Teofrasto di Ereso botanica

Teofrasto di Ereso, il padre della botanica

Nel mondo antico l’interesse per il mondo naturale risale ai filosofi presocratici, che si interrogarono sul cosmo e sugli elementi che lo costituiscono, senza però proporre una loro classificazione. Lo studio delle piante, degli animali e delle pietre era allora parte della σοφία, un insieme di conoscenze che spaziavano dalla scienza alla filosofia e che solo pochi possedevano. Per quanto riguarda le piante, secondo Otto Kern sarebbero esistiti alcuni carmi fatti passare sotto il nome di Orfeo, giunti solo attraverso dei frammenti e riuniti inizialmente da Christian August Lobeck, poi da Eugen Abel.[1] Nonostante questi testi siano citati da autori antichi quali Galeno, Alessandro di Tralle, Plinio il Vecchio e Apuleio[2], il primo tentativo di organizzare le conoscenze sul mondo vegetale si ha con Teofrasto, passato alla storia come “padre della botanica”.

Nato ad Ereso (Lesbo) verso il 370 a.C., Teofrasto era forse figlio di un tintore e si dice che il suo vero nome fosse Tύρταμος, poi cambiato da Aristotele in Θεόφραστος. A Ereso ebbe modo di studiare presso un certo Leucippo, e quando successivamente si trasferì ad Atene fu allievo prima di Platone e poi di Aristotele. Proprio con quest’ultimo si instaurò un reciproco rapporto di stima e fiducia, così forte che dopo la morte del maestro di color che sanno Teofrasto guidò il Peripato fino al 287, anno della morte, dando alla scuola aristotelica una maggiore impostazione scientifica.[3]

Teofrasto di Ereso botanica
Teofrasto di Ereso, orto botanico di Palermo. Foto di  tato grasso modificata da Singinglemon, CC BY-SA 2.5

L’opera per cui questo autore è maggiormente conosciuto sono certamente i Caratteri, nei quali si descrivono vari modelli morali secondo uno schema ben preciso, ma il merito più grande di Teofrasto è forse il fatto che a lui si devono i più antichi trattati botanici greci. Tra questi, il più significativo è sicuramente l’Historia plantarum o Περὶ φυτῶν ἱστορία, che nei suoi nove libri (sui dieci originari) si propone di indagare in modo scientifico il mondo vegetale, come tra l’altro emerge dal termine historia o ἱστορία nel titolo.[4]

Questo scritto si apre con una riflessione metodologica in cui Teofrasto spiega che, per conoscere le differenze tra le varie specie di piante, occorre considerare le loro parti, le loro qualità, il loro modo di riprodursi e di vivere. Si suggeriscono quindi alcune classificazioni, mostrando come alcune parti della pianta siano perenni quali la radice, il tronco o i rami, mentre altre si generano attraverso la riproduzione, come le foglie, i frutti e i fiori; si distinguono poi le piante in base alla loro morfologia (alberi, arbusti, arbusti nani ed erbe), al modo in cui crescono (specie domestiche e selvatiche) e al luogo in cui si sviluppano (specie terrestri e acquatiche). In tutto questo si nota come sia difficile realizzare una classificazione precisa, dal momento che anche l’altezza, la grandezza o la durata della vita sono dei criteri da non trascurare, pertanto si può solo fare una distinzione generale:

Διὰ δὴ ταῦτα ὥσπερ λέγομεν οὐκ ἀκριβολογητέον τῷ ὅρῳ ἀλλὰ τῷ τύπῳ ληπτέον τοὺς ἀφορισμούς· ἐπεὶ καὶ τὰς διαιρέσεις ὁμοίως, οἷον ἡμέρων ἀγρίων, καρποφόρων ἀκάρπων, ἀνθοφόρων ἀνανθῶν, ἀειφύλλων φυλλοβόλων.

“Per questo motivo, per così dire, non è possibile elaborare delle classificazioni precise, ma generali. Si possono dunque fare delle distinzioni come quelle tra piante selvatiche e coltivate, con frutto e senza frutto, con fiori e senza fiori, sempreverdi e decidue”.[5]

L’introduzione metodologica costituisce un punto di riferimento per i primi otto libri, nei quali si passano in rassegna le caratteristiche delle diverse specie, mentre nel IX si riportano anche i loro utilizzi medici richiamando all’attività di ῥιζοτόμοι e φαρμακοπῶλαι[6]; secondo Max Wellmann tuttavia la fonte principale dell’opera, oltre all’osservazione diretta dell’autore, risulterebbe Diocle di Caristo, medico del IV secolo a.C. che ha offerto numerosi contributi alla medicina pratica e che è stato un modello per altri trattati successivi.[7]

Teofrasto di Ereso botanica
Dell'Historia delle piante, di Theophrasto libri tre, tradutti nouamente in lingua italiana da Michel Angelo Biondo medico. Foto biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC, in pubblico dominio

Un'altra opera botanica di Teofrasto è il De causis plantarum[8], composto da sei libri e riguardante la riproduzione delle piante e la loro fisiologia, riprendendo le specie già menzionate nell’Historia plantarum e procedendo per classificazioni:

Τῶν φυτῶν αἱ γενέσεις ὅτι μέν εἰσι πλείους καὶ πόσαι καὶ τίνες ἐν ταῖς ἱστορίαις εἴρηται πρότερον. ἐπεὶ δὲ οὐ πᾶσαι πᾶσιν, οἰκείως ἔχει διελεῖν τίνες ἑκάστοις καὶ διὰ ποίας αἰτίας, ἀρχαῖς χρωμένους ταῖς κατὰ τὰς ἰδίας οὐσίας· εὐθὺ γὰρ χρὴ συμφωνεῖσθαι τοὺς λόγους τοῖς εὑρημένοις.

“La riproduzione delle piante, ovvero il fatto che vi sono molte specie, e quante e quali siano queste, è stata trattata precedentemente nell’Historia. Poiché non appartengono tutte a tutte le specie, è utile distinguere quelle che appartengono a ciascuna specie e per quali motivi, servendosi dei principi riguardo alla loro essenza; infatti è necessario che l’argomento si accordi direttamente con le parole che vengono dette”.[9]

Si illustra poi la generazione delle piante a partire da semi, rami o frutti, nonché i fenomeni meteorologici che influenzano la loro crescita e le operazioni culturali, comprendenti anche l’osservazione dello stato della pianta. Un altro aspetto significativo del De causis plantarum è quello dei sapori e degli odori, ai quali è dedicato il VI libro. Rifacendosi agli insegnamenti di Aristotele, Teofrasto distingue i sapori in otto classi, a loro volta suddivise in otto categorie a seconda degli effetti provocati sugli organi di senso. Gli odori sono invece legati sia ad esseri inanimati che a piante e animali; in merito alle piante – ma questo vale anche per i sapori – si evidenzia come essi si concentrino a volte nelle radici, altre volte nei rami, nelle foglie oppure nei fiori, mostrando poi come dalla loro estrazione possano essere ricavate fragranze.[10]

Questa tematica è approfondita da Teofrasto anche in un altro trattato, il De odoribus[11], che si apre con una prima distinzione tra odori dolci e aspri, poi anche piccanti, forti, deboli, dolci e pesanti, e in generale potremmo dire tra buoni e cattivi odori.[12] Una successiva classificazione è quella tra gli odori presenti in natura e quelli creati attraverso una τέχνη, un’arte, in questo caso quella della profumeria. Si mostrano a riguardo le varie combinazioni tra sostanze umide e secche che generano vini aromatici, polveri fragranti e profumi, descrivendo tra l’altro i metodi per estrarre le essenze attraverso la bollitura oppure la macerazione a freddo. Per i profumi, in particolare, si riportano le fasi della preparazione e i diversi utilizzi. Tra i più conosciuti vi è sicuramente quello di rosa, ῥόδινον[13], che nonostante sia molto leggero è capace di eliminare qualsiasi altro odore:

Πρὸς δὲ τὰς δυνάμεις σκοπουμένοις δόξειεν ἂν ἄτοπον εἶναι τὸ συμβαῖνον ἐπὶ τοῦ ῥοδίνου· κουφότατον γὰρ ὂν καὶ ἀσθενέστατον ἀφανίζει τὰς τῶν ἄλλων ὀσμὰς ὅταν προμυρισθῶσι.

“Riguardo alle virtù dei profumi esaminati, potrebbe sembrare strano quello che succede all’unguento di rosa: pur essendo infatti il più leggero e il più debole elimina gli odori degli altri profumi qualora qualcuno ne sia stato cosparso”.[14]

L’affinità del De odoribus con il De causis plantarum ha dato origine a numerosi dibattiti sulla collocazione di questo scritto all’interno del corpus di Teofrasto: a metà del XX secolo Otto Regenbogen lo ha incluso nel De causis plantarum, mentre in seguito George R. Thompson lo ha identificato con un ipotetico VIII libro che non è stato tramandato e che doveva seguire un libro su oli e vini.[15]

Da questo panorama sulle opere di Teofrasto possiamo riconoscere dunque un certo intento classificatorio, con la volontà di sistematizzare un sapere fino ad allora non organizzato. Eccetto che per gli impieghi medici descritti nel IX libro dell’Historia plantarum e nel De odoribus, ci si rivolge infatti allo studio della natura delle piante cercando di dar vita ad un’enciclopedia del mondo vegetale che fosse quanto più scientifica possibile.[16] Questo spiega la nomea di “padre della botanica”, alla quale si aggiunge anche il merito di aver reso accessibile a chiunque un sapere che prima era circoscritto. Teofrasto, in questo senso, è sia un punto di partenza che di arrivo: di partenza, perché ha permesso a tutti di apprendere e possedere la σοφία del mondo naturale; di arrivo, perché la fortuna della sua opera ha lasciato tracce nella letteratura scientifica antica e anche successiva. E, forse, questo dimostra che la sua impresa ha raggiunto pienamente l’obiettivo che si prefiggeva.

 

Bibliografia

Amigues 1988-2006 = S. Amigues (a cura di), Théophraste, Recherches sur les plantes, 2 voll., Paris 1988-2006.

Amigues 2012-2017 = S. Amigues (a cura di), Théophraste, Les Causes des phénomènes végétaux, 2 voll., Paris 2012-2017.

André 1951-1972 = J. André (a cura di), Pline l’Ancien, Histoire Naturelle, 37 voll., Paris 1951-1972.

Coulon 2016 = J.C. Coulon, Fumigations et rituels magiques, in Bulletin d’études orientales, vol. LXIV, 2016, pp. 179-248.

Fahd 1993-1998 = T. Fahd (a cura di), Ibn Waḥšiyya, al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya [= L’agricoltura nabatea], 3 voll., Damascus 1993‑1998.

Fausti 2015 = D. Fausti, Farmaci ed amuleti: ai confini del razionale nella medicina antica, in I quaderni del ramo d’oro on-line n.7, Siena 2015, pp. 30-51.

Ferrini 2012 = M.F. Ferrini, [Aristotele], Le piante, Milano 2012.

Hornblower-Spawforth 2012 = S. Hornblower, A. Spawforth (a cura di), The Oxford Classical Dictionary, 2 voll., Oxford 2012.4

Kühn 1821-1833 = K.G. Kühn (a cura di), Claudii Galeni opera omnia, 20 voll., Leipzig 1821-1833.

Puschmann 1878-1879 = T. Puschmann (a cura di), Alexandre of Tralles, Libri duodecim de re medicina, 2 voll., Wien 1878-1879.

Scarborough 1978 = J. Scarborough, Theophrastus on Herbals and Herbal Remedies, in Journal of the History of Biology, vol. XI.2, 1978, pp. 353-385.

Scarborough 2006 = J. Scarborough, Drugs and Drug Lore in the Time of Theophrastus: Folklore, Magic, Botany, Philosophy and the Rootcutters, in Acta classica, vol. XLIX, 2006, pp. 1-29.

Squillace 2010 = G. Squillace (a cura di), Il profumo nel mondo antico. Con la prima traduzione italiana del «Sugli odori» di Teofrasto, Firenze 2010.

Squillace 2012 = G. Squillace, I profumi nel De odoribus di Teofrasto, in A. Carannante, M. D’Acunto (a cura di), I profumi nelle società antiche, Paestum 2012, pp. 247-263.

Squillace 2014 = G. Squillace, I giardini di Saffo. Profumi e aromi nella Grecia antica, Roma 2014.

Totelin 2008 = L.M.V. Totelin, Parfums et huiles parfumées en médecine, in A. Verbanck-Pierard, N. Massar (a cura di), Parfums de l'antiquité: La rose et l'encens en Méditerranée, Paris 2008, pp. 227-232.

Verzura 2011 = E. Verzura (a cura di), Orfici. Testimonianze e frammenti nell’edizione di Otto Kern, Milano 2011.

Wehrli-Wöhrle-Zhmud 2004 = F. Wehrli, G. Wöhrle, L. Zhmud, Theophrast (n. 17), in H. Flashar (a cura di), Die Philosophie der Antike, Band 3, Ältere Akademie, Aristoteles, Peripatos, vol. II, 2004, pp. 506-557.

Wellmann 1898 = M. Wellmann, Das Älteste Kräuterbuch der Griechen, in Festgabe für Franz Susemihl, Leipzig 1898, pp. 22-31.

 

[1] Per approfondimenti si tenga presente l’edizione dei frammenti orfici curata da Otto Kern, tradotta in italiano da E. Verzura: E. Verzura (a cura di), Orfici. Testimonianze e frammenti nell’edizione di Otto Kern, Milano 2011; si vedano in particolare le pp. 684-693.

[2] Cfr. Galeno, vol. XIV p. 114 Kühn; Alessandro di Tralle, vol. I, p. 565 Puschmann; Plinio, HN, XXV, 5; XXX, 2; Apuleio, Apologia, 30.

[3] Cfr. R. Sharples, s.v. Theophrastus, in The Oxford Classical Dictionary, vol. II, Oxford 20124, p. 1461.

[4] L’Historia plantarum è tramandata da dieci manoscritti, tra i quali si ricordano il Vaticanus Urbinas Gr. 61 (U), il Plut. 85.22 (M), il Parisinus Gr. 2069 (P), il Monacensis Gr. 635 (Mon.). Nel 1483 fu realizzata una traduzione latina da Teodoro Gaza, mentre l’editio princeps fu pubblicata nel 1497 da Aldo Manuzio. Per un’edizione valida, anche se non recente, cfr. S. Amigues (a cura di), Théophraste, Recherches sur les plantes, 2 voll., Paris 1988-2006.

[5] Teofrasto, HP, I, 3, 5.

[6] I ῥιζοτόμοι, “tagliatori di radici”, si occupavano della lavorazione di piante ed erbe che in seguito venivano vendute come prodotti finiti dai φαρμακοπῶλαι. Per il rapporto di Teofrasto con queste figure, cfr. Teofrasto, HP, IX, 8. In generale si tengano presenti anche Scarborough 2006, pp. 12-15; Fausti 2015, pp. 33-38.

[7] Wellmann 1898, pp. 22-31. In generale sulle fonti di Teofrasto, cfr. Scarborough 1978, pp. 355-356.

[8] L’opera è stata tramandata da vari manoscritti, i principali sono il Vaticanus Urbinas Gr. 61, il Plut. 85.22 e il Parisinus Gr. 2069 che dopo il testo dell’Historia plantarum riportano quello del De causis plantarum; anche la prima traduzione latina di Teodoro Gaza e l’editio princeps aldina comprendono entrambi gli scritti di Teofrasto. Per un’edizione recente, cfr. S. Amigues (a cura di), Théophraste, Les Causes des phénomènes végétaux, 2 voll., Paris 2012-2017.

