Affascinato dall’arte e dalla cultura orientale, dal passato e dal presente, Namsal Siedlecki si fa antropologo e sociologo, alchimista, oltre che artista; si ferma e riflette sulla vita e sulla morte, sull’artigianalità, sul valore dell’opera, attraverso la trasformazione della materia.
Parte da una posizione concettuale, da un’idea e arriva a sperimentare una tecnica antica, quella della fusione a cera persa in uno dei Paesi asiatici più affascinanti: il Nepal.

Ciò che lo attrae sono essenzialmente i passaggi che precedono la fusione vera e propria, il momento in cui il modello in cera viene ricoperto da strati di “Mvaḥ Chā”, letteralmente “fango giallo”, che consiste in una miscela a base di argilla, sterco di vacca e pula (il residuo della trebbiatura dei cereali), materiale che differenzia quella usata da Siedlecki dalla tecnica a cera persa occidentale che prevede, invece, l’utilizzo del gesso e del mattone triturato. La scultura in cera viene ricoperta così da un involucro spesso, che nasconde le forme originali sottostanti, rendendole non ben identificabili, indeterminate e libere da canoni proporzionali. Sono questi manufatti nel loro stadio intermedio a determinare le creazioni di Siedlecki, il quale sceglie così di sovvertire il tradizionale metodo di lavoro attribuendo invece significato e valore intrinseco a oggetti originariamente destinati a essere scartati.

La Fondazione Pastificio Cerere presenta per la prima volta in Italia i risultati del progetto Crisalidi – mostrati in anteprima a gennaio nel Museo di Patan (Kathmandu, Nepal) – realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (VI Edizione, 2019), il programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Il nucleo centrale della mostra e costituito da una serie di sculture in bronzo, di varia misura, dal titolo Mvaḥ Chā (Crisalidi), realizzate dall’artista nel 2019 a seguito di diversi periodi di residenza a Kathmandu, dove ha sperimentato e approfondito la tecnica della fusione a cera persa nepalese in alcune fonderie del luogo, votate alla produzione di sculture sacre.


Varcata la porta d’ingresso si nota la presenza di un unico oggetto: un’asta di grafite appesa alla parete.
È un indizio. Rimanda al materiale di cui è costituito lo strumento embrionale dell’atto creativo degli artigiani nepalesi, l’unico in grado di resistere alle alte temperature di fusione, durante la mescolatura del bronzo fuso.


L’artista antepone poi alla sala che ospita il nucleo principale della mostra un forno fusorio di piccole dimensioni, contenente merendine, frutta, denaro, alcolici.
Si tratta della riproduzione delle offerte che, generalmente, in Nepal vengono dedicate dai fedeli, durante le loro visite ai templi, alle statue votive delle divinità. Siedlecki invita il pubblico a offrire all’opera prescelta qualcosa, divenendone, inconsciamente, parte integrante.

Namsal Siedlecki Fondazione Pastificio Cerere


Superata la zona d’ingresso, attraversata una sala buia e priva di oggetti, il pubblico viene sorpreso dall’improvvisa visione di morbide e scure masse indeterminate che spiccano in contrasto con le pareti completamente bianche. Forme sospese che mostrano di essere nel pieno di una metamorfosi lasciata fluire. L’artista riflette sul concetto di trasformazione, che per gli artigiani nepalesi si origina in maniera inconsapevole.

 


Spostando lo sguardo verso una prospettiva artistica di matrice occidentale, è interessante notare come il processo che ha condotto la scultura da un assetto figurativo a uno pienamente astratto è stato lungo e tortuoso, giunto a compimento solo nei primi del Novecento.

Ciò che Namsal Siedlecki ha scelto di fare è stato di eleggere ad arte quelle masse deformi, attraverso un gesto ben definito, quello di posizionare i diversi frammenti su dei plinti conservandone però sempre la natura primordiale. Mirata è stata la volontà di selezionarli di misure e altezze diverse, disponendoli seguendo un moto ondulatorio.

L’artista ha innalzato dunque a opere d’arte elementi che sino a quel momento non avrebbero mai ricevuto alcuna dignità artistica, in quanto concepiti soltanto come mezzo per giungere a un risultato ulteriore: quello del puro oggetto divinatorio.


BIOGRAFIA DELL’ARTISTA
Namsal Siedlecki è nato a Greenfield (USA) nel 1986 da padre americano di origine polacca e madre e italiana. Vive e lavora a Seggiano (GR). Nel 2015 ha vinto la quarta edizione del Premio Moroso e il Cy Twombly Italian Affiliated Fellow in Visual Arts presso l’American Academy in Rome; nel 2019 vince il Club Gamec Prize e il Premio Cairo. Negli ultimi anni ha esposto il proprio lavoro presso numerose istituzioni nazionali ed internazionali tra cui: In extenso, Clermont-Ferrand; MAXXI, Roma; Villa Medici, Roma; Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato; Galeria Boavista, Lisbona; Villa Romana, Firenze; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; 6 Moscow International Biennale for Young Art, Mosca; Chertludde, Berlino; Magazzino, Roma; American Academy in Rome; Museo Apparente, Napoli; Fondazione Pastificio Cerere, Roma; Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia; Antinori Art Project, Bargino; Galeria Madragoa, Lisbona; Frankfurt am Main, Berlino; Cripta747, Torino. Dal 2008 al 2013 ha gestito lo spazio indipendente GUM studio, prima a Carrara e poi a Torino. www.namsalsiedlecki.com

La mostra personale di Namsal Siedlecki, a cura di Marcello Smarrelli – direttore Artistico della Fondazione Pastificio Cerere -, sarà visitabile in via degli Ausoni, 7 (Roma), dal 23 settembre al 30 novembre 2020 prenotandosi al link: https://www.pastificiocerere.it/prenota-la-tua-visita/.

 

Tutte le foto sono di Ilaria Lely.