La Cultura di Golasecca: un ponte tra Mediterraneo e mondo celtico

Un territorio ricco di laghi e fiumi, corsi d'acqua che consentono di percorre lunghi tragitti, di trasportare merci e persone, oltre che di garantirne la sussistenza. Un territorio così, come possiamo facilmente immaginare, era sicuramente considerato appetibile fin dai tempi più remoti.

Per ciò che concerne il territorio varesino la presenza dell'uomo è attestata fin dal Paleolitico e numerosissime sono le testimonianze raccolte nell'area che ad oggi consentono di seguire una linea di racconto continuativo fino alla romanizzazione.

Le fonti antiche non tramandano un nome nazionale per le genti che, a più riprese, abitarono la Lombardia occidentale. Del resto è cosa nota come non sia mai stato proprio della cultura mitteleuropea unirsi sotto un unico comando e come, pur legate da una matrice culturale comune, le genti d'oltralpe non furono mai un sol popolo.

Di queste tribù, calate dalle Alpi e in diversi momenti stanziatesi in area cisalpina abbiamo informazioni materiali numerose, che trovano appoggio in fonti scritte di età posteriore. Già Tito Livio, ad esempio, narrava di un'ondata gallica “Prisco Tarquinio Romae regnante”, ma certamente dobbiamo far risalire la celtizzazione del territorio anteriormente agli inizi del VI sec. a.C.

Fenomeni culturali e relative culture materiali possono essere seguiti in un percorso lineare dal Baltico al Mediterraneo e il territorio varesino, fertile terreno per sovrapposizioni e stratificazioni culturali, diventa così il nodo di collegamento tra mondo transalpino e culture meridionali.

Già nell'XI sec. a.C. parte della Lombardia occidentale, del Piemonte orientale e del Canton Ticino furono abitate da popolazioni di matrice celtica, le cui manifestazioni culturali sono identificate con il nome di Cultura di Golasecca, dal nome della cittadina nelle vicinanze dell'aeroporto Malpensa dove furono rinvenute le prime significative e numerose testimonianze.

Cultura di Golasecca
Vaso ad anatrelle, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le origini di queste genti sembrano risalire all'età del Bronzo (XIII sec. a.C.) e sarebbero rimaste per lungo tempo aperte all'assorbimento di elementi culturali vari, mediterranei e mitteleuropei: è su questa base, difatti, che si innesta probabilmente l'ondata celtica del VI sec. e, più tardi, la romanizzazione.

Caratteri di continuità sono rintracciabili nell'area del Lago Maggiore, nell'area della Malpensa, di Castelletto Ticino, Sesto Calende, Golasecca, Como, e Canton Ticino: comune denominatore le vie d'acqua (di cui il Ticino è il grande protagonista) che furono cerniera per unire l'Oltralpe con il Po, l'Adriatico e infine il Mediterraneo.

Le principali reti di traffico comprendevano materie prime che viaggiavano da nord verso sud (metalli, in particolare stagno, ambra) e beni commestibili da sud verso nord (olio, cereali, vino).

Le nostre conoscenze della cultura celtica di Golasecca si basano soprattutto sul ritrovamento di sepolture, raggruppate in necropoli, e dei relativi corredi. Il rito era quello della cremazione, la modalità di sepoltura a “pozzetto”, a fossa o a cassa litica: in ciascuna di queste forme ricorre la presenza di uno scavo nel terreno, rivestito di ciottoli o coperto con lastra litica dove era deposta l'urna biconica contenente le ceneri del defunto e il corredo di accompagnamento.

Supponiamo una distinzione di ruoli sociali in base alla tipologia di oggetti rinvenuta: sicuramente importante era la posizione di coloro che erano deposti con le loro armi e vasellame bronzeo.

Elmo e schinieri di bronzo dalla tomba del guerriero di Sesto Calende, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per ciò che concerne la produzione ceramica, questa risulta costituita da vasellame modellato a mano (dal VI sec. a.C. al tornio lento) decorata con motivi geometrici standardizzati e ripetuti: il motivo decorativo tipico è il cosiddetto “dente di lupo”, costituito da una serie di triangoli riempiti a tratteggio.

Non mancano però testimonianze di contatto culturale con altre realtà coeve: motivi decorativi tratti dal repertorio orientalizzante etrusco e riadattati al modo locale, così come è stata evidenziata la presenza di oggetti di importazione dallo stesso ambito etrusco, ma anche magnogreco, piceno, veneto, villanoviano e hallstattiano, in una combinazione molto complessa di culture che si innestano sullo strato locale.

Urna cineraria da Varallo Pombia, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Storie longobarde dal Parco Archeologico di Castelseprio

Tra le testimonianze archeologiche più significative del territorio lombardo è certamente il castrum della regione del Sebrio, il territorio che oggi identifichiamo con l'area della provincia di Varese, o meglio con il triangolo di terra compreso tra il lago di Varese, l'aeroporto della Malpensa e la statale saronnese.

Questo territorio, lontano da Roma, ma di diretto accesso all'arco alpino, presentava un ulteriore vantaggio: un fiume di media portata, l'Olona, attraversava in lungo la vallata circondata da area boschiva di robinie di alto fusto con querce e castagni e da un fitto sottobosco tipico delle brughiere. Il percorso del fiume si snoda attraverso la stretta lingua di terra, ai cui lati si dipartono due profondi valloni, che la isolano il territorio dai pianalti circostanti, creando un perfetto canale protetto di comunicazione tra l'area di confine alpina e la città di Mediolanum.

La abside della Basilica di S. Giovanni. Foto di Jessica Lombardo

È fondamentale ricordare che quest'ultima, a partire dal 286 d.C. fu scelta da Massimiano quale nuova residenza e capitale per l'Impero romano d'Occidente.

In questo contesto storico, molto probabilmente, dobbiamo collocare una progressiva intensificazione della frequentazione dell'area, che aveva visto la presenza di abitati fin dalla tarda età del Bronzo e l'inizio dell'età del Ferro e che assume solo ora un ruolo funzionale essenziale, in relazione alle esigenze militari di controllo della valle dell’Olona e dell’importante via di comunicazione tra Como e Novara. Purtroppo pochissime sono le testimonianze di epoca tardo romana, a fronte di una più significativa stratificazione di epoca gota e longobarda.

