Piemontesi Museo Egizio Torino

A l’è na storia bela - Piccole storie di piemontesi che hanno fatto grande il Museo Egizio

"Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri", dal Museo Egizio otto clip per l'iniziativa in collaborazione col Centro Studi Piemontesi

piemontesi museo egizio copertina

Testardi, pragmatici, capaci, appassionati. Liberi, curiosi, eccentrici.
Sono i piemontesi, quelli cresciuti tra le montagne e le colline sabbiose su cui la vite soffre e fa il vino robusto. Quelli che si imbarcano in avventure improbabili e finiscono per dargli un senso. Quelli che paiono chiusi come ricci e poi affrontano culture lontanissime con sincero interesse e disinvoltura.
Quelli che non conosciamo, perché l’understatement è più forte persino della verità storica.

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Gli otto piemontesi che hanno fatto la storia del Museo Egizio

Vengono da tutte le provincie della regione ma sono accomunati da un ruolo: il loro lavoro, il loro talento e il loro impegno sono stati determinanti per realizzare quella straordinaria realtà culturale che il Museo Egizio è oggi.

Proprio il Museo, in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi, racconta le storie di questi personaggi tanto importanti e affascinanti quanto (ben poco) illustri. E lo fa nella loro lingua, in quella che certamente hanno ascoltato nell’infanzia e utilizzato in famiglia, il Piemontese.

Lascia un po’ interdetti ascoltare il suono di questo dialetto che non ha molto di eroico, e che troppo spesso è stato ridotto a semplice macchietta per la sua riconoscibile e invadente cadenza.
Ma nelle sfumature delle espressioni dialettali, per lo più intraducibili, nella sua disincantata ironia, nel costante rifiuto dell’esagerazione retorica, nella precisione senza fronzoli di alcuni termini risiede la possibilità di offrire un racconto autentico.
E della scoperta, se ce ne hosse bisogno, di quante avventure si nascondano nella costituzione di una collezione tanto bizzarra.

La prima puntata dedicata a Giulio Cordero di San Quintino: il cuneese tanto testardo da impedire a Champollion di tagliuzzare il papiri

Otto piemontesi per raccontare la nascita del Museo Egizio

Ogni martedì, per tutti i mesi di novembre e dicembre, il Museo Egizio celebra i piemontesi che hanno collaborato alla nascita delle collezioni, agli studi di egittologia e alle campagne di scavo. Sono uno per provincia. Da Bernardino Drovetti, torinese al servizio di Napoleone, dalla cui profonda conoscenza dell’Egitto e intelligenza di collezionista nasce il primo nucleo di opere, poi acquistato da Carlo Felice. Passando attraverso il biellese Ernesto Schiapparelli, lo scopritore della tomba di Kha e Merit. E Giuseppe Botti, nato in Valle Anzasca a un passo dalla Svizzera, che cominciò a studiare il dialetto delle sue montagne e finì per diventare il primo demotista dell’egittologia italiana. Per arrivare all’astigiano Leonetto Ottolenghi, mecenate e collezionista, che mise denaro e talento al servizio della collettività e promosse l’interesse per civiltà lontane nel tempo e nello spazio. E altri loro pari che scopriremo di settimana in settimana.

Un vero ciclo di racconti, che mette insieme verità storica e gusto per la narrazione;‌ approfondimento sull’alba dell’egittologia italiana ed europea e gustoso ritratto di costumi e caratteri. Otto clip video, pensate per essere diffuse in primo luogo attraverso il canale YouTube del Museo Egizio. Realizzate e programmate già prima della chiusura dei musei, inserite nella visione di un museo in continuo dialogo con il proprio pubblico che mai come oggi si rivela necessaria.

