Notre-Dame: una testimonianza che non è possibile cancellare

Nel pomeriggio di lunedì 15 aprile la cattedrale di Notre-Dame ha preso fuoco, è crollata la guglia all’incrocio del transetto, sono crollate tutte le volte a crociera e sono perdute le capriate lignee. Indipendentemente dalle notizie ricevute, ciascuno ha attribuito all’evento un valore e un significato diverso. Al netto delle molte polemiche, infatti, Notre-Dame dimostra di non essere soltanto una chiesa, quindi un simbolo cristiano: per alcuni è il simbolo della Francia; per altri il rifugio di Quasimodo e Esmeralda; altri ancora piangono la scomparsa del luogo dove hanno trascorso il viaggio di nozze; molti parlano di una grande perdita per la cultura o si rammaricano di non averla mai visitata. Questo significa che la cattedrale ha un grosso valore, che esistono molte persone intenzionate a conservare la sua testimonianza, e che per questo nessun incendio può essere così grave. D’altronde questa cattedrale è sopravvissuta fino ad oggi, nonostante tutto.

In rosso, le parti distrutte della Cattedrale di Notre-Dame. Opera di Umbricht, CC BY-SA 4.0

Una chiesa, mille volti.

Notre-Dame è una delle più famose cattedrali gotiche francesi, ma chi l’ha costruita non l’ha mai saputo. Perché “gotico” è un termine dispregiativo inventato nel Cinquecento, quando va di moda la cultura classica e si dà del “barbaro” a chi ha costruto chiese “gotiche”, così poco equilibrate. Quindi, a qualche secolo, dalla sua costruzione, la cattedrale non si credeva così “bella” come la vediamo noi oggi. Dietro all’architettura gotica, in realtà, c’è ben poco di “selvaggio”, perché l’idea di costruire edifici verticali va a braccetto con la diffusione della filosofia scolastica e con l’amore per la logica che la caratterizza. Uno degli intellettuali che ha contribuito a definire le istanze del gotico è Suger, abate di Saint Denis, un uomo colto e dignitario di corte, che scrive sull’importanza della luce come manifestazione e simbolo del divino. Quindi è ovvio che nelle chiese, secondo lui, debba esserci molta luce, perché è lì che si deve manifestare la presenza di Dio.

Per far entrare la luce è necessario ridurre un po' lo spessore delle mura, che nelle chiese precedenti (da noi chiamate romaniche) era molto grosso. Ovviamente, poi, vanno inserite delle vetrate, colorate come noi le conosciamo, che creino giochi di luce all’interno dell’edificio. Certo è che, riducendo lo spessore delle mura e togliendo gran parte dei mattoni per metterci vetro, bisognerà trovare un sistema di sostegno che sostiuisca le maestose pareti romaniche. Si risolve con una modalità di sostegno “esterna”, cioè il peso del tetto è scaricato su sostegni che si trovano fuori dalle mura, non sotto di esse: gli archi rampanti, che si vedono da fuori come tante zampe che sembrano uscire dal corpo della chiesa. Questo funziona anche grazie all’uso del nuovo arco acuto, che non non ha bisogno di grossi pilastri. Gli archi rampanti permettono di sostenere il peso non coprendo le finestre, e quindi fanno entrare la luce; guglie, pinnacoli e tutte le cose alte e verticali che si vedono da fuori, sono in realtà strutture che servono a caricare di peso questi archi esterni, e contribuiscono a sostenere il peso dell’edificio. Più la chiesa è alta (e si cerca di farle più alte possibili) più servono sostegni esterni, e quindi le chiese prendono quell’aspetto particolare che conosciamo. Notre-Dame è la prima chiesa in cui le pareti non sono portanti, infatti, entrando, non si vedono giganteschi pilastri, ma colonne che risultano piuttosto sottili se paragonate all’altezza dell’edificio. Perciò questa cattedarale viene considerata la prima chiesa in stile gotico compiuto, anche se in Saint Denis si erano già sperimentate queste tecniche.

Però, come detto, lo stile gotico non è sempre amato nel corso dei secoli, e nel Seicento si comincia a modificare l’interno della chiesa: viene tolto il pontile che separa la parte riservata al clero e si fa un restauro importante perché il re consacra la Francia alla Madonna, e Notre-Dame è la chiesa simbolo di questa decisione. In seguito, gli ecclesiastici che curano la chiesa chiedono più luce, e vengono così eliminate le vetrate colorate, in favore di vetri trasparenti. Si toglie anche la colonna dell’entrata centrale, perché così diventa più semplice far passare le processioni. Poco importa se su quella colonna (detta troumeau) c’erano fior di sculture.

Se la chiesa è simbolo di decisioni reali, per i rivoluzionari del 1789 è un simbolo da modificarre, quindi la saccheggiano di tutto quanto è di proprietà reale e ne fanno il Tempio della Ragione. Le sculture della facciata vengono scambiate per ritratti di re, e sono tutte eliminate; crolla la guglia centrale (la stessa che ha preso fuoco lunedì) e non c’è più il valore simbolico della luce divina, perché la divinità dei rivouzionari è la ragione. La ragione che porta libertà e uguaglianza, ideali per cui molti rivoluzionari hanno sacrificato la propria vita: la distruzione della chiesa non è quindi conseguenza dell’odio per l’edificio, ma dell’alta considerazione in cui viene tenuta, perché lì, e non altrove, si decide di fondare il nuovo culto della libertà. Ciò che i rivoluzionari volevano era spogliare la cattedrale, che sentivano come propria, dai suoi abiti clericali e regali.

Anche Napoleone le concede lo stesso onore, e cerca di riportarla al suo uso religioso: si fa incoronare al suo interno e copre i danni delle pareti con drappi e bandiere. In quel momento, comunque, la chiesa non è quella che conosciamo: ha vetrate bianche, intonaco bianco, decorazioni barocche: un insieme variegato di stili decorativi, che testimoniano il succedersi delle generazioni che hanno vissuto quegli spazi.