L'ipotesi più verosimile colloca la fondazione del castrum vero e proprio al V sec. sotto dominio goto e un passaggio in mano longobarda sul finire del VI sec. con l'acquisizione di un ruolo primario nel controllo amministrativo e giurisdizionale di un ampio territorio, la Giudicaria del Seprio.

Visitare Castelseprio: vademecum per un percorso di visita al Parco Archeologico

La posizione scelta per la fortificazione, ovvero il rilievo che domina la vallata dell’Olona, rese la struttura del castrum più complessa del previsto: era necessario disporre di una doppia posizione: una a monte, per una visione complessiva del territorio e un' estensione a valle, una propaggine di struttura difensiva che giungesse fin quasi alle sponde del fiume.

La Basilica di S.Giovanni. Foto di Jessica Lombardo

Questa conformazione influenza anche il nostro percorso di visitatori moderni: il sito del castrum, a monte rientra nel comune di Castelseprio, l'area a valle, successivamente trasformata in monastero e reimpiegata come cascina agricola in tempi più recenti è invece il ben noto sito FAI del Monastero di Torba a Gornate Olona. L'organizzazione del castrum, che possiamo definire di tipo “urbano”, si articola in tre grandi settori, nei quali possiamo individuare almeno cinque punti focali di visita:

  1. La visita al Parco ha come fulcro il complesso di San Giovanni, edificio di culto principale dell'area, dotato di battistero e cisterna per la raccolta dell'acqua, eretto tra V e VI secolo. La basilica di forma rettangolare, prevedeva tre navate con relativi ingressi (probabilmente quello centrale preceduto da un portichetto). La abside semicircolare orientale risulta dunque adiacente ad un battistero ottagonale. In prossimità dell'area della torre campanaria, nello stesso spazio dell'abside e persino nel tamponamento dell'ingresso settentrionale furono sepolti personaggi influenti: sono infatti documentate numerose lastre decorate con croci astili a bassorilievo, utilizzate come coperture sepolcrali, oggi custodite presso l'esposizione permanente dell'Antiquarium.
  2. Si data invece all’XI secolo la chiesa di San Paolo, distante pochi passi dal complesso basilicale: a pianta centrale, esagonale, con abside collocata a est. L’edificio era probabilmente dotato di un deambulatorio al piano terreno con volte rette da colonne a sostegno di un piano superiore.
  3. Ancora diverse sono le testimonianze relative a edifici di culto nell'area di Castelseprio: il cosiddetto “Conventino” di San Giovanni, oggi per l'appunto adibito a spazio museale; la chiesa di Santa Maria a Torba (VII-VIII secolo), in origine probabilmente ad aula unica con cripta, poi estesa nella creazione di una vera e propria struttura conventuale e infine, all’esterno del castrum, nell'area rialzata circondata dai castagni che vide lo sviluppo di un vasto borgo, fu costruito l’oratorio di Santa Maria foris portas, un piccolo edificio preceduto da un atrio, per alcuni studiosi eretto tra VI e VII secolo, per altri tra VIII e forse IX secolo. Santa Maria è forse la tappa più interessante del sito di Castelseprio: la sua abside orientale conserva un ciclo di affreschi straordinari e di ancora dubbia attribuzione, dedicati alla natività e all'infanzia di Cristo e ispirati a vangeli apocrifi di tradizione orientale. Certamente questi ultimi edifici, complessi e ricchi di spunti di discussione, meritano un'argomentazione a sé.
  4. Dirigendosi in un percorso ad anello verso il sentiero che costeggia le mura esternamente e che permette al visitatore di ritornare al punto di partenza del tour si incontra la struttura della cosiddetta casaforte: collocata in posizione centrale e protetta, sul fondo di un ampio spazio, una propaggine aggiunta al castrum, direttamente accostata alle mura, fa supporre che questa fosse la sede dell’autorità civile, del comandante militare o di un alto funzionario, o forse di un corpo di guardia. Internamente divisa in due ambienti con finestre ad arco oltrepassato era disposta su più piani collegati da scale. Non è mai stata oggetto di scavi stratigrafici.
  5. Per permettere al visitatore di concludere il percorso di rientro avendo un'idea concreta della struttura del castrum è stato previsto l'arrangiamento di un sentiero esterno alle mura: una passeggiata nella natura, tra i castagni e ciò che rimane delle torri a base quadrata che cadenzavano il perimetro dell'accampamento fino al ricongiungimento con il torrione di ingresso, sul lato ovest del pianoro, dove un ponte ligneo, sorretto da una struttura a quattro torri, permetteva l’ingresso al castrum.
Castelseprio
L'oratorio di Santa Maria foris portas. Foto di Jessica Lombardo

Dal 2011 il sito di Castelseprio rientra nel progetto Italia Langobardorum promosso dall'omonima associazione nata nel 2008 con sede presso il Comune di Spoleto. Ne fanno parte i Comuni di Benevento, Brescia, Campello sul Clitunno, Castelseprio, Cividale del Friuli, Monte Sant’Angelo, Spoleto, la Fondazione CAB-Istituto di cultura Giovanni Folonari e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

 


osteria promessi sposi coronavirus

L'osteria dei Promessi Sposi ai tempi del coronavirus

Sulla stampa e sui social network, in tanti hanno già provato a stabilire un parallelismo tra la non facile situazione odierna e alcuni passi dell’opera manzoniana. Data la limitata possibilità di muoversi fisicamente, speriamo che il presente girovagare, seppur in maniera esegetica, rappresenti una possibilità di evasione, per quanto breve. Mai come in questo periodo, infatti, c’è bisogno di spostarsi per recuperare se stessi: una peregrinatio tra le pagine della monumentale opera di uno dei codificatori della lingua italiana, la stessa peregrinazione alla quale furono costretti i giovani protagonisti della storia, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, per recuperare la quotidianità perduta, potrà forse aiutare anche noi stessi oggi a riconquistare la nostra. Il ripetersi dell’aggettivo “stesso” in queste righe introduttive potrebbe già suggerire la serie di assonanze che ho rintracciato nella breve analisi che sto per esporre: una ripetitività che suggella un legame atavico tra il presente e un presente “vecchio” di duecento anni.