[9] Teofrasto, CP, I, 1.

[10] Squillace 2014, pp. 73-74.

[11] Per il De odoribus cfr. G. Squillace (a cura di), Il profumo nel mondo antico. Con la prima traduzione italiana del «Sugli odori» di Teofrasto, Firenze 2010. Per quanto riguarda l’interesse nei confronti dei profumi, vi sono alcuni autori ellenistici delle cui opere sono stati tramandati solo i titoli e, nei casi più fortunati, alcuni frammenti: Apollonio Mys, medico egiziano del I secolo a.C., avrebbe scritto il Περὶ μύρων, dedicato ai diversi impieghi terapeutici e cosmetici delle sostanze aromatiche; ad un certo Apollodoro sarebbe invece attribuito un trattato sui profumi e sulle corone. Cfr. Totelin 2008, pp. 228-229.

[12] I cattivi odori secondo Teofrasto deriverebbero dalla putrefazione di esseri inanimati, animali e piante; cfr. Teofrasto, De odoribus, 1. La distinzione tra buoni e cattivi odori non era però sentita solo nel mondo greco, come emerge dall’opera araba al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya, “L’agricoltura nabatea”, composta da Ibn Waḥšiyya tra il 291 e il 904 d.C.: in questo scritto, per quanto concerne le piante, si spiega come il buon odore provenga dal calore e dalla siccità, mentre quello cattivo dal freddo e dall’umidità. Cfr. Ibn Waḥšiyya, al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya, I, p. 683; Coulon 2016, p. 187.

[13] Questo unguento è ricordato anche come rimedio per le orecchie a causa della presenza del sale nella sua preparazione; cfr. Teofrasto, De odoribus, 35.

[14] De odoribus, 45.

[15] Questa tesi è stata riproposta recentemente da Fritz Wehrli, Georg Wöhrle, Leonid Zhmud in Theophrast (n. 17), in H. Flashar (a cura di), Die Philosophie der Antike, Band 3, Ältere Akademie, Aristoteles, Peripatos, vol. II, 2004, pp. 506-557.

[16] Nel metodo adoperato da Teofrasto si può scorgere il modello di Aristotele, che doveva aver elaborato anche dei trattati di botanica di cui purtroppo rimane solo un opuscolo pseudo-aristotelico sulle piante: la versione che ci è stata tramandata è però una traduzione greca compiuta a partire da un testo latino, basato su una traduzione araba che a sua volta si rifà a una versione siriaca. A riguardo si veda l’edizione curata da M.F. Ferrini: M.F. Ferrini, [Aristotele], Le piante, Milano 2012.


olio oliva Ercolano

Un’antica traccia di olio d’oliva da Ercolano

I depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) contengono molti reperti che possono ampliare le nostre conoscenze sulla vita quotidiana della Campania Felix prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Tra le varie testimonianze è significativa una bottiglia di vetro, che sin dal 2018 è oggetto di studio della collaborazione tra il Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II e il MANN.

olio oliva Ercolano
La bottiglia contenente tracce di olio di oliva, forse proveniente da Ercolano e oggi al MANN. Foto R. Sacchi et al., dall'Università di Napoli "Federico" II, CC BY 4.0

Catalogato con l’inventario n° 313337 (Mann-S1), questo recipiente proviene forse da Ercolano, ma come accade in molti casi si sono ormai perse le informazioni relative alla sua scoperta. Per quanto concerne le caratteristiche formali del reperto, si tratta di una bottiglia di vetro cilindrica dall’altezza di 25, 5 cm, costituita da un solo manico e da un collo piuttosto corto. Al suo interno doveva essere presente una sostanza di materia organica cerosa e giallastra, che nel corso del tempo si è solidificata. È significativo notare la corrispondenza con una bottiglia rappresentata in un affresco dei Praedia di Giulia Felice a Pompei, dettaglio che ha portato ad ipotizzare l’impiego di simili oggetti in età imperiale e dunque anche nel periodo dell’eruzione.

Già nel 2018 Alberto Angela, interessatosi all’oggetto durante una visita ai depositi del MANN, aveva ipotizzato che la bottiglia potesse contenere residui di vino, ma questa teoria è stata oggi smentita definitivamente. La analisi chimiche e la datazione al Carbonio-14 condotte dal team del prof. Raffaele Sacchi, appartenente al Dipartimento di Agraria, hanno infatti permesso di scoprire la natura delle particelle contenute nel recipiente. Pertanto, grazie a questi studi è stato possibile individuare un campione di olio d’oliva all’interno della bottiglia, la cui composizione chimica alterata è spiegabile sia con le alte temperature dell’eruzione del Vesuvio, sia con le alterazioni ambientali dovute al tempo che ci separa dal 79 d.C.

Non vino dunque, ma olio d’oliva. Un prodotto sicuramente diffuso e importante in età romana, sia come prodotto alimentare che per altri impieghi relativi alla vita quotidiana: dall’illuminazione alla cura del corpo umano, dagli unguenti profumati ai cosmetici. Questa scoperta assume una maggiore rilevanza se consideriamo l’intensa produzione di questo prodotto nella Campania Felix, come emerge anche da fonti letterarie quali gli Epigrammi di Marziale (XII, 63, 101) o la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (XVIII, 111).

Significativa a riguardo è anche la dichiarazione del prof. Raffaele Sacchi, il cui lavoro costituisce dunque un elemento importante per comprendere le abitudini quotidiane dell’antica Ercolano: “si tratta del più antico campione di olio di oliva a noi pervenuto in grosse quantità, la più antica bottiglia d'olio del mondo. L'identificazione della natura della ‘bottiglia d'olio archeologico' ci regala una prova inconfutabile dell'importanza che l'olio di oliva aveva nell'alimentazione quotidiana delle popolazioni del bacino Mediterraneo ed in particolare degli antichi Romani nella Campania Felix".

Riferimenti:

Sacchi, R., Cutignano, A., Picariello, G. et al. Olive oil from the 79 A.D. Vesuvius eruption stored at the Naples National Archaeological Museum (Italy). npj Sci Food 4, 19 (2020). https://doi.org/10.1038/s41538-020-00077-w


La tradizione della letteratura greca: i resti di un naufragio

Semel emissum, volat irrevocabile verbum

                                                                (Hor., Ep. I 18, 71)

Le opere greche e latine a noi pervenute e le condizioni in cui sono state ritrovate sono il risultato di processi storici durati millenni e determinati dai più svariati fattori politici e culturali. Fino alla tarda antichità, il principale supporto scrittorio adoperato fu il papiro. Si tratta di una pianta palustre (Cyperus papyrus L.) che cresceva principalmente in Egitto, soprattutto nel Delta e nella regione del Fayum. Oggi la pianta, praticamente estinta nelle suddette zone, cresce lungo il corso superiore del Nilo, in Etiopia e Uganda. Il papiro è presente anche nel Siracusano, nell’area della fonte Aretusa e lungo il corso del fiume Ciane. Non è chiaro se, limitatamente alla Sicilia, si tratti di una pianta autoctona o se sia stata introdotta nel Medioevo dagli Arabi. Ad ogni modo, il papiro, come materiale di scrittura, è attestato in Egitto fin dal III millennio.

Plinio il Vecchio descrive la sua procedura di lavorazione in pagine di insindacabile interesse (Nat. hist. 13.22 ss.). Il midollo della pianta, ricco di amido, veniva affettato in philyrae (strisce), che venivano poi sovrapposte l’una sull’altra, su una tavola bagnata d’acqua, in due strati perpendicolari (recto e verso), poi pressati e lasciati seccare al sole. Si otteneva un foglio resistente e flessibile detto kòllema. I kollémata, attraverso una colla composta da farina, acqua e aceto, venivano incollati uno di seguito all’altro a formare un rotolo, detto tòmos o chàrtes. Il rotolo costituiva la forma normale del libro antico.

Ostrakon di Cimone, politico ateniese. Foto di Marsyas, CC BY-SA 2.5

Su questo supporto, gli autori antichi abbozzavano le loro opere e le portavano alla redazione definitiva. Accanto al rotolo esistevano altri materiali per la scrittura. Ad esempio, erano diffusi polittici di tavolette lignee, la cui superficie interna, incavata, era ricoperta di cera. Le tavolette venivano adoperate, per la maggior parte, in ambito scolastico, assieme ai cosiddetti ostraka, pezzi di ceramica o pietra solitamente ricavati da vasi o da altri recipienti. Nonostante l’estrema caducità dei materiali usati per la scrittura, si conservano alcuni autografi.

È il caso, ad esempio, dei documenti riconducibili a Dioscoro di Afrodito o dell’Anonymus Londiniensis. Interessante discorrere attorno al periodo in cui le opere letterarie cominciarono ad essere consultate sotto forma di libro da un discreto pubblico.

L’origine del libro greco, sulla base delle parole incipitarie delle Genealogie di Ecateo, va ricercata nel contesto della scienza ionica. È probabile che la forma libraria sia giunta ad Atene quando, nel V secolo, essa divenne il centro della vita culturale greca, la scuola della Grecia avrebbe scritto Tucidide. È possibile che Anassagora, proveniente da Clazomene, abbia giocato, in tal senso, un ruolo fondamentale. In ogni caso, verso la metà del V secolo, è accertata ad Atene l’esistenza di una letteratura tecnica in vari campi, che doveva circolare in forma di libri. Per dare manforte a questa tesi, non si può tacere il riferimento al Vaso di Duride, importante testimonianza iconografica, rappresentante alcuni ambiti paideutici della società ateniese.

Del resto, anche la parodia di Aristofane, che presuppone nel pubblico la conoscenza dei grandi tragici, era possibile soltanto se essi erano largamente letti. La diffusione del libro ebbe un grande incremento nel IV secolo e, in mancanza di tutela delle opere dopo la pubblicazione, era inevitabile che i testi fossero soggetti a guasti di vario genere. L’oratore e statista Licurgo, cercando di proteggere l’opera dei grandi tragici, alterata anche dalle interpolazioni degli attori, impose il deposito di un esemplare di Stato. Le difficoltà riservate all’ecdotica nel mondo antico, dunque, non erano indifferenti e fanno apprezzare a pieno il lavoro compiuto per la letteratura greca dalla scienza alessandrina, nelle figure, solo per citarne alcune, di Zenodoto di Efeso, Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia.

Il simbolo dell’erudizione e della acribia filologica antica è rappresentato, infatti, dalla Biblioteca di Alessandria. Tolomeo I fondò ad Alessandria il Museo, centro di studi e contenitore di menti vivaci e brillanti. Gli intellettuali, però, dovevano disporre di una biblioteca, che fu completata da Tolomeo II Filadelfo, grazie al supporto di Demetrio Falereo. Superfluo sottolineare quanto la perdita della Biblioteca di Alessandria e degli innumerevoli volumi in essa custoditi sia stata tragica per la storia dei testi antichi.

Altro rilevante motivo di perdite fu il passaggio dal rotolo al codice, considerato il primo bottleneck (collo di bottiglia),  prima significativa strozzatura della trasmissione testuale. Il papiro, oltre ad essere scomodo da usare, era anche facilmente deperibile.  I testi dei rotoli che, nel periodo compreso tra I e IV secolo, non furono ricopiati sui codici, per caso o perché meno letti e meno richiesti, furono condannati all’oblio. Il codex, più maneggevole, trasportabile ed economico, era composto di più fogli, preminentemente pergamenacei, uniti in quaderno.

Le teorie sulla nascita e la diffusione del formato codice sono varie e suggestive. Secondo Colin H. Roberts, Marco nel 70 avrebbe composto il suo Vangelo a Roma utilizzando un codex pergamenaceo.  Questo codice, una volta raggiunta Alessandria, grazie al suo prestigio, avrebbe stimolato la diffusione del formato per veicolare i testi evangelici. Un’ulteriore ipotesi, avanzata nel 1983 dallo stesso Roberts e da Skeat, vedrebbe l’uso del codice derivante da una volontà precisa da parte dei cristiani di distanziarsi dal rotolo di pergamena della Torah e da quello papiraceo dei pagani. Skeat, in un altro contributo, giunse ad affermare che ci fosse, da parte dei cristiani, la precisa e coordinata volontà di privilegiare un formato che permettesse di contenere su un solo supporto i quattro Vangeli canonici. Più semplice e soddisfacente apparve la tesi di Guglielmo Cavallo e di altri, che legavano le ragioni del successo del nuovo formato, in generale e presso i cristiani, a fattori economico-sociali.

La storia della tradizione subisce le perdite più rilevanti tra VII e VIII secolo. La scomparsa della letteratura greca sarebbe stata quasi totale se nel IX secolo non ci fosse stato il Rinascimento ispirato dal patriarca Fozio. Questo movimento, peraltro, coincise con un mutamento radicale della forma di scrittura. Tra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo viene sviluppata, forse nel monastero di Studio a Costantinopoli, una scrittura minuscola libraria, che finì per imporsi e che rivoluzionò anche la trasmissione dei testi.

Il primo manoscritto datato in minuscola che si sia conservato è il cosiddetto Tetravangelo Uspenskij, risalente all’anno 835. La minuscola aveva diversi vantaggi rispetto alla maiuscola. Era, ad esempio, più rapida da tracciare e occupava meno spazio. Questo portava ad una velocizzazione del processo di copiatura dei libri e ad un significativo risparmio. Nell’ambito della paleografia greca, il principale tratto della minuscola studita era la sua estrema regolarità e leggibilità. Al tempo del passaggio maiuscola/minuscola furono trascritte le opere degli autori antichi degne di essere conservate e ne fu garantita la sopravvivenza.

Conseguenze poi particolarmente gravi ebbe la conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati nel 1204. Durante quei terribili giorni in cui la città fu messa a ferro e a fuoco, la grande biblioteca imperiale venne quasi completamente distrutta, insieme ai libri che vi erano religiosamente conservati. Perfino la corte imperiale dovette lasciare Costantinopoli per quasi cinquant’anni, mentre veniva fondato l’Impero latino con a capo Baldovino I di Fiandra.

Gli studi classici continuarono, però, ad essere coltivati anche in seguito all’esilio della corte a Nicea. Tuttavia, andarono perduti autori come Ipponatte, molto di Callimaco, Gorgia e Iperide e molto degli storici. Verso gli anni Ottanta del Duecento, ci fu una ripresa dell’attività erudita nella capitale e si distinsero figure del calibro di Massimo Planude e Demetrio Triclinio, che svolse la sua attività filologica a Tessalonica, l’attuale Salonicco. Si rafforzarono i rapporti tra Bisanzio e l’Italia e dotti come Manuele Crisolora portarono in Occidente moltissimi manoscritti greci.

Ritratto di Johannes Gensfleisch zur Laden zum Gutenberg. Immagine SRU.edu in pubblico dominio

L’Occidente, tra 1450 e 1600, divenne cruciale per la conservazione dei classici, poiché in tutti i centri di vita culturale si trascrissero con cura i manoscritti greci, che si accumularono nelle grandi biblioteche (Vaticana, Laurenziana, Ambrosiana, Marciana) e furono presto impressi nel libro a stampa. Come inventore della stampa a caratteri mobili metallici viene tradizionalmente indicato il tedesco Johann Gutenberg, che tra il 1453 e il 1455, a Magonza, produsse una Bibbia in centottanta esemplari.

