Storia del Partenone. Un salto nell'Atene del V secolo a.C.

Da millenni domina il paesaggio della città di Atene, proprio lì nel cuore dell'Acropoli, ed è la migliore rappresentazione dell'arte classica. La sue fondamenta sorgono su un precedente tempio raso al suolo dai Persiani nel 480 a.C.: il nuovo edificio, progettato dai migliori architetti dell'epoca, avrebbe dovuto cancellare l'onta di una distruzione già annunciata e proclamare la rinascita della città. Farà molto di più: ne diventerà il simbolo.

L'audacia e l'ambizione di un'opera così imponente sono fondate sulle spoglie di una lunga guerra che ha determinato il destino della Grecia. Le ostilità tra i greci e i persiani andavano ormai avanti da decenni con scontri epocali: Maratona, le Termopili, Salamina e Platea. I rapporti turbolenti tra le due realtà vengono mitigati da una pace che impediva ai persiani di entrare nel Mar Egeo, la cosiddetta pace di Callia. Anche il rapporto tra Atene e i suoi alleati subisce delle modifiche: dopo aver rinforzato la sua egemonia, costituisce la lega delio-attica, nella quale ingloba in un'unica alleanza molte città del mondo ionico e molte delle isole che l'avevano spalleggiata nel corso delle Guerre Persiane. Grazie al ruolo guida che la città assume assieme a Sparta, inizia l'epoca aurea della Grecia. Con l'ascesa al potere dello statista democratico Pericle, Atene diviene la capitale politica e culturale del Mediterraneo.
Nel 443 a.C. prende forma il programma di ristrutturazione dell'Acropoli, grazie alle ingenti somme di denaro di cui poteva disporre la città.

Storia Partenone Acropoli di Atene

Il marmo pentelico

Il Partenone è il primo edificio su cui si concentreranno gli sforzi economici del piano di ristrutturazione di Pericle. Questo grande tempio di ordine dorico, dedicato alla dea Atena Parthenos, viene concepito per accogliere l'enorme statua criselefantina progettata da Fidia. È lungo 70×31 m e non ha un altare davanti a sé. Le processioni e i sacrifici venivano infatti effettuati nell'altare che stava di fronte al vecchio tempio di Atena Polias, proprio adiacente al luogo in cui sorge l'Eretteo.

È costruito con un marmo particolarissimo e splendente, ricavato dalle cave di marmo del Monte Penteli, a circa 15 km dalla città. Per trasportare gli enormi blocchi di marmo sulle ripide pendici dell'Acropoli era necessario utilizzare una tecnica particolare: l'ipotesi più accreditata è quella che prevede un sistema di intelaiature di legno, posizionate intorno alle colonne, che venivano trasportate con i buoi sulla collina a mo' di rullo. Sul luogo di costruzione venivano usate delle gru con un sistema di puleggie per sollevare i blocchi.

La planimetria del tempio presenta delle caratteristiche nuove, perché la fronte non è esastila come ci si aspetterebbe di vedere in un qualunque tempio dorico: la fronte è ottastila, cioè composta da 8 colonne sui lati brevi e 17 sui lati lunghi. Le numerose epigrafi, rinvenute sulla sommità dell'Acropoli, ci consentono di conoscere i nomi dei responsabili di questo cantiere sorto nel 447 e terminato nel 438 a. C.: il "sovrintendente" Fidia era affiancato da due architetti di altissimo valore, Iktynos e Kallikrates.

Commistione stilistica: un esperimento rivoluzionario

La cella del Partenone è suddivisa in due spazi: un ambiente rivolto ad ovest, caratterizzato dalla presenza di 4 colonne di ordine ionico (i cui frammenti sono esposti al Museo dell'Acropoli) che sorreggono le architravi del soffitto ligneo, e utilizzato per conservare gli arredi sacri e il peplo consegnato dalle fanciulle durante la cerimonia sacra delle feste Panatenee; un ambiente ad est, lungo 100 piedi, con un portico continuo che gira intorno alla cella formando un "pi greco" (π) grazie alla presenza di 10 colonne sui lati lunghi e 5 sui lati brevi, concepito in funzione di creare una quinta scenica per abbracciare il simulacro criselefantino della dea Atena Parthenos (di cui rimangono solo copie di età romana: la migliore tra esse è conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene). Questa innovazione planimetrica verrà poi presa come modello nei templi eretti successivamente.

Ma la grande novità risiede nella compresenza in un unico edificio, per la prima volta nella storia dell'architettura greca, dei due ordini principali, quello dorico e quello ionico. Esternamente il tempio si presenta come un tempio di ordine dorico, invece nell'opistodomo compaiono le già menzionate colonne di ordine ionico. Anche i fregi, interni ed esterni, propongono una mescolanza di stili: alle metope e ai triglifi, simboli dell'ordine dorico, realizzati sulla sommità esterna del tempio, si contrappone il lungo fregio continuo di ordine ionico che gira attorno ai muri della cella interna.
Fino al periodo precedente, il cosiddetto "stile severo" (480 - 450 a. C.) vi era una rigida distinzione tra i due ordini: Fidia invece ne promuove una sintesi.

L'esaltazione della civiltà: il programma iconografico

Nella mentalità greca non esiste atteggiamento celebrativo che non faccia ricorso al patrimonio mitico. La volontà di Pericle era quella di esaltare la vittoria della piccola città di Atene contro il temibile nemico persiano. Ciascuno dei lati sviluppa un tema mitologico che vede la contrapposizione tra il mondo civile, rappresentato dagli dei dell'Olimpo e dagli eroi greci, e il mondo barbaro rappresentato da figure semiferine e poco civilizzate: ad est campeggia la Gigantomachia; ad ovest, l'Amazonomachia; a sud vi è la Centauromachia; a nord, la guerra di Troia, prefigurazione dello scontro tra Oriente e Occidente. Il progetto iconografico è unitario e coerente, ed è opera di Fidia; ma la sua realizzazione viene affidata a tanti artigiani coordinati dai capi bottega per hanno lavorato sull'Acropoli per ben 15 anni.