Prenderemo quindi in esame una serie di capitoli, quelli successivi al nucleo-cerniera relativo al personaggio della Monaca di Monza, ovvero i capitoli XI, XII, XIII, e XIV, dove Manzoni cinematograficamente sposta l’inquadratura su Renzo. Narra così le incredibili vicissitudini di un umile filatore di seta di provincia, che giunge in una metropoli in preda ai tumulti: Milano. Una ricetta vincente che non può non ricondurre il lettore ai fatti attuali, destando un’intrigante curiosità.

I rivoltosi nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L’11 novembre 1628, data in cui l’autore colloca la scena presa in esame, il capoluogo lombardo è afflitto dal tumulto di San Martino, una sommossa popolare denominata anche “rivolta del pane”. Questi disordini sociali erano frutto di un evento di maggiore portata storica: la carestia. Chiunque conosca i Promessi Sposi sa che queste pagine sono topiche, emblematiche, e per la prima volta l’autore, attraverso le sue consuete e dettagliate digressioni storiche, rivolge un’inedita attenzione esplicita alla carestia e, allestendo un’intelaiatura saggistica, rischiara al lettore le reali cause dell’evento, fino a quel punto soltanto accennate tinteggiando qua e là scene-simulacro. Lo scarso raccolto del 1628 e lo spreco delle risorse agricole causato dalla guerra del Monferrato generarono una situazione tremenda e il rincaro dei prezzi fu solo la goccia che fece traboccare rabbia e disperazione. E prende forma un personaggio multiforme, allo stesso tempo prevedibile e complesso: la massa. Lo studio del comportamento della folla inferocita che assalta i fornai, induce chiunque a riflettere con sorpresa e impegno: la paura genera irrazionalità, la stessa che ha travolto e trascinato noi tutti a compiere gesti insensati nelle scorse settimane. E anche ai nostri giorni la gente si è riversata nei supermercati per fare incetta di beni di prima necessità; l’egoismo e l’inclinazione alla sopravvivenza sono tratti che accomunano l’uomo di ogni luogo e di ogni epoca, e questo Manzoni lo aveva capito bene, con una maturata rassegnazione.

Renzo, spettatore ignaro, subisce il corso della storia e viene risucchiato dal flusso caotico delle peripezie, suscitando nel lettore istanti di tenerezza: Milano non è il paese della cuccagna, dell’opulenza e dello spreco, ma è la città delle contestazioni e dei malumori, scaturiti da un’errata e superficiale gestione politica. La visione liberista dello scrittore milanese bolla negativamente la disposizione del calmiere da parte del demagogo Ferrer, confermando le carenze di una classe dirigente inadeguata. Ma il gran cancelliere spagnolo, tra i personaggi d'autorità descritti da Manzoni, rivela una personalità più complessa e articolata, caratterizzata dal bilinguismo e dalla dissimulazione, le armi adoperate per sedare gli animi aizzati di rivoltosi e affamati. Infatti, con autorevolezza, astuzia e una sapiente dose di teatralità, atteggiandosi a istrione, si eleva sul pulpito e comincia a recitare, e con la sua performance salva il pusillanime vicario di Provvisione da un ingiusto linciaggio, riuscendo addirittura ad apparire come un eroe salvatore. Il consenso plenario, che si configura come il giubilo della menzogna, conferma che la massa popolare, irriflessiva e veemente, è dominata dalla capziosità del potere.

Renzo e il sedicente Ambrogio Fusella (di professione spadaio, in realtà un "bargello travestito") arrivano all'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L’inizio della quarantena, la “quiete” dopo la tempesta, il passaggio dall’aperto al chiuso, dalle strade all’osteria, dalla voce civile e pubblica al sospiro introspettivo. Il giovane e baldanzoso protagonista, dopo aver arringato i facinorosi con la sua prima orazione pubblica a sostegno della mobilitazione di massa, un "debol parere" che avrà invece vigorose ripercussioni sulle scene seguenti, logorato dall'andamento incalzante della giornata, va alla ricerca di un luogo dove rifocillarsi. L'ingresso nella locanda della Luna piena, frequentata dai "compagnoni", dai delinquenti, dai loschi avventori, simboleggia lo spartiacque narrativo del capitolo e, di fatto, una sorta di rituale di iniziazione per Lorenzo Tramaglino.

osteria promessi sposi coronavirus
L'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

Il topos dell’osteria potrebbe richiamare le mura domestiche, il focolaio familiare che abbiamo riscoperto nell’ultimo periodo. È il luogo dei bisogni elementari, il luogo protetto dove si riverberano le voci del mondo esterno, dove si consuma la degradazione da animale sociale ad essere sensibile e istintivo. Ma il senso non è spregiativo, anzi, riflette una condizione umana che sancisce il recupero di vecchie consuetudini, a lungo trascurate. Renzo, proiettato nello spazio di una dimensione di autocoscienza e riflessione, ripercorre la memoria e rimugina sul passato, lasciandosi andare al traviamento.

Renzo continua a parlare nell'osteria della Luna Piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

Il giovane è circondato da «compagnoni», da figure losche, da ignoti sgherri, che evocano i prepotenti e i birboni che lo hanno tormentato nel recente passato; la recrudescenza dell’umanità è visibile in ogni oscuro meandro dell’angusta locanda, e chi passa da quell’«usciaccio» è consapevole che si ritroverà davanti i propri demoni, pronto a un rituale di iniziazione. L’osteria è un locus multōrum, deputato alla collettività, al ludico e faceto assembramento; ma è anche lo spatium del personale annichilimento, delle aporie, della privata consapevolezza. La carestia, come il morbo, penetra ovunque, nella carne e nelle menti, sovvertendo gli equilibri e riallineandoli, rovesciando le gerarchie fittizie di pensiero e gli schemi di comportamento.

Renzo Tramaglino oramai ubriaco nell'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L’attualità dell’opera manzoniana permette di fare speculazioni in tempo di isolamento, di ragionare sulla realtà e la storia; leggere queste pagine apre nuove porte e delinea nuovi orizzonti dell’ego. Il viaggio del giovane protagonista si configura come un iter di formazione, e rivela l’intento pedagogico e moralistico di Manzoni, a distanza di secoli ancora capace di trasmetterci insegnamenti.

Bibliografia

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, con commento di Romano Luperini e Daniela Brogi, Milano, 2013.

Enzo Noè Girardi, Il tumulto di San Martino, in Manzoni “reazionario”, pp. 19 ss., Bologna 1972;

Cesare Angelini, L'osteria della Luna piena, in Capitoli sul Manzoni vecchi e nuovi, pp. 236-239, Milano 1966.

