Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

Inaugurazione della mostra "L’arte di salvare l’arte. Frammenti di storia d’Italia"

Inaugurazione della mostra "L’arte di salvare l’arte. Frammenti di storia d’Italia"

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inaugurato nel pomeriggio al Palazzo del Quirinale, la mostra "L’arte di salvare l’arte. Frammenti di storia d’Italia", in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, un reparto specializzato dell’Arma istituito per contrastare i crimini a danno al nostro patrimonio storico artistico.

L’esposizione, allestita nella Palazzina Gregoriana e curata dal Prof. Francesco Buranelli, raccoglie alcuni dei più significativi beni culturali recuperati dal Comando dei Carabinieri in mezzo secolo di attività investigativa, unitamente a opere restituite al patrimonio artistico nazionale grazie all’azione messa in atto di concerto con il Ministero per i beni e le attività culturali.

Erano presenti all'inaugurazione il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Alberto Bonisoli, il Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, e il Comandante del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, Fabrizio Parrulli.

Giorni di apertura:

dal 5 maggio al 14 luglio 2019 nei giorni di martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica. Orario: dalle ore 10.00 alle 16.00 (ultimo ingresso ore 15.00).

Giorni di chiusura:

- lunedì e giovedì. La mostra sarà chiusa anche dal 31 maggio al 2 giugno 2019.

L'accesso alla mostra non comprende la visita al Palazzo del Quirinale ed è gratuita, previa prenotazione obbligatoria al costo di € 1,50.

Occorre prenotarsi con le seguenti modalità: on line sul sito http://palazzo.quirinale.it, tramite Call Center, tel. 06 39.96.75.57, o presso l'Infopoint, salita di Montecavallo 15.

Roma, 03/05/2019

Testo dall'Ufficio Stampa Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale

 

Ulteriori informazioni sulla mostra dal sito del Palazzo del Quirinale - Presidenza della Repubblica qui.

50ESIMO ANNIVERSARIO COMANDO CARABINIERI TUTELA PATRIMONIO CULTURALE
Mibac, profondo sentimento di gratitudine per il loro lavoro

Oggi (ieri 3 maggio, n.d.r.) il Comado Carabinieri Tutela Patrimonio culturale festeggia il 50° anniversario della sua nascita con la mostra dal titolo L’Arte di Salvare l’Arte. Frammenti di storia d’Italia, allestita nella sede del Palazzo del Quirinale.
In questo mezzo secolo i carabinieri del comando TPC hanno salvato migliaia di opere che altrimenti sarebbero state sottratte al patrimonio dello Stato: oltre ottocentomila beni recuperati, più di un milione di reperti archeologici sequestrati e provenienti da scavi clandestini, circa un milione di opere false sequestrate e oltre sedicimila reperti rubati in Italia e restituiti dall’estero. Il Ministero per i beni e le attività culturali, guidato dal Ministro Alberto Bonisoli,  non può che essere profondamente grato al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e a tutti i carabinieri per questi importanti risultati conseguiti.
La mostra rende omaggio all’impegno, alla passione e al sacrificio di donne e uomini che quotidianamente difendono la memoria dell’identità del nostro Paese da qualsiasi rischio ed emergenza, come criminalità nazionale e internazionale, calamità naturali e conflitti armati. L’esposizione contribuirà a sensibilizzare maggiormente la coscienza culturale sul tema della tutela del patrimonio artistico: una responsabilità che riguarda tutte le componenti della società, dai cittadini ai singoli visitatori.
Roma, 3 maggio 2019
Ufficio Stampa Mibac

 

Documentazione (pdf):

Attività Operativa 2018, Introduzione del Prof. Buranelli, Presentazione del Generale Nistri,
Presentazione del Ministro Bonisoli, Progetto della mostra L'arte di salvare l'arte, Storie investigative.

 

Come da MiBAC, redattore Renzo De Simone

Foto del MiBAC.


Un terzo cavallo scoperto nella villa di Civita Giuliana

Un terzo cavallo è stato scoperto nella villa rustica di Civita Giuliana, a qualche mese di distanza dalle importanti scoperte che hanno portato anche alla realizzazione , per la prima volta, del calco di un altro cavallo.

Foto di Cesare Abbate

Nella zona nord, fuori le mura di Pompei, lo scorso marzo, in un’operazione congiunta della Procura della Repubblica di Torre Annunziata, del Parco archeologico, del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata e il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli si era dato avvio ad un importante intervento di scavo allo scopo di arrestare l’attività illecita di tombaroli a danno del patrimonio archeologico dell’area.

La zona esterna ai confini di Pompei, il suburbio, è sempre stato popolato da numerosi complessi insediativi che rispondevano ad esigenze di carattere produttivo (vino, olio), residenze sia temporanee che di soggiorno fisso da parte del proprietario. Gli scavi in località Civita Giuliana, a 700 metri a nord ovest dalle mura dell’antica Pompei, hanno infatti rivelato una villa rustica, già in parte indagata agli inizi del ‘900 e solo recentemente oggetto di scavi stratigrafici da parte degli archeologi. Tra il 1907- 1908, ad opera del Marchese Giovanni Imperiali su concessione del Ministero della Pubblica Istruzione, fu data la possibilità di scavare nella zona a nord dell’area attualmente portata alla luce e già ad emergere furono importanti resti del settore residenziale e produttivo della villa (15 ambienti).

Il settore residenziale si articolava intorno ad un peristilio e su due lati era delimitato da un porticato con colonne in muratura. Degli ambienti messi in luce sul lato orientale del peristilio, solo cinque hanno avuto un’adeguata documentazione fotografica che ha permesso di ubicare con precisione le strutture. Le pareti erano decorate in III e IV stile e gli ambienti hanno anche restituito oggetti legati alla vita quotidiana, all’ornamento personale e al culto domestico dei residenti. Del settore produttivo, invece, non si hanno informazioni tali da poterlo ubicare in maniera precisa, ma sicuramente doveva essere dotato di un torcularium, di una cella vinaria e di altri ambienti per lo stoccaggio delle derrate prodotte dal fondo agricolo che circondava la villa. Di incerta posizione anche un lararium dipinto su un angolo del cortile.

I resoconti degli scavi del Marchese Imperiali sono stati pubblicati nel 1994 dall’allora Soprintendenza di Pompei con una monografia. Ulteriori resti di strutture sono state trovate in maniera casuale nel corso degli anni e dalla stessa Soprintendenza nel 1955, ma l’incuria e l’abbandono hanno fatto si che la zona fosse preda di scavi clandestini individuati solo grazie alle proficue indagini svolte dai Carabinieri. Questi professionisti dell’illecito avevano infatti realizzato dei cuniculi che seguivano perfettamente le pareti perimetrali degli ambienti, provocando irreparabili brecce nei muri antichi, danneggiamento degli intonaci e la perdita di importantissimi reperti e strati archeologici. L’esigenza di interrompere questo scempio, ha portato finalmente l’avvio di nuovi scavi grazie alla sinergia tra il Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

La prima stagione di scavi ha portato in luce una struttura a pianta rettangolare in opus reticulatum , su due piani e con cinque ambienti emersi tutti interessati dal crollo delle tegole del tetto e del pavimento del piano superiore, di cui è rimasta traccia solo delle orditure delle travi. Al momento sono stati esplorati solo due ambienti, di cui uno ha permesso la realizzazione dei calchi in gesso di due arredi, sicuramente un letto e forse un altro esemplare simile, e l’altro, in corso di scavo, di due equini che hanno trovato la morte durante l’eruzione del 79 d.C.