 

La seconda puntata, uscita oggi e dedicata a Carlo Vidua: dalle Alpi alle Piramidi

Una curiosità:‌ la lingua con cui saremo guidati alla scoperta di queste piccole storie di grandi personaggi è il piemontese “letterario”.
Quello della tradizione scritta, il più simile a quello parlato a Torino. Un piemontese standard, privo dei colori delle inflessioni delle diverse provincie, più facile da comprendere e forse il più vicino a quello che tutti i protagonisti di queste storie possono aver utilizzato proprio all’interno delle sale del Museo Egizio per dialogare con i loro colleghi.
E per i non-piemontesi? Nessun problema: i sottotitoli in italiano rendono comprensibili a chiunque i testi del progetto. Anche se, quando si tratta di contenuti in “lingua originale”, l’invito è sempre quello a smettere di inseguire la lettera per godersi il suono e tutto quel mondo di senso che va oltre la lettera delle singole parole.

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A l’è na storia bela quella dei piemontesi che si sono inventati un museo di antichità egizie vicino alle Alpi. Una storia che vorremmo sentirci raccontare all'infinito, come fa questa filastrocca che viene ricordata anche nelle clip del Museo Egizio.

Di seguito, le dichiarazioni della presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin, e della direttrice del Centro Studi Piemontesi, Albina Malerba.

Nell’assolvere al nostro ruolo di custodi di un patrimonio culturale che appartiene all’umanità intera - spiega la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin - abbiamo al contempo il dovere e l’onore di valorizzare il legame che ci unisce a Torino e alla Regione Piemonte, di cui siamo ambasciatori nel mondo. Un rapporto antico in cui affondano le origini di questa storica istituzione, in virtù del quale la comunità regionale vive con orgoglio la presenza del Museo Egizio sul proprio territorio, così come noi siamo orgogliosi di far parte della storia del Piemonte e di rappresentare un punto di riferimento per la sua gente. Raccontando nel nostro dialetto le vicende dei personaggi provenienti dalle otto Province del territorio, desideriamo dedicarle al 50esimo anniversario della fondazione delle Regioni italiane, e a tutti coloro che ne hanno costruito la storia”.

Il Centro Studi Piemontesi - spiega la direttrice, Albina Malerba - da sempre ha a cuore la collaborazione con chi è impegnato nella valorizzazione dell’immagine e della storia del Piemonte e ha accolto con entusiasmo l’invito del Museo Egizio, una bella e ghiotta occasione - dovremmo dire “galupa” in piemontese - per raggiungere un pubblico più ampio e probabilmente meno avvezzo alle parlate della nostra terra, ma che ci auguriamo possa affezionarsi a questa lingua di lunga e ricca tradizione letteraria nonché glottologico-linguistica. Come Centro Studi siamo depositari e promotori di una lingua capace di indiscutibile forza espressiva e creativa, e dunque non diminutivamente confinabile nell’esercizio di un quotidiano e purtroppo sempre più povero parlare. Per i testi del progetto del Museo abbiamo optato per il piemontese di koinè, cioè quello della tradizione letteraria scritta (e anche parlata nel capoluogo), che tuttavia non rinuncia ad accogliere apporti di altre realtà più periferiche. Una soluzione ragionevolmente obbligata, che certo non sottovaluta le singole e plurime parlate del Piemonte, ma consente una più ampia e comune comprensibilità”.

 

Per le immagini si ringrazia l'Ufficio Stampa del Museo Egizio

 


Le ceneri degli Statielli. La necropoli dell’età del Ferro di Montabone

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La locandina della mostra Le ceneri degli Statielli - La necropoli dell'età del Ferro di Montabone

Presso il Civico Museo Archeologico, sito nel Castello dei Paleologi di Acqui Terme (AL), dal 1 giugno del 2019 fino al 23 febbraio 2020 (poi prorogata al 29 marzo 2020), è possibile visitare la mostra “Le ceneri degli Statielli. La necropoli dell’età del Ferro di Montabone”.

È una interessante occasione per poter ammirare i risultati degli scavi archeologici effettuati a seguito del ritrovamento di un sepolcreto a cremazione di Ligures Statielli risalente al II secolo a.C., rinvenuto casualmente nel 2008 durante gli scavi effettuati lungo la valle del torrente Bogliona, per la costruzione del metanodotto Snam Rete Gas nel tratto Oviglio-Ponti, in Piemonte provincia di Asti.

