La Quadriennale d'arte di Roma: verso la XVIIª edizione

La XVIIª Quadriennale d’arte inaugurerà a Palazzo delle Esposizioni il 1 ottobre 2020. La conferenza stampa che nella mattina del 12 febbraio scorso ha presentato la nuova idea della Fondazione, nella Sala del Tempio di Adriano a Roma, ha incentrato il racconto sul futuro del progetto espositivo.

Ha visto intervenire il neopresidente della Quadriennale di Roma, eletto lo scorso agosto 2019, Umberto Croppi, il vicesindaco della città di Roma Luca Bergamo, Lorenza Bonaccorsi, Sottosegretario di Stato al Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, Nicola Borrelli, Direttore Generale Creatività Contemporanea – MiBACT, Albino Ruberti, Capo di Gabinetto del Presidente della Regione Lazio e il Presidente della Camera di Commercio, Lorenzo Tagliavanti.

L’istituzione nasce nel 1927 per l’intuizione di Cipriano Efisio Oppo ed è l’unica istituzione nazionale ad avere come missione esclusiva il compito di indagare, censire, certificare e promuovere le arti visive all’interno del territorio nazionale proiettandole sul piano internazionale.

 

Quadriennale d'arte di Roma XVII
Una delle immagini appartenenti all’archivio della critica Lorenza Trucchi, qui fotografata con Federico Fellini, Renato Guttuso, Giacomo Manzù nel 1975. Courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma

Sedici sono le edizioni svoltesi negli anni, che hanno visto la partecipazione di oltre 6000 artisti da Pericle Fazzini a Renato Guttuso, da Emilio Vedova a Giosetta Fioroni, da Gino De Dominicis a Vanessa Beecroft, con un’età media di 25 anni. Mentre circa 2700 sono le opere in mostra vendute per le collezioni del Comune di Roma, di Ministeri, banche e enti pubblici di varia natura.

Oltre alle Quadriennali d’arte, più di 100 sono state le mostre all’estero organizzate dalla Quadriennale in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri.

ArBiQ è invece il settore della Fondazione dedicato alla conservazione, alla catalogazione e allo studio delle fonti sulle arti visive del XX e XXI secolo, la cui realizzazione ha avuto inizio nel 1998.

Nata con una funzione complementare rispetto a due altre istituzioni pubbliche storiche di sostegno all’arte, la Biennale di Venezia e la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma si pone come protagonista nel censimento e nella valorizzazione dell’arte nazionale principalmente attraverso la sua ricorrenza, appunto, quadriennale.

Il direttore artistico 

Subito dopo la chiusura della XVIª edizione - dal titolo Altri tempi, altri miti -, la Fondazione, per la prima volta nella sua storia, ha deciso di pubblicare un bando per la nomina di un direttore artistico, con un mandato triennale, che progettasse e realizzasse la programmazione culturale del triennio 2018-2020 in vista della XVIIª Quadriennale d’arte. La scelta cadrà successivamente sul progetto presentato da Sarah Cosulich, la quale decide di condividerne la realizzazione con il curatore Stefano Collicelli Cagol.

Quadriennale d'arte di Roma
Dalla conferenza stampa del 12 febbraio. Foto di Ilaria Lely

La programmazione Cosulich, con l’obiettivo di ampliare la conoscenza all’estero degli artisti italiani e favorire il dialogo e lo scambio di idee, è strutturata su un percorso di reclutamento, formazione e relazione di giovani artisti e curatori (Q-Rated) e su uno di sostegno all’arte italiana all’estero (Q-International).

Sarah Cosulich con Stefano Collicelli Cagol, direttore artistico e curatore della Quadriennale di Roma. Courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma. Foto Studio Cliche

Verso la Quadriennale del 2020

La XVIIª Quadriennale d’arte inaugurerà a Palazzo delle Esposizioni il 1 ottobre 2020. La mostra porrà in rilievo le ricerche, le poetiche e gli immaginari di artisti di diverse generazioni di cui verranno presentati progetti monografici in spazi dedicati e in relazione dialogica con l’allestimento attraverso uno speciale percorso espositivo che coinvolgerà entrambi i piani del Palazzo. Occuperà quasi 4000 mq di superficie espositiva, con più di trenta artisti, iniziative social, performance, visite guidate, eventi, proiezioni, iniziative collaterali, fuori-mostra, premi.

L’esposizione vuole ripensare la narrazione dell’arte in Italia dagli anni Settanta a oggi, anche in relazione ai contesti sociali, politici, tecnologici che l’hanno generata, individuando percorsi di lettura alternativi al canone storico-artistico predominante e mostrando come gli artisti che hanno superato la tradizionale classificazione dei media riescano a dialogare perfettamente con i linguaggi multimediali della contemporaneità. I giovani, le figure femminili, i vari orientamenti e le diverse identità sessuali, le sperimentazioni d’avanguardia saranno oggetto di un’attenta indagine.

Il progetto di mostra mira a evidenziare i percorsi transgenerazionali, la multidisciplinarietà dei linguaggi e la contaminazione delle arti visive con altre discipline.

Una mostra dunque, non più una rassegna, con un progetto curatoriale.

L’Arsenale e i nuovi spazi

Nell’ambito di un progetto di rilancio dell’Istituzione e potenziamento delle sue funzioni, il MiBACT ha individuato come sua nuova sede un complesso dallo straordinario valore storico e architettonico, posto in uno snodo strategico del centro cittadino, tra i quartieri di Trastevere e Testaccio, immediatamente adiacente a Porta Portese.

Si tratta dell’Arsenale voluto da Papa Clemente XI, agli inizi del Settecento, per sovrintendere l’attività doganale del porto fluviale e rimasto in funzione fino alla fine del secolo successivo.

Il complesso si compone di tre edifici, affacciati su un piazzale interno di 4000 metri quadri: il Magazzino del sale, le Corderie e l’Arsenale propriamente detto.

Quadriennale d'arte di Roma XVII
Rendering del progetto di ristrutturazione dell’Arsenale Pontificio a Porta Portese, prossima sede della Fondazione La Quadriennale di Roma. Courtesy Insula architettura e ingegneria

 

Quadriennale d'arte di Roma XVII
Rendering del progetto di ristrutturazione dell’Arsenale Pontificio a Porta Portese, prossima sede della Fondazione La Quadriennale di Roma. Courtesy Insula architettura e ingegneria

 

Tutti gli edifici sono stati recentemente messi in sicurezza e consolidati dal Ministero, che, nel marzo 2018, ha firmato un accordo con la Fondazione La Quadriennale di Roma per un’utilizzazione pubblica a forte valenza culturale.

Il progetto prevede di collocare l’Archivio Biblioteca in quello che fu il Magazzino del sale, mentre gli uffici della fondazione troveranno posto all’interno della lunga manica delle Corderie, insieme a una caffetteria con bookshop.

Il progetto di restauro è già interamente finanziato e il suo completamento è previsto per l’anno 2022.

La proposta: gli Amici della Quadriennale

La fondazione ha inoltre avviato un programma di membership, pensato per appassionati d’arte, mecenati, collezionisti, i quali potranno usufruire di vantaggi esclusivi, con diverse opzioni di adesione: amico, amico sostenitore, partner sostenitore, partner onorario, mecenate sostenitore, mecenate onorario.

 


Fronte Nazionale Naso Partenopeo: il partito utopico di Anna Raimondo

Un muro rosso evidenzia l’entrata della mostra personale “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” di Anna Raimondo; l’ingresso incornicia una stampa in bianco e nero: una donna senza veli indossa all’altezza del pube un megafono.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo
Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Una serie di bozzetti ritrae l’artista in posa, come una modella lascia catturare la sua immagine provocatoria e nuda. L’unico oggetto che la riveste è esposto proprio nella sala e da questo si propagano leggeri suoni misti tra l’organico e il sensoriale che accompagnano l’esplorazione dell’opera “Nada que declarar”. Il megafono esprime un linguaggio che si scaglia contro gli stereotipi di un idioma patriarcale diviene un mezzo di protesta veicolato col corpo, coinvolgendo la sfera sensoriale.

