al tempo stesso da efficace illustrazione e chiave di lettura della storia. Ma non solo: evitando ogni tipo di spoiler, si può affermare che Piranesi è una storia che racconta se stessa e altre storie che vivono al di fuori di essa; è, in altre parole, una pirotecnica celebrazione delle storie, di chi le racconta e, incredibilmente, di come esse vengono raccontate. Un'opera metaletteraria, insomma, in grado di celarsi dietro una trama alla portata di tutti. La prosa della Clarke, limpida e priva di fronzoli, asseconda questa apparente semplicità: una volta passate le prime venti pagine e il lungo ma necessario spiegone sui meccanismi della Casa, la storia fluisce snella e rapida.

Pure, sarebbe sbagliato ridurre Piranesi a mero esercizio di stile o a blanda messa in mostra dell'erudizione dell'autrice. A trainare l'intero libro c'è infatti un protagonista incredibilmente ben scritto, per il quale sarà impossibile non provare affetto e tenerezza; del resto, vivremo l'intera storia attraverso i suoi occhi e la sua mente, nella quale albergano al contempo una complessa intelligenza e un'ancestrale spontaneità. Non è un caso che i pochi altri personaggi siano appena tratteggiati, privi perfino di una descrizione fisica: quello che conta, per Piranesi, è Piranesi stesso e la sua relazione con la Casa... e ben presto sarà ciò che conta anche per il lettore.

La grandezza di Piranesi si nasconde infatti negli interlinea, in ciò che non viene raccontato ma lasciato intendere; ciascun lettore potrà provare a risolvere l'enigma celato dalla Casa e dalle sue statue, a patto di non fermarsi all'apparenza e di continuare a porsi domande nel corso della lettura. Perché alcune parole apparentemente semplici vengono elevate al punto di meritare un'iniziale maiuscola? Quali oscure allegorie si celano dietro le statue della Casa, e perché alcune di esse ci sembrano così familiari?

Non tutte le domande troveranno risposta a fine lettura, e questo è il principale motivo per cui questo libro non può piacere a chi si aspetta una storia completa e palese in ogni suo aspetto; sarà invece amato da chi comprende che il piacere della lettura, sia essa per studio o per svago, sta nel suo potere di generare domande. Perché Piranesi, e in questo caso intendiamo tanto il libro quanto il suo protagonista eponimo, è un enigma che non va sciolto, un percorso il cui traguardo è più banale delle possibili alternative, da affrontare nei limiti della propria intelligenza o, più auspicabilmente, grazie a essi.

Piranesi Susanna Clarke Fazi Editore
La copertina del romanzo Piranesi di Susanna Clarke, pubblicato da Fazi Editore (2021) nella collana Lainya, traduzione di Donatella Rizzati, progetto grafico di copertina Adalis Martinez e adattamento di Francesco Sanesi e Flavia Remotti. Il romanzo è anche vincitore dell'edizione 2021 del premio Women's Prize for Fiction.

seconda giornata XI Edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

Seconda giornata della XI Edizione della Rassegna di Licodia Eubea

Seconda giornata della XI Edizione della Rassegna di Licodia Eubea

La seconda giornata della XI Edizione della Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica, si è aperta con la sezione Ragazzi e archeologia.

https://www.classicult.it/it-s-naxos/

Ospiti del Festival sono stati gli studenti della prima media dell’Istituto Comprensivo Statale “Giovanni Verga” di Licodia Eubea, che hanno assistito alla proiezione del video It’s Naxos, di Francesco Gabellone, che ricostruisce digitalmente la colonia greca omonima durante il regno di Ierone di Siracusa, intorno al V secolo a. C., e della docufiction Lagaria: tra Epeo e Kleombrotos storia e leggenda di una città della Magna Grecia, prima internazionale, firmata e prodotta da Paolo Gallo, che, prendendo spunto da alcuni reperti ritrovati a Francavilla, racconta la storia di Kala, fanciulla enotria, e le vicissitudini del suo popolo.

https://www.classicult.it/lagaria-tra-epeo-e-kleombrotos-storia-e-leggenda-di-una-citta-della-magna-grecia/

seconda giornata XI Edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
La seconda giornata della XI Edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea. L'archeologa Concetta Caruso

La mattinata è stata conclusa con il laboratorio, coordinato dall’archeologa Concetta Caruso, dal titolo Greci e indigeni: incontro o scontro?, nel quale gli studenti, attraverso lo scavo simulato, hanno appreso come la coesistenza tra popoli diversi, possa passare anche attraverso un pacifico scambio di doni e di conoscenza. L’archeologa Stefania Berutti ha poi invitato gli studenti a immaginare degli archeo-racconti, prendendo spunto dalle immagini di alcuni vasi greci e indigeni.