Con la Restaurazione, poi, c’è una rinascita dell’interesse per il Medioevo: ogni nazione cerca le proprie origini, il “certificato” della propria identità, e le cerca in quel periodo storico. Noi oggi sappiamo che in realtà il Medioevo, più che un momento di cristallizzazione delle varie identità culturali, fu un periodo di grandi scambi, un momento in cui si è costruita la cultura che chiamiamo occidentale, e Notre-Dame lo dimostra, essendo punto di partenza di uno stile architettonico che avrà risonanze in tutta Europa.

A metà Ottocento si ha bisogno di molto denaro per recuperare la cattedrale, le capitali europee ormai sono moderne, e si pensa perciò di abbatterla, ma questa idea suscita lo sdegno degli intellettuali, che si battono per conservarla. Primo fra tutti Victor Hugo, che a questo scopo scriverà Notre-Dame de Paris. Hugo crea quello che oggi definiremmo un caso mediatico: i cittadini non vogliono distruggere la chiesa che dopo il libro, sentono ancor di più come propria. Ancora oggi, dopo l’incendio, tantissime immagini sui social fanno riferimento alla storia di Esmeralda e Quasimodo.

Si decide per il restauro, che però non è mai cosa semplice. Bisogna decidere come procedere: si vuole ricostruire tutto com’era nel XII secolo, facendo finta che non sia successo niente e quindi nascondendo l’effetto di secoli di storia (per esempio della Rivoluzione)? Oppure bisogna lasciare, che siano visibili i segni del passare del tempo, come monito per l’uomo e come marchio visibile della storia? Oppure si vuole ricostruire con gusto contemporaneo, segnalando le diverse fasi per poter così identificare i limiti dell’intervento?

L’incarico viene affidato, con molte polemiche, a Viollet Le Duc, uno di quelli che sostiene il “restauro in stile” e cioè il mettersi nei panni dell’artista, immedesimarsi in lui e ricostruire quello che è andato perduto. L’idea è quella di ripristinare la chiesa per come era nel suo primo giorno di vita, il momento perfetto, in cui Notre-Dame era completa. Pazienza se questo avrebbe cancellato secoli di storia.

Le Duc non è uno sprovveduto, classifica e studia tantissimi particolari dell’architettura gotica e ricostruisce la guglia caduta durante la Rivoluzione, rimette a posto le statue nei portali, cancella le decorazioni barocche del Seicento, e sopra le due torri vuole costruire due alte guglie, su modello di altre chiese medievali francesi. Quelle, poi, non si faranno.

Qualche decennio dopo, Haussmann provvede al rinnovamento urbanistico di Parigi: niente più vicoli stretti e niente più spazi per “corti dei miracoli” e barricate rivoluzionarie. Davanti alla cattedrale si apre la piazza e di fatto si perde l’effetto sopresa che le grandi chiese cittadine dovevano suscitare in quei fedeli che, girato l’angolo di un vicolo buio, trovavano davanti a sé la maestosa casa di Dio.

Originalità e testimonianza

Questo breve percorso storico per dire che un edificio distrutto non è un edificio scomparso, e che il concetto di “originalità” è molto complesso. Nessuna testimonianza storica è persa se qualcuno se ne prende cura, e il patrimonio culturale è proprio quell’insieme di beni di cui le comunità si prendono cura. Così lo descrive la Convenzione di Faro, sottoscritta nel 2007 dal Consiglio d’Europa. Notre-Dame è stata spesso modificata, aggiornata, sistemata, perché qualcuno ha sempre voluto conservarla.

E questo “qualcuno” sono persone provenienti da tutto il mondo, non per niente la cattedrale è considerata dall’UNESCO come parte del Patrimonio dell’Umanità, significa che rappresenta un momento importante per la cultura mondiale, non solo francese. Perciò è ancora oggi soggetta a interventi di restauro, svolti per limitare i danni del dramma di questo secolo: lo smog, che danneggia anche numerose opere d’arte. La cattedrale è uno dei luoghi più vistati della Francia ed è normale che ogni intervento di restauro o pulitura (come quello fatto per il Giubileo del 2000) sia interessato da polemiche e dibattiti anche sul piano politico: tutto questo è sintomo del fatto che sul monumento c’è un forte interesse da parte della comunità. I lavori di Disney e di Cocciante sul libro di Victor Hugo hanno contribuito a tenere vivo l’amore per l’edifico, facendolo entrare nel cuore anche di tanti visitatori.

La guglia, poco prima del collasso. Foto di Antoninnnnn, CC BY-SA 4.0

Al di là delle polemiche, però, è importante non perdere il valore documentario della chiesa, il motivo, cioè per cui contribuisce alla nostra crescita culturale. Nel momento di sconforto generale, insomma, bisogna scegliere qual è la “nostra” Notre-Dame. Non possiamo avere la chiesa “originale” medievale, perché già è persa da tempo; non possiamo avere la cattedrale di Quasimodo, perché quella è in realtà di Victor Hugo, è non c’è più nemmeno lei; non possiamo avere il Tempio della Ragione né la chiesa con decorazioni barocche che piaceva agli uomini del Seicento. Non possiamo averne nessuna, ma possiamo, allo stesso tempo, averle tutte, perché lo stesso edificio ci parla di tutte le sue “vite passate”. Dopo questo incendio, quando sarà ricostruita nella maniera in cui si deciderà di ricostruirla, Notre-Dame riprenderà in qualche modo il suo ruolo di testimonianza all’interno del suo territorio e avrà una storia in più da raccontare, e quella storia è la nostra, di oggi.