 

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Sul nostro canale YouTube e IGTV, Anna Raimondo e Marco Trulli raccontano la mostra ‘Fronte Nazionale Naso Partenopeo’ che ha inaugurato ad AlbumArte il 16 gennaio e sarà visitabile fino a sabato 29 febbraio. Il titolo della mostra trae spunto da una scritta letta per caso dall'artista sui muri di Napoli. Il controverso tema dell'identità, messo a nudo ironicamente da questa frase, è al centro della mostra dell'artista che propone una selezione eterogenea di lavori in cui riscontra una costante ricerca che, partendo dalla dimensione intima, affronta questioni centrali di carattere pubblico e politico, come la questione del diritto alla mobilità o la de-costruzione delle identità di genere. La mostra è dunque un itinerario liquido tra lavori sonori, progetti relazionali e atti performativi realizzati dall'artista in diverse parti del mondo. Buona visione!

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L’atmosfera nella seconda sala è un tuffo nella dimensione marina, dove luci cerulee e voci corali ti guidano in una narrazione a due toni dove tra preghiere e testi profani si sviluppa un dualismo poetico e dialettico che rievoca la profondità marina. Accompagnata da libelli da leggere seduti, la riproduzione si assiste come foste spettatori di un concerto.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Il trittico “Nel dubbio” si compone della rappresentazione fotografica di un collo, visibile nella fase iniziale e finale di un processo che viene svelato in un video. In questo caso è la vista che guida lo spettatore attraverso la ripetizione di movenze legate al gesto di indossare degli amuleti. Questi, accumulati, acquisiscono valore fino a divenire un rituale.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

La terza sezione prende vita da una suggestione dell’artista durante uno spostamento in funicolare nella sua terra natìa. “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” vuole essere la voce della trasformazione della società odierna, attraverso la costituzione di un partito apolitico mosso dalle volontà degli attori locali. Gli attivisti partenopei intervistati promuovono l’emancipazione e l’integrazione, sottolineando i diritti per un riconoscimento identitario che passa attraverso la fisionomia dell’individuo, il naso appunto, per giungere a riflessioni politiche e sociali. L’artista traspone materialmente le interviste e le rende manifesto con gadget e un carretto ambulante, simbolo di una propaganda mobile e polifonica, il cui motto pronuncia “Usa gli occhi – usa le orecchie – abbi naso”.

Anna Raimondo crea spazi polifonici e attraverso una pluralità di mezzi artistici (performance, video, sonoro) mette in connessione tempi e personalità, affrontando il tema tanto sociale quanto ostico dell’identità di genere.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

La mostra FNNP è in dialogo con l’installazione sonora presso il Sound Corner dell’Auditorium Parco della Musica. Nell’angolo del suono si riproduce il video “Mediterraneo” presentato ad Aprile, presso AlbumArte in “Mediterraneo Sensibile”. Entrambe visitabili fino al 29 Febbraio.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo
Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Per le foto della mostra personale “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” di Anna Raimondo si ringrazia l'Ufficio Stampa AlbumArte, foto di Sebastiano Luciano.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo


"La Pittura è una storia italiana"

Nell'ambito dell'Art Week bolognese, che si è svolta dal 17 al 26 gennaio 2020 e che ha visto anche l'ottava edizione di ART CITY Bologna, incontriamo pure la 44° edizione di ArteFiera Bologna. Diretta per la seconda volta da Simone Menegoi, si è presentata ricca di novità.

Le gallerie partecipanti - sia italiane che straniere - sono state 155. La maggior parte degli stand si trovavano nella Main Section; non bisogna tuttavia sminuire l'importanza delle altre tre sezioni, curate su invito come ogni anno: si tratta di Fotografia e immagini in movimento a cui si aggiungono, in questo nuovo format di Menegoi Focus e Pittura XXI.

ArteFiera Bologna

Prima fiera in tutto il mondo ad avere una sezione interamente dedicata alla pittura contemporanea, sostiene l'importanza che viene data in quest'edizione al medium pittura. Menegoi afferma: "Mi sembra che ArteFiera sia il luogo ideale per un tentativo del genere, è una fiera che ha un forte radicamento nell’arte del dopoguerra e dove i media tradizionali (soprattutto la pittura) sono di casa." La Pittura è l'unico medium ad aver conservato un' identità specifica e al tempo stesso è stata capace di affrontare tutti i temi del nostro tempo, continuando a dimostrarsi parte integrante del DNA dell'artista italiano.

ArteFiera Bologna

Anche la sezione Pittura XXI - curata da Davide Ferri - appoggia quest'idea, indagando e esplorando il panorama contemporaneo di questo medium.

Mentre la sezione Focus - curata da Laura Cherubini - dimostra una volta per tutte il costante rapporto - seppur non sempre visibile - che l'arte italiana ha sempre avuto col medium pittura. L'idea è stata raccontare quel periodo dell'arte che dagli anni Cinquanta fino ai Settanta, nonostante sia stato particolarmente variegato, fertile e sperimentale, ci ha dimostrato che in Italia la pittura c'è sempre stata.

Come afferma l'artista Giulio de Dominicis: "La pittura è una storia italiana".

Anche quest'anno si è riconfermata la sezione Fotografia e immagini in movimento, curata dal collettivo FANTOM. Attraverso un percorso tra i vari stand realizza un vero e proprio osservatorio di ricerche sul nostro rapporto con la fotografia e i video, che sono diventati strumenti essenziali della nostra quotidianità, ma che continuano a trasformare la percezione che abbiamo del mondo e dello spazio che ci circonda.

Una nota positiva diffusa tra un pubblico più attento e curioso è l’area destinata all'editoria. Sempre più apprezzata dal pubblico, testimonia l’aumento della comunicazione sul mondo dell’arte tramite riviste e libri d'autore.

Ma in un momento in cui il calendario dell'arte è saturo tra fiere, eventi e quant'altro, riusciranno i collezionisti e gli addetti ai lavori a cogliere lo spunto di riflessione lanciato prima dal direttore Simone Menegoi poi dai curatori Davide Ferri e Laura Cherubini, di rivalutare l'importanza e il rapporto che noi italiani abbiamo con la pittura?

Lo capiremo solamente restando aggiornati sui prossimi appuntamenti del mondo dell'arte.

Foto e video relativi ad ArteFiera Bologna sono opera di Sarah Campisi


Lavandai, minotauri e crocefissi blasfemi: il mondo del graffito latino

SCRIPTA MANENT II
Lavandai, minotauri e crocefissi blasfemi:

il mondo del graffito latino

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Graffiti conservati nel Museo Romano di Augusta Raurica (in Svizzera), foto di Codrin.B, CC BY-SA 3.0

Al giorno d'oggi, quando abbiamo a che fare con un graffito, se non nel contesto di una mostra d'arte contemporanea probabilmente ci troveremo alle prese con una scritta o un disegno ingiurioso, comparsi nottetempo sul muro di casa a opera di un vandalo; persone un po' più smaliziate penseranno invece alle tracce artistiche che i nostri progenitori hanno lasciato su volte e pareti di grotte e caverne.

In effetti l'uomo scrive e disegna sui muri da sempre, perlomeno da quando ha acquisito la consapevolezza di saperlo fare; è bene però precisare che la parola graffito, che oggi indica essenzialmente tutte le tipologie di scrittura sui muri, ha un'origine etimologica ben precisa: si tratta di scritture o disegni a sgraffio, praticati a secco incidendo lievemente il supporto con uno strumento appuntito.

I graffiti sono stati realizzati, nel corso della storia dell'umanità, da persone distanti tra loro nello spazio, nel tempo, nello status sociale e nel grado di alfabetizzazione. Sgraffiavano, come abbiamo già detto, gli uomini del Paleolitico; i prigionieri delle carceri imprimevano sui muri la loro pena e quanti giorni mancavano alla sua fine; tra Firenze e Roma si trovano numerose tracce graffite di Michelangelo Buonarroti; sulle pareti di molti luoghi di culto si sono sovrapposti secoli di preghiere e invocazioni incise dai pellegrini in visita.

