olpe chigi protocorinzia

La ceramica protocorinzia e il capolavoro Olpe Chigi

La Grecia del VII secolo a.C., grazie alla ripresa di intensi scambi commerciali, viene permeata da motivi decorativi iconografici, da manufatti e da tecniche di lavorazione che provengono dalle regioni d’Oriente.

La definizione che si utilizza per identificare questo periodo, età orientalizzante, è un po’ ambigua; ciò che invece non lascia spazio a dubbi è che, sia dalle regioni della Anatolia a nord sia dai porti fenici a sud, iniziano a confluire in territorio ellenico grandi calderoni in bronzo caratterizzati da ornamenti raffiguranti animali fantastici (tra i quali sfingi, sirene, gorgoni, centauri che si opporranno agli eroi della mitologia), nuovi strumenti musicali, tessuti pregiati, calzari, profumi, nuove fogge di corazze ed elmi, statuette dal corpo modellato secondo canoni naturalistici che non tengono più conto della riduzione a forme geometriche tipiche del secolo precedente.

Gli influssi orientalizzanti si colgono in tutti i campi artistici: dal passaggio a forme di architettura sacra più esigenti (attraverso la sostituzione del materiale ligneo con l’introduzione di blocchi in pietra squadrata e l’invenzione del tetto in tegole) all’artigianato artistico, negli oggetti in bronzo, in pasta vitrea, in avorio, nelle coppe in oro e argento, realizzati con grande cura nelle botteghe degli orafi. Non è un processo omogeneo: alcune realtà, come Atene e più in generale l’Attica, saranno restie ad assorbire queste nuove mode; altre, invece, come ioni ed eoli, a più stretto contatto con le realtà asiatiche, si lasceranno travolgere dalle novità.

In questo periodo i santuari panellenici di Delfi, Olimpia e Samo attirano l’attenzione dei grandi dinasti orientali che si recano in questi luoghi sacri portando con se ricchi doni. Lo storiografo Erodoto (Storie, I, 14) ricorda i doni votivi al santuario di Delfi da parte di Gige, re di Lidia, e di Mida, re di Frigia: lo testimoniano le evidenze archeologiche. Nello stesso momento si verifica un’intensa diaspora di orientali verso la Grecia, in fuga dalla pressione degli assiri: questo spiega la presenza di parole orientali nella lingua greca, tra cui il termine tyrannos, probabilmente di origine lidia.

A proposito di tiranni, sotto un punto di vista strettamente storico-sociale le figure di questi nuovi personaggi politici si oppongono all’avidità della classe aristocratica e basano il loro consenso, facendo leva sulle vessazioni che le classi sociali inferiori subiscono dai governi aristocratici, e sullo squilibrio tra necessità della popolazione e risorse disponibili. Le più importanti tirannidi del VII secolo a.C. si registrano a Mitilene (Lesbo), a Megara, a Sicione e, soprattutto a Corinto.

Il Canale di Corinto oggi. Foto di Frank van Mierlo

Corinto è una delle città più all’avanguardia dell’epoca; fino alla metà del VII secolo a.C. è governata dai Bacchiadi e, ben presto, la sua importanza in ambito commerciale assume una dimensione “internazionale”, grazie anche ad una posizione geografica privilegiata: le ceramiche, prodotte in quantità industriale dagli artigiani, vengono esportate in tutto il Mediterraneo, sia ad Oriente che ad Occidente, assecondando la vocazione marinara della città.

Nella città dell’Istmo, già a partire dal 720 a.C., le fabbriche dei vasai iniziano ad adoperare la ruota del tornio ceramico, una novità introdotta a Corinto secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio, e ad abbandonare l’uso dei caratteri geometrici, tipici del periodo artistico precedente, facendo uso degli elementi di originalità apportati dall’arte orientale.

Grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici è stato possibile ottenere una seriazione cronologica molto dettagliata dell’evoluzione della ceramica protocorinzia.

Le produzioni artistiche del Protocorinzio Antico, che si sviluppa dal 720 al 690 a.C., prediligono forme di piccole dimensioni, gli aryballoi, boccette quasi sferiche alte non più di 7 cm, sulla cui superficie si impongono prepotentemente figure animali realizzate con una linea di contorno che presenta ancora tratti geometrizzanti. Gli artisti non si lasciano sopraffare dall’impulso narrativo, piuttosto introducono elementi riempitivi a carattere floreale, rosette e spirali di chiara ascendenza orientale.

Il Protocorinzio Medio (690-650 a.C.) inaugura una serie di trasformazioni che riguardano sia la forma sia le decorazioni del vaso. L’aryballos assume una forma più slanciata e, nonostante la costante delle dimensioni ridotte, propone fregi miniaturistici straordinari, dove le figure sono disposte in fregi sovrapposti utilizzando un nuovo repertorio e una nuova tecnica. Gli elementi figurati, che adesso sono ispirati ai personaggi della mitologia, abbandonano completamente i criteri geometrizzanti e lasciano spazio all’estro artistico dei vasai.

In questo breve arco temporale si sperimentano tecniche decorative che ben si adattano alle nuove forme e alle nuove decorazioni presenti sulla superficie dei vasi: alla tecnica a figure nere, molto utilizzata nei decenni successivi, si affiancano la tecnica dell’incisione dei fregi umani ed animalistici (per esaltare i particolari del soggetto raffigurato utilizzando uno strumento metallico a punta sottile) e la tecnica della sovraddipintura (ottima per creare effetti policromi).

Nel Protocorinzio Tardo, il cui sviluppo si data dal 650 al 630 a.C., i pittori iniziano a cimentarsi con forme vascolari di dimensioni maggiori. Non producono solo piccoli aryballoi ma anche brocche di quasi 30 cm, dove sono prediletti fregi animalistici sovrapposti in successione e riempitivi di carattere floreale.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Tutte queste sperimentazioni raggiungono la massima potenzialità espressiva nell’Olpe Chigi.

Rinvenuta in una tomba etrusca a Veio (Etruria), l’olpe, una brocca a bocca rotonda utilizzata nei simposi per versare il vino nelle coppe dei commensali, risale al 640 a.C. circa e riflette il passaggio dal Protocorinzio Medio al Protocorinzio Tardo. Ha un’altezza di 26 cm e si tratta probabilmente di un dono o di un acquisto di un principe etrusco. Oggi questa meraviglia si può ammirare al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

La straordinarietà dell’Olpe Chigi sta nella presenza di fregi figurati complessi che fanno uso della tecnica a figure nere integrata abbondantemente con la policromia. Le scene raffigurate occupano gli spazi principali della brocca, ovvero la spalla nella parte superiore, la pancia in posizione centrale, e la parte sottostante.

Partendo dal basso verso l’alto si possono notare delle scene che, lette in sequenza, raccontano una storia: il programma iconografico rappresenta la successione di attività che un giovane aristocratico doveva sviluppare nel corso della sua vita per diventare un cittadino corinzio a pieno titolo e figurare tra coloro che combattevano in prima linea a difesa della città.

olpe chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Era consuetudine che i rampolli della classe aristocratica delle poleis greche, nel programma di formazione che erano tenuti a seguire, venissero avviati al combattimento fin dalla tenera età: la caccia alla lepre e alla volpe, animali incruenti, rappresentava una buona palestra per esercitare i riflessi. Superata questa fase, i giovani potevano mostrare il loro coraggio affrontando prove più rischiose, come la caccia al leone.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Non tutti riuscivano a sopravvivere, ma scampare alla morte significava poter ambire ad un matrimonio eccellente: è per tale motivo che nel punto di massima espansione del vaso, collocato tra una serie di efebi con doppia cavalcatura, campeggia l’unico episodio tratto dal repertorio mitico, ovvero il giudizio di Paride, da cui avrà luogo l’unione con Elena, la donna più bella del mondo antico.

La scena dello scontro tra opliti potrebbe alludere alla guerra di Troia, sorta proprio a seguito dell’unione tra il giovane troiano e la moglie di Menelao; e l’intento è senz’altro moraleggiante, con una nota di avvertimento in conseguenza di nozze giudicate sbagliate, cioè di un premio ottenuto ingiustamente. Elena era stata, infatti, offerta come contropartita a Paride dalla dea Afrodite per ottenere la vittoria nella contesa tra lei e altre due divinità, Atena ed Era, per stabilire chi fosse la più bella dell’Olimpo.

Questo complesso programma iconografico destinato ai corinzi viene reso con grande perizia dal pittore, che mostra di saper padroneggiare tutte le nuove tecniche della scuola protocorinzia, per rendere in pochi centimetri una serie di particolari molto dettagliati.

 

Olpe Chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Immagine dal libro di Knud Friis Johansen, Les Vases Sicyoniens. Étude archéologique, 2a ed., Paris : Copenhague, Edouard Champion : V. Pio - Povl Branner, 1923, pl. XXXIX. Immagine in pubblico dominio

Bibliografia:

  • Storia dell’arte greca, A. Giuliano, Carocci, Roma 2017.
  • Arte Greca, G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Mondadori, Milano 2013
  • Il mondo dell'arte greca, T. Holscher, Einaudi, Torino 2008
  • Archeologia e stria dell’arte greca: storia della ceramica di età arcaica, classica ed ellenistica, P. E. Arias, Vol. 5, University of Michigan 1963.
  • Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, E. Lippolis – G. Rocco, Mondadori, Milano 2011.
  • L’Olpe Chigi. Storia di un agalma. Atti del Convegno Internazionale, E. Mugione – A. Benincasa, Pandemos, Paestum 2012.
  • Storie, Erodoto, Rizzoli Editore, Bologna 2008.

Achille Odisseo Matteo Nucci

Achille e Odisseo: archetipi di umanità. Intervista a Matteo Nucci

Non erano forse Achille ed Ettore i due eroi omerici contrapposti per eccellenza? Sono loro che - nemici per necessità - si scontrano sotto le mura di Troia, che i greci assediano da dieci anni. Ettore è il figlio migliore di Priamo, re della città assediata, ed è l’uccisore di Patroclo, l’amico più caro ad Achille, che dalla sua morte sarà richiamato sul campo. Achille è l’eroe dei greci, e con la sua assenza – rabbiosa, per l’offesa arrecatagli da Agamennone, ma temporanea – aveva rischiato di segnare per sempre il fallimento della spedizione achea.

Peter Paul Rubens, Achille vainqueur d'Hector (1630), olio su tavola (108 × 127 cm), presso il Musée des beaux-arts de Pau. Foto di Tylwyth Eldar, in pubblico dominio

Ma è tra loro il vero scontro? Piccola anticipazione: no, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Achille ed Ettore non sono altro che la stessa tipologia di eroe – e dunque di uomo – solo collocato nelle due metà opposte del campo: sono l’uno il riflesso dell’altro, il loro scontrarsi è un guardarsi allo specchio. La vera contrapposizione è un’altra, ci spiega Matteo Nucci nel suo ultimo saggio (Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno, edito da Einaudi): i due archetipi di umanità, come racconta anche Elena, greca dentro le mura troiane, sono Achille e Odisseo.

