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Il pioniere dell'archeologia pompeiana: Giuseppe Fiorelli

L’8 giugno, in occasione della data di ricorrenza del compleanno di Giuseppe Fiorelli, l’ingresso al Parco archeologico di Pompei sarà gratuito grazie all’iniziativa promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali: “Io vado al Museo”. Fiorelli fu una delle personalità più importanti nel mondo dell'archeologia pompeiana, soprattutto durate il periodo dell’Unità d’Italia. Già dal 1860 l’archeologo napoletano era stato chiamato a dirigere gli scavi succedendo ad Alexandre Dumas, per pochi mesi alla guida delle antichità napoletane dopo la presa della città da parte di Garibaldi.

Giuseppe Fiorelli
Giuseppe Fiorelli

Fiorelli si dedicò con impegno e dedizione al suo incarico riprendendo le attività di scavo a Pompei con metodi totalmente innovativi sia nella fase manuale vera e propria sia nel restauro, tanto che il periodo della sua direzione rappresenta uno dei momenti sicuramente più felici dell’archeologia italiana. A lui si deve la suddivisione di Pompei in nove regiones ulteriormente ripartite in insulae, e l’introduzione nello scavo del metodo stratigrafico, facendo così partire i lavori di scavo dall’alto degli edifici e non più dal fianco come si era fatto fino ad allora. In questa maniera non andavano a perdersi informazioni importantissime come la dinamica dei crolli dei tetti degli edifici e delle abitazioni e si andavano ad acquisire dati che poi sarebbero serviti a ripristinare le volumetrie architettoniche nella successiva fase di restauro.

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Fiorelli fu inoltre inventore della tecnica dei calchi in gesso che permise di recuperare elementi della vita della città e informazioni eccezionali su piante, animali e individui. Con del gesso si andavano a riempire le cavità lasciate nella cenere compattata restituendo quelle che un tempo erano persone colte negli ultimi istanti di vita, ma anche complementi di arredo, strutture, infissi, porte, mobili e vari oggetti di cui altrimenti non ne avremmo più traccia. Questo procedimento fu applicato anche alle cavità lasciate dalle radici decomposte che ha permesso di riconoscere piante e di ripristinare coltivazioni, giardini con alberi da frutto, fiori e orti. Con Fiorelli, inoltre, si afferma un nuovo modo di concepire il restauro che porterà a lasciare le pitture degli affreschi in situ e ad un maggior rispetto dell’aspetto originario degli edifici scavati, evitando drastiche ricostruzioni su di essi. Per quanto positiva l’intenzione e senza una dovuta manutenzione ordinaria, molti reperti purtroppo sono andati incontro al deterioramento.

Plastico di Pompei, Museo archeologico di Napoli. Foto di Alessandra Randazzo
Plastico di Pompei, Museo archeologico di Napoli. Foto di Alessandra Randazzo

Sotto la sua guida e di Tascone, tra il 1870 e il 1885, venne realizzata la grande pianta generale di Pompei che successivamente avrà aggiornamenti e nuovi inserimenti cui si abbinò il dettagliatissimo Plastico di Pompei in scala 1:100 ancora oggi visibile al Museo Archeologico di Napoli. Sistematica fu anche la sua attività di documentazione degli scavi che culminò tra il  1860-64 nella pubblicazione "Pompeianorum Antiquarium Historia" nella quale furono raccolte tutte le testimonianze degli scavi borbonici condotti dal 1748 al 1860. Dal 1861 in poi Fiorelli cominciò a pubblicare con fare divulgativo il “Giornale degli Scavi” con il quale si dava notizia a livello nazionale delle attività in corso. A coronamento di tutta questa grandiosa attività scientifica, fu creata a Pompei la “Scuola di Archeologia”, concepita per ospitare giovani archeologi provenienti da ogni parte d’Europa.  La sua sede era nella Regio VI, Insula Occidentalis 27, in un edificio moderno fatto costruire appositamente e che oggi ospita il Laboratorio delle ricerche applicate del Parco archeologico di Pompei.

A Fiorelli si devono inoltre interventi di scavo nella Regio VII, a completamento dei vecchi scavi borbonici, e delle insulae fiancheggianti la via Stabiana, gli edifici adiacenti la porta di Stabia e Porta Marina. Tra i complessi più importanti venuti alla luce si ricordano la Casa di Sirico, la Casa del Citarista, Porta Marina, il vicolo del Lupanare, la casa di M. Lucretius e il Tempio di Apollo.