 

Notre-Dame
La cattedrale di Notre-Dame all'indomani dell'incendio. Foto di Louis H. G., CC BY-SA 4.0
Notre-Dame
La cattedrale di Notre-Dame, prima dell'incendio del 15 aprile 2019. Foto di Steven G. Johnson, CC BY-SA 3.0

Serrapetrona: dopo il terremoto si restituisce uno sguardo sulla storia del paese

Serrapetrona è un comune marchigiano di poco più di 1000 abitanti, molti dei quali sfollati sulla costa, alcuni sistemati nelle SAE (Soluzioni Abitative d’ Emergenza). Quando arrivo in piazza, il 17 novembre, un nutrito gruppo di questi abitanti, più qualche forestiero (come me), aspetta pigiato davanti alla porta della chiesa di Santa Maria di Piazza: la sindaca sta per tagliare il nastro e inaugurare Il bello della ricostruzione. L’arte salvata si mostra: un’esposizione molto attesa, di cui magari non si è parlato sui telegiornali o nelle riviste d’arte famose, ma che affonda - e in più di un modo - le radici nei princìpi fondanti il famoso articolo 9. L’articolo 9 della Costituzione, che tanto viene nominato negli ultimi tempi, è quello che stabilisce l’impegno della Repubblica nella promozione dello sviluppo della cultura e nella tutela del paesaggio e del patrimono storico e artistico. Le ragioni di questo impegno sono sottintese: i cittadini devono poter godere di quel patrimonio culturale, perché in esso è racchiusa la loro storia e la loro cultura e quindi la possibilità di essere una comunità più informata, più consapevole e quindi migliore. Ed è a garantire questa possibilità che i cittadini di Serrapetrona hanno pensato nei difficili momenti del terremoto e durante la lunga organizzazione di questa esposizione.

Serrapetrona, Chiesa di Santa Maria di Piazza, interno con allestimento della mostra Il bello della ricostruzione, foto di Alberto Monti, Archivio fotografico-Arcidiocesi Camerino- San Severino Marche.

Cosa è successo a Serrapetrona

Il terremoto ha devastato gran parte dei beni immobili nei territori colpiti delle Marche e ha così reso impossibile la fruizione di gran parte del patrimonio culturale della regione. In tutto il territorio hanno operato, a supporto di Vigili del Fuoco e Carabinieri, numerosi volontari appositamente preparati, che si sono impegnati nel recupero delle opere d’arte e nella messa in sicurezza di quanti più oggetti possibile. Queste opere sono adesso custodite in depositi in attesa di tempi migliori e, occasionalmente, i pezzi più noti vengono inviati in vari musei fuori regione o sulla costa per mostre temporanee.

A Serrapetrona, però, la storia è andata diversamente. Dopo la scossa del 26 ottobre 2016 (epicentro intorno a Visso) gli abitanti della città non hanno aspettato: si sono subito preoccupati per il loro patrimonio culturale, mettendosi a disposizione per mettere in salvo quante più opere potevano, sempre col timore che altre scosse, forse più devastanti, sarebbero potute arrivate. E hanno fatto bene, perché infatti c’è stata la scossa del 30 ottobre (epicentro a Norcia) che ha reso inagibili le chiese del paese. Due soltanto sono quelle rimaste accessibili: S. Francesco, che custodisce il noto polittico di Lorenzo d’Alessandro, e S. Maria di Piazza, che è stata scelta come sede della mostra di cui parliamo. Anche la chiesa di S. Maria di Piazza ha una storia legata al terremoto: ha subìto danni dal sisma del 1997 e, dopo il restauro, non è stata più riaperta; questa mostra si configura, quindi, come una doppia occasione di festa per gli abitanti del paese.

Negli spazi della chiesa sono state sistemate 26 opere, scelte tra quelle salvate dalle chiese di Serrapetrona e si tratta di una situazione temporanea, perché la promessa è quella di ricollocare le opere ai propri posti, non appena sistemate le altre chiese. Pur essendo temporanea, la mostra non presenta nessuna delle criticità che alcuni evidenziano per le grandi mostre blockbuster: non ha reciso i legami col territorio, perché i dipinti sono rimasti lì, dove stavano; non ha impoverito l’area di Serrapetrona, perché chi vorrà vedere le opere potrà andare al paese, e magari bere un po’ della vernaccia che lì si produce, o mangiare le ciambelline al vino (che io amo tanto). In questo modo si genera un beneficio per la zona, perché nessun territorio riparte se la gente guarda i dipinti e basta, ma ogni piccolo centimetro del nostro Paese mostra la sua ricchezza, ed esplicita il suo valore se vive in rapporto continuo con le testimonianze, tutte, della sua storia. La mostra non arricchisce un museo grande e famoso, che non ha bisogno di pubblicità o di visitatori, in una città turistica dove il sistema è già ben oliato e perfino il caffè lo paghi il doppio perché hai il privilegio di prenderlo proprio lì, ma fa l’esatto contrario. Non porta le opere (e con esse i turisti) lontano dal territorio, ma arricchisce una zona che è uscita indebolita dai danni del sisma; in più è interessante sotto un sacco di punti di vista.

Serrapetrona, Chiesa di Santa Maria di Piazza, interno con allestimento della mostra Il bello della ricostruzione, foto di Alberto Monti, Archivio fotografico-Arcidiocesi Camerino- San Severino Marche.

Il valore per la comunità

Già dall’inaugurazione si evidenziano alcune questioni che sono fondamentali e molto attuali se le leggiamo alla luce della prossima ratifica della Convenzione di Faro. La convenzione di Faro è la disposizione quadro europea sul valore del patrimonio culturale per le comunità. Il testo della convenzione parla del concetto di “eredità culturale” cioè l’insieme di tutto ciò che viene trasmesso dalle “vecchie” generazioni e che una comunità erèdita e sceglie di sostenere, perché sente il desiderio di fruirne, per aumentare la qualità della vita e del progresso, perché si riconosce in quell’eredità, a prescindere dalla proprietà di questi beni. In quest’ottica non è più il solo patrimonio ad avere diritti ma la gente che di quel patrimonio può beneficiare.

