La Splendente di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia: "La Splendente" di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia – La Splendente di Cesare Sinatti

C’è una regola per parlare di ciò che è già stato detto senza offendere gli dèi: non avere paura della profondità. Se ci ritroviamo a parlare del mito, a riscriverlo, è perché siamo stati chiamati a far emergere dalle sue ombre quello che ci raggiunge nel modo più luminoso, che da esso affiora in noi come una sapienza somatica. Una verità presente occultamente, latente finché non è avverata da qualcuno.

Quale filo sostiene la narrazione del mito in questo romanzo, in che modo è ricucito nella Splendente di Cesare Sinatti (Feltrinelli, 2018) il ciclo troiano? La linea strutturalmente più evidente sembra essere una sorta di idea karmica della sofferenza: come se le forze superiori che governano intorno e sopra di noi non permettano di perpetrare il dolore impunemente, senza pagarne il prezzo a propria volta. La storia di Troia e i suoi prodromi, per come è narrata nella Splendente, sembra dirci che il sacrificio non si esaurisce in sé stesso, non è mai solo un sacrificio: porta con sé, nel peso insostenibile dell’atto, la linea spezzata della vita, che segna come una vena d’opale il mondo e non permette più di abitarlo come prima. Qualcosa di enorme ha invaso la vita conosciuta, qualcosa di sproporzionato rispetto alle aspirazioni dei comandanti che hanno mosso guerra. Ma non era solo il loro orgoglio a suscitare la guerra e la sua lunga coda: tutto era scritto nel destino da tempo immemorabile.

Così Agamennone che vuole portare la guerra di Troia a compimento più di chiunque altro, sarà chi più ne pagherà lo scotto, sebbene di quella guerra sarà poi il vincitore. Subito si manifesta quella forza equilibratrice, cosmica, nella sua vicenda: lo squilibrio che lo porterà a realizzare la sofferenza collettiva della guerra di Troia, ricadrà con tutto il peso su di lui. Uccidere la cerva sacra a Diana, mentre si aggira nel bosco sacro col fratello Menelao, è stata solo la prima avvisaglia di una lunga sventura - l’inizio di una bruciatura, uno strappo, che lo porterà a perdere sua figlia Ifigenia di sua mano e poi a venire assassinato da sua moglie Clitemnestra al ritorno da dieci anni di guerra.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

L’idea di destino come assegnazione si accompagna nel libro al colpo di coda di un prezzo invisibile da pagare anche per la fortuna che non si è richiesta: come se il dono esigesse inevitabilmente un pegno, come obbedendo a un’ineluttabile legge fisica. E il prezzo di cui si parla è tutto tragicamente umano: si identifica in ultima istanza col pathos, il sentire che è un soffrire unitario di tutti i sensi, delle viscere. La vita stessa a un certo punto sembra coincidere col pathos – e, se non la vita tout-court, di certo l’esperienza umana. L’uomo diventa il suo sentire, il suo soffrire. Il dolore è un punto di non ritorno, segna la linea di demarcazione dell’esperienza sulla terra, è a suo modo un rinascere che instaura una nuova relazione tra noi e le cose. Ciò che nel mondo ha vita propria all’infuori di noi, quasi al punto da sembrare non riguardarci - i fatti terribili della storia che sembrano farsi da soli – in realtà ci coinvolge tanto da produrre una reazione emotiva, da sollecitare in noi, cioè, l’esperienza patetica. A un punto tale che non risulta poi più scindibile da noi.

La Splendente è un libro che si fatica a commentare – una fatica che è traccia di un merito, perché testimonia una compattezza eccezionale del racconto in cui non si può inserire una parola di più. E al contempo è una scrittura che attinge alle fonti del mistero inesauribile, trascinando inevitabilmente dietro di sé l’ispirazione che sempre accompagna la bellezza. Ma non è solo il canale che si presta a un flusso, è anche capace di un peso specifico, di mettere punti fermi come croci sui monti del mito. Le tracce della nostra modernità si mescolano arm0nicamente con le storie ancestrali degli eroi classici. Se si trattasse in laboratorio questo libro con una soluzione apposita che lasciasse emergere dal tutto solo le prime, quale sarebbero i tratti peculiari che la nostra storia, per mezzo della voce di Sinatti, ha tracciato sul volto del mito? Cosa comporta il filtro del nostro tempo su di esso? Come lo trasfigura?

La paura del dolore dell’eroe Achille è l’eredità più forte in questo senso, la più originale. Tanto forte da far risultare la nostalgia di un altro eroe centrale, Odisseo, quasi come una sua ramificazione, una gemma della stessa pianta. L’umanità di questi eroi è l’eredità moderna del libro, la sua portata più figlia del nostro presente, che non può più concepire la guerra come diversa dalla sofferenza infernale dopo il Novecento.

L’altro elemento che risulta innestato su una comprensione di tipo moderno è l’immagine della storia nel testo. La guerra di Troia segna per antonomasia l’ingresso nella storia, l’inizio della storia stessa: la percezione di un confine che è stato inequivocabilmente varcato ritorna ossessivamente nel testo, sotto forma del vago terrore dei diversi personaggi per la sventura imminente. Quasi a significare che il processo della storia abbia per sua natura molto a che fare con la paura e l’attrazione per il dolore. La storia, sembra dirci la stella di Achille, è la ferita.

La Splendente di Cesare Fiorini
La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La storia nel libro ha un duplice volto: la storia personale come perdita coatta dell’infanzia e del suo Eden, e quella collettiva e mostruosa che inizia con la fine di Ilio. In questo libro si fa chiaro, nella parabola degli eroi, un sospetto latente di tutti: cioè che il dolore di crescere, di perdere i beni della felicità degli albori, coincida con l’inizio degli orrori storici. Tutti i protagonisti del ciclo troiano coinvolti in questo punto cruciale del tempo, individuale e collettivo, sentono lo stacco dal prima al dopo, uno scatto delle coordinate, un mutamento dei paralleli del globo. Qualcosa di simile devono aver provato le generazioni coinvolte nel primo conflitto mondiale, con addosso la percezione di un’enormità di cui vedevano muoversi l’ombra incombente sulle proprie teste, senza vederne la fine nel tempo. Ma Sinatti sembra suggerirci che l’orrore storico non è iniziato con la modernità, che non c’era un prima intonso né per i soldati del primo Novecento né per chi ha combattuto sotto le mura di Ilio. Dalla follia di Tantalo, dal sangue corrotto e da quello versato, dal destino scritto nella notte dei tempi, da sempre, è preparata per noi la sofferenza: la potenza del nostro occhio non copre una distanza abbastanza colossale da disperdere le tracce del dolore sul cammino che abbiamo alle spalle.

Questa considerazione ci porta ancora due passi più lontano. Da una parte notiamo che, se l’origine di tutto si può imputare alla follia di Tantalo, allora significa che la violenza privata si irradia concentricamente, come da un sasso che abbia bucato l’acqua – per riprendere un’immagine dell’autore – fino a produrre onde ciclopiche. Dall’altra parte, però, ci rendiamo conto anche che è capzioso ricercare l’origine della sofferenza storica in un fatto, in un atto preciso, perché da sempre ci è appartenuta, già giaceva nella mente degli dèi, come se da sempre stesse “accadendo in qualche istante del futuro”[1].

Il tempo era cominciato così, con un mela gettata tra loro con disprezzo, come il seme di un futuro doloroso. I cerchi degli eventi s’increspavano intorno a questo gesto semplice, sollevando onde imprevedibili, decidendo i destini degli uomini al di là e al di qua del mare.[2]

Un senso di ineluttabile, “una tristezza volta a ciò non può essere evitato”[3] coglie Peleo al banchetto delle sue nozze con Teti, dopo che il futuro è stato maledetto dal pomo della discordia che contiene nel suo nocciolo, come una maledizione, il futuro di Troia. Ma è come se il braccio che ha lasciato cadere quella mela nel mezzo di quei destini, n0n fosse altro che la mano stessa del fato, una necessità solo travestita da accidente.

Questo libro non può essere evitato, perché contiene una questione improcrastinabile. La questione del male, che è una cosa sola con la storia. La storia che ci perseguita come un debito, una profezia di sventura, una bufera – per usare un termine di Montale – che minaccia di distruggerci la casa mentre dormiamo. La grazia di questa scrittura fa sì che il libro si legga tutto di un fiato, ma è il riconoscimento della ferita del tempo continuamente toccata in queste pagine che ci porta a ritornare di nuovo sui punti caldi di quel dolore comune.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La vediamo ripetersi come una maledizione della stirpe umana, questa attrazione per la violenza, per la ferita, che emerge naturalmente nei bambini. Il bisogno di ferire che è un impulso di conoscenza, come in Achille che è tanto richiamato dalla ferita quanto più è incapace, per la sua natura semidivina, di provarne il dolore su di sé. Il gesto di chi non conosce il dolore non può esser che un gesto giovane, come pure è quello di Teseo all’atto di rapire Elena bambina come fosse “l’ennesimo gioco” di ragazzi[4].

Nella stella di Achille abita una possibile luce su questo enigma del dolore. “Il destino era quella malattia”, gli dice Teti all’indomani della guerra: quella che Achille presentiva come un logorio lento dentro il suo corpo, non era altro che il destino della morte che, dagli oracoli, si avvicinava sempre più al suo presente. Tutto questo sembra suggerire che il destino è il dolore, e che non c’è un Eden da cui questo resti fuori. Il destino è stato creato insieme alla storia, e la loro separazione non è che un’illusione.

Sua madre gli aveva detto che solo se non sarebbe mai partito non sarebbe morto. Ma Achille sapeva che le profezie […] non giungono per caso alla bocca degli oracoli.[5]

Perché siamo nati se dobbiamo soffrire? La domanda è mal formulata, e Achille se ne accorge, ce lo dimostra. Il punto di rottura è il dialogo con Patroclo all’indomani della partenza:

Il destino della nostra generazione è ingrato, ma si deve combattere lo stesso. Fuggire di fronte ai tumulti di quest’epoca significa rinunciare a vivere.[6]

Un’esortazione che non può essere un inno di entusiastica esaltazione alla guerra, ma consapevolezza che storia e destino non sono alternativi, sono uno. La vita che si intestardirà su questa domanda rovinerà, dispererà. Ancora una volta, la divisione tra vita e dolore è solo un’illusione. La sofferenza non è una scelta, come non lo è il destino – il destino che passa anche dalle porta più strette, sbaragliando il calcolo delle probabilità. Così accade quando Odisseo sta per uccidere Palamede con l’ingann0, e questo annienta il suo gioco di astuzie con la più netta delle verità:

Vuoi sedurmi aumentando le mie possibilità di vincere. Come se credessi che io non sappia che il caso è ovunque. Avere più alte possibilità di vittoria non esclude mai che si possa perdere.[7]

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La bellezza della vita non è separabile dal suo dolore, non è ipotizzabile senza, perché sono una cosa sola, come due organi vitali dello stesso animale. Così è un inganno della mente poter pensare di lasciare prima del tempo le mura di Ilio, anche dopo nove anni di battaglie senza compimento, poter decidere quello che è già deciso. Odisseo, sebbene sia quello “che desiderava più di ogni altro tornare alla sua isola”[8], ha ben chiaro quanto sia inutile ribellarsi al fato:

Pensavano che sarebbe bastato salpare senza accorgersi che le catene delle profezie li avrebbero trattenuti nei veli in cui il fato aveva occultato la città di Ilio, che solo scavalcando un momento nel tempo, non un punto nello spazio, avrebbero potuto fare ritorno.[9]

Un’affermazione che può valere anche rovesciata: Ilio aveva occultato il fato con i suoi veli, dando la propria forma al destino degli uomini che attraverso di lei si sarebbe compiuto.

