Giacomo Soffiantino Carmagnola

Giacomo Soffiantino, pittore del mistero della vita e della natura, a Carmagnola

Giacomo Soffiantino, il pittore del mistero della vita e della natura, in mostra a Carmagnola

Silenzio e riflessione: sono queste sono le parole che animano le opere di Giacomo Soffiantino e che le opere stesse richiedono a coloro che si fermano ad osservarle. Ed è proprio oggi, dove il silenzio e la riflessione paiono atteggiamenti del tutto lontani, superflui, in contrasto con la frenesia e i ritmi sempre più veloci che la società ci impone, che Giacomo Soffiantino ci ricorda l’importanza di meditare sulla natura, in tutte le sue forme e le sue espressioni, attraverso il medium “indefinitamente misterioso dell’arte” (F. De Bartolomeis).

Quella di Soffiantino, venuto a mancare nel 2013, ha rappresentato una delle figure che maggiormente ha segnato la scena artistica italiana, in particolar modo piemontese, dove egli fu attivo, dalla seconda metà del ‘900 ai primi anni 2000, e per questo celebrata dalla città di Carmagnola attraverso un’ampia retrospettiva.

 

La mostra, curata dal professor Francesco De Bartolomeis, caro amico e grande conoscitore dell’artista, è stata organizzata dall’Associazione Piemontese Arte, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della città di Carmagnola ed è visitabile gratuitamente fino al 20 dicembre presso le sale espositive di Palazzo Lomellini.

Anche se costretti a chiudere a causa delle nuove restrizioni dovute al progressivo aggravamento della situazione sanitaria, sarà comunque apprezzabile da quanti sono interessati ad ammirare e conoscere le opere del pittore grazie al catalogo, realizzato da Claudio Ruffino, contenente le immagini di tutte le tele in esposizione ed un esaudiente saggio esplicativo dello stesso curatore, consultabile anche in formato pdf sul sito ufficiale di Palazzo Lomellini (http://www.palazzolomellini.com/).

La fossa, 1962, olio su tela 120 x 90 cm

 

Il percorso segue un ordine prevalentemente cronologico che ha inizio con la video registrazione di un’intervista realizzata allo stesso artista, utile a comprendere i caratteri generali e più significativi della pittura di Soffiantino, affiancata da un pannello riassuntivo dei momenti salienti della sua biografia. Prosegue poi con l’esposizione delle opere ospitata al secondo piano per concludere, infine, con le tele del primo piano. In questo modo si ha la possibilità di cogliere i cambiamenti di registro, di interesse e di tematica che nel corso dei decenni si sono susseguiti nell’operato del pittore.

La conchiglia, 1966, olio su tela, 80 x 100 cm

Ricorrente e quasi centrale, nell’arte di Soffiantino, è il tema del rapporto tra uomo e natura, tra natura e cultura espresso, come da lui stesso spiegato, attraverso il frequente accostamento di elementi tipicamente naturali ad altri tipicamente antropici, artificiali, a dimostrazione di quanto il legame tra questi due mondi sia profondo e inscindibile. Un dialogo, questo, che lo conduce inevitabilmente a trattare ciò che, proprio per natura, rende tutti gli esseri viventi, uomini, piante e animali, uguali e solidali, ovvero la vita e la morte. Due concetti fortemente contrastanti su ogni piano: astratti ma biologicamente concreti, opposti ma simili, agli estremi ma compresenti, poiché come scrive De Bartolomeis “i fatti della vita incontrano inevitabilmente tragedie e morte, e partecipano all’assolutezza del tutto e del nulla”.

Faggeto, 1992, olio su tela 90 x 150 cm

Da questa idea nasce quindi la lettura simbolica degli elementi naturali e la loro interpretazione: un bosco rappresenta le intricate strade dell’esistenza, una sorgente la nascita della vita e il suo continuo scorrere, una conchiglia metafora dell’aprirsi al mondo, sprazzi di cielo quanto poco l’uomo è in grado di cogliere del mistero che lo circonda, e i frammenti, ovvero il tutto e il nulla, il passato e presente in ogni cosa.

Giacomo Soffiantino Carmagnola
Natura morta rossa, 1984, olio su tela, 100 x 80 cm

La natura, tuttavia, secondo Soffiantino, non è solo quella ferma, immobile, metafisica delle sue nature morte, ma è anche e soprattutto, quella violenta delle catastrofi, dei terremoti, delle alluvioni a cui egli rivolge la sua attenzione in particolare negli ultimi anni della sua vita, che vengono analizzati dal pittore sul piano della qualità e resi simboli dei ricorrenti mutamenti della condizione umana.

Giacomo Soffiantino Carmagnola
Alluvione, 1995, olio su tela 200 x 180 cm

Infine la natura come divenire storico costituisce la tematica centrale del trittico Le Radici dell’oggi, un excursus di alcuni momenti significativi della storia, momenti di passaggio tra le epoche e citazioni di artisti che hanno fatto la storia dell’arte, che hanno portato l’umanità ad essere quella che oggi è.

Giacomo Soffiantino Carmagnola
Le radici dell'oggi, 2004, olio su tela 110 x 360 cm

Il “collage pittorico” di Soffiantino, dunque, vuole far commuovere, riflettere, stimolare rapporti nuovi anche con noi stessi e far si che, come affermava egli stesso, “il mistero della vita entri nella pittura”.

Tutte le foto (locandina eccettuata) sono di Martina Pilone


Namsal Siedlecki Fondazione Pastificio Cerere

Namsal Siedlecki e la metamorfosi orientale alla Fondazione Pastificio Cerere

Affascinato dall’arte e dalla cultura orientale, dal passato e dal presente, Namsal Siedlecki si fa antropologo e sociologo, alchimista, oltre che artista; si ferma e riflette sulla vita e sulla morte, sull’artigianalità, sul valore dell’opera, attraverso la trasformazione della materia.
Parte da una posizione concettuale, da un’idea e arriva a sperimentare una tecnica antica, quella della fusione a cera persa in uno dei Paesi asiatici più affascinanti: il Nepal.

Ciò che lo attrae sono essenzialmente i passaggi che precedono la fusione vera e propria, il momento in cui il modello in cera viene ricoperto da strati di “Mvaḥ Chā”, letteralmente “fango giallo”, che consiste in una miscela a base di argilla, sterco di vacca e pula (il residuo della trebbiatura dei cereali), materiale che differenzia quella usata da Siedlecki dalla tecnica a cera persa occidentale che prevede, invece, l’utilizzo del gesso e del mattone triturato. La scultura in cera viene ricoperta così da un involucro spesso, che nasconde le forme originali sottostanti, rendendole non ben identificabili, indeterminate e libere da canoni proporzionali. Sono questi manufatti nel loro stadio intermedio a determinare le creazioni di Siedlecki, il quale sceglie così di sovvertire il tradizionale metodo di lavoro attribuendo invece significato e valore intrinseco a oggetti originariamente destinati a essere scartati.