Sandro Modeo, Dalla peste al Coronavirus: la «seconda volta» della Lombardi, Corriere della Sera, 21 marzo 2020.


Brindisi: mostra "Arte liberata - Dal sequestro al museo"

BRINDISI

MOSTRA "ARTE LIBERATA - DAL SEQUESTRO AL MUSEO"

Il trionfo della LEGALITÀ nei BENI CULTURALI

 

 

L’arte contemporanea che torna libera, fruibile e godibile a tutti. È questo il senso della mostra "Arte Liberata – dal sequestro al Museo", che dal 15 dicembre 2018 è possibile ammirare, a Brindisi, presso Palazzo Granafei - Nervegna.

Le sessantanove opere esposte in Puglia, al termine della mostra torneranno in Lombardia (da dove provengono) per essere esposte a Bergamo. Presentata prima a Palazzo Litta, a Milano, la mostra è stata curata da Beatrice Bentivoglio Ravasio, storica dell’arte per il Ministero dei Beni Culturali.

Le opere visibili sono espressione del secondo Novecento fino ai primi anni 2000. Gli autori, italiani e stranieri, alcuni ancora viventi, permettono di entrare in contatto con il variegato mondo dell’arte e degli artisti dell’arte contemporanea. È una esperienza che fa riflettere, immaginare, cambiare la nostra visione prospettica della realtà. Pitture, sculture, fotografie, installazioni, Land Art, Accumulazioni, Impacchettamenti, Estroflessioni, Arte Cinetica, Optical Art, Arte Informale, pittura calligrafica, opere di design, e tanto altra arte contemporanea è possibile contemplare attraverso la maestria di: Arnaldo Pomodoro, Wols, Asger Jorn, Victor Vasarely, Christo, Andy Warhol,  Franco Angeli, Ettore Spalletti, Arman Fernandez, Arp Hains Jean, Emilio Vedova, Sol Lewitt, Berlinde De Bruyckere, Pablo Reinoso, Oscar Dominguez, Pietro Consagra, Wols, Mark Tobey, Giulio Paolini, Nunzio, Chen Zhen, Aitor Ortiz, Carlos Puente, Anton Zoran Musič,  Mario Bionda, Gerges Mathieu, Achille Perilli, Gianni Asdrubali, Arcangelo, Remo Bianco, Wim Delvoye, Gérard Deschamps, Raymond Hains, Arman, César,  Sergio Dangelo, Alik Cavaliere, Ben, Turi Simeti, Paolo Scheggi, Enrico Castellani, Christiane Löhr, Gianni Colombo, Giuseppe Penone, Yan Pei – Ming, Gelitin, Pol Bury, Bruno Ceccobelli, Pier Paolo Calzolari, Giuseppe Uncini, Lucio Del Pezzo.

È una collezione ritrovata, è Arte Liberata, perché composta da beni culturali tenuti nascosti in una casa di un privato cittadino, indagato per gravi reati finanziari: ora i quadri, le sculture, le installazioni tornano libere per merito di una legge figlia di quella estate del 1982, quando personalità del calibro di Pio La Torre, politico e sindacalista, e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, furono brutalmente uccisi dalla mafia. Da quel momento lo Stato dichiarò legge che si bloccassero e si sequestrassero i beni finanziari, i beni culturali e che questi  tornassero fruibili a tutti, destinati a musei, pinacoteche, gallerie d’arte.

Arte e Legalità un connubio perfetto che si cerca di spiegare e trasmettere a chi si reca in vista per vedere la mostra. Le visite guidate e i Laboratori Didattici sono tenuti da personale qualificato del Past (Patrimonio Archeologico, Storico, Turistico di Brindisi): storici dell’arte, dottori in scienze dei beni culturali, archeologi, esperti in lingue straniere, storici.

 

Pablo Reinoso (Buenos Aires, 1955), White Monochrome, installazione
(foto Claudia Di Cera)

 

César (Marsiglia, 1921 - Parigi, 1998). Bouillotte avec expansion, 1976. Scultura assemblata in bronzo fuso a cera persa, alluminio e plexiglass.(foto Claudia Di Cera)

 

Arnaldo Pomodoro (Morciano di Romagna, 1926). Senza titolo. Scultura in argento e ottone, fusione su osso di seppia in un unico esemplare.(foto Claudia Di Cera)

 

Enrico Catellani (Castelmassa, 1930 – Celleno, 2017). Superficie Opaline N°3, 1972. Olio e cera d’api su tela estroflessa. (foto Claudia Di Cera)

 

Carlos Puente (Santander, 1950). Negrito n.5. Scultura in legno dipinto. (foto Claudia Di Cera)

 

Hains Jean Arp (Strasburgo, 1887 - Basilea, 1966). Couronne Végétale, (1938) 1948. Rilievo in bronzo agganciato a tavola in legno. (foto Claudia Di Cera)

 

Victor Vasarely, (Pécs, 1906 - Parigi, 1997). Riu-Kare, 1956. Tempera su masonite. (foto Claudia Di Cera)

 

 

Bruno Ceccobelli (Montecastello di Vibio, 1952). L’ultima Cena, 1991. Legno dipinto, guanti in pelle, bombolette industriali. (foto Claudia Di Cera)

 

Franco Angeli (Roma, 1935-1988). E pluribus unum, anni ’60. Olio su tela e tulle blu. (foto Claudia Di Cera)

 

 

Berlinde De Bruyckere (Ghent,1964). Slaapzaal IV, 2000. Installazione: metallo, legno, coperte, lenzuola. (foto Claudia Di Cera)

 

 

Gelitin (Vienna, 1978). Roni, 2006. Scultura in plastilina su legno. (foto Claudia Di Cera)

 

Pol Bury (Haine Saint Pierre, 1922 – Parigi, 2005). Ramollissement virtuel n°77/n°40: Antonello da Messina, 2001. Elaborazione fotografica su tela. (foto Claudia Di Cera)

 

Anton Zoran Musič (Gorizia, 1909 – Venezia, 2005). Paesaggio, 1950. Olio Su Tela. (foto Claudia Di Cera)

 

arte liberata
Sol Lewitt (Hartford, 1928 – New York, 2007). Horizontal brushstrokers, 2002. Tempera su carta. (foto Claudia Di Cera)