La sofferenza non si può evitare, nel tempo o nello spazio, perché permea tutte le nostre coordinate e categorie. Una presa di coscienza che nel romanzo non assume mai il tono del lamento, del compianto della propria sorte, ma piuttosto quello dell’agnizione lirica, che fa echeggiare nella memoria i versi del coro dell’Antigone di Sofocle quando, nel secondo stasimo, canta la sventura dei mortali:

"E nel tempo prossimo e nel futuro,/ come nel passato, avrà forza/ questa legge: nessun eccesso/ viene senza sventura alla vita dei mortali".[10]

Non c’è grandezza che non comporti sventura – come per Achille messo davanti alla scelta tra una lunga vita al prezzo dell’oblio e una gloria inesauribile al prezzo della morte. Come per Agamennone, la cui vittoria in guerra si accompagna alla perdita di ogni gioia della vita personale. Ma forse non sarà tendenzioso leggere in questo canto della rovina anche una verità in doppiofondo: e cioè che la sofferenza è la traccia di un’elezione, l’unico fasto capace di generare, per vie squisitamente umane, grandezza divina nell’uomo.

La Splendente Cesare Sinatti
La copertina del romanzo La Splendente di Cesare Sinatti, pubblicato da Giangiacomo Feltrinelli (2018)

[1] Cesare Sinatti, La Splendente, Milano, Feltrinelli, 2018, p. 31.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 38.

[5] Ivi, p. 101.

[6] Ivi, p. 117.

[7] Ivi, p. 202.

[8] Ivi, p. 176.

[9] Ibidem.

[10] Sofocle, Edipo re. Edipo a Colono. Antigone, Milano, Mondadori, 2016.

 

 

Tutte le foto sono di Sofia Fiorini, copertina eccettuata.


Stephen Fry, il centesimo Lego Classicist

Stephen Fry, il centesimo Lego Classicist

Ancora un grande annuncio per i classicisti appassionati di LEGO. Il noto artista, Liam D. Jensen, alias The Lego Classicist, archivista storico australiano, ci informa dell’uscita del numero 100 della sua preziosa e ricca collezione di classicisti. Questa volta, l’ambito riconoscimento andrà ad una star mondiale: il britannico Stephen Fry.

Lo abbiamo visto recitare a teatro, in serie televisive di successo, in film che hanno fatto la storia del cinema, è stato regista, autore televisivo, sceneggiatore, giornalista, attivista e scrittore.

Stephen Fry ha concentrato una parte importante della sua attività letteraria proprio sul tema del mito: abbiamo avuto l'onore di intervistarlo per ClassiCult in questa occasione.

Stephen Fry LEGO Classicist
Stephen Fry, il LEGO Classicist centenario

Lei ha scritto diversi libri sul mito. Come mai questa materia e cosa la ispira?

La mitologia, ma in particolare il mito greco, mi ha preso sin da subito. Quando ero giovane - come la maggior parte dei bambini - mi piacevano le fiabe, ma percepii immediatamente che i miti erano in qualche modo differenti, potevano provenire da luoghi differenti, potevano esser "presi per veri" in un certo modo che era più forte della fantasia. Penso che siano state le personalità del mito greco ad avermi ammaliato così. Senza essere conscio in alcun modo di ciò che il mito è - da dove viene, chi concepì le storie - mi fu chiaro che avessero una verità e anche una profondità che era imperitura e in qualche modo più importante che, ad esempio, Biancaneve o Raperonzolo da una parte, o l'Hobbit e Narnia dall'altra. Non ho obiezioni sui mondi fantastici creati dagli autori, ma non mi sono mai arrivati allo stesso modo con cui le storie del mito possono e ancora riescono a giungermi.

Cosa significa fare divulgazione per Stephen Fry?

Oddio! Non ne sono sicuro. Suppongo che nei momenti di massimo ottimismo e fiducia nelle mie capacità potrei sperare che combinando sufficiente abilità di animare e divertire con sufficiente una autorità e conoscenza - una tale combinazione permette al pubblico di godere di ciò che scrivo e al contempo pure di sentirsi in qualche modo arricchito, nella fiducia di attingere (forse per la prima volta, o almeno dopo molto tempo) dalle stesse acque narrative dalle quali avevano attinto tante generazioni dei nostri antenati. Traggo un simile piacere quando le persone mi dicono che si sono sentite finalmente in grado di unire i puntini tra — ad esempio —  Apollo ed Ermete o i Titani e gli Olimpi, o che sentono ora familiari personaggi i cui nomi avevano sempre sentito lontani od ostili, come Clitennestra o Antigone. Quello che un tempo aveva un suono "accademico" era adesso almeno conosciuto. Ma soprattutto, spero di aver spazzato via l'odore di polvere di gesso e di antiquata aula scolastica...

I suoi studi in letteratura inglese come hanno influito sulle sue scelte e attività lavorative?

È impossibile da spiegare: sospetto che le tracce di un amore per la lettura lungo una vita avrebbero lasciato il segno in tutta una serie di modi che non sarei necessariamente in grado di conoscere o definire. Credo che un senso di ironia (col quale intendo qualcosa di più di un'ironia beffarda, del sarcasmo o del senso di un'ironia cosmica) sia cruciale per un pieno sviluppo sociale dell'individuo. Una mente ironica è quella che comprende come adottare un altro punto di vista, come sostituire (quasi una sorta di algebra sociale) differenti forme di pensiero, come porre i pattern da una forma di percorso all'altro (mi rendo conto che non suona particolarmente chiaro, ma spero si intenda cosa voglio dire). Il contrario di una mente ironica è una mente letteralista, una presenza pericolosa e fin troppo comune nel nostro mondo, coll'emergere di sempre più grandi proporzioni della società come nuove generazioni, tristemente non sembra fornito dell'abilità di pensare ironicamente (una tale abilità presuppone il dono di pensare logicamente e in maniera immaginifica, perché non si può essere ironici senza un rigido senso della logica abbinato all'abilità di penetrare la conoscenza e l'esperienza degli altri). Il mio amico Matt D'Ancona ha posto la questione molto bene quando ha scritto di un altro amico, il compianto Christopher Hitchens: “La sfida di un'intelligenza libera è sempre stata quella tra una mente ironica e una letterale [...] contrariamente alle ideologie rigide e al fondamentalismo, l'ironia – dire qualcosa intendendone un'altra – ci aiuta a riconoscere la complessità, il paradosso, le sfumature e l'assurdità.” E niente, suggerirei, permette questa facilità quanto l'esposizione alla letteratura e al dramma.

Stephen Fry LEGO Classicist
Stephen Fry, il LEGO Classicist centenario

Nel suo libro Eroi, lei racconta la mitologia classica tra vizi e virtù degli dei. Si è fatto un'idea di come si viveva in un immaginario Olimpo?

Be', mi spiace rovinare tutto, ma un Olimpo popolato da dèi litigiosi e insofferenti è finzione. Quando si sale sul Monte Olimpo in Grecia non si trova nient'altro che uno spazio vuoto, roccioso, molto freddo, umido, nuvoloso. Nessun dio. L'idea che ci siano mai stati dèi lì è... be', se non frutto dell'immaginazione, mito. Possiamo pensare cosa intendiamo per mezzo della differenza. Una finzione è prodotta da una mente individuale, occasionalmente da un gruppo di menti che collaborano. Un mito è prodotto da un'intera società. I miti possono essere chiamati, come disse Joseph Campbell, “sogni pubblici” o, se preferite le parole di Carl Jung, sono espressione di un “inconscio collettivo”. L'inconscio collettivo dei Greci, a mio parere, è così attraente perché comprende che se il mondo è grandioso, maestoso, bello (come chiaramente è) allora gli dèi devono essere tutte queste cose... MA, i Greci sapevano che se il mondo è brutale, crudele, capriccioso, ingiusto, brutto e selvaggio allora gli dèi devono anche essere tutte queste cose. Di conseguenza, per la prima volta nella narrazione umana, il pantheon greco viene presentato come un insieme di personalità che sono diverse cose al contempo: meschine ma belle, crudeli ma giuste, nobili ma capricciose, ecc. In altre parole, differentemente da altri cicli mitici, quello greco è riempito di ambiguità, contraddizioni e molteplicità di carattere che ritroviamo nelle nostre vite reali. La complessità, il paradosso, le sfumature e l'assurdità precedentemente menzionate. Costituiscono il primo ciclo mitico della nostra storia umana ad aver modellato e rimodellato poeti e drammaturghi nell'essere una perfetta miscela di religioso, letterario, drammatico, visionario, comico e simbolico. Costituiscono, credo si possa conseguentemente dire, un'opera d'arte.

Stephen Fry
Liam D. Jensen e Alessandra Randazzo parlano del LEGO Classicist centenario

Stephen Fry 100esimo Lego Classicist, conosceva già il progetto?

Ne avevo sentito parlare, ma mai mi sarei immaginato di diventare il Centenario Lego.

 

Per tutte le foto si ringrazia Liam D. Jensen, The Lego Classicist.


Teofrasto di Ereso botanica

Teofrasto di Ereso, il padre della botanica

Teofrasto di Ereso, il padre della botanica

Nel mondo antico l’interesse per il mondo naturale risale ai filosofi presocratici, che si interrogarono sul cosmo e sugli elementi che lo costituiscono, senza però proporre una loro classificazione. Lo studio delle piante, degli animali e delle pietre era allora parte della σοφία, un insieme di conoscenze che spaziavano dalla scienza alla filosofia e che solo pochi possedevano. Per quanto riguarda le piante, secondo Otto Kern sarebbero esistiti alcuni carmi fatti passare sotto il nome di Orfeo, giunti solo attraverso dei frammenti e riuniti inizialmente da Christian August Lobeck, poi da Eugen Abel.[1] Nonostante questi testi siano citati da autori antichi quali Galeno, Alessandro di Tralle, Plinio il Vecchio e Apuleio[2], il primo tentativo di organizzare le conoscenze sul mondo vegetale si ha con Teofrasto, passato alla storia come “padre della botanica”.