La Fondazione Pastificio Cerere presenta per la prima volta in Italia i risultati del progetto Crisalidi - mostrati in anteprima a gennaio nel Museo di Patan (Kathmandu, Nepal) - realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (VI Edizione, 2019), il programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Il nucleo centrale della mostra e costituito da una serie di sculture in bronzo, di varia misura, dal titolo Mvaḥ Chā (Crisalidi), realizzate dall’artista nel 2019 a seguito di diversi periodi di residenza a Kathmandu, dove ha sperimentato e approfondito la tecnica della fusione a cera persa nepalese in alcune fonderie del luogo, votate alla produzione di sculture sacre.

Varcata la porta d’ingresso si nota la presenza di un unico oggetto: un’asta di grafite appesa alla parete.
È un indizio. Rimanda al materiale di cui è costituito lo strumento embrionale dell’atto creativo degli artigiani nepalesi, l’unico in grado di resistere alle alte temperature di fusione, durante la mescolatura del bronzo fuso.

L’artista antepone poi alla sala che ospita il nucleo principale della mostra un forno fusorio di piccole dimensioni, contenente merendine, frutta, denaro, alcolici.
Si tratta della riproduzione delle offerte che, generalmente, in Nepal vengono dedicate dai fedeli, durante le loro visite ai templi, alle statue votive delle divinità. Siedlecki invita il pubblico a offrire all’opera prescelta qualcosa, divenendone, inconsciamente, parte integrante.

Namsal Siedlecki Fondazione Pastificio Cerere

Superata la zona d’ingresso, attraversata una sala buia e priva di oggetti, il pubblico viene sorpreso dall’improvvisa visione di morbide e scure masse indeterminate che spiccano in contrasto con le pareti completamente bianche. Forme sospese che mostrano di essere nel pieno di una metamorfosi lasciata fluire. L’artista riflette sul concetto di trasformazione, che per gli artigiani nepalesi si origina in maniera inconsapevole.

 

Spostando lo sguardo verso una prospettiva artistica di matrice occidentale, è interessante notare come il processo che ha condotto la scultura da un assetto figurativo a uno pienamente astratto è stato lungo e tortuoso, giunto a compimento solo nei primi del Novecento.

Ciò che Namsal Siedlecki ha scelto di fare è stato di eleggere ad arte quelle masse deformi, attraverso un gesto ben definito, quello di posizionare i diversi frammenti su dei plinti conservandone però sempre la natura primordiale. Mirata è stata la volontà di selezionarli di misure e altezze diverse, disponendoli seguendo un moto ondulatorio.

L’artista ha innalzato dunque a opere d’arte elementi che sino a quel momento non avrebbero mai ricevuto alcuna dignità artistica, in quanto concepiti soltanto come mezzo per giungere a un risultato ulteriore: quello del puro oggetto divinatorio.

BIOGRAFIA DELL’ARTISTA
Namsal Siedlecki è nato a Greenfield (USA) nel 1986 da padre americano di origine polacca e madre e italiana. Vive e lavora a Seggiano (GR). Nel 2015 ha vinto la quarta edizione del Premio Moroso e il Cy Twombly Italian Affiliated Fellow in Visual Arts presso l’American Academy in Rome; nel 2019 vince il Club Gamec Prize e il Premio Cairo. Negli ultimi anni ha esposto il proprio lavoro presso numerose istituzioni nazionali ed internazionali tra cui: In extenso, Clermont-Ferrand; MAXXI, Roma; Villa Medici, Roma; Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato; Galeria Boavista, Lisbona; Villa Romana, Firenze; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; 6 Moscow International Biennale for Young Art, Mosca; Chertludde, Berlino; Magazzino, Roma; American Academy in Rome; Museo Apparente, Napoli; Fondazione Pastificio Cerere, Roma; Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia; Antinori Art Project, Bargino; Galeria Madragoa, Lisbona; Frankfurt am Main, Berlino; Cripta747, Torino. Dal 2008 al 2013 ha gestito lo spazio indipendente GUM studio, prima a Carrara e poi a Torino. www.namsalsiedlecki.com

La mostra personale di Namsal Siedlecki, a cura di Marcello Smarrelli - direttore Artistico della Fondazione Pastificio Cerere -, sarà visitabile in via degli Ausoni, 7 (Roma), dal 23 settembre al 30 novembre 2020 prenotandosi al link: https://www.pastificiocerere.it/prenota-la-tua-visita/.

 

Tutte le foto sono di Ilaria Lely.


Dare voce alla natura: il dialogo tra Ligabue e Vitaloni in mostra a Parma

“Ligabue & Vitaloni - Dare voce alla Natura” - La mostra a Parma

Qualche tempo fa, con l’uscita del film “Volevo Nascondermi” di Giorgio Diritti, abbiamo riscoperto la figura dell’artista Antonio Ligabue (1899-1965), superbamente interpretata da Elio Germano (per saperne di più, qui la recensione del film).

In questo periodo, proprio a Parma - città molto vicina a Gualtieri, dove l’artista ha vissuto e ha dipinto per la maggior parte della sua vita - si sta svolgendo un’importante mostra che raccoglie più di 80 opere tra dipinti e sculture di Ligabue, oltre che 15 opere plastiche del nostro contemporaneo Michele Vitaloni, in un dialogo e sincretismo perfetti, dove la natura diventa il fil rouge dell’intera esposizione.

La mostra “Ligabue & Vitaloni. Dare voce alla Natura” è realizzata da Augusto Agosta Tota, Marzio Dall’Acqua e Vittorio Sgarbi, organizzata dal “Centro Studi e Archivio Antonio Ligabue di Parma” e promossa dalla “Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma”; il luogo scelto per ospitarla è Palazzo Tarasconi, nella sua prima riapertura al pubblico dopo diverso tempo.

La rassegna è inoltre dedicata alla memoria di Flavio Bucci, l’attore scomparso lo scorso 18 febbraio che, con la sua indimenticabile interpretazione, aveva dato volto ad Antonio Ligabue, nel film diretto nel 1982 da Salvatore Nocita.

Ligabue Vitaloni dare voce alla natura mostra

L’allestimento, molto minimalistico, gioca tutto sul contrasto tra gli ambienti del palazzo e i colori vibranti dei dipinti; il visitatore si immerge tra sculture e quadri anche grazie alle luci che svelano il più piccolo dettaglio e particolare, oltre che alla musica d’atmosfera caratterizzata da suoni di fiere e fruscii del vento.

Ligabue Vitaloni dare voce alla natura mostra

 

La suddivisione degli spazi favorisce un incontro tra Ligabue e Vitaloni ben riuscito, evocativo sia per la resa del dinamismo e per la vividezza della pittura del primo, sia per lo straordinario realismo e la maestosità scultorea del secondo.

E così si susseguono leopardi, tigri, leoni ma pure ben più miti (e meno esotici) cavalli, volpi, mucche in scene di vita agreste.

Antonio Ligabue, Volpe con rapace, 1959, olio su tela, cm 120x150
Michele Vitaloni, Leopardo, 2015, Busto di Leopardo, Fusione in bronzo, Dipinto ad olio, Limited Edition 9, h. 62 cm

Questo trionfo della Natura rende anche inesorabile la presa di consapevolezza, da parte dell’osservatore, del posto dell’Uomo nel disegno complessivo: ci si rimpicciolisce davanti alle imponenti sculture di Vitaloni, si partecipa passivamente al combattimento tra animali feroci nelle raffigurazioni di Ligabue.