I frontoni rappresentano la miracolosa nascita di Atena (sul lato est) e la contesa tra la dea titolare del tempio e Poseidone per il possesso della regione dell'Attica.
Sfortunatamente la maggior parte delle metope risulta danneggiata per la vicenda travagliata di cui il Partenone è stato protagonista nel corso dei secoli. L'edificio è stato tramutato prima in chiesa, poi in sede vescovile e persino in moschea, ma il danno peggiore lo ha subito nel 1687 a seguito di un bombardamento a cui fu sottoposto durante il combattimento tra veneziani e turchi che ha danneggiato irrimediabilmente il programma decorativo quasi nella totalità.

La maggior parte delle metope oggi si trova esposta al British Museum, lì portate dall'ambasciatore britannico Sir Thomas B. Elgin nei primi decenni dell'Ottocento.
Nel fregio interno di ordine dorico viene rappresentata un'unica vicenda: la processione reale che gli ateniesi compivano salendo sulla Acropoli in occasione delle feste Panatenee. Vengono rappresentate tutte le classi sociali ateniesi che convergono sul lato est del tempio, dove si conclude la sfilata. Al centro, sopra la porta principale, sono rappresentate le fanciulle vergini che offrono il peplo sacro ad Atena in presenza degli dei e degli eroi. Tutti i personaggi sono connotati da una grande serenità mentre partecipano a questo rito identitario che celebra la pace, l'opulenza e l'orgoglio che la città è riuscita ad ottenere grazie alla benevolenza divina.

Storia Partenone Acropoli di Atene

Bibliografia:
1) Arte greca. Dal decimo al primo secolo a.C., G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Mondadori, Milano 2013

2) Storia greca, Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, D. Musti, Editori Laterza, Roma 2006.

3) Από τον λατομείο στον Παρθενώνα, M. Korres, Εκδοτικός Οίκος ΜΕΛΙΣΣΑ, Atene 2000.

4) Parthenon. Power and Politics on the Acropolis, D. Stuttard, The British Museum Press, Londra 2013.

5) Viaggio in Grecia, Attica e Megaride (I), Pausania, BUR, Milano 1991.

 

Tutte le foto sono di Cristina Provenzano.


Apollo Delfi

Una passeggiata a Delfi per scoprire il tempio di Apollo

Luogo spirituale per eccellenza, cuore pulsante della Grecia centrale, collocato nella regione della Focide, il sito di Delfi sorge sulle pendici del monte Parnaso, a 600 m di altezza, affacciandosi sul Golfo di Corinto. Questo luogo ospita il tempio sacro al dio Apollo, frequentatissimo dagli antichi Elleni che lo consideravano idealmente "l’ombelico del mondo", il centro del globo.
Il tempio si presentava come un'imponente costruzione, al cui ingresso campeggiava la famosa massima «ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ», quel "conosci te stesso" fatto proprio dalla filosofia socratica. Accoglieva l'oracolo più influente dell'epoca che, sin dal VII secolo prima della nascita di Cristo, riceveva le visite di tante persone comuni, giunte in pellegrinaggio nella speranza che il fato volgesse a loro favore. In migliaia ogni anno affrontavano l'arduo viaggio recando doni di ogni sorta, poiché senza offerte non v'era profezia. E persino i re si affidavano ai responsi divini. Guerra o pace, vittoria o sconfitta: tutto dipendeva solo dal vaticinio dell'oracolo.
Statua di Antinoo, il favorito dell'imperatore Adriano. Dal Museo Archeologico di Delfi
Il santuario di Delfi fa parte della ristretta cerchia dei luoghi cosiddetti panellenici. Era frequentato da tutti i Greci in occasione delle festività che si celebravano in onore del Lossia (epiteto di Apollo, con il quale si indicava l'ambiguità del responso oracolare) e degli agoni ginnici che qui, dal 586 a.C., si svolgevano ogni quattro anni. I giochi erano chiamati Pitici, perché Piton era il serpente o dragone che sorvegliava la località, e venivano celebrati tra i mesi di agosto e settembre. Ai vincitori era donata una corona di alloro, oltre alla gloria imperitura. La leggenda racconta che gli agoni iniziarono dopo che Apollo uccise il mostro figlio di Γη, la Terra, divinità ancestralmente venerata sin dall'età geometrica.
Statua dell'Auriga di Delfi, dal Museo Archeologico locale
Da un punto di vista archeologico, il sito di Delfi presenta due aree sacre principali, poste ai lati di una sorgente d'acqua che sgorga da una fenditura della roccia sulla parete del Parnaso, la fonte Kastàlia: oltre al santuario di Apollo, ad est si presentava quello dedicato ad Atena Pronaia, anch'esso ricco di edifici.
Per giungere al tempio di Apollo bisognava accedere da una porta a sud, dopo aver attraversato un percorso a tornanti che conduceva sul piazzale antistante l'edificio.
Delfi Apollo
Il tempio di Apollo a Delfi
Era la Via Sacra, lungo la quale ancora oggi ci si imbatte in straordinari edifici, offerte votive lasciate dai fedeli per ringraziare il dio Apollo del responso ottenuto. Questi particolarissimi edifici recano un nome ben preciso, si chiamano "thesauròi" ed hanno la forma di tempietto prostilo con due colonne tra le ante. Non superano i 25 m² ma sappiamo che al loro interno custodivano dei doni preziosissimi, fatti dalle singole città.
Tra i più rilevanti va annoverato senza dubbio il tesoro dei Sifni, edificato attorno al 530 a. C. Il tesoro dei Sifni si presenta come un piccolo edificio di ordine ionico realizzato in marmo, e la caratteristica principale sta nella presenza di due cariatidi poste in sostituzione delle colonne tra le ante. Le due figure femminili sono panneggiate secondo la tipologia della kore e vengono rappresentate con un canestro sorretto dalla testa, sulla cui sommità svetta il capitello che sorregge la trabeazione dell'edificio.
Grazie a Erodoto sappiamo che Sifnos visse un periodo di grande splendore poiché, quando si iniziò a coniare moneta, vennero sfruttate le miniere d'argento che si trovavano nell'isola. Questo thesauros venne realizzato sicuramente  entro il 524: proprio in quell'anno Sifnos venne completamente distrutta da Policrate di Samo.
Il tesoro degli Ateniesi lungo la Via Sacra che conduceva al tempio di Apollo a Delfi
Proseguendo lungo la Via Sacra è possibile incontrare il tesoro degli Ateniesi. Secondo Pausania, l'elegante edificio realizzato in marmo di Paro sarebbe stato eretto con la decima del bottino ottenuto a seguito della celebre battaglia di Maratona, combattuta nel 490 a. C.; tuttavia alcuni studiosi ritengono che possa essere più antico. L'edificio presenta una decorazione scultorea di 30 metope che circondavano la trabeazione. Ogni lato raccontava una storia tratta dal mito, i cui protagonisti erano Eracle e Teseo.
La Sfinge dei Nassi, dal Museo Archeologico di Delfi
Alcuni thesauroi hanno suscitato l'interesse di molti studiosi, a causa di un apparato decorativo scultoreo estremamente ricco ed elegante. È il caso della Sfinge dei Nassi, uno dei doni votivi che meglio hanno resistito all'usura del tempo. La città di Naxos, celebre isola delle Cicladi, aveva realizzato un'altissima colonna ionica in marmo, i cui frammenti si conservano nel Museo Archeologico di Delfi. Sopra la colonna, datata tra il 570 e il 560 a. C., vi era una Sfinge dallo sguardo enigmatico che accoglieva i fedeli in processione.
Giunti al tempio di Apollo, non si può che rimanere estasiati di fronte all'aura di sacralità che circonda l'edificio. La sua storia è tanto antica quanto travagliata. Sempre lo storiografo Erodoto ci racconta che esisteva un primo tempio eretto in pietra, che è stato distrutto nel 548 da un terribile incendio. A seguito di questo episodio, l'edificio è stato poi ricostruito grazie ai finanziamenti della famiglia degli Alcmeonidi, esiliati dalla città di Atene, dopo l'omicidio di Ipparco nel 514. Si presenta con una cella distila in antis, e un colonnato di 6×15. Un terribile terremoto finì per distruggere anche questo nel 373 a. C.
Tutte le foto di Delfi, dal Museo Archeologico, dalla Via Sacra e dal Tempio di Apollo sono di M. Cristina Provenzano
Bibliografia