Per quale motivo il graffito ha conosciuto questa longeva diffusione, che solo in tempi recenti è divenuta socialmente inaccettabile? Le risposte sono svariate. In primo luogo, è un'arte che non necessita di una particolare strumentazione: basta un chiodo, un punteruolo, perfino una moneta, e l'intonaco o la nuda pietra diventano fogli su cui scrivere ciò che si desidera. Inoltre, rispetto alle scritture eseguite con un pigmento, le scritture a sgraffio appaiono maggiormente durevoli, poiché diventano parte integrante del supporto grafico. La ragione principale, tuttavia, risiede nell'inconscio di chi pratica il graffito: in pochi gesti e senza il bisogno di chissà quale ingegno si ottiene un segno tangibile della propria presenza in un dato luogo e in un dato momento, che al tempo stesso riassume tutte le capacità intellettuali dell'individuo, quali che esse siano. 'Io sono qui, adesso, so scrivere/disegnare questo, la cui traccia perdurerà nei secoli'; o perlomeno finché durerà ciò su cui si scrive.

Ne consegue che i graffiti di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo siano una fonte inestimabile di informazioni; in particolare, i numerosi graffiti pervenutici nei territori dell'Impero Romano, risalenti a un periodo compreso tra il secolo I a.C. e il III d.C., ci aiutano a ricostruire puntualmente l'evoluzione della scrittura latina, dagli albori fino al raggiungimento della sua maturità.

L'Impero dei graffiti

Il mondo romano nell'età imperiale è un variegato mosaico di culture, usanze e religioni uniformati dal senso di identitas raggiunto nei secoli precedenti. C'è un grado di alfabetizzazione altissimo, anche se molto diversificato a seconda degli strati sociali e delle loro necessità: leggono, scrivono e fan di conto gli schiavi, ma solo per servire i propri padroni; così mercanti e artigiani per fare al meglio il proprio lavoro; nelle classi più alte si legge e si scrive anche per diletto, per studiare gli antichi testi o per produrre nuova letteratura.

Ma soprattutto, in un tempo in cui la carta non esiste, qualsiasi cosa meritevole di registrazione dev'essere incisa su pietra ed esposta al pubblico perché tutti ne vengano a conoscenza: è in ambito epigrafico, infatti, che la scrittura autoctona si canonizza in un alfabeto completamente nuovo, dal disegno semplice ma elegante, che oggi chiamiamo scrittura capitale, dal quale deriveranno poi tutte le scritture librarie e documentarie che ancora oggi adoperiamo.

L'Impero è dunque, come dice Guglielmo Cavallo, “un'unica, enorme pagina [...] che i grandi scrivono e i piccoli leggono”. Anche i piccoli scrivono sulla pietra, nei limiti delle loro possibilità: non potendo permettersi lapidi e lapicidi, i comuni cittadini praticano graffiti. Ci è pervenuta un'immensa quantità di scritture a sgraffio risalenti all'epoca qui trattata e pertinenti alla sfera popolare; scritture e disegni su intonaco sono stati rinvenuti in tutte le zone dell'Impero, ma in particolare Roma e le città vesuviane si sono rivelate vere e proprie miniere di graffiti.

Attraverso l'esame dei graffiti è stato possibile tracciarne alcune caratteristiche generali: nel periodo preso in esame, naturalmente, la scrittura con cui essi vengono vergati è la capitale; tuttavia l'angolo di scrittura comportato dalla verticalità del supporto e il forte attrito dello strumento su di esso fanno sì che l'eleganza e il rigore formale di questo alfabeto vengano meno. Le lettere dei graffiti sono in gran parte deformate, sconnesse, coi tratti verticali eccessivamente lunghi e quelli orizzontali sghembi; la lettura risulta abbastanza ostica, ma ci aiuta a ricostruire ciò che non trova spazio nella solennità della lapidi romane: un mondo fatto di gesti quotidiani, di rapporti umani semplici e di usanze che spesso sono in grado di sorprendere.

Il quotidiano nelle scritte

La stragrande maggioranza dei graffiti romani non differisce affatto da quelli che leggiamo oggi: si tratta molto spesso della scrittura del proprio prenomen, quasi sempre accompagnato da nomen e/o dal cognomen. A essi poteva o meno seguire qualche ulteriore informazione come un eventuale soprannome, la professione, riferimenti al fisico (“grande”, “grasso”, “dai capelli rossi”) o l'oggetto del proprio amore. Questo era un modo per affermare la propria identità, che del resto è una delle principali condizioni psicologiche dell'essere umano.

graffito Minotauro Labirinto Pompei
Il graffito pompeiano dalla casa di Marco Lucrezio. Immagine tratta dal libro di William Henry Matthews, Mazes and labyrinths; a general account of their history and developments, London, New York, etc. Longmans, Green, 1922

Altre volte il nome presente non era il proprio ma quello di qualcun altro: poteva trattarsi di un'espressione di gratitudine o di amicizia, ma più che altro in questi casi c'era l'intenzione di burlarsi o addirittura insultare la persona in questione descrivendola con termini poco lusinghieri. A volte, se l'abilità dello scrivente lo permetteva, le scritte erano accompagnate da semplici disegni coerenti o meno con quanto riportato nella scritta: frequenti erano ritratti, autoritratti e caricature, ma anche scene di lotta, immagini di cibarie e di animali. In un graffito rinvenuto a Pompei, per esempio, è raffigurato un tortuoso labirinto, assieme alla didascalia hic habitat minotaurus. Non era infrequente citare elementi mitologici o addirittura interi brani di opere letterarie: far ciò equivaleva ad affermare le proprie conoscenze, che spesso erano superiori alla media della classe sociale d'appartenenza. Di conseguenza frasi come il celebre incipit dell'Eneide, all'epoca opera universalmente nota in ambito romano, appaiono spesso nei graffiti, un po' come accaduto in tempi recenti con la frase io e te tre metri sopra al cielo (perdonateci il paragone).

Esiste poi una categoria di scritture piuttosto particolare, principalmente rinvenute in botteghe o edifici di carattere commerciale: accanto al suo nome e alla sua professione di negoziante, chi verga appone lodi circa il suo operato, la qualità dei prodotti che vende, offerte speciali e prestazioni che oggi chiameremmo extra-budget; inoltre, esattamente come avviene oggi, spesso queste iscrizioni erano corredate da un disegno o da veri e propri slogan ante litteram: i manifesti dovevano ancora essere inventati, pertanto ci si ingegnava in questa maniera.

Un singolare graffito sembra riassumere in sé tutte le tipologie sopra citate; rinvenuto nei pressi di una fullonica appartenuta a un certo Fabius Ululitremulus, vi si legge la seguente frase:

Fullones ululamque cano, non arma virumque

(“Io canto i lavandai e le civette, non le armi e l'uomo”).

Con un geniale riferimento al poema più in voga dell'epoca, si fa una scherzosa ingiuria al povero Fabius, il cui cognomen era etimologicamente collegato alle civette (in latino ulula)!

Tre iscrizioni pompeiane che si riferiscono al celebre incipit dell'Eneide. Immagine realizzata da Fer.filol, in pubblico dominio

Tra sacro e profano

In alcuni casi, più che alla propria identità i graffiti erano collegati direttamente alla funzione del luogo dove venivano praticati: nelle aree mercatali, per esempio, ci si imbatte spesso in scritte che registrano l'entusiasmo per aver fatto un buon affare, o al contrario lamentano una truffa indicando le generalità del mercante disonesto. Gli esempi più calzanti di questo assioma si trovano in due luoghi diametralmente opposti tra loro: templi e lupanari.

Nel primo caso, il fatto di incidere una scritta che rimanesse nel tempio anche dopo che lo scrivente era andato via, serviva a estendere ad libitum la sua permanenza in quel luogo, e per estensione la sua orazione. Fedeli e pellegrini vergavano su colonne e muri dei templi il proprio nome, una breve preghiera o semplicemente la parola iuva o iuvate (“giova, giovate”), che oltre a sintetizzare tutte le richieste era anche semplice da sgraffiare.

Il discorso si fa più complesso quando parliamo dei lupanari, nei quali i graffiti avevano una pluralità di valenze: le lupae scrivevano infatti il loro tariffario e le loro specialità, mentre i clienti, ricevuta la prestazione, indicavano i loro piatti forti o, più raramente, ciò che non avevano gradito.

Le componenti religiose e sessuali del quotidiano compaiono sono frequenti nei graffiti, anche al di fuori dei luoghi a esse deputati: invocazioni alle divinità compaiono in maniera estemporanea lungo le vie pompeiane, unitamente ai vanesi resoconti delle proprie avventure amorose, con espliciti riferimenti al numero di rapporti e... di partner.