L'archeologa Stefania Berutti

https://www.classicult.it/le-refuge-oublie/

In apertura della sessione pomeridiana, dedicata a Cinema e archeologia, è stato presentato il teaser del documentario Storia dalla sabbia. La Libia di Antonino Di Vita, prodotto dall’Università di Macerata, in collaborazione con Fine Art Produzioni. Sono stati, quindi, proposti al pubblico tre documentari. Il primo è stato il francese Le refuge oublié, di David Geoffroy, presentato in prima nazionale e dedicato allo studio di un’estesa cava sotterranea all’interno della periferia di Caen, in Francia.

https://www.classicult.it/the-antikythera-cosmos/

È seguito il film britannico The Antikythera Cosmos, di Martin Freeth, anch’esso in prima nazionale, nel quale un team di ricerca tenta di ricostruire il complesso meccanismo di Antikythera, tra elementi astronomici e matematici.

https://www.classicult.it/thalassa-il-racconto/

L’ultimo documentario del pomeriggio è stato Thalassa. Il racconto, di Antonio Longo, presentato per la prima volta ad un Festival alla presenza del coautore del film, l’archeologo Salvatore Agizza, che rappresenta in modo inedito la ricerca archeologica nei mari del Sud Italia.

L'archeologo Salvatore Agizza

Nel pomeriggio la storica Maria Stupia, all’interno dello spazio Incontri di archeologia, ha presentato il suo libro Clavdio. L’imperatore fra opposizione e consenso. Dinamiche di esclusione e di integrazione, dedicato alla figura dell’imperatore Claudio, spesso sottostimato dalla storiografia senatoria, che in realtà fu un raffinato politico, capace di comprendere a fondo le dinamiche di corte e di attuare un processo di integrazione e consenso tra le comunità provinciali romane.

seconda giornata XI Edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
Alessandra Cilio con Maria Stupia

https://www.classicult.it/poggiodiana-sicilia-svelata/

La seconda giornata si è conclusa con la sessione serale, nella quale sono stati presentati il documentario di Gabriele Gismondi, Poggiodiana, appartenente alla serie “Sicilia Svelata” e dedicato alla scoperta del castello medievale nei pressi di Ribera (AG) e il film Antica Trasversale Sicula. Il cammino della Dea Madre, presentato, in prima internazionale, dal regista Francesco Bocchieri, che rappresenta il viaggio, attraverso la Sicilia, riscoprendo uno dei cammini più antichi d’Italia.

https://www.classicult.it/antica-trasversale-sicula-il-cammino-della-dea-madre/

Il regista Francesco Bocchieri

La Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, con la direzione artistica di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, ha il sostegno della Regione Siciliana, Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo - Sicilia Film Commission, nell'ambito del Programma Sensi Contemporanei e del Comune di Licodia Eubea.

Testo e foto dall'Ufficio Stampa della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.


Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno

Le memorie del comandante.

Plinio il Vecchio da Como a Miseno

(Bacoli, Napoli 22-25 ottobre 2021)

Comandante in capo della flotta imperiale di stanza a Miseno, celebre naturalista, autore della più antica enciclopedia conosciuta, la Naturalis Historia, storico, retore, grammatico, uomo di pensiero e d’azione perito durante la disastrosa eruzione vesuviana del 79 d.C. nel tentativo di soccorrere gli abitanti delle zone colpite, Plinio il Vecchio è oggi considerato come ineguagliabile storico dell’arte antica (Silvio Ferri), antesignano della Protezione civile (Flavio Russo), “protomartire delle scienza sperimentale” (Italo Calvino), “un uomo che dimostra una attenzione senza precedenti all’umanità” (Michel Onfray).

Quale figura meglio di Plinio il Vecchio può allora segnare il riscatto dopo oltre un anno di pandemia? Certo non molti possono unire l’Italia con un esempio più efficace del suo: nato a Como, dopo una lunga parentesi a Roma e in quasi tutta l’Europa romana, fu prefetto della flotta a Miseno e morì a Stabiae (odierna Castellammare di Stabia) nella tragica eruzione vesuviana che distrusse anche Pompei ed Ercolano.

Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno
La locandina dell'evento Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno

L’evento Le memorie del comandante. Plinio il Vecchio da Como a Miseno, che si svolgerà a Bacoli e Napoli e dal 22 al 25 ottobre 2021, mira proprio a mettere in luce i diversi aspetti di una figura eccezionale. E lo fa legandoli ai luoghi della sua vita: a Como, dove nacque; a Miseno, dove esercitò il suo ultimo comando militare; a Stabia, dove morì.

All’evento, organizzato dai Comuni di Bacoli e Como, dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dall’Accademia Pliniana, dalla Biblioteca Universitaria di Napoli, dalla Fondazione Alessandro Volta di Como, dall’Associazione Stabiae 79 A.D., e coordinato dall’archeologo e scrittore Alessandro Luciano, parteciperanno alcuni dei principali studiosi nazionali e internazionali di Plinio il Vecchio. Prevista la diretta Facebook sulla pagina del Comune di Bacoli.