Uno degli animali, evidentemente sfuggito all’attenzione degli scavatori clandestini, è stato ritrovato integro, con l’apparato scheletrico completo in connessione, bardato con morso e briglie in ferro e sull’osso occipitale, tra le orecchie, elementi decorativi in bronzo applicati probabilmente su elementi di cuoio non rinvenuti.

Il secondo animale, di taglia inferiore, presenta invece solo parte delle zampe. Le attuali operazioni di scavo, avviate nel mese di luglio, hanno messo in luce integralmente tale ambiente e  hanno individuato la parte restante del secondo cavallo e un terzo equide con i resti di una ricca bardatura di tipo militare. Dei due, l’uno giace riverso sul fianco destro, con il cranio ripiegato sulla zampa anteriore sinistra. Presumibilmente legato alla mangiatoia, non era riuscito a divincolarsi. L’altro giace riverso sul fianco sinistro, e sotto la mandibola conserva il morso in ferro. Purtroppo, la realizzazione dei tunnel e la cementificazione delle cavità hanno reso impossibile la realizzazione del calco del terzo cavallo.

Durante la fasi di scavo del corpo sono, inoltre,  venuti alla luce cinque reperti bronzei. Sulle coste della gabbia toracica, fortemente rimaneggiate, si sono individuati quattro reperti in legno di conifera rivestiti di lamina bronzea  di forma semilunata ; un quinto oggetto, sempre in bronzo, è stato recuperato sotto il ventre, in prossimità degli arti anteriori, formato da tre ganci con rivetti collegati da un anello a un disco.

La forma di questi elementi e i confronti in letteratura fanno ipotizzare che appartengano a un tipo particolare di sella definita a quattro corni, formata da una struttura di legno rivestita con quattro corni, due anteriori e due posteriori, ricoperta da placche di bronzo che servivano per dare stabilità al cavaliere, in un periodo in cui non erano state inventate le staffe. Selle di questo tipo sono state utilizzate nel mondo romano a partire dal I secolo d.C. ed in particolare in ambito militare. Le giunzioni ad anello erano quattro per ogni bardatura e servivano a collegare diverse cinghie di cuoio per bloccare la sella sul dorso del cavallo . Si tratta sicuramente di bardature militari da parata.

Altri “ornamenta” del cavallo sono stati individuati dietro la schiena, dove tracce di fibre vegetali lasciano ipotizzare la presenza di un drappo/mantello e nello spazio tra le zampe posteriori ed anteriori, in cui un ulteriore calco suggerisce la presenza di una sacca. E' probabile che parte dei mancanti finimenti siano stati trafugati dai tombaroli.

A partire da quest’anno, ulteriori scavi saranno finanziati dal Parco Archeologico di Pompei  per la cifra di due milioni di euro per proseguire le indagini di scavo e al termine pensare ad un’apertura al pubblico.


Galleria dell’Accademia di Firenze: due opere restituite allo sguardo del pubblico

Due opere restituite allo sguardo del pubblico

Nuove acquisizioni per la Galleria dell’Accademia di Firenze, si tratta di due dipinti su tavola dal passato “movimentato”: appartenenti a una collezione privata fiorentina, le due opere sono state rubate e portate in Svizzera, dove, nel 2006, le hanno recuperate i Carabinieri del reparto TPC (Tutela del Patrimonio Culturale).

I beni culturali sono, per definizione, “testimonianze aventi valore di civiltà”: ciò significa che sono oggetti capaci di dare a noi, oggi, una testimonianza, un’informazione sulla civiltà che li ha prodotti, quindi su una parte della nostra storia. Per dare la loro testimonianza, però, le opere devono poter esse guardate e studiate, messe cioè a disposizione del pubblico e degli studiosi. Questo non accade, ovviamente, per i beni rubati, che vengono nascosti o alterati (i dipinti, vengono tagliati, separati, sparpagliati per il mondo) per non essere riconosciuti. È chiaro che un’immagine non può parlarti di niente se è chiusa in una cassaforte o ridotta a un particolare decorativo, e se questo accade si crea una perdita per il patrimonio culturale. Le due tavole di Firenze, fortunatamente, sono scampate a questo destino e dal 2017 sono entrate anche a far parte del patrimonio dello Stato; quest’anno (2018), poi, sono state affidate alla Galleria dell’Accademia, che le esporrà a partire dal 14 Gennaio 2019.

La prossima esposizione delle due opere è quindi un’ottima notizia, e merita decisamente più attenzione rispetto ai tanti dibattiti sulle spoliazioni napoleoniche, o sulla legittima destinazione della “Gioconda”, perché se le opere del Louvre raccontano da lì la loro storia, assolvendo perfettamente al loro “ruolo” di beni culturali, i due dipinti toscani possono finalmente fare altrettanto dalla Galleria dell’Accademia e recuperare il tempo perduto mostrando ai visitatori quello che hanno da dire.

Un buon contesto

E lo fanno in una sede proprio adatta, perché la Galleria dell’Accademia è stata fondata in un momento storico importante per la storia dei musei: la fine del Settecento, quando i sovrani illuminati cominciavano a ragionare sui benefici che l’accesso alle opere d’arte può avere sulla vita della gente. Proprio in quel periodo si aprivano al pubblico le prime collezioni reali e la Galleria dell’Accademia, come suggerisce il nome, faceva parte di un progetto del granduca Leopoldo II. Leopoldo, che era il fratello di Maria Antonietta, intendeva mettere a disposizione degli artisti più modelli possibili, per migliorare il loro talento e promuovere le arti nei suoi domìni. In seguito, il museo accoglierà molte opere provenienti dalle chiese degli ordini religiosi soppressi da Napoleone. Molte delle opere conservate oggi nella Galleria sono quindi di origine religiosa, molte risalgono al XIV-XV secolo, e una gran parte di esse è caratterizzata dal fondo oro, proprio come le due nuove acquisizioni, che qui trovano contesto adatto a interessanti confronti.

Il fondo oro è stato usato dagli artisti fino alla piena affermazione delle istanze rinascimentali e serviva per sottolineare la sacralità delle scene rappresentate: la luce riflessa dalle superfici trattate con foglia d’oro trasportava il fedele in una dimensione “altra”, piena di sacralità, preziosa e distante dai paesaggi e dalla realtà che si vedeva nella vita “terrena”, di tutti i giorni.

Entrambe le opere recuperate in Svizzera sono databili negli anni a cavallo tra Trecento e Quattrocento, sono dipinti su tavola (la tela non si usava ancora) e hanno modeste dimensioni: una fortuna, perché possono trovare facilmente una collocazione adatta nelle sale della Galleria, come precisa la direttrice Cecilie Hollberg.