Dalla microstoria alla Storia: il graffito di Alexamenos

graffito di Alexamenos
Il graffito di Alexamenos, foto da "Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries", 1898, di Rodolfo Lanciani, capitolo 5. Immagine in pubblico dominio

Gli esempi visti finora ci hanno permesso di avere un'interessante panoramica sulla vita quotidiana delle popolazioni romane nei primi secoli dopo Cristo, che in effetti non era poi molto differente da quella attuale; in altre parole i graffiti sembrano funzionali alla ricostruzione della microstoria che fa da corollario alla Storia con la esse maiuscola, grande assente di questa disamina.

Un esemplare su tutti ribalta questa tesi: il cosiddetto graffito di Alexamenos. Rinvenuto a Roma alla fine del secolo XIX, nella zona del palazzo imperiale di Domiziano, questo graffito data intorno al II secolo d.C.; praticato su una superficie di tufo intonacato (e dunque scarsamente visibile se non a distanza molto ravvicinata) è oggi conservato presso l'antiquarium del colle Palatino, nel parco archeologico dei Fori Imperiali.

graffito di Alexamenos
Il graffito di Alexamenos, ripreso da "Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries", 1898, di Rodolfo Lanciani, capitolo 5. Immagine in pubblico dominio

Il graffito presenta il disegno di un uomo nell'atto di pregare o porgere la propria offerta a una divinità raffigurata come un uomo nudo appeso a una croce, visto di spalle, con una grottesca testa di mulo o asino. Tutto intorno corre una scritta in greco che è stata interpretata come ΑλΕξΑΜΕΝΟς CЄΒΕΤΕ ΘΕΩN, traducibile come “Alexamenos venera dio”: è piuttosto chiaro che il graffito sia stato realizzato con l'intenzione di prendersi gioco, in maniera alquanto pesante, di una persona di fede cristiana.

Al di là delle implicazioni teologiche delle quali parleremo più avanti, perché abbiamo scelto un graffito in greco per parlare di scrittura latina? In effetti, l'analisi paleografica e, in simultanea, quella linguistica hanno permesso di appurare che lo scrivente non fosse di madrelingua greca, e che invece adoperasse abitualmente l'alfabeto latino: tutto ciò non risulta sorprendente se consideriamo che il graffito è stato rinvenuto nella zona nella quale è stato identificato il paedagogium, una vera e propria scuola dove agli schiavi bambini e adolescenti venivano formati per essere destinati poi a servire in case aristocratiche: cosa non da poco, perché possedere un minimo di cultura poteva avere come esito una futura liberazione. Nel paedagogium convergevano ragazzi autoctoni e provenienti da svariate zone dell'Impero e anche al di fuori, portandosi dietro il proprio bagaglio di culture, credenze e religioni, tra le quali quella cristiana, all'epoca piuttosto recente. L'irriverente disegno del graffito di Alexamenos è in effetti ritenuto la prima raffigurazione, quantunque blasfema, della crocefissione di Cristo: da essa possiamo trarre informazioni che gettano luce sulla situazione dei cristiani dei primi secoli, talvolta in controtendenza rispetto alle tradizionali opinioni in merito.

L'idea più diffusa del primo cristianesimo è quella di una religione nascosta, sotterranea, odiata e sanguinosamente perseguitata, al punto da costringere i fedeli ad adottare espedienti estremi per mantenerla segreta, come ad esempio tener celati i propri simboli: tutti abbiamo in mente il pittogramma del pesce che racchiude l'acronimo di Gesù Cristo, o la crux dissimulata, la croce resa irriconoscibile mediante la trasformazione grafica in àncora.

Il graffito di Alexamenos sembra smentire, almeno parzialmente, questa visione: innanzitutto, la sua stessa esistenza non può prescindere dal fatto che la fede di Alexamenos fosse palese e sostanzialmente accettata, almeno al punto da poter essere esibita in maniera piuttosto manifesta da chi voleva schernirla. Di sicuro non era vista sotto una luce positiva: il dio venerato da Alexamenos ricorda più che altro un demone, con quella sua testa equina e le terga bene in mostra; il graffito sembra tuttavia limitarsi a sbeffeggiare piuttosto che condannare, anche se in un atteggiamento che oggi definiremmo politically incorrect: siamo comunque lontani dalle invettive contro i cristiani riportate nelle opere di Origene e Tertulliano, ben più crudeli e sanguinose.

Il dato più importante, tuttavia, rimane la presenza stessa della croce: del fatto che il cristianesimo degli albori fosse aniconico siamo abbastanza certi; sorprende dunque che chi ha vergato l'ingiuria sembri essere perfettamente a conoscenza di quale sia il simbolo per eccellenza del cristianesimo, che non sarà raffigurato in maniera sistematica per almeno altri due secoli.

graffito di Alexamenos
Dettaglio del graffito di Alexamenos. Foto di Mariano Rizzo e Gianluca Colazzo

Purtroppo il graffito di Alexamenos sembra essere l'unica prova pervenutaci che nel II secolo d.C. il simbolo della croce fosse conosciuto al di fuori degli ambienti cristiani e a essi correttamente associato; tuttavia si può ragionevolmente concludere che in questo periodo la religione cristiana venisse considerata dai pagani al pari di tutte le altre religioni professate nei territori dell'Impero: di essa si aveva un'idea superficiale, se ne conoscevano i principi di base, ma la si vedeva più che altro come una superstizione, al punto da poterne dileggiare gli adepti. In questo contesto le persecuzioni andrebbero lette come atto squisitamente politico, allo stesso modo dell'Editto di Costantino che nel 313 d.C. consentì la libertà di culto. Tesi, quest'ultima, che la moderna storiografia ha da tempo accettato.

BIBLIOGRAFIA

CARLETTI C., Epigrafia dei cristiani in Occidente. Ideologia e prassi (secoli III – VII), Bari 2008.

CARLETTI C., Minuscole lapidarie. A proposito di un'iscrizione funeraria dell'anno 330, in FIORETTI P. (a c.), Storia di cultura scritta. Studi per Francesco Magistrale, Spoleto 2012.

CAVALLO G., Scrivere e leggere nella città antica, Roma 2019.

DONATI A., GENTILI G. (a c.), Costantino il Grande: la civiltà al bivio tra Occidente e Oriente, Cinisello Balsamo 2005.

SMITH B.C., Alexamenos. A christian mocked for believing in a crucified god http://www.textexcavation.com/alexamenos.html (En)


Cento anni di Emilio Vedova

In occasione del centenario della nascita di Emilio Vedova -artista che con il suo operato ha influenzato e tutt'ora influenza l'arte contemporanea- la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova  conclude il ciclo di eventi realizzati per l'occasione al Palazzo Reale di Milano. La mostra "Emilio Vedova", inaugurata il 6 dicembre 2019 e che resterà aperta fino al 9 febbraio 2020, è stata promossa dalla Fondazione in collaborazione con il comune di Milano e il Palazzo Reale.

La curatela di questo evento non poteva che essere affidata a Germano Celant. L'allestimento da lui ideato, realizzato insieme allo studio di architettura Alivisi-Kirimoto, mette in scena l'intera carriera artistica del Maestro, dai primi anni del momento figurativo e geometrico, passando poi per il periodo informale, fino ad arrivare ai tondi e ai dischi, dai caratteri spaziali più decisi, che lo hanno reso celebre.

Il percorso espositivo comincia nella sala del Piccolo Lucernario dove alcuni pannelli accompagnati da una selezione di opere, che vanno dagli anni quaranta fino ai novanta, raccontano la vita dell'artista.

Emilio VedovaCiò che stupisce maggiormente è l'ingresso nella scenografica Sala delle Cariatidi. Progettata nella metà del Settecento come simbolo del potere politico, subisce nel Novecento i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Solo nel 2000 si comincia un'operazione di restauro per recuperare e consolidare le parti originali. Per le sue caratteristiche architettoniche la Sala delle Cariatidi è il luogo ideale dove incontrare il linguaggio spaziale e scenografico, ma al tempo stesso essenziale, di Emilio Vedova. Le opere qui selezionate da Germano Celant sono separate da un muro grigio antracite alto 5 metri, che crea un percorso in cui accompagnare e guidare il visitatore. In questo contesto l'intervento minimale dello studio Alivisi-Kirimoto, che consiste nell’inserimento di una struttura rettangolare in tubi metallici sospesa, permette la perfetta illuminazione delle opere. Ulteriore fattore a rendere ancora più spettacolare la sala è la presenza di numerosi specchi posti al posto delle finestre, ciascuna incrniciata da due cariatidi da cui prende il nome la sala. La creazione del riflesso delle opere negli specchi permette al visitatore di entrarvi dentro e farne parte.