Al di là della loro bellezza i dipinti e tutte le altre opere d’arte fanno parte di quell’eredità, così come ne fanno parte i dipinti meno noti conservati a Serrapetrona perché il valore culturale non è estetico e, con buona pace di Dostoevskij, la bellezza non salverà il mondo. Su questi temi ci fa riflettere l’intervento di Pierluigi Moriconi, storico dell’arte funzionario della Soprintendenza, che racconta di una storia successa durante i recuperi dei beni culturali a Favalanciata (tra Ascoli Piceno e Arquata del tronto, per capirci). In una chiesa, lo storico dell’arte si trova dubbioso davanti a una piccola Madonna di gesso, alta circa un metro, di quelle Madonnine che si trovano spesso nelle chiese, iconografia dell’Immacolata Concezione e produzione intorno agli anni Cinquanta del Novecento… Moriconi riflette sul prenderla o meno, e decide infine di lasciarla, perché si tratta di materiale di poco valore rispetto ad altre opere che era più urgente prendere. All’uscita dalla chiesa un signore prega il funzionario di mettere in salvo quella statua, che invece per lui era importantissima, dato che ad essa aveva rivolto per anni le sue preghiere raccomandandole la salute della moglie, che in seguito era guarita.

Un bene, tanti valori.

Non so dove sia ora quella Madonna, ma l’intervento di Moriconi ci fa riflettere sulla complessità del valore che i beni culturali hanno, doppio valore che è stato materia di discussione durante i recuperi, è il filo conduttore della mostra, e in realtà esiste per la maggior parte delle “eredità culturali”: il valore religioso, o l’attaccamento emotivo che si ha con gli oggetti della nostra quotidianità, esiste insieme al al valore, cosiddetto, “in sé”, cioè alla preziosità delle opere nel sistema della storia dell’arte, nell’assurda missione del salvataggio del mondo da parte della bellezza.

Il patrimonio culturale che oggi abbiamo, è lì perché in passato qualcuno l’ha custodito, ha pensato che alcuni oggetti fossero importanti e dovessero essere salvaguardati per noi; noi oggi tramandiamo lo stesso patrimonio perché crediamo ancora in quella importanza e in quel valore. Il valore, poì, ha molte forme: la Madonna di gesso, ad esempio, ha un forte valore religioso, un forte legame con la comunità ma non ha particolare valore storico artistico (o meglio, non ne ha ancora, perché voglio vedere tra duecento anni quanto varrà una di quelle Madonnine degli anni 1950, quando ne saranno rimaste due o tre in tutta Italia).

Gli stessi temi sono emersi dagli interventi dell’arcivescovo e della sindaca: Mons. Francesco Brugnaro, Vescovo Emerito dell’Arcidiocesi di Camerino-San Severino esalta il valore spirituale delle opere d’arte, mentre la sindaca Silvia Pinzi ha ricordato che anche quei cittadini che non frequentano mai la chiesa sono accorsi immediatamente dopo la scossa del 26 agosto e si sono offerti per aiutare con i recuperi. Un intervento in sinergia (anche ovviamente con le forze dell’ordine, la soprintendenza, i dipendenti comunali e il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata e della Regione) che ricorda che non esiste un valore “reale” e uno “meno reale”, il valore esiste se qualcuno ritene che esista, e qui sono state molte le persone che hanno riconosciuto in quegli oggetti il valore di testimonianza della propria storia, del proprio essere una comunità.

Serrapetrona Chiesa di Santa Maria di Piazza mostra Il bello della ricostruzione.
Serrapetrona, Chiesa di Santa Maria di Piazza, sacrestia con allestimento della mostra Il bello della ricostruzione, foto di Alberto Monti, Archivio fotografico-Arcidiocesi Camerino- San Severino Marche.

L’allestimento e le opere

Anche l’allestimento parla del doppio valore di questi beni: la disposizione delle opere segue e si adegua agli spazi della chiesa, tanto che non è facile distinguere quali opere sono state portate lì per l’occasione e quali erano presenti nella chiesa dall’inizio. Le opere non nascondono le forme della chiesa, anzi, le esaltano e la riportano ai passati splendori. Le tre opere di Domenico di Luigi Valeri sono state sistemate nelle loro posizioni originarie: la grande Assunzione della Vergine sopra l’altare principale; la Madonna del Rosario e il Transito di Giuseppe sopra gli altari laterali, per i quali furono pensate. Alcuni dipinti possono essere guardati bene da vicino, sistemati nella piccola sacrestia. La celebre tavola con la Crocifissione dipinta da Giovanni Angelo di Antonio è esposta in posizione privilegiata davanti all’altare e mostra un importante momento di passaggio per la pittura camerte: l’acquisizione delle nuove istanze della pittura rinascimentale che convivono con elementi tardogotici come il fondo oro. Accanto All’opera di Giovanni Angelo di Antonio si trova un’altra Crocifissione, di autore ignoto e risalente al XVII secolo, che favorisce un immediato confronto con l’opera più famosa. Ai lati dell’altare stanno tre grandi crocifissi, come quelli che spesso si trovano in ciascuna delle nostre chiese; si tratta di due croci lignee settecentesche e una dipinta risalente al Quattrocento, di quest’ultima si può vedere anche il retro: un punto di vista interessante che non sempre è possibile avere in un museo.

Numerose pale d’altare, di proprietà della Diocesi e in origine sparse tra le varie chiese del territorio, ci trasportano in un viaggio nella devozione marchigiana: Santa Lucia con gli occhi nel piatto, Sant’Antonio abate, protettore degli animali, che non può mancare dove ci sono fedeli che vivono di allevamento; la Madonna di Loreto, che portava pellegrini da tutta Europa e alla quale ogni mezzadro dedicava una nicchia nella propria casa; infine l’importantissimo Sant’Emidio, il santo protettore contro i terremoti che è tenuto in gran conto dai marchigiani dopo il grande terremoto di inizio Settecento. Sant’Emidio non poteva proprio mancare in questa esposizione importante, perché Serrapetrona è il primo, tra i comuni colpiti dal sisma, ad aver reso fruibili le opere nel territorio cui esse appartengono.

Insomma, a Serrapetrona si è restituito allo sguardo del pubblico un piccolo scorcio della storia del paese, e Barbara Mastrocola (direttrice dei musei dell’arcidiocesi di camerino-san severino) riassume la questione sottolineando, nel video di presentazione alla mostra, che la ricostruzione avviene davvero solo se si opera considerando una comunità come un sistema: persone, case, ambiente, attività, e beni culturali.