G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Arte greca. Dal decimo al primo secolo a. C., Mondadori, Milano 2013
D. Musti, Storia greca, Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, Editori Laterza, Roma 2006.
L. Canfora, Storia della Letteratura Greca, Editori Laterza, Roma 1986.

Basilica San Marco restauro mosaici

Ripartono i lavori per interventi protettivi urgenti sui mosaici della Basilica di San Marco

RIPARTONO I LAVORI PER INTERVENTI PROTETTIVI URGENTI
SUI MOSAICI PAVIMENTALI DELLA BASILICA DI SAN MARCO A VENEZIA,
DOPO LA SOSPENSIONE PER L'EMERGENZA COVID-19

La Procuratoria di San Marco autorizzata dalla Prefettura a riavviare le operazioni da lunedì 27 aprile 2020, con l'osservanza di tutti i protocolli stabiliti a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Un segnale importante per il settore dei Beni Culturali

In seguito alla richiesta presentata dalla Procuratoria di San Marco venerdì 24 aprile, la Prefettura di Venezia ha autorizzato la ripresa degli interventi tampone e di salvaguardia sui mosaici pavimentali all'interno della Basilica di San Marco, cuore religioso e culturale, simbolo per eccellenza della città lagunare.

La Basilica rimane chiusa alle Messe ed alle visite turistiche in attesa delle disposizioni sulla FASE 2 dell'emergenza COVID-19, ma le attività tese a rimuovere le efflorescenze saline e a proteggere i frammenti musivi in pericolo sono effettivamente già iniziati il 27 Aprile, con una piccola squadra di 4 persone operanti in Basilica, salita a 6 nella giornata di martedì. Nelle settimane successive rientreranno altre maestranze.

Questa ripresa dei lavori avviene nel rispetto di rigidi protocolli sanitari, accuratamente predisposti dalla Procuratoria nelle scorse settimane e in accordo con i lavoratori interessati.

Infatti, sono stati attivati dalla Procuratoria di San Marco tutti i presidi necessari e le modalità operative - mascherine e sistemi di protezione, distanziamento, controllo della temperatura corporea in ingresso, turni differenziati, ecc - per tutelare la salute dei restauratori e garantire la massima sicurezza.

Dalla direzione dei servizi tecnici della Procuratoria di San Marco, affidata al Proto prof. arch. Mario Piana, dipendono lo "Studio di mosaico", cui sono affidati la conservazione e il restauro del manto musivo e una equipe di operai restauratori per i lavori inerenti alla manutenzione degli immobili della fabbrica marciana e dei suoi beni mobili.

Questa ripartenza ci auguriamo possa anche essere considerata un segnale importante per il riconoscimento della necessità e dell'urgenza di taluni interventi sui Beni Culturali, pur nel contesto delle disposizioni per la salvaguardia della salute, imposte a livello nazionale e internazionale.

 

"Siamo particolarmente felici di questa possibilità" commenta il Primo Procuratore di San Marco Carlo Alberto Tesserin. "Intanto possiamo riprendere l'intervento sul pavimento musivo che è quello che preoccupa maggiormente dopo la terribile Acqua Alta dello scorso novembre. Per la difesa della Basilica dalle acque alte future, ci sono due grandi progetti programmati e in parte finanziati, grazie all’impegno del Provveditorato alle OO PP del Triveneto ed alla Regione Veneto, che ha già attribuito alla Procuratoria dei fondi straordinari. Questi progetti prevedono procedure di autorizzazione e di affidamento complesse. Inoltre esse sono opere che in gran parte riguardano l'esterno della Basilica e dunque non dipendono solo da noi. All’interno della Basilica, dove possiamo operare con i nostri dipendenti e collaboratori, abbiamo ritenuto fosse fondamentale ripartire il prima possibile."