Nato ad Ereso (Lesbo) verso il 370 a.C., Teofrasto era forse figlio di un tintore e si dice che il suo vero nome fosse Tύρταμος, poi cambiato da Aristotele in Θεόφραστος. A Ereso ebbe modo di studiare presso un certo Leucippo, e quando successivamente si trasferì ad Atene fu allievo prima di Platone e poi di Aristotele. Proprio con quest’ultimo si instaurò un reciproco rapporto di stima e fiducia, così forte che dopo la morte del maestro di color che sanno Teofrasto guidò il Peripato fino al 287, anno della morte, dando alla scuola aristotelica una maggiore impostazione scientifica.[3]

Teofrasto di Ereso botanica
Teofrasto di Ereso, orto botanico di Palermo. Foto di  tato grasso modificata da Singinglemon, CC BY-SA 2.5

L’opera per cui questo autore è maggiormente conosciuto sono certamente i Caratteri, nei quali si descrivono vari modelli morali secondo uno schema ben preciso, ma il merito più grande di Teofrasto è forse il fatto che a lui si devono i più antichi trattati botanici greci. Tra questi, il più significativo è sicuramente l’Historia plantarum o Περὶ φυτῶν ἱστορία, che nei suoi nove libri (sui dieci originari) si propone di indagare in modo scientifico il mondo vegetale, come tra l’altro emerge dal termine historia o ἱστορία nel titolo.[4]

Questo scritto si apre con una riflessione metodologica in cui Teofrasto spiega che, per conoscere le differenze tra le varie specie di piante, occorre considerare le loro parti, le loro qualità, il loro modo di riprodursi e di vivere. Si suggeriscono quindi alcune classificazioni, mostrando come alcune parti della pianta siano perenni quali la radice, il tronco o i rami, mentre altre si generano attraverso la riproduzione, come le foglie, i frutti e i fiori; si distinguono poi le piante in base alla loro morfologia (alberi, arbusti, arbusti nani ed erbe), al modo in cui crescono (specie domestiche e selvatiche) e al luogo in cui si sviluppano (specie terrestri e acquatiche). In tutto questo si nota come sia difficile realizzare una classificazione precisa, dal momento che anche l’altezza, la grandezza o la durata della vita sono dei criteri da non trascurare, pertanto si può solo fare una distinzione generale:

Διὰ δὴ ταῦτα ὥσπερ λέγομεν οὐκ ἀκριβολογητέον τῷ ὅρῳ ἀλλὰ τῷ τύπῳ ληπτέον τοὺς ἀφορισμούς· ἐπεὶ καὶ τὰς διαιρέσεις ὁμοίως, οἷον ἡμέρων ἀγρίων, καρποφόρων ἀκάρπων, ἀνθοφόρων ἀνανθῶν, ἀειφύλλων φυλλοβόλων.

“Per questo motivo, per così dire, non è possibile elaborare delle classificazioni precise, ma generali. Si possono dunque fare delle distinzioni come quelle tra piante selvatiche e coltivate, con frutto e senza frutto, con fiori e senza fiori, sempreverdi e decidue”.[5]

L’introduzione metodologica costituisce un punto di riferimento per i primi otto libri, nei quali si passano in rassegna le caratteristiche delle diverse specie, mentre nel IX si riportano anche i loro utilizzi medici richiamando all’attività di ῥιζοτόμοι e φαρμακοπῶλαι[6]; secondo Max Wellmann tuttavia la fonte principale dell’opera, oltre all’osservazione diretta dell’autore, risulterebbe Diocle di Caristo, medico del IV secolo a.C. che ha offerto numerosi contributi alla medicina pratica e che è stato un modello per altri trattati successivi.[7]

Teofrasto di Ereso botanica
Dell'Historia delle piante, di Theophrasto libri tre, tradutti nouamente in lingua italiana da Michel Angelo Biondo medico. Foto biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC, in pubblico dominio

Un'altra opera botanica di Teofrasto è il De causis plantarum[8], composto da sei libri e riguardante la riproduzione delle piante e la loro fisiologia, riprendendo le specie già menzionate nell’Historia plantarum e procedendo per classificazioni:

Τῶν φυτῶν αἱ γενέσεις ὅτι μέν εἰσι πλείους καὶ πόσαι καὶ τίνες ἐν ταῖς ἱστορίαις εἴρηται πρότερον. ἐπεὶ δὲ οὐ πᾶσαι πᾶσιν, οἰκείως ἔχει διελεῖν τίνες ἑκάστοις καὶ διὰ ποίας αἰτίας, ἀρχαῖς χρωμένους ταῖς κατὰ τὰς ἰδίας οὐσίας· εὐθὺ γὰρ χρὴ συμφωνεῖσθαι τοὺς λόγους τοῖς εὑρημένοις.

“La riproduzione delle piante, ovvero il fatto che vi sono molte specie, e quante e quali siano queste, è stata trattata precedentemente nell’Historia. Poiché non appartengono tutte a tutte le specie, è utile distinguere quelle che appartengono a ciascuna specie e per quali motivi, servendosi dei principi riguardo alla loro essenza; infatti è necessario che l’argomento si accordi direttamente con le parole che vengono dette”.[9]

Si illustra poi la generazione delle piante a partire da semi, rami o frutti, nonché i fenomeni meteorologici che influenzano la loro crescita e le operazioni culturali, comprendenti anche l’osservazione dello stato della pianta. Un altro aspetto significativo del De causis plantarum è quello dei sapori e degli odori, ai quali è dedicato il VI libro. Rifacendosi agli insegnamenti di Aristotele, Teofrasto distingue i sapori in otto classi, a loro volta suddivise in otto categorie a seconda degli effetti provocati sugli organi di senso. Gli odori sono invece legati sia ad esseri inanimati che a piante e animali; in merito alle piante – ma questo vale anche per i sapori – si evidenzia come essi si concentrino a volte nelle radici, altre volte nei rami, nelle foglie oppure nei fiori, mostrando poi come dalla loro estrazione possano essere ricavate fragranze.[10]

Questa tematica è approfondita da Teofrasto anche in un altro trattato, il De odoribus[11], che si apre con una prima distinzione tra odori dolci e aspri, poi anche piccanti, forti, deboli, dolci e pesanti, e in generale potremmo dire tra buoni e cattivi odori.[12] Una successiva classificazione è quella tra gli odori presenti in natura e quelli creati attraverso una τέχνη, un’arte, in questo caso quella della profumeria. Si mostrano a riguardo le varie combinazioni tra sostanze umide e secche che generano vini aromatici, polveri fragranti e profumi, descrivendo tra l’altro i metodi per estrarre le essenze attraverso la bollitura oppure la macerazione a freddo. Per i profumi, in particolare, si riportano le fasi della preparazione e i diversi utilizzi. Tra i più conosciuti vi è sicuramente quello di rosa, ῥόδινον[13], che nonostante sia molto leggero è capace di eliminare qualsiasi altro odore:

Πρὸς δὲ τὰς δυνάμεις σκοπουμένοις δόξειεν ἂν ἄτοπον εἶναι τὸ συμβαῖνον ἐπὶ τοῦ ῥοδίνου· κουφότατον γὰρ ὂν καὶ ἀσθενέστατον ἀφανίζει τὰς τῶν ἄλλων ὀσμὰς ὅταν προμυρισθῶσι.

“Riguardo alle virtù dei profumi esaminati, potrebbe sembrare strano quello che succede all’unguento di rosa: pur essendo infatti il più leggero e il più debole elimina gli odori degli altri profumi qualora qualcuno ne sia stato cosparso”.[14]

L’affinità del De odoribus con il De causis plantarum ha dato origine a numerosi dibattiti sulla collocazione di questo scritto all’interno del corpus di Teofrasto: a metà del XX secolo Otto Regenbogen lo ha incluso nel De causis plantarum, mentre in seguito George R. Thompson lo ha identificato con un ipotetico VIII libro che non è stato tramandato e che doveva seguire un libro su oli e vini.[15]

Da questo panorama sulle opere di Teofrasto possiamo riconoscere dunque un certo intento classificatorio, con la volontà di sistematizzare un sapere fino ad allora non organizzato. Eccetto che per gli impieghi medici descritti nel IX libro dell’Historia plantarum e nel De odoribus, ci si rivolge infatti allo studio della natura delle piante cercando di dar vita ad un’enciclopedia del mondo vegetale che fosse quanto più scientifica possibile.[16] Questo spiega la nomea di “padre della botanica”, alla quale si aggiunge anche il merito di aver reso accessibile a chiunque un sapere che prima era circoscritto. Teofrasto, in questo senso, è sia un punto di partenza che di arrivo: di partenza, perché ha permesso a tutti di apprendere e possedere la σοφία del mondo naturale; di arrivo, perché la fortuna della sua opera ha lasciato tracce nella letteratura scientifica antica e anche successiva. E, forse, questo dimostra che la sua impresa ha raggiunto pienamente l’obiettivo che si prefiggeva.

 

Bibliografia

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Scarborough 2006 = J. Scarborough, Drugs and Drug Lore in the Time of Theophrastus: Folklore, Magic, Botany, Philosophy and the Rootcutters, in Acta classica, vol. XLIX, 2006, pp. 1-29.

Squillace 2010 = G. Squillace (a cura di), Il profumo nel mondo antico. Con la prima traduzione italiana del «Sugli odori» di Teofrasto, Firenze 2010.

Squillace 2012 = G. Squillace, I profumi nel De odoribus di Teofrasto, in A. Carannante, M. D’Acunto (a cura di), I profumi nelle società antiche, Paestum 2012, pp. 247-263.

Squillace 2014 = G. Squillace, I giardini di Saffo. Profumi e aromi nella Grecia antica, Roma 2014.

Totelin 2008 = L.M.V. Totelin, Parfums et huiles parfumées en médecine, in A. Verbanck-Pierard, N. Massar (a cura di), Parfums de l'antiquité: La rose et l'encens en Méditerranée, Paris 2008, pp. 227-232.

Verzura 2011 = E. Verzura (a cura di), Orfici. Testimonianze e frammenti nell’edizione di Otto Kern, Milano 2011.

Wehrli-Wöhrle-Zhmud 2004 = F. Wehrli, G. Wöhrle, L. Zhmud, Theophrast (n. 17), in H. Flashar (a cura di), Die Philosophie der Antike, Band 3, Ältere Akademie, Aristoteles, Peripatos, vol. II, 2004, pp. 506-557.

Wellmann 1898 = M. Wellmann, Das Älteste Kräuterbuch der Griechen, in Festgabe für Franz Susemihl, Leipzig 1898, pp. 22-31.

 

[1] Per approfondimenti si tenga presente l’edizione dei frammenti orfici curata da Otto Kern, tradotta in italiano da E. Verzura: E. Verzura (a cura di), Orfici. Testimonianze e frammenti nell’edizione di Otto Kern, Milano 2011; si vedano in particolare le pp. 684-693.

[2] Cfr. Galeno, vol. XIV p. 114 Kühn; Alessandro di Tralle, vol. I, p. 565 Puschmann; Plinio, HN, XXV, 5; XXX, 2; Apuleio, Apologia, 30.