Emilio Vedova Emilio VedovaEmilio VedovaCosì con la selezione di opere che vanno dal ‘55 al ‘65, in particolare con il ciclo Absurdes Berliner Tagebuch '64, il visitatore, insieme all'opera, mette in atto sentimenti di rabbia e tensione che preannunciano i temi ribelli del 68'. Al contrario i dischi e i tondi degli anni ‘80 annunciano un principio di ordine e perfezione individuato nella forme circolari. La parte finale del percorso con le opere degli anni ‘90 – emblematica la struttura Chi brucia un libro, brucia un uomo, che riproduce pagine movibili di un libro nero, bruciato, strappato - rappresentano la denuncia dell'artista contro una società inerte che assiste al declino e alla distruzione della memoria.

Emilio Vedova

Tutte le foto sono di Rita Roberta Esposito.

Emilio Vedova


Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXI

Maria Lai: una fiaba tessuta "tenendo per mano il sole"

Galleria 3, MAXXI – Roma. Si celebra qui il centenario della nascita di Maria Lai con la mostra Tenendo per mano il sole, interamente dedicata alle opere dell’artista realizzate dagli anni ’60 dello scorso millennio ai primi anni duemila.

Lo spazio espositivo è a prova di eco; un’immensa distesa di bianco in cui l’arte ci tiene per mano, in cui l’arte è guida e voce narrante. Nella sala una serie di spazi si susseguono senza la necessità di percorrerli secondo un filo crono-logico. Proprio il filo, come elemento tangibile e concreto nella sua dimensione fisica, diviene principio e fine della mostra.

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXILa tecnica utilizzata da Maria Lai è la tessitura: cucita, tratteggiata, ricamata o lievemente accennata. Questa procedura millenaria tesse la trama di una storia che affonda le sue radici nella Sardegna montuosa, quella contadina e rurale da cui Maria Lai si allontana e verso la quale avverte una condizione di doppia estraneità: come sarda e come donna. L’arte come pedagogia è dunque la visione che più si adatta a semantizzare il percorso della mostra.

L’allestimento si articola in un primo ambiente informativo dove tramite una linea del tempo si ripercorrono le tappe fondamentali della vita di Maria Lai. Il corridoio conduce lo spettatore in uno spazio in cui da subito si evince la celebrazione del libro; il quale è fiaba, rinascita e forza motrice. Affascinante è lo strabordare dei fili che, quasi senza peso, amano stare qua e là attorno al libro, simili nella forma alle reti dei pescatori. La mano dell’artista affonda l’ago per poi risalire con un tratto di filo; questo gesto, ripetuto, è la creazione di uno spazio vitale su cui vibrano emozioni, pensieri ed esperienze.

Tenendo per mano il sole è il primo esempio di fiaba cucita, in cui l’artista tesse i passi del cammino per raggiungere il sole dalle tenebre come metafora di salvezza. Seguono la serie di tappeti, giochi d’artista e le carte geografiche su stoffa e foglio acetato.

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXIL’ultima sezione L’arte ci prende per mano. Incontrare e partecipare insiste sugli interventi pubblici e sulle azioni partecipative. Teli bianchi pendono dal soffitto a mo’ di stendarti, troppo in alto per passare inosservati, troppo grandi per non essere leggibili. Lo spazio sembra lievitato improvvisamente come a catapultare il visitatore in una realtà esterna.

Ulassai è lo scenario in cui i teli dovrebbero essere immaginati dall’osservatore; svolazzanti dalle finestre e dai balconi delle case quasi a scendere fino a terra ed essere intrattenimento per i bambini. Si tratta in fin dei conti di un espediente didattico, di un foglio bianco dai margini sconfinati in cui frasi e parole si adagiano con rispetto all’interno delle righe. Può che non essere Maria Lai la miglior tessitrice di fiabe per un pubblico ancora bisognoso di magia?

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXITutte le foto sono di Valerio Bellavia


metro Open House Napoli

Un giro in metro con Open House Napoli

Un giro in metro con Open House Napoli: alla scoperta delle periferie

Se vogliamo paragonare la vita a qualcosa, dobbiamo paragonarla a un volo attraverso la metropolitana lanciata a ottanta chilometri all’ora… per approdare all’altra estremità senza più una sola forcina nei capelli! Sparati ai piedi di Dio completamente nudi! Capitombolati a testa in giù sui prati di asfodeli come pacchetti avvolti in carta marrone, incanalati lungo lo scivolo di un ufficio postale! Con i capelli che volano indietro come la coda di un cavallo da corsa. 

(Virginia Woolf, Il segno sul muro, 1917)

In una città proteiforme e unica come Napoli la vita scorre veloce tra i sedimenti della sua storia millenaria; spesso scorre velocissima come una sorgente e poi, d’improvviso, si cheta, e come l’acqua del temporale te ‘nfonne e va.

Ll’acqua fragne ‘nterr’â rena/saglie, sciùlia e se ne va…, recita la Campagnata Napulitana di Ernesto Murolo ma nel 1919, quando la scrisse, non c’era ancora la metropolitana a Napoli a toglierci le forcine dai capelli, come dice la Woolf, e a spararci da un capo all’altro della città alla ricerca di una Nénna, né’.

A Napoli devono aver pensato, allora, che sottrarre la vista e il profumo del mare agli sventurati passeggeri della metro sotterranea dovesse essere in qualche modo compensato e così hanno chiamato gli artisti più creativi dell’arte contemporanea a trasformare le stazioni in scatole di emozioni, luoghi della follia di Muse. Tutti noi conosciamo quelle più celebri e riuscite come Museo, Toledo, Garibaldi, ma, se proseguiamo per i moderni cunicoli borbonici, anziché trovarci tra le domus di Pompei ed Ercolano usciamo a riveder le stelle a Piscinola, Miano o Scampia.

Proprio nelle periferie sono riposte le energie più vitali della Napoli di oggi - come peraltro avviene anche in molte altre città - e qui le azioni della rigenerazione urbana sono più forti perché più convinte e sentite dagli abitanti. Qui, Open House Napoli ci offre l’occasione, il 26 e 27 ottobre, di scoprire luoghi inediti e ricchissimi di un’energia inedita e, finalmente, emersa alla luce del sole.

metro Open House NapoliSul sito di Open House Napoli www.openhousenapoli.org sono indicati gli orari, l’accessibilità, la possibilità di portare gli amici animali, l’eventuale necessità di prenotazione, di 100 luoghi unici dove troverete oltre 400 volontari a guidarvi alla loro scoperta. Ma adesso, siamo al termine della linea 1 della metro e siamo pronti per scoprire come la rigenerazione urbana veda l’arte e l’architettura tra i protagonisti di una società che si rinnova e che, anziché degrado, produce qualità urbana; proprio come quella che scoprirete alla Stazione Metro ANM Piscinola.

Dal 2013 la stazione Piscinola della Metropolitana Linea 1 di ANM - Azienda Napoletana Mobilità è dedicata a Felice Pignataro, maestro muralista e fondatore del GRIDAS di Scampìa. FELImetrò è infatti il nome dell’intervento artistico diffuso negli spazi della stazione ed è composto da dodici grandi pannelli fotografici, dall’atrio della stazione ai corridoi, fino alle scale mobili che conducono in banchina.


A raccontare il progetto artistico e la sua fusione con l’infrastruttura e il territorio sarà presente una guida d’eccezione: la moglie di Felice, Mirella La Magna Pignataro, che racconterà dell’impegno civile e culturale dell’artista scomparso e mai dimenticato, attraverso i suoi murales e le fotografie dei momenti del carnevale del GRIDAS di Scampia riprodotti nelle gigantografie che compongono la grande installazione FELImetrò.

