Halaesa Arconidea: intervista al Prof. Lorenzo Campagna

Con il ripristino delle attività di scavo anche l’Università di Messina ha ripreso le sue indagini a Tusa, nell’antico sito di Halaesa Arconidea, in collaborazione con il Parco archeologico di Tindari e con l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana.

Lorenzo Campagna , Professore Associato di Archeologia e storia dell’arte romana e delle province romane presso l’Università degli Studi di Messina, è il direttore dello scavo.

Secondo la sua ipotesi, la struttura riportata alla luce è legata alle funzioni rituali che si compivano con ogni probabilità in onore del dio Apollo.

Lo abbiamo intervistato per Classicult.

Halaesa Arconidea
Halaesa Arconidea. Immagine tratta durante i lavori di scavo del sito di Halaesa. Foto di Lorenzo Campagna

Professore, può illustrarci le novità emerse durante l’ultima campagna di scavo nel sito di Halaesa?

Lo scavo dell’ultima campagna 2021 è stato, per varie ragioni, di proporzioni più contenute rispetto a quello che ci eravamo ripromessi di fare in passato. Nonostante questo, ha dato dei risultati piuttosto interessanti, aprendo delle prospettive per l’indagine futura che non ci aspettavamo perché abbiamo avuto modo di esplorare una struttura che, in parte, era stata messa in luce già nella campagna del 2019, ma della quale allora non avevamo ben compreso la funzione.

Adesso abbiamo ampliato l’indagine, in modo da continuare a riportare in luce questa struttura ed è emerso che si tratta di una struttura dall’importanza rilevante per il culto che si svolgeva all’interno del santuario. La struttura ha una lunghezza di oltre 10 m; non è con ogni probabilità un altare, poiché non ci sono elementi riconoscibili che possano essere ricondotti a questo.

Per contro, abbiamo qualche indizio della presenza di acqua in relazione a questa struttura. Ci sono tanti elementi che lo scavo ha offerto rispetto a quella che era la nostra idea originaria, che cioè si trattasse di un semplice basamento per offerte, invece quest’anno abbiamo capito che si tratta di qualcosa di più importante e di molto rilevante all’interno delle pratiche cultuali che si svolgevano all’interno del santuario. È necessario tuttavia ampliare l’indagine, definirne completamente le dimensioni e speriamo anche di acquisire dati per comprenderne la reale funzione.

Gli scavi, dunque, proseguiranno anche il prossimo anno, Covid permettendo.

Quello che speriamo è di poter proseguire le indagini. Del resto, la campagna che abbiamo svolto quest’anno era la prima campagna del secondo triennio del nostro accordo con l’Assessorato dei Beni Archeologici. La nostra prospettiva è quella di andare avanti l’anno prossimo sempre nel quadro istituzionale che ha caratterizzato le nostre indagini, ovvero con il supporto e la collaborazione del Parco Archeologico di Tindari, a cui Halaesa fa riferimento, e in cooperazione naturalmente con i nostri partner che sono i colleghi dell’Università di Oxford.

Questi nuovi risultati che sono emersi a Tusa, sia per quanto riguarda il lavoro proficuo svolto dall’Università di Messina sia per quanto concerne le Università di Palermo e di Amiens, possono dare una svolta dal punto di vista turistico ad un sito che, fino a questo momento, forse non ha goduto della giusta risonanza?

L’obiettivo congiunto che le missioni che operano ad Halaesa si sono poste è quello di contribuire alla valorizzazione di questo sito che, per gli addetti ai lavori, ha un’importanza straordinaria. Tutti coloro che si occupano della Sicilia ellenistica e romana sanno benissimo quanto sia fondamentale.

C’è, però, anche un aspetto legato alla valorizzazione e al pubblico, che rientra pienamente negli intenti delle nostre missioni e anche della collaborazione con il Parco di Tindari. L’obiettivo finale di queste ricerche, da perseguire in un tempo ragionevole, è quello di collegare questi scavi in corso al percorso di visita attuale e, dunque, consentire ai visitatori di avere una visione globale più articolata di questo sito e di comprenderne l’importanza che è già conferita dalla sua monumentalità.