Basilica di San Marco mosaici

Il 12 novembre 2019 l'evento catastrofico che ha colpito Venezia ha danneggiato pesantemente anche la Basilica di San Marco, che solo nel lontano 1966 è stata invasa come a Novembre; mai prima dello scorso anno con tanti eventi estremi ripetuti: la cripta completamente sommersa, così come il nartece e l'intera pavimentazione fino all'altare della Madonna Nicopeia.

"È stato appurato che il 60 per cento della pavimentazione in marmo della Basilica di San Marco, una pavimentazione oltre 2000 metri quadri, i cui pezzi più antichi risalgono al XI secolo, è da restaurare"- ricorda l'ingegnere Pierpaolo Campostrini Procuratore di San Marco con delega ai Servizi Tecnici - non possiamo dimenticare che oltre all'evento straordinario della notte del 12 novembre, lo scorso anno le maree hanno attanagliato la città da inizi novembre fino a Natale: i mosaici pavimentali, le murature in mattoni sono rimasti sotto acqua per giorni interi (la metà delle ore dell’intero mese). Il fenomeno della corrosione salina, in assenza di interventi specifici, continua inesorabile: il lavoro deve iniziare subito con la fase di messa in sicurezza, poi proseguirà per molto tempo. "

Basilica di San Marco mosaici

"L’acqua salata che impregna pavimenti e pareti evapora - spiega il Procuratore Campostrini - ma rimangono i sali che fanno disgregare i mattoni, i marmi e gli intonaci su cui sono appoggiati i mosaici. Sono processi cumulativi e i danni aumentano con il passare del tempoI fenomeni di sollevamento delle tessere musive sono stati importanti. Di qui l'esigenza di riavviare le operazioni il prima possibile"

"Credo che questa ripresa parziale dell'attività sia un bel segnale anche per tutto il settore dei Beni Culturali che sono un bene primario per il nostro Paese, che va tutelato anche nelle contingenze drammatiche che stiamo vivendo".

La Procuratoria intanto sta lavorando per definire le procedure per affrontare la FASE 2 della riapertura al pubblico contingentata e con i caratteri della sicurezza, quando questa sarà possibile.

La copertura con il wi fi e la fibra ottica già installata, collega alla rete GARR gestita dal Ministero della Ricerca Scientifica, rendono la Basilica di San Marco all'avanguardia rispetto a monumenti simili in Italia - potranno favorire l'individuazione e l'applicazione di modalità di vista adeguate.

Basilica di San Marco mosaici

 

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Villaggio Globale International Copyright © Villaggio Globale International

 

 


L’Acropoli di Atene e il restauro dell’immagine di una città

Foto della città di Atene dalla collina del Licabetto. ©Sveva Ventre

Nata sotto la protezione della dea da cui prende il nome, la città di Atene appare oggi come una metropoli estesa ed estremamente densificata a livello abitativo. Essa costituisce, considerando l’area urbana della Grande Atene, la settima conurbazione più grande dell'Unione Europea e la quinta capitale più popolosa dell'Unione. All’interno di questo paesaggio urbano biancastro, mitigato qui e lì da un’area verde, spicca la collina rocciosa dell’Acropoli, la quale occupa da sempre una posizione centrale all’interno della pianura sulla quale si estende la città. Per comprensibili ragioni di natura difensiva, strategica e simbolica, l’Acropoli è stata il primo bacino d’occupazione antropica di Atene.

August Wilhelm Julius Ahlborn, Blick in Griechenlands Blüte, olio su tela (1836), Alte Nationalgalerie, Berlino. Foto HAESsJ_MthhX5g at Google Cultural Institute, pubblico dominio

Fin dall’età preistorica, e in maniera ancor più consistente in età protostorica, l’Acropoli fu il cuore della localizzazione del potere territoriale. Dopo una prima configurazione come centro urbano in età micenea, essa conobbe prima in età arcaica e poi in età classica il massimo del suo splendore, diventando uno dei maggiori complessi monumentali e religiosi dell’Antica Grecia. Inserita nel tessuto di una città in continua crescita e metamorfosi, nei secoli successivi all’età classica, questo luogo non è mai rimasto lo stesso, attraversando l’età ellenistica, romana, bizantina, medievale e moderna fino ad arrivare a quella contemporanea, adattando la propria architettura di volta in volta alle necessità funzionali delle varie epoche che si sono succedute. Questo lungo processo ha comportato sovrapposizioni, trasformazioni, riusi e obliterazioni, e ha fatto sì che nell’approccio contemporaneo ai monumenti dell’Acropoli non si possa non tenere in conto, con una visione adeguatamente ampia, di tutti questi segni.

Acropoli di Atene restauro
Foto dell’Acropoli di Atene dal Museo dell’Acropoli. ©Sveva Ventre

Analizzando i monumenti dell’Acropoli di oggi, riportati all’età di Pericle e di Fidia, possiamo leggere su di essi la storia degli interventi di restauro archeologico e architettonico come un esempio paradigmatico della concezione dell’utilizzo, della tutela, della gestione e della fruizione del patrimonio culturale, di un esempio dell’architettura e della storia classica che ci è indispensabile conoscere. Possiamo leggere su quegli stessi resti, ancora, un tempo che l’etnologo Marc Augé definisce come “puro, non databile”, quel tempo che tramite il restauro di questi simboli la Grecia sta tentando di congelare.

Acropoli di Atene restauro
Karl Friedrich Schinkel, disegno per il Palazzo Reale sull’Acropoli di Atene (1834). Das neue Hellas, München 1999, p. 537 via ArteMIS, Ludwig-Maximilians-Universität München, Kunsthistorisches Institut, Ludwig-Maximilians-Universität München via, Prometheus. Immagine in pubblico dominio

Con la nascita dello stato neoellenico nel 1830, infatti, il riferimento alla Grecia Antica diventò uno degli elementi fondamentali per la formazione dell’identità nazionale del giovane Paese. In un contesto del genere, il restauro e la valorizzazione dei monumenti dell’Acropoli di Atene, che avevano già destato precedentemente all’unità nazionale l’attenzione del re di Grecia Ottone I Wittelsbach con il celebre progetto di Karl Friedrich Schinkel per la costruzione di un palazzo reale sull’Acropoli, acquistarono massima importanza.