Serrapetrona, Chiesa di Santa Maria di Piazza, interno con allestimento della mostra Il bello della ricostruzione, foto di Alberto Monti, Archivio fotografico-Arcidiocesi Camerino- San Severino Marche.

La mostra, a ingresso gratuito, è aperta ogni domenica e giorno festivo dalle 15:00 alle 19:00. Per orari diversi si può prenotare l’apertura al numero 0733 908321.


Galleria dell’Accademia di Firenze: due opere restituite allo sguardo del pubblico

Due opere restituite allo sguardo del pubblico

Nuove acquisizioni per la Galleria dell’Accademia di Firenze, si tratta di due dipinti su tavola dal passato “movimentato”: appartenenti a una collezione privata fiorentina, le due opere sono state rubate e portate in Svizzera, dove, nel 2006, le hanno recuperate i Carabinieri del reparto TPC (Tutela del Patrimonio Culturale).

I beni culturali sono, per definizione, “testimonianze aventi valore di civiltà”: ciò significa che sono oggetti capaci di dare a noi, oggi, una testimonianza, un’informazione sulla civiltà che li ha prodotti, quindi su una parte della nostra storia. Per dare la loro testimonianza, però, le opere devono poter esse guardate e studiate, messe cioè a disposizione del pubblico e degli studiosi. Questo non accade, ovviamente, per i beni rubati, che vengono nascosti o alterati (i dipinti, vengono tagliati, separati, sparpagliati per il mondo) per non essere riconosciuti. È chiaro che un’immagine non può parlarti di niente se è chiusa in una cassaforte o ridotta a un particolare decorativo, e se questo accade si crea una perdita per il patrimonio culturale. Le due tavole di Firenze, fortunatamente, sono scampate a questo destino e dal 2017 sono entrate anche a far parte del patrimonio dello Stato; quest’anno (2018), poi, sono state affidate alla Galleria dell’Accademia, che le esporrà a partire dal 14 Gennaio 2019.

La prossima esposizione delle due opere è quindi un’ottima notizia, e merita decisamente più attenzione rispetto ai tanti dibattiti sulle spoliazioni napoleoniche, o sulla legittima destinazione della “Gioconda”, perché se le opere del Louvre raccontano da lì la loro storia, assolvendo perfettamente al loro “ruolo” di beni culturali, i due dipinti toscani possono finalmente fare altrettanto dalla Galleria dell’Accademia e recuperare il tempo perduto mostrando ai visitatori quello che hanno da dire.

Un buon contesto

E lo fanno in una sede proprio adatta, perché la Galleria dell’Accademia è stata fondata in un momento storico importante per la storia dei musei: la fine del Settecento, quando i sovrani illuminati cominciavano a ragionare sui benefici che l’accesso alle opere d’arte può avere sulla vita della gente. Proprio in quel periodo si aprivano al pubblico le prime collezioni reali e la Galleria dell’Accademia, come suggerisce il nome, faceva parte di un progetto del granduca Leopoldo II. Leopoldo, che era il fratello di Maria Antonietta, intendeva mettere a disposizione degli artisti più modelli possibili, per migliorare il loro talento e promuovere le arti nei suoi domìni. In seguito, il museo accoglierà molte opere provenienti dalle chiese degli ordini religiosi soppressi da Napoleone. Molte delle opere conservate oggi nella Galleria sono quindi di origine religiosa, molte risalgono al XIV-XV secolo, e una gran parte di esse è caratterizzata dal fondo oro, proprio come le due nuove acquisizioni, che qui trovano contesto adatto a interessanti confronti.

Il fondo oro è stato usato dagli artisti fino alla piena affermazione delle istanze rinascimentali e serviva per sottolineare la sacralità delle scene rappresentate: la luce riflessa dalle superfici trattate con foglia d’oro trasportava il fedele in una dimensione “altra”, piena di sacralità, preziosa e distante dai paesaggi e dalla realtà che si vedeva nella vita “terrena”, di tutti i giorni.

Entrambe le opere recuperate in Svizzera sono databili negli anni a cavallo tra Trecento e Quattrocento, sono dipinti su tavola (la tela non si usava ancora) e hanno modeste dimensioni: una fortuna, perché possono trovare facilmente una collocazione adatta nelle sale della Galleria, come precisa la direttrice Cecilie Hollberg.

La Madonna con santi

Maestro della Cappella Bracciolini Galleria dell'Accademia di Firenze mostre Madonna con santiIl primo dipinto rappresenta una Madonna con santi. Non si conosce il nome dell’autore, che viene nominato come “Maestro della Cappella Bracciolini” dal nome della cappella pistoiese che ha affrescato qualche decennio dopo questa tavola. Nel dipinto Maria è rappresentata come “Madonna dell’umiltà”, cioè è seduta su un cuscino, intenta a scambiare atteggiamenti affettuosi col figlio. Questa iconografia è un aggiustamento che gli artisti italiani del XIV secolo fanno sul modello bizantino della madonna Glykophilousa, una Madonna tenera, affettuosa e dolce col figlio. Nella versione “occidentale” Maria abbandona il trono, che pure le spetta in qualità di Madre di Dio, e sottolinea il valore dell’umiltà sedendo su un semplice cuscino, spesso posto a terra. La scelta di questa iconografia ci dice qualcosa sulla committenza: Maria infatti è spesso usata come simbolo dell’intera Chiesa e, in tempi turbolenti per la storia ecclesiastica, il committente può aver scelto questo tipo di iconografia per sottolineare il valore dell’umiltà come dote del bravo cristiano.

Maria tiene in braccio il Bambino, che la guarda e cerca di ripararsi col suo mantello; come i fedeli sanno bene, però, la madre non potrà proteggere Gesù dal suo destino e ciò ci viene ricordato dai loro volti molto tristi. La posa dei due personaggi ricorda quela del Vesperbilt tedesco, la nostra “Pietà”, e fa riflettere il fedele sul valore del sacrificio di Cristo. Meditare sulla vita di Gesù e sul significato che essa ha avuto per la stora dell’uomo era probabilmente la funzione della tavola, dipinta in un momento storico in cui si davagrande importanza alla riflessione sulla sofferenza “umana” di Cristo.