Halaesa indubbiamente ha una monumentalità che, allo stato attuale, è percepibile solo in minima parte rispetto alle sue potenzialità ma che sta emergendo in maniera sempre più evidente proprio in questi nuovi scavi.

Ci può dare qualche informazione a carattere storico del sito di Halaesa? Perché è stata una città così importante e determinante?

La Halaesa che noi vediamo oggi è la Halaesa della tarda età ellenistica e della prima età imperiale, cioè del momento che rappresenta probabilmente la massima fioritura della città dal punto di vista economico ma anche delle sue relazioni con Roma. In realtà, la sua storia nasce ben prima, perché la città viene fondata alla fine del V secolo a.C. come una sorta di proiezione sul mare di un centro non greco, si direbbe “indigeno” nella terminologia tecnica, dell’interno.

Di questa prima Halaesa noi conosciamo molto poco dal punto di vista archeologico, perché forse le tracce monumentali di questa fase sono state in gran parte cancellate in occasione degli imponenti lavori di monumentalizzazione della città, che sono quelli che hanno dato luogo a quello che noi oggi vediamo, con successive ristrutturazioni e trasformazioni.

Sostanzialmente l’impianto urbanistico e monumentale che oggi vediamo è quello che Halaesa si dà nel corso del II secolo, nel momento in cui, come dicevo prima, raggiunge l’apice della sua fortuna soprattutto in relazione al consolidato rapporto che aveva stabilito con Roma. Sappiamo dell’esistenza di una comunità di italici ad Halaesa in un’epoca molto precoce, precedente alla conquista di Roma. Ma la sua prosperità è dovuta anche alla sua posizione, alla sua prossimità con le rotte che dalla Sicilia andavano ai porti di Roma e della Campania.

Questa fortuna dura ancora nella prima età imperiale, come dimostrano tutta una serie di restauri e abbellimenti dell’apparato monumentale. Il suo declino inizia già dalla media età imperiale per poi concludere questa parabola nella prima età bizantina. Un indizio importante è che, nel foro della città, viene impiantata una necropoli bizantina e questo segna il definitivo tramonto della città antica.


Santa Gada di Laino Borgo: intervista al Prof. Fabrizio Mollo

Un vasto insediamento di epoca lucana, il più rilevante di tutto il bacino del Lao-Mercure: la seconda campagna di scavi archeologici sul colle di Santa Gada di Laino Borgo ha rivelato preziose indicazioni sul sito che l’Università di Messina sta indagando da un triennio, in collaborazione con il Comune di Laino Borgo, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Cosenza e l’Ente Parco Nazionale del Pollino.

Lo scavo è diretto dal Professore Fabrizio Mollo, docente di Topografia Antica presso l’Università degli Studi di Messina, e sta riportando alla luce un centro urbano con un sistema viario e di isolati regolari che occupano gran parte dei terrazzi collinari di Santa Gada. L’importanza del ritrovamento impone un progetto serio di valorizzazione e di ricerca.

Lo abbiamo intervistato per Classicult.

Si tratta certamente di uno scavo sensazionale. Abbiamo riportato alla luce, in questo terrazzo a ridosso del fiume Lao, un frammento di abitato di epoca lucana molto ben articolato, dotato di una maglia viaria all’interno per gli orientamenti rinvenuti.

Laino Borgo, particolare della vasca per la gestione delle acque. Foto di Maria Luisa Lovecchio

In particolare, abbiamo scavato un isolato quasi intero, databile tra la seconda metà del IV e la prima metà del III a.C. E’ stata riportata alla luce una vasca per la gestione delle acque, forse collegata ad un uso sacrale. Siamo di fronte ad una importante realtà insediativa del territorio – prosegue il Professore Mollo - che merita una ulteriore valorizzazione.

Questo scavo travalica i limiti comunali e questo di Santa Gada è senz’altro l’insediamento più strutturato e meglio organizzato del territorio in una fase di vita molto lunga che va dall’età arcaica all’età ellenistica. A valle del colle si arriva addirittura all’età romana. Nei prossimi anni continueremo con l’attività di ricerca, anche perché individueremo le relazioni del sito con tutte le altre realtà limitrofe. Inoltre, sono stati rinvenuti molti elementi di notevole pregio: il set della cucina, vasi, dispense, una serie di monete di età lucana soprattutto della zecca di Laos.