Foto del Tempietto di Atena Nike sull’Acropoli di Atene. ©Sveva Ventre

I primi interventi effettuati furono la liberazione delle superfetazioni medievali sui Propilei, accesso principale all’area monumentale, e la ricomposizione del vicino tempietto di Atena Nike, smembrato in epoca medievale proprio per costruire le fortificazioni della cittadella che prese il posto dell’area sacra. Tuttavia, gli interventi che consolidarono nell’immaginario collettivo quello che tutt’ora è uno dei siti archeologici più visitati al mondo furono quelli eseguiti dall’ingegnere Nicolaos Balanos negli anni '20 del ventesimo secolo. Lo sviluppo ingegneristico di quegli anni portò alla convinzione che l’utilizzo dei nuovi materiali, quali il ferro e il calcestruzzo armato, potesse favorire la stabilità strutturale negli interventi di restauro, sostituendo l’utilizzo dei materiali tradizionali. Questa convinzione ha comportato in seguito la necessità, nel caso dell’Eretteo così come per il monumento più importante dell’Acropoli di Atene, il Tempio dedicato alla dea Atena Parthénos (Παρθένος), meglio noto come Partenone, di un de-restauro degli interventi del Balanos. Il diffuso impiego di grappe in ferro e di architravi in cemento armato in manufatti esposti alle intemperie aveva infatti generato una forte ossidazione delle parti metalliche, causando in seguito un aumento di volume e la caduta dei copriferri, nonché il danneggiamento dei marmi antichi adiacenti.

Acropoli di Atene restauro
Foto dell’Eretteo sull’Acropoli di Atene. ©Sveva Ventre

Negli ultimi quarant’anni, ci spiega accompagnandoci nel cantiere del Partenone l’architetto Konstantinos Karanassos (specialista in restauro dei monumenti e recupero urbano, un tempo studente dei poli universitari più importanti di Roma e oggi funzionario dell’Acropolis Restoration Service di Atene), sono stati necessari degli interventi per ovviare ai danni causati dal precedente restauro e per integrare il vecchio restauro con i nuovi principi di reversibilità e riconoscibilità degli interventi, riportati nella Carta di Venezia per il restauro e la conservazione di monumenti e siti del 1964. Grazie ad un’analisi più propriamente filologica, è stato possibile effettuare l’anastilosi, ovvero la ricomposizione, di grandi parti dei monumenti secondo la loro immagine periclea, grazie all’integrazione di parti in marmo pentelico di nuova creazione e a innesti strutturali in titanio.

Tutti i giorni da ormai molti anni, e probabilmente per molto tempo ancora, prosegue il lavoro di numerosi tra i migliori scalpellini della Grecia, che instancabilmente procedono, alla maniera antica, nel tramutare il marmo grezzo, preso dalle stesse cave del Monte Penteli (da cui il nome marmo pentelico), in nuovi elementi architettonici, con l’obiettivo che questo luogo torni a rappresentare, quando il colore del marmo si sarà col tempo avvicinato a quello dei resti antichi, il canone classico che ha influenzato l’arte e l’architettura di tutti i tempi.

Acropoli di Atene restauro
Foto del Prospetto Est del Partenone sull’Acropoli di Atene in questo periodo di attività di restauro. ©Sveva Ventre

Dalla via Alessandrina emerge una testa in marmo

 

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L’Urbe continua a regalare meravigliose scoperte ed è proprio di queste ore il rinvenimento in via Alessandrina di una testa forse di Dioniso. Gli archeologi della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali del Comune di Roma, concessionari per conto del Paco Archeologico del Colosseo delle ricerche e delle indagini su questo tratto viario, hanno individuato, nascosta nella terra, una testa di marmo bianco databile ad epoca imperiale, probabilmente utilizzata in antico come materiale di reimpiego in un muro tardo – medievale che proprio gli archeologi stavano scavando.

Testa di Dioniso. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali
Testa di Dioniso. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali

Una volta estratta, la testa si è mostrata in tutta la sua bellezza. Il volto si caratterizza per le superfici lisce e morbide ed è leggermente inclinato, la bocca è semi aperta, gli occhi sono incavati, forse in antico erano riempiti di pasta vitrea e l’acconciatura è folta e ondulata. I capelli scendono sulle spalle e sono trattenuti da una benda da cui sporge un corimbo, cioè un’infiorescenza dell’edera. I tratti delicati, il volto giovane e femmineo fanno pensare al dio Dioniso e gli archeologi sono già a lavoro per poter attribuire con certezza il volto alla divinità. L’opera è stata già portata nei depositi e attende un primo intervento di pulitura dalle incrostazioni terrose che presto la riporteranno al suo antico splendore.

via dei Fori Imperiali. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali
via dei Fori Imperiali. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali

I lavori sulla via Alessandrina, grazie ad un contributo del Ministero della Cultura dello Stato dell’Azerbaijan che ha finanziato un'opera di mecenatismo per ben un milione di euro, porteranno all’eliminazione del tratto iniziale settentrionale della via. La rimozione di questo segmento stradale, per circa una trentina di metri di lunghezza, permetterà di mettere in comunicazione il settore centrale della piazza del Foro di Traiano con il portico orientale del complesso e l’emiciclo dei Mercati di Traiano. Quando i lavori saranno ultimati, si potrà godere e apprezzare l’originaria estensione del Foro in questo tratto e coglierne l’ampiezza da via dei Fori Imperiali sino alle pendici del Quirinale.


Gian Lorenzo Bernini Galleria Borghese Magnitudo film docufilm

Gian Lorenzo Bernini nella Galleria Borghese

GIAN LORENZO BERNINI

nella Galleria Borghese

Il docufilm Bernini, ambientato nella Galleria Borghese, è un intreccio dell’artista con il museo romano. Bernini non avrebbe scolpito le quattro colossali statue se il suo committente, il cardinale Scipione Borghese, non le avesse commissionate, proprio per quel determinato ambiente.