La diffusione della nuova tecnica fu rapidissima ed interessò anche i classici, soprattutto latini. Fin dagli ultimi decenni del Quattrocento comparvero numerosissime editiones principes (prime edizioni a stampa precedentemente tramandate in forma manoscritta) e, in tal senso, particolarmente rilevante fu la prima stamperia italiana, fondata intorno al 1464 presso il monastero benedettino di Santa Scolastica a Subiaco dal ceco Arnold Pannartz e dal tedesco Konrad Sweynheym.

Come primi incuneaboli (libri stampati entro la fine del Quattrocento), i due tipografi diedero alle stampe un volume con opere di Lattanzio e il De oratore di Cicerone (probabilmente la prima editio princeps in assoluto). Pannartz e Sweynheym, in seguito, si trasferirono a Roma, dove si avvalsero della collaborazione di grandi eruditi e diedero alla luce un numero spropositato di edizioni che finì per saturare il mercato. La stampa dei testi greci, invece, procedette molto più lentamente. A Milano, nel 1476, fu stampata l’Epitome grammaticale di Costantino Lascaris e a Venezia, nel 1484, gli Erotemata di Manuele Crisolora. Si rammenti, poi, l’editio princeps di Omero, redatta a Firenze nel 1488 grazie ai finanziamenti di alcuni nobili fiorentini. Non può non essere poi ricordato l’immenso lavoro effettuato da Aldo Manuzio a Venezia e da Froben a Basilea.

Occorre relazionare poi sulle scoperte di papiri che hanno arricchito la nostra conoscenza della letteratura greca. La stragrande maggioranza di essi proviene dall’Egitto, dove le condizioni climatiche favorevoli hanno permesso ai frammenti di non deteriorarsi completamente. Il primo caso documentato di decifrazione di un papiro proveniente dall’Egitto risale al 1788, quando lo studioso danese Niels Iversen Schow pubblicò la Charta borgiana, un papiro appartenente alla collezione del cardinale Stefano Borgia oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Si tratta di un testo documentario relativo a una serie di lavori di irrigazione effettuati nel 193 d.C. nei pressi di Tebtynis.

In seguito, tuttavia, dall’Egitto sarebbero giunti anche molti papiri contenenti testi letterari. I ritrovamenti più numerosi sono avvenuti scavando le grandi discariche che circondavano le città egiziane, e che fino ai primi decenni del secolo scorso erano ancora visibili come collinette. Queste piccole alture (kiman) hanno rivelato brandelli di papiri, spesso strappati e accartocciati.  Si sono rivelati particolarmente ricchi di materiale i kiman che circondavano l’antica città di Ossirinco, l’attuale el-Bahnasa, scavati a partire dalla fine dell’Ottocento. E. G. Turner ha attribuito la causa della prolificità di Ossirinco al fatto che, in quel luogo, si stabilirono scrittori e intellettuali dell’ambiente alessandrino, come Satiro o Teone.

Ritrovamenti papiracei rilevanti risalgono anche ad altre regioni del Medio Oriente, come la Palestina e la città di Dura Europos. Nel 1977, presso la località di Ai Khanoum, nell’attuale Afghanistan, furono riportati alla luce due strati di fango secco che racchiudevano quanto rimaneva di un rotolo papiraceo. Per effetto dell’umidità, l’inchiostro si era trasferito sullo strato di fango superiore e fu così possibile recuperare alcune colonne di un dialogo filosofico attribuito al giovane Aristotele.

La Villa dei Papiri a Ercolano. Foto http://wiki.epicurus.info/User:Erik_Anderson, CC BY-SA 3.0

Per una serie di straordinarie circostanze, è stato possibile rinvenire degli esemplari anche in Europa. Celeberrimo il caso dei papiri carbonizzati provenienti dalla Villa dei Pisoni (nota come Villa dei Papiri). Questa villa del I sec. a.C., situata in un’area a nord-ovest dell’antica Herculaneum, ricoperta di materiale vulcanico, fu scoperta negli anni Cinquanta del XVIII secolo, nel corso di una difficile operazione di scavo di una galleria sotterranea. In questa occasione venne riesumato un ricco tesoro, consistente in un’opera d’arte e in circa milleottocento papiri (tra rotoli e frammenti di ogni grandezza). Il nome di Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Cesare, come proprietario della villa, rappresenta una supposizione.

letteratura greca
Immagine di Giacomo Castrucci dal libro: Tesoro letterario di Ercolano, ossia, la reale officina dei papiri ercolanesi, Stamperia e cartiere del Fibreno, Napoli, 1858, p. 27, in pubblico dominio

Dopo numerosi, e per lo più falliti, tentativi di svolgere e leggere i rotoli carbonizzati e fragili, il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanensi, fondato a Napoli da Marcello Gigante nel 1969, si è occupato del problema con diversi metodi, ottenendo ottimi risultati.  I papiri in questione hanno rivelato scritti filosofici di contenuto epicureo, riconducibili ad Epicuro e a Filodemo di Gadara. Guglielmo Cavallo ha addirittura ipotizzato che la villa ospitasse la biblioteca di lavoro di Filodemo, data la grande quantità di brogliacci e abbozzi letterari a lui ricollegabili. Tra i papiri rinvenuti nelle altre zone della villa vi sono alcuni scritti in lingua greca di epoca post-filodemea, oltre che un esiguo numero di opere latine. Più recentemente, nel 1961-1962 presso la località di Derveni, a nord di Salonicco, nel corso di uno scavo di una sepoltura fu rinvenuto un piccolo rotolo carbonizzato, contenente un commentario filosofico ad una teogonia orfica, pubblicato nel 2006.

letteratura greca
Frammenti del Papiro di Derveni al Museo Archeologico di Salonicco. Foto di Fkitselis, CC BY-SA 3.0

Senza i ritrovamenti papiracei, non possederemmo gran parte della letteratura antica. Avremmo solo pochi o pochissimi frammenti di Bacchilide, Menandro, Eroda, non potremmo leggere nella sua interezza la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, e conosceremmo molto meno dei drammi satireschi di Eschilo o Sofocle o dei carmi di Archiloco e Saffo, per citare solo pochi esempi.

Altrettanto importanti sono state le scoperte dei palinsesti, che non si sono mai arrestate. Si tratta di manoscritti antichi, su papiro o, più frequentemente, su pergamena, il cui testo originario è stato cancellato mediante lavaggio e raschiatura e sostituito con altro disposto nello stesso senso o in senso trasversale al primo.

letteratura greca
Il palinsesto di Archimede. Foto The Walters Museum - http://www.archimedespalimpsest.net, CC BY 3.0

Nel 1988 è riemerso dall’oblio il palinsesto di Archimede. Un corposo eucologio (libro di preghiere), scritto nel 1229, probabilmente a Gerusalemme, rimase conservato fino agli anni Venti del Novecento nel metochio del monastero del Santo Sepolcro a Costantinopoli. Già nel corso dell’Ottocento, secolo d’oro per le scoperte dei palinsesti, il celebre biblista Constantin von Tischendorf notò il codice e si accorse che fosse stato ricavato a partire da trattati matematici. Nel 1906, lo stesso manoscritto fu esaminato da J. Heiberg, che ne ricavò il testo greco del trattato Sui corpi galleggianti, fino ad allora noto solo in traduzione latina, nonché del Metodo dei teoremi meccanici, che era andato perduto, e un ampio frammento dello Stomachion. Negli anni Venti, in circostante non molto chiare, il manoscritto passò nelle mani di un collezionista francese, che non volle metterlo a disposizione degli studiosi e lo conservò in condizioni inappropriate, contribuendo, in tal modo, al suo deterioramento. Passato agli eredi, il codice fu venduto nel 1998 da Christie’s a New York a un collezionista anonimo, per due milioni di dollari. Il collezionista, a sua volta, lo depositò presso il Walters Art Museum di Baltimora, dove fu oggetto di restauro e di analisi che hanno svelato la storia di questo straordinario testimone.

Dal codice, oltre ai trattati di Archimede, sono stati recuperati anche frammenti di due orazioni di Iperide, Contro Timandro e Contro Dionda. Fino alla scoperta del palinsesto di Archimede, non era noto nessun manoscritto medievale delle orazioni di Iperide, e quello che di lui si conosceva derivava da scoperte papiracee. Il palinsesto ha svelato anche parte di un commentario alle Categorie di Aristotele e parti di ulteriori opere ancora da identificare.

Nel 2003, il paleografo italiano Francesco d’Aiuto, esaminando un codex bis rescriptus (Vat. Sir. 623), letteralmente codice riscritto per due volte, si è reso conto del fatto che alcuni fogli derivassero da un codice in maiuscola del IV secolo, su due colonne, che tramandava 400 versi di Menandro, di cui la metà del Dyskolos.

La letteratura antica ci si mostra come un naufrago, un sopravvissuto lacero e sfinito. “Se i libri potessero scrivere, racconterebbero avventure degne di Sinbad”, affermò lo studioso Alan Cameron. Le opere che possediamo non sono altro che una scheggia dell’universo classico. Fortunatamente, con il passare del tempo, relitti di quel mondo così lontano e vicino continuano ad emergere, per parlare a questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio.


La magia antica tra συμπάθειαι e ἀντιπάθειαι

Nell’antichità si credeva che in natura fossero nascoste delle συμπάθειαι e delle ἀντιπάθειαι stimolate da connessioni con diverse entità. Il concetto di συμπάθεια poteva riferirsi sia alla relazione tra le parti del corpo umano, come nel Corpus Hippocraticum, sia al legame di affinità tra le cose presenti nell’universo. In questo secondo caso si tratta della “simpatia cosmica”, nozione centrale nella filosofia stoica, per la quale il cosmo era un essere perfetto le cui parti dipendono le une dalle altre, oltre che dal cosmo stesso. Questa teoria sarebbe stata elaborata da Posidonio di Apamea, filosofo stoico del I secolo a.C., anche se già nella prima fase dello stoicismo vi sono riflessioni analoghe in uno dei frammenti di Crisippo di Soli riportati da Diogene Laerzio in Vite dei filosofi, VII, 140:

ἐν δὲ τῷ κόσμῳ μηδὲν εἶναι κενόν, ἀλλ’ ἡνῶσθαι αὐτόν· τοῦτο γὰρ ἀναγκάζειν τὴν τῶν οὐρανίων πρὸς τὰ ἐπίγεια σύμπνοιαν καὶ συντονίαν (“Nel cosmo non c’è niente di vuoto, ma il vuoto è unitario; infatti questo risulta necessariamente dall’unione e dalla tensione delle cose celesti verso quelle terrene.”)

Per Crisippo dunque l’universo non era qualcosa di vuoto, anzi lo stesso vuoto si caratterizza come unitario perché risulta necessariamente dall’unione e dalla tensione delle cose celesti verso quelle terrene. La dottrina stoica influenzò profondamente la scuola neoplatonica, secondo la quale la συμπάθεια era la forza unificatrice del cosmo ed era paragonata a una corda tesa la cui vibrazione nella parte bassa è percepita anche in alto, con una metafora che spiega l’armonia tra elementi simili e opposti nell’universo, come si legge nelle Enneadi di Plotino (in particolare al capitolo IV, 41). Sempre in quest’opera, si cerca di spiegare il senso della magia facendo per l’appunto riferimento all’affinità tra gli elementi presenti in natura:

Τὰς δὲ γοητείας πῶς; Ἢ τῇ συμπαθείᾳ, καὶ τῷ πεφυκέναι συμφωνίαν εἶναι ὁμοίων καὶ ἐναντίωσιν ἀνομοίων, καὶ τῇ τῶν δυνάμεων τῶν πολλῶν ποικιλίᾳ εἰς ἓν ζῷον συντελούντων. Καὶ γὰρ μηδενὸς μηχανωμένου ἄλλου πολλὰ ἕλκεται καὶ γοητεύεται· καὶ ἡ ἀληθινὴ μαγεία ἡ ἐν τῷ παντὶ φιλία καὶ τὸ νεῖκος αὖ. Καὶ ὁ γόης ὁ πρῶτος καὶ φαρμακεὺς οὗτός ἐστιν, ὃν κατανοήσαντες ἄνθρωποι ἐπ’ ἀλλήλοις χρῶνται αὐτοῦ τοῖς φαρμάκοις καὶ τοῖς γοητεύμασι.

(Plotino, Enneadi, IV, 4, 40: “E la magia come si può spiegare? Con la simpatia, con l’armonia naturale delle cose simili e la contrapposizione tra quelle non simili, e con la varietà di tutte le forze che contribuiscono all’unico essere vivente. E infatti molte cose attirano e ingannano senza nessun altro artificio; e la vera magia è inoltre il rapporto di amicizia e di odio in ogni cosa. E il primo mago ed esperto di filtri è questo, quello di cui gli uomini, conoscendolo bene, si servono per medicamenti e incantesimi a proprio vantaggio.”)

Testa di Plotino, III secolo, dalla domus del filosofo ad Ostia Antica, oggi al Museo Ostiense. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per Plotino la magia[1] si spiegherebbe dunque attraverso la simpatia, l’armonia naturale delle cose simili e la contrapposizione tra quelle non simili, nonché con la varietà di tutte le forze che contribuiscono all’unico essere vivente, l’Uno. Pertanto si può definire “mago” ed esperto di filtri una persona di cui gli uomini si servono, a proprio vantaggio, per medicamenti e incantesimi. Non bisogna però intendere queste pratiche come primitive né come dei rimedi popolari, al contrario di quello che sostiene James G. Frazer ne Il ramo d’oro parlando di magia simpatica.[2]

La magia naturale, che sfrutta dunque i diversi elementi naturali per le loro proprietà nascoste, può essere infatti inclusa nella cosiddetta learned magic, come ha mostrato Matthew W. Dickie. Della learned magic, in particolare, facevano parte filosofi-maghi istruiti quali Anassilao di Larissa, Publio Nigidio Figulo e Publio Vatinio.[3] Costoro sarebbero stati associati a scuole filosofiche come quella pitagorica, grazie ai cui insegnamenti avrebbero realizzato delle vere e proprie opere di magia naturale, spesso attribuite erroneamente a Democrito.[4] Questi scritti non sono stati tramandati, ma alcune delle pratiche che dovevano trattare sono riportate da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia: Democrito avrebbe insegnato ad estirpare gli arbusti cospargendo le radici con fiore di lupino, dopo averlo fatto macerare nella cicuta per una giornata (Silvae extirpandae rationem Democritus prodidit, lupini flore in suco cicutae uno die macerato sparsisque radicibus)[5]; secondo i Magi[6] per avere una vista migliore sarebbe stato necessario bruciare un osso di seppia con pelli di vipera e rane, versando poi della cenere sulle bevande (Eundem comburi cum viperinis pellibus ranisque et cinerem aspergi potionibus iubent Magi, claritatem visus promittentes).[7] Queste indicazioni erano rivolte anche alle persone comuni, che non avevano avuto la possibilità di apprendere la filosofia naturale frequentando una certa scuola, per cui tendevano a interpretare tutto ciò come eventi soprannaturali e non come il frutto di numerosi studi.[8]

Una copia della Naturalis Historia (metà del XII secolo) dal Museo di Cluny. Foto di PHGCOM, in pubblico dominio

 