La quattro giorni, ad ingresso libero, si articolerà in un ciclo di conferenze e presentazioni di libri, visite guidate ai luoghi “pliniani” e spettacoli dal vivo, nonché in un’esposizione bibliografica e una mostra con video-installazioni, fotografie e riproduzioni artistiche.

Link alla Pagina Facebook.

Testo, locandina e video dall'Ufficio Comunicazione dell'evento.


Inter Lapides

Inter Lapides

“Inter Lapides”, prodotto e diretto da Antonio Sarzo e Renato Stedile, aprirà le proiezioni di giovedì 14 ottobre delle ore 21:00, come prima internazionale alla “Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea”, per la sezione Cinema e Antropologia.

Inter Lapides

Nazione: Italia

Regia: Antonio Sarzo, Renato Stedile

Consulenza scientifica: Antonio Sarzo, Patrizia Perini

Durata: 34’

Anno: 2020

Produzione: Antonio Sarzo, Renato Stedile

Prima Internazionale

Sinossi:

Inserita nel 2018 tra i beni immateriali del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, l’arte della costruzione in pietra a secco si manifesta con estese e molteplici testimonianze dell’edilizia rurale minore, compresi migliaia di chilometri di muri campestri. Manufatti dai valori così preziosi da essere valorizzati. Il documentario approfondisce le funzioni naturalistiche, ecologiche e ambientali dei muri campestri in pietra a secco, in un contesto di agricoltura ecosostenibile e di neo-ruralità di montagna.

Inter LapidesTrailer:

https://youtu.be/QEoD4y0C2ho

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

TSM Trentino School of Management, 26 maggio 2021 (online)

Informazioni regista:

Naturalista e docente di geografia, si occupa di didattica della geografia, ecologia del paesaggio, botanica, fitogeografia e di fitosociologia. È coordinatore, referente scientifico e voce narrante, della filmografia tematica prodotta dalla Scuola Trentina della Pietra a Secco.

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

https://www.paesaggiotrentino.it/it/eventi/presentazione-del-documentario-inter-lapides.-il-valore-dei-muri-a-secco_3570_ide/

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Inter Lapides


tommaso lisa

Memorie dal sottobosco di Tommaso Lisa

Uno dei libri più strani e atipici del mio 2021 e sicuramente una delle letture più sorprendenti. Parlo di Memorie dal sottobosco di Tommaso Lisa, edito da una realtà culturale davvero interessante come Exòrma Edizioni, per la collana Scritti Traversi.

Difficile incasellare il titolo in questione in una griglia valutativa e di codificazione, forse basta dire che il libro di Tommaso Lisa è in bilico tra il memoir e la autofiction, ma soprattutto abbraccia con uno stile personalissimo e ispirato (con piglio saggistico) il mondo degli insetti. Lisa ci accompagna in un viaggio nel suo subworld entomologico, un pellegrinaggio caleidoscopico attraverso i luoghi della memoria; un continuo fluttuare in una galassia primigenia fatta di Tenebrionidi, coleotteri misteriosi dei funghi.

tommaso lisa
Foto di adege

Lisa è un demiurgo degli spazi interiori, tellurico e sotterraneo, un esploratore di profondità arcane e misteriche. Le sue ricerche sul mondo degli insetti, in particolare del nostro protagonista Diaperis boleti, si connaturano di vedute filosofiche di caratura introspettiva ma anche empirica, come se Lisa fosse un antico naturalista che cerca di far convivere la scienza con le sue sorelle umanistiche. E ci riesce benissimo.

Diaperis boleti, foto di Didier Descouens, CC BY-SA 3.0

Tommaso Lisa è un nuovo Dostoevskji che sonda il sottosuolo/sottobosco alla ricerca non solo delle 350mila specie di coleotteri, di cui si fa apologeta e divulgatore, ma di un vitalismo silenzioso e appartato come se la natura diventasse eremita della propria condizione. L'autore unisce razionalità e confusione, voli pindarici e dati scientifici, crea un'osmosi del contatto con i coleotteri a dir poco originale e ci spinge a riflettere sul significato profondo dello studio dei microcosmi. Un libro incantevole e di ampio respiro, che rinnova seriamente un panorama editoriale asettico e scoraggiante.

Tommaso Lisa Memorie del sottobosco
La copertina del libro di Tommaso Lisa, Memorie dal sottobosco. Un coleottero dei funghi, pubblicato da Exòrma Edizioni (2021) nella collana Scritti Traversi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Il giudizio della solitudine - Intervista a Raul Montanari

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini+Castoldi - recensione 

Sotto i capitoli, parole di indirizzo in uno stile in uso tra Sette e Ottocento, presente, passato, l’intreccio che si origina sul fiume, su un ramo appollaiato c’è un cormorano che vede tutto, che si fa testimone della scena ancor prima che l’autore del noir ci faccia vedere ciò che non sappiamo. È un prologo singolare quello che Raul Montanari presenta nel suo nuovo romanzo edito Baldini+Castoldi, Il vizio della solitudine.