Abbiamo testimonianze che rimandano ad una cultura molto variegata che fa riferimento all’insediamento che vive almeno fino alla metà del III secolo a.C., poi abbandonato forse in seguito ad un sisma, come emerge da alcuni elementi durante i lavori di scavo.

L’insediamento – conclude il direttore di lavori - è importante non solo per le risultanze puntuali dello scavo, localizzato in un terrazzo esteso circa 40 ettari, ma anche per le testimonianze coerenti rinvenute negli altri saggi. C’è un grosso abitato lucano legato sicuramente al corso del fiume Mercure, che proprio a ridosso di questo colle cambia il nome in maniera significativa in Lao, fungendo da cerniera tra la Basilicata interna e l’area tirrenica costiera, oltre che la Sibaritide al di là del Pollino.


Bronzi di Riace Daniele Castrizio

Bronzi di Riace, intervista al Professore Daniele Castrizio

I Bronzi di Riace furono ritrovati in fondo al mare nella Baia di Riace, in Calabria, nell'agosto del 1972. I numerosissimi studi su di loro effettuati non chiariscono del tutto la loro storia e alcune fasi rimangono ancora poco comprese.

Il Professore Daniele Eligio Castrizio, docente ordinario di Iconografia e Numismatica greca e romana presso l'Università degli Studi di Messina e membro del comitato scientifico del Museo Archeologico di Reggio Calabria, da anni si occupa dello studio delle due statue.

Secondo la sua ipotesi, i due bronzi avrebbero fatto parte di un gruppo statuario formato da cinque personaggi rappresentanti i protagonisti del momento subito precedente lo scontro fratricida tra i figli di Edipo, re di Tebe. Questa ricostruzione sarebbe supportata dal riscontro nelle fonti letterarie congiuntamente alle recenti analisi effettuate sul materiale bronzeo e sulla argilla.

Lo abbiamo intervistato per ClassiCult.

 

Professore, iniziamo con una domanda di carattere generale: chi sono i Bronzi A e B, e da dove provengono?

Nell'agosto del 1972 i Bronzi vengono ritrovati da un sub e, subito, vengono restaurati a Firenze. Il Bronzo A viene restaurato sicuramente meglio, il Bronzo B viene invece scartavetrato e per questo ha perso una parte della patina che lo ricopriva. Vengono per la prima volta esposti a Firenze, riscuotendo un enorme successo in termini di affluenza; lo stesso accade quando vengono esposti a Roma. Una volta trasportati a Reggio Calabria, la loro presenza provoca un'affluenza che, fino a quel momento, non si era mai vista!

Comincia così la ridda infinita delle ipotesi che, per molti anni, sono state contraddistinte da una caratteristica che le ha accomunate e che non mi è mai piaciuta, e che possiamo definire ottocentesca: i Bronzi sono stati valutati attraverso l'occhio dell'archeologo. Chi ha scritto - e ancora scrive - su di loro, spesso non li ha neanche mai visti di presenza, quindi non sa quali siano le loro caratteristiche anatomiche. Spesso ancora oggi si crede che tra le due statue intercorra uno scarto temporale di 20 anni, ma dai rilevamenti fatti da me e da altri studiosi, si è scoperto che le due statue siano pressoché contemporanee.

Cosa riferiscono le ipotesi contemporanee?

Il Professore Massimo Vidale, docente presso l'Università di Padova, dal 2000 in poi, è stato promotore di un progetto molto interessante che riguarda l'analisi della terra di fusione presente nei Bronzi. Ci sono state tre analisi, due a livello nazionale e una di carattere internazionale. Durante le prime due, confrontando la terra di fusione con le carte geologiche del Mediterraneo, si sono immediatamente escluse le zone dell'Italia Meridionale; non si è riusciti ad escludere Atene perché all'inizio non c'era la mappa geologica della città.

Si era addirittura arrivati a dire che la terra di fusione era stata presa a circa 200 m di distanza l'una dall'altra e, quindi, l'argilla proveniva dallo stesso posto: un'altra prova per dimostrare che le due statue erano state prodotte nello stesso luogo. Nell'ultima analisi, effettuata avendo in mano la mappa di Atene, si è esclusa definitivamente l'area attica. Si è concluso che i Bronzi sono stati fatti ad Argo; nel 146 a.C., quando la Grecia cadde in mano alla potenza romana, i Bronzi vengono presi e portati a Roma, perché Argo viene distrutta assieme a Corinto.