Antonio Ligabue, Re della foresta, 1959, olio su tela, cm 190x251

Nella mostra viene dato ampio spazio anche all'attività ritrattistica del Ligabue, con un’ampia sezione in cui compaiono diversi personaggi, protagonisti nella sua vita a Gualtieri, tra cui il ben noto “Ritratto di Elba”.

Ultima sala in ordine di visita della mostra, è lo spazio dedicato alla serie di autoritratti di Antonio Ligabue; non appena si entra ci si trova in uno spazio davvero suggestivo, ovoidale, con i quadri disposti lungo le pareti in modo armonico e coerente.

Gli autoritratti sono liberamente accostati e non in ordine cronologico, il che fornisce una diversa chiave interpretativa, soggettiva rispetto agli occhi di chi guarda.

Ligabue Vitaloni dare voce alla natura mostra

Una mostra, dunque, che corona l’apogeo di Parma come capitale italiana della cultura 2020-2021: aperta dal 17 settembre 2020, è visitabile fino al 30 maggio 2021.

 

Antonio Ligabue, Re della foresta, 1959, olio su tela, cm 190x251

photo credits: Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma

 


Apulia Contemporary Art Prize 2020: oggi l'apertura

Sabato 5 settembre 2020 alle ore 18.30 presso la sede di Bibart Biennale, Chiesa di Santa Teresa dei Maschi, a Bari, si terrà l’apertura dell’Apulia Contemporary Art Prize 2020, mostra concorso organizzata dall’Associazione di Promozione Sociale FEDERICO II EVENTI, VALLISA Cultura, BIBART Biennale in collaborazione con ass. I bisbiglii dell’Anima e con i patrocini di Comune di Bari e Comune di Gioia del Colle.
All’evento saranno presenti l’Assessore alle politiche culturali e turistiche della città di Bari Ines Pierucci e il Prof. Paolo Ponzio coordinatore del piano strategico Cultura della Regione Puglia.

Miguel Gomez direttore del premio spiega le motivazioni dello stesso: in questo tempo incerto, che ne è del grande calderone di mezzi espressivi dell’arte? Domanda provocatoria, in cui non si ha la consapevolezza di poter dare risposte, per la complessità del tema, e un po’ perché le uniche risposte dovranno essere affidate agli stessi artisti, in sintesi, solo l’arte potrà dire cosa sarà dell’arte dopo la pandemia.

Ci troviamo ad osservare un mondo dove il caos comunicativo ha creato la non-estetica, e a un primo sguardo ci stiamo accorgendo che l’arte si è chiusa in un mondo esclusivo e che non include, un mondo indecifrabile dove il linguaggio alieno e incomprensibile è divenuto padrone. Tutto questo prima del covid era tollerato e accettato senza euforia ma con rassegnazione, oggi nel forse dopo covid questi linguaggi ci auguriamo di non accettarli più, siamo convinti che l’arte per continuare a essere tale deve necessariamente cambiare. Apulia contemporary art prize è una mostra concorso che ha per tema, “La bellezza ritrovata”. in questa fase di lenta ripresa dopo la tragedia del virus dobbiamo rivedere il mondo con occhi diversi, l’intento è quello di osservare queste opere con occhi rinnovati, uno sguardo indietro per proiettarci nel futuro.

In esposizione 54 artisti con opere provenienti da Puglia, Basilicata, Sicilia, Lazio, Valle d’Aosta, Lombardia, Abruzzo, Veneto.

Monica Abbondanzia, Lusa (Sergio Abbrescia), Milena Achille, Maria Bitetti, Damiano Bitritto, Francesca Brivio, Roberto Capriuolo, Antonio Caramia, Francesco Cardone, Cesare Cassone, Marco Ciccarese, Pasquale Conserva, Anna Cristino, Pasquale dalle Luche, Emanuela de Franceschi, Arcangela di Fede, Raffaella Fato, Canio Franculli, Germana Galdi, Nancy Gesario, Mara Giuliani, Roberta Guarna, Mina Larocca, Rosa Leone, Gabriele Liso, Antonella Lozito, Andrea Mangia, Cesare Maremonti, Nilde Mastrosimone de Troyli, Alessandro Matassa, Giuseppe Miglionico, Mimmo Milano, Toy Blaise (Biagio Monno), Giancarlo Montefusco, Domenico Morolla, Sante Muro, Pasquale Palese, Francesca Paltera, Alessandra Peloso, Angela Piazza, Gina Pignatelli, Biagio Pisauro, Marialuisa Sabato, Annalisa Schirinzi, Valentina Scrocco, Carmen Toscano, Giuseppe Toscano, Anna Troyli, Vito Valenzano, Dino Ventura, Tommaso Maurizio Vitale, Vittorio Vertone, Valentina Zingaro, Valeria Zito, Barbara Zuccarino.

Apulia Contemporary Art Prize 2020

Il premio prevede l’allestimento di un’importante esposizione itinerante composta da due mostre. La prima presso la Chiesa seicentesca di Santa Teresa dei Maschi di Bari dal 5 al 19 settembre e la seconda a Gioia del Colle dal 26 settembre al 4 ottobre nel chiostro di palazzo San Domenico.

Orari di apertura mostra di Bari dal martedi al sabato ore 10.30/13.00 – 16.00/19.00 Domenica e lunedi chiuso

Testo e foto sull'Apulia Contemporary Art Prize 2020 dall'Ufficio Stampa BIBART Biennale


La Quadriennale d'arte di Roma: verso la XVIIª edizione

La XVIIª Quadriennale d’arte inaugurerà a Palazzo delle Esposizioni il 1 ottobre 2020. La conferenza stampa che nella mattina del 12 febbraio scorso ha presentato la nuova idea della Fondazione, nella Sala del Tempio di Adriano a Roma, ha incentrato il racconto sul futuro del progetto espositivo.

Ha visto intervenire il neopresidente della Quadriennale di Roma, eletto lo scorso agosto 2019, Umberto Croppi, il vicesindaco della città di Roma Luca Bergamo, Lorenza Bonaccorsi, Sottosegretario di Stato al Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, Nicola Borrelli, Direttore Generale Creatività Contemporanea – MiBACT, Albino Ruberti, Capo di Gabinetto del Presidente della Regione Lazio e il Presidente della Camera di Commercio, Lorenzo Tagliavanti.

L’istituzione nasce nel 1927 per l’intuizione di Cipriano Efisio Oppo ed è l’unica istituzione nazionale ad avere come missione esclusiva il compito di indagare, censire, certificare e promuovere le arti visive all’interno del territorio nazionale proiettandole sul piano internazionale.

 

Quadriennale d'arte di Roma XVII
Una delle immagini appartenenti all’archivio della critica Lorenza Trucchi, qui fotografata con Federico Fellini, Renato Guttuso, Giacomo Manzù nel 1975. Courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma

Sedici sono le edizioni svoltesi negli anni, che hanno visto la partecipazione di oltre 6000 artisti da Pericle Fazzini a Renato Guttuso, da Emilio Vedova a Giosetta Fioroni, da Gino De Dominicis a Vanessa Beecroft, con un’età media di 25 anni. Mentre circa 2700 sono le opere in mostra vendute per le collezioni del Comune di Roma, di Ministeri, banche e enti pubblici di varia natura.

