Il giudizio della solitudine - Intervista a Raul Montanari

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini+Castoldi - recensione 

Sotto i capitoli, parole di indirizzo in uno stile in uso tra Sette e Ottocento, presente, passato, l’intreccio che si origina sul fiume, su un ramo appollaiato c’è un cormorano che vede tutto, che si fa testimone della scena ancor prima che l’autore del noir ci faccia vedere ciò che non sappiamo. È un prologo singolare quello che Raul Montanari presenta nel suo nuovo romanzo edito Baldini+Castoldi, Il vizio della solitudine.

“Avevo in mente più di un titolo e alla fine abbiamo scelto questo perché la solitudine, come l’abbiamo anche vissuta tra l’altro in questo anno e mezzo, è molto vista come qualche cosa di negativo che uno subisce per circostanze esterne, la subisce perché non si può ribellare e deve rimanere solo” racconta lo scrittore per spiegare proprio il significato di questo titolo, “Secondo me Guarneri è un uomo abbastanza forte da abbracciare la solitudine volontariamente, farla diventare quasi un vizio come lui stesso dice a un certo punto, perché nella solitudine di bello c’è la totale non appartenenza, il fatto che appartieni solo a te stesso. Mi è capitato di citare in altre intervista la frase straordinaria di Leonardo Da Vinci in cui io mi sono imbattuto in terza media che dice ‘Sii solo e sarai tutto tuo’, è una frase di una potenza spaventosa, fa quasi paura, chiaramente devi essere capace di avere una simile forza, ‘Sii solo e sarai tutto tuo’, questa gelosia quasi di te stesso, io di me stesso non voglio dare niente agli altri e non è egoismo ma concentrazione su Sé”.

Raul Montanari Il vizio della solitudine
La copertina del romanzo di Raul Montanari, Il vizio della solitudine, pubblicato da Baldini+Castoldi (2021) nella collana Romanzi e racconti

Non è un thriller come gli altri e il protagonista, l’ex ispettore Ennio Guarneri, alla fin fine strattonato tra il senso di giustizia e di morale finirà per prendere una decisione che gli cambierà la vita. Un’altra volta. Prima, in servizio, facendo parte di una autofficina dei tre ispettori, cosiddetta, che emette tagliandi punitivi contro chi sembra proprio non aver capito cosa significhi rispettare la legge e il prossimo, poi per una serie di circostanze avverse entrando a far parte di un meccanismo in apparenza giusto ma allo stesso tempo criminale. Un non troppo raro caso di giustizia fai da te che sfocia nel folle quando l’ordine di un giustiziere si assurge nel garantire il lecito con le stesse armi e gli stessi comportamenti di colui al quale obietta integrità.

“Il conflitto tra legge e giustizia è centrale nel libro” riprende Montanari, “La giustizia ha un carattere soggettivo (…) Mentre la legge, da un canto è una coperta troppo corta, cioè la legge non riesce mai a coprire tutto il campo della giustizia, non c’è niente da fare (…) ha questo aspetto di statico, mentre le vere situazioni che si creano nella vita sono sempre dinamiche, cangianti. I latini dicevano una cosa molto bella, nella tradizione della giurisprudenza latina: Summum ius, Summa iniuria. Cioè, Summum ius, il massimo del diritto, quindi il massimo tentativo di applicare il diritto e cioè la legge diventa Summa iniuria e tra l’altro è bella questa parola perché iniuria letteralmente è il contrario di ius, quindi diventa somma ingiustizia, ma iniuria poi in italiano diventa ingiuria, cioè la massima applicazione della legge diventa addirittura un’offesa alle persone e anche alla realtà, alla verità dei fatti”.

L’abilità che Montanari ha nello scrivere la si intuisce presto dall’incastro con cui le parole fanno emergere immagini nelle pagine del libro e da come infarcisce le mie domande di risposte ad alto profilo letterario e filosofico.