Ulisse e Polifemo nel mosaico dalla Villa Romana del Casale. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro (2015), CC BY-SA 4.0

E con Matteo Nucci parliamo in questa intervista, per la quale lo ringraziamo. Dopo averla letta, non ve ne andate: a seguire troverete anche una recensione del saggio.

Achille in una ceramica policroma (300 a. C. circa). Foto di Jona Lendering - Livius.org, CC0

Achille e Odisseo sono personaggi molto noti anche a chi non frequenta abitualmente i classici. Perché proprio questi due eroi, messi a confronto?

Sono noti perché hanno un peso particolare nel gruppo ristretto degli eroi che combattono a Troia. Solo Ettore ne equipara la fama ma sul fronte opposto, quello troiano. Il motivo credo sia evidente fin dall’antichità ed è il cuore di questo libro: la loro opposizione caratteriale. Achille e Odisseo rappresentano due maniere opposte di vivere la vita, di guardare a ciò che dobbiamo o vogliamo fare e di impiegare la più grande ricchezza a nostra disposizione, ossia il tempo. Sono modelli agli antipodi. Astuzia contro schiettezza. Prudenza contro impulsività. Futuro contro presente.

Elena e Paride da un cratere a campana apulo a figure rosse, 380–370 a. C. al Musée du Louvre. Foto di Bibi Saint-Pol, in pubblico dominio

Un espediente utilizzato nel libro è quello di ampliare e rimodulare, attraverso riscritture, scene che vedono protagonista Elena, in parte già presenti nella tradizione. Da cosa deriva questa scelta di valorizzare il suo punto di vista nel racconto degli eroi?

Riscrivere Omero non ha senso. Sono contrario a qualsiasi attualizzazione o versione semplificata, in prosa o quel che è. Omero va letto e basta e si scoprirà la sua grandezza. Una delle più belle soddisfazioni è quando mi dicono: mi sono messo a leggere Omero grazie ai tuoi libri. Ciò non toglie che il mito non è cantato e raccontato soltanto da Omero. Ci sono aspetti di queste storie che altri mitografi hanno ricreato e riplasmato.

La potenza immortale del mito sta proprio nel fatto che si rinnovi sempre seguendo direzioni diverse. Io credo che la figura di Elena sia stata molto trattata per questioni in fondo poco decisive, come la bellezza quasi divina, la propensione al tradimento, l’abilità nella parola seduttiva. In realtà, leggendo Omero abbiamo l’impressione che la sua centralità abbia a che fare con una capacità unica di omprendere gli uomini con cui ha a che fare (tranne l’amante troiano Paride), con l’autorevolezza che le permette di indicare una via, con l’abitudine a scegliere senza rimpianti, a cambiare idea e adeguarsi alla realtà, con il senso pratico e con la parola attenta, sottile, precisa.

Elena è una grande conquistatrice più che una distruttrice – come si dice troppo spesso. Per questo riscrivo le sue storie. Letterariamente. Rifondo un’altra versione del mito. E uso uno stile mio ma che è evidentemente un uso moderno della maniera omerica. Tutto questo – ci tengo a dirlo – per la verità del testo, la sua ricchezza e la sua infinita apertura. Non per questioni di genere. Oggi si riscrive il mito dalla parte di quella o quell’altra eroina, come se Penelope fosse sempre stata offesa dal fedifrago Odisseo mentre Clitemnestra era umiliata dallo spirito di Agamennone  e così via. Io detesto le questioni rosa in letteratura, ma anche fuori dalla letteratura. Non c’è bisogno di limiti né di spinte alla correttezza che io francamente detesto. La letteratura fa da sé. Elena è una donna straordinaria. Ma i sostenitori delle questioni di genere non hanno neppure capito perché. Nei miei tre libri mitici (Le lacrime degli eroi, L’abisso di Eros, e Achille e Odisseo) lo dico e lo ridico molto spesso.

Francesco Primaticcio, Odisseo e Penelope, olio su tela (1563 circa). Foto The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio
Parlando degli amori di Odisseo, nel libro si ricorda il rischio di letture superficiali e banalizzanti: come si fa a raccontare i classici in modo accessibile senza cadere in interpretazioni fantasiose o decontestualizzate?

Leggendo i classici con passione e senza pregiudizi. Senza aspettarsi ciò che non c’è. Senza cercare conferme di un’idea. Ossia facendo tutto quel che si deve fare per vivere una giornata decente, ossia non sperare l’insperabile e non tentare di dare ordine al caos. Qual è il modo migliore per affrontare le nostre vite se non la critica continua, il dubbio, la domanda?

Ecco: Omero va letto così. Impossibile che sia banale o superficiale se si entra nei meandri delle sue contraddizioni, delle oscurità e del mistero. Ogni storia nasconde perle e spinge alla ricerca della luce proprio grazie al buio in cui ci immerge. Ma il pericolo più grande sta nella presunzione di chiarezza che si ha circa certi racconti, una presunzione che rende impossibile qualsiasi lettura che sia ricca di significati e di sfide al lettore.

Achille e Aiace giocano nell'anfora attica a figure nere di Exekias (530 a. C. circa). Dal Museo Gregoriano Etrusco, Sala XIX, Musei Vaticani. Foto di Jakob Bådagård, in pubblico dominio

Il gioco dei dadi era una parte importante della vita degli antichi, almeno per quanto possiamo dedurre dalle testimonianze. Ha scelto di dedicare uno spazio a questo aspetto e a una riflessione sulle tattiche di gioco che avrebbero attuato Achille e Odisseo, anche attraverso il paragone con il backgammon. Quanto si può capire di una persona dal suo modo di gestire una tattica di gioco? Ha un qualche significato il fatto che Odisseo non sia mai rappresentato nell’atto del gioco, esclusa la partecipazione ai giochi funebri per Patroclo?

Si può giocare a dadi e si può partecipare a giochi in cui i dadi hanno un ruolo ma non esclusivo. I dadi rappresentano la sorte. Ma le nostre vite non sono soltanto affidate alla sorte bensì anche a quella forma di intelligenza umana che ha a che fare con la sorte. Questo è ciò che racconto attraverso il backgammon, come lo chiamiamo noi oggi. Un gioco antichissimo in cui sorte e intelligenza si dividono equamente le parti. Un gioco che è specchio di vita e così viene raccontato da Platone e Aristotele.

Non c’è dubbio che il modo in cui gli esseri umani giocano racconta molto bene la loro personalità. C’è chi vuole vincere distruggendo e chi vuole vincere nella bellezza. Generalmente questi ultimi sono coloro i quali godono di partite lunghe e rocambolesche, in cui l’intelligenza tenta di irretire la fortuna per creare un’opera d’arte. Spesso costoro sono detti perdenti. Spesso l’animo artistico è considerato perdente.

Ma cosa significa vincere? Sono questioni delicate. Achille è un virtuoso del tempo libero. Odisseo no. Odisseo vuole correre e per questo non ama giocare. Achille a backgammon vuole vincere con la bellezza. Odisseo, se giocava a backgammon, sceglieva la tattica più veloce e distruttiva. Il contrario dell’immagine a cui siamo abituati? Ecco la ricchezza di Omero di cui vi parlavo prima. Omero non finisce mai. Sta a noi leggerlo, rileggerlo, sognare, interpretare.

Achille Odisseo Matteo Nucci
Il corpo di Patroclo sollevato da Menelao e Merione, mentre Odisseo guarda. Rilievo etrusco del secondo secolo a. C., da Volterra e oggi presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

Achille e Odisseo sono eroi ma, come apprendiamo dalla lettura del suo libro, credere che che l'eroe sia una creatura sovrumana è una prospettiva fallace: essi altro non sono che uomini (e donne) nella propria completa realizzazione. Inoltre, mi sembra di intendere che in generale nella sua scrittura si insista molto sulla fragilità dell'eroe. Alla luce delle differenze e somiglianze tra Achille e Odisseo, ci può dire se ha una preferenza tra i due?

Che l’eroe sia un oltreuomo è veramente una stupidaggine che nei secoli ha prodotto mistificazioni e molta idiozia. L’eroe è uomo fino in fondo, ragione e sentimento, progetti e emozioni. L’eroe è chi sa piangere senza vergogna, come raccontavo nel primo libro della mia trilogia antica. Tutt’altra cosa è il supereroe. Che infatti non è umano, non ha poteri umani, ma superpoteri. Non so proprio perché Brecht ci abbia condannati a quella massima per cui sarebbero beati coloro che non hanno bisogno di eroi. Ma non è che Brecht sia possessore di verità assolute, no?

Quanto alle mie preferenze, credo siano evidenti. Io sono appassionato e impulsivo, non resisto alla tentazione di dire ciò che penso, non faccio molti calcoli. Al tempo stesso ho patito molto per la tentazione di guardare nel futuro e di prendere decisioni guardando nel futuro. Poi ho la mia vita, tutti abbiamo la nostra e ciascuno di noi ha vissuto i suoi grandi dolori. Certo, non posso dire come Achille che la sofferenza che ho provato, una sofferenza così grande, non la proverò mai più. Ma non mi sono risparmiato e cerco a modo mio di godere per quel che ho. La vita è un soffio. Sono assolutamente dalla parte di Achille.

Achille Odisseo Matteo Nucci
La copertina del saggio Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno di Matteo Nucci, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Extra

Di seguito la recensione del libro, a cura di Francesca Salvatori

Achille e Odisseo, dunque. Achille, il guerriero più forte dalla caviglia fragile e Odisseo, il migliore tessitore di inganni, che vive del proprio viaggiare.

Nel saggio di Matteo Nucci vediamo di loro il diverso rapporto con la verità, con la vita e con la morte, con la fragilità umana, con le scelte. Li vediamo diversi nel modo di guardare al passato e di desiderare il futuro. Odisseo al futuro guarda continuamente: pensare alle conseguenze è più importante che seguire l’impulso del momento. Se ti trovi in una grotta chiusa da un masso che solo un essere gigantesco come il Ciclope può spostare, non puoi ammazzare quella creatura, anche se nel frattempo sta facendo a brani i tuoi compagni. Odisseo è l’eroe che guarda al futuro trascurando il presente, ma è anche l’eroe che rifugge il passato: è molto suggestiva l’ipotesi formulata da Nucci in merito al canto delle Sirene, la cui arte sarebbe forse quella di raccontare a ciascuno la verità sul suo passato. Per questo Circe gli suggerisce il noto espediente di ascoltare il canto solo dopo essersi fatto legare dai compagni: Circe sa che Odisseo – che pure vuole ascoltare – non saprebbe più andare avanti una volta conosciuta davvero tutta la verità sul proprio passato.