Rimedi naturali analoghi sono testimoniati anche in altre opere che, come la Naturalis historia, mettono in luce le proprietà di animali, pietre e piante e il loro impiego sia come medicamenti che come amuleti, sfruttando le loro συμπάθειαι e ἀντιπάθειαι. Per citarne alcune, si pensi ai Cesti[9] di Sesto Giulio Africano[10], un’opera miscellanea nella quale si danno indicazioni riguardanti la scienza naturale, l’agricoltura, l’arte militare e l’alchimia; vi sono poi i Geoponica[11] di Cassiano Basso[12], rivolti prettamente all’ambito agricolo e contenenti elementi di magia naturale, soprattutto in relazione a fenomeni astronomici e meteorologici; non meno importanti sono le Cyranides[13], che risultano allo stesso tempo un bestiario, un erbario e un lapidario, dal momento che mostrano le caratteristiche, le proprietà e gli impieghi di animali, piante e minerali. Per l’impiego delle specie vegetali per le loro συμπάθειαι e ἀντιπάθειαι si ricorda poi l’anonimo Carmen de viribus herbarum, che unisce l’elemento magico a quello medico illustrando nei suoi 216 esametri numerosi esempi di magia naturale.[14]

Da queste opere risulta come nel mondo antico fosse forte l’interesse per le proprietà di piante, pietre e animali, e in generale per i fenomeni naturali, meteorologici, astrologici. Spesso, per parlare delle συμπάθειαι e ἀντιπάθειαι nascoste in natura abbiamo utilizzato l’espressione di “magia naturale”, ma bisogna chiarire che questa categoria è stata in realtà elaborata nel corso del Medioevo. La magia allora era vista con riguardo per via della preminenza della Chiesa, tanto che le pratiche magiche furono condannate perché ritenute un collegamento con esseri demoniaci. Dal XIII secolo le cose inizieranno a cambiare grazie a personalità come Alberto Magno e Ruggero Bacone, che si opposero fortemente alle tendenze cattoliche e contribuirono alla rivalutazione della magia, nonché alla ricoperta di opere magiche antiche fino ad allora quasi sconosciute: si pensi al Libro dei segreti della creazione di Balinas, al De radiis di al-Kindi, al De imaginibus di Thabit ibn Qurra oppure al Picatrix di al-Mahriti. Tutto questo si evolverà, con l’Umanesimo e il Rinascimento, con l’esplosione di una vera e propria letteratura magica come mostrano Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e altri letterati del tempo che elaborarono una serie di teorie sul magico e sulle sue diverse forme.[15]

In particolare, un’interessante definizione di magia naturale si trova nel terzo dialogo dello Spaccio de la bestia trionfante[16] del filosofo Giordano Bruno. Sofia, rappresentante la Sapienza, si trova a discutere con Saulino, uno degli interlocutori, sulla religione dell’antico Egitto, sostenendo l’esistenza di una semplice divinità che si trova in tutte le cose, una feconda natura, madre conservatrice de l’universo, secondo che diversamente si comunica, riluce in diversi soggetti, e prende diversi nomi (Giordano Bruno, Spaccio, dialogo III, parte II, p. 781). Con questo Sofia vuole mostrare che il divino si esprime in modi innumerevoli, per cui non si può dire che i Greci veneravano Giove come un dio[17] né che gli Egizi facevano lo stesso nei confronti di coccodrilli e galli, ma che costoro adoravano la divinità come se le sue caratteristiche fossero presenti in questi esseri. Per poter comprendere ciò secondo Sofia sono tuttavia necessari una sapienza, un giudizio e un’arte che prendono il nome di magia, la quale sarebbe tripartita in divina, naturale e matematica sulla base degli ambiti a cui si rivolge:

questa, per quanto versa in principii sopra naturali, è divina; e quanto che versa circa la contemplazion della natura e perscrutazion di suoi secreti, è naturale: ed è detta mezzana e matematica in quanto che consiste circa le raggioni ed atti de l'anima che è nell'orizonte del corporale e spirituale, spirituale ed intellettuale. (Giordano Bruno, Spaccio, dialogo III, parte II, p. 782)

magia antica
Statua di Sophia (Sapienza), Efeso. Foto di Traroth, CC BY-SA 3.0

Per quanto riguarda la definizione di magia naturale, si rappresenta quindi un’immagine dell’uomo intento a indagare il mondo che lo circonda e le leggi che regolano questo mondo, con lo scopo di attuare una trasformazione del reale. Tutto questo è perfettamente coerente non solo con la temperie del XIII e XIV secolo, quando inizia a diffondersi l’idea della centralità dell’uomo nell’universo, ma è anche coerente anche con le credenze magiche che circolavano nell’antichità. L’essere umano si trova dunque ad essere homo faber fortunae suae e riesce a realizzare pienamente se stesso attraverso un’indagine sulla natura, scoprendo così le sue συμπάθειαι e ἀντιπάθειαι.

magia antica
Frontespizio della traduzione inglese della Magia naturalis di Giambattista della Porta, T. Young e S. Speed, Londra (1658) - Immagine dalla statunitense Library of Congress Prints and Photographs division, digital ID cph.3c10356, in pubblico dominio

[1] Si noti come Plotino parli di magia adoperando il termine γοητεία: nel mondo antico si tendeva infatti a contrapporre la γοητεία e la φαρμάκεια rispetto alla μαγεία. In particolare, la γοητεία e la φαρμάκεια erano considerate negative e indicavano l’una rituali necromantici, l’altra la preparazione di veleni; la μαγεία era invece un’invocazione di demoni benefici, come nel caso delle pratiche svolte da Apollonio di Tiana. Cfr. Braccini 2019, pp. 121-122; Suda γ 365.

[2] Frazer interpretava infatti la magia come una forma primitiva di conoscenza, alla quale sarebbe seguita la religione ed infine la scienza. In particolare, intendeva la magia come “magia simpatica”, distinguendola in “omeopatica” e “contagiosa” sulla base di due principi: quello di similarità, secondo il quale il simile genera il simile, come la pratica di trafiggere una bambola voodoo per danneggiare la persona in essa rappresentata; quello di contatto, per cui le cose che hanno subito un contatto continueranno a interagire pur essendo distanti, come un uomo con le parti del corpo che possono separarsi da lui quali capelli, unghie e denti, nonché con gli oggetti personali o le proprie impronte. Cfr. Frazer 1906-19153, III, 1.

[3] Su questi personaggi si veda M. Wellmann, s.v. Anaxilaos, 5, in RE Pauly-Wissowa, Band I.2, Stuttgart 1894, p. 208; A. Hudson-Williams, A. Spawforth, s.v. Nigidius Figulus, Publius, in The Oxford Classical Dictionary, vol. II, Oxford 20124, p. 1016; G.E. Farquhar Chilver, E. Badian, s.v. Vatinius, Publius, in The Oxford Classical Dictionary, vol. II, Oxford 20124, p. 1537.

[4] All’origine di questa tradizione vi è Bolo di Mende, che sarebbe vissuto nel II secolo a.C. e che avrebbe composto i Cheiromecta, opera spesso attribuita a Democrito nella quale si riportano le proprietà e gli impieghi magici di piante, pietre e animali. Cfr. Dickie 1999, p. 177.

[5] Plinio, HN, XVIII, 8: “Democrito insegnò come tagliare i boschi, dopo aver sparso le radici con un fiore di lupino macerato nel succo della cicuta per un giorno.”.

[6] Anche i Magi erano associati alla learned magic, con particolare riferimento alle pratiche di magia orientale.

[7] Plinio, HN, XXXII, 24: “I Magi esortano a bruciare lo stesso osso di seppia con pelli di vipere e di rane e di cospargere della cenere sulle bevande, promettendo una vista chiara.”.

[8] Dickie 1999, pp. 163-193; Gordon 1999, pp. 232-239.

[9] Si faccia riferimento alle seguenti edizioni: J.R. Vieillefond (a cura di), Les "Cestes" de Julius Africanus, Firenze 1970; M. Wallraff, C. Scardino, L. Mecella, C. J. Guignard (a cura di), W. Adler (traduzione), Cesti. The Extant Fragments, Berlin 2012.

[10] Sesto Giulio Africano, filosofo cristiano di Aelia Capitolina, è ricordato oltre che per i Κέστοι anche per le Χρονογραφίαι, un’opera in cinque libri nella quale si narra dalla Creazione al 221 d.C.; scrisse anche una lettera a Origene sull’autenticità della storia di Susanna, riportata nel Libro di Daniele. Cfr. J.F. Matthews, s.v. Iulius Africanus, Sextus, in The Oxford Classical Dictionary, vol. I, Oxford 20124, p. 755.

[11] Per un’edizione dei Geoponica, cfr. H. Beckh (a cura di), Geoponica, Stuttgart-Leipzig 1895; per una traduzione italiana recente, cfr. E. Lelli (a cura di), L'agricoltura antica. I «Geoponica» di Cassiano Basso, 2 voll., Soveria Mannelli 2010.

[12] Cassiano Basso sarebbe da collocare non oltre il VI secolo d.C. e sarebbe originario di Maratonimo, città tra Bitinia e Siria. Cfr. Lelli 2010, pp. VI-LXXXV.

[13] Si faccia riferimento a D. Kaimakis (a cura di), Die Kyraniden, Meisenheim am Glan 1976.

[14] Si veda l’edizione di Heitsch: E. Heitsch (a cura di), Überlieferungsgeschichtliche Untersuchungen zu Andromachos, Markellos von Side und zum Carmen de viribus herbarum, Göttingen 1963.

[15] Per alcune opere di magia naturale risalenti all’Umanesimo e al Rinascimento si tengano presenti El libro dell’amore di Marsilio Ficino, il De hominis dignitate e le Disputationes adversus astrologiam divinatricem di Pico della Mirandola, il De incantationibus di Pietro Pomponazzi, il De occulta philosophia di Agrippa di Nettesheim e, infine, la Magia naturalis di Giambattista Della Porta.

[16] Dialogo pubblicato a Londra nel 1584 nel quale i tre interlocutori Sofia, Saulino e Mercurio discutono sulla necessità di una riforma di Giove per spacciare dal cielo gli antichi vizi, identificati con delle bestie, e restaurare i veri valori. L’opera è dedicata al cavaliere Philip Sidney, nobile inglese del XVI secolo e autore di Astrophil e Stella, una raccolta di sonetti su modello di Francesco Petrarca. Per questo e altri dialoghi di Giordano Bruno, cfr. G. Aquilecchia (a cura di), Giordano Bruno, Dialoghi italiani, Firenze 1985.3

[17] Nello Spaccio de la bestia trionfante Giove viene ritenuto la massima divinità del mondo greco, nonostante questa sia in realtà Zeus.

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Nero Saraceno: Alessandro Luciano tra Storia e storytelling

Nero Saraceno:

Alessandro Luciano tra Storia e storytelling

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Alessandro Luciano, autore di Nero Saraceno
Da sinistra, Alessandro Luciano, autore di Nero Saraceno, Alessandra Vuoso e Alessandro Scotti

Chi scrive un romanzo storico si barcamena continuamente tra tre filoni: la Storia documentata, il plausibile e la pura invenzione letteraria”. Con queste parole Alessandro Luciano riassume le difficoltà alla base della realizzazione di un testo di questo genere, le quali quasi sempre si traducono in una sfida che un bravo scrittore è prontissimo a sostenere; Luciano questa sfida l'ha sostenuta (e vinta) ben due volte. Nero Saraceno (Marlin editore), la sua ultima fatica letteraria, è stata protagonista di un evento speciale tenutosi il 2 ottobre presso la Biblioteca Antoniana di Ischia nel contesto di Arkeostoriae.

In Nero Saraceno l'autore rievoca un Alto Medioevo oscuro e ricco di intrighi grotteschi, uno su tutti quello che porterà alla distruzione dell'Abbazia di san Vincenzo al Volturno nell'anno 881. Il cenobio molisano è il punto di partenza e di arrivo per una vicenda corale che porterà il lettore a seguire i numerosi personaggi attraverso tutto il Mediterraneo, dalla Palestina a Efeso, dalla Grecia al Salento, in un viaggio costellato di tradimenti e morti misteriose che spesso assumerà le tinte del noir e del romanzo spionistico, senza mai contravvenire allo scopo per cui il testo è stato concepito.

Con Nero Saraceno” spiega infatti Luciano “intendo offrire un resoconto preciso e al tempo stesso avvincente di un drammatico episodio nella storia di quella che nel IX secolo era una delle abbazie più prestigiose in Italia”; un “luogo dell'anima” per l'autore, che vi ha condotto numerose campagne di scavo i cui esiti sono stati raccolti nel volume del 2015 Iuxta flumen Vulturnum (curato insieme a Federico Marazzi). Proprio il porticciolo fluviale oggetto di tali studi è puntualmente ricostruito nel romanzo, assieme a quello che doveva essere l'aspetto del cenobio nell'epoca trattata, “nella quale lo scacchiere politico si presentava estremamente complesso: da un lato Carolingi, Bizantini e Longobardi, dall'altro i Saraceni che tentarono a più riprese di ritagliarsi spazi nel Continente. L'Abbazia non poteva non trovasi al centro delle mire di tutti loro: la sua area d'influenza comprendeva l'intera Italia centromeridionale”.

La situazione sociopolitica è però solo uno dei molti ingredienti che rendono il mondo di Nero Saraceno credibile e variopinto: Luciano è particolarmente abile nel ricostruire atmosfere e fenomeni sociali tipici dell'epoca altomedievale, che trovano spazio in apposite digressioni atte a vivacizzare la trama; la vita monastica, le agiografie, il culto e il mercimonio delle reliquie, ad esempio, costituiscono nel loro insieme un nodo centrale dell'intreccio.

Particolare attenzione è poi stata data ai nomi dei personaggi, scelti accuratamente tra quelli più diffusi in quel periodo: “Al protagonista Cuniperto avevo originariamente assegnato il nome Abelardo; il professor Marazzi (ordinario presso UNISOB nonché responsabile degli scavi presso l'Abbazia, ndr) mi ha portato a riflettere su quanto questo nome non corrispondesse al background storico del personaggio. Ho scelto il nuovo nome tra quelli incisi sulle mattonelle dell'impiantito dell'Abbazia, 'firmate' dagli artigiani che le realizzarono”. Questo rigore scientifico che permea la narrativa di Alessandro Luciano è diretta conseguenza della sua professionalità: con un ricco curriculum da archeologo e ricercatore, è attualmente in servizio presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli; è inoltre Ufficiale della Riserva Selezionata dell'Arma dei Carabinieri nel Nucleo Tutela Patrimonio Culturale.

Nero Saraceno è pertanto un romanzo confezionato con cura ed estremamente godibile, attraverso il quale si intende valorizzare un'eccellenza del patrimonio culturale italiano; in altre parole, un esempio virtuoso di storytelling: questo fenomeno, sempre più adoperato nell'ambito dei beni culturali, è stato il soggetto del webinar tenuto dall'autore il 3 ottobre nel contesto di Arkeostoriae. “Le possibilità offerte dallo storytelling sono moltissime” spiega “oggi è possibile creare dei contenuti che declinano l'elemento storiografico in molteplici linguaggi, multimediali e non. In questo modo siti archeologici o d'interesse storico e artistico diventano realtà dinamiche in grado di raggiungere un pubblico molto ampio, cosa che pochi anni fa era impensabile”.