Possiamo ammirare il ratto di Proserpina, il Davide, Enea con Anchise e Ascanio, Apollo e Dafne: sono opere scolpite in bianco marmo e alte circa tre metri. Due crocifissi bronzei, per l’occasione insieme (oggi non si trovano in Italia, ma uno in Spagna, l’altro in America) e i bozzetti in creta, future, colossali statue, alcune delle quali mai realizzate.

La quattro solenni realizzazioni, fatte da un Gian Lorenzo giovanissimo (alcune di esse, forse, anche con l’aiuto del talentuoso scultore, suo padre Pietro Bernini), sono osservabili da tutti i punti possibili. Bernini vuole dare vita, infonde movimento alla composizione, è una novità, riesce a lavorare il marmo fino al limite massimo prima che si frantumi (le dita di Dafne ormai trasformate in foglie di alloro) o perda il suo baricentro (Enea che avanza con il peso del vecchio padre Anchise).

Studia le statue antiche, iniziando la sua carriera le restaura (come l'Ermafrodito dormiente, copia romana del II secolo d.C., che crea un materasso tattile, oggi la statua è conservata nel Louvre) facendo sua l’arte passata, e una volta conquistata la maestria rompe gli schemi. E così vediamo Ade che affonda le sue possenti mani nella coscia di Proserpina che tende una mano nello spazio e che piange; per la prima volta, una statua esprime un sentimento. La statuaria al pari della pittura è viva.

Ma Bernini, (Napoli 1598 - Roma 1680) non è solo uno scultore, lui è anche architetto, pittore, ritrattista, disegnatore, caricaturista, scenografo e scrittore di opere teatrali.

Pittore di se stesso, le fonti coeve ci raccontano di un Bernini pittore molto talentuoso. Architetto, i papi lo chiamano per creare strutture e tombe in Vaticano; sempre per la città di Roma realizza fontane, piazze, chiese; inoltre le fonti ci descrivono opere teatrali avvincenti con scenografie realistiche. Ritrattista, attua numerosi busti di Papi, cardinali e un sensualissimo busto di Costanza Buonarelli, sua amante (attualmente nel museo fiorentino del Bargello).

 

La sua fama oltrepassa la nostra Patria e viene incaricato di eseguire opere per la Francia e per l’Inghilterra.

Luigi XIV lo chiama a Parigi nel 1665, per realizzare il progetto della facciata del Louvre ed esegue anche un grande monumento equestre, che oggi si trova nel parco di Versailles.

In Inghilterra nel 1637, concretizza da un triplice ritratto dipinto dal Van Dyck di faccia e di profilo, il busto di Carlo I d'Inghilterra, oggi a Windsor.

Il documentario soffermandosi su particolari, angoli, punti, che ad un osservatore in loco non sarebbe permesso vedere (ricordiamo la maestosità delle opere) e con musiche appositamente scelte per catturare definitivamente l’attenzione dello spettatore, regala, una meravigliosa scoperta del bianco berniniano.

Gian Lorenzo Bernini docufilm Galleria Borghese Magnitudo Film


kouros Palermo Palazzo Branciforte mostre kouros di Lentini Testa Biscari

Il kouros ritrovato, a Palazzo Branciforte in mostra la preziosa statua greca

Il kouros ritrovato, a Palazzo Branciforte in mostra

la preziosa statua greca in marmo finalmente assemblata

Palermo, 11 novembre 2018

Un altro importante traguardo per Palermo, nell'anno che vede la città Capitale Italiana della Cultura 2018.

Per la prima volta, infatti, è stato portato a termine con successo l'assemblamento del torso del kouros di Lentini e della Testa Biscari, appartenuti a un’unica statua di età greca e ricongiunti grazie al sostegno di Fondazione Sicilia, presieduta da Raffaele Bonsignore.
Le due parti erano state rinvenute in epoche diverse a Lentini in provincia di Siracusa e, successivamente, esposte separatamente a Siracusa al Museo archeologico Paolo Orsi e a Catania al Museo civico di Castello Ursino.

Nasce quindi dalla ritrovata integrità della statua la mostra Il kouros ritrovato, promossa e curata dall’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Sebastiano Tusa, e nata dalla proposta lanciata dal critico d’arte Vittorio Sgarbi e dal Comune di Catania nel 2017.

Con il sostegno a questa iniziativa – osserva il Presidente di Fondazione Sicilia, Raffaele Bonsignore - abbiamo contribuito a riportare in vita un'opera di straordinaria bellezza. Valorizzare una testimonianza del passato importante come è il kouros, a cui finalmente è stata restituita l'integrità, rientra nella nostra idea di promuovere l'arte e la cultura, anche attraverso il sostegno a iniziative scientifiche, come questa. Fondazione Sicilia non si fa soltanto promotrice dell'organizzazione di mostre ed eventi culturali, ma agisce in prima persona, dialogando con le diverse realtà coinvolte ed estendendo la fruizione dell'arte a un pubblico sempre più ampio”.

Il kouros, statua greca raffigurante solitamente un giovane, era una forma d'arte con funzione funeraria o votiva molto diffusa nel periodo arcaico e classico, tra il VII e il V secolo avanti Cristo.

Quella esposta a Palermo è una scultura arcaica, ricavata da un unico blocco di marmo bianco proveniente dalle isole Cicladi. Sarà esposta all’interno della Sala della Cavallerizza, in un ideale dialogo con collezione archeologica, esposizione di punta della Fondazione Sicilia, custodita nell’allestimento di Gae Aulenti, autore del progetto di recupero del palazzo. Per rendere possibile questa delicata operazione di ricostruzione, è stata messa in campo un'équipe di esperti che ha permesso di raggiungere la certezza sull’unitarietà della statua, portando a compimento il meticoloso intervento conservativo, condotto nei laboratori del Centro Regionale Progettazione e Restauro della Regione Siciliana.

Le evidenze scientifiche confermano l’appartenenza dei due reperti a un’unica scultura – dichiara l'assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Sebastiano Tusa – e il loro ricongiungimento costituisce a tutti gli effetti un vero e proprio nuovo ritrovamento archeologico che arricchisce il patrimonio culturale della Sicilia. È per me motivo di orgoglio potere affermare con certezza che si tratta di un’unica opera d’arte. Gli studiosi di livello internazionale che hanno collaborato a questa impresa, sono la garanzia scientifica del progetto. La multidisciplinarità con la quale abbiamo operato è stata l’arma vincente: il meglio delle conoscenze scientifiche messe in campo per un risultato straordinario”.