L’indagine archeologica effettuata sotto la direzione della dott.ssa Marica Venturino (Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte) ha interessato un’area di ca. 500 mq (17x29), nel fondovalle del torrente Bogliona, affluente del fiume Bormida, nei pressi del piccolo Comune di Montabone, situato su un colle (454 m s.l.m.) a 11.5 km da Acqui Terme. La necropoli si trova ad una profondità di ca 2 m. sotto l’attuale piano di campagna, sulla sinistra idrografica del torrente, lungo la strada provinciale 230.

La S.P. 230 ricalca l’antico tracciato di fondovalle che risale la collina per poi ridiscendere, collegando direttamente la zona con Canelli e Nizza Monferrato. Il ritrovamento della necropoli limitrofa ad esso, chiarisce definitivamente l’importanza di questo percorso e la sua esistenza già nell’età del Ferro, poiché accanto all’area cimiteriale sicuramente sorgeva il relativo centro abitato (collocato più a monte) edificato proprio lungo l’asse stradale. È noto che venne poi consolidato in età romana quando si trasformò nel tragitto secondario (staccandosi presso Terzo D’Acqui) della Via Aemilia Scauri per raggiungere Alba Pompeiana (Alba).

Gli scavi sono iniziati dopo il 2008 e nel 2010 si sono concluse le indagini sul terreno, seguite poi fino al 2019 dallo studio approfondito dei reperti rinvenuti: documentazioni radiografiche degli elementi cinerari del sepolcreto seguiti dal restauro degli stessi, analisi archeobotaniche sui resti e sui tessuti ritrovati nel sito, documentazione fotografica dei reperti ceramici, metallici e vetrosi, analisi antropologiche e faunistiche (effettuate dal Servizio di Bioarcheologia del Museo delle Civiltà di Roma), archeometriche su perle e bracciali di vetro (Università di Padova). Alla luce delle informazioni che le indagini hanno fornito si è giunti a stabilire che l’abitato ligure degli Statielli risalente alla seconda età del Ferro (ca. 260-150/140 a.C.) era probabilmente ubicato sul pianoro della “cascina Cecconia”, a monte della necropoli o sulle pendici della collina sulla quale attualmente si trova il paese di Castel Rocchero. Tale ipotesi è avvalorata da parecchi reperti archeologici e faunistici, oltre a sedimenti naturali, ritrovati presso il sepolcreto a fondovalle a testimonianza degli scarichi scivolati dall’abitato nell’alveo del torrente e poi ridistribuiti dalle acque in occasione di fenomeni alluvionali.

L’area cimiteriale risulta invece ancora in ottimo stato di conservazione ed è costituita da 17 sepolture, 13 delle quali con tumulo terraneo. È caratterizzata da recinti circolari e quadrangolari costituiti da pietra arenaria e ciottoli, all’interno dei quali veniva dispersa la “terra di rogo” come rituale di sacralizzazione dell’area e si trovano i pozzetti funerari coperti da ampie lastre di pietra e contenenti vaso cinerario e corredo funebre. La necropoli venne utilizzata nel II sec. a.C., abbandonata poi lentamente fino alla prima metà del I secolo d.C. forse per mancata manutenzione, incuria, episodi di ristagno idrico e fenomeni erosivi, adibito anche per breve periodo ad attività agricola con creazione di muretti in pietra e focolari. Faranno seguito dalla fine del I sec. d.C. una serie di alluvioni e la zona verrà nuovamente abitata, secondo le fonti, solo nel XVII sec. con la costruzione di una casa e relativa cascina di Giuseppe Ciconia della Bogliona.

Purtroppo in assenza di ritrovamenti dell’insediamento abitativo ligure, possiamo delineare le caratteristiche culturali degli Statielli insediatisi in quel luogo solo attraverso i reperti del sepolcreto: piccole porzioni di ceramiche di uso quotidiano e gli elementi dei corredi funerari.

Le ceramiche sono in stato di conservazione frammentario (essendo materiale di scarico dall’abitato scivolato a valle) ma nonostante la difficoltà di confrontare i piccoli frammenti ritrovati con forme intere, le principali tipologie sono olle e vasi situliformi a fondo piatto senza ornatura o con decorazioni a zig-zag semplici o doppi, o a fasce di linee parallele; olle biconiche con parete scanalata (simili alle urne cinerarie stesse della necropoli), scodelle troncoconiche a parete rettilinea o convessa con orlo obliquo e piede ad anello, bicchieri a colletti.