Qui, allora, capiamo come l’architettura della stazione sia fatta, è vero, di matericità, ma anche dell’arte di un grande maestro contemporaneo nonché dalle idee, dalle istanze civili, dalla voglia di riscatto e rinascita portata avanti dal GRIDAS e dagli abitanti del quartiere.

Il GRIDAS, gruppo risveglio dal sonno (qui il riferimento è alla frase di una delle incisioni della "Quinta del sordo" di Francisco Goya: "el sueño de la razon produce monstros"), è un’associazione culturale senza scopi di lucro fondata nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna, Franco Vicario e altre persone riunite dall’intento comune di mettere le proprie capacità artistiche e culturali al servizio del prossimo per un risveglio delle coscienze assopite e per stimolare una partecipazione attiva alla società.

L'opera del GRIDAS si è caratterizzata, in oltre 30 anni, soprattutto con i murales realizzati da Felice Pignataro con gli altri membri del gruppo e con le scuole o i soggetti attivi che si sono rivolti all'associazione per avere un supporto "visibile" alle proprie battaglie sul territorio del napoletano e non solo. Dal 1983 organizza il Carnevale di quartiere a Scampìa con la finalità di dare un supporto creativo e culturale a tutte le realtà in lotta per il rispetto dei diritti dei più deboli (http://www.felicepignataro.org/home.php?mod=gridas).

Info visita:

Via Miano a Piscinola, 8, 80145 Napoli NA

Sabato 10:00 > 11:00

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 30
Accessibilità disabili: parziale
Bambini: si
Animali: si
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=54

metro Open House NapoliDa Piscinola a Scampia sono pochi passi e qui Open House Napoli ha organizzato un’altra visita che, gratuitamente, permette di scoprire realtà che anni addietro spaventavano e che oggi, grazie alla riqualificazione urbana in corso e grazie anche ad opere strategiche come le stazioni della metropolitana, generano la vita di Napoli, dei suoi centri e delle sue periferie. Raggiungiamo, allora, la Stazione Metro Scampìa.

Il nodo trasportistico Piscinola-Scampia è, infatti, la rappresentazione materiale del progetto di riqualificazione attivato dalla Regione Campania attraverso l’EAV - Ente Autonomo Volturno. È un modello di sviluppo territoriale delle periferie che, attraverso arte, luci, colori ed ecologia contribuisce ad attivare processi di inclusione sociale, rigenerazione urbana, innovazione culturale.


L’opera che visitiamo si compone di un nuovo edificio di collegamento tra il quartiere di Scampìa e le stazioni EAV e ANM - Azienda Napoletana Mobilità che, posto ad una quota superiore nel quartiere di Piscinola, realizza l’integrazione tra la linea su ferro e quella su gomma. Ad accompagnare i visitatori, insieme ai volontari di Open House Napoli, saranno anche i cittadini del quartiere e le associazioni del territorio, insieme ai progettisti e ai curatori artistici della stazione per una visita davvero unica.

All’esterno della stazione, all’imbocco di via Piero Gobetti sono i due straordinari murales dedicati a Pierpaolo Pasolini e Angela Davis realizzati dallo street-artist partenopeo Jorit (Jorit Agoch).

Come tutti i ritratti prodotti da Jorit, anche Pasolini e la Davis sono marchiati con strisce rosse sulle guance che, come dice lui stesso: “richiamano i rituali africani, in particolare la procedura della scarnificazione, cerimonia che segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta ed è legata al momento simbolico dell’entrata dell’individuo nella tribù”. Il volto, allora, diventa uno strumento per narrare la storia dell’umanità intera, l’espressione della nobiltà d’animo che sconfigge i soprusi della vita: “Non possiamo illuderci che l’arte cambi il mondo, che sia la soluzione ai problemi. Ma la street art è un mezzo per migliorare l’aspetto delle periferie. E per sostenerne il recupero sociale”. Osservate bene i ritratti perché, molto da vicino, potrete scorgere le cripto-scritte che l’artista ha nascosto tra i colpi di bomboletta carpendole dalle voci delle persone che passavano di lì mentre realizzava i murales…

Info visita:

Via Oliviero Zuccarini, 125, 80145 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:30 | 11:30 > 12:30 | 15:30 > 16:30 | 16:30 > 17:30 |

Domenica 10:30 > 11:30 | 11:30 > 12:30 | 15:30 > 16:30 | 16:30 > 17:30

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 20
Accessibilità disabili: si
Bambini: a partire dai 6 anni
Animali: si
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=55

metro Open House NapoliDalla stazione di Scampìa, attratti dai murales di Jorit, potremmo proseguire su via Gobetti e andare alla nuova Facoltà di Infermieristica disegnata da Vittorio Gregotti, altro pezzo forte delle scoperte di Open House Napoli, ma, visto che seguiamo il fiume carsico delle metropolitane, preferirei fare un salto al cantiere della Stazione Miano, non molto distante.

Quello della stazione di Miano è uno dei cantieri in avanzato stato realizzativo, inserito nell’ambito dei lavori per il completamento della chiusura dell’anello della linea 1 della Metropolitana di Napoli, che prevede altre tre stazioni: Secondigliano, Di Vittorio e Regina Margherita. Il completamento del progetto realizzerà un’unica linea circolare senza soluzione di continuità Piscinola-Dante-Capodichino-Piscinola, inserendo l’aeroporto nel sistema di linee urbane ed extraurbane su ferro, ed eliminando la “rottura di carico” a Piscinola tra il sistema extraurbano (Aversa-Piscinola) e il sistema urbano (linea 1 della Metropolitana di Napoli). Questo è uno dei due cantieri aperti da EAV - Ente Autonomo Volturno per Open House Napoli (l’altro è Monte Sant’Angelo), per far conoscere e toccare con mano la città in divenire.

Dobbiamo aspettare ancora un po’ di tempo, ma tra poco, da Miano potremo tornare alla nostra base con la metro, rivedere il mare e… ritrovare la nostra Nénna, né’.

Info visita:

Via Miano, 212, 80145 Napoli NA
Sabato 10:30 > 11:30 | 11:30 > 12:30

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 10
Accessibilità disabili: no
Bambini: a partire dai 13 anni
Animali: no
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=53


La Napoli contemporanea e uno sguardo al futuro con i percorsi Open House

"La bellezza è una promessa di felicità e Napoli è pronta per questa nuova speranza".
Con questa incoraggiante affermazione, il critico d'arte napoletano Achille Bonito Oliva sintetizzava la personale soddisfazione nel commentare l'inaspettato successo riscontrato nella "sua" città, per la mostra dedicata ad Andy Warhol nell'ormai lontano 2014 al Palazzo delle Arti (PAN).
Tra il genio della Pop Art e la città partenopea del resto c'è sempre stato un feeling particolare, evidenziato dal fatto che lo stesso Warhol scelse Napoli in più occasioni, per trarre ispirazione nella realizzazione delle proprie opere d'arte. E del resto la città - sia per ricambiare la fiducia riposta, sia perchè ammirata, stuzzicata dalla evidente impronta classicista con cui l'artista americano ha sempre voluto caratterizzare i suoi lavori - ha sempre accolto e tuttora accoglie con grande entusiasmo e partecipazione la realizzazione di mostre a lui dedicate in città, non ultima quella da poco inaugurata (26 settembre scorso) presso il complesso della Basilica della Pietrasanta.
Con questo essenziale preambolo, quindi, rincuorati dalla sempre crescente attenzione mostrata negli ultimi anni dai napoletani verso le diverse forme di arte contemporanea, ci apprestiamo, grazie soprattutto alle possibilità incredibili che ci vengono offerte dalla due giorni dell'evento Open House Napoli che caratterizzerà il weekend nei giorni 26 e 27 ottobre, a farvi vivere, attraverso un itinerario tematico appositamente creato, un viaggio nuovo, stimolante e ricco di sorprese in una Napoli insolita, non stereotipata. Una Napoli contemporanea, una città in perenne lotta fra le sue tante contraddizioni, ma che sembra caratterizzata da uno spirito nuovo, un fermento culturale che pare voglia aprire le porte con entusiasmo alle migliori produzioni artistiche contemporanee.
Una Napoli insomma che non vuole crogiolarsi nel ricordo e attraverso le testimonianze anche materiali del suo glorioso passato sembra guadare con fiducia al futuro.
Nella creazione di questo itinerario, infine, abbiamo voluto selezionare i luoghi vestendo i panni del visitatore, il quale, uscendo (metaforicamente) fuori dalla propria casa per andare incontro a un qualcosa che forse per lui rappresenta ancora l'ignoto, vuole compiere la sua piccola rivoluzione rispetto alle consolidate abitudini compiendo un passo alla volta. Proprio in virtù di questo, inizieremo il nostro itinerario visitando la Dafna Home Gallery,una sorta di casa privata destinata a galleria d'arte, proseguiremo la visita ammirando lo Spazio Nea e termineremo visitando il MADRE, vero e proprio Tempio dell'Arte contemporanea partenopea.
 