[3] Cfr. R. Sharples, s.v. Theophrastus, in The Oxford Classical Dictionary, vol. II, Oxford 20124, p. 1461.

[4] L’Historia plantarum è tramandata da dieci manoscritti, tra i quali si ricordano il Vaticanus Urbinas Gr. 61 (U), il Plut. 85.22 (M), il Parisinus Gr. 2069 (P), il Monacensis Gr. 635 (Mon.). Nel 1483 fu realizzata una traduzione latina da Teodoro Gaza, mentre l’editio princeps fu pubblicata nel 1497 da Aldo Manuzio. Per un’edizione valida, anche se non recente, cfr. S. Amigues (a cura di), Théophraste, Recherches sur les plantes, 2 voll., Paris 1988-2006.

[5] Teofrasto, HP, I, 3, 5.

[6] I ῥιζοτόμοι, “tagliatori di radici”, si occupavano della lavorazione di piante ed erbe che in seguito venivano vendute come prodotti finiti dai φαρμακοπῶλαι. Per il rapporto di Teofrasto con queste figure, cfr. Teofrasto, HP, IX, 8. In generale si tengano presenti anche Scarborough 2006, pp. 12-15; Fausti 2015, pp. 33-38.

[7] Wellmann 1898, pp. 22-31. In generale sulle fonti di Teofrasto, cfr. Scarborough 1978, pp. 355-356.

[8] L’opera è stata tramandata da vari manoscritti, i principali sono il Vaticanus Urbinas Gr. 61, il Plut. 85.22 e il Parisinus Gr. 2069 che dopo il testo dell’Historia plantarum riportano quello del De causis plantarum; anche la prima traduzione latina di Teodoro Gaza e l’editio princeps aldina comprendono entrambi gli scritti di Teofrasto. Per un’edizione recente, cfr. S. Amigues (a cura di), Théophraste, Les Causes des phénomènes végétaux, 2 voll., Paris 2012-2017.

[9] Teofrasto, CP, I, 1.

[10] Squillace 2014, pp. 73-74.

[11] Per il De odoribus cfr. G. Squillace (a cura di), Il profumo nel mondo antico. Con la prima traduzione italiana del «Sugli odori» di Teofrasto, Firenze 2010. Per quanto riguarda l’interesse nei confronti dei profumi, vi sono alcuni autori ellenistici delle cui opere sono stati tramandati solo i titoli e, nei casi più fortunati, alcuni frammenti: Apollonio Mys, medico egiziano del I secolo a.C., avrebbe scritto il Περὶ μύρων, dedicato ai diversi impieghi terapeutici e cosmetici delle sostanze aromatiche; ad un certo Apollodoro sarebbe invece attribuito un trattato sui profumi e sulle corone. Cfr. Totelin 2008, pp. 228-229.

[12] I cattivi odori secondo Teofrasto deriverebbero dalla putrefazione di esseri inanimati, animali e piante; cfr. Teofrasto, De odoribus, 1. La distinzione tra buoni e cattivi odori non era però sentita solo nel mondo greco, come emerge dall’opera araba al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya, “L’agricoltura nabatea”, composta da Ibn Waḥšiyya tra il 291 e il 904 d.C.: in questo scritto, per quanto concerne le piante, si spiega come il buon odore provenga dal calore e dalla siccità, mentre quello cattivo dal freddo e dall’umidità. Cfr. Ibn Waḥšiyya, al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya, I, p. 683; Coulon 2016, p. 187.

[13] Questo unguento è ricordato anche come rimedio per le orecchie a causa della presenza del sale nella sua preparazione; cfr. Teofrasto, De odoribus, 35.

[14] De odoribus, 45.

[15] Questa tesi è stata riproposta recentemente da Fritz Wehrli, Georg Wöhrle, Leonid Zhmud in Theophrast (n. 17), in H. Flashar (a cura di), Die Philosophie der Antike, Band 3, Ältere Akademie, Aristoteles, Peripatos, vol. II, 2004, pp. 506-557.

[16] Nel metodo adoperato da Teofrasto si può scorgere il modello di Aristotele, che doveva aver elaborato anche dei trattati di botanica di cui purtroppo rimane solo un opuscolo pseudo-aristotelico sulle piante: la versione che ci è stata tramandata è però una traduzione greca compiuta a partire da un testo latino, basato su una traduzione araba che a sua volta si rifà a una versione siriaca. A riguardo si veda l’edizione curata da M.F. Ferrini: M.F. Ferrini, [Aristotele], Le piante, Milano 2012.


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Ammaliati dalle Sirene: le parole alate dei Greci

Ammaliati dalle Sirene: le parole alate dei Greci

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Il volume di Laura Pepe, La voce delle sirene. I Greci e l'arte della persuasione. Foto di Bianca Sorrentino

In un tempo che celebra quotidianamente il fascino della narrazione e che intorno allo storytelling imbastisce patinati cerimoniali, stupisce la leggerezza con cui vengono spesso compiuti gravi errori di comunicazione, dovuti nella maggior parte dei casi a un uso sciatto del linguaggio. L’elogio della parola – magnificata nella teoria, ma nella pratica adoperata con approssimazione – sembra dunque essere un’occasione sprecata. Ben vengano allora saggi come il recente volume laterziano di Laura Pepe, che con grazia, passione e acutezza mette a fuoco il potere che ha il linguaggio di plasmare la realtà, quando i discorsi vengono pronunciati con consapevolezza. La voce delle Sirene. I Greci e l’arte della persuasione – questo il titolo del libro – incoraggia in effetti un viaggio di scoperta, fino alle radici della forza magica e ambigua delle parole.

Il libro si apre sotto l’egida di Peithó, la divinità che faceva parte del corteggio di Afrodite e che incarnava persuasione e seduzione prima che questi divenissero concetti astratti, e prosegue con le immortali incantatrici dei poemi omerici, le donne di Odisseo: Calipso e Circe, innanzitutto, figure della malia che abita il femminile quando con il canto affascina, fino a condurre all’oblio. Alla stessa specie appartengono anche le Sirene, creature alate come le parole che pronunciano, capaci di far breccia nel cuore di chi le ascolta; ammaliatrici e suadenti, esse nascondono abilmente la loro natura terribile, in una continua e misteriosa altalena tra apparenza e realtà, porgendo al re di Itaca una promessa di conoscenza che si traduce ben presto in minaccia di dimenticanza. Soltanto facendo ricorso ai saggi consigli della maga Circe, la cui astuzia non è di certo inferiore alla sua, Ulisse saprà sfuggire all’incantesimo fatale delle Sirene.

Dopo un inizio consacrato dal fascino del mito, la ricerca di Laura Pepe, il cui merito è, tra gli altri, quello di tracciare con pacificante linearità il contesto storico-culturale dei quadri che generosamente offre al lettore, si sostanzia attraverso un discorso sulla politica (e attraverso i discorsi della politica) nell’Atene del V secolo a.C. Qui, nell’agorá – la piazza, il luogo simbolo della democrazia –, la peithó perde parte della sua aura divina per divenire la qualità civile necessaria a chiunque voglia parlare in pubblico persuadendo il suo uditorio. Ecco che allora si fanno strada concetti come parrhesía (la libertà di parola) e isegoría (la facoltà di cui godono tutti i cittadini di parlare in assemblea nell’interesse comune), principi di uguaglianza avvolti a ben vedere da un alone di ambiguità, se è vero che nella pratica quotidiana riescono a esercitare effettivamente il diritto di parola solo coloro che sanno governare quello strumento e non se ne lasciano dominare. Da Pericle a Cleone, da Nicia ad Alcibiade, i protagonisti della scena ateniese compongono così una galleria imperdibile di nomi e aneddoti celebri o poco noti, per fornire modelli positivi di discorsi suadenti o, al contrario, esempi violenti di abili manipolatori della storia.

In effetti risulta labile il confine tra ciò che appare vero e ciò che lo è. La verità è davvero una e inconfutabile, come credeva il poeta Esiodo che l’aveva ricevuta in dono dalle Muse, le quali ne erano sacre custodi? Non avevano invece ragione i sofisti, maestri di persuasione, i quali con i loro arditi virtuosismi tentarono di dimostrare che le verità sono molte, tante quante le loro possibili forme? Forse, più che il vero assoluto, conta allora la percezione che ognuno di noi ha del reale, che resta tragicamente inconoscibile. Da queste premesse è facile dedurre che enorme fu il caos suscitato nella comunità ateniese da questi sedicenti professionisti del sapere che, con piglio demolitore, testimoniavano quanto un discorso abilmente strutturato, e per certi versi ingannevole, fosse in grado di persuadere in una direzione o in quella contraria. Le tesi rivoluzionarie dei sofisti rischiavano di rendere ingovernabile la città, di generare un pericoloso disorientamento nella gestione dello stato, e per questo provocarono sempre il fermo biasimo di chi invece cercava ordine, verità e certezze.

La parola è un bene comune: il percorso delineato da Laura Pepe comincia e termina nel segno di Omero, traghettando il sapore arcaico del mito nel labirinto dei nostri giorni, nella furia delle parole urlate, nell’esigenza stringente di trascinare le masse, nella deriva della comunicazione che si nutre colpevolmente di fake news. Con rara limpidezza immaginifica, l’autrice mette a punto un’opera divulgativa accessibile e arguta, senza mai cedere alla banalità, e con il suo discorso convincente ci esorta a metterci in ascolto della voce delle Sirene, non per lasciarcene passivamente ammaliare, ma per cogliere gli ingredienti di quell’incantesimo antichissimo e non permettere che esso si disperda.

Sirene Greci Laura Pepe
La copertina del volume di Laura Pepe, La voce delle sirene. I Greci e l'arte della persuasione, pubblicato da Editori Laterza, Bari (2020) nella collana i Robinson / Letture

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La tradizione della letteratura greca: i resti di un naufragio

Semel emissum, volat irrevocabile verbum

                                                                (Hor., Ep. I 18, 71)

Le opere greche e latine a noi pervenute e le condizioni in cui sono state ritrovate sono il risultato di processi storici durati millenni e determinati dai più svariati fattori politici e culturali. Fino alla tarda antichità, il principale supporto scrittorio adoperato fu il papiro. Si tratta di una pianta palustre (Cyperus papyrus L.) che cresceva principalmente in Egitto, soprattutto nel Delta e nella regione del Fayum. Oggi la pianta, praticamente estinta nelle suddette zone, cresce lungo il corso superiore del Nilo, in Etiopia e Uganda. Il papiro è presente anche nel Siracusano, nell’area della fonte Aretusa e lungo il corso del fiume Ciane. Non è chiaro se, limitatamente alla Sicilia, si tratti di una pianta autoctona o se sia stata introdotta nel Medioevo dagli Arabi. Ad ogni modo, il papiro, come materiale di scrittura, è attestato in Egitto fin dal III millennio.