Gli oggetti ceramici dei corredi funebri (non eseguiti al tornio, con impasti diversi e dimensioni variabili) si limitano ad olle biconiche scanalate, scodelle a profilo articolato e bicchieri. Questo probabilmente per una consapevole scelta della comunità di non utilizzare contenitori simili per la quotidianità e per la ritualità funeraria.

I resti cremati dell’ individuo venivano sistemati all’interno di un’urna, insieme ad oggetti di abbigliamento e di ornamento, a pani carbonizzati posti sul rogo in onore del defunto e bicchieri colmi di birra non decantata (o idromele). Sono stati recuperati anche numerosi reperti in bronzo, preziosi elementi simbolo del prestigio del defunto: borchie a scudetto, placche a forma di 8 con funzione di fibbia che fa ipotizzare la presenza di cinture in materiale deperibile, forse cuoio, tipiche dell’abbigliamento degli Statielli, le armille, pendagli a secchiello, piccoli anelli e bottoni.

Le tombe femminili, generalmente più ricche di corredo funebre, sono caratterizzate da monili non bruciati sulle pire funerarie ma inseriti al momento della sepoltura (anelli in ferro con castonature forse in ambra) e con un maggior numero di fibule, borchie a scudetto, fusaiole (ad indicare l’attività tessile prettamente femminile all’interno della società), perle ad “occhi” e perline anulari.

Fibule, urne, scodelle, bicchieri ed anelli di ferro con castone

I vaghi trovati in grandissimo numero (113) sono un chiaro riferimento di adesione ai costumi celtici da parte dei Liguri, e venivano utilizzate in vita come monili ma anche come offerta all’interno delle sepolture. Sono di varia tipologia e di composizione differenti: da perlinature anulari blu trasparenti o blu violetto (circa 0.8/1.0 cm.), a perle più antiche dette ad “occhi” per la forma e le decorazione che presentano. Interessanti per la loro rarità sono le minuziose incisioni con scritte di matrice celtica sulla superficie delle perline blu, creata successivamente alla loro vetrificazione ed eseguita probabilmente con un bulino incandescente. L’iscrizione poteva fare riferimento a segni stellati o a possibili lettere iniziali del nome dell’artigiano stesso, quasi ad indicarne l’elevata maestria con un marchio individuale.

Gli utensili presenti nei tumuli sono pochi e rappresentati da lame di coltelli (una con manico forse in corno di cervo e custodia in fibra vegetale ormai mineralizzata) e rasoi (a lama sinuosa allungata e stretta verso la punta), ritrovati solo nelle sepolture maschili insieme a un numero limitato di fibule.

L’unica tomba differente dalle altre è la t8, bisoma, costituita da una presenza maschile che ha insolitamente un ricco corredo (4 fibule, perle ad anello e perline anulari e borchie a scudetto e placche a 8) rispetto alla presenza femminile che invece è scarna.

T8 – reperti corredo femminile
T8 – reperti corredo maschile

Il ritrovamento della necropoli risulta particolarmente importante: come già detto conferma l’esistenza di un collegamento viario nell’età del Ferro quindi precedente a quello Romano, fornisce nuove conoscenze sulla società dei Liguri Statielli, sui loro rapporti con il popolo celtico e sul loro insediamento all’interno di questo territorio. Inoltre questo nuovo materiale completa la sezione cronologica del museo archeologico dedicata ai Liguri Statielli (precedentemente scarna a causa della rarità dei reperti ritrovati e posti nelle sale rispetto a tutto il materiale d’epoca romana invece ridondante in esposizione e nei depositi).

Drammatica fu la fine di questa popolazione per mano del politico e comandante romano Marco Polilio Lenate, che arbitrariamente e contrariamente agli ordini del Senato Romano, nel 173 a.C., ne decise lo sterminio con le sue milizie presso l’oppidum di Carystum (probabile centro fortificato degli Statielli sulle cui ceneri sorgerà da parte dei Romani nell’89 a.C. Aquae Statiellae attuale Acqui Terme) e la deportazione come schiavi degli individui sopravvissuti.