Dopo l’esposizione di Palermo, l'opera continuerà a essere concepita come una realtà unitaria, non più come due distinti reperti conservati in musei diversi.
Il
kouros ritrovato sarà infatti esposto, già da febbraio 2019 al Museo civico di Catania per poi essere trasferito a Siracusa, al Museo archeologico Paolo Orsi, dove un convegno internazionale concluderà l’evento.

La mostra di Palermo, inaugurata domenica 11 novembre, rimarrà visitabile fino al 13 gennaio 2019.


L’opera è risultata realizzata in marmo pario delle cave a cielo aperto di Lakkoi, nell’isola di Paros, un marmo bianco cristallino a grana media di ottima qualità.

A seguito delle indagini minero-petrografiche e geochimiche del marmo del corpo e della testa del Kouros, si può affermare che le due parti anatomiche, sono state probabilmente ricavate da uno stesso blocco di marmo prelevato da un locus delle cave di Lakkoi, in assoluto le più produttive di statuaria, sia di culto che funeraria, nonché di elementi architettonici, dalla metà del VI secolo alla metà del V a.C., esportando non solo blocchi di marmo, ma anche manufatti sia semifiniti che finiti. Ciò è chiaramente dimostrato sia dai numerosi studi stilistici eseguiti da storici dell’arte antica e archeologi, sia da recentissime e numerose indagini archeometriche effettuate su reperti archeologici in varie regioni del mondo greco. Non fa eccezione la Sicilia, le cui importazioni marmoree a Siracusa, Agrigento e Selinunte nel citato intervallo temporale sono prevalentemente costituite da marmo pario da Lakkoi.

Due piccolissimi campioni di marmo sono stati prelevati da parti già danneggiate del corpo e della testa del kouros e da una piccola porzione di ciascuno di essi è stata preparata per macinatura da una lato una polvere finissima (pochi milligrammi) e, dal rimanente frammento, una sezione sottile dello spessore standard di 30 micrometri.

I risultati delle analisi diffrattometriche hanno indicato che tutti e due i campioni di marmo del kouros sono costituiti da calcite (carbonato di calcio) notevolmente pura. Dal dato isotopico pressoché identico per i due campioni di marmo, si ricava che il corpo e la testa del kouros sono stati ricavati dalle stesso blocco di marmo. Da esso però, non si ottiene immediatamente un’indicazione univoca sulle cave di origine dei due marmi campionati, che potrebbero infatti provenire sia dall’isola del Proconneso, ora isola di Marmara, sia dalle cave di Alikì dell’Isola di Taso e ancora dalle cave a cielo aperto di Lakkoi, nell’isola di Paros. Quest’ultima provenienza è risultata in definitiva la più probabile per le caratteristiche petrografiche determinate con lo studio microscopico di dettaglio delle due sezioni sottili che ha evidenziato per ambedue i campioni una struttura del tutto analoga.

Lorenzo Lazzarini, docente di petrografia applicata Università IUAV di Venezia.

Le due parti costituenti la statua, presentano un sufficiente numero di dettagli anatomici collimanti tra loro per poter affermare che si tratti dello stesso soggetto. In particolare, è oggettivabile bilateralmente l’uniformità tra la morfologia e lo stato di contrazione dei muscoli sternocleidomastoideo e trapezio, coerentemente col resto della postura nella quale l’Artista ha voluto raffigurare il soggetto (probabilmente un giovinetto con un’età anagrafica databile presumibilmente tra i 14 e i 18 anni). Molti altri dettagli anatomici (muscoli del tronco e delle cosce) sono realizzati con una precisione tale da far ritenere che l’Artista abbia avuto conoscenze dettagliate dell’anatomia dell’apparato locomotore. L’accurata ricostruzione 3D consente di dettagliare perfettamente lo stato di contrazione di tutti i muscoli superficiali, sino al punto da rendere possibile la rimozione virtuale della cute e degli annessi per scoprire lo strato miofasciale sottostante, anche al fine di ricostruire in maniera più precisa la posizione originaria nella quale il soggetto è stato scolpito.

Francesco Cappello, docente di anatomia umana Università di Palermo

Lo studio finalizzato alla progettazione e prototipazione di un elemento di raccordo fra la testa e il busto del kouros è stato condotto sulla base di una scansione 3D dei due pezzi ad elevata risoluzione, eseguita con l'ausilio di un triangolatore ottico. Grazie al concorso di altri saperi disciplinari è stata determinata la posizione relativa dei modelli tridimensionali della testa e del torso. Definita la posizione dei due frammenti, è stato definito un volume solido, in sottosquadro rispetto al bordo inferiore della testa e al bordo superiore del torso. Il modello è stato infine stampato con tecniche di prototipazione rapida.

Fabrizio Agnello, docente di disegno Dipartimento di Architettura Università di Palermo


Lastra in marmo con combattimento di gladiatori torna in Italia

Capena (Roma): I Carabinieri del Comando TPC rimpatriano dall’Olanda un’importante lastra in marmo raffigurante un combattimento tra gladiatori provento di scavo clandestino nell’area archeologica di Lucus Feroniae.

Dopo oltre 10 anni dall’attività investigativa che aveva portato al recupero di dodici lastre costituenti un importante mausoleo funerario oggetto di scavi clandestini condotti a Fiano Romano, viene recuperata a cura del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale un’altra lastra marmorea facente parte del medesimo complesso.