Raul Montanari. Foto Piaggesi courtesy Baldini+Castoldi

Diciassette romanzi pubblicati, docente e direttore a Milano di una delle scuole di scrittura creativa più quotate in Italia (degno erede di Pontiggia), ha firmato opere teatrali, sceneggiature e traduzioni, come quella di McCarthy dove in Meridiano di sangue ritroviamo quei titoletti, quelle parole d’aggancio di inizio capitolo che Montanari chiama trailer e che spiega così:

“Se dovessi dire la cosa a cui assomiglia di più è come se fossero dei flash di parole, di immagini, di cose che accadono che poi il lettore può avere anche la curiosità di verificarle dentro al capitolo. Io le uso quasi da sempre, è un’idea in più che male non fa e a molti lettori piace, lo trovano singolare, divertente, un tratto di identità. È un espediente extra-letterario, una cosa che si vede più in altri contesti espressivi che nella narrativa in prosa”.

Per addentrarmi ancor di più nella storia, arrivata a quasi metà del romanzo, decido di riprendere un esercizio che la professoressa di italiano durante le gare di lettura alla scuola media faceva fare ai più volenterosi. La sfida consisteva nel dover raccontare la storia a partire dalla fine del romanzo, pena il passaggio di punteggio alla squadra avversaria. Non c’era alibi che tenesse e così, modificando un po' la linea, ho lasciato la metà a cui ero giunta per arrivare d’impatto alla fine di questo vizio della solitudine che tuttavia, grazie a quella scrittura che per Montanari è arte, mi ha lasciata comunque attaccata al foglio. Sarà per questo che quando l’ho raggiunto al telefono gli ho subito chiesto perché si fosse ispirato proprio a questa storia, proprio Ennio Guarneri.

“Il protagonista sostanzialmente assume una vocazione diciamo da giustiziere che, finché lui è nella polizia, si esprime con azioni che sono comunque illegali ma suscita sicuramente simpatia da parte del lettore” mi dice senza esitazione, “Gli incontri che lui fa con questi giustizieri nigeriani, siccome lì si tratta di vita e di morte e cioè si tratta di un gioco molto più pesante, è come se lo costringesse a verificare fino in fondo dentro se stesso la sua disponibilità a stare, come lui dice, dalla parte della giustizia anche contro la legge. Quindi è come se lo costringesse a guardarsi dentro completamente”.

Un romanzo di solitudine e di amore, di sentimenti. Una storia inventata che ha però meno invenzione di tutti gli altri che ha scritto.

“Dentro ci sono un sacco di cose che sono tratte, più che dalla cronaca, da esperienze più o meno di seconda mano, cose che mi sono state raccontate, cose che ho visto, tutti gli aneddoti della polizia sono veri” mi racconta lui da vero ricamatore di storie, “in particolare è vera la figura della ragazza di Lotta Comunista, è assolutamente una persona vera, lei ha un altro nome ma le caratteristiche le appartengono, sono tutte sue e ti dirò, addirittura, che la primissima idea del romanzo mi è venuta vedendo lei. Cioè quando Ennio Guarneri non esisteva ancora e guardandola mi sono chiesto che è effetto poteva fare un’epifania femminile come questa nella vita di un uomo che vive solo e lì ho cominciato a immaginare un personaggio maschile che fosse completamente all’opposto di lei, quindi che avesse un’altra età, un’altra ideologia perché l’ideologia del poliziotto giustiziere non è certo comunista, è proprio quello che mette le toppe al sistema non che lo vuole cambiare in fondo”.

Ed ecco che finalmente il senso trova il suo compimento, proprio laddove sono giunta con impeto ricalcando le impronte di un antico esercizio, con buona pace del cormorano testimone e metafora di quella solitudine che poi l’ex ispettore sospinto dal dubbio si troverà a scegliere.

Raul Montanari Il vizio della solitudine
La copertina del romanzo di Raul Montanari, Il vizio della solitudine, pubblicato da Baldini+Castoldi (2021) nella collana Romanzi e racconti

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini+Castoldi 2021, pp. 336, Euro 19.


Se la ‘ndrangheta non esiste più

“In questo libro, i protagonisti messi in campo dal nostro autore sono un anziano nonno ulta ottantenne e il suo nipotino, che per motivi di studio ha il compito di documentarsi sul fenomeno mafioso che per sua fortuna non ha mai conosciuto” a introdurre il lettore, come si legge, una donna che ha creduto e ha vinto.  Il dialogo educato - pubblicato da Città del Sole - è rivolto alle giovani menti nella speranza mai sopita dall’autore, l’imprenditore Tiberio Bentivoglio, che la ‘ndrangheta resti per loro solo un ricordo amaro nella Storia di questo Paese.