La dottoressa Marica Venturino, che ha diretto gli scavi e sapientemente raccolto e gestito i risultati dell’indagine archeologica e delle analisi sui reperti provenienti dal sepolcreto degli Statielli, ha curato la pubblicazione di un volume monografico, il quarto nato dalla collaborazione tra il Museo Archeologico di Acqui Terme e la Soprintendenza di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Alessandria, Asti e Cuneo:

MARICA VENTURINO (a cura di) 2019, Le ceneri degli Statielli. La necropoli della seconda età del Ferro di Montabone, Aquae Statiellae – Studi di Archeologia 4, De Ferrari, Genova.

 

ceneri Statielli necropoli di Montabone
La copertina del volume di Marica Venturino (a cura di) 2019, Le ceneri degli Statielli. La necropoli della seconda età del Ferro di Montabone, Aquae Statiellae – Studi di Archeologia 4, De Ferrari, Genova 

Il volume è stato presentato in data 15/02/2020 nella sede del Comune di Acqui Terme alla presenza della curatrice stessa dott.ssa M.Venturino, l’Assessore alla Cultura Avv. A. Terzoli, il dott. F. Gambari (Direttore del Museo delle Civiltà di Roma), la dott.ssa E. Micheletto e dott. G. Leporati (Direttore del Museo Archeologico di Acqui Terme).

Le foto dalla mostra “Le ceneri degli Statielli. La necropoli dell’età del Ferro di Montabone” sono di Claudia Musso


La tempesta in un bicchier d’acqua

Palazzo Mazzetti e l’ingresso alla mostra

Monet e la Normandia in mostra ad Asti

Quando gli scienziati cercano di studiare un fenomeno complesso spesso lo riproducono in laboratorio. Isolarlo dalle interferenze ambientali serve a limitare le variabili in campo e disporre di dati più significativi e facili da interpretare.

La mostra sbarcata ad Asti, nella sede di Palazzo Mazzetti, dopo una vera tournée internazionale, pare concepita con il medesimo intento. Il titolo, “Monet e gli Impressionisti in Normandia”, in realtà si dimostra, come purtroppo accade sempre più spesso, ampiamente inadeguato a farci intuire il senso del percorso (ma forse perfettamente adeguato a richiamare pubblico).
Piuttosto si tratta, appunto, di raccogliere opere che forniscono un punto di vista privilegiato, proprio perché parziale, sulle dinamiche che portano all’infrangersi della tradizione accademica e al formarsi della visione e del sistema dell’arte contemporanei. 

La nascita dell’impressionismo? Non proprio, e comunque non solo.

Ciò che lega tutti i dipinti in mostra, che pure coprono un arco temporale più che ragguardevole per un periodo turbolento come il XIX secolo, è il soggetto: si tratta di vedute della Normandia; per lo più marine, che si alternano a scenari campestri e urbani.
Questa estrema periferia della nazione francese, piccolo universo esotico e selvaggio, ma comodamente raggiungibile da Parigi con il treno, è il bicchiere in cui si scatena la tempesta che scuote il mondo dell’arte ottocentesca.

Viaggio in Normandia

In modo intelligente almeno quanto scolastico il percorso ci offre fin da subito il contatto e il ricordo della scuola di Barbizon: un superbo Daubigny, per cronologia già dentro gli anni roventi dell’Impressionismo, incanta con la plasticità dei grumi di colore (prima e meglio di Van Gogh). 