L’opera è probabilmente destinata a devozione privata, si può intuire dalle dimensioni: la devozione privata non ha bisogno delle grosse misure che servono all’interno di una chiesa, dove il dipinto deve essere visto da tanti fedeli insieme, anche da lontano; la grandezza dell’opera risponde invece alle esigenze di uno spazio privato ristretto, dove una persona o un piccolo gruppo possono guardarla e concentrarsi nella preghiera.

In basso, in adorazione, si trovano alcuni santi di proporzioni inferiori rispetto a quelli di Maria e Gesù, secondo una convenzione rappresentativa medievale: per “ottimizzare” l’uso dello spazio, si dipingono più grandi i personaggi principali della scena, così chi guarda capisce subito di cosa si sta parlando. Ai piedi di Maria troviamo quindi una santa che regge in mano un ramo di palma, oggetto che ci parla della sua morte come martire; la santa non ha altri attributi ed è quindi difficile identificarla. È dubbia anche l’identificazione degli altri personaggi, due inginocchiati e un terzo in piedi, con abiti vescovili. Nei due personaggi inginocchiati potrebbero essere riconosciuti San Pietro e San Giovanni, il più giovane degli apostoli, rappresentato come un adolescente e per questo spesso confuso con una donna dagli osservatori moderni.

Due santi

Niccolò Gerini, Niccolò di Pietro Gerini, SS. Girolamo e Giuliano Galleria dell'Accademia di Firenze mostreIl secondo dipinto è stato attribuito con certezza a Niccolò di Pietro Gerini e datato intorno al 1385. Si tratta probabilmente dello scomparto di un polittico, si può dedurre dal fatto che i due santi rappresentati guardano alla loro destra: in quella direzione si trovava l’immagine centrale del polittico (Maria, Cristo, oppure il santo cui era dedicata l’opera). La cornice, forse non originale, segue comunque la direzione indicata dalle decorazioni eseguite sul fondo oro. Si tratta di tecniche mutuate dall’oreficeria e ampiamente utilizzate dai pittori che gli storici dell’arte collocano nel “tardo gotico”. Ad esempio la punzonatura utilizzata anche per decorare le aureole, e la granulazione (cioè l’applicazione di piccole sfere d’oro sulla superficie) che segue il contorno della tavola e ci indica probabilmente la forma della cornice originaria.

Niccolò di Pietro Gerini, Sant'Eligio e san Giovanni Battista; scomparto di polittico (1396-99), tavola, cm 90 × 46. Bologna, Fototeca Zeri, inv. 27244

La stessa decorazione e la stessa ambientazione si ritrovano in un’altra opera, ormai smarrita nel mercato antiquario ma della quale esistono alcune immagini: si tratta di un dipinto molto simile a quello appena descritto, ma con i due santi (Marino e Giovanni Battista) che guardano alla propria sinistra, quindi dalla parte opposta rispetto ai santi della “nostra” tavola. Probabilmente si tratta di uno scomparto proveniente dallo stesso polittico ma appartenente al lato destro.

I santi rappresentati nel dipinto della Galleria dell’Accademia sono San Girolamo e un santo cavaliere, identificato come San Giuliano l’Ospedaliere. San Girolamo viene spesso rappresentato come un uomo che prega e fa penitenza: un’immagine che ricorda il suo grande rigore morale e il periodo di solitudine e meditazione che ha vissuto durante la sua vita. In questo caso il committente ha preferito raffigurare il santo nella veste di traduttore e Dottore della Chiesa. Il libro che Girolamo tiene in mano rappresenta la Bibbia, che egli ha tradotto dal greco al latino, mentre il pennino ricorda la sua attività di scrittore e intellettuale. L’abito che Girolamo indossa è quello di un cardinale, carica che probabilmente il santo non ha mai ricoperto, ma che sta ad indicare la sua importanza in seno alla Chiesa. I santi presenti in questo polittico sono tutti caratterizzati dalla ricchezza dei loro abiti; perfino il San Giovanni Battista (quello nel perduto scomparto di destra) indossa un ricco mantello col bordo decorato in oro sopra alla tradizionale tunica di pelle di cammello. Possiamo ipotizzare, quindi, che nelle intenzioni del committente ci fosse la volontà di esaltare la grandezza dei protagonisti della storia cristiana, più che la loro povertà e umiltà; purtroppo, però, a queste ipotesi non si può dare conferma, perché così accade quando una parte del patrimonio viene a mancare. Siamo certi, però, che gli abiti dei santi della nostra tavola siano vesti di lusso: se guardato attentamente, infatti, si vedrà che il manto di San Girolamo è rivestito di pelliccia, forse di vaio o ermellino, animali dal pelo pregiato con cui nel medioevo si rivestivano mantelli e si facevano pellicce per gente ricca, come reali, magistrati, cavalieri.

Anche San Giuliano l'Ospedaliere indossa abito e mantello rivestiti di pelliccia. San Giuliano è un nobile, si spiegano quindi i suoi ricchi indumenti, e ha una storia terribile che spiega il suo attributo: la spada. Durante una battuta di caccia, Giuliano riceve una tremenda profezia: ucciderà i suoi genitori. Per sottrarsi a questo destino, egli scappa lontano da casa e si rifà una vita sposando una donna spagnola. I suoi genitori lo cercano ovunque e giungono alla fine a casa sua, ma lui non c’è e la moglie li accoglie col massimo della gentilezza, prestando loro il letto nuziale. Al suo ritorno, Giuliano vede nel suo letto due persone e crede che la moglie lo abbia tradito; preso dall’ira afferra la spada e uccide le due persone che dormono, scoprendo immediatamente che si trattava dei suoi genitori. Per fare penitenza ed avere il perdono per l’orrore compiuto, Giuliano si ritira sul fiume Potenza, nelle Marche, e si dedica al trasporto e alla cura dei malati.