Un'epigramma della Antologia Palatina parla di "eroi di Argos portati via". Molto probabilmente si riferiva a queste due statue, i cui personaggi che rappresentano non compaiono nella ceramica attica. Ricompaiono poi a Roma sicuramente nel I secolo d.C. e non si sa se, nel frattempo, abbiano avuto una qualche funzione. Ad un certo punto della loro travagliata storia, questi Bronzi scompaiono da Roma e li ritroviamo poi a Riace.

A Roma vengono restaurati probabilmente nel I secolo d.C., un restauro molto complesso dove il braccio sinistro di A e l'avambraccio sinistro di B sono risalenti all'epoca romana. Forse sono stati fatti dei calchi sulle braccia rotte, poi fuse e rimesse al loro posto. Questo ha comportato che non si potessero lasciare del loro colore originario, perché avevano colori molto diversi tra loro e, quindi, li hanno dipinti di nero. Questo è dimostrato da una patina di zolfo lucida trovata dal Professore Giovanni Buccolieri dell'Università del Salento.

Il Professore Koichi Hada dell'Università di Tokio ha capito che questa era la prova che i bronzi erano stati dipinti tutti di colore nero. Ci sono altri esempi a Roma di restauri di statue risalenti al V secolo a.C. presenti al Museo Capitolino. Insieme ai Bronzi fu trovato tra il braccio destro e la coscia destra un coccio grosso, forse utile ad evitare che il braccio facesse pressione e si potesse rompere. Questo coccio dovrebbe essere un'anfora che serviva da distanziatore. L'Imperatore Costantino prende tutta la collezione imperiale e se la porta a Costantinopoli, come riporta la Antologia Palatina, e probabilmente la fine dei bronzi sarebbe stata quella, se la nave dove viaggiavano non fosse affondata.

 

Da un punto di vista tecnico, quali sono le maggiori differenze tra le due statue, tenendo conto anche delle analisi fatte sul materiale bronzei? Ma soprattutto quale era il loro colore originario?

Ci sono piccole differenze di maestranze. È chiaro che un solo bronzista non possa fare tutto. Era già stato notato dai restauratori che il modo in cui hanno inserito occhi e bocca nelle due statue è diverso. È possibile che si tratti di due orefici diversi. Il bronzo utilizzato non è il medesimo: per realizzare una statua è stato usato bronzo proveniente dalla Spagna; per realizzare l'altro invece è stato usato un bronzo proveniente da Cipro.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

La differenza maggiore si può ricavare dal fatto che, secondo me, B corregge i difetti di A. Nonostante la sua straordinaria bellezza A presenta dei difetti, tanto è vero che per rendere stabile l'elmo si è dovuto mettere un perno e lo scudo presentava qualche imperfezione.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Riguardo a B possiamo dire che presenta una deformazione della scatola cranica per poter inserire l'elmo senza bisogno di perno; qui viene aggiunto anche un gancio nella parte alta della spalla sinistra per ottenere un ancoraggio più saldo dello scudo. Altra vera differenza, scoperta di recente, è che chi ha fatto B ha messo sulla forma interna ricoperta di cera dei salsicciotti di argilla, a simulare le costole, e in modo tale da modellare facilmente le costole.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Ma la differenza più importante è che chi ha fuso A era un genio, chi ha fuso B non era allo stesso livello. Il bronzo A non presenta alcuna imperfezione, mentre il bronzo B presenta qualche bolla d'aria e punti in cui il bronzo non si è fissato per bene. Probabilmente l'autore è l'allievo di Clearcos, Pitagora di Reggio, che aveva un nipote di nome Sostrato. Io ritengo che Sostrato abbia aiutato Pitagora, lavorando a compartimenti stagni. Le proporzioni sono identiche, il sistema di lavorazione è uguale. I Bronzi comunque stanno nello stesso ritmo perché sono stati concepiti dalla stessa mano.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Tra le tante ipotesi che negli anni sono state avanzate, Lei ritiene che i Bronzi sarebbero stati parte di un gruppo scultoreo a cinque. Come è giunto a tale conclusione?