La Madonna con santi

Maestro della Cappella Bracciolini Galleria dell'Accademia di Firenze mostre Madonna con santiIl primo dipinto rappresenta una Madonna con santi. Non si conosce il nome dell’autore, che viene nominato come “Maestro della Cappella Bracciolini” dal nome della cappella pistoiese che ha affrescato qualche decennio dopo questa tavola. Nel dipinto Maria è rappresentata come “Madonna dell’umiltà”, cioè è seduta su un cuscino, intenta a scambiare atteggiamenti affettuosi col figlio. Questa iconografia è un aggiustamento che gli artisti italiani del XIV secolo fanno sul modello bizantino della madonna Glykophilousa, una Madonna tenera, affettuosa e dolce col figlio. Nella versione “occidentale” Maria abbandona il trono, che pure le spetta in qualità di Madre di Dio, e sottolinea il valore dell’umiltà sedendo su un semplice cuscino, spesso posto a terra. La scelta di questa iconografia ci dice qualcosa sulla committenza: Maria infatti è spesso usata come simbolo dell’intera Chiesa e, in tempi turbolenti per la storia ecclesiastica, il committente può aver scelto questo tipo di iconografia per sottolineare il valore dell’umiltà come dote del bravo cristiano.

Maria tiene in braccio il Bambino, che la guarda e cerca di ripararsi col suo mantello; come i fedeli sanno bene, però, la madre non potrà proteggere Gesù dal suo destino e ciò ci viene ricordato dai loro volti molto tristi. La posa dei due personaggi ricorda quela del Vesperbilt tedesco, la nostra “Pietà”, e fa riflettere il fedele sul valore del sacrificio di Cristo. Meditare sulla vita di Gesù e sul significato che essa ha avuto per la stora dell’uomo era probabilmente la funzione della tavola, dipinta in un momento storico in cui si davagrande importanza alla riflessione sulla sofferenza “umana” di Cristo.

L’opera è probabilmente destinata a devozione privata, si può intuire dalle dimensioni: la devozione privata non ha bisogno delle grosse misure che servono all’interno di una chiesa, dove il dipinto deve essere visto da tanti fedeli insieme, anche da lontano; la grandezza dell’opera risponde invece alle esigenze di uno spazio privato ristretto, dove una persona o un piccolo gruppo possono guardarla e concentrarsi nella preghiera.

In basso, in adorazione, si trovano alcuni santi di proporzioni inferiori rispetto a quelli di Maria e Gesù, secondo una convenzione rappresentativa medievale: per “ottimizzare” l’uso dello spazio, si dipingono più grandi i personaggi principali della scena, così chi guarda capisce subito di cosa si sta parlando. Ai piedi di Maria troviamo quindi una santa che regge in mano un ramo di palma, oggetto che ci parla della sua morte come martire; la santa non ha altri attributi ed è quindi difficile identificarla. È dubbia anche l’identificazione degli altri personaggi, due inginocchiati e un terzo in piedi, con abiti vescovili. Nei due personaggi inginocchiati potrebbero essere riconosciuti San Pietro e San Giovanni, il più giovane degli apostoli, rappresentato come un adolescente e per questo spesso confuso con una donna dagli osservatori moderni.

Due santi

Niccolò Gerini, Niccolò di Pietro Gerini, SS. Girolamo e Giuliano Galleria dell'Accademia di Firenze mostreIl secondo dipinto è stato attribuito con certezza a Niccolò di Pietro Gerini e datato intorno al 1385. Si tratta probabilmente dello scomparto di un polittico, si può dedurre dal fatto che i due santi rappresentati guardano alla loro destra: in quella direzione si trovava l’immagine centrale del polittico (Maria, Cristo, oppure il santo cui era dedicata l’opera). La cornice, forse non originale, segue comunque la direzione indicata dalle decorazioni eseguite sul fondo oro. Si tratta di tecniche mutuate dall’oreficeria e ampiamente utilizzate dai pittori che gli storici dell’arte collocano nel “tardo gotico”. Ad esempio la punzonatura utilizzata anche per decorare le aureole, e la granulazione (cioè l’applicazione di piccole sfere d’oro sulla superficie) che segue il contorno della tavola e ci indica probabilmente la forma della cornice originaria.

Niccolò di Pietro Gerini, Sant'Eligio e san Giovanni Battista; scomparto di polittico (1396-99), tavola, cm 90 × 46. Bologna, Fototeca Zeri, inv. 27244

La stessa decorazione e la stessa ambientazione si ritrovano in un’altra opera, ormai smarrita nel mercato antiquario ma della quale esistono alcune immagini: si tratta di un dipinto molto simile a quello appena descritto, ma con i due santi (Marino e Giovanni Battista) che guardano alla propria sinistra, quindi dalla parte opposta rispetto ai santi della “nostra” tavola. Probabilmente si tratta di uno scomparto proveniente dallo stesso polittico ma appartenente al lato destro.

I santi rappresentati nel dipinto della Galleria dell’Accademia sono San Girolamo e un santo cavaliere, identificato come San Giuliano l’Ospedaliere. San Girolamo viene spesso rappresentato come un uomo che prega e fa penitenza: un’immagine che ricorda il suo grande rigore morale e il periodo di solitudine e meditazione che ha vissuto durante la sua vita. In questo caso il committente ha preferito raffigurare il santo nella veste di traduttore e Dottore della Chiesa. Il libro che Girolamo tiene in mano rappresenta la Bibbia, che egli ha tradotto dal greco al latino, mentre il pennino ricorda la sua attività di scrittore e intellettuale. L’abito che Girolamo indossa è quello di un cardinale, carica che probabilmente il santo non ha mai ricoperto, ma che sta ad indicare la sua importanza in seno alla Chiesa. I santi presenti in questo polittico sono tutti caratterizzati dalla ricchezza dei loro abiti; perfino il San Giovanni Battista (quello nel perduto scomparto di destra) indossa un ricco mantello col bordo decorato in oro sopra alla tradizionale tunica di pelle di cammello. Possiamo ipotizzare, quindi, che nelle intenzioni del committente ci fosse la volontà di esaltare la grandezza dei protagonisti della storia cristiana, più che la loro povertà e umiltà; purtroppo, però, a queste ipotesi non si può dare conferma, perché così accade quando una parte del patrimonio viene a mancare. Siamo certi, però, che gli abiti dei santi della nostra tavola siano vesti di lusso: se guardato attentamente, infatti, si vedrà che il manto di San Girolamo è rivestito di pelliccia, forse di vaio o ermellino, animali dal pelo pregiato con cui nel medioevo si rivestivano mantelli e si facevano pellicce per gente ricca, come reali, magistrati, cavalieri.

Anche San Giuliano l'Ospedaliere indossa abito e mantello rivestiti di pelliccia. San Giuliano è un nobile, si spiegano quindi i suoi ricchi indumenti, e ha una storia terribile che spiega il suo attributo: la spada. Durante una battuta di caccia, Giuliano riceve una tremenda profezia: ucciderà i suoi genitori. Per sottrarsi a questo destino, egli scappa lontano da casa e si rifà una vita sposando una donna spagnola. I suoi genitori lo cercano ovunque e giungono alla fine a casa sua, ma lui non c’è e la moglie li accoglie col massimo della gentilezza, prestando loro il letto nuziale. Al suo ritorno, Giuliano vede nel suo letto due persone e crede che la moglie lo abbia tradito; preso dall’ira afferra la spada e uccide le due persone che dormono, scoprendo immediatamente che si trattava dei suoi genitori. Per fare penitenza ed avere il perdono per l’orrore compiuto, Giuliano si ritira sul fiume Potenza, nelle Marche, e si dedica al trasporto e alla cura dei malati.