“Avevo in mente più di un titolo e alla fine abbiamo scelto questo perché la solitudine, come l’abbiamo anche vissuta tra l’altro in questo anno e mezzo, è molto vista come qualche cosa di negativo che uno subisce per circostanze esterne, la subisce perché non si può ribellare e deve rimanere solo” racconta lo scrittore per spiegare proprio il significato di questo titolo, “Secondo me Guarneri è un uomo abbastanza forte da abbracciare la solitudine volontariamente, farla diventare quasi un vizio come lui stesso dice a un certo punto, perché nella solitudine di bello c’è la totale non appartenenza, il fatto che appartieni solo a te stesso. Mi è capitato di citare in altre intervista la frase straordinaria di Leonardo Da Vinci in cui io mi sono imbattuto in terza media che dice ‘Sii solo e sarai tutto tuo’, è una frase di una potenza spaventosa, fa quasi paura, chiaramente devi essere capace di avere una simile forza, ‘Sii solo e sarai tutto tuo’, questa gelosia quasi di te stesso, io di me stesso non voglio dare niente agli altri e non è egoismo ma concentrazione su Sé”.

Raul Montanari Il vizio della solitudine
La copertina del romanzo di Raul Montanari, Il vizio della solitudine, pubblicato da Baldini+Castoldi (2021) nella collana Romanzi e racconti

Non è un thriller come gli altri e il protagonista, l’ex ispettore Ennio Guarneri, alla fin fine strattonato tra il senso di giustizia e di morale finirà per prendere una decisione che gli cambierà la vita. Un’altra volta. Prima, in servizio, facendo parte di una autofficina dei tre ispettori, cosiddetta, che emette tagliandi punitivi contro chi sembra proprio non aver capito cosa significhi rispettare la legge e il prossimo, poi per una serie di circostanze avverse entrando a far parte di un meccanismo in apparenza giusto ma allo stesso tempo criminale. Un non troppo raro caso di giustizia fai da te che sfocia nel folle quando l’ordine di un giustiziere si assurge nel garantire il lecito con le stesse armi e gli stessi comportamenti di colui al quale obietta integrità.

“Il conflitto tra legge e giustizia è centrale nel libro” riprende Montanari, “La giustizia ha un carattere soggettivo (…) Mentre la legge, da un canto è una coperta troppo corta, cioè la legge non riesce mai a coprire tutto il campo della giustizia, non c’è niente da fare (…) ha questo aspetto di statico, mentre le vere situazioni che si creano nella vita sono sempre dinamiche, cangianti. I latini dicevano una cosa molto bella, nella tradizione della giurisprudenza latina: Summum ius, Summa iniuria. Cioè, Summum ius, il massimo del diritto, quindi il massimo tentativo di applicare il diritto e cioè la legge diventa Summa iniuria e tra l’altro è bella questa parola perché iniuria letteralmente è il contrario di ius, quindi diventa somma ingiustizia, ma iniuria poi in italiano diventa ingiuria, cioè la massima applicazione della legge diventa addirittura un’offesa alle persone e anche alla realtà, alla verità dei fatti”.

L’abilità che Montanari ha nello scrivere la si intuisce presto dall’incastro con cui le parole fanno emergere immagini nelle pagine del libro e da come infarcisce le mie domande di risposte ad alto profilo letterario e filosofico.

Raul Montanari. Foto Piaggesi courtesy Baldini+Castoldi

Diciassette romanzi pubblicati, docente e direttore a Milano di una delle scuole di scrittura creativa più quotate in Italia (degno erede di Pontiggia), ha firmato opere teatrali, sceneggiature e traduzioni, come quella di McCarthy dove in Meridiano di sangue ritroviamo quei titoletti, quelle parole d’aggancio di inizio capitolo che Montanari chiama trailer e che spiega così:

“Se dovessi dire la cosa a cui assomiglia di più è come se fossero dei flash di parole, di immagini, di cose che accadono che poi il lettore può avere anche la curiosità di verificarle dentro al capitolo. Io le uso quasi da sempre, è un’idea in più che male non fa e a molti lettori piace, lo trovano singolare, divertente, un tratto di identità. È un espediente extra-letterario, una cosa che si vede più in altri contesti espressivi che nella narrativa in prosa”.

Per addentrarmi ancor di più nella storia, arrivata a quasi metà del romanzo, decido di riprendere un esercizio che la professoressa di italiano durante le gare di lettura alla scuola media faceva fare ai più volenterosi. La sfida consisteva nel dover raccontare la storia a partire dalla fine del romanzo, pena il passaggio di punteggio alla squadra avversaria. Non c’era alibi che tenesse e così, modificando un po' la linea, ho lasciato la metà a cui ero giunta per arrivare d’impatto alla fine di questo vizio della solitudine che tuttavia, grazie a quella scrittura che per Montanari è arte, mi ha lasciata comunque attaccata al foglio. Sarà per questo che quando l’ho raggiunto al telefono gli ho subito chiesto perché si fosse ispirato proprio a questa storia, proprio Ennio Guarneri.