Ci sono tre testimonianze letterarie molto importanti che ho seguito e che mi fanno propendere per l'ipotesi che le statue appartenessero ad un gruppo a cinque. Seguendo l'ipotesi dei fratricidi, troviamo un riferimento nel Papiro di Lille, attribuito a Stesicoro, che parla di una Tebaide, l'originario racconto della storia di Edipo e dei suoi figli, diversa da quella di Sofocle.

In Sofocle, sappiamo che Giocasta muore dopo aver dato alla luce 4 figli da Edipo; secondo la versione fornita da Stesicoro, invece, è probabile che Giocasta si sia uccisa la prima notte di nozze, perché riconosce i piedi gonfi del figlio e, per la vergogna, decide di togliersi la vita. Edipo in seguito avrebbe preso in sposa la cugina della moglie, Euriganeia, che gli concede i 4 figli, cioè Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene.

La seconda testimonianza è il Papiro di Lille che forse ci dà il fumetto del gruppo statuario: in esso la madre fa un discorso prima che i figli si battano. Con l'aiuto di Tiresia li esorta a fare un sorteggio e a suddividersi l'eredità del padre. I due accettano. Ma c'è una parte poco leggibile del papiro che non è stata mai approfondita, ma nella quale forse Tiresia accusa Polinice di aver portato l'esercito contro Tebe, lo esorta a prendere gli armenti e ad andare via.

Polinice ormai non appartiene più a Tebe, ha sposato la figlia del re di Argo e ne diventerà il re (ne papiro c'è la parola wanax). L'ultima parola che si legge è "si arrabbiò". È probabile che Pitagora di Reggio avesse tra le mani la Tebaide di Stesicoro. altro riferimento è Stazio che li descrive nella sua opera intitolata Tebaide (XI libro), e li vede proprio a Roma. Stazio prende un'immagine molto suggestiva che vede i due protagonisti combattere contro dei demoni. L'unico duello nel mondo greco in cui sono presenti i demoni è quello relativo ad Eteocle e Polinice, i figli di Edipo.

Terza e ultima testimonianza: i Bronzi vengono visti da Taziano alla metà del II secolo d.C. e da lui descritti nella Lettera ai greci; vengono presentati come il gruppo dei fratricidi. Pare che li abbia visti anche Marziale. Ma c'è di più: questo gruppo ha lasciato dei confronti tutti provenienti da Roma e tutti pertinenti. In ognuno di questi gruppi, i tre personaggi principali (Eteocle, Polinice e la loro madre in mezzo) sono sempre presenti. In tutti i confronti, Polinice è sempre arrabbiato, esattamente come dice Stazio nella sua opera.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

È sorprendente come la mimica facciale di tutti questi confronti abbia un soggetto raffigurato arrabbiato: è l'unica statua del mondo greco ad essere rappresentata che digrigna i denti in segno di astio. Ha anche l'occhio sinistro strizzato. B non guarda negli occhi A, ma A fissa B perché, secondo la mia ricostruzione, le due statue erano l'una di fronte all'altra, entrambi consapevoli della morte che sta per arrivare. Esiste una sola copia romana dei Bronzi e si trova al Museo Reale di Bruxelles.

Perché il colore dei loro capelli sarebbe stato proprio il biondo?

Tutto nasce da una infinita serie di dialoghi tra me e il mio grafico Saverio Autellitano. Discutendo e facendo mille ipotesi, abbiamo pensato al fatto che i Bronzi fossero a colori: gli occhi erano di un colore simile al quarzo, rosa il sacco lacrimale, i denti bianchi. Abbiamo capito che per scurire il bronzo basta il bitume.

Analizzando la lega e facendo un confronto con le statue antiche, abbiamo visto che tutte possedevano i capelli di un colore biondo pallido, molto tenue. Anche il colore della barba e dei capelli dei bronzi risulta in linea con la colorazione greca. Facendo una ricostruzione grafica il risultato è molto gradevole. Io stesso ne sono rimasto piacevolmente colpito.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Tutte le foto sono di Cristina Provenzano.