Plinio il Vecchio descrive la sua procedura di lavorazione in pagine di insindacabile interesse (Nat. hist. 13.22 ss.). Il midollo della pianta, ricco di amido, veniva affettato in philyrae (strisce), che venivano poi sovrapposte l’una sull’altra, su una tavola bagnata d’acqua, in due strati perpendicolari (recto e verso), poi pressati e lasciati seccare al sole. Si otteneva un foglio resistente e flessibile detto kòllema. I kollémata, attraverso una colla composta da farina, acqua e aceto, venivano incollati uno di seguito all’altro a formare un rotolo, detto tòmos o chàrtes. Il rotolo costituiva la forma normale del libro antico.

Ostrakon di Cimone, politico ateniese. Foto di Marsyas, CC BY-SA 2.5

Su questo supporto, gli autori antichi abbozzavano le loro opere e le portavano alla redazione definitiva. Accanto al rotolo esistevano altri materiali per la scrittura. Ad esempio, erano diffusi polittici di tavolette lignee, la cui superficie interna, incavata, era ricoperta di cera. Le tavolette venivano adoperate, per la maggior parte, in ambito scolastico, assieme ai cosiddetti ostraka, pezzi di ceramica o pietra solitamente ricavati da vasi o da altri recipienti. Nonostante l’estrema caducità dei materiali usati per la scrittura, si conservano alcuni autografi.

È il caso, ad esempio, dei documenti riconducibili a Dioscoro di Afrodito o dell’Anonymus Londiniensis. Interessante discorrere attorno al periodo in cui le opere letterarie cominciarono ad essere consultate sotto forma di libro da un discreto pubblico.

L’origine del libro greco, sulla base delle parole incipitarie delle Genealogie di Ecateo, va ricercata nel contesto della scienza ionica. È probabile che la forma libraria sia giunta ad Atene quando, nel V secolo, essa divenne il centro della vita culturale greca, la scuola della Grecia avrebbe scritto Tucidide. È possibile che Anassagora, proveniente da Clazomene, abbia giocato, in tal senso, un ruolo fondamentale. In ogni caso, verso la metà del V secolo, è accertata ad Atene l’esistenza di una letteratura tecnica in vari campi, che doveva circolare in forma di libri. Per dare manforte a questa tesi, non si può tacere il riferimento al Vaso di Duride, importante testimonianza iconografica, rappresentante alcuni ambiti paideutici della società ateniese.

Del resto, anche la parodia di Aristofane, che presuppone nel pubblico la conoscenza dei grandi tragici, era possibile soltanto se essi erano largamente letti. La diffusione del libro ebbe un grande incremento nel IV secolo e, in mancanza di tutela delle opere dopo la pubblicazione, era inevitabile che i testi fossero soggetti a guasti di vario genere. L’oratore e statista Licurgo, cercando di proteggere l’opera dei grandi tragici, alterata anche dalle interpolazioni degli attori, impose il deposito di un esemplare di Stato. Le difficoltà riservate all’ecdotica nel mondo antico, dunque, non erano indifferenti e fanno apprezzare a pieno il lavoro compiuto per la letteratura greca dalla scienza alessandrina, nelle figure, solo per citarne alcune, di Zenodoto di Efeso, Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia.

Il simbolo dell’erudizione e della acribia filologica antica è rappresentato, infatti, dalla Biblioteca di Alessandria. Tolomeo I fondò ad Alessandria il Museo, centro di studi e contenitore di menti vivaci e brillanti. Gli intellettuali, però, dovevano disporre di una biblioteca, che fu completata da Tolomeo II Filadelfo, grazie al supporto di Demetrio Falereo. Superfluo sottolineare quanto la perdita della Biblioteca di Alessandria e degli innumerevoli volumi in essa custoditi sia stata tragica per la storia dei testi antichi.

Altro rilevante motivo di perdite fu il passaggio dal rotolo al codice, considerato il primo bottleneck (collo di bottiglia),  prima significativa strozzatura della trasmissione testuale. Il papiro, oltre ad essere scomodo da usare, era anche facilmente deperibile.  I testi dei rotoli che, nel periodo compreso tra I e IV secolo, non furono ricopiati sui codici, per caso o perché meno letti e meno richiesti, furono condannati all’oblio. Il codex, più maneggevole, trasportabile ed economico, era composto di più fogli, preminentemente pergamenacei, uniti in quaderno.

Le teorie sulla nascita e la diffusione del formato codice sono varie e suggestive. Secondo Colin H. Roberts, Marco nel 70 avrebbe composto il suo Vangelo a Roma utilizzando un codex pergamenaceo.  Questo codice, una volta raggiunta Alessandria, grazie al suo prestigio, avrebbe stimolato la diffusione del formato per veicolare i testi evangelici. Un’ulteriore ipotesi, avanzata nel 1983 dallo stesso Roberts e da Skeat, vedrebbe l’uso del codice derivante da una volontà precisa da parte dei cristiani di distanziarsi dal rotolo di pergamena della Torah e da quello papiraceo dei pagani. Skeat, in un altro contributo, giunse ad affermare che ci fosse, da parte dei cristiani, la precisa e coordinata volontà di privilegiare un formato che permettesse di contenere su un solo supporto i quattro Vangeli canonici. Più semplice e soddisfacente apparì la tesi di Guglielmo Cavallo e di altri, che legavano le ragioni del successo del nuovo formato, in generale e presso i cristiani, a fattori economico-sociali.

La storia della tradizione subisce le perdite più rilevanti tra VII e VIII secolo. La scomparsa della letteratura greca sarebbe stata quasi totale se nel IX secolo non ci fosse stato il Rinascimento ispirato dal patriarca Fozio. Questo movimento, peraltro, coincise con un mutamento radicale della forma di scrittura. Tra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo viene sviluppata, forse nel monastero di Studio a Costantinopoli, una scrittura minuscola libraria, che finì per imporsi e che rivoluzionò anche la trasmissione dei testi.

Il primo manoscritto datato in minuscola che si sia conservato è il cosiddetto Tetravangelo Uspenskij, risalente all’anno 835. La minuscola aveva diversi vantaggi rispetto alla maiuscola. Era, ad esempio, più rapida da tracciare e occupava meno spazio. Questo portava ad una velocizzazione del processo di copiatura dei libri e ad un significativo risparmio. Nell’ambito della paleografia greca, il principale tratto della minuscola studita era la sua estrema regolarità e leggibilità. Al tempo del passaggio maiuscola/minuscola furono trascritte le opere degli autori antichi degne di essere conservate e ne fu garantita la sopravvivenza.

Conseguenze poi particolarmente gravi ebbe la conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati nel 1204. Durante quei terribili giorni in cui la città fu messa a ferro e a fuoco, la grande biblioteca imperiale venne quasi completamente distrutta, insieme ai libri che vi erano religiosamente conservati. Perfino la corte imperiale dovette lasciare Costantinopoli per quasi cinquant’anni, mentre veniva fondato l’Impero latino con a capo Baldovino I di Fiandra.

Gli studi classici continuarono, però, ad essere coltivati anche in seguito all’esilio della corte a Nicea. Tuttavia, andarono perduti autori come Ipponatte, molto di Callimaco, Gorgia e Iperide e molto degli storici. Verso gli anni Ottanta del Duecento, ci fu una ripresa dell’attività erudita nella capitale e si distinsero figure del calibro di Massimo Planude e Demetrio Triclinio, che svolse la sua attività filologica a Tessalonica, l’attuale Salonicco. Si rafforzarono i rapporti tra Bisanzio e l’Italia e dotti come Manuele Crisolora portarono in Occidente moltissimi manoscritti greci.

Ritratto di Johannes Gensfleisch zur Laden zum Gutenberg. Immagine SRU.edu in pubblico dominio

L’Occidente, tra 1450 e 1600, divenne cruciale per la conservazione dei classici, poiché in tutti i centri di vita culturale si trascrissero con cura i manoscritti greci, che si accumularono nelle grandi biblioteche (Vaticana, Laurenziana, Ambrosiana, Marciana) e furono presto impressi nel libro a stampa. Come inventore della stampa a caratteri mobili metallici viene tradizionalmente indicato il tedesco Johann Gutenberg, che tra il 1453 e il 1455, a Magonza, produsse una Bibbia in centottanta esemplari.

La diffusione della nuova tecnica fu rapidissima ed interessò anche i classici, soprattutto latini. Fin dagli ultimi decenni del Quattrocento comparvero numerosissime editiones principes (prime edizioni a stampa precedentemente tramandate in forma manoscritta) e, in tal senso, particolarmente rilevante fu la prima stamperia italiana, fondata intorno al 1464 presso il monastero benedettino di Santa Scolastica a Subiaco dal ceco Arnold Pannartz e dal tedesco Konrad Sweynheym.

Come primi incuneaboli (libri stampati entro la fine del Quattrocento), i due tipografi diedero alle stampe un volume con opere di Lattanzio e il De oratore di Cicerone (probabilmente la prima editio princeps in assoluto). Pannartz e Sweynheym, in seguito, si trasferirono a Roma, dove si avvalsero della collaborazione di grandi eruditi e diedero alla luce un numero spropositato di edizioni che finì per saturare il mercato. La stampa dei testi greci, invece, procedette molto più lentamente. A Milano, nel 1476, fu stampata l’Epitome grammaticale di Costantino Lascaris e a Venezia, nel 1484, gli Erotemata di Manuele Crisolora. Si rammenti, poi, l’editio princeps di Omero, redatta a Firenze nel 1488 grazie ai finanziamenti di alcuni nobili fiorentini. Non può non essere poi ricordato l’immenso lavoro effettuato da Aldo Manuzio a Venezia e da Froben a Basilea.

Occorre relazionare poi sulle scoperte di papiri che hanno arricchito la nostra conoscenza della letteratura greca. La stragrande maggioranza di essi proviene dall’Egitto, dove le condizioni climatiche favorevoli hanno permesso ai frammenti di non deteriorarsi completamente. Il primo caso documentato di decifrazione di un papiro proveniente dall’Egitto risale al 1788, quando lo studioso danese Niels Iversen Schow pubblicò la Charta borgiana, un papiro appartenente alla collezione del cardinale Stefano Borgia oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Si tratta di un testo documentario relativo a una serie di lavori di irrigazione effettuati nel 193 d.C. nei pressi di Tebtynis.

In seguito, tuttavia, dall’Egitto sarebbero giunti anche molti papiri contenenti testi letterari. I ritrovamenti più numerosi sono avvenuti scavando le grandi discariche che circondavano le città egiziane, e che fino ai primi decenni del secolo scorso erano ancora visibili come collinette. Queste piccole alture (kiman) hanno rivelato brandelli di papiri, spesso strappati e accartocciati.  Si sono rivelati particolarmente ricchi di materiale i kiman che circondavano l’antica città di Ossirinco, l’attuale el-Bahnasa, scavati a partire dalla fine dell’Ottocento. E. G. Turner ha attribuito la causa della prolificità di Ossirinco al fatto che, in quel luogo, si stabilirono scrittori e intellettuali dell’ambiente alessandrino, come Satiro o Teone.