“Il protagonista sostanzialmente assume una vocazione diciamo da giustiziere che, finché lui è nella polizia, si esprime con azioni che sono comunque illegali ma suscita sicuramente simpatia da parte del lettore” mi dice senza esitazione, “Gli incontri che lui fa con questi giustizieri nigeriani, siccome lì si tratta di vita e di morte e cioè si tratta di un gioco molto più pesante, è come se lo costringesse a verificare fino in fondo dentro se stesso la sua disponibilità a stare, come lui dice, dalla parte della giustizia anche contro la legge. Quindi è come se lo costringesse a guardarsi dentro completamente”.

Un romanzo di solitudine e di amore, di sentimenti. Una storia inventata che ha però meno invenzione di tutti gli altri che ha scritto.

“Dentro ci sono un sacco di cose che sono tratte, più che dalla cronaca, da esperienze più o meno di seconda mano, cose che mi sono state raccontate, cose che ho visto, tutti gli aneddoti della polizia sono veri” mi racconta lui da vero ricamatore di storie, “in particolare è vera la figura della ragazza di Lotta Comunista, è assolutamente una persona vera, lei ha un altro nome ma le caratteristiche le appartengono, sono tutte sue e ti dirò, addirittura, che la primissima idea del romanzo mi è venuta vedendo lei. Cioè quando Ennio Guarneri non esisteva ancora e guardandola mi sono chiesto che è effetto poteva fare un’epifania femminile come questa nella vita di un uomo che vive solo e lì ho cominciato a immaginare un personaggio maschile che fosse completamente all’opposto di lei, quindi che avesse un’altra età, un’altra ideologia perché l’ideologia del poliziotto giustiziere non è certo comunista, è proprio quello che mette le toppe al sistema non che lo vuole cambiare in fondo”.

Ed ecco che finalmente il senso trova il suo compimento, proprio laddove sono giunta con impeto ricalcando le impronte di un antico esercizio, con buona pace del cormorano testimone e metafora di quella solitudine che poi l’ex ispettore sospinto dal dubbio si troverà a scegliere.

Raul Montanari Il vizio della solitudine
La copertina del romanzo di Raul Montanari, Il vizio della solitudine, pubblicato da Baldini+Castoldi (2021) nella collana Romanzi e racconti

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini+Castoldi 2021, pp. 336, Euro 19.


Roberto Alonge, Dacci oggi il nostro desiderio quotidiano

 Roberto Alonge, DACCI OGGI IL NOSTRO DESIDERIO QUOTIDIANO, Edizioni di Pagina, Bari 2021

Recensione a cura di Esther Celiberti

Sottraendosi ad un genere definito, il libro di Alonge mette a fuoco il tema del desiderio e ne analizza alcune varianti generalmente oscure e censurate. Dalla introduzione si passa alla declinazione della figura materna al motivo del desiderio triangolare, dal “fascino discreto della pedofilia” sino al “mostro dell’incesto”.

Eppure il titolo cita la nota preghiera del Padre Nostro, ma non vi è contraddizione, le sirene cattoliche del desiderio sono legate all’albero maestro del peccato. Un catalogo di trasgressioni, tassonomia di tentazioni e perversioni, “fornicazioni” tra molteplici codici espressivi. Una ars meccanica sadiana che si concentra sulla scena verbale, non verbale, iconica dunque dipinta. Alla radice la cosiddetta scena primaria, una incalzante scopofilia o magari nulla di tutto questo, forse l’intenzione/tensione compulsiva di passare in rassegna i misteri del desiderio, monumento o memento per allontanare la morte, the dark side dell’eros.

Il corposo testo è, per assunti e tesi, parzialmente riuscito o a causa della mole del duello intrapreso o per la natura sfuggente degli argomenti o per un telaio che ogni tanto cede.

Gustav Klimt, Judith II (Salome), olio su tela, International Gallery of Modern Art. Foto Flickr di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Tra pruderie e slanci, iperdeterminando l’oggetto, Alonge svolge il filo in un amalgama che allinea affondi esegetici di pregio (Ovidio, Goldoni, Ibsen, Degas, Pirandello) a cadute interpretative (Amleto, Medea di Eschilo, il misunderstanding della figura anomica del teatro elisabettiano, l’analisi del ’68) o a sopravvalutazioni. Spesso mancano le ragioni della storia in questo crogiolo intertestuale ove l’affastellarsi degli episodi lede la misura e il centro del bersaglio.

Il linguaggio è un’interlinea fra soggettività e drammaturgia, talora la volontà di attualizzazione comporta l’uso di termini impropri e se lo studioso si fosse, di sua volontà, “amputato”, lungaggini, ovvietà e ridondanze non vi sarebbero.