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Charles Daubigny, Villerville-Les-Graves, raggio di sole, 1875

Viene scomodato persino il padre romantico di questi scapestrati: un gustoso e riuscito acquerello di Delacroix suggerisce il legame tra introspezione e paesaggio. Solo quando l’artista si è sentito legittimato a rappresentare il proprio mondo interiore la pittura di figura ha cominciato a cedere il passo al paesaggio. Che non è mai neutro, che non racconta se stesso, ma nel suo carattere, fatto di luci, ombre, superfici, gamme di colore, registra piuttosto lo stato d’animo dell’artista.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Eugène Delacroix, Falesie a Dieppe - Eugène Le Poittevin, Bagno a Étretat - Adolphe-Félix Cals, Tramonto a Honfleur

Monet emerge fin dalla prima sala; si distingue da un percorso tutto sommato coerente proprio per l’evidente estraneità a questo compiacimento narcisista della pittura romantica. Le falesie di Étretat appaiono con assertiva solidità. Nessun facile ammiccamento: ma la precisa e immanente registrazione ottica della veduta.
Nessuna indulgenza verso il pittoresco, nessuna narrazione della vivace vita dei bagnanti che cominciano a popolare le località di mare (come invece accade nella curiosa scena ritratta da Eugène le Poittevin). Solo roccia, sabbia, acqua, cielo, nuvole: e su tutto, la luce, o meglio la virtù della luce di rivelare ai nostri occhi la specificità della materia con cui si scontra. Sempre uguale, sempre diversa.

Ecco il quesito centrale: da dove può venire questo drastico scatto in avanti? Bastano i presupposti naturalisti e tardo-romantici a determinare questo sviluppo? O c’è un elemento di rottura, un punto di radicale novità che può aver spinto l’occhio di Monet a vedere nel paesaggio, e soprattutto nelle marine della Normandia, la crepa che permette di guardare oltre il massiccio e statico sistema dell’arte tradizionale verso il futuro delle avanguardie?

A mio parere l’elemento capace di scatenare la tempesta impressionista è ben rappresentato dalla mostra (anzi, forse avrebbe meritato di comparire nel titolo): l’opera di un vero figlio della Normandia, Eugene Boudin.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Eugène Boudin, Pescatori in riva al mare, 1891

Il re dei cieli alle radici dell’avanguardia

Nato a Honfleur, autentico normanno, Boudin impreziosisce il percorso con opere belle, interessanti, importanti. Con l’occhio di chi è abituato a indagare un paesaggio in costante mutamento, “le roi des ciels”, come lo chiamava Camille Corot, pare intraprendere in modo del tutto ingenuo quella strada che condurrà a tappe rapidissime verso le rivoluzioni del XX secolo. 

Eugène Boudin, Veduta del bacino di Trouville, 1865

Cieli giganteschi sovrastano scene sapide, quotidiane e moderne, stenografate con grazia vivace: niente giudizio, niente retorica. Non c’è una storia da raccontare, non c’è qualcuno di cui sorridere né uno stile di vita da additare a modello. Nessuna morale; solo la registrazione di un momento e di un luogo. Tanto precisa da colpire Charles Baudelaire, che commenta: “Guardando un dipinto di Boudin, si può indovinare la stagione, l'ora e il vento”.

Boudin coltiva, forse senza neppure accorgersi delle conseguenze, la capacità di osservare senza immaginare, di registrare con precisione un momento effimero. E la trasmette al suo più brillante allievo, Claude Monet, dopo averne riconosciuto il talento e averlo convinto ad applicarsi al paesaggio piuttosto che alle caricature. 

Eugène Boudin, Bassa marea al tramonto, 1880-85

L’allievo assorbe a pieno questo metodo fino a farlo proprio. Una volta entrato in contatto con il fermento parigino e immerso nel turbine della modernità che si andava affermando comprenderà a pieno quali possano essere le conseguenze sul modo stesso di concepire il senso e la pratica della pittura di quella che nel suo maestro non era più di un’attitudine.

Nelle enormi porzioni di nuvole e azzurro che occupano quasi per intero le tele di Boudin le regole della pittura figurativa tradizionale cominciano a sfrangiarsi, fino ad evaporare in una sinfonia di colori primi nella tarda raffigurazione delle falesie di Pourville.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Claude Monet e le falesie di Pourville

Come satelliti intorno a questo dialogo allievo-maestro che contribuisce a gettare le fondamenta dell’idea contemporanea del fare arte ruotano opere godibili e curiose

Auguste Renoir, Tramonto, veduta di Guernsey (?), 1893 ca

Un Renoir vaporoso, evanescente e bizzarro. Ottimi lavori dell’elegantissimo Camille Corot si confrontano con il naturalismo di Courbet.
Un’intensa prova di Bonnard fa da apripista a una rappresentanza di post impressionisti, riuniti intorno al tema della veduta urbana lungo le rive della Senna.