 

arte liberata
ARCANGELO (Avellino, 1956). Senza titolo, 1993. Scultura in ferro, legno, e pittura a olio. (foto Claudia Di Cera)

 

arte liberata
Gérard Deschamps (Lione, 1937). Chiffons belges, 1962. Accumulazione di foulards su pannello. (foto Claudia Di Cera)

 

arte liberata
Mario Bionda (Torino, 1913 – Penango, 1985). Espansione Bianca, 1961. Tecnica Mista Su Tela. (foto Claudia Di Cera)

 

arte liberata
Wim Delvoye (Wervik, 1965). Marble Floor, 1989. Fotografia a colori.
(foto Claudia Di Cera)

 

arte liberata
Giuseppe Uncini (Fabriano, 1929 - Trevi, 2008). Spazi di ferro n. 49 (rilievo), 1989. Rete in ferro e resina a simulazione di malta cementizia. (foto Claudia Di Cera)

 

Informazioni:

MOSTRA "ARTE LIBERATA - DAL SEQUESTRO AL MUSEO"

- Quando: Dal 15 dicembre 2018 al 7 aprile 2019

- Ingresso libero

- Orario mostra:

Mattina: 9:00-13:00 (ultimo ingresso 12:30)

Pomeriggio: 16:00- 20:00 (ultimo ingresso 19:30)

- Dove: Palazzo Granafei Nervegna, via Duomo, 20, Brindisi.

- Visite guidate gratuite in lingua italiana, inglese e spagnola, necessaria prenotazione, telefonando al numero: 0831229784.

- Laboratori didattici e visita guidata, gratuita, telefonando al numero: 0831229784.

 

 


Milano: nuovi percorsi del Museo del Novecento, fino agli anni ottanta

Cultura

Presentato oggi il nuovo percorso del Museo del Novecento, che si estende ora fino agli anni ottanta con 80 nuove opere e 56 nuovi artisti

Presentate anche le nuove sale dedicate a Marino Marini e il nuovo laboratorio didattico. Oggi ingresso gratuito dalle 17:30 alle 21:30

nuovi percorsi Museo del Novecento Milano
Giulio Paolini, Mimesi (1975)

Milano, 23 febbraio 2019 – Sono state inaugurate oggi al Museo del Novecento le rinnovate sale dedicate a Marino Marini, le sale conclusive del percorso espositivo relative all’arte dagli anni Sessanta agli anni Ottanta - con 80 nuove opere e 56 nuovi artisti - e il nuovo laboratorio didattico, che si sposta verso l’ingresso del Museo, alla base della rampa a spirale, con nuovi temi e nuove proposte.

“Novecento: Nuovi Percorsi” è il titolo del nuovo allestimento che, attraverso due inediti itinerari, propone una significativa rilettura del patrimonio museale. Il progetto è parte integrante di un programma di rivisitazione che investe la sfera museografica, museologica e storico-artistica, e che giungerà a compimento nel 2020 in occasione del decimo anniversario dall’inaugurazione del Museo.

Elaborato dalla Direzione e dal Comitato Scientifico del Museo, “Novecento: Nuovi Percorsi” presenta innanzitutto l’innovativo progetto museografico per le sculture di Marino Marini pensato dall’architetto Italo Rota, che ha anche collaborato all’allestimento delle opere della seconda metà del XX secolo: quasi mille metri quadrati di nuovi itinerari, che comprendono l’allestimento di centoventidue opere d’arte e l’integrazione di trenta nuovi artisti all’interno del percorso espositivo.
Le sale dedicate a Marino Marini trovano una nuova collocazione, inserendosi nel percorso espositivo permanente in maniera cronologicamente coerente. L’operazione mira a valorizzare una raccolta molto significativa per le vicende collezionistiche della città. Le opere d’arte coinvolte sono infatti state donate dall’artista e dalla moglie, Mercedes Pedrazzini, alle Civiche Raccolte d’Arte tra il 1972 e il 1986: sono state quindi esposte presso la Civica Galleria d’Arte Moderna fino al 2010, anno in cui sono state trasferite al Museo del Novecento.

Nove anni dopo la sua apertura, il Museo propone una nuova riflessione sulla produzione artistica di Marino Marini: selezione, allestimento e posizione - con affaccio su Piazzetta Reale - concorrono a enfatizzare il rapporto privilegiato che l’artista ha sempre avuto con Milano, proponendo al contempo uno scorcio della sua ricca e varia attività. Dalla ritrattistica scultorea del Ritratto di Filippo de Pisis (1941) e il Ritratto di Igor Stravinskij (1951), alle sperimentazioni pittoriche di Le tre figlie del carrozziere (1947) e Scenario (1960), fino alla tensione che traspare nei movimenti delle Pomone, dei Cavalieri e dei Giocolieri.

Lo spostamento della collezione Marino Marini, fino ad ora accolta nelle sale al quarto piano del Museo, è stata l’occasione per ripensare integralmente l’allestimento relativo al periodo compreso tra gli inizi degli anni Sessanta e gli anni Ottanta. L’itinerario parte dal patrimonio museale e si avvale, tramite prestiti e comodati, dell’importante collaborazione di fondazioni, archivi e collezionisti. Da un lato si propongono narrazioni parallele di possibili storie dell’arte, con un’attenzione particolare al secolo breve come terreno fertile per le sperimentazioni linguistiche e mediali; dall’altra per la prima volta si crea un’interazione con la scena artistica internazionale, grazie all’esposizione di parte della Collezione Bianca e Mario Bertolini, donata al Comune di Milano nel 2015.

Dopo le prime sale dedicate alle esperienze ottico-cinetiche e agli ambienti site specific del Gruppo T, il percorso affronta le varie declinazioni della pittura: le esperienze Pop, il Realismo Esistenziale, i dipinti analitici e concettuali. I lavori di Mario Ceroli, Renato Mambor, Mario Schifano e Bepi Romagnoni, solo per citarne alcuni, sono presentati accanto a Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Richard Hamilton, mentre un significativo dialogo si instaura tra le superfici monocrome di Giulio Paolini e le carte di Sol Lewitt, e ancora tra Giorgio Griffa e Daniel Buren. Una saletta monografica è dedicata all’artista torinese Carol Rama, con l’esposizione - per la prima volta a Milano - di Presagi di Birnam (1970), acquistata dal Museo nel 2012.