Nel noto sito archeologico di “Lucus Feroniae” a Capena, nel 2006 durante lavori edili, una ditta per il movimento della terra aveva rinvenuto un importante mausoleo romano. I titolari della ditta, guardandosi bene dall’avvertire le competenti autorità, si erano impossessati di numerose lastre con bassorilievi costituenti il monumento e, dopo aver contattato alcuni ricettatori, erano riusciti a piazzare sul mercato clandestino alcune lastre. Venuti a conoscenza del ritrovamento, i Carabinieri, coordinati dalla Procura della Repubblica di Roma, avevano iniziato le proprie indagini e avevano identificato, congiuntamente a personale della Guardia di Finanza, i responsabili del reato. In quell’occasione venivano pertanto sequestrate 12 lastre pertinenti il mausoleo, in procinto di essere cedute a ricettatori operanti in campo internazionale. Lo scavo del sito archeologico, compiuto successivamente dalla Soprintendenza Archeologica del Lazio e dell’Etruria Meridionale, consentiva di portare alla luce il basamento del Mausoleo da cui proveniva il materiale sequestrato, evidenziando la notevolissima importanza scientifica e archeologica del ritrovamento. Ben consci che una parte delle lastre saccheggiate potevano essere state messe in commercio prima del loro intervento, i Carabinieri hanno continuato a monitorare il mercato specialistico.

In effetti nel 2016, il Comando TPC veniva a conoscenza dell’esistenza di una lastra pertinente il Mausoleo di Lucus Feroniae in vendita sul mercato estero. Un collezionista londinese infatti, dopo aver acquistato sul mercato internazionale una lastra marmorea scolpita, spinto anche dalla consapevolezza dei continui controlli svolti dai Carabinieri TPC sulle aste e sul mercato dell’arte in generale, aveva contattato i militari, manifestando la possibilità di restituirla al nostro Paese. Si era infatti reso conto dell’importanza archeologica del bene e della probabile provenienza illecita dall’Italia. La foto della lastra, preventivamente inviata agli investigatori, non lasciava spazio ad alcun dubbio. Grazie alla comparazione fotografica con le altre lastre ritrovate nel 2006 e già ricollocate nell’area archeologica di Lucus Feroniae, veniva accertato che il reperto andava a completare perfettamente le figure dei tre personaggi rappresentati (Allegato 1). Il collezionista, grazie ad una paziente e collaudata attività “diplomatica” svolta dai Carabinieri, decideva di riconsegnare spontaneamente l’opera presso un deposito in Olanda.

Il 22 settembre p.v., alle ore 16.30, presso l’Antiquarium di “Lucus Feroniae”, nel Comune di Capena (Roma) in Via Tiberina al Km 18.500, i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale, hanno restituito alla Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma l’importante bassorilievo in marmo, raffigurante una lotta tra gladiatori.

Alla manifestazione erano presenti anche i Sindaci dei Comuni di Capena e di Fiano Romano.

Roma, 21 settembre 2018

Testo e comunicato da Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Il marmo delle ville romane a Baia

8 Febbraio 2016

Gli scienziati si immergono per analizzare uno dei più preziosi elementi delle ville di epoca romana: il marmo bianco. / Michela Ricca et al.
Gli scienziati si immergono per analizzare uno dei più preziosi elementi delle ville di epoca romana: il marmo bianco. / Michela Ricca et al.

Baia (l'antica Baiae, oggi frazione di Bacoli, comune della città metropolitana di Napoli) è stata luogo prediletto dagli Imperatori romani per le loro estati. Col tempo, la maggior parte di queste lussuose ville è però finita sott'acqua, a causa della subsidenza.
L'area in questione è attualmente nel Parco sommerso di Baia, ma tra il primo secolo a. C. e il terzo secolo d. C. vi era qui un'importante città, i cui bagni erano frequentati da Imperatori come Augusto e Nerone.
Un nuovo studio, pubblicato su Applied Surface Science, ha visto ricercatori italiani e spagnoli immergersi in quelle acque per analizzare uno dei più preziosi elementi di quelle ville: il marmo bianco. Le analisi hanno confermato che proveniva da Carrara, oltre che da altre cave in Turchia e Grecia.
In particolare, cinquanta campioni provenienti dalla Villa con ingresso a protiro sono stati oggetto di esame. Innanzitutto, sottili strati di marmo raccolto sono stati oggetto di analisi con microscopio petrografico. Poi si è determinata la composizione minerale del marmo e si è stabilito il contenuto in manganese. Infine, si è utilizzato il microscopio elettronico a scansione per l'analisi degli isotopi.
Dei cinquanta campioni, solo cinque non sono stati identificati. Il marmo proveniva da Carrara in Italia, da Proconneso (oggi Isola di Marmara), Docimio e Afrodisia in Turchia; da Taso, Paro e dal Monte Pentelico (NdT: Pentelikon nel testo) in Grecia.

Lo studio "Multi-analytical approach applied to the provenance study of marbles used as covering slabs in the archaeological submerged site of Baia (Naples, Italy): The case of the Villa con ingresso a protiro", di Michela Ricca, Cristina Maria Belfiore, Silvestro Antonio Ruffolo, Donatella Barca, Monica Álvarez De Buergo, Gino Mirocle Crisci, Mauro Francesco La Russa, è stato pubblicato su Applied Surface Science 357 (Part B): 1369–1379, December 2015."
Link: Applied Surface Science; SINC 1, 2; AlphaGalileo via SINC; EurekAlert! via FECYT - Spanish Foundation for Science and Technology.


Due statuette di Artemide e Apollo da Aptera

26 Gennaio 2016
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Ritrovate ad Aptera, a 13 km da Chania sull'isola di Creta, due statuette (0,54 cm di altezza circa) risalenti al tardo primo secolo o agli inizi del secondo secolo d. C.
Una statua è in rame e raffigura Artemide, divinità protettrice di Aptera. La dea veste un corto chitone ed è pronta a scagliare le sue frecce. Poggiava su una base quadrata in rame. Straordinario l'aver ancora ritrovato il materiale bianco usato per l'iride dell'occhio della dea.
La seconda statuetta ritrae invece Apollo con maggiore semplicità: è in marmo e porta segni di pigmento rosso. Più in generale le condizioni nelle quali sono le due statue sono ottime: furono probabilmente importate per la lussuosa villa romana dove sono state ritrovate.
Link: ANA-MPAProtothema; ekathimerini; Greek Reporter; Live Science.
Vista di Aptera, foto di Wolfgang Sauber, da WikipediaCC BY-SA 3.0.