Ulisse e le sirene. Mosaico pavimentale romano del secolo II d.C., da Dougga e oggi al Museo del Bardo a Tunisi. Foto di Giorces, modificata da Habib M'henni, in pubblico dominio

Ma chi di noi, alla fine, ci riuscirebbe?

«Come potremmo, tutti noi, resistere alla disperazione, quando ci venisse raccontata tutta la verità su ciò che abbiamo vissuto? […] Nessuna verità sul nostro passato ha senso se non quella che scaturisce dalla nostra indagine».

E Achille? Achille è il presente. Più giovane di Odisseo, bello, figlio di madre divina, Achille non guarda oltre la contingenza in nome della volontà di vivere. Achille reagisce all’ingiustizia perpetrata da Agamennone mentre gli altri eroi rimangono in silenzio, benché anche i loro bottini siano messi a repentaglio dal capo della spedizione. Achille non resiste quando Odisseo viene a cercarlo tra le figlie di Licomede: sua madre aveva tentato di nasconderlo travestendolo da ragazza, ma lui svela l’inganno, in cui è coinvolto senza averne preso l’iniziativa, perché troppo forte è il richiamo della battaglia. Eppure, Achille vuole vivere. Sa che il suo destino non prevede un ritorno dalla guerra di Troia, sa che la sua vita sarà breve, ma non si consegna a questa certezza.

Quando rifiuta le scuse di Agamennone, durante la nota ambasceria di Aiace, Fenice e Odisseo, Achille ricorda che per lui esistono due alternative: una vita breve e gloriosa o una vita lunga, ma senza la fama delle sue grandi gesta. Achille non ha dubbi, è meglio la vita, come la sua ombra dirà a Odisseo nell’Ade, è meglio la vita perché senza la vita è tutto perduto.

Achille vive un eterno presente, dicevamo, costruisce il suo tempo nella consapevolezza di non avere un futuro e ignorando questa consapevolezza. Odisseo vive sempre al futuro e, quando questo futuro sembra arrivare, ecco che sembra volerlo spostare sempre più in là. Persino il ritorno a Itaca non è altro che l’inizio di una nuova avventura. Chi dei due eroi vive davvero? Forse vivono solo in modo diverso?

Il saggio di Matteo Nucci, snello e di agile lettura, prende ciò che spesso è noto dei poemi omerici, o che spesso si crede di sapere, e ne fa miniera di spunti di riflessione. Laddove si senta il bisogno di un maggiore approfondimento, la bibliografia è ottima per indagare singoli aspetti che destino interesse o – nella sezione bibliografia ragionata – per cercare la spiegazione di scelte e interpretazioni. A modesto parere di chi sta scrivendo questa recensione, la lettura di questo saggio potrebbe essere stimolante anche per i giovani – che preferibilmente abbiano qualche nozione del mondo classico – perché, senza deturpare l’antico con letture decontestualizzate, e al netto di qualche semplificazione funzionale, racconta gli eroi come uomini nella propria piena realizzazione. Con tutte le differenze e le distanze tra noi e gli antichi, il bisogno di interrogarsi su cosa significhi essere uomini e donne non ci ha abbandonato.

«I poeti greci chiamarono effimeri quegli esseri condannati a vivere “un giorno soltanto” (ephemeros: da epi + emera ossia “di un giorno”). Sapevano bene, conoscendo a menadito Omero, che proprio la finitezza della vita umana la rende sacra e superiore alla vita immortale».

L’uomo non ha controllo sul tempo a propria disposizione, sa solo che questo tempo non è infinito. Proprio questa finitezza rende la sua condizione preferibile a quella degli immortali: ogni scelta è unica, la consapevolezza della fine dà senso a ogni obiettivo. Achille vive come se non sapesse che la sua vita è appesa a un filo: sa che non tornerà da Ilio, ma è in nome della vita che ha lasciato in patria, e che avrebbe desiderato coltivare, è in nome del padre che avrebbe voluto rivedere che consegna il corpo di Ettore a Priamo e condivide con lui il dolore per il destino che accomuna le loro famiglie. Odisseo rifiuta l’immortalità che Calipso gli offre, perché la condizione immutabile della dea, che mai invecchierà e mai vedrà la conclusione della propria vita, somiglia tanto alla morte. Achille si getta nella battaglia sapendo che ogni scontro può essere l’ultimo, e proprio in questa consapevolezza si fonda il grande valore che accorda alla vita. Desiderano avere la morte gli dei che vedono morire i propri amanti mortali.

Solo ciò che è effimero è eterno


Storia del Partenone. Un salto nell'Atene del V secolo a.C.

Da millenni domina il paesaggio della città di Atene, proprio lì nel cuore dell'Acropoli, ed è la migliore rappresentazione dell'arte classica. La sue fondamenta sorgono su un precedente tempio raso al suolo dai Persiani nel 480 a.C.: il nuovo edificio, progettato dai migliori architetti dell'epoca, avrebbe dovuto cancellare l'onta di una distruzione già annunciata e proclamare la rinascita della città. Farà molto di più: ne diventerà il simbolo.

L'audacia e l'ambizione di un'opera così imponente sono fondate sulle spoglie di una lunga guerra che ha determinato il destino della Grecia. Le ostilità tra i greci e i persiani andavano ormai avanti da decenni con scontri epocali: Maratona, le Termopili, Salamina e Platea. I rapporti turbolenti tra le due realtà vengono mitigati da una pace che impediva ai persiani di entrare nel Mar Egeo, la cosiddetta pace di Callia. Anche il rapporto tra Atene e i suoi alleati subisce delle modifiche: dopo aver rinforzato la sua egemonia, costituisce la lega delio-attica, nella quale ingloba in un'unica alleanza molte città del mondo ionico e molte delle isole che l'avevano spalleggiata nel corso delle Guerre Persiane. Grazie al ruolo guida che la città assume assieme a Sparta, inizia l'epoca aurea della Grecia. Con l'ascesa al potere dello statista democratico Pericle, Atene diviene la capitale politica e culturale del Mediterraneo.
Nel 443 a.C. prende forma il programma di ristrutturazione dell'Acropoli, grazie alle ingenti somme di denaro di cui poteva disporre la città.

Storia Partenone Acropoli di Atene

Il marmo pentelico

Il Partenone è il primo edificio su cui si concentreranno gli sforzi economici del piano di ristrutturazione di Pericle. Questo grande tempio di ordine dorico, dedicato alla dea Atena Parthenos, viene concepito per accogliere l'enorme statua criselefantina progettata da Fidia. È lungo 70×31 m e non ha un altare davanti a sé. Le processioni e i sacrifici venivano infatti effettuati nell'altare che stava di fronte al vecchio tempio di Atena Polias, proprio adiacente al luogo in cui sorge l'Eretteo.

È costruito con un marmo particolarissimo e splendente, ricavato dalle cave di marmo del Monte Penteli, a circa 15 km dalla città. Per trasportare gli enormi blocchi di marmo sulle ripide pendici dell'Acropoli era necessario utilizzare una tecnica particolare: l'ipotesi più accreditata è quella che prevede un sistema di intelaiature di legno, posizionate intorno alle colonne, che venivano trasportate con i buoi sulla collina a mo' di rullo. Sul luogo di costruzione venivano usate delle gru con un sistema di puleggie per sollevare i blocchi.

La planimetria del tempio presenta delle caratteristiche nuove, perché la fronte non è esastila come ci si aspetterebbe di vedere in un qualunque tempio dorico: la fronte è ottastila, cioè composta da 8 colonne sui lati brevi e 17 sui lati lunghi. Le numerose epigrafi, rinvenute sulla sommità dell'Acropoli, ci consentono di conoscere i nomi dei responsabili di questo cantiere sorto nel 447 e terminato nel 438 a. C.: il "sovrintendente" Fidia era affiancato da due architetti di altissimo valore, Iktynos e Kallikrates.

Commistione stilistica: un esperimento rivoluzionario

La cella del Partenone è suddivisa in due spazi: un ambiente rivolto ad ovest, caratterizzato dalla presenza di 4 colonne di ordine ionico (i cui frammenti sono esposti al Museo dell'Acropoli) che sorreggono le architravi del soffitto ligneo, e utilizzato per conservare gli arredi sacri e il peplo consegnato dalle fanciulle durante la cerimonia sacra delle feste Panatenee; un ambiente ad est, lungo 100 piedi, con un portico continuo che gira intorno alla cella formando un "pi greco" (π) grazie alla presenza di 10 colonne sui lati lunghi e 5 sui lati brevi, concepito in funzione di creare una quinta scenica per abbracciare il simulacro criselefantino della dea Atena Parthenos (di cui rimangono solo copie di età romana: la migliore tra esse è conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene). Questa innovazione planimetrica verrà poi presa come modello nei templi eretti successivamente.

Ma la grande novità risiede nella compresenza in un unico edificio, per la prima volta nella storia dell'architettura greca, dei due ordini principali, quello dorico e quello ionico. Esternamente il tempio si presenta come un tempio di ordine dorico, invece nell'opistodomo compaiono le già menzionate colonne di ordine ionico. Anche i fregi, interni ed esterni, propongono una mescolanza di stili: alle metope e ai triglifi, simboli dell'ordine dorico, realizzati sulla sommità esterna del tempio, si contrappone il lungo fregio continuo di ordine ionico che gira attorno ai muri della cella interna.
Fino al periodo precedente, il cosiddetto "stile severo" (480 - 450 a. C.) vi era una rigida distinzione tra i due ordini: Fidia invece ne promuove una sintesi.

L'esaltazione della civiltà: il programma iconografico

Nella mentalità greca non esiste atteggiamento celebrativo che non faccia ricorso al patrimonio mitico. La volontà di Pericle era quella di esaltare la vittoria della piccola città di Atene contro il temibile nemico persiano. Ciascuno dei lati sviluppa un tema mitologico che vede la contrapposizione tra il mondo civile, rappresentato dagli dei dell'Olimpo e dagli eroi greci, e il mondo barbaro rappresentato da figure semiferine e poco civilizzate: ad est campeggia la Gigantomachia; ad ovest, l'Amazonomachia; a sud vi è la Centauromachia; a nord, la guerra di Troia, prefigurazione dello scontro tra Oriente e Occidente. Il progetto iconografico è unitario e coerente, ed è opera di Fidia; ma la sua realizzazione viene affidata a tanti artigiani coordinati dai capi bottega per hanno lavorato sull'Acropoli per ben 15 anni.