E poi, come si fa a scrivere che “in ogni caso la donna appare più docilmente disposta dell’uomo a muoversi nell’ottica del desiderio di desiderio (...) si preoccupa di farsi attraente per l’altro”? Pur se questa riflessione fosse stata valida in passato, non è sostenibile oggi. L’immaginario di Marcello Snaporaz, protagonista della felliniana Città delle donne, si librava oniricamente, questa affermazione non vola.

Il femminile e il maschile sono due rappresentazioni differenti ed allora, come lo stesso autore con schiettezza esplicita, riemergono il fascino dell’actio in distans di Betsabea al bagno, quella lontananza di cui Derrida scrive circa la liaison fra Nietzsche e l’essere femminile, varie sfumature di horror vacui. Ma, in semplicità, sempre a detta di Alonge, il sogno tutto maschile di essere donna. E la paura dell’altro sesso secondo un andante purtroppo non smentito.

Scabroso infatti è un piano non liscio.

Roberto Alonge desiderio quotidiano
La copertina del libro di Roberto Alonge, Dacci oggi il nostro desiderio quotidiano, pubblicato da Edizioni di Pagina (2021) nella collana Duepunti

Mariano Rizzo Paolo Finoglio Terra d ombra Annapaola Digiuseppe

Quando le parole hanno un colore: "Terra d'ombra" di Mariano Rizzo

“Chissà cos'è quel moto che ci unisce e ci divide”, canta Franco Battiato in uno dei suoi tanti capolavori. La vita del pittore Paolo Finoglio narrata da Mariano Rizzo nel suo Terra d’Ombra (Edizioni di Pagina, 2021) sembra girare intorno a questo interrogativo.

La sua storia si sviluppa lungo una sequenza di incontri e separazioni, di relazioni costruite fra la voglia di trovarsi e quella di perdersi, fra la paura di restare e quella di partire.

Paolo Finoglio, come molti sapranno, è un pittore campano vissuto tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento. La sua fama lo solleva dall’oblio dei tanti artisti coevi di cui si sono perse, più o meno volutamente, le tracce. Tuttavia non lo colloca alla stessa altezza dei grandi personaggi che hanno segnato quell’epoca sospesa tra il manierismo barocco del Carracci, ispirato ai modelli classici, e l’eversivo linguaggio del Caravaggio, legato allo studio del vero contro ogni regola accademica.

Questo conflitto tra essere molto ma non essere tutto, si fa carne, sangue, desiderio, affanno e, in buona sostanza, assoluta umanità nel personaggio tracciato da Mariano Rizzo. E l’umanità di Paolo Finoglio viene fuori esattamente come nascono i suoi quadri: a strati di colore.

ombra Terra d'ombra, romanzo di Mariano Rizzo
Paolo Finoglio sulla copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine. Foto di Annapaola Digiuseppe

Mariano Rizzo tratta l’argomento tuffandosi in un lavoro di totale immedesimazione non solo nel personaggio, ma anche nella sua materia. La parola, la frase, lo scritto, il componimento, slittando da un’arte all’altra, si trasformano in impasto preparatorio, linee prospettiche, disegno, chiaroscuri, pennellate. La mano che scrive diventa mano che dipinge, e questa magnifica sinestesia compositiva è già chiara nell’incipit, dove leggiamo:

E poiché un quadro non è che una storia, un racconto di tela e pigmento, allora il pittore è egli stesso un narratore, che prima di tutto deve avere ben chiaro nella sua mente cosa emergerà dal buio e come dosare correttamente la luce.

Paolo Finoglio in questo romanzo è, prima che un artista, un uomo. E, in quanto tale, vive di tutti i limiti, le insicurezze, i difetti, le miserie e le contraddizioni insiti nella natura umana. È una persona, non un personaggio, tantomeno un eroe. Fa scelte sbagliate, anela a ciò che non può avere e trascura quello che ha, insegue i sogni ma si perde nei suoi incubi.

Eppure, come nella vita di ognuno di noi, accanto alle sue fragilità viaggiano le sue intuizioni, il suo slancio artistico, il suo istinto di sopravvivenza, la sua capacità di adattamento, il suo amore che, segnato da un imprinting quasi staccato dalla realtà, non è capace di focalizzarsi e finisce per disperdersi fra tanti obiettivi – o miraggi – pur senza mai diminuire d’intensità e trasporto.

Paolo Finoglio è un uomo che, come tutti, muove ogni sua azione alla ricerca di tre elementi imprescindibili: il proprio posto nel mondo, la realizzazione di sé, l’Amore (sì, quello con la A maiuscola, perché il resto è acqua che non disseta).

Procede per tentativi, per esperimenti, per corsi e ricorsi, perché, sempre come tutti noi, non sa quale sia la strada giusta, né se ne esista una che possa definirsi tale.

Terra d'ombra, romanzo di Mariano Rizzo
Foto di Annapaola Digiuseppe

Il romanzo si suddivide in quattro parti, che corrispondono ad altrettante importanti tappe nella vita del protagonista e che sono introdotte da titoli evocativi: Bianco d’ossa (Napoli, 1604-1612), Blu d’oltremare (Lecce, 1613-1623), Rosso di Marte (Napoli, 1623-1632), Nero di vite (Conversano, 1635-1645), tutti pigmenti utilizzati in pittura, come la stessa Terra d’ombra del titolo.