Oltre alle Quadriennali d’arte, più di 100 sono state le mostre all’estero organizzate dalla Quadriennale in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri.

ArBiQ è invece il settore della Fondazione dedicato alla conservazione, alla catalogazione e allo studio delle fonti sulle arti visive del XX e XXI secolo, la cui realizzazione ha avuto inizio nel 1998.

Nata con una funzione complementare rispetto a due altre istituzioni pubbliche storiche di sostegno all’arte, la Biennale di Venezia e la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma si pone come protagonista nel censimento e nella valorizzazione dell’arte nazionale principalmente attraverso la sua ricorrenza, appunto, quadriennale.

Il direttore artistico 

Subito dopo la chiusura della XVIª edizione - dal titolo Altri tempi, altri miti -, la Fondazione, per la prima volta nella sua storia, ha deciso di pubblicare un bando per la nomina di un direttore artistico, con un mandato triennale, che progettasse e realizzasse la programmazione culturale del triennio 2018-2020 in vista della XVIIª Quadriennale d’arte. La scelta cadrà successivamente sul progetto presentato da Sarah Cosulich, la quale decide di condividerne la realizzazione con il curatore Stefano Collicelli Cagol.

Quadriennale d'arte di Roma
Dalla conferenza stampa del 12 febbraio. Foto di Ilaria Lely

La programmazione Cosulich, con l’obiettivo di ampliare la conoscenza all’estero degli artisti italiani e favorire il dialogo e lo scambio di idee, è strutturata su un percorso di reclutamento, formazione e relazione di giovani artisti e curatori (Q-Rated) e su uno di sostegno all’arte italiana all’estero (Q-International).

Sarah Cosulich con Stefano Collicelli Cagol, direttore artistico e curatore della Quadriennale di Roma. Courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma. Foto Studio Cliche

Verso la Quadriennale del 2020

La XVIIª Quadriennale d’arte inaugurerà a Palazzo delle Esposizioni il 1 ottobre 2020. La mostra porrà in rilievo le ricerche, le poetiche e gli immaginari di artisti di diverse generazioni di cui verranno presentati progetti monografici in spazi dedicati e in relazione dialogica con l’allestimento attraverso uno speciale percorso espositivo che coinvolgerà entrambi i piani del Palazzo. Occuperà quasi 4000 mq di superficie espositiva, con più di trenta artisti, iniziative social, performance, visite guidate, eventi, proiezioni, iniziative collaterali, fuori-mostra, premi.

L’esposizione vuole ripensare la narrazione dell’arte in Italia dagli anni Settanta a oggi, anche in relazione ai contesti sociali, politici, tecnologici che l’hanno generata, individuando percorsi di lettura alternativi al canone storico-artistico predominante e mostrando come gli artisti che hanno superato la tradizionale classificazione dei media riescano a dialogare perfettamente con i linguaggi multimediali della contemporaneità. I giovani, le figure femminili, i vari orientamenti e le diverse identità sessuali, le sperimentazioni d’avanguardia saranno oggetto di un’attenta indagine.

Il progetto di mostra mira a evidenziare i percorsi transgenerazionali, la multidisciplinarietà dei linguaggi e la contaminazione delle arti visive con altre discipline.

Una mostra dunque, non più una rassegna, con un progetto curatoriale.

L’Arsenale e i nuovi spazi

Nell’ambito di un progetto di rilancio dell’Istituzione e potenziamento delle sue funzioni, il MiBACT ha individuato come sua nuova sede un complesso dallo straordinario valore storico e architettonico, posto in uno snodo strategico del centro cittadino, tra i quartieri di Trastevere e Testaccio, immediatamente adiacente a Porta Portese.

Si tratta dell’Arsenale voluto da Papa Clemente XI, agli inizi del Settecento, per sovrintendere l’attività doganale del porto fluviale e rimasto in funzione fino alla fine del secolo successivo.

Il complesso si compone di tre edifici, affacciati su un piazzale interno di 4000 metri quadri: il Magazzino del sale, le Corderie e l’Arsenale propriamente detto.

Quadriennale d'arte di Roma XVII
Rendering del progetto di ristrutturazione dell’Arsenale Pontificio a Porta Portese, prossima sede della Fondazione La Quadriennale di Roma. Courtesy Insula architettura e ingegneria

 

Quadriennale d'arte di Roma XVII
Rendering del progetto di ristrutturazione dell’Arsenale Pontificio a Porta Portese, prossima sede della Fondazione La Quadriennale di Roma. Courtesy Insula architettura e ingegneria

 

Tutti gli edifici sono stati recentemente messi in sicurezza e consolidati dal Ministero, che, nel marzo 2018, ha firmato un accordo con la Fondazione La Quadriennale di Roma per un’utilizzazione pubblica a forte valenza culturale.

Il progetto prevede di collocare l’Archivio Biblioteca in quello che fu il Magazzino del sale, mentre gli uffici della fondazione troveranno posto all’interno della lunga manica delle Corderie, insieme a una caffetteria con bookshop.

Il progetto di restauro è già interamente finanziato e il suo completamento è previsto per l’anno 2022.

La proposta: gli Amici della Quadriennale

La fondazione ha inoltre avviato un programma di membership, pensato per appassionati d’arte, mecenati, collezionisti, i quali potranno usufruire di vantaggi esclusivi, con diverse opzioni di adesione: amico, amico sostenitore, partner sostenitore, partner onorario, mecenate sostenitore, mecenate onorario.

 


Fronte Nazionale Naso Partenopeo: il partito utopico di Anna Raimondo

Un muro rosso evidenzia l’entrata della mostra personale “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” di Anna Raimondo; l’ingresso incornicia una stampa in bianco e nero: una donna senza veli indossa all’altezza del pube un megafono.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo
Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Una serie di bozzetti ritrae l’artista in posa, come una modella lascia catturare la sua immagine provocatoria e nuda. L’unico oggetto che la riveste è esposto proprio nella sala e da questo si propagano leggeri suoni misti tra l’organico e il sensoriale che accompagnano l’esplorazione dell’opera “Nada que declarar”. Il megafono esprime un linguaggio che si scaglia contro gli stereotipi di un idioma patriarcale diviene un mezzo di protesta veicolato col corpo, coinvolgendo la sfera sensoriale.

 

View this post on Instagram

 

Sul nostro canale YouTube e IGTV, Anna Raimondo e Marco Trulli raccontano la mostra ‘Fronte Nazionale Naso Partenopeo’ che ha inaugurato ad AlbumArte il 16 gennaio e sarà visitabile fino a sabato 29 febbraio. Il titolo della mostra trae spunto da una scritta letta per caso dall'artista sui muri di Napoli. Il controverso tema dell'identità, messo a nudo ironicamente da questa frase, è al centro della mostra dell'artista che propone una selezione eterogenea di lavori in cui riscontra una costante ricerca che, partendo dalla dimensione intima, affronta questioni centrali di carattere pubblico e politico, come la questione del diritto alla mobilità o la de-costruzione delle identità di genere. La mostra è dunque un itinerario liquido tra lavori sonori, progetti relazionali e atti performativi realizzati dall'artista in diverse parti del mondo. Buona visione!