L’importanza dell’arte concettuale è inoltre sottolineata dallo spazio dedicato agli artisti italiani e internazionali che tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta hanno attuato una significativa riflessione sul medium fotografico, tra cui John Baldessari, Marcel Broodthaers, Jan Dibbets, Joseph Kosuth, Vincenzo Agnetti, Bruno Di Bello, Giuseppe Penone, Ugo La Pietra e Michele Zaza. Le sale successive sono dedicate all’arte italiana, con un approfondimento sull’espansione del concetto di scultura da oggetto tridimensionale che abita lo spazio fino alla nascita dell’installazione, arrivando a toccare pratiche immateriali quali la performance. Oltre alla Sala dedicata a Luciano Fabro, confermata nel nuovo allestimento, l’analisi linguistica e materiale dell’installazione è affrontata attraverso le opere, tra gli altri, di Giovanni Anselmo, Amalia Del Ponte, Jannis Kounellis, Eliseo Mattiacci, Fabio Mauri, Mario Merz, Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio. Il percorso si chiude con il racconto delle esperienze che alla soglia degli anni Ottanta propongono un ritorno alla soggettività e alla narrazione, attraverso le opere di Nunzio Di Stefano, Marco Gastini, Paolo Icaro, Mimmo Paladino, Giuseppe Spagnulo.

Come da Comune di Milano.


Collezione Ramo Museo del Novecento Milano mostre disegno

Milano: al Museo del Novecento la mostra dedicata alle opere su carta del ‘900 dalla collezione Ramo

Cultura

Al Museo del Novecento la mostra dedicata alle opere su carta del ‘900 dalla collezione Ramo

“Chi ha paura del disegno?” è in programma dal 23 novembre al 24 febbraio 2019

Milano, 22 novembre 2018 – Da domani, venerdì 23 novembre, il Museo del Novecento ospita la mostra dedicata alle opere su carta del ‘900 italiano della Collezione Ramo. Con più di cento opere, da Boccioni a Paolini, passando per Savinio, Fontana, Melotti, Rama, Castellani, Mauri, Agnetti, Mondino, Schifano, Pascali, Boetti, Salvo e molti altri, la straordinaria collezione privata milanese si svela al pubblico per la prima volta, presentando anche un’importante pubblicazione con il catalogo generale della Collezione.

“Chi ha paura del disegno?” Il titolo, volutamente provocatorio, ironizza sulla scarsa considerazione riservata al disegno, che verrà presentato in mostra sotto una luce completamente inaspettata. La scelta delle opere e il colorato allestimento al di fuori delle modalità tradizionali conferiscono al disegno l’importanza che merita nella storia dell’arte e ne esaltano la fruizione.

Il progetto espositivo, a cura di Irina Zucca Alessandrelli, presenta al pubblico un’ampia selezione di lavori dei più rappresentativi artisti italiani del XX secolo, e di altri ancora da riscoprire, provenienti dalla prestigiosa Collezione Ramo, una delle maggiori raccolte private di opere su carta del XX secolo, iniziata alcuni anni fa dall’imprenditore milanese Pino Rabolini, che oggi viene messa in dialogo con la collezione del museo. Con circa 600 opere, a partire dal primo ‘900, la collezione segue le tracce dei maggiori protagonisti delle avanguardie storiche fino ai primi anni Novanta. Lo scopo della collezione è testimoniare la grande importanza dell’arte italiana del secolo scorso promuovendo una cultura del disegno dal valore autonomo, al pari di pittura e scultura.

Se lasciamo parlare i disegni, si possono formare dei gruppi tematici basati su ciò che effettivamente troviamo nelle opere su carta, al di là di categorie storiche e stilistiche. Per questo la mostra si divide in quattro sezioni sotto forma di domande aperte: “Astrattismi?”, “Figurazioni?”, “Parole + immagini = ?” e, “E gli scultori?”. Sono le opere stesse a rispondere ai quesiti nati dall’associazione visiva di forme astratte e figurative di epoche diverse per metterle in dialogo tra loro.
Le quattro divisioni della mostra sono al plurale e seguite dal punto interrogativo perché non fanno riferimento a precisi movimenti, ma aprono a nuove esplorazioni, proprio per non appiattire la personale visione di un artista sul nome di un solo movimento.

 

Il pubblico avrà l’occasione di apprezzare inediti e grandi capolavori che offrono una nuova lettura di artisti conosciuti soprattutto per la produzione su tela come Cagnaccio di San Pietro, Tancredi, Gnoli, Burri, o per la scultura come Wildt, Marini, Consagra. Per alcuni artisti si è preferito esporre opere degli anni giovanili o la produzione tarda che svela aspetti molto interessanti e inediti. Ci sarà anche l’opportunità di vedere la produzione interessantissima di artisti come Rho, Munari o quella su carta di artisti noti per le installazioni con materiali poveri come Merz, Kounellis, Anselmo e Calzolari.

Data la recente scomparsa del collezionista Pino Rabolini, questa prima grande presentazione della Collezione Ramo assume anche il significato di celebrare proprio chi con sensibilità e lungimiranza aveva creduto nella forza e nelle qualità uniche del disegno.
La Collezione Ramo, nella figura del suo mecenate, si è fatta carico di restaurare il magnifico cartone di Raffaello - nonché l’unico suo disegno preparatorio di grandi dimensioni rimasto al mondo - presso la Pinacoteca Ambrosiana, che lo presenterà nella primavera del 2019.

La mostra vede anche il vivace e inaspettato intervento di Virgilio Villoresi che ha realizzato una video animazione in carta, sorta di omaggio onirico alla Collezione Ramo: “Sogni di Segni” presenta il disegno sotto forma di sogno, giocando sulle opere e i colori di quattordici artisti presenti in mostra. Nel video, che vede lʼeccezionale presenza del suo autore, le protagoniste sono due mani che, con carta, pennelli e colori di vario tipo danno letteralmente vita ad alcuni disegni della Collezione, creando così un dialogo efficace e vivace tra le varie opere.

La collezione del Museo del Novecento, sede perfetta della mostra, offre al visitatore la possibilità di un confronto diretto con i dipinti e le sculture della collezione permanente, i cui autori in gran parte coincidono con quelli della Collezione Ramo.
Contestualmente alla mostra, la Collezione Ramo presenta la pubblicazione “Disegno Italiano del XX secolo”, a cura di Irina Zucca Alessandrelli, edita da Silvana Editoriale, che ripercorre un vero e proprio viaggio nella storia del disegno italiano, a partire dalle opere presenti nella raccolta.