I frontoni rappresentano la miracolosa nascita di Atena (sul lato est) e la contesa tra la dea titolare del tempio e Poseidone per il possesso della regione dell'Attica.
Sfortunatamente la maggior parte delle metope risulta danneggiata per la vicenda travagliata di cui il Partenone è stato protagonista nel corso dei secoli. L'edificio è stato tramutato prima in chiesa, poi in sede vescovile e persino in moschea, ma il danno peggiore lo ha subito nel 1687 a seguito di un bombardamento a cui fu sottoposto durante il combattimento tra veneziani e turchi che ha danneggiato irrimediabilmente il programma decorativo quasi nella totalità.

La maggior parte delle metope oggi si trova esposta al British Museum, lì portate dall'ambasciatore britannico Sir Thomas B. Elgin nei primi decenni dell'Ottocento.
Nel fregio interno di ordine dorico viene rappresentata un'unica vicenda: la processione reale che gli ateniesi compivano salendo sulla Acropoli in occasione delle feste Panatenee. Vengono rappresentate tutte le classi sociali ateniesi che convergono sul lato est del tempio, dove si conclude la sfilata. Al centro, sopra la porta principale, sono rappresentate le fanciulle vergini che offrono il peplo sacro ad Atena in presenza degli dei e degli eroi. Tutti i personaggi sono connotati da una grande serenità mentre partecipano a questo rito identitario che celebra la pace, l'opulenza e l'orgoglio che la città è riuscita ad ottenere grazie alla benevolenza divina.

Storia Partenone Acropoli di Atene

Bibliografia:
1) Arte greca. Dal decimo al primo secolo a.C., G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Mondadori, Milano 2013

2) Storia greca, Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, D. Musti, Editori Laterza, Roma 2006.

3) Από τον λατομείο στον Παρθενώνα, M. Korres, Εκδοτικός Οίκος ΜΕΛΙΣΣΑ, Atene 2000.

4) Parthenon. Power and Politics on the Acropolis, D. Stuttard, The British Museum Press, Londra 2013.

5) Viaggio in Grecia, Attica e Megaride (I), Pausania, BUR, Milano 1991.

 

Tutte le foto sono di Cristina Provenzano.


Roberto Mussapi i nomi e le voci

Il risonante richiamo del mito

Poesia e teatro custodiscono da sempre, in uno scrigno adamantino, il cuore fragile del mito, serbandone la ieratica verità in una dimensione capace di sollevarsi al di sopra del tempo. A questo principio immutabile e, in una certa misura, sacro paiono ispirarsi i monologhi in versi di Roberto Mussapi, composti nel corso della sua lunga e fertile produzione letteraria e da poco raccolti in una silloge - I nomi e le voci - edita da Mondadori, nella storica collana Lo Specchio. Sin dal titolo, così evocativo, si intuisce che la cifra che contraddistingue l’opera è la pluralità; dalla folla di volti, di maschere e di parole, emergono di volta in volta personalità uniche e dirompenti, che spiccano, oltre che per la loro irripetibile individualità, anche per i significati profondi di cui la loro storia è vibrante espressione.

Scongiurato il pericolo dell’anacronismo – perché il mito per la natura ribelle scavalca le leggi caduche del tempo –, come un demiurgo Mussapi opera sui personaggi dell’epica e della tragedia greca una sorta di palingenesi, permettendo ai protagonisti della classicità di pronunciare visioni rinnovate, all’insegna di una modernità ritrovata e incredibilmente sensuale. Così la sua Cassandra, profetessa troiana dalla voce inascoltata e franta, trascinata come bottino di guerra in un mondo che non ha bisogno di profeti, percepisce il fetore di sangue e morte nel palazzo degli Atridi, è tormentata dalle visioni di un mare che sanguina, e parla a se stessa dal dolore pungente della sua assoluta cecità; Eco, la risonante, la ninfa che si invaghisce di Narciso senza esserne ricambiata e che viene condannata a replicare in eterno un suono privo di significato, serba la memoria di un passato corporale, mentre in lei già dolora il supplizio di un presente mutilo: «A quel tempo non ero pura voce ma avevo un corpo, / e un tempo avevo anche la voce che senti, / che sta svanendo, ascolta, sta trapassando / a quella che sarà e che senti, al tuo presente». Il suo futuro è attesa e nascondimento, vergogna per un amore rifiutato, e voce, voce che «perdura, e ciò che vive è suono».

Particolare dell'opera Teseo e il Minotauro del Maestro dei Cassoni Campana (1510-15). Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Le immagini che da un testo all’altro si rincorrono evidenziano la rilevanza assunta, tra le sfere sensoriali, dal tatto: colpisce, in questo senso, l’esempio di Arianna, che nel ricordo alterna la sensazione della ruvidezza del filo tra le dita alla percezione altrettanto netta della sua assenza; nel sonno dell’abbandono sulla riva di Nasso, i due polpastrelli ora si sfiorano nudi, sono stati derubati della traccia tangibile di un legame salvifico, che aveva concesso alla fanciulla di essere vicina all’eroe nel suo oscuro viaggio verso il Minotauro e, soprattutto, nel ritorno alla luce. L’errore di Teseo, nella rilettura di Mussapi, consiste nel confondere amore e magia, attribuendo allo stratagemma del filo, e non al sentimento puro di Arianna, la riuscita dell’impresa: «e non è contro natura Teseo, / che non seppe riconoscere l’amore, / che usò il mio filo e lo spezzò come un fiore, / non è contro natura non capire, / non essere all’altezza dell’amore?». Anche le due voci di Penelope, che risuonano in una persona sola, proferiscono la palpabilità di una trama intrecciata di giorno e disfatta di notte in un lavorio incessante, e parlano di dita che il filo riga ora su ora: «Certo, raccontano, la moglie di Ulisse / non poteva non condividerne scaltrezza e acume, / ma questa è solo la verità apparente della storia. / Che fu tramata, questa sì, tramata / da quel disegno che muove le dita di una donna / nel buio della notte, per amore. / Che vuole dire non sottomettersi al tempo, / salvare con le mani il primo incanto».

Rudolf Seitz, Penelope alla tela in un tessuto (1893) dal Castello di Ratibor a Roth. Immagine CC0

Mussapi risale alla radice più profonda del significato del mythos, recuperandone la nodale valenza narrativa: le presenze che popolano la verticalità dei suoi monologhi si esprimono in versi, ma non si limitano a pronunciare i tormenti dell’io, anzi raccontano i destini dell’uno e del molteplice, gli impervi cammini che il poeta percorre per scovare l’alterità e partecipare della sua creaturale ferita. Dal buio oltremondano, Enea e Didone testimoniano la loro verità: e se il primo chiede salvezza e perdono («io lasciai lei e la vita, / per dare altrove vita ai miei morti»), la seconda nel fitto della tenebra si dice ferma nel ricordo di Enea («nella sua voce ancora mi tengo»). Altrettanto terribile risuona la condanna di Antigone, di fronte alla violazione del sacro confine tra i due regni, quello dei vivi, con le sue norme scritte, e quello degli inferi, con le sue leggi eterne e immutabili.

Dettaglio di affresco dalla Tomba del tuffatore a Paestum. Fotografia autoprodotta di Michael Johanning (2001) in pubblico dominio

Il viaggio nell’antico si conclude con le Parole del tuffatore di Paestum, che dal fondo dell’abisso consegna a suo figlio l’esperita certezza dell’eternità dell’amore, e con le Parole di Plinio dal vulcano in fiamme, che nella lava incandescente riconosce la scintilla che avvampa dentro di sé da sempre e che lo riconduce a se stesso: «Arduo è durare, più raro esistere, / protrarre nella durata quella fiamma, / e solo in quella vampa io fui alla sua altezza». I voli di Mussapi proseguono nel vasto cielo di Shakespeare e nelle speziate notti arabe, per planare poi nella Grotta Azzurra in cui rendere onore al suo tempo e alle parole che, assecondando il richiamo del mito, possono talvolta salvare la vita.

Roberto Mussapi legge da I nomi e le voci.

Roberto Mussapi i nomi e le voci
La copertina del libro I nomi e le voci di Roberto Mussapi, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nella collana Lo Specchio

Enea Giorgio Caproni

Il nostro Enea

Scintillano talvolta nel grigiore delle esistenze anonime di tutti noi degli eccezionali bagliori, degli incontri imprevisti che di lì in poi illuminano di senso il nostro andare. Esperienze tali accadono forse solo a chi possiede un animo predisposto all’ascolto, ma sono talmente pervasive e significanti da arrivare a riguardare l’intera comunità. Attorno a un momento così toccante ruotano i testi (poesie e prose) di Giorgio Caproni contenuti nel volume recentemente edito da Garzanti, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti.

Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova: il monumento colpì profondamente Giorgio Caproni. Foto di Elena Torre

In una delle piazze più bombardate d’Italia, Piazza Bandiera, a Genova, si erge un monumento a Enea, ritratto nel momento iconico e patetico della fuga con il padre e il figlioletto. La casualità dell’accostamento tra il profugus scampato dall’incendio di Troia e quel luogo simbolo di distruzione colpisce profondamente Giorgio Caproni, che senza indugio alcuno vi legge la rappresentazione dell’uomo della sua generazione, solo mentre cerca di sorreggere una tradizione in rovina e di portare in salvo un futuro ancora incerto, che non sa stare in piedi. «È per me quanto di più commovente io abbia visto sulla terra», annota emozionato il poeta.

Alessandro Fo, nell’accorata prefazione del volume, non esita a definire una tale visione come un’epifania, una rivelazione poetica. E infatti tra il 1954 e il 1955 tale riflessione confluisce nei Versi tratti dal poemetto Passaggio d’Enea: «Enea che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto».

Emerge chiara nel componimento la vocazione narrativa dell’autore, il cui intento è quello di porgere al lettore una verità autentica, per quanto amara. L’esule fugge da una terra infestata dalla morte e cerca scampo nel mare, ma improvvisa arriva la sensazione che quella solitudine sarà il dolore con cui sarà costretto a fare i conti negli anni bui che verranno, in cui non basterà una bussola per orientarsi nell’oscurità; allo stesso modo, la luce non sarà certo un risveglio, ma indicherà forse un altro suolo che potrà calpestare chi non sa piegare il suo cuore: «Nell’avvampo / funebre d’una fuga su una rena / che scotta ancora di sangue, che scampo / può mai esserti il mare (la falena / verde dei fari bianchi) se con lui / senti di soprassalto che nel punto, / d’estrema solitudine, sei giunto / più esatto e incerto dei nostri anni bui?».