A post shared by AlbumArte (@albumarte_roma) on

L’atmosfera nella seconda sala è un tuffo nella dimensione marina, dove luci cerulee e voci corali ti guidano in una narrazione a due toni dove tra preghiere e testi profani si sviluppa un dualismo poetico e dialettico che rievoca la profondità marina. Accompagnata da libelli da leggere seduti, la riproduzione si assiste come foste spettatori di un concerto.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Il trittico “Nel dubbio” si compone della rappresentazione fotografica di un collo, visibile nella fase iniziale e finale di un processo che viene svelato in un video. In questo caso è la vista che guida lo spettatore attraverso la ripetizione di movenze legate al gesto di indossare degli amuleti. Questi, accumulati, acquisiscono valore fino a divenire un rituale.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

La terza sezione prende vita da una suggestione dell’artista durante uno spostamento in funicolare nella sua terra natìa. “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” vuole essere la voce della trasformazione della società odierna, attraverso la costituzione di un partito apolitico mosso dalle volontà degli attori locali. Gli attivisti partenopei intervistati promuovono l’emancipazione e l’integrazione, sottolineando i diritti per un riconoscimento identitario che passa attraverso la fisionomia dell’individuo, il naso appunto, per giungere a riflessioni politiche e sociali. L’artista traspone materialmente le interviste e le rende manifesto con gadget e un carretto ambulante, simbolo di una propaganda mobile e polifonica, il cui motto pronuncia “Usa gli occhi – usa le orecchie – abbi naso”.

Anna Raimondo crea spazi polifonici e attraverso una pluralità di mezzi artistici (performance, video, sonoro) mette in connessione tempi e personalità, affrontando il tema tanto sociale quanto ostico dell’identità di genere.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

La mostra FNNP è in dialogo con l’installazione sonora presso il Sound Corner dell’Auditorium Parco della Musica. Nell’angolo del suono si riproduce il video “Mediterraneo” presentato ad Aprile, presso AlbumArte in “Mediterraneo Sensibile”. Entrambe visitabili fino al 29 Febbraio.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo
Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Per le foto della mostra personale “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” di Anna Raimondo si ringrazia l'Ufficio Stampa AlbumArte, foto di Sebastiano Luciano.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo


"La Pittura è una storia italiana"

Nell'ambito dell'Art Week bolognese, che si è svolta dal 17 al 26 gennaio 2020 e che ha visto anche l'ottava edizione di ART CITY Bologna, incontriamo pure la 44° edizione di ArteFiera Bologna. Diretta per la seconda volta da Simone Menegoi, si è presentata ricca di novità.

Le gallerie partecipanti - sia italiane che straniere - sono state 155. La maggior parte degli stand si trovavano nella Main Section; non bisogna tuttavia sminuire l'importanza delle altre tre sezioni, curate su invito come ogni anno: si tratta di Fotografia e immagini in movimento a cui si aggiungono, in questo nuovo format di Menegoi Focus e Pittura XXI.

ArteFiera Bologna

Prima fiera in tutto il mondo ad avere una sezione interamente dedicata alla pittura contemporanea, sostiene l'importanza che viene data in quest'edizione al medium pittura. Menegoi afferma: "Mi sembra che ArteFiera sia il luogo ideale per un tentativo del genere, è una fiera che ha un forte radicamento nell’arte del dopoguerra e dove i media tradizionali (soprattutto la pittura) sono di casa." La Pittura è l'unico medium ad aver conservato un' identità specifica e al tempo stesso è stata capace di affrontare tutti i temi del nostro tempo, continuando a dimostrarsi parte integrante del DNA dell'artista italiano.

ArteFiera Bologna

Anche la sezione Pittura XXI - curata da Davide Ferri - appoggia quest'idea, indagando e esplorando il panorama contemporaneo di questo medium.

Mentre la sezione Focus - curata da Laura Cherubini - dimostra una volta per tutte il costante rapporto - seppur non sempre visibile - che l'arte italiana ha sempre avuto col medium pittura. L'idea è stata raccontare quel periodo dell'arte che dagli anni Cinquanta fino ai Settanta, nonostante sia stato particolarmente variegato, fertile e sperimentale, ci ha dimostrato che in Italia la pittura c'è sempre stata.

Come afferma l'artista Giulio de Dominicis: "La pittura è una storia italiana".

Anche quest'anno si è riconfermata la sezione Fotografia e immagini in movimento, curata dal collettivo FANTOM. Attraverso un percorso tra i vari stand realizza un vero e proprio osservatorio di ricerche sul nostro rapporto con la fotografia e i video, che sono diventati strumenti essenziali della nostra quotidianità, ma che continuano a trasformare la percezione che abbiamo del mondo e dello spazio che ci circonda.

Una nota positiva diffusa tra un pubblico più attento e curioso è l’area destinata all'editoria. Sempre più apprezzata dal pubblico, testimonia l’aumento della comunicazione sul mondo dell’arte tramite riviste e libri d'autore.

Ma in un momento in cui il calendario dell'arte è saturo tra fiere, eventi e quant'altro, riusciranno i collezionisti e gli addetti ai lavori a cogliere lo spunto di riflessione lanciato prima dal direttore Simone Menegoi poi dai curatori Davide Ferri e Laura Cherubini, di rivalutare l'importanza e il rapporto che noi italiani abbiamo con la pittura?

Lo capiremo solamente restando aggiornati sui prossimi appuntamenti del mondo dell'arte.

Foto e video relativi ad ArteFiera Bologna sono opera di Sarah Campisi


Lavandai, minotauri e crocefissi blasfemi: il mondo del graffito latino

SCRIPTA MANENT II
Lavandai, minotauri e crocefissi blasfemi:

il mondo del graffito latino

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Graffiti conservati nel Museo Romano di Augusta Raurica (in Svizzera), foto di Codrin.B, CC BY-SA 3.0

Al giorno d'oggi, quando abbiamo a che fare con un graffito, se non nel contesto di una mostra d'arte contemporanea probabilmente ci troveremo alle prese con una scritta o un disegno ingiurioso, comparsi nottetempo sul muro di casa a opera di un vandalo; persone un po' più smaliziate penseranno invece alle tracce artistiche che i nostri progenitori hanno lasciato su volte e pareti di grotte e caverne.

In effetti l'uomo scrive e disegna sui muri da sempre, perlomeno da quando ha acquisito la consapevolezza di saperlo fare; è bene però precisare che la parola graffito, che oggi indica essenzialmente tutte le tipologie di scrittura sui muri, ha un'origine etimologica ben precisa: si tratta di scritture o disegni a sgraffio, praticati a secco incidendo lievemente il supporto con uno strumento appuntito.

I graffiti sono stati realizzati, nel corso della storia dell'umanità, da persone distanti tra loro nello spazio, nel tempo, nello status sociale e nel grado di alfabetizzazione. Sgraffiavano, come abbiamo già detto, gli uomini del Paleolitico; i prigionieri delle carceri imprimevano sui muri la loro pena e quanti giorni mancavano alla sua fine; tra Firenze e Roma si trovano numerose tracce graffite di Michelangelo Buonarroti; sulle pareti di molti luoghi di culto si sono sovrapposti secoli di preghiere e invocazioni incise dai pellegrini in visita.