Un grande della storia di Pompei: Amedeo Maiuri

Nasce a Veroli il 7 gennaio del 1886, in Ciociaria. A Ceprano il nonno governava i campi con le forbici di potatore alla cintola mentre la nonna amministrava formaggi e lana di pecore. Il padre, Giuseppe, era avvocato e notaio, e diventa poi anche sindaco. La madre, Elvira Parisi, era di un’agiata famiglia di commercianti romani di preziosi. Circa un anno dopo la nascita di Maiuri lascia marito e figli e si stabilisce nella casa dei fratelli a Roma.

Amedeo fa le elementari a Ceprano, timido e a tratti introverso. Anche al ginnasio, che frequenterà lontano da casa nel Seminario degli Scolopi ad Alatri, la mancanza di libertà, il cibo scarso e cattivo, la monotonia della vita in collegio, lo inducono ad essere schivo. È miope e affetto talvolta da balbuzie, senza contare che è destinato al sacerdozio.

Amedeo Maiuri. Credits: Pompei Parco Archeologico

Con sorpresa di tutti, un giorno, già seminarista, si ribella alla tonaca e decide di prepararsi da privatista agli esami di ammissione al liceo. Approda così al liceo Visconti di Roma mettendo fine alla sua infanzia ciociara.

Gli anni a Roma sono scialbi, dopo il liceo si iscrive alla Facoltà di Lettere alla Sapienza.  Incontra la sua futura moglie, Valentina Maffei, bella ed estroversa quanto lui taciturno e schivo. Valentina diventa per lui fidanzata, sorella e madre. Mentre prepara la tesi in filologia bizantina su Teodoro Prodromo il fidanzamento precipita. La famiglia di lei cerca di allontanarli, convinta che la relazione con lo squattrinato Maiuri non possa giovare a Valentina. Ma come in tutti i romanzi a lieto fine, il giovane Amedeo corre incontro alla sua principessa e pur con pochi soldi le giura amore eterno.

La vocazione per l’archeologia nasce in seguito al suo incontro con Federico Halbherr, docente schivo quanto Maiuri, noto archeologo ed epigrafista che si occupava degli scavi di Creta, il quale lo convince a partecipare al concorso per una borsa di studio triennale per la Scuola Archeologica Italiana di Roma e di Atene. Materie di esame sono l’archeologia e l’epigrafia ma il tempo per prepararsi è poco, un mese circa, e Maiuri sa che a quel concorso avrebbero partecipato forse altri più bravi e ferrati di lui. In suo soccorso giunge una disgrazia, il terremoto di Messina del 1908 a causa del quale le lezioni all’Università e gli esami vengono rimandati. Può quindi prepararsi adeguatamente al concorso che , manco a dirlo, vince. La borsa gli fa aprire gli occhi sul mondo “della civiltà dell’arte antica”.

È a Creta, dove Halbherr lo chiama a partecipare alla Missione archeologica italiana,  che si rende conto della nuova passione che gli sta nascendo. La sua vocazione per l’archeologia è un lento processo psicologico di un animo sensibile verso una scoperta di verità e libertà.

Non si può comprendere Maiuri studioso e poeta se non si comprende e conosce la sua storia fin dall’infanzia e l’humus in cui si sviluppa la sua umanità e la sua personalità.

L’esperienza greca di Maiuri si conclude nel 1911 quando vince il concorso per ispettore alle antichità a cui partecipa soprattutto per porre rimedio alle sue difficoltà economiche e sposare la fidanzata.

Amedeo Maiuri. Credits: Pompei Parco Archeologico

La sua prima destinazione fu il Museo archeologico Nazionale di Napoli allora guidato da Vittorio Spinazzola. Era un periodo turbolento in cui lo stesso Spinazzola veniva criticato per la gestione degli scavi a Pompei dove aveva introdotto il metodo dello scavo dall’alto verso il basso che consentiva la conservazione dei piani alti degli edifici. In questo clima, Maiuri si ritaglia uno spazio come Ispettore del vasto territorio della Soprintendenza che all’epoca comprendeva Campania e Molise.