La persistenza del mito nel sogno letterario di Caproni è strettamente legata all’incertezza di colui che deve attraversare la notte: il suo epos è dunque quello modernissimo di chi tenta di districarsi tra le miserie cui condanna la Storia e la tensione innata verso il proprio tempo di pace. Incontrare Enea, salvo nonostante i bombardamenti, significa conoscersi e riconoscersi attraverso la memoria privata e collettiva dell’esperienza del dolore.

Sottolinea la curatrice del volume, Filomena Giannotti, che in Caproni gli echi classici appaiono privi di qualsiasi compiacimento erudito, e che anzi vengono traslati in una dimensione familiare. La frequentazione con quelle suggestioni antiche, meditata a fondo e più volte ripresa nell’arco di un’intera esistenza attraverso appunti e interviste, lo porta infine a compiere un ulteriore scarto nell’esplicitazione dell’identità non solo tra Enea e sé, ma anche tra Enea e noi tutti. Riflette infatti l’autore nel 1959, rimaneggiando un suo scritto risalente a dieci anni prima, in cui i verbi erano al singolare: «Ci troviamo veramente soli sopra la terra, con sulle spalle una tradizione che tentiamo di sostenere mentre questa non ci sostiene più, e per la mano una speranza ancor troppo gracile per potercisi appoggiare, e che pur dobbiamo portare a compimento».

Gian Lorenzo Bernini, Enea, Anchise e Ascanio, marmo (1618-19), Galleria Borghese, Roma. Foto di Architas, CC BY-SA 4.0

Il suo – il nostro – Enea è lontanissimo dalla retorica dei ricordi scolastici e da quella delle celebrazioni imperialistiche del fascismo; il personaggio, ormai non più solo virgiliano ma a pieno titolo caproniano, si configura piuttosto come il simbolo di colui che, esule, solo e dunque anti-eroe, deve farsi largo tra le macerie. Maurizio Bettini, nella postfazione, oltre a offrire ai lettori un avvincente caleidoscopio di riletture del mito di Enea più o meno coeve rispetto a quella di Caproni, evidenzia i tratti che rendono il poema di Virgilio perfettamente adeguato a raccontare il mondo in frantumi del dopoguerra: la pietà per i vinti, il disagio dei vincitori, l’orrore di fronte alla morte dei giovani.

Se è vero che per definizione i classici non esauriscono mai il loro portato di autenticità, questo appare con un’evidenza tanto più limpida in momenti storici cruciali, in cui un senso diffuso di smarrimento ci porta a ritornare alle parole degli antichi, per scovarne sotto le ceneri le scintille di una bellezza e di una verità che ardono ancora. Anche così, in questo tempo di solitudine e inesorabile disorientamento, Enea «meno eroe che uomo» ci esorta a un’assunzione di responsabilità, a un ripensamento radicale del futuro, nella necessità desolata e senza alternative di essere guida, di farsi carico di un passaggio senza la garanzia di un approdo. Accettare questa incertezza è improrogabile e altissimo compito della letteratura, da Virgilio a noi.

Giorgio Caproni il mio Enea
Giorgio Caproni, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti, con prefazione di Alessandro Fo e postfazione di Maurizio Bettini, pubblicato da Garzanti
Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova. Foto di Elena Torre

Esercizi di umanità, tra le lacrime delle cose

In questi giorni sospesi, virgilianamente segnati dalle lacrime delle cose, accostarsi alle pagine degli antichi innesca un singolare cortocircuito. Si tratta in realtà di una condizione sempre valida per ciò che è classico, che per definizione torna in ogni tempo a risignificarsi nella sua indomita verità. Sfogliare il saggio einaudiano di Maurizio Bettini, Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, pubblicato lo scorso anno dalla prestigiosa casa editrice torinese, in un momento così smarrito acquista una particolare rilevanza.

Il contesto in cui scrive l’autore, animato dall'acceso dibattito sull'immigrazione, lo porta a mettere in connessione alcuni aspetti della cultura greco-romana con i risvolti dell’allora stringente attualità: la questione dei naufragi e dei soccorsi, la tutela dei diritti umani, le nuove forme di schiavitù. Oggi, conservando quest’abitudine a far dialogare antico e contemporaneo pur nella legittima considerazione delle abissali distanze, si può tentare di leggere lo studio di Bettini alla luce delle rinnovate istanze sollevate dalla cronaca.

umanità lacrime
La Galleria Sciarra a Roma. Foto di Bianca Sorrentino

In un frangente emergenziale che ha scardinato radicalmente i pilastri che reggevano il nostro mondo e la visione che di esso avevamo, mettendoci faccia a faccia con la nostra diafana fragilità e con il rischio tangibile di lasciar emergere un’atavica ferocia, il richiamo alle memorabili parole di Didone può essere addirittura salvifico: nel primo libro dell’Eneide, la regina di Cartagine accetta di accogliere lo straniero Enea e i suoi compagni, profughi sulla costa africana, perché lei stessa ha conosciuto la sventura. «Non ignara mali miseris succurrere disco» (“non ignara del male imparo a soccorrere i miseri”), dichiara la donna; in questo verso immortale, Bettini rileva, da un lato, la reciprocità tra l’esperienza individuale del dolore e la compassione per la sofferenza altrui e, dall’altro, l’aspetto durativo di quell’«imparo» (disco), a sottolineare l’umanità di chi è disposto a trarre insegnamenti da ogni esperienza della propria vita, senza illudersi che i traumi del passato costituiscano un’acquisizione ‘formativa’ in sé compiuta. Il lascito virgiliano può, se non offrire risposte, fornire almeno un modello con cui misurarsi ora che il dramma della malattia, solitamente intimo e privato, è condiviso dalla società tutta, in un universo globalizzato e perennemente connesso.

Per appartenere a questa societas, direbbe Cicerone nel De officiis, è sufficiente essere uomini, possedere cioè la ragione e l’uso linguaggio; ma è bene sottolineare, ricorda Bettini, che «per un Romano espressioni come communis e communitas non implicano solo avere qualcosa “in comune”, ma anche reciproco impegno. La communitas presuppone infatti l’avere munia – “obblighi”, “impegni” – l’uno verso l’altro». Ecco un altro spunto di riflessione in un momento in cui siamo tutti, indistintamente, chiamati a mettere da parte la nostra individualità, a sacrificare abitudini e aspirazioni personali, in nome di un senso di responsabilità collettivo.

Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice, 1825, Paris, Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts. Foto di VladoubidoOo, CC BY-SA 3.0

Il capitolo che, letto ora, appare più intenso, ragguardevole e a suo modo straniante è quello dedicato ai cadaveri insepolti. L’autore traccia con maestria un suggestivo percorso che unisce la tragica vicenda di Antigone – sorella devota che, violando il decreto, concede sepoltura al fratello ribelle – al commovente episodio omerico in cui il re Priamo supplica Achille di restituirgli il corpo del figlio Ettore, affinché abbia esequie degne. Abbiamo tutti in mente le immagini della lunga fila di camion militari, i quali nei giorni scorsi hanno portato altrove i feretri che i templi crematori, vicini al collasso, faticano ormai a gestire. Credenti o atei, abbiamo tutti avvertito come impietosa – priva cioè di pietas, di devozione – la solitudine di queste morti, a cui è negata persino la dolcezza di un estremo saluto.

Bertel Thorvaldsen, Priamo chiede ad Achille la restituzione del corpo di Ettore; marmo, 1815. Foto dal libro Nordisk skulptur, København 1964, Foreningerne Norden. Pubblico dominio

Fare i conti con questo dolore indicibile è prematuro; scriverne in modo avventato e precipitoso potrebbe indurre in errori di valutazione miopi e grossolani; rivolgersi ai classici, per iniziare a instaurare un silenzioso dialogo con le risposte che gli antichi hanno rintracciato nel loro mondo, potrebbe essere una via per trovare un primo sostegno, esercitare costruttivamente dubbio e senso critico e ragionare sul futuro, senza farsi trovare impreparati - di nuovo.

umanità lacrime Maurizio Bettini Homo sum
La copertina di Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, di Maurizio Bettini, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Vele

In viaggio con gli dei Giulio Guidorizzi Silvia Romani

In viaggio con gli dei: un tuffo nel cuore del mito

In viaggio con gli dei è un saggio scritto dal professor Giulio Guidorizzi insieme alla professoressa Silvia Romani, con le illustrazioni di Michele Tranquillini che sono dei magici espedienti per rendere la lettura ancor più piacevole e stimolante. C'è da dire che il libro, pur raccontando con acume e rigore scientifico la storia e il patrimonio mitologico greco, spesso si abbandona (per fortuna!) a ispirate e apprezzatissime parentesi di scrittura poetica e evocativa. È indubbio che in queste pagine ci sia tutto l'amore e la passione dei due autori. Così In viaggio con gli dei diventa un percorso di iniziazione anche a livello personale, un tuffo profondo negli abissi del mito greco. Non sono le solite riproposizioni archetipiche di stampo junghiano o antropologico, bensì delle vere e proprie esplorazioni nel cuore del mito e della bellezza primigenia del mondo greco.

⠀ Il tutto sembra seguire un leitmotif - a volte sul piano logico, a volte su quello semi-leggendario - che ricorda il filo di Arianna che Teseo usò per fuggire dal labirinto di Cnosso, un filo che attraversa il mar Egeo e scala le salite dell'Acropoli ateniese, dove Pericle scolpì la sua fama nei monumenti e nelle metope del Partenone.

⠀Il percorso serpeggia intorno alle isole degli dèi, ai santuari, agli altari di Olimpia e alle città, da dove omerici Re sono partiti per vendicare l'onta subita da Menelao per mano di Paride. Scopriamo così le rocche degli Atridi a Micene, con le sue leonesse pronte a sorvegliare l'ingresso; la misteriosa città di Pilo, da dove partì il più anziano dei re dell'Iliade, Nestore il saggio. Veniamo poi catapultati nella primordiale Dodona, città-santuario in Epiro, dove le foglie delle querce sacre vibrano al passaggio del vento e della figura di Zeus; qui anche Alessandro Magno cercò consiglio, udendo l'atavico richiamo delle terre materne.

È un viaggio bellissimo, illustrato e ricco di fotografie, adatto agli appassionati e a coloro che vogliono conoscere la terra degli eroi ellenici in tutte le sue sfaccettature. Consigliato, perché quando si legge di questa terra, la Grecia ti rimane dentro, nel profondo dell'animo, fino alla morte. Come accadde a George Gordon Byron, martire poetico nell'abbraccio di Missolungi durante la Rivoluzione greca contro il dominio ottomano. Potrei dilungarmi a narrare i vari miti riproposti dai due autori, ma vi consiglio caldamente di recuperare questo bellissimo saggio edito da Raffaele Cortina Editore, che si conferma una garanzia nella realtà editoriale italiana.