Una mostra

Per sapere di più su questi dipinti si potrà approfittare di una mostra; le due opere non sono infatti le uniche novità della Galleria dell’Accademia ma fanno invece parte di un gruppo di nuove acquisizioni che verrà esposto al pubblico dal 14 gennaio 2019 in una mostra temporanea: una mostra che non mette a rischio le opere facendole viaggiare da una città all’altra e non impoverisce un territorio dei propri beni, ma, anzi, espone al pubblico i risultati di nuove operazioni di tutela e valorizzazione, attività fondamentali anche per un museo.


Comando Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale

Importanti recuperi archeologici del Comando Carabinieri TPC

Tre operazioni diverse del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale che hanno portato ad un risultato brillante e prezioso: il recupero del nostro patrimonio artistico e archeologico perennemente oggetto di criminali senza scrupoli.

La prima operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica di Spoleto, ha fruttato il recupero di due importantissimi capitelli romanici, già provento di furto perpetrato ai danni della cripta di S. Giovanni in Leopardis in Borgorose (RI). Il lavoro del Nucleo TPC ha permesso così il ritrovamento dei due preziosi manufatti tramite il costante monitoraggio che viene effettuato nel settore antiquario e grazie ai capillari controlli amministrativi su tutto il territorio nazionale.

Nel caso specifico, un controllo presso un antiquario umbro ha consentito di localizzare i preziosi capitelli decorati con motivi fitomorfi (foglie di acanto stilizzate con elementi stellari), zoomorfi ed antropomorfi, che sono gli unici superstiti di quanto rimasto intatto di un importante complesso monastico benedettino del Cicolano, menzionato, per la prima volta nella Bolla papale di Anastasio IV del 21 gennaio 1153.

Nel 1981 la cripta fu restaurata dal Comune di Borgorose, ma pochi anni dopo, nel dicembre 1984, subì un gravissimo ed irreparabile danno: ignoti, approfittando del pubblico disinteresse, spezzarono cinque colonne che sostenevano altrettanti capitelli, rubandoli e provocando così il crollo di parte delle volte e la rovina dell’intera struttura architettonica.

Il recente recupero alimenta la speranza di poter ricostruire, anche solo virtualmente, l’intero complesso monumentale, riconsegnando alla pubblica fruibilità di quel territorio, recentemente provato dagli eventi sismici, questi significativi frammenti di storia ed architettura che erano stati barbaramente aggrediti.

La seconda indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, scaturisce da uno specifico servizio di controllo presso un’importante fiera internazionale di antiquariato di Firenze, allorché personale del Reparto Operativo del Comando Carabinieri T.P.C. ha riscontrato che, presso uno stand, tra i vari beni esposti, vi era una scultura in marmo del XVIII Sec. raffigurante una testa di Giove. L’opera è risultata essere quella asportata in data 18.06.2013 presso il complesso monumentale Villa Albani Torlonia di Roma. Le indagini, condotte esaminando i singoli passaggi e la documentazione a corredo dell’opera, hanno consentito di risalire al ricettatore, personaggio già noto ai Carabinieri per fatti analoghi.

La terza operazione, ma non per importanza, si è sviluppata a partire dal 2011, a seguito di attività d’indagine in ambito internazionale, tesa a contrastare il traffico illecito di beni numismatici di provenienza italiana, in particolare attraverso il monitoraggio delle aste di settore. In quell’occasione erano stati individuate persone dedite alla commercializzazione di monete di natura archeologica, soprattutto verso gli U.S.A. e la Svizzera.  L’analisi dei tabulati telefonici di uno dei due soggetti confermava l’ipotesi investigativa, poiché venivano accertati diversi collegamenti con pregiudicati per reati specifici, localizzati in Sicilia.

Lo sviluppo dell’attività investigativa, denominata “Principato”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma e dal Ministero Pubblico di Lugano, si concretizzava con la perquisizione delle cassette di sicurezza intestate ad uno degli indagati, presso le sedi della UBS di Chiasso e Zurigo. Le operazioni consentivano di rinvenire materiale numismatico e beni di diversa tipologia ed epoca, in particolare: reperti archeologici di epoca compresa tra il IV Sec. a.C. ed il VI Sec. d.C., monete romane e magnogreche, medaglie, nonché monili in bronzo. Recentemente, a conclusione dell’indagine, militari della Sezione Archeologia del Reparto Operativo, hanno proceduto al rimpatrio ed alla confisca dei beni risultati di sicura provenienza illecita dall’Italia, ovvero: 345 monete romane e magnogreche, 2 fibule in bronzo, 44 medaglie, 1 timbro in bronzo. Il valore dei reperti rimpatriati ammonta a circa cinquecentomila euro.


opere trafugate USA Alberto Bonisoli

Cooperazione Italia-USA su opere trafugate, tornano 3 manufatti di epoca greca

COOPERAZIONE ITALIA-USA SU OPERE TRAFUGATE, TORNANO IN ITALIA 3 MANUFATTI DI EPOCA GRECA

Un piccolo vaso per oli e unguenti, una brocca da vino e una terrina per i cibi, sono questi i tre reperti di epoca greca, trafugati dall’Italia, rintracciati e recuperati grazie alla collaborazione tra il Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri e l’FBI, che sono stati restituiti oggi a Washington nelle mani del Ministro per i beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli.
Ad aprile del 2017 i tre manufatti erano stati inseriti in un elenco di oggetti che erano destinati alla vendita in una casa d’aste di New York. Grazie alle indagini portate avanti dai militari dell’Arma e grazie alla collaborazione con il Federal Bureau of Investigation, è stato possibile recuperare questi preziosi oggetti che erano stati immessi nel mercato da due noti trafficanti italiani.
Con questa cerimonia di riconsegna, avvenuta presso la sede dell’Ambasciata d’Italia a Washington, sono stati celebrati gli oltre 15 anni di collaborazione tra Italia e Usa nel contrasto al traffico illegale di reperti trafugati.
Nel corso dell’incontro è stato presentato il catalogo “Saving Art Preserving Heritage” e sono stati esposti altri 16 oggetti recuperati grazie alla cooperazione tra i Carabinieri e l’FBI.
«Considero esemplari i risultati conseguiti grazie a questa collaborazione - ha dichiarato il Ministro Bonisoli - e sono fermamente convinto della necessità di proseguire il cammino di cooperazione avviato oltre quindici anni fa tra Italia e Stati Uniti che, oltre all’attività di contrasto al mercato dei beni trafugati, ha offerto svariate opportunità per la ricerca accademica e una più ampia fruizione dell’immenso patrimonio italiano, anche attraverso il prestito delle nostre opere d’arte ad alcuni dei più grandi musei americani. Ringrazio per l'ottimo lavoro i carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e le autorità statunitensi che hanno permesso il ritorno in Italia di pezzi importanti della nostra storia.
In questa occasione voglio annunciarvi che, nelle prossime settimane, sarà presentato, in Consiglio dei ministri, un disegno di legge di iniziativa governativa, in collaborazione con il ministero degli Esteri, quello della Giustizia e il dicastero che rappresento, per la ratifica della convenzione di Nicosia sui reati contro il patrimonio culturale. In particolare sarà prevista una riforma organica dei reati specifici, con un inasprimento sensibile delle pene applicate. I beni culturali sono una parte fondamentale della nostra identità. Ciò nonostante, noi contiamo anche sulla comunità internazionale affinchè ci aiuti a proteggerli e preservarli per le future generazioni. È un nostro comune impegno»
«Non deve sorprendere che l'Italia, un paese con un impareggiabile patrimonio culturale, abbia posto la conservazione del patrimonio culturale tra le priorità della sua agenda sia a livello nazionale che internazionale – ha detto l’Ambasciatore Varricchio -. I successi ottenuti in questo campo non si basano solo sulla determinazione del Governo italiano, ma anche sull’efficace cooperazione che abbiamo con i nostri partner e amici in tutto il mondo e in particolare con gli Stati Uniti. Questa sera celebriamo il nostro patrimonio, la nostra cultura e la straordinaria cooperazione che il mio Paese ha stabilito con gli Stati Uniti d'America.»
«L’evento di oggi, la presentazione della pubblicazione, l’esposizione dei beni che sono stati restituiti nel tempo al nostro Paese e quelli che oggi ci sono stati riconsegnati – ha dichiarato il comandante del Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, Fabrizio Parrulli –, rappresentano motivo di orgoglio e soddisfazione per chi come i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e le Agenzie Federali statunitensi, tra le quali in particolare il Department of Homeland Security – Immigration and Customs Enforcement nonché il Federal Bureau of Investigation, lavora per affermare la cultura della restituzione: un impegno che Stati Uniti d’America e Italia, da anni, attuano reciprocamente e diffondono affinché si realizzi, sempre più, quel circuito virtuoso di sensibilità e consapevolezza che è alla base di ogni efficace azione di prevenzione e repressione del traffico illecito di beni culturali»
Roma, 31 ottobre 2018
Ufficio Stampa MiBAC