Nel 1914 parte con la famiglia per l’isola di Rodi su proposta sempre di Halbherr che gli affida l’incarico di sovrintendere agli scavi dove il governo locale è troppo tollerante con gli scavi illegali finalizzati al commercio anch’esso illegale delle opere d’arte. Dopo un iniziale braccio di ferro con le autorità militari, che alla fine gli riconoscono il suo ruolo, nei dieci anni a Rodi segue gli scavi della città classica e il piano di restauri della città medioevale. L’esperienza di Rodi si conclude nel 1924 con la promozione a soprintendente alle Antichità della Campania e del Molise. La nomina dell’allora trentottenne Maiuri viene accolta con sospetto ma subito si guadagna la fiducia di tutti: “la sua semplicità colpisce e conquista tutti. Gli uscieri gallonati […] vedono con sorpresa sempre aperta la porta del “capo”, entrare e uscire dalla sua stanza chiunque senza ombra di formalismo, in un rapporto nuovo in cui l’immediatezza si traduceva in funzionalità, operosità collettiva”, come racconta Giuseppe Maggi.

In Campania ricordiamo Maiuri soprattutto per Pompei ed Ercolano.

Sostituto di Spinazzola che era stato ampiamente criticato per il suo tentativo di voler trasformare un museo all’aperto come Pompei in un ambiente integro nei suoi molteplici aspetti, Maiuri raccoglie la sua eredità e sente che il suo predecessore era nel giusto. Spinazzola, liberale, era stato una delle prime vittime del regime. Comincia il lavoro lì dove lo aveva interrotto Spinazzola, a via dell’Abbondanza. La prima grande scoperta la fa in quella che poi verrà chiamata la casa dell’Efebo, dove appunto scopre un grande bronzo risalente ai più puri modelli dell’arte attica del V sec. A. C. adattato alla funzione di portalampade.

Ma ciò che attira Maiuri è sì la bellezza della statua ma di più indaga l’umanità di chi viveva le strade e le case di Pompei. Si chiede perché il bronzo si trova lontano dal triclinium e scopre che era avvolto in panni, segno che qualcuno aveva pensato di metterlo al riparo da possibili danni. Lo colpiscono le strade e i calchi delle vittime, la loro fuga, la loro disperazione. Scavò gran parte delle insulae ancora sepolte, indagò l’evoluzione della città antica fino ai livelli più antichi della città sannitica e restaurò gli edifici danneggiati dai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Infine liberò le mura urbane dal terreno accumulato dai precedenti scavi. Si è calcolato che la terra rimossa per liberare le mura ammontò a circa un milione di metri cubi. Con astuzia, Maiuri riuscì a trasformare questo accumulo in un terreno utile alla bonifica dei territori acquitrinosi limitrofi ottenendo un cospicuo finanziamento dalla Cassa del Mezzogiorno. Anche l’autostrada Napoli – Salerno fu costruita in parte grazie alla terra proveniente dagli scavi di Pompei. Quindi a lui si deve l’attuale aspetto del Parco archeologico ma anche quello della città moderna.

A Ercolano, tra il 1927 e il 1961, riporta alla luce gran parte della  città. Si occupa anche del riordino delle collezione del Museo archeologico nazionale di Napoli e grazie alla sua abilità di mediatore riesce a proteggere i reperti nel museo nel corso della seconda guerra mondiale. Riesce ad evitarne la distruzione trasferendoli a Montecassino. Durante un’incursione aerea, sulla strada tra Pompei e Napoli si frattura una gamba, frattura che lo costringe al bastone per il resto della vita.

Intensa anche la sua carriera accademica: gli viene conferita la Cattedra di Antichità Pompeiane ed Ercolanesi all’Università di Napoli ed è anche docente all’Istituto “Suor Orsola Benincasa”, prima di Storia Antica e poi di Storia Romana. Il 30 novembre del 1961, all’età di 75 anni, va in pensione lasciando l’Università, la Soprintendenza e la Direzione degli Scavi. Muore il 7 aprile del 1963 a 77 anni, a due anni dalla pensione. I funerali mossero dal Museo all’Università, i due poli della sua lunga e intensa carriera.

 

Fonti: Giuseppe Maggi, Fondo Maiuri, Domenico Camardo e Mario Notomista