Per quale motivo il graffito ha conosciuto questa longeva diffusione, che solo in tempi recenti è divenuta socialmente inaccettabile? Le risposte sono svariate. In primo luogo, è un'arte che non necessita di una particolare strumentazione: basta un chiodo, un punteruolo, perfino una moneta, e l'intonaco o la nuda pietra diventano fogli su cui scrivere ciò che si desidera. Inoltre, rispetto alle scritture eseguite con un pigmento, le scritture a sgraffio appaiono maggiormente durevoli, poiché diventano parte integrante del supporto grafico. La ragione principale, tuttavia, risiede nell'inconscio di chi pratica il graffito: in pochi gesti e senza il bisogno di chissà quale ingegno si ottiene un segno tangibile della propria presenza in un dato luogo e in un dato momento, che al tempo stesso riassume tutte le capacità intellettuali dell'individuo, quali che esse siano. 'Io sono qui, adesso, so scrivere/disegnare questo, la cui traccia perdurerà nei secoli'; o perlomeno finché durerà ciò su cui si scrive.

Ne consegue che i graffiti di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo siano una fonte inestimabile di informazioni; in particolare, i numerosi graffiti pervenutici nei territori dell'Impero Romano, risalenti a un periodo compreso tra il secolo I a.C. e il III d.C., ci aiutano a ricostruire puntualmente l'evoluzione della scrittura latina, dagli albori fino al raggiungimento della sua maturità.

L'Impero dei graffiti

Il mondo romano nell'età imperiale è un variegato mosaico di culture, usanze e religioni uniformati dal senso di identitas raggiunto nei secoli precedenti. C'è un grado di alfabetizzazione altissimo, anche se molto diversificato a seconda degli strati sociali e delle loro necessità: leggono, scrivono e fan di conto gli schiavi, ma solo per servire i propri padroni; così mercanti e artigiani per fare al meglio il proprio lavoro; nelle classi più alte si legge e si scrive anche per diletto, per studiare gli antichi testi o per produrre nuova letteratura.

Ma soprattutto, in un tempo in cui la carta non esiste, qualsiasi cosa meritevole di registrazione dev'essere incisa su pietra ed esposta al pubblico perché tutti ne vengano a conoscenza: è in ambito epigrafico, infatti, che la scrittura autoctona si canonizza in un alfabeto completamente nuovo, dal disegno semplice ma elegante, che oggi chiamiamo scrittura capitale, dal quale deriveranno poi tutte le scritture librarie e documentarie che ancora oggi adoperiamo.

L'Impero è dunque, come dice Guglielmo Cavallo, “un'unica, enorme pagina [...] che i grandi scrivono e i piccoli leggono”. Anche i piccoli scrivono sulla pietra, nei limiti delle loro possibilità: non potendo permettersi lapidi e lapicidi, i comuni cittadini praticano graffiti. Ci è pervenuta un'immensa quantità di scritture a sgraffio risalenti all'epoca qui trattata e pertinenti alla sfera popolare; scritture e disegni su intonaco sono stati rinvenuti in tutte le zone dell'Impero, ma in particolare Roma e le città vesuviane si sono rivelate vere e proprie miniere di graffiti.

Attraverso l'esame dei graffiti è stato possibile tracciarne alcune caratteristiche generali: nel periodo preso in esame, naturalmente, la scrittura con cui essi vengono vergati è la capitale; tuttavia l'angolo di scrittura comportato dalla verticalità del supporto e il forte attrito dello strumento su di esso fanno sì che l'eleganza e il rigore formale di questo alfabeto vengano meno. Le lettere dei graffiti sono in gran parte deformate, sconnesse, coi tratti verticali eccessivamente lunghi e quelli orizzontali sghembi; la lettura risulta abbastanza ostica, ma ci aiuta a ricostruire ciò che non trova spazio nella solennità della lapidi romane: un mondo fatto di gesti quotidiani, di rapporti umani semplici e di usanze che spesso sono in grado di sorprendere.

Il quotidiano nelle scritte

La stragrande maggioranza dei graffiti romani non differisce affatto da quelli che leggiamo oggi: si tratta molto spesso della scrittura del proprio prenomen, quasi sempre accompagnato da nomen e/o dal cognomen. A essi poteva o meno seguire qualche ulteriore informazione come un eventuale soprannome, la professione, riferimenti al fisico (“grande”, “grasso”, “dai capelli rossi”) o l'oggetto del proprio amore. Questo era un modo per affermare la propria identità, che del resto è una delle principali condizioni psicologiche dell'essere umano.

graffito Minotauro Labirinto Pompei
Il graffito pompeiano dalla casa di Marco Lucrezio. Immagine tratta dal libro di William Henry Matthews, Mazes and labyrinths; a general account of their history and developments, London, New York, etc. Longmans, Green, 1922

Altre volte il nome presente non era il proprio ma quello di qualcun altro: poteva trattarsi di un'espressione di gratitudine o di amicizia, ma più che altro in questi casi c'era l'intenzione di burlarsi o addirittura insultare la persona in questione descrivendola con termini poco lusinghieri. A volte, se l'abilità dello scrivente lo permetteva, le scritte erano accompagnate da semplici disegni coerenti o meno con quanto riportato nella scritta: frequenti erano ritratti, autoritratti e caricature, ma anche scene di lotta, immagini di cibarie e di animali. In un graffito rinvenuto a Pompei, per esempio, è raffigurato un tortuoso labirinto, assieme alla didascalia hic habitat minotaurus. Non era infrequente citare elementi mitologici o addirittura interi brani di opere letterarie: far ciò equivaleva ad affermare le proprie conoscenze, che spesso erano superiori alla media della classe sociale d'appartenenza. Di conseguenza frasi come il celebre incipit dell'Eneide, all'epoca opera universalmente nota in ambito romano, appaiono spesso nei graffiti, un po' come accaduto in tempi recenti con la frase io e te tre metri sopra al cielo (perdonateci il paragone).

Esiste poi una categoria di scritture piuttosto particolare, principalmente rinvenute in botteghe o edifici di carattere commerciale: accanto al suo nome e alla sua professione di negoziante, chi verga appone lodi circa il suo operato, la qualità dei prodotti che vende, offerte speciali e prestazioni che oggi chiameremmo extra-budget; inoltre, esattamente come avviene oggi, spesso queste iscrizioni erano corredate da un disegno o da veri e propri slogan ante litteram: i manifesti dovevano ancora essere inventati, pertanto ci si ingegnava in questa maniera.

Un singolare graffito sembra riassumere in sé tutte le tipologie sopra citate; rinvenuto nei pressi di una fullonica appartenuta a un certo Fabius Ululitremulus, vi si legge la seguente frase:

Fullones ululamque cano, non arma virumque

(“Io canto i lavandai e le civette, non le armi e l'uomo”).

Con un geniale riferimento al poema più in voga dell'epoca, si fa una scherzosa ingiuria al povero Fabius, il cui cognomen era etimologicamente collegato alle civette (in latino ulula)!