La mostra “Chi ha paura del disegno?” è visitabile tutti i giorni con il biglietto di ingresso al Museo del Novecento e con visite guidate gratuite per famiglie e bambini, curate da Ad Artem. Offerte dalla Collezione Ramo e dalla scuola di scrittura Belleville, le attività partono con una visita che si snoda tra le opere esposte in mostra e la collezione permanente, e proseguono con un laboratorio didattico differenziato in base all’età dei partecipanti (per info e prenotazioni).

Per l’occasione sono stati inoltre creati il sito www.chihapauradeldisegno.it e il profilo Instagram della collezione (@collezioneramo) per rimanere sempre aggiornati sulle mostre e sulle attività della prestigiosa raccolta milanese.

Come da Comune di Milano.


Pavia: mostra "Tra il vento e la neve. Prigionieri italiani nella Grande Guerra"

Tra il vento e la neve

Prigionieri italiani nella Grande Guerra

Pavia, Castello Visconteo, 21 ottobre 2018 - 27 gennaio 2019

A cura di Francesca Porreca

con la collaborazione di Carlo Perucchetti

(Centro Studi Musica e Grande Guerra di Reggio Emilia).

Inaugurazione sabato 20 ottobre, ore 16.30

Interverranno

Massimo Depaoli, Sindaco di Pavia

Giacomo Galazzo, Assessore alla Cultura

Francesca Porreca, Curatrice della mostra

Rolando Anni e Carlo Perucchetti, per la presentazione del libro

Voci e silenzi di prigionia. Cellelager 1917-1918

In occasione dell’ormai prossimo appuntamento con il centenario della fine della Grande guerra, il Comune di Pavia ha organizzato per l’autunno 2018 una serie di eventi organicamente collegati al fine di approfondire e divulgare alcuni aspetti riguardanti la prima guerra mondiale, mettendo in luce in particolare la complessa e poco nota vicenda dei prigionieri italiani nei campi di concentramento tedeschi e austriaci, già attivi nel primo conflitto, e il ruolo della Croce Rossa Internazionale, che ha tenuto vivo il canale di comunicazione tra i soldati e le loro famiglie, oltre ad assicurare un supporto medico neutrale.

Uno dei temi meno conosciuti della prima guerra mondiale è la prigionia di 600.000 italiani nei lager austriaci e tedeschi. In essi morirono oltre 100.000 soldati per le durissime condizioni di vita, nella sostanziale indifferenza dello Stato Italiano e del Comando Supremo.

Il ritrovamento presso archivi privati di una ricca e importante documentazione inedita riguardante il lager per ufficiali italiani di Celle (in Germania, vicino ad Hannover), insieme alla presenza nell’archivio dei Musei Civici del manoscritto originale di Angelo Rognoni (Pavia, 1896–1957) intitolato Gefangenen (prigioniero), che racconta la sua esperienza di prigioniero prima a Crossen am oder e poi a Celle Lager, è stato lo spunto per approfondire la ricerca su questo tema. Tra gli ufficiali prigionieri ci furono numerosi scrittori, come Carlo Emilio Gadda, Bonaventura Tecchi, Ugo Betti e non pochi artisti e musicisti, come Francesco Nonni, Angelo Rognoni e Silvio Santagostino, che scrissero numerosi diari e cartoline, realizzarono disegni, dipinti e composizioni musicali.

«Si tratta di un lavoro di elevato profilo scientifico, come la statura dei nostri Musei richiede. Ma sarà anche l’occasione di una presa di coscienza collettiva su angoli della Memoria che è doveroso tenere vivi, perché rimangano in futuro spunti di consapevolezza e di impegno. In questo percorso ci aiuteranno la ricchezza del patrimonio dei nostri Musei, le testimonianza dei cittadini pavesi che hanno voluto contribuire ad arricchire il percorso espositivo, un importante apparato di attività collaterali. Non solo una mostra, dunque, ma una vera e propria iniziativa culturale collettiva», scrivono il Sindaco Massimo Depaoli e l’Assessore alla Cultura Giacomo Galazzo nel testo di presentazione al catalogo.

I Musei Civici di Pavia hanno riordinato e studiato approfonditamente il proprio patrimonio per arricchire la mostra con lettere e cartoline dal fronte, fotografie, documenti, diari manoscritti, diari fotografici, che si uniscono al Fondo I Guerra mondiale dell’Archivio Storico Civico. Tra questi documenti, spicca la vicenda dell’infermiera della Croce Rossa Maria Cozzi, che ha documentato la vita quotidiana dell’ospedale da campo, dei soldati, delle infermiere e dei medici lì impegnati.

Insieme al diario di prigionia di Angelo Rognoni, testimonianza lucidissima del campo di concentramento, la mostra mette in evidenza il lato artistico, quello più vivace e poetico, legato al futurismo, grazie ai disegni realizzati durante la prigionia a Celle e le opere di stile futurista, le composizioni parolibere, lo straordinario Film di prigionia, quasi del tutto inedito, per mostrare con quanta umanità sia stato vissuto il periodo disumano della prigionia.

Rognoni è stato a Pavia il principale esponente del Futurismo, insieme all’amico fraterno Gino Soggetti, del quale viene indagata per la prima volta la partecipazione al primo conflitto mondiale, insieme alla più nota carriera di pittore e grafico pubblicitario.

A questo materiale si sono aggiunte le numerose e interessanti testimonianze che i cittadini pavesi hanno reso pubbliche con grande generosità, per restituire alla memoria collettiva gli oggetti appartenuti ai loro famigliari coinvolti nella Grande Guerra: in mostra saranno esposti il diario di guerra e di prigionia di Giuseppe Resegotti, il diario per immagini del pittore Silvio Santagostino, il diario di Luigi Necchi, l’Autobiografia di Giulio Peduzzi, il diario di Gino Soggetti, materiali di grande interesse e del tutto inediti.

Molti saranno gli eventi collaterali sul tema, oltre alle visite guidate, per accompagnare i visitatori in questo doveroso viaggio nella memoria.