Il lettore viaggia insieme a Paolo Finoglio, trascinato dalla vividezza della resa dei suoi sentimenti, ed è portato a guardare il mondo attraverso i suoi occhi, grazie anche alle parti narrate in prima persona che si alternano a quelle in terza. Si finisce inevitabilmente per condividerne le inquietudini, le ambizioni, le ingenuità, gli ardori, le delusioni, la confusione, le speranze. Anche quando le sue azioni non sono esattamente encomiabili, anche quando prende decisioni sbagliate o, al contrario, resta passivo laddove dovrebbe agire e reagire, ci si ritrova dalla sua parte, perché se ne comprendono i contorti – e umanissimi – meccanismi mentali.

ombra Terra d'ombra, romanzo di Mariano Rizzo
Paolo Finoglio sulla copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine. Foto di Annapaola Digiuseppe

Tanti i personaggi che il protagonista incontrerà lungo questo cammino di ricerca, dalla janara al travestito, dalla prostituta al ricco committente d’arte, dal pittore affermato a quello affamato, dal mendicante al nobile, dalla filatrice alla cortigiana, dal mecenate alla scaltra badessa. Tra questi, molti sono figure storiche, come il tormentato e geniale Michelangelo Merisi, l’emancipata Artemisia Gentileschi, il Guercio di Puglia, sinistro ma lungimirante Conte di Conversano, la determinata Isabella Filomarino, per citarne solo alcuni e per restare il più possibile sul vago, affinché ognuno di essi, reale o di fantasia, resti una scoperta lungo la lettura del romanzo.

Bellissime le descrizioni di ambienti e paesaggi, anch’esse spesso mutuate dal mondo della pittura:

Il caldo estivo era solo un ricordo, il cielo era coperto da grosse nuvole che rendevano la città una dissonanza di bianchi e di neri” (p. 42);

L’estate aveva cominciato a colare il proprio oro nelle acque del golfo. Il sole saliva in cielo tirandosi dietro la foschia dell’aurora; il mare godeva delle carezze di tiepide correnti che sfumavano all’orizzonte” (p. 210);

Di quella città ormai serbavo un ricordo sbiadito e frammentario, come la sinopia di un affresco caduto” (p. 359);

L’estate luccicava all’orizzonte, pronta a invadere la costa per arrampicarsi fino al colle di Conversano, dove già si avvertiva un denso tepore che rendeva le notti calme e i giorni piacevoli. L’inizio della stagione sarebbe stato sereno ai limiti dell’indolenza, se la città non fosse stata scossa da un fremito d’irrequietezza che scorreva sottopelle, insinuandosi tra le fughe del lastricato e le radici degli alberi, imbevendo le pietre come un umore greve che rendeva i cittadini stizzosi e suscettibili senza un motivo apparente” (p. 389).

Terra d'ombra, romanzo di Mariano Rizzo
La quarta di copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine. Foto di Annapaola Digiuseppe

Il linguaggio raffinato ed evocativo di Mariano si muove continuamente tra chiari e scuri, esattamente come enuncia la quarta di copertina: Paolo Finoglio, pittura e vita tra luce e ombra. Da lì emergono, poi, i colori. Emerge il racconto.

Ciò che Mariano consegna tra le nostre mani non è solo il ritratto di un pittore che ha legato il proprio nome, tra le tante opere, a un pregevole ciclo di affreschi ispirati alla Gerusalemme Liberata, ma è anche il profilo di un artista alla ricerca della propria identità, di un uomo che ha un’apparenza mite e controllata, mentre dentro di sé cova un’anima inseguita dal buio, perseguitata dagli incubi.

Niente di epico, niente di enorme o di terribile, semplicemente la vita.

Di questo, invece, devi avere paura: io sono un uomo come te”, dice il maestro Battiato in un altro dei suoi capolavori, fornendoci ancora una volta uno spunto su cui riflettere.

Non volendo anticipare altro e invitando direttamente alla lettura di questo interessante romanzo, aggiungo solo un consiglio: accanto al libro tenete con voi un dispositivo – cellulare, tablet o computer che sia – che vi consenta di fare simultanee ricerche nel web delle opere d’arte (tantissime) citate lungo il racconto, perché tutto ciò che accade è intrecciato alle immagini, in una sorta di percorso multimediale e multisensoriale.