Monet e gli Impressionisti in Normandia
Pierre Bonnard, Il bacino degli yachts a Deauville, 1910 ca.

Come nuvolette che si sparpagliano nel cielo, come onde ingrossate che si infrangono via via più mansuete sulla spiaggia, queste gradevoli presenze sembrano man mano disperdere la forza di un temporale. Di quell’improvvisa tempesta che si scatena in un minuscolo scorcio di Francia affacciato sul mare e che, nel suo diradarsi, lascerà il nostro modo di intendere l’arte e la pittura irrimediabilmente trasformato. Carico di un’energia tanto dirompente da travolgere tradizioni e istituzioni per arrivare a infiammare il Novecento.

 

 

 

Le immagini delle opere in mostra sono state realizzate da me e sono pubblicate con licenza Creative Commons
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Monet e gli Impressionisti in Normandia a Palazzo Mazzetti - Asti

Dopo il grande successo della mostra Chagall. Colore e magia conclusasi il 3 febbraio che ha accolto 46.908 visitatori, grazie ad un progetto condiviso con Vittorio Sgarbi, dal 13 settembre arriva a Palazzo Mazzetti di Asti un eccezionale corpus di 75 opere che racconta il movimento impressionista e i suoi stretti legami con la Normandia.
Monet Etretat 1964


Sul
palcoscenico di questa terra, pittori come Monet, Renoir, Delacroix e Courbet - in mostra insieme a molti altri - colgono l’immediatezza e la vitalità del paesaggio imprimendo sulla tela gli umori del cielo, lo scintillio dell’acqua e le valli verdeggianti della Normandia, culla dell’Impressionismo.

Grazie alla Fondazione Asti Musei, la mostra “Monet e gli impressionisti in Normandia” curata da Alain Tapié, ripercorre le tappe salienti della corrente artistica: opere come Falesie a Dieppe (1834) di DelacroixLa spiaggia a Trouville (1865) di CourbetCamille sulla spiaggia (1870) e Barche sulla spiaggia di Étretat (1883) di MonetTramonto, veduta di Guernesey (1893) di Renoir - tra i capolavori presenti in mostra - raccontano gli scambi, i confronti e le collaborazioni tra i più grandi dell’epoca che - immersi in una natura folgorante dai colori intensi e dai panorami scintillanti - hanno conferito alla Normandia l’immagine emblematica della felicità del dipingere.
Un progetto espositivo che si concentra sul patrimonio della Collezione Peindre en Normandie, una delle collezioni più rappresentative del periodo impressionista, accanto a opere provenienti dal Musée de Vernon, dal Musée Marmottan Monet di Parigi e dalla Fondazione Bemberg di Tolosa.
Grand Palais


Furono gli acquarellisti inglesi come Turner e Parkes che, attraversata la Manica per abbandonarsi allo studio di paesaggi, trasmisero la loro capacità di tradurre la verità e la vitalità naturale ai pittori francesi: gli inglesi parlano della Normandia, della sua luce, delle sue forme ricche che esaltano i sensi e l’esperienza visiva. Luoghi come Dieppe, l’estuario della Senna, Le Havre, la spiaggia di Trouville, il litorale da Honfleur a Deauville, il porto di Fécamp - rappresentati nelle opere in mostra a Palazzo Mazzetti - diventano fonte di espressioni artistiche di grande potenza, dove i microcosmi generati dal vento, dal mare e dalla bruma possiedono una personalità fisica, intensa ed espressiva, che i pittori francesi giungono ad afferrare dipingendo en plein air dando il via così al movimento impressionista.

DELACROIX Falaises à Dieppe v. 1834
La mostra è realizzata dalla Fondazione Asti Musei, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, dalla Regione Piemonte e dal Comune di Asti, in collaborazione con Ponte - Organisation für kulturelles management GMBH, organizzata da Arthemisia, sponsor Gruppo Cassa di Risparmio di Asti e con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.