Ieri ho preso, finito, assorbito, ma non metabolizzato Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone.

Che libro. Denudato dalla prosa, spogliato dal concetto di trama, crudo e lirico come solo la vita stessa sa rendere. Un (non) romanzo che balla con la magia dell’amore e il disincanto della tragedia. Poesia viva. Lettera d’addio e ritrovamento.

L’autrice, Maria Grazia Calandrone, nasce da una relazione extraconiugale, illegittima e “criminale” negli anni ’60. Sua madre viene dalla provincia molisana, l’amante di lei è un commerciante che gira l’Italia. Entrambi tradiscono il proprio partner e lo confessano subito, non si nascondono e scappano insieme verso un’altra vita. Poi incombono le denunce per abbandono del tetto coniugale (i divorzi non c’erano), vengono bollati come criminali e tra la vergogna e le accuse nascono problemi economici non sopportabili. Abbandonano Maria Grazia quando ha solo 8 mesi, su uno dei giardini di Villa Borghese a Roma.

Valle dei Platani a Villa Borghese. Foto di Alessandro.P.76, CC BY-SA 4.0

E poi, insieme, sua madre e suo padre si uccidono gettandosi nel Tevere. Lasciano un biglietto per la questura, per i posteri, dove si scusano e cercano di affidare il frutto del loro amore a chi vorrà adottarla. E Maria Grazia troverà Consolazione.

Consolazione detta Ione, una donna di mezza età, sposata con un partigiano-operaio, eroe di mille fatiche. Professoressa di lettere, Consolazione nutre sua figlia adottiva a poesie: Maria Grazia ha così tre nascite. Quella biologica, quella adottiva e la glossogenesi. Perché Maria Grazia vive attraverso il verso, oltre il significato e il significante. Bambina di parole, donna fatta  di epica della famiglia.

Ma qualcosa si spezza. La madre confessa alla giovanissima Maria che è stata adottata, ma una bambina di 4 anni può forse comprendere davvero questo fatto? La bambina risponde “sei tu, mia madre”. Ma nasce una distanza perché Consolazione vede fantasmi e immagina tragedie dove non sono, pensa che sua figlia ha smesso di amarla quando semplicemente non è vero. Che questo disamore non è reale ma un incubo, un attacco di panico lungo una vita. Pazzia, amore, casa. Luoghi di infanzia e cose perdute.

Per me, Splendi come vita è la testimonianza che si può sconfiggere l’autoreferenzialità del romanzo autobiografico e andare oltre: un esperimento di duecento pagine. Ognuna una poesia, un microromanzo. Ma che significa amare davvero un genitore?

Genitori si diventa ma non si apprende niente, non ci sono istruzioni, è un lavoro senza tirocinio e apprendistato. Ma nemmeno essere figli è semplice. Abbiamo sempre, costantemente, paura di deludere. Dai dieci ai quarant’anni. Siamo sempre bambini, siamo figli – parafulmine perché amiamo e ci prendiamo anche il peggio, come i genitori sono il nostro airbag di vita. Il nostro primo cuscino.

Ho pianto, lo ammetto, e io odio i romanzi familiari, odio l’autobiografia, odio gli standard narrativi. Ma ho amato tanto, in maniera irresistibile e irrefrenabile.

Gli spazi bianchi, gli a capo delle poesie, i paragrafi che nuotano nel nulla, le parole abbandonate al sogno della pagina bianca, ma come me lo spiega un critico letterario che intorno a un ammasso di segni grafici, lemmi, parole, sillabe, accenti e chissà cos’altro c’è la forza gravitazionale in cui orbita un mondo?

Il mondo perduto delle persone che ci lasciano.

Eppure, Madonna se ci sono ancora.

Fa così male per tutta la bellezza.

Splendi come vita Maria Grazia Calandrone
La copertina del romanzo autobiografico Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone, pubblicato da Ponte alle Grazie nella collana Scrittori

Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.