Andremo ora conoscere direttamente i due autori di In viaggio con gli dei, Giulio Guidorizzi e Silvia Romani, in questa intervista doppia. Buona lettura!

Atene, foto di Gonbiana 

1) Esplorare la Grecia, terra di dèi e eroi, è sicuramente un viaggio magico. Una cosa che mi sono sempre chiesto è: come ci si sente a visitare dei luoghi densi di miti, aneddoti, racconti e allo stesso tempo dei siti archeologici resi famosi dai loro scopritori? Ovvero, a mio avviso, subentra anche una “mitologia” dell'archeologo, figure come Arthur Evans e Heinrich Schliemann sono altrettanto leggendarie e hanno plasmato il nostro immaginario. In un determinato luogo coesistono i “miti” di questi amanti dell'epos greco e le forze primordiali dell'Ellade del passato, modernità e antichità si esibiscono sul medesimo palcoscenico. Lei cosa ha provato a varcare la famosa “Porta dei Leoni” di Micene per poi osservare le tombe degli Atridi scoperte da Schliemann?

G. G.: Fu tanti anni fa, durante il mio primo viaggio in Grecia. Allora il turismo di massa era agli inizi, ed ebbi la fortuna di visitare Micene insieme a un archeologo greco. Viaggiai su un bus davvero scalcagnato, come si usava allora in Grecia.  L’impatto con le rovine di Micene mi lasciò un’impressione profonda: un paesaggio cupo, possente, e quei due leoni - anzi leonesse - che mi accoglievano nel silenzio ventoso della cittadella… Avrei potuto ben immaginare Agamennone che mi attendeva tutto chiuso nelle sue armi di bronzo. Micene è un posto speciale, non ha niente della solarità così familiare a chi viaggia in terra greca.

Cnosso, foto di davestem

2) Creta è un'isola magica, il luogo dove Zeus crebbe al riparo dall'ira di suo padre. Creta, in particolare Cnosso, diventa anche un simbolo di una civiltà dimenticata e dal fascino misterioso, colpa anche della Lineare A (di difficile traduzione) e delle scoperte di Evans. Cnosso quindi matura una doppia genealogia mitica, quella del suo passato glorioso e ancora incorniciato dal mito e dalla leggenda e quella più recente che deriva dal lavoro dell'archeologo Evans. Come coesistono oggi la Creta “reale” con quella “romantica” di Evans?

S. R.: Evans, fin dalle origini, ha pensato a Cnosso come una sorta di parco archeologico a tema. Aveva un’idea molto precisa di quel che Cnosso e la civiltà cretese in genere dovessero essere in origine: un ibrido fra il Liberty, il Decò e i colori violenti di un mondo in cui il blu, il rosso, il nero intenso servivano bene a rappresentare un’isola-continente affacciata sul mare. Una volta scoperto, il palazzo di Minosse è uscito dall’oblio, dopo millenni di silenzio, ma si è anche vestito di un abito che forse non è stato mai il suo. Ciò non rende l’eredità dell’universo minoico meno fondamentale per la contemporaneità: molto, infatti, da quel marzo del 1900 in cui Evans ha immerso la pala per la prima volta sulla collina di Kephalà, è stato fatto per valorizzare il valore identitario di quella che, ancor oggi, è la scoperta archeologica più importante di ogni tempo, per l'Occidente.

3) Tra le località che mi hanno colpito di più mentre ero In viaggio con gli dei ci sono sicuramente il monte Liceo e Epidauro, due luoghi che conservano le tracce di un passato magico e misterico. L'Arcadia selvaggia, cannibale, bestiale da un lato e la città di Asclepio e dei sogni dall'altro, due realtà ben diverse eppure molto simili e primigenie; secondo lei quanto sono importanti gli archetipi nati tra le foreste del Liceo e tra le strade di Epidauro?

G. G.: Consacrare una città a un dio, e per giunta un dio che compare nei sogni! E a un dio, inoltre, che soffrì, come soffrivano gli esso umani che andavano a cercare le sue grazie. Eppure, credo che pochi di coloro che visitano oggi le rovine siano consapevoli di ciò che accadeva allora in quel luogo; bisogna fare uno sforzo per immaginare i malati sdraiati sui loro tettucci, e con la loro piccola storia personale, il loro dolore privato, la loro speranza. Ma se ci si ferma davanti a quelle iscrizioni (che dovrebbero essere valorizzati dai curatori del museo) ci si può anche commuovere pensando a quanta gente comune è passata da quel luogo, affidandosi ai propri sogni.
Se l’umanità, e l’immagine dolce di un dio che soccorre è la cifra di Edipauro, il Liceo è l'opposto: cupo, minaccioso. quasi terrificante. Lì i Greci stessi vedevano le prime fasi della civiltà, quando l’uomo poteva essere anche un lupo, e la distanza tra natura e civiltà era ancora ridottissima.

4) Tra le località che mi hanno colpito di più c'è sicuramente Dodona, un santuario avvolto dal mistero e da forze primitive, un luogo calcato dai grandi della storia per interrogare l'oracolo nascosto tra le querce. Dodona può ancora essere una fonte per testimoniare il rapporto tra uomo, natura e le sfere del divino?

S. R.: Anche chi di noi abbia meno consuetudine con l’esperienza del viaggio in Grecia ha sperimentato almeno una volta la sensazione di trovarsi in compagnia di una presenza invisibile: come un soffio leggero o un’ombra appena oltre il campo visivo. Ecco, Dodona e le querce che stormiscono in questo spazio quasi metafisico sono la meta perfetta per chi sia alla ricerca di una forma speciale di straniamento o di incontro magico con la natura.

5) Delfi è un santuario, una città e soprattutto un simbolo per tutte le poleis greche. “Conosci te stesso” è una delle massime socratiche più famose di sempre, ma in realtà si trovava inscritta nel tempio di Apollo a Delfi, oggi quanto è importante ascoltare gli insegnamenti del mondo greco e “conoscere se stessi”?

G. G.: Il “conosci te stesso” era la massima adottata da Socrate, e da allora ci accompagna; la nostra civiltà non ha posto al suo centro l’Amman o l’Universo, ma questo piccolo universo segreto che ognuno porta con sé, e dove ogni giorno si compie il suo dramma di vivere. per questo è necessario  conoscerci. Certo, da allora c’è stata una lunga strada; ma la domanda resta la stessa, e in fondo anche chi va da uno psicanalista lo fa per rispondere allo stesso mistero. Se io fossi uno psicanalista, accanto alla fotografia di Freud terrei quella di Apollo, magari quella che raffigura il viso così misterioso ed enigmatico dell’Apollo che si vede al museo di Delfi. Aggiungerei che l’Apollo di Socrate è forse qualcosa di diverso da un dio: un compagno di strada segreto, potremmo quasi dire. Ora gli oracoli non esistono più. ma potremmo dire che per uomini come Socrate andare a Delfi non voleva dire misurarsi con un dio, ma cercare una sapienza.

6) A seguito della battaglia di Pidna del 168 a. C. Roma assorbe il regno di Macedonia nella schiera dei suoi territori: un duro colpo per la stirpe reale macedone costretta ad abbandonare Ege. Qualcos'altro tuttavia sopravvive, non solo i tesori dei reali macedoni. Parlo di affreschi ricchi di pathos e miti, testimonianze che scagionano i macedoni dalle accuse di essere dei “barbari del nord” da parte degli elleni. Ci sono differenze tra il patrimonio culturale macedone e quello “originale” greco? O entrambi conservano le medesime strutture?

S. R.: Ora siamo inclini a immaginare la civiltà greca in genere come un mondo molto più poroso e dai confini meno perimetrati di quel che abbiamo inteso fino a qualche tempo fa. L’arte greca, in particolare, è sempre stata esposta, fin dalla civiltà minoica, alle influenze dei popoli oltre confini. Di recente, e sempre di più, intuiamo quanto l’Oriente, latamente inteso, abbia contribuito nell’arricchire l’arte, la letteratura, la religione dei Greci. Quindi, con buona pace dei nazionalisti, Greci e Macedoni hanno condiviso un universo artistico e culturale che si è formato grazie a contaminazioni reciproche.

4) Tra tutti i miti e gli episodi leggendari raccontati nel libro In viaggio con gli dei quali sono i suoi preferiti? E se dovesse scegliere un compagno di viaggio da qualsiasi epoca storica con chi percorrerebbe il medesimo itinerario descritto nel libro?

G. G.: Forse, quello raffigurato nel frontone di Olimpia, cioè la sfida tra Pelope ed Enomao per l’amore di Ippodamia. Lì vedo sprigionarsi alcune energie primordiali, non controllate, che covano nel cuore degli esseri umani: eros e thànatos, amore e morte, il desiderio, il sesso, la violenza, il coraggio, l’astuzia, la sfida. E alla fine, la nascita di qualcosa di nuovo che prima non c’era. Con chi viaggerei? Mah, se dovessi scegliere e se mi accettasse come compagno di strada, viaggerei con Platone: mi mostrerebbe i luoghi e mi racconterebbe infinite cose che non so e che mi renderebbe più saggio a ogni passo

S. R.: Mi è davvero difficile scegliere: forse, i miti legati al mare, per mio gusto personale; l’immagine di Teseo che si tuffa in mare, a largo di Cnosso, oppure la nave di Dioniso che entra in porto, al Pireo, e si avvia a prendere possesso di Atene. Quanto alla seconda domanda, invece, la mia risposta è più sicura. Ho sempre sognato di viaggiare in Grecia con il famoso Lawrence d’Arabia che amava moltissimo la letteratura antica (ha anche tradotto l’Odissea in inglese). Sarebbe di certo uno straordinario compagno di viaggio.

in viaggio con gli dei Giulio Guidorizzi Silvia Romani
La copertina di In viaggio con gli dei - Guida mitologica della Grecia, di Giulio Guidorizzi e Silvia Romani, edito da Raffaello Cortina Editore

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Qualcuno che forse un tempo amavo

Famiglia, talvolta microcosmo accogliente e fidato, talvolta gabbia dorata in cui covano tradimenti e si annidano inganni insospettabili. Come le fiabe più crudeli, il mito con i suoi graffi riesce a strappare la maschera alle ipocrisie e rivela il nucleo di irriducibile verità che si cela dietro l’apparenza di molte relazioni: così, accanto a memorabili episodi di amore sincero in cui la purezza del sentimento commuove fuor di ogni retorica (emblematico risulta a tal proposito l’intenso saluto di Ettore e Andromaca, un momento di poesia altissima, prima del duello furibondo che sancirà la morte del marito e poi la riduzione in schiavitù della moglie e del figlioletto Astianatte), l’antico ha saputo proporre, senza vani pudori, modelli matrimoniali non altrettanto limpidi.