La Napoli Contemporanea: Uno Sguardo Al Futuro
Dafna Home Gallery. Foto: Open House Napoli
 
1. La Dafna Home Gallery 
La Dafna Home Gallery è uno spazio espositivo dedicato all'arte contemporanea, inaugurato nel 2010 da Danilo Ambrosino e Anna Fresa nel settecentesco Palazzo dei Principi Albertini di Cimitile.
Nasce dalla volonta' di creare un ambiente informale nel quale il rapporto con le opere d'arte sia più accessibile e diretto, lontano cioè dalle asettiche atmosfere che caratterizzano alcune gallerie.
In questo luogo, una cui porzione costituisce anche la residenza di Danilo Ambrosino, lui stesso artista, le opere sembrano trovare una naturale ed ideale collocazione, favorita certamente dal rapporto dialettico con lo spazio abitato e con gli oggetti della vita quotidiana.
La Galleria, ristrutturata dall'architetto Anna Fresa, presenta due ambienti destinati alle esposizioni; sul lato occidentale si apre un'ampia vetrata che da sul terrazzo, dal quale si può ammirare sulla facciata il monumentale portale, sormontato dallo stemma dei Principi Albertini di Cimitile.
Il 23 Ottobre, quindi in prossimità dell'evento OpenHouse, la DAFNA aprirà la stagione con la mostra di Gloria Pastore, artista napoletana, i cui lavori sono presenti al Museo del Novecento a San Martino e in importanti istituzioni e collezioni pubbliche e private.
 
INFO UTILI
 
La Dafna Home Gallery si trova in via Santa Teresa degli Scalzi, 76 
L'Ingresso alla struttura è libero per ordine di arrivo
Durata della visita: 60 min.
apertura: Sabato 26/10 dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Domenica 27/10 dalle ore 10.00 alle ore 19.00
Numero di persone per visita: 25
Accessibile per disabili e bambini
Non accessibile per animali
L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato
Spazio Nea. Foto: Open House Napoli
 
2. Spazio Nea 
Spazio Nea, galleria di arte contemporanea nel centro storico di Napoli, è stata fondata da Luigi Solito nel 2011 con l'idea di superare le forme del mercato attuale, attraverso una crescita bilanciata tra nuovi collezionisti e figure professionali emergenti, per facilitare fruizione, conoscenza e sapere, puntando sulla qualità di artisti affermati nel panorama internazionale e giovani emergenti.
A pochi passi dalla galleria fondata nel distretto culturale che comprende l'Accademia delle Belle Arti, il MANN e il Conservatorio di San Pietro a Majella, Spazio NEA è inoltre uno spazio vivo dedicato alle forme di intrattenimento culturale, un hub dove si incontrano le professionalità che hanno creato NEA e il suo progetto culturale.
Comprende una galleria d'arte contemporanea, uno spazio eventi e un marchio editoriale nazionale, la iemme edizioni.
INFO UTILI
 
Lo Spazio NEA si trova in via S. Maria di Costantinopoli, 53
L'Ingresso alla struttura è libero per ordine di arrivo
Durata della visita: 45 min.
apertura: Sabato 26/10 dalle ore 10.30 alle ore 19.00
Domenica 27/10 dalle ore 10.30 alle ore 19.00
Numero di persone per visita: 30
Accessibile per disabili, bambini e animali
L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato.
Museo MADRE. Foto: Open House Napoli
 
3. MADRE - Museo di Arte Contemporanea Donnaregina 
Il MADRE, acronimo di Museo di Arte Contemporanea Donnaregina, situato nel cuore antico di Napoli, nell'ottocentesco Palazzo Donnaregina, è affidato alla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee.
Restaurato su progetto dell'architetto portoghese Alvaro Siza Vieira, con la collaborazione dello Studio DAZ-Dumontet Antonini Zaske architetti associati di Napoli, l'edificio è uno splendido esempio di stratificazione storica, tipica di tutto il centro antico di Napoli.
Dell'originario complesso conventuale rimangono oggi solo la Chiesa omonima, che si affaccia su Piazza Donnaregina, costruita in epoca barocca, e la chiesa trecentesca di Donnaregina "vecchia", in stile gotico, che ha ospitato mostre ed eventi speciali organizzati dal MADRE.
Nel 2005 il MADRE inaugura i suoi spazi con l'apertura degli allestimenti site-specific nelle sale del primo piano; tra il 2005 e il 2006 l'intero edificio è completato, con l'apertura al pubblico delle sale al secondo piano, che oggi accolgono oltre 300 opere artistiche contemporanee, e quelle del terzo piano, destinate alle esposizioni temporanee.
 
INFO UTILI  
Il Museo Madre si trova in via Luigi Settembrini,79 
L'Ingresso alla struttura è su prenotazione al sito www.openhousenapoli.org
Durata della visita: 60 min.
apertura: Sabato 26/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.30 e dalle ore 12.00 alle ore 13.00
Domenica 27/10 dalle ore 10.30 alle ore 11.30 e dalle ore 12.00 alle ore 13.00
Numero di persone per visita: 25
Accessibilità parziale per disabili
Accessibile a bambini
Non accessibile ad animali.

Locroi Epizephyroi Andrea Chiesi

"Locroi Epizephyroi": Andrea Chiesi interviene al museo locale

Locroi Epizephyroi

Musei e parco archeologico nazionale di Locri

Locri (Reggio Calabria)

Giovedì 29 agosto 2019 – Ore 12.00

Locroi Epizephyroi Andrea Chiesi
Giovedì 29 agosto 2019, alle ore, 12.00, a Locri (Reggio Calabria), presso il Parco archeologico nazionale di Locri, si terranno un atteso intervento di Andrea Chiesi dal titolo Locroi Epizephyroi e la cerimonia di consegna di una sua opera al museo locrese. 
Visionario e poetico, Andrea Chiesi dipinge paesaggi contemporanei dai colori freddi e dai tratti veloci. Dedito alla pittura a olio e al disegno, di cui predilige la tecnica dell’inchiostro, sovente Chiesi raccoglie le sue impressioni di viaggio in taccuini, alla pari di un esploratore contemporaneo che durante un Grand Tour fissa in istanti eterni i ricordi. 
Per il Museo di Locri, Chiesi ha realizzato un taccuino espanso, un’opera che rispecchia la “responsabilità dell’artista”, ovvero la convinzione che ogni museo, seppur piccolo, sia spazio pubblico, in cui si sedimenta il senso di appartenenza della comunità e al contempo si favorisca la diffusione di valori condivisi. 
L’intervento di Andrea Chiesi è documentato da uno dei Contrappunti visivi, ovvero la sezione di audiovisivi di Ceilings per la regia di Giovanni Carpanzano e la fotografia di Demetrio Caracciolo, realizzato da Doc Servizi. È stato realizzato un making of sull’opera specifica e sulla poetica dell’artista, che sarà proiettato durante la giornata.
L’iniziativa è parte integrante del progetto Ceilings. Musei in rete, promosso e organizzato dall’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro.
Ceilings cofinanziato per il secondo anno consecutivo dalla Regione Calabria, vanta un accordo di valorizzazione con la Direzione territoriale delle reti museali della Calabria, già Polo museale della Calabria, nonché numerosi partner istituzionali e di settore. Ogni artista è invitato a confrontarsi con il territorio, con lo spazio museale, per realizzare interventi site-specific che si integrino con l’identità del luogo. Tali interventi artistici, lungi dall’essere una sterile operazione decorativa, rappresenteranno - e dovranno rappresentare nel lungo termine - la specificità della “rete dei musei”, per costituire quell’itinerario turistico del contemporaneo, tutto da scoprire, disseminato tra il patrimonio culturale della Regione.
Rossella Agostino - Direttore Museo e Parco Archeologico di Locri

Parteciperanno all’iniziativa: Rossella Agostino, direttore Musei e parco archeologico nazionale di Locri; Giuseppe Carmine Soriero, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro; Vittorio Politano, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro; Simona Caramia, curatrice del progetto e Anna Sofia, assessore alla cultura del comune di Locri.