Una mostra

Per sapere di più su questi dipinti si potrà approfittare di una mostra; le due opere non sono infatti le uniche novità della Galleria dell’Accademia ma fanno invece parte di un gruppo di nuove acquisizioni che verrà esposto al pubblico dal 14 gennaio 2019 in una mostra temporanea: una mostra che non mette a rischio le opere facendole viaggiare da una città all’altra e non impoverisce un territorio dei propri beni, ma, anzi, espone al pubblico i risultati di nuove operazioni di tutela e valorizzazione, attività fondamentali anche per un museo.


Stefano Folchetti Madonna in trono con Bambino, san Francesco e il beato Liberato da Loro Piceno San Ginesio Pinacoteca

Storie del terremoto: una Madonna di Stefano Folchetti a San Ginesio

I dipinti murari recentemente rinvenuti a Norcia sono stati svelati dal crollo di un muro seicentesco. Leggendo la notizia, ho pensato a quei fedeli che ogni giorno vedevano quei dipinti e poi, dopo i restauri barocchi, non hanno potuto più farlo.

Per più di quattro secoli quei dipinti sono rimasti nascosti e sono stati mostrati soltanto ora dall’improvviso terremoto. Subito il pensiero è corso alle tante opere della mia regione, le Marche. A causa dello stesso terremoto, infatti, grossa parte del patrimonio dei Sibillini e dintorni è adesso custodita in depositi. Chiuse in luoghi dove si può conservarle in sicurezza, quelle opere sono adesso “nascoste” allo sguardo, in attesa di poter essere esposte di nuovo quando sarà il momento.

Uno di questi dipinti è la Madonna in trono con Bambino, san Francesco e il beato Liberato da Loro Piceno, una tavola dipinta da Stefano Folchetti alla fine del XV secolo, che ho visto nella pinacoteca civica di San Ginesio e poi, più da vicino, alla mostra su Vittore Crivelli a Sarnano al cui catalogo ho dato un piccolo contributo (Vittore Crivelli, Da Venezia alle Marche – Sarnano, Maggio-Agosto 2011).

In attesa che questa tavola torni, assieme alle altre, a parlare al suo pubblico, faccio io “le sue veci” e cerco di rimuovere un po’ di quella “polvere” che il tempo posa sul significato delle immagini. Il tema della Madonna, infatti, è un’iconografia che siamo ben abituati a vedere nelle nostre chiese ma, come sempre avviene per le immagini, è pensata per il “suo” pubblico, che è un pubblico di secoli fa, più esperto di noi nel riconoscere alcuni dettagli.

La presenza dei due santi francescani, nel caso della tavola, è dovuta alla sua funzione originaria, che non era, ovviamente, quella di stare in un museo, ma quella di segnalare la sepoltura del beato Liberato e di celebrare la sua figura facendo ragionare il fedele sul suo valore morale.

Il beato, che non ha l’aureola ma il nimbo raggiato (perché non è santo), è rappresentato in posizione speculare rispetto a san Francesco, al quale viene quindi rapportato. Questo ci mostra che il francescano godeva di grande considerazione nel suo territorio e che i suoi fedeli lo veneravano come modello di virtù, perfettamente paragonabile a san Francesco.

Particolare della Madonna in trono con Bambino, san Francesco e il beato Liberato da Loro Piceno, tavola dipinta di Stefano Folchetti, XV secolo, Pinacoteca "Scipione Gentili" di San Ginesio. Foto di Roberto dell'Orso, per gentile concessione dell'Università degli Studi di Macerata

Al centro Maria, coronata, siede in trono, posizione in cui la vediamo frequentemente e che serve a ricordare la sua regalità in quanto Theotokos, madre di Dio, in una formula che deriva dall’arte bizantina e che resiste nei secoli. Maria e il piccolo Gesù interagiscono tra loro, con gesti d’affetto che ricordano a ogni madre che Gesù per Maria era un figlio, oltre che il suo Dio. Oltre ad essere affettuosi, quei gesti sono simbolici e ricordano al fedele il destino di Cristo.

Ad esempio, è frequente la rappresentazione di Maria che guarda verso lo spettatore, per ricordargli che le sue preghiere sono ascoltate e che la sofferenza che lei sta per provare è destinata a lui, alla sua salvezza. In questo caso Maria non guarda verso di noi ma verso le stimmate di san Francesco, questo per attirare il nostro sguardo su quelle ferite, che saranno sulle mani di suo figlio, nel momento del sacrificio.

Gli occhi della Vergine hanno la consueta espressione triste di chi sa già cosa accadrà, e sa che non potrà evitarlo. Gesù, invece, poggia piano la mano sul braccio della madre in preghiera, quasi per consolarla. Spesso lo vediamo compiere gesti, come questo, che rivelano la saggezza di un uomo adulto, come quando respingere la mano della madre che intende proteggerlo. Tali gesti traducono in immagine la consapevolezza di Gesù e l’accettazione del proprio destino: ci “dicono” che è Dio, oltre che uomo.

Questi dettagli erano ben noti al fedele che guardava le immagini e pregava ragionando su questi temi; non era per lui difficile comprendere le immagini che vedeva e ancora meno insolita doveva essere la presenza del piccolo ciondolo di corallo, un monile che qualche anziano ancora oggi regala al nipote per il battesimo. Come ogni elemento di colore rosso, associato al piccolo Gesù, il corallo ricorda il sangue che Egli verserà sulla croce. Ma il significato va oltre, fino ad affondare le radici nella tradizione popolare: dall’antichità il corallo è infatti raccontato come sangue pietrificato di Medusa e ha assunto, nel sapere popolare, funzione di protezione contro le malattie del sangue e il “malocchio”, maledizione originata dallo sguardo invidioso. Il piccolo Gesù, come tutti i bambini, ha diritto ad avere il suo rametto protettivo. E Gesù è un bambino a tutti gli effetti: ce lo ricorda la sua nudità, che spesso è ben visibile proprio per dimostrare la sua umanità e ricordarci, quindi, che sulla croce soffrirà come qualsiasi uomo per la redenzione dei suoi fedeli. Lo spettatore che conosce questi elementi sa che la premura del corallo non servirà, e ancora una volta ragiona sulla grande sofferenza che Cristo e Maria hanno provato per salvare l’uomo dal suo peccato.