Ritrovamenti papiracei rilevanti risalgono anche ad altre regioni del Medio Oriente, come la Palestina e la città di Dura Europos. Nel 1977, presso la località di Ai Khanoum, nell’attuale Afghanistan, furono riportati alla luce due strati di fango secco che racchiudevano quanto rimaneva di un rotolo papiraceo. Per effetto dell’umidità, l’inchiostro si era trasferito sullo strato di fango superiore e fu così possibile recuperare alcune colonne di un dialogo filosofico attribuito al giovane Aristotele.

La Villa dei Papiri a Ercolano. Foto http://wiki.epicurus.info/User:Erik_Anderson, CC BY-SA 3.0

Per una serie di straordinarie circostanze, è stato possibile rinvenire degli esemplari anche in Europa. Celeberrimo il caso dei papiri carbonizzati provenienti dalla Villa dei Pisoni (nota come Villa dei Papiri). Questa villa del I sec. a.C., situata in un’area a nord-ovest dell’antica Herculaneum, ricoperta di materiale vulcanico, fu scoperta negli anni Cinquanta del XVIII secolo, nel corso di una difficile operazione di scavo di una galleria sotterranea. In questa occasione venne riesumato un ricco tesoro, consistente in un’opera d’arte e in circa milleottocento papiri (tra rotoli e frammenti di ogni grandezza). Il nome di Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Cesare, come proprietario della villa, rappresenta una supposizione.

letteratura greca
Immagine di Giacomo Castrucci dal libro: Tesoro letterario di Ercolano, ossia, la reale officina dei papiri ercolanesi, Stamperia e cartiere del Fibreno, Napoli, 1858, p. 27, in pubblico dominio

Dopo numerosi, e per lo più falliti, tentativi di svolgere e leggere i rotoli carbonizzati e fragili, il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanensi, fondato a Napoli da Marcello Gigante nel 1969, si è occupato del problema con diversi metodi, ottenendo ottimi risultati.  I papiri in questione hanno rivelato scritti filosofici di contenuto epicureo, riconducibili ad Epicuro e a Filodemo di Gadara. Guglielmo Cavallo ha addirittura ipotizzato che la villa ospitasse la biblioteca di lavoro di Filodemo, data la grande quantità di brogliacci e abbozzi letterari a lui ricollegabili. Tra i papiri rinvenuti nelle altre zone della villa vi sono alcuni scritti in lingua greca di epoca post-filodemea, oltre che un esiguo numero di opere latine. Più recentemente, nel 1961-1962 presso la località di Derveni, a nord di Salonicco, nel corso di uno scavo di una sepoltura fu rinvenuto un piccolo rotolo carbonizzato, contenente un commentario filosofico ad una teogonia orfica, pubblicato nel 2006.

letteratura greca
Frammenti del Papiro di Derveni al Museo Archeologico di Salonicco. Foto di Fkitselis, CC BY-SA 3.0

Senza i ritrovamenti papiracei, non possederemmo gran parte della letteratura antica. Avremmo solo pochi o pochissimi frammenti di Bacchilide, Menandro, Eroda, non potremmo leggere nella sua interezza la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, e conosceremmo molto meno dei drammi satireschi di Eschilo o Sofocle o dei carmi di Archiloco e Saffo, per citare solo pochi esempi.

Altrettanto importanti sono state le scoperte dei palinsesti, che non si sono mai arrestate. Si tratta di manoscritti antichi, su papiro o, più frequentemente, su pergamena, il cui testo originario è stato cancellato mediante lavaggio e raschiatura e sostituito con altro disposto nello stesso senso o in senso trasversale al primo.

letteratura greca
Il palinsesto di Archimede. Foto The Walters Museum - http://www.archimedespalimpsest.net, CC BY 3.0

Nel 1988 è riemerso dall’oblio il palinsesto di Archimede. Un corposo eucologio (libro di preghiere), scritto nel 1229, probabilmente a Gerusalemme, rimase conservato fino agli anni Venti del Novecento nel metochio del monastero del Santo Sepolcro a Costantinopoli. Già nel corso dell’Ottocento, secolo d’oro per le scoperte dei palinsesti, il celebre biblista Constantin von Tischendorf notò il codice e si accorse che fosse stato ricavato a partire da trattati matematici. Nel 1906, lo stesso manoscritto fu esaminato da J. Heiberg, che ne ricavò il testo greco del trattato Sui corpi galleggianti, fino ad allora noto solo in traduzione latina, nonché del Metodo dei teoremi meccanici, che era andato perduto, e un ampio frammento dello Stomachion. Negli anni Venti, in circostante non molto chiare, il manoscritto passò nelle mani di un collezionista francese, che non volle metterlo a disposizione degli studiosi e lo conservò in condizioni inappropriate, contribuendo, in tal modo, al suo deterioramento. Passato agli eredi, il codice fu venduto nel 1998 da Christie’s a New York a un collezionista anonimo, per due milioni di dollari. Il collezionista, a sua volta, lo depositò presso il Walters Art Museum di Baltimora, dove fu oggetto di restauro e di analisi che hanno svelato la storia di questo straordinario testimone.

Dal codice, oltre ai trattati di Archimede, sono stati recuperati anche frammenti di due orazioni di Iperide, Contro Timandro e Contro Dionda. Fino alla scoperta del palinsesto di Archimede, non era noto nessun manoscritto medievale delle orazioni di Iperide, e quello che di lui si conosceva derivava da scoperte papiracee. Il palinsesto ha svelato anche parte di un commentario alle Categorie di Aristotele e parti di ulteriori opere ancora da identificare.

Nel 2003, il paleografo italiano Francesco d’Aiuto, esaminando un codex bis rescriptus (Vat. Sir. 623), letteralmente codice riscritto per due volte, si è reso conto del fatto che alcuni fogli derivassero da un codice in maiuscola del IV secolo, su due colonne, che tramandava 400 versi di Menandro, di cui la metà del Dyskolos.

La letteratura antica ci si mostra come un naufrago, un sopravvissuto lacero e sfinito. “Se i libri potessero scrivere, racconterebbero avventure degne di Sinbad”, affermò lo studioso Alan Cameron. Le opere che possediamo non sono altro che una scheggia dell’universo classico. Fortunatamente, con il passare del tempo, relitti di quel mondo così lontano e vicino continuano ad emergere, per parlare a questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio.


Papyri Graecae Magicae

Papyri Graecae Magicae: una fonte importante per lo studio della magia greco-egizia

Una tra le più importanti raccolte di testi papiracei antichi è sicuramente quella dei Papyri Graecae Magicae, edita da Karl Preisendanz tra il 1928 e il 1931 e tradotta in inglese da Hans Dieter Betz nel 1986. Tali papiri sono definiti greci perché scritti in κοινή e magici perché sono un’importante testimonianza su rituali, credenze e culti dell’Egitto dall’II secolo a.C. al VI d.C. Tra le varie collezioni dei Papyri Graecae Magicae si ricorda quella Anastasi, dal cognome di Jean d’Anastasi, rappresentante diplomatico alla corte di Alessandria che avrebbe acquistato a Tebe alcuni papiri e li avrebbe poi rivenduti a biblioteche quali il British Museum di Londra, la Bibliothèque Nationale e il Louvre di Parigi, lo Staatliche Museen di Berlino e molte altre. Forse non sapremo mai chi ha messo insieme la collezione Anastasi, ma è interessante il fatto che in Egitto sono spesso attestate personalità che si dedicavano allo studio della magia come il Principe Khamwas, figlio di Ramses II, che sarebbe venuto a sapere dell’esistenza di un libro scritto dal dio Thot e lo avrebbe trovato nella tomba del principe Naneferkaptah.

I Papyri Graecae Magicae comprendono incantesimi, formule e inni nei quali, accanto alle divinità egiziane, si trovano quelle tipiche del pantheon greco come Zeus, Apollo, Afrodite, connotate come esseri ora benevoli e ora demonici. Si ricordano dunque papiri come il PGM, VII, 215-218 (si tratta del P. Lond. 121), in cui si fa riferimento a una stele di Afrodite per avere amicizia, favore e successo, ma al contempo ce ne sono altri come il PGM, XII, 144-152 (P. Lugd. Bat. J 384 (V), in cui ci si rivolge a Horus, figlio di Osiride ed Iside, per sognare quello che si desidera. In molti testi, inoltre possiamo trovare i cosiddetti ὀνόματα βαρβάρα, espressioni egiziane che in greco sono apparentemente prive di senso ma che potrebbero avere significati nascosti. Tutto questo fa emergere un certo sincretismo tra cultura greca ed egiziana, dovuto anche ai sempre maggiori insediamenti greci in Egitto a partire dal II secolo a.C.: si pensi anche ai Papiri di Ossirinco, che permettono di conoscere molti aspetti della vita quotidiana dell’Egitto di età ellenistica.

Papiro di Ossirinco 246, presso la Cambridge University Library, Cambridge. Foto da Bernard P. Grenfell, Arthur S. Hunt, The Oxyrhynchus Papyri Part II (1898), London: Egypt Exploration Fund, pp. 195–197, in pubblico dominio

Tra i Papyri Graecae Magicae, allo stesso tempo, possiamo trovare ricette magico-mediche che prevedono l’impiego di sostanze vegetali, animali e minerali per ottenere un determinato scopo: ricevere oracoli o sogni, allontanare demoni, curare affezioni umane, attirare la persona amata. Lynn R. LiDonnici ha proposto una classificazione di questi testi, distinguendo in particolare quelli che prevedono l’uso di piante medicinali, quelli che danno suggerimenti sulla raccolta e preparazione delle sostanze, quelli associati ai rituali nei templi o sugli altari e infine quelli che includono ingredienti esotici.

Papyri Graecae Magicae
Uno dei papiri magici con un incantesimo d'amore, dalla Biblioteca Nazionale di Strasburgo, BNUS inv. 1167. Foto di Pierre Tribhou, in pubblico dominio

Spesso gli elementi naturali utilizzati nei rituali descritti erano adoperati anche per realizzare amuleti, che servivano agli stessi scopi citati sopra. Per esempio, il PGM, IV, 2622-2707 comprende un incantesimo rivolto alla Luna da recitare in primo luogo per calunniare qualcuno, ma adatto anche per inviare sogni o visioni, per provocare debolezza e, se recitato al contrario, per allontanare i nemici; ai vv. 2626-2635, in particolare, si illustra come realizzare un amuleto di protezione, incidendo l’effigie di Ecate in un magnete a forma di cuore.

Allo stesso tempo le sostanze naturali potevano essere inserite all’interno delle statue degli dei o impiegate per la loro realizzazione, con procedimenti analoghi a quelli teurgici della τελεστική: nel PGM, VII, 756-794 Mene, dea lunare, è invocata recitando i segni e i simboli che le appartenevano, tra i quali anche un elenco di animali; secondo il PGM, XII, 14-95 per animare un’immagine in cera di Eros si dovevano offrire al dio varie prelibatezze e strangolare sette uccelli, mettendoli poi sull’altare con delle piante aromatiche. Oltre alle statue divine, nei Papyri Graecae Magicae vi sono esempi di immagini di persone o animali che erano animate per determinati scopi: nel PGM, IV, 2373-2440, nell’ambito di un rito per avere successo negli affari, si fa riferimento a un uomo di cera rappresentato come un supplice e con una borsa nella mano sinistra; nel PGM, IV, 2943-2966 troviamo un incantesimo di attrazione che prevede la realizzazione dell’effigie di un cane, nelle cui cavità oculari sono inseriti gli occhi di un pipistrello.