Dando per scontata l'efficacia di tale pratica, esiste forse il pericolo di sacrificare l'esattezza del dato scientifico nel nome di trame accattivanti per il grande pubblico, ma poco fondate a livello storico? A questa chiosa volutamente provocatoria Luciano risponde: “Il rischio è reale e concreto, almeno quanto quello di commettere errori marchiani che contribuiscono a dare una visione distorta della vicenda storica. Per questo è necessario prestare massima cura ai progetti e, qualora si vada a modificare la realtà documentata a beneficio della narrazione, renderlo esplicito al fruitore, fornendo materiale di supporto che illustri le fonti e soprattutto i punti di divergenza da esse”.

Nero Saraceno Alessandro Luciano

Questo approccio è evidente già nel primo romanzo di Alessandro Luciano, Gli ultimi giorni del comandante Plinio, uscito nel 2019 e giunto in pochi mesi alla terza ristampa; il Plinio del titolo è “il Vecchio”, autore della Naturalis historia, che tuttavia nel libro è presentato nel suo ruolo storicamente acclarato di ammiraglio della flotta imperiale di Miseno: Luciano ne racconta l'ultima missione, volta a salvare gli abitanti delle città vesuviane nei turbolenti giorni che precedettero la disastrosa eruzione del 79 d.C. nella quale egli perse la vita.

Plinio lo conosciamo attraverso gli scritti di suo nipote Plinio il Giovane” racconta l'autore; “è stato molto interessante studiarne la personalità e costruirci attorno una trama: era una persona curiosa, alla ricerca di nuove conoscenze, ma anche in grado di imporsi un rigido autocontrollo. Riteneva che perfino il sonno fosse una distrazione e riusciva a ridurlo al minimo, dormendo per pochi minuti quando lo desiderava e vegliando per il tempo necessario”. Il tutto nella cornice di un Golfo di Napoli splendidamente ricostruito attraverso l'attento studio delle fonti; tuttavia anche in questo suo primo lavoro Luciano alterna elementi desumibili dal contesto storico ad altri di pura fantasia: “Ho introdotto l'elemento amoroso mediante la vicenda di Rectina, una donna che gli chiese di accorrere in suo aiuto: le fonti non ci rivelano di quale natura fosse il loro rapporto, io ho immaginato che avessero una relazione”.

Nero Saraceno Alessandro Luciano

Come Nero Saraceno, anche Gli ultimi giorni del comandante Plinio è stato ospite di Arkeostoriae, nell'edizione del 2019: c'è la possibilità che Alessandro Luciano torni a Ischia con una nuova opera, in una futura edizione? “Sono al lavoro sul mio terzo libro” rivela in anteprima “non un romanzo storico, ma un thriller investigativo che ruota attorno al traffico di beni archeologici”. Dal passato al presente, dunque, senza perdere il gusto per le possibilità narrative offerte dall'archeologia: valori pienamente condivisi da Arkeostoriae.

Nero Saraceno Alessandro Luciano
La copertina del romanzo storico Nero Saraceno di Alessandro Luciano, pubblicato da Marlin Editore nella collana Il portico

Tutte le foto sono di Nico Meluziis.


olpe chigi protocorinzia

La ceramica protocorinzia e il capolavoro Olpe Chigi

La Grecia del VII secolo a.C., grazie alla ripresa di intensi scambi commerciali, viene permeata da motivi decorativi iconografici, da manufatti e da tecniche di lavorazione che provengono dalle regioni d’Oriente.

La definizione che si utilizza per identificare questo periodo, età orientalizzante, è un po’ ambigua; ciò che invece non lascia spazio a dubbi è che, sia dalle regioni della Anatolia a nord sia dai porti fenici a sud, iniziano a confluire in territorio ellenico grandi calderoni in bronzo caratterizzati da ornamenti raffiguranti animali fantastici (tra i quali sfingi, sirene, gorgoni, centauri che si opporranno agli eroi della mitologia), nuovi strumenti musicali, tessuti pregiati, calzari, profumi, nuove fogge di corazze ed elmi, statuette dal corpo modellato secondo canoni naturalistici che non tengono più conto della riduzione a forme geometriche tipiche del secolo precedente.

Gli influssi orientalizzanti si colgono in tutti i campi artistici: dal passaggio a forme di architettura sacra più esigenti (attraverso la sostituzione del materiale ligneo con l’introduzione di blocchi in pietra squadrata e l’invenzione del tetto in tegole) all’artigianato artistico, negli oggetti in bronzo, in pasta vitrea, in avorio, nelle coppe in oro e argento, realizzati con grande cura nelle botteghe degli orafi. Non è un processo omogeneo: alcune realtà, come Atene e più in generale l’Attica, saranno restie ad assorbire queste nuove mode; altre, invece, come ioni ed eoli, a più stretto contatto con le realtà asiatiche, si lasceranno travolgere dalle novità.

In questo periodo i santuari panellenici di Delfi, Olimpia e Samo attirano l’attenzione dei grandi dinasti orientali che si recano in questi luoghi sacri portando con se ricchi doni. Lo storiografo Erodoto (Storie, I, 14) ricorda i doni votivi al santuario di Delfi da parte di Gige, re di Lidia, e di Mida, re di Frigia: lo testimoniano le evidenze archeologiche. Nello stesso momento si verifica un’intensa diaspora di orientali verso la Grecia, in fuga dalla pressione degli assiri: questo spiega la presenza di parole orientali nella lingua greca, tra cui il termine tyrannos, probabilmente di origine lidia.

A proposito di tiranni, sotto un punto di vista strettamente storico-sociale le figure di questi nuovi personaggi politici si oppongono all’avidità della classe aristocratica e basano il loro consenso, facendo leva sulle vessazioni che le classi sociali inferiori subiscono dai governi aristocratici, e sullo squilibrio tra necessità della popolazione e risorse disponibili. Le più importanti tirannidi del VII secolo a.C. si registrano a Mitilene (Lesbo), a Megara, a Sicione e, soprattutto a Corinto.

Il Canale di Corinto oggi. Foto di Frank van Mierlo

Corinto è una delle città più all’avanguardia dell’epoca; fino alla metà del VII secolo a.C. è governata dai Bacchiadi e, ben presto, la sua importanza in ambito commerciale assume una dimensione “internazionale”, grazie anche ad una posizione geografica privilegiata: le ceramiche, prodotte in quantità industriale dagli artigiani, vengono esportate in tutto il Mediterraneo, sia ad Oriente che ad Occidente, assecondando la vocazione marinara della città.

Nella città dell’Istmo, già a partire dal 720 a.C., le fabbriche dei vasai iniziano ad adoperare la ruota del tornio ceramico, una novità introdotta a Corinto secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio, e ad abbandonare l’uso dei caratteri geometrici, tipici del periodo artistico precedente, facendo uso degli elementi di originalità apportati dall’arte orientale.

Grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici è stato possibile ottenere una seriazione cronologica molto dettagliata dell’evoluzione della ceramica protocorinzia.

Le produzioni artistiche del Protocorinzio Antico, che si sviluppa dal 720 al 690 a.C., prediligono forme di piccole dimensioni, gli aryballoi, boccette quasi sferiche alte non più di 7 cm, sulla cui superficie si impongono prepotentemente figure animali realizzate con una linea di contorno che presenta ancora tratti geometrizzanti. Gli artisti non si lasciano sopraffare dall’impulso narrativo, piuttosto introducono elementi riempitivi a carattere floreale, rosette e spirali di chiara ascendenza orientale.

Il Protocorinzio Medio (690-650 a.C.) inaugura una serie di trasformazioni che riguardano sia la forma sia le decorazioni del vaso. L’aryballos assume una forma più slanciata e, nonostante la costante delle dimensioni ridotte, propone fregi miniaturistici straordinari, dove le figure sono disposte in fregi sovrapposti utilizzando un nuovo repertorio e una nuova tecnica. Gli elementi figurati, che adesso sono ispirati ai personaggi della mitologia, abbandonano completamente i criteri geometrizzanti e lasciano spazio all’estro artistico dei vasai.

In questo breve arco temporale si sperimentano tecniche decorative che ben si adattano alle nuove forme e alle nuove decorazioni presenti sulla superficie dei vasi: alla tecnica a figure nere, molto utilizzata nei decenni successivi, si affiancano la tecnica dell’incisione dei fregi umani ed animalistici (per esaltare i particolari del soggetto raffigurato utilizzando uno strumento metallico a punta sottile) e la tecnica della sovraddipintura (ottima per creare effetti policromi).

Nel Protocorinzio Tardo, il cui sviluppo si data dal 650 al 630 a.C., i pittori iniziano a cimentarsi con forme vascolari di dimensioni maggiori. Non producono solo piccoli aryballoi ma anche brocche di quasi 30 cm, dove sono prediletti fregi animalistici sovrapposti in successione e riempitivi di carattere floreale.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Tutte queste sperimentazioni raggiungono la massima potenzialità espressiva nell’Olpe Chigi.

Rinvenuta in una tomba etrusca a Veio (Etruria), l’olpe, una brocca a bocca rotonda utilizzata nei simposi per versare il vino nelle coppe dei commensali, risale al 640 a.C. circa e riflette il passaggio dal Protocorinzio Medio al Protocorinzio Tardo. Ha un’altezza di 26 cm e si tratta probabilmente di un dono o di un acquisto di un principe etrusco. Oggi questa meraviglia si può ammirare al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

La straordinarietà dell’Olpe Chigi sta nella presenza di fregi figurati complessi che fanno uso della tecnica a figure nere integrata abbondantemente con la policromia. Le scene raffigurate occupano gli spazi principali della brocca, ovvero la spalla nella parte superiore, la pancia in posizione centrale, e la parte sottostante.

Partendo dal basso verso l’alto si possono notare delle scene che, lette in sequenza, raccontano una storia: il programma iconografico rappresenta la successione di attività che un giovane aristocratico doveva sviluppare nel corso della sua vita per diventare un cittadino corinzio a pieno titolo e figurare tra coloro che combattevano in prima linea a difesa della città.

olpe chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Era consuetudine che i rampolli della classe aristocratica delle poleis greche, nel programma di formazione che erano tenuti a seguire, venissero avviati al combattimento fin dalla tenera età: la caccia alla lepre e alla volpe, animali incruenti, rappresentava una buona palestra per esercitare i riflessi. Superata questa fase, i giovani potevano mostrare il loro coraggio affrontando prove più rischiose, come la caccia al leone.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Non tutti riuscivano a sopravvivere, ma scampare alla morte significava poter ambire ad un matrimonio eccellente: è per tale motivo che nel punto di massima espansione del vaso, collocato tra una serie di efebi con doppia cavalcatura, campeggia l’unico episodio tratto dal repertorio mitico, ovvero il giudizio di Paride, da cui avrà luogo l’unione con Elena, la donna più bella del mondo antico.

La scena dello scontro tra opliti potrebbe alludere alla guerra di Troia, sorta proprio a seguito dell’unione tra il giovane troiano e la moglie di Menelao; e l’intento è senz’altro moraleggiante, con una nota di avvertimento in conseguenza di nozze giudicate sbagliate, cioè di un premio ottenuto ingiustamente. Elena era stata, infatti, offerta come contropartita a Paride dalla dea Afrodite per ottenere la vittoria nella contesa tra lei e altre due divinità, Atena ed Era, per stabilire chi fosse la più bella dell’Olimpo.

Questo complesso programma iconografico destinato ai corinzi viene reso con grande perizia dal pittore, che mostra di saper padroneggiare tutte le nuove tecniche della scuola protocorinzia, per rendere in pochi centimetri una serie di particolari molto dettagliati.

 

Olpe Chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Immagine dal libro di Knud Friis Johansen, Les Vases Sicyoniens. Étude archéologique, 2a ed., Paris : Copenhague, Edouard Champion : V. Pio - Povl Branner, 1923, pl. XXXIX. Immagine in pubblico dominio

Bibliografia:

  • Storia dell’arte greca, A. Giuliano, Carocci, Roma 2017.
  • Arte Greca, G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Mondadori, Milano 2013
  • Il mondo dell'arte greca, T. Holscher, Einaudi, Torino 2008
  • Archeologia e stria dell’arte greca: storia della ceramica di età arcaica, classica ed ellenistica, P. E. Arias, Vol. 5, University of Michigan 1963.
  • Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, E. Lippolis – G. Rocco, Mondadori, Milano 2011.
  • L’Olpe Chigi. Storia di un agalma. Atti del Convegno Internazionale, E. Mugione – A. Benincasa, Pandemos, Paestum 2012.
  • Storie, Erodoto, Rizzoli Editore, Bologna 2008.

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I Barbari del Nord agli occhi dei Romani

Gli antichi Greci utilizzavano il termine onomatopeico “barbaro” (in greco antico: βάρβαρος, bárbaros), letteralmente "balbuziente", per indicare lo straniero. La sfumatura dispregiativa, “quello che non sa parlare (e pensare)”, presente fin dall’origine, si accentuò ulteriormente dopo lo scontro con i Persiani. Durante l’età ellenistica, quando il mondo greco si dilatò a causa delle conquiste ad opera di Alessandro Magno, arrivando così ad inglobare vasti territori e nazioni panelleniche, i Greci si ritrovarono a dover riconsiderare il Barbaro in una visione cosmopolita e di scoprire aspetti morali e qualità non presi in considerazione fino a quel momento: i Barbari colti, fondatori della filosofia, della religione e dell’arte. Da quel momento infatti, ogni uomo che parlava, leggeva e scriveva in greco entrava legittimamente a far parte del mondo e della cultura greca

I Romani avevano, assistendo alle commedie di Plauto, riso della definizione greca che includeva anch’essi nel concetto di barbaro. Tale termine entrò a far parte del loro vocabolario, e a partire dal sacco di Roma del 387 a.C. ad opera dei Galli Senoni guidati da Brenno, iniziarono a chiamare Barbari, con ben altro significato rispetto a quello originario greco, questi nuovi nemici provenienti dal Nord, così diversi dai popoli italici e mediterranei con cui si erano scontrati fino a quel momento. Per tutto il II secolo a.C. i successori di quei Galli, i Cimbri e i Teutoni, continuarono a rappresentare una temutissima minaccia per i Romani. L’alterità provata nei loro confronti è visibile nelle rappresentazioni figurate (es. fregio di Civitalba, di Talomone) e nei testi letterari, in cui i Romani riproducono, accentuandoli, i caratteri di diversità di questi popoli: i lunghi capelli incolti, la corporatura gigantesca, le armi inusuali, l’uso di calzoni (bracae). Tale alterità insieme al terrore che ne derivava provocarono una reazione alquanto feroce da parte dei Romani. Si ricorda ad esempio il rito di seppellire all’interno del Forum Boarium una coppia di Galli e una di Greci - seppellimento documentato per gli anni 228, 216 e 114 - questi ultimi rei un tempo di essersi alleati con i primi, oppure la pratica dello sterminio, teorizzata come necessaria per la salvezza di Roma e dell’Italia. E ancora, se i Barbari avevano l’inmanis ac barbara consuetudo dei sacrifici umani e delle teste tagliate, Roma reagiva adottando il medesimo costume, come dimostrano alcune scene raffigurate sulla colonna Traiana che mostrano i soldati romani intenti a decapitazioni di massa, o a combattere con le teste mozzate del nemico tenute tra i denti per i capelli, o ad ornare le palizzate dei loro castra di teste mozzate (Figg. 1-3).