Gli appassionati di ornitologia come me, riconosceranno senz’altro l’immagine del cardellino, l’uccellino dalla testa rossa che ama mangiare i semi del cardo, pianta spinosa da cui prende il nome. Gesù ne tiene uno in mano per ricordare il legame dell’uccellino con le spine (e quindi con la corona che Egli indosserà sulla croce). Alcune volte Maria fa il gesto di sottrarre al figlio il cardellino o altri oggetti che ricordano la futura Passione, ma il saggio Gesù, come detto sopra, la repinge dolcemente.

Non tutti i pittori, però, erano appassionati di ornitologia e non tutti conoscevano i colori del piumaggio del cardellino, spesso quindi troviamo in mano a Gesù un “generico” passerotto a cui il pittore ha aggiunto a caso una macchia rossa, alle volte si trovano uccellini senza nemmeno questa macchia, ma questo non è un problema per il fedele, che conosce perfettamente la storia e appena vede il pennuto la richiama alla mente.

La Vergine indossa un ricco manto broccato e, tra le decorazioni d’oro, si vede il colore blu che tradizionalmente contraddistingue le sue vesti. Il manto blu e la veste rossa simboleggiano la la Grazia Celeste e la condizione terrena che coesistono nella Madre di Dio. Dopo la visione di Bernadette, però, e grazie alla grande produzione di immagini mariane che ne deriverà, il rosso della veste di Maria sarà sostituito da un più casto, etereo bianco, molto più adatto per i fedeli moderni, per i quali il rosso è un colore più vicino alla passione e al sangue che alla terra o alla regalità.

Così le immagini influenzano e sono influenzate dal pubblico, dipendono dalla sua capacità di comprenderle, dalla sua cultura e dallo scopo per cui sono state pensate: le immagini sono un linguaggio vero e proprio, che bisogna soltanto reimparare ad ascoltare.

Stefano Folchetti Madonna in trono con Bambino, san Francesco e il beato Liberato da Loro Piceno San Ginesio Pinacoteca "Scipione Gentili"
Stefano Folchetti, Madonna in trono con Bambino, san Francesco e il beato Liberato da Loro Piceno, tavola dipinta, XV secolo, Pinacoteca "Scipione Gentili" di San Ginesio. Foto di Roberto dell'Orso, per gentile concessione dell'Università degli Studi di Macerata


Maria vola via

Le nuvole, un campo, l’acqua di un canale, un anziano che torna a casa. Il tempo scorre piano nella campagna veneta di Angelo e Gabriella. È maggio e, come molti altri in paese, si adoperano peraccogliere la processione delle Rogazioni, con cui si affida a Dio il territorio e coloro che vi abitano.
Maria vola via, una tenera dichiarazione di amore del regista Michele Sammarco alle sue radici, verrà proiettato venerdì 19 ottobre alle 21.30 nell'ambito di Cinema ed etnoantropologia per l'ottava edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.

Maria vola via

Nazione: Italia

Regia: Michele Sammarco

Consulenza scientifica: Dino Coltro

Durata: 16’

Anno: 2017

Produzione: Michele Sammarco

 

Sinossi:Le nuvole, un campo, l’acqua di un canale, un anziano che torna a casa.  Il tempo scorre piano nella campagna veneta di Angelo e Gabriella. È maggio e, come molti altri in paese, si adoperano per accogliere la processione delle Rogazioni, con cui si affida a Dio il territorio e coloro che vi abitano. Preparano ciò di cui hanno bisogno per chiedere la protezione dalle calamità naturali che potrebbero, come già accaduto in passato, colpire il paese.

 

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Accademia del Cinema Italiano – Premio David di Donatello 2018 - Roma
  • XVIII Lucania Film Festival – Pisticci, Matera
  • International Festival of Ethnological Film 2017 – Belgrado, Serbia
  • Edera Film Festival 2018 – Treviso
  • Rassegna Internazionale “Vittorio De Seta” del documentario etnografico (ottobre 2018) – Castrovillari (Cosenza)

 

Premi e riconoscimenti:

  • Premio Migliore Soggetto Cortometraggi Documentari – XVIII Lucania Film Festival
  • Candidatura alla 57a Edizione dei Globi D’Oro – Associazione Stampa Estera in Italia

 

Informazioni regista: Classe 1991. Nato e cresciuto in provincia di Padova. Diplomato in Regia Cinematografica presso la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Laureato in Arti Visive e dello Spettacolo, facoltà Design e Arti dell'Università IUAV di Venezia con una tesi sui percorsi e confronti tra cinema e arte contemporanea. Ha parallelamente seguito corsi singoli presso l'Università Ca Foscari di Venezia. Appassionato di cinema del reale e opere ibride ai confini tra le arti. Il suo primo cortometraggio è "Questo sono io" (ITA, 2015). Ha curato la regia dell'Installazione multimediale "Un secolo di Abissi. Principessa Mafalda 1927”. Filmografia: “Setteporti Walkabout” (2018) – Soggetto, sceneggiatura e regia; “Maria Vola Via” (2017) – Soggetto, sceneggiatura, montaggio, fotografia, suono e regia; “Questo sono io” (2015) – Soggetto, sceneggiatura, fotografia, montaggio, suono, produzione e regia.

 

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

http://www.giovaniartisti.it/michele-sammarco/maria-vola

http://www.fitp.org/news/la-rassegna-internazionale-vittorio-de-seta-del-documentario-etnografico-46

http://www.etnofilm.org/index.php/en/archive/ifef2017/ifef-2017-programme/informative-programme-2017/maria-vola-via

 

Scheda a cura di: Fabio Fancello