Spicca in questo senso la vicenda della casa degli Atridi, già contaminata dal miasma della maledizione divina, in virtù di quell’ineluttabile vincolo per cui le colpe dei padri ricadono sui discendenti. È infatti in seno alla famiglia di Atreo – colui che aveva imbandito al fratello le carni dei figli – che si dipana la sanguinosa storia di Agamennone e Clitemnestra, sovrani di Micene, protagonisti di una leggenda che con i suoi accenti feroci e straordinariamente magnetici ha ispirato poesia epica e tragica e continua a solleticare la fantasia dei moderni.

Recentissima è la rilettura a opera dell’irlandese Colm Tóibín: nel romanzo del 2017 La casa dei nomi, pubblicato in Italia l’anno successivo per i tipi di Einaudi, le voci dei personaggi principali si alternano nel progredire del racconto e testimoniano la complessità dell’intreccio dei punti di vista che compongono la realtà, dando forma a una verità che non è mai granitica, anzi riluce nelle sue molteplici sfumature. La Clitemnestra della tradizione, appiattita dal tempo su una spietatezza quasi stucchevole, viene qui risarcita della sua umana fragilità e sin dal memorabile incipit – ‘I have been acquainted with the smell of death’ («Ho dimestichezza con l’odore della morte») – rende i lettori partecipi del suo sentire attraverso i sensi. Volitiva e irriguardosa delle conseguenze dei suoi gesti, è vero, ma solo perché visceralmente segnata da una tragica prigionia nel ventre della terra: dopo essere stata sepolta viva affinché non fosse di ostacolo al sacrificio di Ifigenia (primogenita immolata dal padre Agamennone per placare i venti contrari e propiziare la partenza per Troia), la regina riemerge dal suolo dopo averne assorbito la forza ctonia e uterina. Colm Tóibín la dipinge fiera negli istinti muliebri, ma non ne nasconde i timori e vulnerabilità di madre, e attorno alle sue paure costruisce un castello di incomprensioni e silenzi. Non senza trepidazione la donna si consegnerà al suo amante Egisto, non senza apprensione infliggerà il colpo mortale a suo marito.

Oreste, a cui finalmente l’autore restituisce un’adolescenza, vive il suo personale (e mccarthyano) romanzo di formazione prima in una terra desolata e poi in una casa che un tempo era piena di nomi, quelli degli dèi non più invocati, un’assenza che risuona del suo stesso vuoto. Fedele al modello classico resta, a conti fatti, soltanto Elettra – immobile nel suo dolore di ghiaccio e nell’altera nobiltà di stirpe, frenata dall’equivoco dell’incomunicabilità e attonita di fronte alla piega degli eventi – resa più ardita, forse, dalle carezze notturne che indisturbata regala alla fidanzata del fratello.

L’operazione che con nitore lo scrittore di Dublino porta avanti risulta tanto più comprensibile e significativa se la si legge alla luce della storia recente irlandese; l’amarezza e il senso incolmabile di solitudine che pervade il romanzo suonano quasi come un monito: il malinteso che cova nel guscio di una famiglia può pericolosamente sfociare in lotte intestine, scontri fratricidi. Una tragedia che appare così intima contiene cioè in nuce i simboli di ogni guerra civile; il sacrificio di Ifigenia, stabilito senza alcuno scrupolo da suo padre Agamennone, costituisce il primo atto cruento della vicenda, seguito dall’uccisione di Agamennone da parte di Clitemnestra e poi di quest’ultima per mano di suo figlio Oreste. Si tratta a ben vedere di un ciclo di violenza che non conosce tregua e che evoca amari rimandi ai troubles nordirlandesi e ai fatti della Siria dei nostri giorni.

La domanda aperta che Colm Tóibín sembra porre ai lettori è: avrà fine tutto questo? In che modo sarà possibile interrompere questa successione di delitti efferati, compiuti selvaggiamente all’interno di una comunità di affini? A un altro interrogativo – come ha avuto inizio tutto ciò? – tenta di rispondere un testo memorabile di Marguerite Yourcenar, contenuto nello scrigno di prose liriche Fuochi (scritto nel 1935), edito da Bompiani con la traduzione di Maria Luisa Spaziani. Clitemnestra o del crimine è un monologo in cui la protagonista si rivolge ai Signori della Corte per ripercorrere le origini del suo gesto colpevole, senza mai volerlo banalmente giustificare. In un tribunale novecentesco, la cattiva del mito non ha paura di svelare le ferite inflitte da una relazione sofferta, ridimensiona la portata dell’adulterio («Se qualcuno io ho tradito, si tratta certamente di quel povero Egisto. Avevo bisogno di lui per sapere fino e che punto fosse insostituibile colui che amavo») e si sofferma a ponderare le conseguenze dell’assassinio. Nell’eternità i morti non conoscono riposo e Agamennone non fa che ritornare: la sua ombra è un tormento che non si può sopprimere.

Nella tragedia di Eschilo erano le Erinni, terribili dee della vendetta, a perseguitare Oreste dopo il matricidio con cui aveva vendicato suo padre per volere di Apollo. Scomparso l’orizzonte divino, l’uomo deve farsi carico delle sue inquietudini e della notte atra della civiltà in cui il non-detto è capace di confinarlo. Ormai priva del legame sacro con il trascendente, la famiglia è costretta fare i conti con una distanza che la rende vulnerabile, che ne acuisce le lacerazioni e la espone alla trappola delle menzogne fino a mettere in dubbio la consistenza stessa dei sentimenti («Qualcuno che forse un tempo amavo», dirà l’ombra confusa della Clitemnestra di Tóibín a proposito di suo figlio Oreste). Rileggere il mito significa estrapolarne i simboli e farli reagire con il presente, mettendoci in guardia dalle derive ideologiche che negano la complessità in nome di una tradizione che, a ben vedere, infine, risulta tutt’altro che rassicurante.

famiglia
Edvard Munch, The Kiss (El Beso), olio su tela (1892), foto The Athenaeum, pubblico dominio

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight


Tutti uniti contro il barbaro! Riflessioni sul Panegirico di Isocrate

L’antichità greca ci ha tramandato un corpus cospicuo di orazioni che non solo fungono da insostituibile fonte per la comprensione dei fenomeni giuridico-politici della Grecia classica e post-classica, ma che risultano anche essere dei veri e propri libelli d’arte nei quali la parola – l’‘arma’ prediletta dagli oratori! – è declinata secondo le diverse abilità retoriche.

Tra i discorsi degni di menzione va annoverato il Panegirico di Isocrate, probabilmente composto intorno al 380 a.C. Il titolo dell’orazione isocratea si spiega con le Panegire, una festa religiosa cui partecipava una gran moltitudine di greci e durante la quale erano soliti essere premiati gli atleti più meritevoli.

Nei primissimi capitoli del suo discorso, Isocrate si scaglia contro gli organizzatori delle gare atletiche che si tenevano durante la celeberrima festa religiosa dal momento che a ricevere magnificenti premi erano soltanto coloro che esibivano lo sfarzo del corpo a discapito, invece, di chi, con il saggio uso della parola e dello spirito, si batteva per il bene dell’intera comunità, infatti l’oratore così si esprime: «[…] se gli atleti avessero anche il doppio della loro forza fisica, l’umanità non ci guadagnerebbe nulla, ma se un solo uomo è saggio, tutti quelli che vogliono condividerne le idee possono trarne vantaggio».

Alla premessa iniziale, Isocrate fa seguire l’argomento principale del suo discorso: una Grecia coalizzata contro il pericolo persiano. I contenuti dell’orazione non si distinguono per originalità, perché già utilizzati dai predecessori, ma sono trattati dal logografo secondo uno stile ed una argomentazione degna della più alta oratoria.

Nel periodo in cui Isocrate ‘mette mano’ al Panegirico, Atene è nelle mani degli spartani, vincitori della feroce e più che ventennale guerra peloponnesiaca, culminata con la distruzione delle mura del Pireo ad opera del generale Lisandro nel 404 a.C. e con la breve instaurazione oligarchica ad Atene.

Panegirico Isocrate Mura Pireo
Le mura del Pireo furono ricostruite solo nel 393 a. C. Immagine ad opera di Ernest Dudley Heath (1867-1945) e tratta dal libro Hutchinson's History of the Nations (1915). Pubblico dominio

Ci sarà stato un evento che avrà spinto Isocrate a comporre un’orazione di questo genere? È la pace di Antalcida del 386 a.C., stipulata tra Sparta e la Persia, a segnare profondamente il logografo che additerà agli spartani uno degli errori più gravi: aver consegnato, praticamente, il popolo greco al Gran Re persiano. In uno dei capitoli finali della sua orazione, Isocrate afferma, per l’appunto: «[…] la cosa più ridicola di tutte è che noi, del trattato [la pace di Antalcida], osserviamo scrupolosamente soltanto gli articoli peggiori […] quelli […] che ci coprono di vergogna e hanno consegnato al barbaro molti dei nostri alleati […]. Chi infatti non sa che trattati sono quelli che contengono disposizioni uguali ed imparziali per entrambi i contraenti, e invece ordini quelli che mettono in condizione di inferiorità uno dei due contro ogni giustizia?».

Le condizioni imposte dal trattato di pace non sono gradite ad Isocrate, il quale, con il Panegirico, tenta di porre rimedio ad una situazione, ormai, ben che compromessa. L’obiettivo del logografo è legato al tentativo – che risulterà vano! – di riconciliare i diversi popoli greci, soprattutto ateniesi e spartani, per fronteggiare un’ultima e decisiva guerra contro il barbaro d’Oriente.

Il presupposto della conciliazione è fondato, a detta dell’oratore, su due poli fondamentali: da un lato, il valore di Atene e del suo popolo, dall’altro, l’iniziale ‘amicizia’ tra ateniesi e spartani. Su quest’ultimo punto Isocrate si mostra piuttosto modesto e si limita a ricordare come due popoli afferenti ad una stessa area geografica, la Grecia per l’appunto, si siano strenuamente battuti, agli inizi del V a.C., per sconfiggere la fitta armata persiana. Al contrario, sul primo punto, Isocrate (si badi, è un panegirico, dunque un discorso d’elogio) si effonde in una serie di lodi che, diremmo, offuscano la realtà dei fatti.

Atene è resa, dall’oratore, l’esempio più riuscito di città-stato alla guida di un imperium vincente, motivo per cui in un nuovo conflitto versus il barbaro persiano spetterebbe ad Atene mantenere le redini dell’imperium, proprio come, secondo Isocrate, gli stessi Ateniesi avevano fatto, agli inizi del V a.C., durante il primo scontro contro i persiani. L’argomentazione isocratea non mira a gettare discredito sulle altre popolazioni greche, ma ad ingigantire l’efficienza ateniese che, al contrario, si è mostrata tutt’altro che perfetta!