Sarebbero molti i Papyri Graecae Magicae degni di essere citati, perché mettono in luce non solo le pratiche magiche greco-egizie, ma anche i punti di contatto e le differenze tra queste due importanti civiltà del mondo antico. Indipendentemente dall’ambito magico, come si è visto, vi sono infatti elementi che consentono di scoprire gli aspetti dell’una e dell’altra cultura che si intrecciano a vicenda creando un perfetto sincretismo linguistico, religioso e, nuovamente, culturale. È quindi importante, oggi più che mai, riconoscere l’importanza di questi testi e valutarli come exemplum: per dirla con Clifford Geertz, riflettere sulla bellezza della diversità è qualcosa che ci arricchisce interiormente, oggi come nell’antichità.

Seth nel papiro AMS 75, 300-350 d. C. Foto Rijksmuseum van Oudheden, CC BY 3.0

Bibliografia

A.A. V.V. 1898- = A.A. V.V. (a cura di), The Oxyrhynchus Papyri, 84 voll., London 1898-.

Betz 1986 = H.D. Betz (a cura di), The Greek Magical Papyri in translation, Chicago 1986.

Björklund 2015 = H. Björklund, Invocations and Offerings as Structural Elements in the Love Spells in Papyri Graecae Magicae, in Journal for Late Antique Religion and Culture, vol. IX, 2015, pp. 29-47.

Calvo Martínez 2010 = J.L. Calvo Martínez, Himno sincrético a Mene-Hécate (PGM IV 2522-2567), in MHNH: revista internacional de investigación sobre magía y astrología antiguas, vol. X, 2010, pp. 219-238.

Eitrem 1942 = S. Eitrem, La théurgie chez les néoplatoniciens et dans les papyrus magiques, in Symbolae Osloenses, vol. XXII, 1942, pp. 49-79.

LiDonnici 2001 = L.R. LiDonnici, Single-Stemmed Wormwood, Pinecones and Myrrh: Expense and Availability of Recipe Ingredients in the Greek Magical Papyri, in Kernos. Revue internationale et pluridisciplinaire de religion grecque antique, Liège 2001, pp. 61-91.

Preisendanz 1928-1931 = K. Preisendanz (a cura di), Papyri Graecae Magicae, 2 voll., Stuttgart 1928-1931.

Zografou 2008 = A. Zografou, Prescriptions sacrificielles dans les papyri magiques, in V. Meil, P. Brulé (a cura di), Le sacrifice antique. Vestiges, procédures et stratégies, Rennes 2008, pp. 187-203.


Scuola Atene archeologia italiana

La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo

Documentario dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita. Un viaggio nell’archeologia italiana in Grecia.

Il film La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di domenica 18 ottobre, a partire dalle 17:30, nella sezione #cinemaearcheologia.

Scuola Atene archeologia italiana

La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo

Nazione: Italia

Regia: Eugenio Farioli Vecchioli

Consulenza scientifica: Luca Peyronel

Durata: 52’

Anno: 2019

Produzione: Rai Cultura

Sinossi:

Documentario dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita. Un viaggio nell’archeologia italiana in Grecia, con il racconto degli scavi antichi e attuali e delle sensazionali scoperte effettuate nell’isola di Creta e di Lemno in oltre un secolo di vita della Scuola: i siti di Festòs e Haghia Triada, la città di Gortina, a Creta, e Poliochni, a Lemno, definita come la “più antica città d’Europa”.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Rai Storia

Informazioni regista:

Eugenio Farioli Vecchioli

Informazioni casa di produzione:

https://www.raicultura.it/

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Vai guarda ascolta

Vai, guarda, ascolta

Vai, guarda, ascolta è un documentario sul tema dell'accessibilità in Grecia che racconta come vivono questa realtà le persone con disabilità. A parlare sono loro, i disabili.

Il film Πήγα, είδα, άκουσα. Go, Look, Listen (Vai, guarda, ascolta) sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di venerdì, 16 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

Vai guarda ascolta

Πήγα, είδα, άκουσα. Go, Look, Listen

Vai, guarda, ascolta

Nazione: Grecia

Regia: Mary Bouli

Consulenza scientifica: Andromache Gazi

Durata: 24’

Anno: 2020

Produzione: Mary Bouli

Sinossi:

Un cieco può vedere l'Acropoli? Un sordo può sentire il rumore del mare? In Grecia esistono musei accessibili ai disabili? "Go, Look, Listen" è un documentario sul tema dell'accessibilità in Grecia che racconta come vivono questa realtà le persone con disabilità. A parlare sono loro, i disabili, che esprimono i propri pensieri: le loro richieste non sono rivolte solo ai musei, ma più in generale alla società.

Trailer:

https://www.youtube.com/watch?v=P-Zfpgc5fQg

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Prima Nazionale

Informazioni regista:

Mary Bouli

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Vai guarda ascolta


Guerre Persiane Temistocle

Guerre persiane: a 2500 anni dalle battaglie delle Termopili e di Salamina

Ad Agosto e Settembre di quest'anno ricorrono 2500 anni da due celebri scontri delle Guerre persiane, le Termopili e Salamina: ripercorriamone rapidamente la storia. Del celebre Impero Persiano, divenuta una potenza dalle dimensioni molto vaste grazie alle conquiste di Ciro il Grande e del figlio Cambise, conosciamo le strutture amministrative e una particolare vocazione per gli affari di politica estera. A re Dario, successore di Cambise, Erodoto (Storie, III 89) fa risalire la suddivisione del regno in venti satrapie, che consentiva una cospicua retribuzione annua di talenti d'argento.

Erodoto, con le sue Storie, è una fonte essenziale per le Guerre Persiane. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

Le origini del conflitto tra Greci e Persiani risalgono agli scontri avvenuti sulle coste della Ionia, dove gli abitanti, stanchi di subire continue vessazioni dai dominatori persiani e desiderosi di riconquistare la propria libertà, decisero di armare una rivolta capeggiati da Aristagora di Mileto, tiranno della città. È il 499 a.C.

Consapevole di non poter battere i nemici da solo, chiede dapprima aiuto a Sparta, da cui comunque ebbe un secco rifiuto; rivolgendosi alle città di Atene ed Eretria, trova una migliore accoglienza grazie anche alla comune origine ionica. Atene invia venti navi, Eretria ne invia cinque. Lo scontro navale avviene a Lade nel 494, isoletta a largo delle coste di Mileto. Sbaragliato il contingente greco, la città di Mileto, promotrice della rivolta, viene rasa al suolo e una parte degli abitanti vengono deportati in Babilonia.

Il 491 è l'anno della spedizione punitiva che Dario organizza contro quei greci, soprattutto gli ateniesi, che avevano osato intromettersi in faccende non di loro pertinenza.
Nella primavera del 490, arrivati nelle Cicladi, i Persiani comandati dai generali Dati e Artaferne non ebbero grandi difficoltà a sottomettere le popolazioni isolane. Fu la volta di Eretria, conquistata e data alle fiamme. Non restava che dirigersi verso Atene e completare la vendetta.

Guerre persiane: la battaglia di Maratona

La piana di Maratona costituisce il punto di passaggio migliore che, da Eretria, conduce ad Atene. Qui sbarcarono 20000 Persiani, ad attenderli circa 7000 opliti comandati dal polemarco Callimaco e da dieci strateghi, tra i quali figura Milziade. Unica città ad inviare aiuti fu Platea.

Elmo di Milziade, uno dei protagonisti delle Guerre Persiane, dal Museo Archeologico di Olimpia. Presenta l'iscrizione ΜΙΛΤΙΑΔΕΣ ΑΝΕ[Θ]ΕΚΕΝ [Τ]ΟΙ ΔΙ. Foto di Oren Rozen, CC BY-SA 3.0
Con il supporto di un contingente di 1000 opliti, gli Ateniesi affrontarono i nemici prima che potessero avvicinarsi alla città.
Nonostante le pesanti armature di cui erano dotati, gli Ateniesi furono i primi ad attaccare nella fase finale dello scontro che durò solo pochi giorni.

Mentre i Persiani premevano sul centro dello schieramento greco, i fianchi dell'armata greca riuscirono ad accerchiarli e costringendoli a ritirarsi verso le loro navi. Lo scontro diede agli Ateniesi una vittoria inaspettata: gli opliti si rivelarono l'arma vincente dell'esercito ateniese.

Persero la vita solo 192 Greci, sepolti nel famoso "sorós".
I propositi di re Dario furono, dunque, sventati. Non fa in tempo a riorganizzare una nuova spedizione punitiva poiché, nel 485, gli sopraggiunge la morte.
La pesante eredità di completare l'opera del padre spetta adesso al figlio Serse.

La Seconda guerra persiana

Guerre persiane: la battaglia delle Termopili

Della battaglia che oppose un pugno di Greci e lo sterminato contingente persiano nell'estate del 480 a.C. al passo delle Termopili, angusta strettoia che fungeva da allaccio tra il mare e le pendici dell'Eta, conosciamo i fatti salienti principalmente grazie al racconto che lo storiografo Erodoto ci fornisce nell'opera da lui composta, le "Storie".

Al comando di 4000 opliti peloponnesiaci, cui si aggiunsero le forze degli abitanti della Grecia centrale (provenienti dalle regioni di Beozia, Locride e Focide), il generale spartano Leonida cercò di fermare l'avanzata persiana facendo ricostruire un'antica fortificazione che prendeva il nome di "muro focese": obiettivo del re di Sparta era quello di guadagnare tempo per consentire ai suoi alleati greci di riorganizzare le forze.

I Persiani giunsero alle Termopili alla fine di luglio e, all'inizio del mese di agosto, si stanziarono sulle rive del fiume Melas, nei pressi di Trachis. Il Gran Re Serse venne a conoscenza che un piccolo contingente greco ostacolava la sua avanzata, difendendo il passo.

Da Erodoto sappiamo che alcuni greci esiliati, tra i quali vi erano anche degli spartani, gravitavano attorno al sovrano persiano; molti di essi, solitamente nobili e personaggi influenti caduti in disgrazia, chiedevano asilo alla corte del re. Questi cercavano di entrare nelle sue grazie sperando, qualora la Grecia fosse caduta in mano nemica, che il sovrano li avrebbe ricompensati concedendo loro posizioni di potere in patria. Tra i greci che passarono alla corte persiana ci fu Demarato, re di Sparta discendente degli Euripontidi che era stato destituito dal suo incarico. Si era recato in Persia per chiedere asilo e cercare fortuna. Sembra che Demarato sia divenuto consigliere del sovrano al punto da accompagnarlo anche nelle spedizioni militari.