A tal proposito, segnalo anche la qualità estetica del volume (dalla copertina alle tavole di apertura delle quattro sezioni narrative), curato con maestria dalla casa editrice e con il consueto buon gusto del grafico Luigi Fabii. Insomma, un gioiellino di 524 pagine da regalare o regalarsi.


giuramento di Ippocrate

Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate

Il Giuramento di Ippocrate, fondamento dell’etica medica, è forse uno dei testi più attuali che dall’antichità sono giunti fino a noi. Preso a modello per lo studio e per la pratica della medicina nel corso dei secoli, esso costituisce uno di quei legami che ci tengono ben saldi alle origini della nostra cultura e della nostra civiltà, a quel mondo antico a cui dobbiamo molto di ciò che siamo oggi. Il volume di Stefania Fortuna, Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate, si propone pertanto di far luce su un documento come il Giuramento di Ippocrate, dimostrando come nei suoi principi si possa rintracciare un’innegabile attualità.

La copertina del saggio di Stefania Fortuna, Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate, pubblicato da Garzanti (2021) nella collana Grandi classici

Il saggio si apre con il testo greco del Giuramento di Ippocrate e la sua traduzione italiana, seguiti dalla Dichiarazione di Ginevra firmata dall’Associazione Medica Mondiale nel 1948 e nel 2017. A partire da questi testi l’autrice sviluppa un commento che ruota attorno al Giuramento stesso e alle questioni che lo riguardano, molte delle quali sono ancora oggi dibattute.

Nel primo capitolo, Perché il Giuramento, si riconosce in primo luogo l’attualità di questo testo: medici e operatori sanitari, in ogni parte del mondo, prima di iniziare a svolgere la propria professione devono infatti pronunciare delle dichiarazioni, e ognuna di queste riprende i diversi principi esposti nel Giuramento. Dichiarata la sostanziale vitalità di questo componimento, Stefania Fortuna ne ripercorre il contenuto, tenendo in considerazione la sua natura di ὅρκος (“giuramento”) e lasciando nel lettore una serie di interrogativi che saranno trattati nel corso del volume.

Frammento del Giuramento di Ippocrate, Papiro di Ossirinco 2547 (terzo secolo). Foto Wellcome Images [1] [2], CC BY 4.0

Se il primo capitolo ha un ruolo prettamente introduttivo, è con il secondo che si entra nel vivo della discussione sul Giuramento di Ippocrate. Si affrontano infatti questioni ancora dibattute, in primo luogo la paternità, mostrando come le varie opere del Corpus Hippocraticum sembrano essere state composte da diversi autori, alcuni contemporanei e altri successivi ad Ippocrate. Dopo aver ripercorso le fonti sulla vita del “padre della medicina”, si passano quindi in rassegna alcuni degli scritti più noti del Corpus, descrivendone brevemente il contenuto e riconoscendo le problematiche per individuare il loro autore. Stefania Fortuna riesce così a fare luce su una questione che dall’antichità è discussa ancora oggi e che, come riconosce lei stessa, “non è destinata a trovare soluzioni condivise almeno in tempi brevi”.

Busto di Ippocrate, Incisione di ignoto dalla 1881 Young Persons' Cyclopedia of Persons and Places, immagine in pubblico dominio

Il capitolo successivo, Giuramento ed etica ippocratica, che costituisce il cuore del volume, prende in esame il Giuramento dal punto di vista etico e deontologico. Partendo dalla massima primum non nocere (“la prima cosa è non essere di danno”), si cerca dunque di spiegare il compito della medicina, nonché di colui che la pratica. Attingendo a vari scritti del Corpus Hippocraticum e ad altre testimonianze antiche, si illustrano così tematiche che implicano necessariamente il ricorso a questioni etiche e religiose: dal comportamento del medico nei confronti del paziente al segreto professionale, dalla somministrazione di farmaci mortali all’aborto. Argomenti certamente attuali quelli trattati nel Giuramento e, in generale, nelle opere del Corpus Hippocraticum, cosa che dimostra ancora una volta la fortuna di questi testi e dei principi da essi sostenuti.

Proprio alla fortuna del Giuramento si rivolge l’ultimo capitolo, Conclusioni e fortuna del Giuramento. Si traccia in questo senso il percorso che dall’antichità ha portato questo testo fino a noi, arrivando alla Dichiarazione di Ginevra del 1948 e alla sua più recente versione del 2017: si illustrano dunque i vari punti ripresi dal Giuramento e quelli aggiunti rispetto ad esso, come la dignità e l’autonomia del paziente, presentando la medicina come qualcosa che unisce antichità e contemporaneità.

Per trarre delle riflessioni conclusive, il volume Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate costituisce un importante strumento per gli studi sulla medicina antica, in particolare su quella ippocratica. A partire dalle norme contenute nel Giuramento si abbracciano diverse questioni, non solo dal punto di vista filologico per quanto concerne il testo e la sua paternità, ma anche per l’etica da esso propugnata. Come in un filo che lega il mondo antico alla nostra quotidianità, Stefania Fortuna offre così un commento di ampio respiro e di larghe vedute, in cui anche le tematiche più delicate sono affrontate con precisione e imparzialità. Riprendendo il titolo della collana di cui questo saggio fa parte, possiamo dunque dire che si tratta davvero di un piccolo grande libro, uno strumento prezioso oggi più che mai necessario.