Come da MiBAC, redattore Renzo De Simone


Lastra in marmo con combattimento di gladiatori torna in Italia

Capena (Roma): I Carabinieri del Comando TPC rimpatriano dall’Olanda un’importante lastra in marmo raffigurante un combattimento tra gladiatori provento di scavo clandestino nell’area archeologica di Lucus Feroniae.

Dopo oltre 10 anni dall’attività investigativa che aveva portato al recupero di dodici lastre costituenti un importante mausoleo funerario oggetto di scavi clandestini condotti a Fiano Romano, viene recuperata a cura del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale un’altra lastra marmorea facente parte del medesimo complesso.

Nel noto sito archeologico di “Lucus Feroniae” a Capena, nel 2006 durante lavori edili, una ditta per il movimento della terra aveva rinvenuto un importante mausoleo romano. I titolari della ditta, guardandosi bene dall’avvertire le competenti autorità, si erano impossessati di numerose lastre con bassorilievi costituenti il monumento e, dopo aver contattato alcuni ricettatori, erano riusciti a piazzare sul mercato clandestino alcune lastre. Venuti a conoscenza del ritrovamento, i Carabinieri, coordinati dalla Procura della Repubblica di Roma, avevano iniziato le proprie indagini e avevano identificato, congiuntamente a personale della Guardia di Finanza, i responsabili del reato. In quell’occasione venivano pertanto sequestrate 12 lastre pertinenti il mausoleo, in procinto di essere cedute a ricettatori operanti in campo internazionale. Lo scavo del sito archeologico, compiuto successivamente dalla Soprintendenza Archeologica del Lazio e dell’Etruria Meridionale, consentiva di portare alla luce il basamento del Mausoleo da cui proveniva il materiale sequestrato, evidenziando la notevolissima importanza scientifica e archeologica del ritrovamento. Ben consci che una parte delle lastre saccheggiate potevano essere state messe in commercio prima del loro intervento, i Carabinieri hanno continuato a monitorare il mercato specialistico.

In effetti nel 2016, il Comando TPC veniva a conoscenza dell’esistenza di una lastra pertinente il Mausoleo di Lucus Feroniae in vendita sul mercato estero. Un collezionista londinese infatti, dopo aver acquistato sul mercato internazionale una lastra marmorea scolpita, spinto anche dalla consapevolezza dei continui controlli svolti dai Carabinieri TPC sulle aste e sul mercato dell’arte in generale, aveva contattato i militari, manifestando la possibilità di restituirla al nostro Paese. Si era infatti reso conto dell’importanza archeologica del bene e della probabile provenienza illecita dall’Italia. La foto della lastra, preventivamente inviata agli investigatori, non lasciava spazio ad alcun dubbio. Grazie alla comparazione fotografica con le altre lastre ritrovate nel 2006 e già ricollocate nell’area archeologica di Lucus Feroniae, veniva accertato che il reperto andava a completare perfettamente le figure dei tre personaggi rappresentati (Allegato 1). Il collezionista, grazie ad una paziente e collaudata attività “diplomatica” svolta dai Carabinieri, decideva di riconsegnare spontaneamente l’opera presso un deposito in Olanda.

Il 22 settembre p.v., alle ore 16.30, presso l’Antiquarium di “Lucus Feroniae”, nel Comune di Capena (Roma) in Via Tiberina al Km 18.500, i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, hanno restituito alla Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma l’importante bassorilievo in marmo, raffigurante una lotta tra gladiatori.

Alla manifestazione erano presenti anche i Sindaci dei Comuni di Capena e di Fiano Romano.

Roma, 21 settembre 2018

Testo e comunicato da Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Cerveteri: mostra "Dall’Egeo al Tirreno. Capolavori ritrovati di contesti perduti"

Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio

Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio

per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo

e l’Etruria meridionale

 

Dall’Egeo al Tirreno

Capolavori ritrovati di contesti perduti

Inaugurazione della mostra

Venerdì 21 settembre 2018, ore 18.00

Cerveteri, Palazzo Ruspoli

Il recupero dei beni trafugati è tanto più importante quando aggiunge un tassello alla ricostruzione della nostra Storia. In questo senso la mostra “Dall’Egeo al Tirreno. Capolavori ritrovati di contesti perduti” che inaugura al pubblico a Cerveteri nel Palazzo Ruspoli, il 21 settembre alle ore 18.00, assume rilevanza in quanto presenta al pubblico un significativo gruppo di opere recentemente riacquisite al Patrimonio italiano. Lo scavo clandestino e i traffici illeciti spezzano irrimediabilmente la trama che lega gli oggetti alle società del passato e alle comunità del presente. Solo nei casi più fortunati è possibile riannodare alcuni di quei fili. In quest’ottica ogni reperto conserva la propria voce e contribuisce alla narrazione storica solo se inserito nel proprio contesto di appartenenza. In rari casi, alcuni dei materiali rubati, dopo il recupero, possono ancora raccontare almeno una minima parte della loro storia e aiutarci a immaginare il mondo dal quale provengono.

È questo il caso dei vasi recentemente riacquisiti al patrimonio italiano e esposti nella mostra, che appartengono a due importanti classi di materiali databili tra il VII ed il V sec. a.C. originarie dell’Egeo, ma destinate ad alimentare il lusso delle élites tirreniche e ad esibirne la ricchezza e il potere.