Alle Termopili, Serse attese qualche giorno credendo che i Greci, constatando l'entità dell'esercito persiano, sarebbero fuggiti senza combattere. Spazientito dall'attesa, ordinò alla sua fanteria di forzare il passo: ciò che seguì, fu un vero massacro.

Nello stretto varco, i Persiani furono costretti ad attaccare i Greci frontalmente; gli opliti, che avevano lance più lunghe e una corazza più pesante, fecero molte vittime. Serse mandò rinforzi, ammassando così un numero sempre maggiore di soldati, e questo contribuì a far degenerare l'assalto. La carneficina continuò per due giorni. Al termine del secondo giorno, un disertore greco di nome Efialte chiese udienza a Serse: in cambio di una ricca ricompensa, l'uomo rivelò al re persiano l'esistenza di un sentiero tra le montagne che avrebbe permesso ai barbari di accerchiare i Greci e di sorprenderli alle spalle. È la fine; e non per nulla ancora oggi, nella lingua greca moderna, la parola "efialtis" (εφιάλτης) significa "incubo".

Anche Leonida conosceva quel sentiero e per questo aveva posizionato un contingente a presidiarlo; tuttavia, vedendo l'imponente schieramento nemico venirgli incontro, il contingente si ritirò precipitosamente. Solo quando era troppo tardi i Greci si resero conto del tradimento. Con il nemico che stava per attaccarli alle spalle, il re spartano comprese che le sue truppe non avevano via di scampo. Sapeva che i suoi uomini non avrebbero abbandonato la loro posizione e che sarebbero stati disposti a sacrificare la loro vita "per obbedire agli ordini della città". Non poteva però chiedere la stessa abnegazione agli alleati, perciò permise loro di ritirarsi. Assaliti dal panico, la fuga fu generale: assieme ai 300 opliti spartani, decisero di andare incontro alla morte i tebani e 700 tespiesi. L'esiguo numero di combattenti non riuscì a tenere la linea; Leonida stesso cadde vittima dei combattimenti ma confortato, pare, dall'oracolo di Delfi che gli avrebbe predetto la salvezza della città di Sparta in cambio del suo sacrificio.

Per commemorare l'eroico gesto patriottico, la zecca di Atene ha di recente prodotto una moneta da 2 euro a tiratura limitata sopra la quale viene raffigurato l'elmo di un antico guerriero ellenico.

Statua di Leonida. Foto di manue41350

Guerre persiane: la battaglia di Salamina

Emerso da un contesto in cui gli equilibri si giocavano sul crinale diversità politica, è Temistocle il vero risolutore del conflitto tra Greci e Persiani. Pare sia stato arconte nel 493, ma assurge al vero potere solo dieci anni dopo, rivestendo un ruolo decisamente diverso rispetto a quello di coloro che lo avevano preceduto: egli si muoveva entro i confini di quella democrazia che si voleva applicare anche in politica estera. quando nel 482 si scoprono le miniere argentifere nel Laurio, Temistocle propose che i cento cittadini più ricchi, in virtù di uno spirito di solidarietà, avrebbero dovuto dare in prestito un talento a testa per l'allestimento di una flotta di triremi, in previsione di un attacco nemico. La proposta nasceva non soltanto per scongiurare l'ennesimo attacco dei Persiani, ma trovava giustificazione anche nelle brucianti sconfitte riportate da Atene contro la storica rivale Egina.

Dopo il disastro delle Termopili, molte città greche vennero saccheggiate mentre altre, in panico per una situazione che stava precipitando, vennero abbandonate e lasciate alla mercé dei Persiani. È interessante notare come questo conflitto, durate una ventina d'anni, abbia messo a nudo diversi atteggiamenti da parte dei Greci: se, da una parte, ha scosso la coscienza "nazionale" di un popolo che, grazie al nemico comune, si è scoperto essere a tratti unito (almeno per quanto riguarda le regioni meridionali del paese) nelle sorti, non di certo nei costumi né in politica; d'altra parte, è pur vero che rinsaldato le posizioni egemoniche di due città, ovvero Sparta e Atene.

Temistocle Guerre Persiane
Temistocle, tra i protagonisti delle Guerre Persiane. Foto Rijksdienst voor het Cultureel Erfgoed di J.P.A. Antonietti (1926), CC BY-SA 4.0

Tra le città che vengono lasciate alla devastazione dei Persiani c'è proprio Atene; donne e bambini vengono portati ad Egina e a Trezene, dove nel 1959 è stata trovata un'epigrafe ribattezzata "decreto di Temistocle". È lui che prende in mano la situazione, grazie anche ad un oracolo che gli suggerisce di affidarsi ad un "muro di legno" che lui interpreta come un'allusione alle triremi che aveva fatto costruire qualche anno prima. La flotta greca viene raccolta a Salamina, seconda isola per grandezza del Golfo Saronico, comandata dal generale spartano Euribiade. Lo scontro avviene un mattino di settembre sotto lo sguardo incredulo di re Serse che, sicuro di godersi la vittoria dei suoi, si fa costruire un trono sulla costa ateniese. L'astuzia, l'esperienza, la tattica, probabilmente anche il favore degli dei, consentono ai Greci di riportare una vittoria schiacciante, insperata, che costringe i Persiani ad una cocente umiliazione e all'immediata ritirata.

Le successive vittorie di Platea prima e Capo Micale dopo, avvenute a un anno di distanza da Salamina, servirono anche a certificare l'inadeguatezza della flotta persiana. E se Platea fu una battaglia decisiva nella quale - secondo Erodoto - si evidenziò anche la superiorità degli armamenti greci, a Capo Micale non si trattò di un vero e proprio scontro navale, quanto piuttosto di un assalto alle fortificazioni persiane ormai definitivamente allo sbaraglio.

Bibliografia:

- D. Musti, Storia greca, Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Editori Laterza, Roma 2006.
- L. Canfora, Storia della Letteratura Greca, Editori Laterza, Roma 1986.
- Erodoto, Storie, Vol. VII, Mondadori, Milano 2003.
- L. Braccesi, Arrivano i barbari. Le guerre persiane tra poesia e memoria, Laterza, Roma-Bari 2020.
- E. Baltrush, Sparta, Il Mulino, Bologna 2002.
- W. Will, Le guerre persiane, Il Mulino, Bologna 2012.


Costantinopoli, quando Carlomagno fu il protagonista di un poema eroicomico

Costantinopoli centro del mondo e del viaggio di Carlomagno

Per tutta l'età di mezzo sono sempre circolate storie fantasiose e magiche sulle avventure dell'imperatore dei Franchi Carlomagno in Oriente, d'altra parte, come teatro della nascita di numerosi stereotipi e orientalismi, etichettabili come “bizantinismi”, Costantinopoli è la città dorata per tutta la cristianità. Le idee cristallizzate nell'immaginario europeo dipingono Costantinopoli come una culla esotica di meraviglie e ricchezze stravaganti.

Viaggio di Carlomagno in Oriente Costantinopoli
Copertina stesa del Viaggio di Carlomagno in Oriente, pubblicato (con curatore Massimo Bonafin) dalle Edizioni dell'Orso nella collana Gli Orsatti

Il poemetto (pubblicato da Edizioni dell'Orso nella collana Gli Orsatti), che formalmente è una chanson de geste, risulta essere una voce singolare all'interno della produzione poetica francese: temi caratterizzanti del Voyage de Charlemagne sono la competizione tra l'occidente franco e l'oriente bizantino, la comicità e il meraviglioso. Anche l'inizio del poema delinea subito i binari della narrazione, l'avventura di Carlomagno in Oriente nasce da una comica gelosia coniugale.

Carlomagno (dettaglio della vetrata di S. Caterina, fine XV secolo, Notre-Dame de l'Annonciation di Moulins). Foto di Vassil, in pubblico dominio

Carlomagno, addobbato con tutti i paramenti della regalità, afferma di essere il migliore tra i re, la moglie invece, suscitando l'invidia e lo scontento dell'imperatore, rivela che esiste un rivale in potenza e in gloria e che il suo nome è Ugo re di Bisanzio. Le terre soggette ad Ugo sono già pressoché fantastiche, dalla Grecia alla Persia, e sappiamo benissimo che l'Impero Romano d'Oriente non raggiunse mai queste dimensioni, bensì fa parte della prassi iperbolica delle chanson de geste enumerare fantasticherie sui regni lontani. Spinto dalla curiosità e di conoscere la fama del fantomatico Ugo di Bisanzio, Carlo inizia un pellegrinaggio prima a Gerusalemme e poi si ferma a Costantinopoli. La città ricca di meraviglie lussureggianti inonda di nobiltà gli occhi dei Franchi, quasi accecandoli.

Carlomagno in paramenti reali immaginato da Albrecht Dürer. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distribuito da DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

Re Ugo è riccamente rivestito di seta e lavora con un aratro dorato, Carlomagno è spaesato da tutta questa astrusità orientale e sembra un viandante o un semplice pellegrino. Rispettando anche i canoni della morfologia fiabesca la Costantinopoli visitata da Carlomagno è un'epifania dorata, la realizzazione fisica del leggendario paese della cuccagna (cfr. introduzione del professor Bonafin). Il vero apice del Voyage viene raggiunto con l'episodio dei gabs. I gabbi, in italiano, sono delle vanterie, delle imprese goliardiche pronunciate dopo fiumi di vino che i paladini e Carlomagno stesso hanno ingurgitato durante il banchetto.

Viaggio di Carlomagno in Oriente Costantinopoli
Mappa di Costantinopoli (1422), uno dei luoghi del Voyage di Carlomagno. Cristoforo Buondelmonti - Liber insularum Archipelagi, presso la Bibliothèque nationale de France, Parigi. Foto in pubblico dominio

Il poemetto rincorre il realizzarsi delle imprese impossibili di cui i paladini la notte precedente si erano vantati, come creare un uragano con l'olifante (il corno da guerra di Orlando), possedere per più di trenta volte la principessa bizantina follemente voluta dal candido Oliviero, o demolire un muro lanciando una pesante palla di metallo, e così via. I gabbi pronunciati in uno stato di euforica ubriachezza sono concretamente inverosimili, ma grazie all'assistenza celeste diventano realizzabili.

Olifante in avorio, conservato presso il Musée de l'Armée di Parigi, uno dei protagonisti degli immaginifici gabbi. Foto di Jean-Pol GRANDMONT, CC BY 4.0

Non è strano che l'impossibile prenda vita proprio nell'Oriente, certo Dio aiuta i paladini, ma lo scenario immaginifico della capitale orientale offre al poeta del Viaggio di Carlomagno in Oriente il pretesto per esagerare, per rendere l'iperbole un mero fatto quotidiano. Il poemetto quindi riesce a parodiare due generi letterari: le canzoni di gesta dei "rozzi" Carolingi e il raffinato, opulento e nobile romanzo cavalleresco incarnato dalla città di Costantinopoli.