Tre iscrizioni pompeiane che si riferiscono al celebre incipit dell'Eneide. Immagine realizzata da Fer.filol, in pubblico dominio

Tra sacro e profano

In alcuni casi, più che alla propria identità i graffiti erano collegati direttamente alla funzione del luogo dove venivano praticati: nelle aree mercatali, per esempio, ci si imbatte spesso in scritte che registrano l'entusiasmo per aver fatto un buon affare, o al contrario lamentano una truffa indicando le generalità del mercante disonesto. Gli esempi più calzanti di questo assioma si trovano in due luoghi diametralmente opposti tra loro: templi e lupanari.

Nel primo caso, il fatto di incidere una scritta che rimanesse nel tempio anche dopo che lo scrivente era andato via, serviva a estendere ad libitum la sua permanenza in quel luogo, e per estensione la sua orazione. Fedeli e pellegrini vergavano su colonne e muri dei templi il proprio nome, una breve preghiera o semplicemente la parola iuva o iuvate (“giova, giovate”), che oltre a sintetizzare tutte le richieste era anche semplice da sgraffiare.

Il discorso si fa più complesso quando parliamo dei lupanari, nei quali i graffiti avevano una pluralità di valenze: le lupae scrivevano infatti il loro tariffario e le loro specialità, mentre i clienti, ricevuta la prestazione, indicavano i loro piatti forti o, più raramente, ciò che non avevano gradito.

Le componenti religiose e sessuali del quotidiano compaiono sono frequenti nei graffiti, anche al di fuori dei luoghi a esse deputati: invocazioni alle divinità compaiono in maniera estemporanea lungo le vie pompeiane, unitamente ai vanesi resoconti delle proprie avventure amorose, con espliciti riferimenti al numero di rapporti e... di partner.

Dalla microstoria alla Storia: il graffito di Alexamenos

graffito di Alexamenos
Il graffito di Alexamenos, foto da "Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries", 1898, di Rodolfo Lanciani, capitolo 5. Immagine in pubblico dominio

Gli esempi visti finora ci hanno permesso di avere un'interessante panoramica sulla vita quotidiana delle popolazioni romane nei primi secoli dopo Cristo, che in effetti non era poi molto differente da quella attuale; in altre parole i graffiti sembrano funzionali alla ricostruzione della microstoria che fa da corollario alla Storia con la esse maiuscola, grande assente di questa disamina.

Un esemplare su tutti ribalta questa tesi: il cosiddetto graffito di Alexamenos. Rinvenuto a Roma alla fine del secolo XIX, nella zona del palazzo imperiale di Domiziano, questo graffito data intorno al II secolo d.C.; praticato su una superficie di tufo intonacato (e dunque scarsamente visibile se non a distanza molto ravvicinata) è oggi conservato presso l'antiquarium del colle Palatino, nel parco archeologico dei Fori Imperiali.

graffito di Alexamenos
Il graffito di Alexamenos, ripreso da "Ancient Rome in the Light of Recent Discoveries", 1898, di Rodolfo Lanciani, capitolo 5. Immagine in pubblico dominio

Il graffito presenta il disegno di un uomo nell'atto di pregare o porgere la propria offerta a una divinità raffigurata come un uomo nudo appeso a una croce, visto di spalle, con una grottesca testa di mulo o asino. Tutto intorno corre una scritta in greco che è stata interpretata come ΑλΕξΑΜΕΝΟς CЄΒΕΤΕ ΘΕΩN, traducibile come “Alexamenos venera dio”: è piuttosto chiaro che il graffito sia stato realizzato con l'intenzione di prendersi gioco, in maniera alquanto pesante, di una persona di fede cristiana.

Al di là delle implicazioni teologiche delle quali parleremo più avanti, perché abbiamo scelto un graffito in greco per parlare di scrittura latina? In effetti, l'analisi paleografica e, in simultanea, quella linguistica hanno permesso di appurare che lo scrivente non fosse di madrelingua greca, e che invece adoperasse abitualmente l'alfabeto latino: tutto ciò non risulta sorprendente se consideriamo che il graffito è stato rinvenuto nella zona nella quale è stato identificato il paedagogium, una vera e propria scuola dove agli schiavi bambini e adolescenti venivano formati per essere destinati poi a servire in case aristocratiche: cosa non da poco, perché possedere un minimo di cultura poteva avere come esito una futura liberazione. Nel paedagogium convergevano ragazzi autoctoni e provenienti da svariate zone dell'Impero e anche al di fuori, portandosi dietro il proprio bagaglio di culture, credenze e religioni, tra le quali quella cristiana, all'epoca piuttosto recente. L'irriverente disegno del graffito di Alexamenos è in effetti ritenuto la prima raffigurazione, quantunque blasfema, della crocefissione di Cristo: da essa possiamo trarre informazioni che gettano luce sulla situazione dei cristiani dei primi secoli, talvolta in controtendenza rispetto alle tradizionali opinioni in merito.

L'idea più diffusa del primo cristianesimo è quella di una religione nascosta, sotterranea, odiata e sanguinosamente perseguitata, al punto da costringere i fedeli ad adottare espedienti estremi per mantenerla segreta, come ad esempio tener celati i propri simboli: tutti abbiamo in mente il pittogramma del pesce che racchiude l'acronimo di Gesù Cristo, o la crux dissimulata, la croce resa irriconoscibile mediante la trasformazione grafica in àncora.

Il graffito di Alexamenos sembra smentire, almeno parzialmente, questa visione: innanzitutto, la sua stessa esistenza non può prescindere dal fatto che la fede di Alexamenos fosse palese e sostanzialmente accettata, almeno al punto da poter essere esibita in maniera piuttosto manifesta da chi voleva schernirla. Di sicuro non era vista sotto una luce positiva: il dio venerato da Alexamenos ricorda più che altro un demone, con quella sua testa equina e le terga bene in mostra; il graffito sembra tuttavia limitarsi a sbeffeggiare piuttosto che condannare, anche se in un atteggiamento che oggi definiremmo politically incorrect: siamo comunque lontani dalle invettive contro i cristiani riportate nelle opere di Origene e Tertulliano, ben più crudeli e sanguinose.

Il dato più importante, tuttavia, rimane la presenza stessa della croce: del fatto che il cristianesimo degli albori fosse aniconico siamo abbastanza certi; sorprende dunque che chi ha vergato l'ingiuria sembri essere perfettamente a conoscenza di quale sia il simbolo per eccellenza del cristianesimo, che non sarà raffigurato in maniera sistematica per almeno altri due secoli.

graffito di Alexamenos
Dettaglio del graffito di Alexamenos. Foto di Mariano Rizzo e Gianluca Colazzo

Purtroppo il graffito di Alexamenos sembra essere l'unica prova pervenutaci che nel II secolo d.C. il simbolo della croce fosse conosciuto al di fuori degli ambienti cristiani e a essi correttamente associato; tuttavia si può ragionevolmente concludere che in questo periodo la religione cristiana venisse considerata dai pagani al pari di tutte le altre religioni professate nei territori dell'Impero: di essa si aveva un'idea superficiale, se ne conoscevano i principi di base, ma la si vedeva più che altro come una superstizione, al punto da poterne dileggiare gli adepti. In questo contesto le persecuzioni andrebbero lette come atto squisitamente politico, allo stesso modo dell'Editto di Costantino che nel 313 d.C. consentì la libertà di culto. Tesi, quest'ultima, che la moderna storiografia ha da tempo accettato.