Informazioni e prenotazioni: 06.99552876; [email protected];

www.sabap-rm-met.beniculturali.it

Testo da Ufficio Promozione Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l'Etruria meridionale

 

 

 


Pompei Civita Giuliana: scoperta straordinaria tra cunicoli di scavi clandestini

Pompei Civita Giuliana

SCOPERTA STRAORDINARIA tra i CUNICOLI di SCAVI CLANDESTINI

OPERAZIONE CONGIUNTA TRA PROCURA, CARABINIERI

E PARCO ARCHEOLOGICO DI POMPEI

per salvare il patrimonio archeologico in pericolo

Scoperta straordinaria nell’area di Civita Giuliana, nella zona Nord fuori le mura del sito archeologico di Pompei, dove erano stati intercettati cunicoli clandestini.

Grazie all’ operazione congiunta del Parco Archeologico di Pompei con la Procura della Repubblica di  Torre Annunziata, gli investigatori del Comando Gruppo Carabinieri  di Torre Annunziata e del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli che stavano già indagando su queste attività illecite, dallo scorso agosto è stato avviato un intervento di scavo allo scopo di proseguire nelle indagini e salvare il patrimonio archeologico in pericolo. 

 Il 10 maggio alle ore 11,00 presso lo scavo di Civita Giuliana  il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna ha presentato in esclusiva, l’eccezionale ritrovamento e l’operazione messa in campo con l’attività di scavo in corso. 

L’intervento ha portato alla luce una serie di ambienti di servizio di una grande villa suburbana conservata in maniera eccezionale, dalla quale sono emersi anche diversi reperti (anfore, utensili da cucina, parte di un letto in legno di cui è stato possibile realizzare il calco) e una tomba del periodo post 79 d.C. che custodiva lo scheletro del defunto.

Per la prima volta è stato, inoltre, possibile restituire, attraverso la tecnica dei calchi, la sagoma integra di un cavallo rinvenuto in uno degli ambienti dello scavo.

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GLI SCAVI DI CIVITA GIULIANA

LE VILLE DEL SUBURBIO DI POMPEI

Il suburbio dell’antica città di Pompei era popolato da numerosi complessi insediativi sparsi sul territorio che rispondevano ad esigenze sia di carattere produttivo (fattorie destinate alla produzione di vino ed olio) che residenziale o stagionale per il soggiorno temporaneo del proprietario.

L’attività di tutela svolta dalla Soprintendenza Archeologica di Pompei ed ora dal Parco Archeologico di Pompei ha consentito di delineare un quadro alquanto complesso ed articolato, con l’individuazione di varie “ville”, poste nel territorio di competenza.

L’attuale campagna di scavo, in località Civita Giuliana, area a circa 700 m a nord-ovest delle mura dell’antica Pompei, oltre a confermare tali dati, ha messo in luce il settore produttivo - servile di un’ampia villa già, in parte, indagata agli inizi del ‘900 e l’ area (sud e sud-ovest della struttura) destinata ad uso agricolo.

I VECCHI SCAVI

Tra il 1907 e il 1908, nella zona immediatamente a nord di quella in esame, erano stati condotti scavi ad opera del Marchese Giovanni Imperiali, sulla base di una concessione di scavo rilasciata dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione al privato secondo la normativa in vigore all’epoca, i cui resoconti sono stati pubblicati nel 1994 con una monografia della Soprintendenza.

Il vecchio scavo aveva portato alla luce 15 ambienti riferibili a due settori della villa, uno residenziale e l’altro produttivo.

Il settore residenziale si articolava intorno ad un peristilio a pianta rettangolare, delimitato sui lati Nord ed Est da un porticato sorretto da colonne in muratura, mentre il lato occidentale, sfruttando presumibilmente un salto di quota naturale, era delimitato da un lungo criptoportico coperto da una terrazza su cui si apriva il peristilio con l’affaccio sul terreno antistante.

Sul lato orientale del peristilio furono messi in luce cinque ambienti (gli unici di cui è stato possibile ubicare esattamente le strutture grazie alla documentazione fotografica dello scavo), decorati con pitture di III e IV stile e che restituirono una varietà tipologica di oggetti riferibile alla vita quotidiana, all’ornamento personale, al culto domestico.

Del settore produttivo, posto probabilmente sul lato nord-orientale dell’edificio, non si hanno informazioni tali da poterlo ubicare con certezza, ma sicuramente era costituito da un torcularium, da una cella vinaria e da altri ambienti adibiti allo stoccaggio delle derrate prodotte nel fondo agricolo che circondava l’edificio; incerta anche la posizione di un lararium dipinto posto all’angolo sud orientale del cortile.

Negli anni successivi altri rinvenimenti casuali hanno rilevato ulteriori resti di strutture.

Nel 1955, la Soprintendenza Archeologica, proprio a ridosso di uno dei saggi praticati durante l’attuale indagine, ha portato alla luce dei setti murari; interessante la presenza di due muri paralleli e perpendicolari al tracciato stradale, uniti da un muro di collegamento in opus craticium.

I CUNICOLI CLANDESTINI

Il complesso appena descritto negli ultimi decenni è stato interessato da scavi clandestini, individuati grazie alla scoperta di cunicoli sotterranei, esplorati dai Carabinieri con il supporto logistico dei Vigili del Fuoco.

I cunicoli, realizzati seguendo le pareti perimetrali degli ambienti e provocando brecce nei muri antichi, hanno danneggiato gli intonaci, distrutto parte dei muri, trafugato e rovinato oggetti.

L’esigenza di interrompere in modo definitivo tali azioni delittuose di depauperamento del patrimonio archeologico nazionale ha determinato la necessità di realizzare una nuova campagna di scavo attraverso un’operazione sinergica tra Parco Archeologico di Pompei e Procura della Repubblica di Torre Annunziata.

LO SCAVO IN CORSO

Lo scavo di tipo stratigrafico ha rilevato la presenza di una struttura a pianta rettangolare, realizzata con muri in opus reticulatum di ottima fattura che si conservano per un’altezza pari a 5 m., con alcuni ambienti disposti su due piani. Questa struttura comprende almeno 5 ambienti di forma quadrangolare (4 x 3,50 m), tutti interessati dal crollo delle tegole del tetto e del pavimento del piano superiore, di cui è rimasta la traccia solo delle orditure delle travi.

La parte superiore del muro terminale occidentale dell’edificio è crollato durante le fasi eruttive del 79 d.C. e questa porzione è ricoperta dai depositi di lapilli. Il crollo è stato certamente determinato da scosse di terremoto avvenute durante l’eruzione.

Al momento, sono stati esplorati due ambienti, denominati “d” e “e”.

L’ambiente “d è caratterizzato sul lato ovest dalla presenza di una porta e di una piccola finestra strombata di cui si conserva ancora la piattabanda in legno; sul lato est è una sola finestra quadrangolare, apertura attraverso la quale sono entrati i depositi di flusso piroclastico (surge, cioè cenere consolidata, il cd. “tuono”) riferibile alle fasi conclusive dell’eruzione pliniana.

Le pareti, ad eccezioni di quella occidentale, erano decorate da un sottile strato di intonaco bianco, con tracce di fasce rosse.