Foto di Alessandro Tripodi

“Nonno, mi hai appena raccontato storie di commercianti che si sono ribellati alla ‘ndrangheta ma lo Stato non poteva aiutarli? – Caro Fabio, hai perfettamente ragione, gli uomini che componevano il Governo durante quel periodo non solo avrebbero potuto aiutarli, ma avrebbero dovuto farlo nel rispetto della democrazia”, scrive il nonno-autore, dopo aver raccontato con fatica e dolore la storia di imprenditori che come lui, nella realtà post-narrativa, hanno vissuto sulla propria pelle le angherie delle mafie.

Con la prefazione di Nando Dalla Chiesa, l’antefatto di Bentivoglio si presenta al lettore come una scommessa: siamo nel 2039 e le mafie sono state sconfitte, guidate da uno spirito di rivolta senza precedenti che non ha permesso alla disperazione di avanzare. Con un linguaggio semplice e attento ai dettagli, Bentivoglio racconta la sua Calabria, reale, presa nella morsa delle cosche di ‘ndrangheta, come la famiglia De Stefano-Tegano-Libri che nella città di Reggio si spartisce il potere.

I mafiosi sono personaggi che pensano di avere un codice d’onore, parole pesate e abbigliamento intenzionale, non credono di appartenere ad un fenomeno che è possibile scardinare, come era convinto Giovanni Falcone. Si sentono onnipotenti grazie all’assenza di uno Stato spesso mordace, mentre la cultura mafiosa sventra le coscienze persino delle persone per bene. Il nonno-autore neanche nella realtà quotidiana si lascia intimidire, non paga il pizzo, denuncia.

Nel leggere le pagine del suo C’era una volta la ‘ndrangheta riconosco la fierezza d’animo che lo aveva già contraddistinto ai miei occhi in un’intervista che gli feci qualche anno fa. In quell’occasione mi raccontò la sua storia: della prima persona malavitosa che incontrò nel 1992, quella che per continuare a fare il commerciante gli chiese una tangente che avrebbe dovuto versare ogni mese. Insieme alla moglie hanno un’attività commerciale di articoli ortopedici, medicamentosi e prodotti per l’infanzia: per non sottostare alle leggi della mafia e della compiacenza subiranno sette attentati tra ritorsioni, intimidazioni, bombe, furti e incendi.

Anche allora il suo monito, la sua preoccupazione più grande era rivolta ai giovani e al futuro: “Abbiamo una grande responsabilità noi adulti, dobbiamo cercare di lasciare questo Paese meglio di come l’abbiamo trovato. Se non facciamo ciò, diventiamo complici”, mi aveva detto. Anche se sembra impossibile non guardare alla cultura mafiosa e alla subcultura di quelli che si voltano dall’altra parte, nel libro egli riesce a mostrare una verità diversa e a rovesciare la rassegnazione. Il sacrificio è grande ed è ancora sostenuto ma anche la sua testimonianza che ogni giorno si fortifica, sicura che la criminalità organizzata non prevarrà. “È veramente pazzesco, arricchirsi seminando la morte”, anticipando Antonino Giorgi non tace nulla al nipote.

Nell’inno alla libertà, l’Aspromonte riflette e lenisce: “Caro Fabio, senza dubbio ti parlerò di questo fenomeno che, meno male, finì quando tu eri ancora molto piccolo. Infatti, circa nove anni fa, lo Stato finalmente ha sconfitto radicalmente quel cancro che era diventato devastante per l’intero mondo – scrive Bentivoglio – Te ne parlerò perché me lo chiedi, ma senza dubbio dovrò fare uno sforzo, poiché ciò che stai per ascoltare ha lasciato in tutti noi, che abbiamo vissuto quel periodo, ma soprattutto a chi ne è stato vittima, non solo disgusto e rabbia ma anche tanta sofferenza e diversi segni indelebili che hanno modificato perfino la cultura, il modo di pensare e di agire di un’intera nazione”. A futura memoria.

'ndrangheta Tiberio Bentivoglio
Tiberio Bentivoglio, C’era una volta la ‘ndrangheta. Ricordi e desideri di un uomo che l'ha conosciuta, Città del Sole Edizioni 2020, Collana La vita narrata, pagg. 168, Euro 13