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Fig. 1 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con la raffigurazione di due ausiliari intenti a mostrare all’Imperatore le due teste mozzate di importanti capi dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Con la successiva romanizzazione della Gallia e al conseguente graduale mutamento della cultura celtica, i Romani rivalutarono i loro antichi nemici. Cesare e Cicerone arrivarono a considerare i Galli “consanguinei dei Romani”, mentre Timagene (I sec. a.C.) li ricollegò ad una mitica origine troiana, come riprese anche nel IV secolo d.C. lo storico Ammiano Marcellino nel suo Res gestae, dove riportò: “Aiunt quidam paucos post excidium Troiae fugitantes Graecos ubique dispersos loca haec occupasse tunc vacua” (Liber XIV, 1, 9, 5). Dall’altro lato anche le popolazioni di origine gallica iniziarono a fregiarsi di questa fraternitas con i Romani, come paiono testimoniare alcuni panegirici ad opera degli Edui, realizzati durante l’ultima epoca repubblicana e la prima età imperiale, in cui è attestata una tradizione verosimilmente originatasi contestualmente alle prime spedizioni di Roma nell’entroterra gallico, nel momento in cui gli Edui si erano a avvalsi dei successi romani per rovesciare i rapporti di forza con gli avversari Arverni1. Tale tradizione, orgogliosamente coltivata negli ambienti letterari, non priva di deformazioni un po’ tendenziose seppur interessati, enfatizzava più volte il legame di fraternitas con il popolo romano (IV, 21, 2; V, 4, 1; VII, 22, 4; VIII, 2, 4 e 3, 1), arrivando addirittura ad affermare che tale forte legame fosse stato, anche se poco credibilmente, sancito dallo stesso senato che diede agli Edui oltre all’appellativo di fratres, anche quello di consanguinitatis nomen (vd. VIII, 2, 4 e 3, 1), che li faceva distinguere dalle altre nationes galliche.

Fig. 2 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con soldato che combatte tenendo tra i denti la testa decapitata di uno dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Partendo dall’età augustea si assistette pertanto allo slittamento del termine “Barbaro” verso coloro che vivevano al di là del Reno e che fino a quel momento avevano avuto solo contatti sporadici con i Romani, i Germani.

Il primo romano ad attraversare il Reno fu Cesare nel 55 a.C., e a lui si devono le prime e sommarie notizie sui Germani e sulle altre tribù della medesima stirpe, dei quali descrisse i costumi rudi e feroci, tenendoli accuratamente distinti dai Galli, per i quali maturava un diverso e lungimirante progetto politico. Altre informazioni sugli antichi Germani erano raccolte nella perduta opera di Plinio il Vecchio, Bella Germaniae, di cui tuttavia si conservano memorie all’interno della Germania di Tacito2. All’interno di questa, l’autore fu tra i primi ad esaltare il coraggio in battaglia di questi popoli, la semplicità dei loro costumi, l'alto valore che davano all'ospitalità e di cui peraltro ammirava la conseguente sanità morale e austerità dei loro costumi barbari mettendoli in netto contrasto con l'immoralità dilagante e la decadenza dei costumi romani.

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Fig. 3 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, dove si vedono delle teste di Daci impalate nei pressi dell’insediamento romano. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Neanche la sanguinosa battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., che vide le tre legioni comandate da Publio Quintilio Varo annientate da una coalizione di tribù germaniche guidata dal principe cherusco Arminio, servì a sminuire il valore attribuito a questi popoli, anzi le loro abilità di combattenti furono ulteriormente enfatizzate.

Il coraggio e la bellicosità, insieme alla lealtà personale, furono le qualità che resero questi “Barbari del Nord” dei mercenari ideali agli occhi dei Romani; e guardie del corpo barbare, Germani, insieme a Galli e ad Iberi furono ingaggiati da diversi “signori della guerra” di origine romana. Allo stesso modo molti di essi furono impiegati come gladiatori, un uso che li rese popolari, confermandone però la fama di barbari pericolosi. Non solo, con il tempo molti Germani entrarono a far parte delle truppe ausiliarie dell’esercito romano e in alcuni cari arrivarono a rivestire il ruolo di magister militum e di consoli.

Ma come vedevano i Romani questi Barbari? Il loro aspetto ci è noto attraverso l’arte ufficiale romana che si ricollegava ovviamente all’ambito militare e di conseguenza alla guerra.

Fig. 4 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, raffigurante la fine della prima guerra dacica, in cui si hanno i due trofei di guerra, composti da un cumulo di armi tolte al nemico; al di sopra di queste si scorge il palo sul quale era ricostruita un'intera armatura dace. Si possono riconoscere le tipiche corazze loricate, i totem a testa di lupo e gli elmi ogivali tipici dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco.

Conosciamo le diverse politiche di propaganda messe in atto per i trionfi militari dei generali romani sui popoli barbarci. Queste prevedevano che il vincitore si fregiasse del cognomen del popolo vinto (es. Germanico, Britannico, Dacico, Sarmatico, Gotico, etc.) e che si attuassero tutta una serie di celebrazioni e intitolazioni di monumenti figurati (archi, altari, templi, statue, monete), sui quali venivano rappresentati i barbari vinti legati sotto a un trofeo composto delle loro armi, un modo da imprimere nella mente dei sudditi dell’Impero la memoria della potenza di Roma (Fig. 4).

Fig. 5 - La Gemma Augustea di Vienna. Immagine di Gryffindor, CC BY 2.5

I modelli figurativi cui attinsero i Romani in queste loro prime rappresentazioni dei Barbari provenivano dell’arte pergamena che aveva creato, sul tema della vittoria dei Greci contro i Galati (all’epoca dell’invasione dell’Asia avvenuta nel 279 a.C.), i capolavori dei donari dedicati a Pergamo dai re vincitori, Attalo I e Eumene II. I Galli erano stati visti dagli artisti pergameni senza disprezzo, rappresentati in modo fiero e selvaggio, pervasi di nobiltà. Pur discendendo da questa tradizione, derivante dell’idea stoica del rispetto nei confronti del vinto, le rappresentazioni romane mostrano al contrario una caratterizzazione più accentuata della diversità ed una più diretta rappresentazione della superiorità dei Romani. Sono andate perdute le porte eburnee del tempio di Apollo Palatino, raffiguranti la sconfitta dei Galati a Delfi, ma una serie di altri importanti monumenti e manufatti (la lorica dell’Augusto di Prima Porta, la Gemma Augustea di Vienna, il Gran Cammeo di Francia, etc.) (Figg. 5-6) ci trasmettono una certa immagine codificata dei barbari sottomessi, rappresentati con fluenti capelli, barbe incolte, brache, a busto spesso nudo, talvolta recanti il torques al collo, spesso in presenza delle loro donne, in atteggiamento dismesso.

Fig. 6 - Il Gran Cammeo di Francia. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, modificata da Janmad, CC BY-SA 3.0

Un richiamo alla propaganda attuata si aveva anche nei fori di tutte le città romane, nella decorazione degli edifici pubblici, come mostrano i trofei di armi della Schola Armaturarum di Pompei, ma anche nei monumenti privati, come nel caso di un “eques pompeianus” a Porta di Nocera, in cui si ha la rappresentazione di uno scudo in stucco il cui umbone è caratterizzato dalla presenza di una testa di Barbaro (Fig. 7).

Fig. 7 - La Tomba 13 ES, monumento funerario dell'“eques pompeianus”, presso Porta di Nocera a Pompei. Foto di Alessandra Randazzo. Si può vedere un particolare dell’umbone a p. 335 del testo di M. Castiglione, Modelli urbani per forme di auto rappresentazione locale. Il monumento funerario di un eques pompeianus a Porta di Nocera, all'interno di Arte-Potere. Forme Artistiche, Istituzioni, Paradigmi Interpretativi. Atti del convegno di studio tenuto a Pisa Scuola Normale Superiore, 25-27 Novembre 2010, a cura di M. Castiglione e A. Poggio.

Da Traiano in poi, con l’intensificarsi delle operazioni militari ai confini, le rappresentazioni di barbari si fanno sempre più numerose, ne sono un esempio monumenti famosi come il Tropaecum Traiani di Damklissi (109 d.C.) (Fig. 8), la colonna Traiana o le grandi statue di Daci in porfido. In essi, e soprattutto nella colonna Traiana, il sentimento di ammirazione per la virtus romana convive con quello di rispetto per lo sfortunato eroismo dei vinti. A partire da Marco Aurelio, con la colonna Aureliana, questo sentimento si conserva, ma vira sul patetico, allontanandosi da quel residuo di compostezza ellenistica ancora percepibile nella colonna Traiana. Un’evoluzione che per altro si osserva anche in momenti privati, come su alcuni sarcofagi con scene di battaglia, come ad esempio quello Amendola, di Portonaccio o il più tardo Ludovisi (Figg. 9-10).

Fig. 8 - Il Tropaecum Traiani di Damklissi. Immagine di CristianChirita, modificata da Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

Quest’evoluzione in senso drammatico rifletterebbe il fragile equilibrio del limes renano-danubiano.

Da Marco Aurelio, in poi, all’interno dell’Impero, la parola Barbaro acquisì un valore sempre più sinistro, legato al tema della distruzione. In questo periodo infatti diverse incursioni germaniche superarono il confine arrivando ad oltrepassare sempre più di frequente i claustra Italiae. Queste provocarono le cosiddette guerre marcomanniche, un lungo periodo di conflitti militari combattuti tra l'esercito romano e le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale (167-189 ca.), rappresentante il preludio alle grandi invasioni barbariche di III-V secolo che portarono alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e al formarsi dei regni romano-barbarici.

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Fig. 9 - Sarcofago Amendola; immagine da R. Banchi Bandinelli e M. Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976. Pubblico dominio

Le fonti tardoantiche presentano questi Barbari attraverso il nuovo filtro creatosi dalla polemica tra paganesimo e cristianesimo e successivamente tra cristianesimo e arianesimo, sicché ne risulta spesso un giudizio discorde. Prevalse, specialmente dopo il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti guidati da Alarico dei Balti e la conquista dell’Italia con la deposizione del giovane imperatore Romolo Augusto del 476 da parte del re degli Eruli, Odoacre, un certo senso di disprezzo nei confronti di questi popoli. Un disprezzo al quale i Barbari rispondevano ribaltando le ingiurie con toni non meno aspri.

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Fig. 10 - Grande Ludovisi Altemps (III secolo d. C.) Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Tale astio non parve chetarsi se ancora secoli dopo, l’imperatore bizantino Niceforo II Foca apostrofò con "Vos non Romani, sed Langobardi estis [Voi non siete Romani, siete Longobardi]" il vescovo di Cremona Liutprando, che era stato inviato come ambasciatore alla corte bizantina dall’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone I, per combinare un matrimonio e dirimere il difficile contenzioso tra i due imperi, relativamente all'Italia meridionale. Al suo ritorno, il longobardo raccontò d'avere replicato come segue allo sprezzante ospite: “Romulum fratricidam, ex quo et Romani dicti sunt, porniogenitum, hoc est ex adulterio natum, chronographia innotuit, asylumque sibi fecisse in quo alieni aeris debitores, fugitivos servos, homicidas ac pro reatibs suis morte dignos suscepit, multitudinemque quandam talium sibi ascivit, quos Romanos appellavit; ex qua nobilitate propagati sunt ipsi, quos vos kosmocratores, id est imperatores, appellatis. Quos nos, Langobardi, scilicet Saxones, Franci, Lotharingi, Bagoarii, Suevi, Burgundiones, tanto dedignamur [coloro che son detti Romani], ut inimicos nostros commoti nil aliud contumeliarum, nisi: Romane! dicamus, hoc solo, id est Romanorum nomine quicquid ignobilitatis, quicquid timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est, comprehendentes". 'Romano!', quindi, per "nos Langobardi" [la storia ci ha fatto sapere che il fratricida Romolo, dal quale i Romani traggono il nome, era un pomiogenito, cioè nato da un adulterio, sappiamo anche che creò un luogo d’asilo e vi accolse i debitori insolventi, gli schiavi fuggitivi, gli omicidi… Da questa nobile stirpe discendono coloro che voi chiamate Cosmocrati, ossia imperatori. Noi, poi, e cioè i Longobardi, Sassoni, Franchi, Lotaringi, Bavari, Svevi, Borgognoni, li abbiamo in tanto sdegno che quando siamo in collera e dobbiamo dire qualcosa di offensivo ad un nostro nemico, gli gridiamo “tu sei Romano”, intendendo con questo appellativo di Romano tutto quanto vi è nel mondo di più ignobile, di più vile, di più avido, di più corrotto, di più falso, e in una parola, tutti i vizi esistenti…]3 per cui il termine “Romano” veniva impiegato in senso dispregiativo in quanto raccoglieva in sé l’espressione di diversi vizi quali: ignobilità, pavidità, avarizia, lussuria, mendacio e così via.

Tuttavia proprio la formazione dei regni romano-barbarici dimostra come le nuove élites al potere cercarono di fondere le due culture, quella germanica e quella romana. Uno dei primi esempi di tale politica è riportato dal'apologeta cristiano Orosio nel suo Historiarum adversus paganos libri septem. Orosio riferendosi al re ariano Ataulfo dei Balti scrisse che seppur il sovrano mantenesse un rapporto conflittuale con la cultura romana: “Referre solitus esset: se inprimis ardenter inhiasse, ut oblitterato Romano nomine Romanum omne solum Gothorum imperium et faceret et vocaret essetque, ut vulgarites loquar, Gothia quod Romania fuisset, et fieret nune Athaulfus quod quondam Caesar Augustus, at ubi multa experiential probavisset naque Gothos ullo modo parere legibus posse propter effrenatam barbariem neque reipublicae interdici leges oportere, sine quibus respublica non est respublica, elegisse saltim, ut gloriam sibi de restituendo in integrum augendoque Romano nomine Gothorum viribus quaereret habereturque apud posteros Romanae restitutionis auctor, postquam esse non potuerat immutator.” [Egli era solito dire di avere sopra ogni cosa ardentemente desiderato che, cancellato e dimenticato il nome di Roma, tutto il suo impero diventasse di nome e di fatto impero dei Goti, e che fosse Gothia, per dirlo in volgare, quello che era stata la Romania, e che ora Ataulfo diventasse quel che era stato una volta Cesare Augusto. Ma poiché si era reso conto per lunga esperienza sia che i Goti in nessun modo si sarebbero piegati a obbedire alle leggi per la loro sfrenata barbarie, si era scelto almeno la gloria di riportare con le armi dei Goti il nome romano al suo antico prestigio e di accrescerlo, e di essere ricordato dai posteri come restauratore della grandezza romana, giacché non gli era riuscito di esserne il distruttore]4.

Da tali parole si evince che sebbene Ataulfo avesse voluto convertire i territori romani in gotici, si rese conto che la struttura della società gotica non avrebbe potuto garantire la stessa governabilità di uno Stato come quello romano. Per cui decise, probabilmente anche grazie all'influenza della consorte Galla Placidia, di mutare strategia: avrebbe portato avanti una politica di fusione fra Goti e Romani, affinché la forza dei primi rinforzasse la cultura e il nome dei secondi.