Il muro meridionale ospita un’edicola quadrangolare, un piccolo lararium, delimitato da una cornice d’intonaco, all’interno del quale si è rinvenuta una basetta quadrangolare in marmo e sotto cui erano posti una coppa-incensiere, due pentole ed una lucerna, poggiati su una mensola lignea di cui è stato possibile eseguire il calco in gesso.

La particolarità delle modalità di seppellimento dell’ambiente, occupato per quasi la totalità dal flusso piroclastico (surge), ha permesso di realizzare i calchi in gesso anche di due arredi, uno sicuramente un letto e l’altro forse un altro esemplare simile, e di recuperare le tracce di una stuoia o tessuto posta la di sopra della rete in corda del letto.

Sul pavimento costituito da un semplice piano in terra compattata si sono recuperati: tre anfore (una danneggiata dagli scavatori clandestini) destinate a contenere vino ed olio; una pentola; una lunga sega in ferro; frammenti ossei di animali.

L’ambiente “e”, in corso di scavo, è risultato essere una stalla. Anche in questo ambiente la presenza del flusso piroclastico ha permesso di effettuare dei calchi in gesso. Si tratta di una lunga mangiatoia in legno, posta lungo la parete meridionale e di due equidi, rinvenuti davanti la mangiatoia, stramazzati al suolo durante l’eruzione.

Uno degli animali, non toccato dalle attività degli scavatori clandestini, è stato ritrovato integro, con l’apparato scheletrico completo in connessione, bardato con morso e briglie in ferro e sull’osso occipitale, tra le orecchie, elementi decorativi in bronzo applicati probabilmente su elementi di cuoio non rinvenuti.

Il secondo animale, di taglia inferiore, è lacunoso per la presenza di una frana, e sono state individuate solo parte delle zampe.

La scoperta nella porzione orientale dell’area di un setto murario costeggiato da una stradina in terra battuta ha definito, su questo lato, il confine della proprietà della villa.

L’attuale indagine ha posto nuovi quesiti sulle peculiarità di tale complesso ed ha aperto, o meglio riaperto, la questione sul suo sviluppo planimetrico suggerendo l’ipotesi di un complesso molto più ampio rispetto a quanto finora noto e che si estende verso sud-ovest.

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IL CALCO INTEGRO DI UN EQUINO

PER LA PRIMA VOLTA REALIZZATO A POMPEI

Un ritrovamento eccezionale per Pompei. Per la prima volta è possibile restituire, attraverso la tecnica dei calchi, la sagoma integra di un cavallo rinvenuto in uno degli ambienti dello scavo di Civita Giuliana.

Tra gli ambienti individuati è emersa una stalla con resti equini. La tecnica dei calchi ha permesso di identificare una mangiatoia la cui struttura, probabilmente costruita in materiale deperibile, è ancora visibile unicamente grazie al calco in gesso.

Allo stesso modo l’individuazione, nella zona centrale della stalla, di un vuoto causato dal deperimento di materiale organico all’interno dello strato denominato “tuono”, ha consentito la realizzazione di un calco in gesso di un equide.

L’animale poggia sul suolo con il fianco sinistro e mostra allo sguardo quello destro. Gli arti posteriori sembrano sconvolti dalle attività dei tombaroli che hanno interessato l’area in tempi recenti (FIGURA 1).

Figura: Calco in gesso del cavallo di loc. Civita Giuliana.

I resti scheletrici visibili dell’animale mostrano una buona ossificazione riconducibile ad un individuo adulto. L’esame radiologico dello scheletro potrà restituire dati più precisi al riguardo ed anche fornire informazioni sullo stato di salute osteologica dell’animale (es. patologie scheletriche).

L’attribuzione alla specie non é al momento del tutto certa. Da un’analisi preliminare basata su morfologia della sagoma, proporzioni e altezza al garrese (la misura dalla spalla -scapola- a terra) sembra probabile che l’equide ritrovato sia un cavallo (Equus caballus).

L’esame autoptico dell’impronta dell’orecchio sinistro, perfettamente visibile nel tuono, ha evidenziato caratteristiche dimensionali e morfologiche riconducibili al cavallo piuttosto che a mulo o bardotto (FIGURA 2).

Figura: Impronta dell’orecchio sinistro del cavallo di loc. Civita Giuliana con dettaglio dei finimenti in ferro e bronzo.

L’animale mostra un’altezza al garrese di ca. 150 cm. Sebbene, bisogna tener presente che i cavalli antichi erano probabilmente di taglia ridotta rispetto a quelli attuali, il cavallo di Civita Giuliana ha dimensioni considerevoli, per l’epoca, che potrebbero suggerire l’esistenza di individui altamente selezionati nell’area di Pompei nel 79 d.C..

Il cavallo mostra, inoltre, nella zona del cranio finimenti in ferro con piccole borchie in bronzo (FIGURA 2). Tale presenza potrebbe essere ricondotta al valore e ruolo di questo animale.

Altri resti di equidi sono stati individuati nella zona del crollo del “tuono”, il cui crollo stesso potrebbe essere stato causato dalla presenza di un numero consistente di vuoti nel sedimento, corrispondenti a carcasse di animali.

Columella (De Re Rustica, VI, 27) riporta che il bestiame equino si divideva in tre categorie. Vi era una razza più nobile, che offriva cavalli per i giochi del circo e per le gare; poi vi erano i muli, che per i guadagni dati dalla loro prole potevano essere paragonati alla razza nobile; ed infine, come meno pregiata di tutte, viene menzionata la razza volgare, che produceva mediocri maschi e femmine.

Il cavallo di Civita Giuliana doveva far parte della “razza più nobile”. Esso era uno indicatore della ricchezza del padrone per la sua imponenza dimensionale, probabilmente frutto di accurate selezioni, ed i sui finimenti di pregio, in ferro e bronzo. Questo cavallo deve essere stato un animale di rappresentanza che, purtroppo, nonostante l’alto valore simbolico, ha subito lo stesso destino di molti altri equidi presenti nelle numerose stalle (es: equidi dei Casti Amanti) diffuse a Pompei e nelle ville extraurbane al tempo dell’eruzione del 79 d.C.

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LA TOMBA DI CIVITA GIULIANA

Una rioccupazione del sito posteriore all’eruzione del 79 d. C. è testimoniata dalla scoperta di una sepoltura a cassa di tegole con tumulo e tubo fittile per le libagioni, posta sulla cresta del muro meridionale dell’edificio.

La cronologia della tomba non è ben precisabile. Si tratta senz’altro di una sepoltura post 79 d.C., probabilmente di epoca imperiale.

L’individuo, deposto supino aveva come corredo un chiodo in ferro, individuato sulla spalla destra.

Da una prima analisi sembrerebbe che l’area del cranio sia stata fortemente danneggiato dalle offerte di libagioni che venivano scaricate dall’imponente tubulo proprio in corrispondenza del cranio facciale dell’individuo, mentre il cinto pelvico risulta quasi assente in quanto frammentato quasi fino alla polverizzazione.

L’età dell’ individuo, di sesso maschile ( ben delineabile dai caratteri morfologici presenti relativi a cranio e bacino) è provvisoriamente stimata intorno ai 40-55 anni (adulto maturo) .

E’chiaramente percepibile come la statura in vita dovesse essere superiore alla media (circa 175 cm, calcolata in modalità provvisoria sulla base dell’omero da restaurare), e come l’individuo dovesse avere un aspetto vigoroso.