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Banksy genius vandal

"Banksy. Genius or vandal?" A Lisbona la mostra che ha girato l'Europa

Si tiene a Lisbona (alla Cordoaria Nacional di Belém) la prima grande mostra portoghese dedicata al più celebre street artist: Banksy. Genius or vandal? La domanda appare retorica, perché probabilmente saranno rimasti in pochissimi a considerare Banksy un vandalo, non fosse altro per il fatto che ormai tutto ciò che tocca diventa oro. Si tratta però di una considerazione che ha sicuramente un valore storico e legato alla Street Art, e critiche in tal senso sono arrivate all'artista anche in un recentissimo passato. D'altra parte non si può non notare come sia vero pure il contrario, e cioè che un gran numero di opere di Banksy siano state vandalizzate.

Banksy. Genius or vandal? è una mostra realizzata in collaborazione con Lilley Fine Art - Contemporary Art Trader, uno dei pionieri nella rivendita delle stampe dell'artista. Si tratta di una mostra non autorizzata (come si dichiara nel sito e nella guida ufficiale, liberamente scaricabile da Izi.travel, e che si consiglia di utilizzare nella lettura dell'articolo) che è stata già presentata con successo a Mosca, San Pietroburgo e Madrid.

Una volta varcata la soglia (con gli immancabili ratti, uno degli animali ricorrenti nelle sue opere), ci si rende immediatamente conto del carattere multimediale della mostra. Tre schermi mostrano le più celebri opere dello street artist, realizzate nei diversi continenti. La maggior parte sono collocate nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ma non si possono non ricordare, ad esempio, quelle realizzate in Israele e in Cisgiordania. Diversi altri video sono presenti a intervalli più o meno regolari, nei corridoi della Cordoaria Nacional.

Nella stanza successiva è stata invece ricreata la scena dell'intervista a Banksy nel documentario Exit through the Gift Shop: a Banksy film. L'oscurità copre il volto e l'identità del controverso artista. Buona parte della mostra è però avvolta dalle tenebre, dalle quali emergono le opere. Si tratta di una scelta d'impatto e suggestiva, che però alle volte rende davvero difficile leggere le informazioni relative alle stesse.

Banksy genius vandal

A rendere controverso lo street artist non sono però solamente le questioni relative al vandalismo e alla sua identità, ma sicuramente anche il modo col quale lo stesso ha affrontato diversi temi "caldi" del nostro tempo. La mostra ripercorre quindi quelli che appaiono i temi a lui più cari: consumismo, politica, guerra, arte.

Sale Ends Today

Si comincia con la campagna Stop Esso, che nel 2000 lo vide al fianco di Greenpeace e a sostegno dell'ambiente e della ricerca relativa al riscaldamento globale. Più in generale, Banksy si è spesso scagliato contro il consumismo, con opere come Flying Shopper, Rose Trap, Sale Ends Today, Grin Reaper, Chocolate Donut, Barcode, Trolleys and Trolleys.

Brexit, fotografia

Altri temi che spesso ricorrono nelle opere dello street artist sono la politica e la guerra. L'opinione dell'artista è spesso espressa senza mezzi termini, anche dissacrando le istituzioni più importanti, come la Regina o il Parlamento. Tra le "vittime" più frequenti della satira di Banksy ci sono poliziotti, soldati e macchine da guerra. Tra le opere esposte, si segnalano Brexit, Monkey Parliament, Rude Copper, Turf War, Bomb Love, Happy Choppers, Heavy Weaponry, Monkey Detonator, Applause, Holocaust Lipstick, la terribile Napalm e forse la più celebre di tutte, Flower War/Love is in the Air.

Monkey Parliament

A voler fare l'avvocato del diavolo, viene quasi da chiedersi quanto l'artista sia davvero riuscito nelle sue battaglie, visto che le sue opere sono esse stesse oggetto di consumo, e lui stesso (come la stessa Street Art) pare ormai istituzionalizzato. Rimarcarlo troppo sarebbe però forse ingeneroso e tutto sommato anche sterile.

Banksy. Genius or vandal?
Applause

L'arte è un altro grande tema nei lavori dello street artist, che da un lato si interroga lui stesso, dall'altro si ritrova a fare satira sul mondo dell'arte contemporanea e sulla grande questione della percezione della stessa. Banksy può riprendere pure capolavori del passato, come la Ragazza con l'orecchino di perla di Johannes Vermeer, che diventa la Girl with pierced eardrum, oppure può ancora provocare affermando che se i graffiti cambiassero qualcosa, sarebbero illegali (If Graffiti Changed Anything).

Verso la metà del percorso si presentano le opere che dissacrano la Disney; grande spazio è riservato a Dismaland, un parco giochi decisamente non adatto ai bambini.

La mostra ripercorre buona parte della carriera di Banksy, con il Cans Festival, il Banksy vs Bristol Museum, la mostra Barely Legal, l'iniziativa del Walled Off Hotel, la Graffiti Wars con Robbo. Onnipresenti sono i soggetti preferiti da Banksy: ratti, scimmie, elefanti, bambini e anziani, poliziotti. Tra le opere esposte, ricordiamo infine Choose your Weapon Right, Pulp Fiction, e la Girl with a Balloon recentemente salita agli onori della cronaca durante un'asta di Sotheby.

Ovviamente si esce dalla mostra attraverso il negozio di souvenir (riprendendo letteralmente il documentario del 2010, Exit through the Gift Shop: a Banksy film), ma questa volta lo si fa solo per entrare in una seconda mostra, Arte para respirar. Con una selezione effettuata da Rádio Oxigénio, espone opere di Inês Gato e Maria José Cabral. Lo spazio è dedicato all'associazione tra artisti visivi portoghesi e musica. Questa è però solo una prima selezione, e altre avverranno in futuro.

Il carattere più ricorrente nelle opere di Banksy - che sembra emergere dalla mostra - pare quello della provocazione. E se alcune opere (come quelle sul tema dell'arte) possono ricordare la semplicità della vignetta, della battuta e del tweet, anche utilizzando più volte lo stesso supporto (quasi un meme), in altre emerge invece una profonda complessità. Piazzare un tenero e stucchevole gattino sull'unico muro rimasto in piedi di un edificio a Gaza va al di là della semplice provocazione.

Moltissime delle sue opere sicuramente possiedono uno straordinario impatto pop, e non è un caso che il tanto abusato aggettivo "iconico" sia spesso associato all'artista. Da vero iconoclasta, Banksy riprende spessissimo fotografie e figure del nostro tempo per sovvertirle completamente, anche solo con l'aggiunta di un particolare che rende satirica l'intera composizione. Ed è forse anche grazie a questo carattere pop e di immediata riconoscibilità che si spiega come Banksy sia riuscito a dare un significativo contributo nel rendere la Street Art accettata dal grande pubblico.

Altro carattere dell'artista che pare pienamente colto dalla mostra è dunque quello del suo essere in grado di comunicare con le forme mediatiche del nostro tempo. Se Banksy parla soprattutto dal suo profilo Instagram, il visitatore è invitato a condividere i suoi scatti sullo stesso canale, ed è immerso in uno spazio multimediale.

In conclusione, per gli ormai tanti italiani che - tra residenti e turisti - saranno nella capitale portoghese fino al 27 ottobre, la mostra si presenta come una tappa invitante, che ripercorre buona parte della carriera di Banksy. Sicuramente accessibile, verrebbe da sottolineare - visti i numerosi giovanissimi presenti -  anche la potenziale capacità di questo popolare artista di avvicinare all'arte.

Banksy genius vandal
Locandina della mostra "Banksy. Genius or vandal?"

Per informazioni sui biglietti: Everything is New.

Foto di Giuseppe Fraccalvieri, ove non indicato diversamente.