Fig. 11 - Il mausoleo di Teodorico a Ravenna. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tale commistione di elementi romani e germanici è anche percepibile nella scelta di alcuni sovrani barbarici di rappresentarsi quali eredi dell’Impero romano d’Occidente, attraverso l’adozione di simboli di potere propri dell’ambito romano. È il caso ad esempio del re goto Teodorico, che cresciuto presso la corte imperiale di Bisanzio, scelse come sua ultima dimora un mausoleo che esteticamente si rifaceva alla tradizione dei mausolei imperiali tardo antichi ma che tuttavia mostrava elementi decorativi “a tenaglia” propri dell’oreficeria gota (Fig. 11). Un ulteriore emblematico esempio è rappresentato dall’anello sigillare rinvenuto a Tournai nella tomba del re dei Franchi Salii Childerico (Fig. 12). Su questo si ha il nome del sovrano e la sua raffigurazione. Il re è rappresentato con elementi tipici della tradizione romana, quali la lorica e il paludamentum, accanto a questi si hanno tuttavia particolari propri dell’ambito germanico, infatti il sovrano presenta i capelli lunghi, un privilegio proprio della dinastia reale dei Salii, e la lancia, un tipico simbolo di potere presso i popoli germanici.

Fig. 12 - Riproduzione dell’anello sigillare di Childerico I. Foto da Gallica, pubblico dominio

Da questo momento iniziò la fusione iconografica, politica e religiosa tra i Barbari del Nord e i Romani che porterà come già accennato alla formazione dei regni romano-barbarici e a un primo definirsi di quelli che in futuro diverranno gli stati europei.

 

 

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H. Wolfram, The Roman Empire and its Germanic Peoples, Berkeley-Los Angeles-London 2005 (originally published as Das Reich und die Germanen, Berlin 1990, transl. by Th. Dunlap).

1 Sull’origine e gli sviluppi del tema della fraternitas fra Edui e Romani e fondamentale Luiselli 1978, pp. 89-103; vd. anche Luiselli 1992, pp. 642-646; da ultimo cfr. Hofeneder 2008, pp. 291-295. Per la ricorrenza del tema nei panegirici cfr. Lassandro 1992. Sulla conquista romana della Gallia meridionale e le sue conseguenze sugli equilibri politici nell’ambito della Comata vd. Jullian 1993, vol. 1, lib. III, pp. 431-444; Hatt 1959, pp. 35-47; Ferdiere 2005, pp. 57-59 e 61; Zecchini 2009, pp. 67-78.

2 Tacito non visitò mai direttamente le terre e i popoli di cui parlò nella sua opera e le informazioni impiegate per la sua stesura furono probabilmente molteplici: il De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare, la Geografia di Strabone, Diodoro Siculo, Posidonio, Aufidio Basso e interviste a mercanti e soldati.

3 Liudprandi Cremonensis, Relatio de legatione Constantinopolitana, in ID., Antapodosis, Homelia Pascalis, Historia Ottonis, Relatio de legatione Constantinopolitana, cura et studio P. Chiesa, Turnholti 1998 (Corpus Christianorum, Continuatio mediaevalis, 156), pp. 192-193, n. 12.

4 Orosius, Historia contra paganos (History aga the pagans), 7.45: C. Zangemeister, ed., CSEL 5 (Vienna, 1882), p. 413.


Volubilis

Volubilis, il volto antico del Marocco

Sulle dolci pendici del massiccio dello Zerhoun, a soli 3 km di distanza da Moulay Idriss, uno dei centri spirituali più noti, il Marocco svela parte più antica del suo volto, in cima ad un pianoro silenzioso, circondato da ulivi e oleandri.

Probabilmente è proprio dal nome berbero Oualili, oleandro, che deriva il nome di Volubilis, cittadina descritta da Plinio il Vecchio come colei che è “alla stessa distanza dai due mari”, facendo naturalmente riferimento al Mediterraneo e all'Oceano Atlantico, e sito di grande importanza per il paese che ancora oggi è definito "l'estremo Occidente dell'Oriente".

Non esistono mezzi pubblici per raggiungere lo straordinario sito archeologico, né da Meknes, né dalla altrettanto vicina Fès, la città imperiale che con la sua fondazione, nell'anno 808 d.C. decretò la fine di Volubilis, ma soltanto una lenta e stretta via tutta curve, da percorrere ascoltando il silenzio del vento e il frusciare degli ulivi.

Territorio già organizzato secondo un impianto di impronta punico-ellenistica, Volubilis era probabilmente già cinta da mura a partire dal III sec. a.C. e già si presentava come luogo di convivenza fra genti diverse, presentando la coesistenza di un tempio di tradizione africana locale, accanto a due templi più vicini alla tradizione classica mediterranea. Incerto è ad ogni modo l'inquadramento della Mauretania nel suo percorso di lenta e difficile romanizzazione: il governatore scelto da Augusto, Giuba II fu il primo a cimentarsi nell'arduo compito di imporre un potere di tipo monarchico alla popolazione ribelle per eccellenza, quella dei Berberi.

La storia della Mauritania è difatti costellata da tumulti, rivolte e da un sempre debole imporsi del potere imperiale. Note e testimoniate solo le vicende rivoltose anti-romane sotto Caligola, Claudio, Marco Aurelio. Per una fase di maggiore tranquillità e rinnovamento bisogna attendere l'età dei Severi, celebrata dal noto arco di trionfo che ancora oggi si impone sul pianoro, importante simbolo del condono dei tributi fino ad allora imposti e della nuova concessione di cittadinanza romana agli abitanti. Questi ultimi erano eterogenei come in pochi altri centri del nord Africa: un melting pot in cui, finalmente, convivevano in pace autoctoni, romani, galli e genti orientali.

Volubilis
Arco di Caracalla, lato orientale. Foto di Jessica Lombardo

Non sono ad oggi chiari i motivi per cui a partire dal 285 d.C., con l'ascesa al potere di Diocleziano, venne abbandonata la parte meridionale della provincia, e dunque anche Volubilis, da parte dei funzionari amministrativi e dell'esercito di Roma: gli abitanti rimasti si spostarono verso occidente creando un nuovo quartiere e trasformando l'area dell'arco in zona adibita a necropoli. Qui diverse iscrizioni cristiane databili tra il 599 e il 655 d.C. testimoniano una parentesi cristiana prima dell'arrivo di Idriss I, della fondazione di Fès (prima città imperiale) e della conseguente islamizzazione del Marocco.

La memoria di ciò che fu Volubilis in antichità però non andò mai perduta. Gli scavi archeologici iniziarono sistematicamente nel 1915 , l'anno in cui fu creato il Service des Antiquités du Maroc e ancora proseguono ai giorni nostri. Dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1997 il sito oggi presenta con evidenza due distinte aree di interesse: un quartiere settentrionale e uno meridionale.

Quest'ultimo fu il primo in ordine cronologico ad essere interessato dalle prime edificazioni romane del I sec. d.C.: tra queste le terme del capitolium e un primo grande tempio a quattro celle. Rimaneggiate alla fine del II sec. le piccole terme di Volubilis coprivano una superficie limitata a soli 460mq, ma erano composte da due vestiboli a L, un frigidarium, una piscina centrale e ben due sale riscaldate rivolte a sud-ovest. Il lato meridionale del foro vedeva innalzarsi la tribuna degli oratori, con dedica alla Concordia, in nome di una auspicata pacifica convivenza tra le differenti componenti della cittadinanza. Il capitolium vero e proprio e e la basilica giudiziaria sono invece frutto di un secondo importante intervento edilizio, datato al III sec.

Facciata della Basilica Giudiziaria. Foto di Jessica Lombardo

Il cosiddetto quartiere settentrionale, invece, racconta di una destinazione d'uso prettamente abitativa, a sua volta diviso in due blocchi: la prima componente del quartiere nord procedeva intorno all'arco di Caracalla seguendo l'andamento del quartiere meridionale, mentre una seconda espansione è stata individuata in corrispondenza del decumano massimo, che devia verso nord-est in quella che sembra una programmazione autonoma.

Fatta eccezione per alcune domus, come quella detta “di Orfeo”, che si distinguono per il prezioso apparato decorativo e musivo, l'area abitativa di Volubilis è un succedersi di modeste abitazioni e di laboratori.

Impossibile non notare quale fosse la produzione che garantiva la sussistenza economica in città: circondata dagli ulivi, Volubilis era, in epoca romana, un medio-grande produttore di olio destinato al commercio interno, regionale e in piccola parte anche nel Mediterraneo occidentale: 56 sono i frantoi rinvenuti nella cittadina, 41 dei quali parte integrante di abitazioni, a testimonianza della coincidenza degli spazi tra uso abitativo e produttivo.

Caratteristica diffusa delle abitazioni di Volubilis, di contro, era la presenza di aggiuntive stanze isolate, quasi un piccolo appartamento riservato e nascosto rispetto ai canonici percorsi interni alla casa; altre domus potevano disporre di una piccola corte quadrata dotata di una vasca centrale con giochi d'acqua, destinata a raffrescare l'ambiente nel caldo torrido della Mauritania, precedendo di qualche secolo l'uso marocchino e andaluso del patio, o giardino domestico interno.

Per ora non colpita dalle folle del turismo di massa, Volubilis è tappa imperdibile di un tour consapevole nel territorio del Marocco: ne testimonia l'indomita natura, le genti libere, le notevoli risorse e ancora offre molto da raccontare.

Veduta di Volubilis. Foto di Jessica Lombardo

Elea: un progetto per restaurare le monete della città

La città di Elea, dal greco ‛Yέλη, ‛Ελέα, in Lucania, tra le due sub-colonie di Sibari, Laos e Poseidonia, è stata fondata secondo Erodoto intorno al 540 a.C. dai Focei profughi, superstiti della Battaglia di Alalia. Prende il nome da un centro indigeno di piccole dimensioni, Fέλη o Hyele, in cui era presente una sorgente o un corso d’acqua avente lo stesso nome, mentre la forma Elea è attestata per la prima volta in Platone o forse Antioco di Siracusa.

La fondazione di Elea è l’atto finale delle frequentazioni focee in Occidente. I Focei esercitavano l’emporìa, avendo costruito abilmente una rete di empori, tra cui Massalia. Scappati dalla schiavitù persiana per amore della libertà, giungono in Corsica, dove praticano anche la pirateria, e vedono mutare i loro rapporti con l’Etruria meridionale e i Cartaginesi in Sardegna. Dopo la battaglia di Alalia, difatti, cadono per mano di Etruschi e Cartaginesi. Giungono in seguito nello Stretto, grazie ai buoni rapporti con i Reggini, e si apre un altro capitolo della loro storia: la nascita di un nuovo insediamento, Hyele, con la mediazione di Reggio e Poseidonia, le due poleis più potenti in quel contesto. In Erodoto, un “uomo di Poseidonia” che interviene nella fondazione di Elea interpretando correttamente il responso delfico che aveva portato i Focei a recarsi in Corsica per fondare una colonia, simboleggia la volontà di Poseidonia, e pertanto anche di Sibari, che i Focei si stanziassero in quelle zone, tanto che Elea viene considerata una “subcolonia di Poseidonia” o “promossa da Poseidonia e appoggiata da Reggio”.

Nello stesso periodo, un altro gruppo di esuli giunge nel territorio in cui fonderà Massalia. Quindi vi furono due gruppi di esuli da Focea, uno diretto in Corsica e l’altro nella futura Massalia.

Dalle fonti si evince inoltre che i Focei, nelle loro navigazioni, hanno avuto rapporti e contatti con le popolazioni stanziate nel basso Tirreno. Reggio con l’assenso di Poseidonia, che viveva un periodo di affermazione e volgeva la sua attenzione nei confronti dell’Enotria, “dirotta” gli esuli Focei nel luogo in cui sorgerà la futura Elea. Le due poleis sono interessate al controllo di quell’area, pertanto scelgono di aiutare i profughi Focei ad insediarvisi, al fine di interagire con un popolo già avvezzo ai traffici commerciali nel Tirreno.

Dalla documentazione numismatica e da quella archeologica emerge che Poseidonia ed Elea, poco dopo la sua fondazione, fino alla metà del V secolo a.C. fossero in stretti rapporti commerciali. Verso la fine dello stesso secolo iniziarono le ostilità con Poseidoniati e Lucani, dalle quali Elea esce vittoriosa, ed inizia una nuova fase, quella che la vedrà mantenere la sua autonomia nei confronti del mondo osco-lucano, aprendosi e comunicando con questa nuova realtà politico-culturale. In egual modo farà nei secoli IV-II a.C., quando entrerà nell’orbita di Roma e ne diverrà fedele alleata.

In età romana, secondo Plinio “oppidum Elea, quae nunc Velia”, dunque la polis viene denominata Velia, nome che corrisponde al greco Elea.

Il commercio, insieme alla pesca, era l’attività che dava sostentamento ai cittadini di Elea.

Il carattere commerciale della polis è documentato dalle sue monete, che vedono al Diritto la testa di Athena o della ninfa Hyele, e al Rovescio un leone in lotta con un cervo. La città conia monete in argento dalla fondazione, alla fine del VI secolo a.C., fino ai primi decenni del III a.C.

È inoltre una tra le prime poleis magnogreche a battere moneta in bronzo, dalla seconda metà del V fino al I secolo a.C.

I suoi documenti monetali, sia in metallo prezioso che in bronzo, presentano dei tipi che sono riferibili ai culti cittadini: Athena, Eracle, Zeus, Apollo, e il culto “silente” della ninfa Hyele.

 

Il progetto Art Bonus “Le monete di Elea/Velia. Restauro e studio” nasce da una convenzione tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno e la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni. La somma stanziata corrisponde a  € 50.000, a cui si sono aggiunti altri € 50.000 ricevuti dal MiBACT, giacché questo progetto Art Bonus aveva già  ricevuto erogazioni da parte della Fondazione, conditio sine qua non per ricevere un secondo finanziamento.

Gli obiettivi del progetto sono il censimento del patrimonio numismatico della polis, il restauro e la schedatura di circa 3000 monete, del periodo sia greco che romano. Verranno studiati documenti monetali provenienti da nuovi contesti di scavo archeologico, diversi per tipologia e funzione, ovvero quelle provenienti da ambiti pubblici e privati, nonché dalla necropoli della prima età imperiale, presso la c.d. Porta Marina Sud. Si tratta di monete provenienti da contesti differenti, che abbracciano anche un ampio arco cronologico. Per l’ambito pubblico citiamo le Terme ellenistiche, l’Agorà, l’edi­ficio-stoà del Terrazzo superiore dell’Acropoli, l’edifi­cio imperiale rinvenuto al di sotto della Masseria Cobellis, mentre per quelli privati la Casa degli Affreschi e abitazioni del Quartiere meridionale.

All’Art Bonus si affianca, inoltre, un progetto di ricerca che ha come obiettivo lo studio in toto delle ultime serie prodotte da Velia, con i tipi testa di Athena/tripode, basato sulla seriazione dei conii, e chiaramente sull’iconografia e lo stile dei documenti monetali. Quest’ultima serie necessitava difatti di studi approfonditi al fine di ricostruire la datazione, la durata di emissione e la quantità di monete battute.

Grazie al supporto del Laboratorio Spettrometria di Massa Isotopica del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare - INFN), sono state effettuate analisi archeometriche, per stabilire sia la provenienza delle materie prime utilizzate, sia per lo studio delle leghe metalliche. Le analisi in questione sono essenziali per comprendere quali siano le procedure più adatte per procedere con il restauro conoscitivo e conservativo.

Il progetto si occupa quindi del restauro, della schedatura, dell’inventariazione e della documentazione fotografica delle monete di Elea/Velia, nonché della compilazione del corpus delle emissioni con i tipi Athena/tripode, ed infine dell’edizione dei risultati raggiunti.