Le prime analisi hanno, tra l’altro messo, in evidenza un’anomala usura dentaria con utilizzo extramasticatorio degli incisivi anteriori; probabile presenza di patologie e anomalie genetiche che andranno indagate con analisi specialistiche.

Testi e immagini da Ufficio Stampa Parco Archeologico di Pompei - presso Antiquarium Boscoreale

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Cassano all’Ionio: recupero reperto “Bifacciale”

Recupero reperto “Bifacciale”

Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide – Cassano all’Ionio (Cosenza)

Il patrimonio storico, artistico, culturale e ambientale è il centro intorno al quale si costruisce e si raccoglie l’identità  e l’unità  di un popolo. È questo il principio alla base dell’attenzione sempre più crescente nei confronti di una vera e propria cultura della restituzione, cioè quell’attenzione e cura da parte delle istituzioni e dei singoli verso la necessità di restituire alle comunità di appartenenza quei reperti archeologici detenuti in maniera lecita o illecita.

È in quest’ottica che il 25 settembre 2017 il Museo Archeologico della Sibaritide si vede restituire un reperto di straordinaria importanza proveniente da un’area dell’alta valle del fiume Coscile, nel comune di Castrovillari: un grande bifacciale amigdaloide databile al Paleolitico Antico.

Era il 1991 quando ebbero inizio i primi studi sul sito paleolitico antico dell’alto Coscile e il sito di Celimarro, nel comune di Castrovillari, a seguito di segnalazione da parte del dott. Giuseppe Lanza di Castrovillari, grande conoscitore e amante della propria terra, che si trovava in loco a svolgere rilievi geologici con l’equipe del prof. Ernesto Cravero del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del territorio dell’Università Federico II di Napoli.

In seguito, i numerosi reperti rinvenuti sono stati ampiamente studiati dall’equipe del Prof. Francesco Fedele del dipartimento di Paleontologia dell’Università Federico II di Napoli, il quale li ha custoditi per motivi di studio, sotto autorizzazione dell’allora Soprintendente ai Beni Archeologici della Calabria, fino al 1997.

Tali reperti furono riconsegnati al Museo della Sibaritide il 16 gennaio 1998 per mano del dott. Giuseppe Lanza. Mancava però un reperto, forse il più importante: il grande Bifacciale. In una nota del Dipartimento di Paleontologia dell’Università di Napoli si precisava che tale reperto fosse ancora in possesso del prof. Cravero per motivi di studio.

Negli anni successivi si persero le tracce del reperto finché nell’aprile 2017 il Museo Archeologico della Sibaritide, nella persona della direttrice Dott.ssa Adele Bonofiglio, Polo Museale della Calabria, nella persona della direttrice Dott.ssa Angela Acordon, congiuntamente al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza, attivano le procedure per il recupero e la restituzione di questo importante reperto.

È doveroso dunque porgere un grande ringraziamento all’Arma dei Carabinieri, in particolare al Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza il quale agisce in modo tempestivo e solerte per il recupero del nostro patrimonio storico artistico e culturale. Da anni lavora a stretto contatto con le istituzioni culturali ed in particolare con il Museo della Sibaritide, con il quale vi è uno stretto rapporto di fiducia e collaborazione per tutte le attività di ricerca, studio, recupero e restituzione dei beni appartenenti all’intero territorio della Sibaritide.

Il ringraziamento va inoltre esteso al dott. Giuseppe Lanza, sempre attento e pronto ad intervenire con il proprio aiuto in occasioni che riguardano la salvaguardia dell’identità culturale del proprio territorio.

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Carabinieri TPC recuperano lettera Cristoforo Colombo su scoperta Nuovo Mondo

I CARABINIERI DEL TPC RECUPERANO LA LETTERA DI CRISTOFORO COLOMBO RELATIVA ALL’ANNUNCIO DELLA SCOPERTA DEL NUOVO MONDO, TRAFUGATA DALLA BIBLIOTECA RICCARDIANA DI FIRENZE

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Nel 2012, in seguito alla denuncia pervenuta dall’allora Direttore della Biblioteca Nazionale di Roma per il furto di alcuni volumi antichi di notevole pregio ed interesse storico-archivistico, il Comando CC TPC iniziò le indagini, coordinate dalla D.ssa Tiziana CUGINI della Procura della Repubblica di Roma.
Nel corso delle attività, il Reparto Operativo sequestrava, presso la predetta Biblioteca, l’esemplare della lettera di Colombo datata 1493, ritenuta falsa, relativa all’annuncio della scoperta del Nuovo Mondo ai grandi della Terra.
L’attività investigativa, caratterizzata dal profilo di internazionalità, è stata frutto della straordinaria conoscenza dei meccanismi illeciti nel traffico di beni librari acquisita negli anni dal TPC, nonché  della rielaborazione ed analisi di molteplici dati investigativi emersi in numerose indagini (ultima delle quali quella tesa ad individuare i traffici illeciti esteri di DE CARO Massimo). Ed infatti, in seguito a specifiche richieste avanzate dal TPC,  l’Homeland Security Investigation (HSI) di Wilmington (USA) inviava una nota relativa alla presunta presenza, in territorio statunitense, di edizioni della lettera di Colombo, datata 1493, ritenute false.
Nel dettaglio, l’H.S.I. ipotizzava che la lettera (denominata edizione Plannck 2 ) di Cristoforo Colombo, conservata proprio presso la Biblioteca Nazionale di Roma, fosse stata sostituita con un falso.
Dal medesimo filone investigativo, inoltre, emergeva che un’ulteriore versione della Lettera di Colombo, datata 1493 e custodita presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze, era un falso realizzato attraverso  riproduzioni fotografiche moderne, stampate su carta antica, ma non corretta per quelle edizioni.
In seguito alle ulteriori indagini svolte in relazione all’accertamento dell’autenticità della Lettera di Colombo custodita presso la Biblioteca fiorentina, anche quest’ultimo documento veniva sottoposto a sequestro.
Gli accertamenti tecnici, condotti dal RACIS (Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche), accertavano la falsità delle due lettere sequestrati.
Ulteriori elementi venivano forniti dagli studi dell’autorevole esperto, Prof. NEEDHAM Paul, curatore della Sezione libri antichi e manoscritti della Biblioteca dell’Università di Princeton (USA),
Le attività investigative, arricchite da numerosi accertamenti tecnici e dalla mole di documentazione acquisita, nonché grazie alla straordinaria cooperazione internazionale con il predetto H.S.I., consentivano di individuare l’esemplare autentico della Lettera di Colombo (valore € 1 milione), trafugato dalla Biblioteca Riccardiana di Firenze, in quello acquistato dalla Biblioteca del Congresso di Washington da una casa d’aste di settore, che l’aveva posto in vendita per la somma -sottostimata- di 400.000 dollari.
Gli Stati Uniti d’America, sulla base dei numerosi elementi investigativi forniti dal TPC, nel 2016 restituivano all’Italia lo straordinario documento “Epistola…. de Insulis Indie…. nuper inventis…” relativa all’annuncio della scoperta del Nuovo Mondo ai Reali di Spagna, stampata a Roma da Stephan Plannck nel 1493.

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