Di Atene Isocrate elogia l’autoctonia, motivo per cui spetta agli ateniesi il primato tra i popoli della Grecia, infatti l’oratore afferma: «Noi infatti non abbiamo dovuto cacciare un altro popolo per abitare questa terra, né l’abbiamo occupata deserta, né dopo esserci mescolati a razze diverse: la nostra stirpe è pura e originaria, perché occupiamo da sempre la terra sulla quale siamo nati, autoctoni quali siamo e nelle condizioni di dare alla nostra città gli stessi nomi dei genitori: solo a noi fra tutti i Greci spetta il diritto di chiamarla nutrice, patria e madre» (il mito dell’autoctonia ateniese è spesso utilizzato come motivo d’elogio della città-stato). Inoltre, Atene è ben voluta dagli Dèi – si pensi al mito di Demetra – , oltre che fondatrice di nuove colonie, ha pure instaurato la miglior forma di governo che una città-stato potesse avere: la democrazia.

Anfora a figure nere dalla bottega di Exekias (540 a. C. circa), raffigurante due guerrieri che lottano sul corpo di un caduto. Probabilmente Aiace ed Ettore che lottano per il corpo di Patroclo. Immagine CC0

Tutti questi elementi fungono da contorno al discorso di Isocrate che mira a persuadere l’uditorio sulla necessità di un cambiamento, di un ritorno al passato e di un’emancipazione sociale che risolleverebbe le sorti di una Grecia sull’orlo del baratro.

La necessità di una riconciliazione tra Atene e Sparta crea il presupposto per un’ulteriore riflessione finalizzata ad sostenere ulteriormente il proposito di Isocrate. Nei capitoli finali del Panegirico, l’oratore elogia il coraggio mostrato nei secoli dai popoli greci chiamando in causa la tradizione poetica ed, in ispecie, Omero. Quali erano, per gli antichi greci, le epopee più gradevoli all’ascolto, se non quelle relative alla guerra troiana, prima, e persiana, poi? Isocrate, infatti, è convinto che: «[…] la poesia di Omero gode di una fama così superiore alle altre proprio perché ha tessuto uno splendido elogio dei Greci che combatterono contro i barbari». In entrambi i conflitti, i popoli della Grecia, afferma l’oratore, hanno dato prova di grande valore, mostrando sia solidità che unione e, soprattutto, si sono riuniti per fronteggiare il vero nemico ‘pubblico’. Al contrario, ogni disfatta greca è giudicata, dal logografo, un vero e proprio rito funebre. Allora perché non permettere ad un nuovo poeta di decantare ulteriori gesta di un popolo greco pronto a respingere il ‘grido’ persiano?

La volontà isocratea di ripristinare l’‘età dell’oro’ (da intendere gli inizi del V a.C. sino all’epoca periclea) in cui regnava concordia tra i popoli greci e coesione militare si mostra un vero e proprio azzardo dal momento che, agli inizi del IV a.C., quando Isocrate compose il Panegirico, Atene stava attraversando uno dei periodi più turbolenti della sua storia: l’egemonia spartana e l’effimera avanzata dei tebani di Epaminonda. I tanto nominati persiani rappresentavano sì il nemico ‘storico’ per eccellenza, ma ormai si avviavano ad una terribile decadenza che culminerà con la fuga di Dario III e la vittoria di Alessandro il Grande che darà inizio ad un nuovo e florido periodo: l’Ellenismo.

Opliti che vanno alla carica, mentre i peltasti lanciano i giavellotti. Il tutto sotto la pioggia di frecce nemiche. Immagine realizzata da F. Mitchell, Department of History, United States Military Academy e tratta da un libro di May, Elmer; Stadler, Gerald; Votaw, John; Griess, Thomas (series ed) (1984). Si tratta del contributo Classical Warfare: The Age of the Greek Hoplite all'interno di Ancient and Medieval Warfare: The History of the Strategies, Tactics, and Leadership of Classical Warfare, New Jersey, United States: Avery Publishing Group, p. 4. Pubblico dominio

(Le traduzioni dei passi dell’orazione sono cavate dall’edizione BUR (1993) delle Orazioni di Isocrate a cura di Chiara Ghirga e Roberta Romussi).


Pompei tra "Il tempo ritrovato" e le nuove aperture

Giornata importante e densa di appuntamenti quella di lunedi 25 Novembre per il Parco Archeologico di Pompei. Si comincia con la riapertura di Via del Vesuvio, dove, in seguito agli interventi di messa in sicurezza dei fronti di scavo che stanno interessando circa 3 Km di perimetro che costeggia l'area non scavata della città è tornata fruibile al pubblico - grazie al Grande Progetto Pompei - un'ampia zona degli scavi.
Presentazione stampa. Foto: Pompei Parco archeologico
In particolare, proprio nell'area interessata, è stato possibile ammirare, ad un anno dal ritrovamento, lo splendido affresco raffigurante il mito di Leda e il Cigno, certamente uno dei più suggestivi ritrovamenti nell'area della Regio V. La visita continua ancora con l'ingresso negli ambienti delle Terme Centrali, riaperti dopo importanti lavori di restauro e messa in sicurezza.
I visitatori, inoltre, potranno accedere  anche nella Casa degli Amorini Dorati, riaperta dopo alcuni anni in seguito ad importanti interventi di manutenzione.
Massimo Osanna. Foto: Pompei parco archeologico
Al termine dell'anteprima stampa,  presso la saletta convegni San Paolino, il direttore del Parco Archeologico di Pompei, prof. Massimo Osanna, ha illustrato le varie fasi dello scavo e della messa in sicurezza dell'area della regio V, presentando in anteprima alla stampa il suo nuovo libro edito da Rizzoli: "Pompei. il Tempo Ritrovato. Le Nuove Aperture", nel quale vengono trattati gli straordinari ritrovamenti sia nel loro aspetto puramente scientifico sia da un punto d'osservazione quasi romantico, legato certamente all'emozione della scoperta e alla responsabilità avvertita nell'adottare tutte le possibili cautele affinchè il pubblico dei visitatori ne potesse goderne appieno.
Leda e il Cigno. Foto: Pompei parco archeologico
La Domus di Leda 
La casa è stata cosi ribattezzata in seguito al ritrovamento, in uno dei cubicoli (forse una camera da letto), di un raffinato affresco che illustra la scena del congiungimento tra Giove, trasformatosi in cigno, e Leda, moglie di Tindaro re di Sparta.
Dal doppio amplesso, prima con Giove poi con Tindaro, nasceranno i gemelli Castore e Polluce (I Dioscuri), Elena, futura moglie di Menelao, re di Sparta e generatrice della Guerra di Troia, e Clitennestra, sposa e assassina di Agamennone, re di Argo e fratello di Menelao.
L'intera stanza è impreziosita da decori raffinati in IV stile, caratterizzati da delicati ornamenti floreali intervallati da grifoni con cornucopie,amorini volanti, nature morte e scene di lotta fra animali; alle spalle di quest'ambiente, in una delle pareti dell'atrio, è l'Affresco di Narciso che si specchia nell'acqua rapito dalla sua immagine, secondo l'iconografia classica.
Interessante in questo ambiente, precisamente nello spazio del sottoscala, probabilmente utilizzato come deposito, il ritrovamento di una dozzina di contenitori in vetro, otto anfore e un imbuto in bronzo, mentre una situla (contenitore per liquidi) bronzea è stata rinvenuta accanto all'impluvio.
L'amore e la soavità dei sensi, raffigurate nelle più svariate forme, caratterizzano gli ambienti di questa elegante domus che già dal corridoio d'ingresso accoglieva gli ospiti con l'immagine apotropaica del Priapo, vigorosamente affrescato.
Terme Centrali. Foto: Pompei parco archeologico
Le Terme Centrali  
Il complesso è posto all'incrocio tra via di Nola e via Stabiana e si sviluppa occupando lo spazio di un intero isolato, quello dell'insula 4 nella Regio IX, riutilizzato a seguito dello spianamento di edifici preesistenti, probabilmente danneggiati in maniera irreversibile dal terremoto del 62 d.C.
Al momento dell'eruzione la costruzione del complesso non risultava ultimata ma l'ambiziosità del progetto si intuisce già dalla monumentale facciata che da sul cortile; le sale per i bagni erano molto più spaziose e luminose rispetto alle altre Terme pompeiane mentre risulta mancante la separazione tra ambienti maschili e femminili, che ha fatto supporre fasce orarie diverse per le donne e per gli uomini.
L'intero complesso e' stato sottoposto a interventi di consolidamento e di restauro, realizzati con fondi ordinari.
Bambino delle Terme Centrali. Foto: Pompei parco archeologico
Nell'Aprile del 2018, all'interno del complesso, è stato rinvenuto lo scheletro di un bambino di 7-8 anni, emerso durante la pulizia di un ambiente d'ingresso, al di sotto di uno strato di circa 10 centimetri, probabilmente travolto dal flusso piroclastico mentre cercava riparo nell'ambiente chiuso.
La Casa Degli Amorini Dorati    
La casa, certamente da annoverare tra le più eleganti abitazioni di età imperiale, deve il suo nome agli Amorini incisi su due medaglioni d'oro che decorano un cubicolo del portico.
Casa degli amorini dorati. Foto: Pompei parco archeologico
La dimora si sviluppa intorno allo scenografico peristilio caratterizzato da un giardino di tipo rodio, ossia munito su un lato di colonne di maggiore altezza sormontate da un frontone, che donava un accentuato tono di sacralità agli ambienti che vi si affacciavano.
Il carattere marcatamente religioso del peristilio è riscontrabile anche dalla presenza di ben due luoghi di culto al suo interno, ossia un edicola ed un sacello; l'edicola era infatti destinata al culto domestico dei Lari, divinità connesse agli antenati, mentre il sacello era destinato al culto delle divinità egizie ritratte nei dipinti, cioè Anubi, dio dei morti con la caratteristica testa da sciacallo, Arpocrate, dio bambino figlio di Iside, la stessa Iside e infine Serapide, dio guaritore.
La presenza di oggetti legati al culto isiaco fanno ritenere che il proprietario della casa, individuato da graffiti e da un anello-sigillo in Cnaeus Poppaeus Habitus, imparentato con Poppea Sabina Minore, era forse un sacerdote.
La Domus è stata interessata da interventi di manutenzione che hanno interessato principalmente la messa in sicurezza degli apparati decorativi mediante integrazioni delle lacune dei mosaici pavimentali e degli intonaci, la messa in opera di dissuasori anti volatili, la realizzazione di una passerella di accesso ed infine la pulitura delle strutture archeologiche.