Io non sono Clizia Valeria Traversi

Recensione di "Io non sono Clizia" di Valeria Traversi

Valeria TRAVERSI, Io non sono Clizia, Raffaelli Editore, 2019.

Borges scrive di un leopardo in cattività nella Firenze di fine Duecento, povero animale che cammina incessantemente avanti e indietro nella sua gabbia e vi morirà, inconsapevole di aver vissuto prigioniero solo per donare a un poeta di quella città alcuni dettagli della lonza della selva oscura.

Così l’amore di Irma per Eugenio, i progetti di vita insieme e di felicità terrena che ogni coppia formula per sé, tutto deve venir sacrificato forse perché, nei piani oscuri di una qualche divinità o di un superiore destino, il mondo si arricchisca di altri versi, di sublime, eterna Poesia. A differenza del leopardo, tuttavia, Irma perverrà a questa consapevolezza, tardi, come tutti noi – tutti, almeno, quelli che alla consapevolezza hanno la ventura di poter pervenire.

Ho letto d’un fiato, in un pomeriggio, il romanzo di Valeria Traversi, che sulla base di documenti d’archivio (le lettere di Eugenio Montale) e delle poesie del premio Nobel mette a fuoco con penna ispirata l’animo di Irma Brandeis, la giovane studiosa ebrea americana che visse un’intensa storia d’amore con il poeta ligure, sullo sfondo della Firenze degli anni del fascismo, e che venne da lui cantata col nome di Clizia, la mitica ninfa che, trasformata nel fiore dell’eliotropo, ancora si gira per osservare da lontano l’amato dio Sole.

Foto di Kaj Hagman. - Ritaglio da Vasabladet, foto presa nel 1965.

Una storia dunque autentica che l’autrice ci fa vivere dall’interno, proprio come un romanzo: in un continuo flash-back vediamo Irma, durante la guerra, ricordare le varie tappe del suo rapporto col poeta italiano, che era venuta a conoscere in Italia dopo aver letto Ossi di seppia e che divenne, rapito dai suoi “occhi d’acquamarina”, l’uomo della sua vita. Un uomo debole, fragile, irresoluto, incapace di cogliere l’attimo fuggevole della felicità, riscattato da un poeta di levatura dantesca che farà di Irma la propria Beatrice, donna salvifica pur nell’assenza; assenza tuttavia, proprio per questo, divenuta condizione irrinunciabile perché la Poesia possa nascere. “La poesia è memoria e dolore”, egli le scriverà; ed ella dovrà vivere ancora a lungo per afferrare il senso di queste parole.

Un libro affascinante per chi ama Montale e insieme le profondità dell’animo femminile. Con Prefazione di Marco Sonzogni, e in chiusura una ricca bibliografia di fonti documentarie e interpretazioni critiche.

Io non sono Clizia Valeria Traversi