BIBLIOGRAFIA

CARLETTI C., Epigrafia dei cristiani in Occidente. Ideologia e prassi (secoli III – VII), Bari 2008.

CARLETTI C., Minuscole lapidarie. A proposito di un'iscrizione funeraria dell'anno 330, in FIORETTI P. (a c.), Storia di cultura scritta. Studi per Francesco Magistrale, Spoleto 2012.

CAVALLO G., Scrivere e leggere nella città antica, Roma 2019.

DONATI A., GENTILI G. (a c.), Costantino il Grande: la civiltà al bivio tra Occidente e Oriente, Cinisello Balsamo 2005.

SMITH B.C., Alexamenos. A christian mocked for believing in a crucified god http://www.textexcavation.com/alexamenos.html (En)


Cento anni di Emilio Vedova

In occasione del centenario della nascita di Emilio Vedova -artista che con il suo operato ha influenzato e tutt'ora influenza l'arte contemporanea- la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova  conclude il ciclo di eventi realizzati per l'occasione al Palazzo Reale di Milano. La mostra "Emilio Vedova", inaugurata il 6 dicembre 2019 e che resterà aperta fino al 9 febbraio 2020, è stata promossa dalla Fondazione in collaborazione con il comune di Milano e il Palazzo Reale.

La curatela di questo evento non poteva che essere affidata a Germano Celant. L'allestimento da lui ideato, realizzato insieme allo studio di architettura Alivisi-Kirimoto, mette in scena l'intera carriera artistica del Maestro, dai primi anni del momento figurativo e geometrico, passando poi per il periodo informale, fino ad arrivare ai tondi e ai dischi, dai caratteri spaziali più decisi, che lo hanno reso celebre.

Il percorso espositivo comincia nella sala del Piccolo Lucernario dove alcuni pannelli accompagnati da una selezione di opere, che vanno dagli anni quaranta fino ai novanta, raccontano la vita dell'artista.

Emilio VedovaCiò che stupisce maggiormente è l'ingresso nella scenografica Sala delle Cariatidi. Progettata nella metà del Settecento come simbolo del potere politico, subisce nel Novecento i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Solo nel 2000 si comincia un'operazione di restauro per recuperare e consolidare le parti originali. Per le sue caratteristiche architettoniche la Sala delle Cariatidi è il luogo ideale dove incontrare il linguaggio spaziale e scenografico, ma al tempo stesso essenziale, di Emilio Vedova. Le opere qui selezionate da Germano Celant sono separate da un muro grigio antracite alto 5 metri, che crea un percorso in cui accompagnare e guidare il visitatore. In questo contesto l'intervento minimale dello studio Alivisi-Kirimoto, che consiste nell’inserimento di una struttura rettangolare in tubi metallici sospesa, permette la perfetta illuminazione delle opere. Ulteriore fattore a rendere ancora più spettacolare la sala è la presenza di numerosi specchi posti al posto delle finestre, ciascuna incrniciata da due cariatidi da cui prende il nome la sala. La creazione del riflesso delle opere negli specchi permette al visitatore di entrarvi dentro e farne parte.

Emilio Vedova Emilio VedovaEmilio VedovaCosì con la selezione di opere che vanno dal ‘55 al ‘65, in particolare con il ciclo Absurdes Berliner Tagebuch '64, il visitatore, insieme all'opera, mette in atto sentimenti di rabbia e tensione che preannunciano i temi ribelli del 68'. Al contrario i dischi e i tondi degli anni ‘80 annunciano un principio di ordine e perfezione individuato nella forme circolari. La parte finale del percorso con le opere degli anni ‘90 – emblematica la struttura Chi brucia un libro, brucia un uomo, che riproduce pagine movibili di un libro nero, bruciato, strappato - rappresentano la denuncia dell'artista contro una società inerte che assiste al declino e alla distruzione della memoria.

Emilio Vedova

Tutte le foto sono di Rita Roberta Esposito.

Emilio Vedova


Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXI

Maria Lai: una fiaba tessuta "tenendo per mano il sole"

Galleria 3, MAXXI – Roma. Si celebra qui il centenario della nascita di Maria Lai con la mostra Tenendo per mano il sole, interamente dedicata alle opere dell’artista realizzate dagli anni ’60 dello scorso millennio ai primi anni duemila.

Lo spazio espositivo è a prova di eco; un’immensa distesa di bianco in cui l’arte ci tiene per mano, in cui l’arte è guida e voce narrante. Nella sala una serie di spazi si susseguono senza la necessità di percorrerli secondo un filo crono-logico. Proprio il filo, come elemento tangibile e concreto nella sua dimensione fisica, diviene principio e fine della mostra.

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXILa tecnica utilizzata da Maria Lai è la tessitura: cucita, tratteggiata, ricamata o lievemente accennata. Questa procedura millenaria tesse la trama di una storia che affonda le sue radici nella Sardegna montuosa, quella contadina e rurale da cui Maria Lai si allontana e verso la quale avverte una condizione di doppia estraneità: come sarda e come donna. L’arte come pedagogia è dunque la visione che più si adatta a semantizzare il percorso della mostra.

L’allestimento si articola in un primo ambiente informativo dove tramite una linea del tempo si ripercorrono le tappe fondamentali della vita di Maria Lai. Il corridoio conduce lo spettatore in uno spazio in cui da subito si evince la celebrazione del libro; il quale è fiaba, rinascita e forza motrice. Affascinante è lo strabordare dei fili che, quasi senza peso, amano stare qua e là attorno al libro, simili nella forma alle reti dei pescatori. La mano dell’artista affonda l’ago per poi risalire con un tratto di filo; questo gesto, ripetuto, è la creazione di uno spazio vitale su cui vibrano emozioni, pensieri ed esperienze.

Tenendo per mano il sole è il primo esempio di fiaba cucita, in cui l’artista tesse i passi del cammino per raggiungere il sole dalle tenebre come metafora di salvezza. Seguono la serie di tappeti, giochi d’artista e le carte geografiche su stoffa e foglio acetato.

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXIL’ultima sezione L’arte ci prende per mano. Incontrare e partecipare insiste sugli interventi pubblici e sulle azioni partecipative. Teli bianchi pendono dal soffitto a mo’ di stendarti, troppo in alto per passare inosservati, troppo grandi per non essere leggibili. Lo spazio sembra lievitato improvvisamente come a catapultare il visitatore in una realtà esterna.

Ulassai è lo scenario in cui i teli dovrebbero essere immaginati dall’osservatore; svolazzanti dalle finestre e dai balconi delle case quasi a scendere fino a terra ed essere intrattenimento per i bambini. Si tratta in fin dei conti di un espediente didattico, di un foglio bianco dai margini sconfinati in cui frasi e parole si adagiano con rispetto all’interno delle righe. Può che non essere Maria Lai la miglior tessitrice di fiabe per un pubblico ancora bisognoso di magia?

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXITutte le foto sono di Valerio Bellavia