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Ermanno Olmi, il regista gentile

Nato a Bergamo il 24/07/1931, Ermanno Olmi è tra i più grandi registi italiani del ‘900. Uno stile unico il suo, che ha raccontato l’Italia degli ambienti contadini degli anni cinquanta, approdando poi a diverse tematiche con tratto fortemente storico e artistico.

Di famiglia cattolica, rimase orfano di padre in giovane età, a seguito di quella che passò poi alla storia come la Seconda Guerra Mondiale. Dopo aver frequentato il liceo scientifico, si iscrisse al liceo artistico senza però mai completare gli studi. Trasferitosi a Milano per seguire i corsi di recitazione presso l’Accademia di Arte Drammatica, riuscì a trovarvi un impiego presso la Edison-Volta, realizzando dei servizi cinematografici incentrati su alcune produzioni industriali. È qui che Ermanno Olmi cominciò ad appassionarsi e a dimostrare la sua tenacia, riuscendo a realizzare una quarantina di documentari, ponendo sempre attenzione sulle difficili condizioni di lavoro nelle fabbriche del suo tempo.

Alla Mostra del Cinema di Venezia (1965)

Il suo primo lungometraggio è targato 1959, dal titolo “Il Tempo si è fermato”. Film girato da attori non professionisti e con suoni in presa diretta, una storia ambientata sul Monte Adamello che rivelò da subito le sue indubbie capacità e quella sensibilità autoriale che da sempre lo contraddistinguono. I temi della natura, della fragilità umana, della solitudine, dell’umiltà e della tradizione furono delle costanti in tutti i suoi lavori.

Sandro Panseri, protagonista del film Il posto (1961)

Due anni dopo riuscì a realizzare il suo secondo lungometraggio, “Il Posto”, attirando le attenzioni della critica, tanto da vincere il Premio della critica alla Mostra del cinema di Venezia del 1961.

L'albero degli zoccoli: la scartocciatura del granoturco

Nel decennio seguente non riuscì però a replicare gli stessi consensi. È infatti solo nel 1978 con “L’albero degli zoccoli” che riuscirà nuovamente a mettere d’accordo pubblico e critica, vincendo la Palma d’oro al Festival di Cannes e il Premio César come miglior film straniero.

Ermanno Olmi sul set de I recuperanti, Foto Radiocorriere (1973)

Si trasferì in seguito a Milano, dove fondò la scuola “Ipotesi Cinema”, continuando a girare altri film, nonché documentari e spot televisivi per la RAI. Gli anni ’80 lo videro inizialmente assente a causa del manifestarsi di una grave malattia che lo spinse lontano dai riflettori. Si trattava della sindrome di Guillain-Barré che immobilizzò i suoi arti e che purtroppo contrassegnò parte della sua vita. Nonostante tutto, nel 1987 diresse “Lunga vita alla signora!”, con il quale vinse il Leone d’argento al Festival di Venezia. L’anno seguente fu, invece, la volta di “La leggenda del santo bevitore”, altro capolavoro con il quale si aggiudicò il Leone d’oro e quattro David di Donatello.

Nel 1993 uscì nelle sale “Il segreto del bosco vecchio”, ripreso dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati. Il protagonista della pellicola è Paolo Villaggio nel ruolo inconsueto di un colonnello in pensione incattivito dalla solitudine, redentosi al seguire di alcune vicende fantastiche accadute nella foresta di Somadida. Nel 1994 gira poi “Genesi: La creazione e il Diluvio”, facente parte della collana internazionale “Le storie della Bibbia”. Torna sul maxischermo nel 2001 con “Il mestiere delle armi”, film storico ambientato nel Cinquecento, con il quale vinse ben nove David di Donatello.

Nel 2003 è la volta di “Cantando dietro i paraventi”, film storico-fantastico sulla Cina imperiale, che vede la partecipazione di Carlo Pedersoli, alias Bud Spencer, il quale riesce a ottenere nuovamente diversi riconoscimenti. Nel 2005 gira il film “Tickets”e nel 2007 “Centochiodi”, nonché “Il viaggio di cartone” (2011) e “Torneranno i pirati” (2014), il suo ultimo film realizzato. Si dedicherà infine, negli ultimi anni di vita, a una delle sue prime e più grandi passioni: il documentario.

Ermanno Olmi, ritaglio a partire da foto dell'Associazione Amici di Piero Chiara, CC BY 2.0

Tra le varie onorificenze ricevute vi sono da annoverare quelle di Commendatore, Grande ufficiale e Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, la Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte, nonché la laurea ad honorem in Scienze umane e pedagogiche conferita dall’Università di Padova.

Abbiamo voluto celebrare oggi un grande regista, un uomo semplice e colto, un autore raffinato e da sempre impegnato nella rivalutazione storico-letteraria del nostro paese.

Grazie, Maestro!

 


Milano: la Civica Scuola di Cinema intitolata a Luchino Visconti

Formazione

La Civica Scuola di Cinema intitolata a Luchino Visconti

Porterà il nome del grande regista milanese scomparso 40 anni fa. Il ministro Franceschini: "Uno dei centri di eccellenza del paese". Il sindaco Pisapia: "Ha fatto della nostra città il set di alcuni dei suoi più grandi capolavori"

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Milano, 17 marzo 2016 – La Civica Scuola di Cinema di Milano è stata intitolata a Luchino Visconti, a quarant’anni dalla sua scomparsa avvenuta il 17 marzo 1976.

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Monza: "Mai stata così Reale!"

"Mai stata così Reale!"

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La Villa Reale di Monza diventa ancora più reale!
Dal 5 febbraio 2016 la visita degli  Appartamenti Privati al Secondo Piano Nobile sarà infatti arricchita con la cosiddetta “realtà aumentata”. Senza alcun pagamento aggiuntivo rispetto al biglietto d’ingresso, tutti i visitatori potranno provare l’esperienza ARtGlass, grazie a occhiali speciali che, con una tecnologia dedicata, permettono di “fondere” la visione reale e virtuale di un ambiente o di un’opera d’arte.
Grazie a una tecnologia dedicata, questi occhiali futuribili consentono al visitatore di muoversi liberamente negli ambienti della Villa Reale e di vivere un’esperienza immersiva arricchita di informazioni aggiuntive relative agli spazi, agli arredi e alle vicende storiche che li hanno caratterizzati, non rilevabili attraverso l’osservazione diretta.

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