L’approccio interdisciplinare dunque permetterà di aggiungere uno o più tasselli e di riscrivere una delle pagine della storia dell’antica Elea/Velia. Per aver maggiori chiarimenti abbiamo, con piacere e soddisfazione, intervistato i curatori del progetto, docenti di Numismatica greca e romana dell’Università degli Studi di Salerno, la professoressa Renata Cantilena (RC) e il professor Giacomo Pardini (GP).

 

 

La moneta è un documento parlante, in quanto l’autorità emittente sceglie con cura immagini, simboli e leggende, per veicolare dei messaggi che sono, sempre, chiari ed inequivocabili ai destinatari della moneta stessa. Come riescono i typoi di Elea/Velia a parlare dello sviluppo del commercio della città?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Eracle e civetta ad ali chiuse (metà IV
secolo a.C. ca.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Nei tipi delle monete di Elea/Velia, in maniera non dissimile da molte altre poleis greche, le raffigurazioni scelte nel corso del tempo come icona monetale si riferiscono ai principali culti cittadini e, quindi, a divinità quali Atena (della quale su moneta è riprodotta la testa elmata oppure la civetta, uccello a lei sacro), Eracle (testa imberbe o barbata), Zeus (testa con chiome fluenti), Apollo (evocato attraverso il tipo monetale del tripode). La vocazione della città ad attività commerciali si colgono non dalle raffigurazioni, bensì dai valori coniati, anche di scala ridotta, funzionali ad assicurare scambi di vario livello, facilitando operazioni di mercato interno e le transazioni con l’esterno. (RC)

In quale typos emerge la capacità di difendere la grecità di Velia, ovvero il rispetto delle proprie origini, dichiarando a gran voce l’appartenenza dei suoi coloni ad una comune origine focea?

La testa di Atena e il leone sui didrammi in argento di Velia. In alto, la dea Atena con varie fogge di elmo sul dritto (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002)

Il typos che caratterizza con maggiore continuità il nominale maggiore è la testa di Atena, solitamente abbinata con il leone. La dea è la divinità poliade di Focea e delle sue colonie in Occidente, Elea e Massalia (Marsiglia). Strabone parla di sue statue di culto a Focea e a Massalia che la raffiguravano seduta (XIII, 1, 41). Ad Atena era dedicato forse il santuario ubicato sull’acropoli di Elea. La protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda si ritrova sulle prime coniazioni di Elea, di Focea e di Massalia (ultimi decenni del VI a.C.) e, nel corso dei primi decenni del V a.C., sulle monete di queste tre città compare la testa di Atena. (RC)

In altro la dracma in argento con protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda al dritto e il quadrato incuso al rovescio (ca. 530-500 a.C.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno); in basso lo stesso tipo del leone che azzanna il cosciotto su un’emissione in bronzo coniata nella seconda metà del IV secolo a.C. - (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002 - Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Santangelo 5490)

La prima fase della monetazione di Velia, con la coniazione anepigrafe, si daterebbe da 535 agli inizi del V secolo a.C., quando è attestato l’abbandono del quadrato incuso al Rovescio e la comparsa di lettere entro un quadrato in incavo. È d’accordo con questa cronologia?

Le prime emissioni con la comparsa delle lettere iniziali del nome della città hanno al D/ una testa di Atena con elmo corinzio oppure un elmo corinzio. Sono piccoli nominali in argento databili nel primo quarto del V a.C. (RC)

La testa di Atena, il cui culto è attestato anche in altre poleis quali Focea e Massalia, viene raffigurata nelle monete di Elea nello stesso arco cronologico e con le stesse caratteristiche iconografiche? Se sì, si tratta di un ulteriore rimando alle origini e ai contatti commerciali della città? E dell’ipotesi dei contatti con Atene cosa ne pensa?

Che le tre poleis attingano per le loro raffigurazioni monetali ad un comune sostrato cultuale non vi è dubbio. Meno documentata è, invece, una continuità di rapporti commerciali tra colonie e madrepatria. Senz’altro gli ambienti culturali eleati hanno avuto rapporti con Atene negli anni di Parmenide e Zenone (460-450 a.C.), che si recarono in viaggio ad Atene in anni coincidenti con il momento in cui Atene ha interessi di natura politica e commerciale con l’Occidente tirrenico. (RC)

I simboli secondari, come ad esempio la Triskeles, come sono correlati al tipo principale? Ovvero, qual è il messaggio “unico” che veicolavano, nel tempo, le diverse emissioni di Elea?

Il simbolo della triskeles sul rovescio di un didrammo in argento di Velia (primi decenni del III a.C.) - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, collezione Stevens, 126920)

Non è del tutto chiaro il significato dei simboli secondari che compaiono nel campo monetale, accanto al tipo principale del rovescio, soprattutto in emissioni di fine IV- inizi III a.C., quando la produzione è assai abbondante Sono stati variamente interpretati: allusioni a contingenti eventi storici (e in tal caso nella triskeles -, che è un simbolo tipico delle monete di Agatocle, si è voluto vedere un collegamento con Siracusa non documentato però da altre fonti); oppure riferimenti a culti locali; oppure contrassegni utilizzati per un controllo delle emissioni. Il significato dei simboli accessori non è univoco, ma va letto esaminando la lor ricorrenza nell’ambito degli specifici segmenti produttivi in cui appaiono. (RC)

In quali emissioni e grazie a quali tipi monetali sono narrati gli episodi della Velia di epoca romana?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Zeus e civetta ad ali spiegate (ca. III secolo a.C.) - (foto G. Pardini, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Velia, in età romana fino al I a.C., conia solo monete in bronzo per usi locali. Anche in epoca romana i tipi si riferiscono ai culti locali. Le serie emesse dal III a.C. hanno la testa di Zeus , poi di Atena, entrambe associate alla civetta e, infine la testa di Atena e il tripode. L’iscrizione che indica il nome della città (Hyele) è sempre in lettere greche. (RC)

Sarebbe possibile ritrovare la storia urbanistica di Elea in alcuni elementi iconografici?

Mancano su moneta elementi iconografici riferibili alla storia urbanistica di Velia. (RC)

Il progetto di Art Bonus, che interesserà circa 3000 monete di Velia, ha come primo obiettivo il restauro. Quali indagini archeometriche verranno utilizzate?

Alcune fasi del restauro delle monete recuperate dagli scavi di Velia - progetto Art Bonus 2019 ‘Le monete di Elea/Velia’ - (© RE.CO. Restauratori Consorziati, Roma)

Il progetto Art Bonus ‘Le monete di Elea/Velia - Un restauro per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Parmenide’ è nato da una stretta e proficua collaborazione tra la Soprintendenza ABAP per le provincie di Salerno  e Avellino (grazie al Soprintendente, Arch. Francesca Casule, e ai Funzionari Dott.ssa Maria Tommasa Granese e Dott.ssa Rosa Maria Vitola, che hanno creduto in questa avventura) e il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale/DiSPaC dell’Università degli Studi di Salerno, a cui è stato affidato lo studio scientifico di tutte le monete provenienti dagli scavi condotti nel sito di Velia, sotto la direzione di Renata Cantilena, il coordinamento di chi vi parla  e un équipe formata dal Dott. Federico Carbone (Ricercatore), dalla Dott.ssa Flavia Marani (Assegnista di ricerca), insieme a studenti e laureandi. Proprio l’elevato numero dei reperti monetali (circa 10.000 esemplari riferibili alle diverse fasi di vita della città di Velia) e il loro precario stato di conservazione ci hanno spinto a presentare il progetto Art Bonus, che costituisce un’assoluta novità in quanto, per la prima volta in Italia, il mecenatismo privato – la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni-FNC, Roma – è intervenuto (con un’importante contributo e grazie ad un cofinanziamento del MiBACT) per restaurare e in tal modo valorizzare le prime 3040 monete provenienti da una delle più importanti città della Magna Grecia. Il censimento di tutti i reperti monetali, unitamente all’intervento conservativo, ci ha permesso di mettere in luce l’importante eterogeneità del patrimonio monetale restituito da Velia, consentendoci di implementare e/o confermare le nostre conoscenze sulle diverse fasi di vita del sito, e di intraprendere e/o affinare gli studi tipologici sulle diverse serie della moneta in bronzo emesse dalla città, come ad esempio le monete con i tipi Zeus/Civetta o Atena/Tripode. Proprio per comprendere meglio questa emissione, lo studio si è avvalso dell’ausilio di alcune tecniche di indagine proprie della ricerca archeometrica, già sperimentate dal sottoscritto su alcune particolari emissioni presenti a Pompei e nell’ager vesuvianus (grazie ad un protocollo di intesa che l’Università di Salerno ha stipulato con la rete CHNet dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e alla partecipazione dei dottori Stefano Nisi, Marco Ferrante e Pier Renato Trincherini dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso/Laboratory for Isotope Mass Spectrometry). Come per Pompei, abbiamo deciso di integrare e completare i dati ottenuti attraverso gli strumenti tradizionali della ricerca numismatica e archeologica sull’emissione Atena/Tripode con due tecniche archeometriche: l’analisi mediante tecnica ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione quantitativa e qualitativa degli elementi chimici in tracce ed ultratracce, e l’analisi mediante tecnica MC-ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione dei precisi rapporti isotopici del piombo, in modo da rispondere ad alcuni quesiti di carattere storico, ma anche di natura tecnica, per ottenere indicazioni di dettaglio sui metalli impiegati nelle leghe, sui relativi luoghi di approvvigionamento, nonché sulle tecniche di esecuzione delle monete presenti nel nostro campione.

Elea Velia monete
Il seminario di numismatica condotto sui reperti monetali da Velia e organizzato presso il Laboratorio di Archeologia ‘M. Napoli’ del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno - (foto F. Marani, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Un’iniziativa a trecentosessanta gradi che, oltre alla tutela e alla valorizzazione, ha una ricaduta assai importante che investe la formazione dei giovani che scelgono di avvicinarsi alla numismatica antica durante il loro percorso di studi archeologici presso l’Università di Salerno. L’occasione del progetto, infatti, ci consente di formare studenti e giovani ricercatori che vengono coinvolti nelle attività laboratoriali e seminariali su questo materiale eccezionale o attraverso la partecipazione a tirocini formativi presso la Soprintendenza. Un progetto, dunque, che rappresenta anche un investimento sul capitale umano del nostro Paese, in termini di opportunità per favorire un’alta formazione tecnico-scientifica e professionale nell’ambito dei beni culturali del nostro Paese. (GP)

Cosa vi ha spinti alla scelta di compilare il corpus delle emissioni con i tipi Atena/tripode in base alla seriazione dei conii? E quali aspettative avete circa i risultati che emergeranno dallo studio in questione?

Monete delle serie Atena/Tripode emesse tra II e I secolo a.C.: a destra le monete rinvenute negli scavi di Velia - (foto L. Vitola, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Salerno e Avellino); a sinistra un esemplare della stessa serie conservato presso il Medagliere del Museo Archeologico di Napoli - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Fiorelli 3012)

Queste serie  sono state emesse in gran numero e gli scavi ne hanno restituite oltre un migliaio. L’esame di taluni contesti di scavo induce a ritenere che esse fossero ancora in uso fino alla prima età augustea, in un’epoca in cui avevano già smesso di coniare quasi tutte le città greche della Magna Grecia. Mancano però dati certi per valutare la data di avvio e la durata della coniazione. Lo studio della sequenza dei conii può fornire, in proposito, importanti indicazioni e, inoltre, può suggerire l’entità della produzione. (RC)

A quali conclusioni può portare, a Suo avviso, l’approccio interdisciplinare? Ovvero quanto la numismatica e le altre discipline possono aiutarsi vicendevolmente per ricostruire la storia del sito di Elea/Velia?

L’approccio interdisciplinare è indispensabile. L’archeologia, le fonti letterarie, la documentazione epigrafica, le monete (attraverso i loro tipi, il peso dei valori coniati, i luoghi di ritrovamento e le aree di circolazione) concorrono a ricostruire la storia socio-economica, gli aspetti cultuali e culturali, l’organizzazione degli spazi urbani. In definitiva solo attraverso l’esame dei dati offerti dalle varie fonti documentarie si è in grado di conoscere il passato di questa importante città della Magna Grecia. Importante, tuttavia, è non giustapporre le evidenze, ma utilizzare ciascuna di esse per quanto realmente sia in grado di offrire. (RC)

 

 

 


A Happy Death Peter Greenaway Saskia Boddeke

A Happy Death: Saskia Boddeke e Peter Greenaway al MAV di Ercolano

Articolo a cura di Rita Roberta Esposito e Sveva Ventre

Immaginate di ritrovarvi verso la fine della vostra vita a contemplare il paesaggio fertile di un Vesuvio incontaminato o, ancora, di pensare alla brezza del mare che solleva gli odori di quella terra riaccendendo i vostri sensi.

Campi coltivati, pini spontanei, il mercato di Pompei e lo sfarzo di Ercolano. Vi sorprendereste, con grande probabilità, a pensarvi felici di poter passare gli ultimi anni della vostra vita nella villa che Marcus Agrippa, che sposò la figlia Julia dell’imperatore Augusto, fece costruire a Boscotrecase (NA) con lo stesso scopo.

Il tema della morte ricorre spesso nelle opere dell'artista Peter Greenaway e questa volta, con una capsula del tempo, ci riporta indietro ai tempi della dinastia giulio-claudia. Insieme alla regista Saskia Boddeke, questi ci accompagnano in un viaggio alle pendici del Vesuvio, poco prima della catastrofe del 79 d.C., con un percorso immersivo verso la “morte felice” alla quale si riferiva Agrippa, da cui il nome dell’installazione «A happy death».

 

Guidati dalla voce di P. Greenaway, i visitatori dominati da stimoli sensoriali e visivi, effettuano questo percorso verso “la fine della vita”, intesa nella visione storica di Plinio il Vecchio. La challenge di investigare la morte come tema artistico tiene insieme diversi elementi, come la sacralità dell’acqua e la fertilità del verde, dettagli importanti nella sequenza della storia e nell’installazione dei due artisti.

Peter Greenaway dice:

«La storia non esiste è solo letteratura, è l'interpretazione dei fatti ciò che conta». Per questo ha combinato la storia di Ercolano con la sede del MAV – Museo Archeologico Virtuale, dove la mediazione del video riesce a coinvolgere tutti.

 

Collocato al centro della green room, la prima stanza che visitiamo, un impluvium pieno di acqua su sfondo rosso richiama il legame di sangue che legava gli avi di Plinio. Al centro della narrazione vi sono i membri scelti della dinastia giulio-claudia, figure in legno basate sui suoi modelli “Parti del corpo”, la base per molte delle sue opere dipinte che l’artista ha voluto sospendere sulla vasca d’acqua.

Questi corpi decadenti e il racconto del tragico destino di molti componenti della dinastia si frappongono tra il visitatore e la seconda sala, la black room, dove due figure giganti, Plutone e Cerere, incorniciano come guardiani la porta d’accesso all’altro mondo, introducendoci verso la prossima vita.

L'intervento site specific dell'artista Peter Greenaway e della registra Saskia Boddeke rappresenta un importante traguardo per il MAV di Ercolano al termine di un anno estremamente produttivo e sarà possibile visitarlo fino al 30 aprile 2020.

A Happy Death Peter Greenaway Saskia BoddekeTutte le foto dell'installazione «A Happy Death» sono opera di Rita Roberta Esposito e Sveva Ventre.