Flavia Venditti riciclo Paleolitico

Il riciclo ai tempi del Paleolitico. Il Tübingen Prize conferito a Flavia Venditti

In un momento in cui i concetti stessi di “sostenibilità”, “riciclo” e “riutilizzo” sono quanto mai attuali e visti come possibili soluzioni ai danni galoppanti recati dall’uomo al pianeta, ecco che una ricerca può aiutarci a comprendere come certi buoni esempi in questo senso, possono derivarci non dai nostri nonni, ma da progenitori ancora più antichi. Parliamo dei nostri antenati del Paleolitico.

Già 400.000 anni fa, infatti, comunità di cacciatori-raccoglitori riciclavano strumenti in pietra non più utilizzati, per ricavarne schegge più piccole da impiegare in altre attività. È quanto riporta la ricerca di Flavia Venditti che le è valso il Tübingen Prize, conferitole il 6 febbraio scorso.

Lo studio è intitolato “The recycling phenomenon during the Lower Paleolithic: the case study of Qesem Cave (Israel)” ed è il frutto degli esperimenti condotti dalla dottoressa all’interno del Laboratory of Technological and Functional Analyses of Prehistoric Artefacts del Dipartimento di Scienze delle Antichità della Sapienza di Roma. Tutor del dottorato di ricerca e insieme, direttrice del laboratorio è la professoressa Cristina Lemorini.

Le prove microscopiche e chimiche eseguite sugli artefatti del sito di Qesem hanno evidenziato tracce riconducibili a diverse fasi dei processi di lavorazione di piante, tuberi e carcasse animali: dalla macellazione, alla manipolazione di ossa e pelli. Da grandi strumenti in pietra quindi, gli abitanti del sito recuperavano poi schegge più piccole, più affilate, destinate ad impieghi diversificati e specifici.

Lo studio inoltre evidenzia come la distribuzione degli oggetti nella grotta provi una organizzazione degli spazi in funzione delle diverse attività condotte al suo interno.

Il risultato ultimo è la consapevolezza di come alcuni tra i nostri più antichi progenitori si impegnassero profondamente in azioni mirate al riutilizzo delle risorse a loro disposizione. Se tale prova apre la porta a nuovi studi in materia da un lato, dall’altro ci fa riflettere su come un uso circolare e responsabile di quanto offra il pianeta, possa esserci suggerito da chi, quello stesso pianeta, lo ha abitato centinaia di migliaia di anni fa.

Flavia Venditti riciclo Paleolitico
Flavia Venditti. Per la foto si ringrazia l'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

Le pitture rupestri di Lascaux in mostra al MANN

Venerdì 31 gennaio, Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha inaugurato la mostra interattiva itinerante “Lascaux 3.0”, allestita nella Sala del Cielo stellato e nelle sale attigue, che sarà visitabile, per la prima volta in Italia, fino al 31 maggio 2020.

Le Grotte di Lascaux, che conservano al loro interno pitture rupestri - risalenti al Paleolitico superiore - e raffiguranti più di 6000 figure tra animali, umani e segni astratti, sono state inserite dal 1979 nella Lista UNESCO del Patrimonio Mondiale dell'Umanità.

Lascaux 3.0Situata nel piccolo centro di Montignac, le grotte furono scoperte l’8 settembre 1940 dal giovane Marcel Ravidat mentre passeggiava con il suo cane. Immediatamente questo rinvenimento eccezionale attirò un gruppo di studiosi che si adoperarono per documentarne il grande patrimonio. Per motivi conservativi il sito, noto come la Cappella Sistina della Preistoria, è stato interdetto alle visite dal 1963. Oggi è possibile ammirare le pitture rupestri grazie a una ricostruzione limitrofa al complesso “Lascaux II” aperta al pubblico nel 1983 e a una mostra itinerante “Lascaux 3.0”. Quest’ultima esposizione, nata da un accordo tra la Società pubblica “Lascaux – L’Esposizione Internazionale”, il Dipartimento Dorgone – Périgord e la Regione della Nouvelle Aquitaine, ha lo scopo di portare nel mondo gli ambienti principali della grotta riprodotti con la tecnica del velo di pietra introdotta nei primi anni 2000.

Lascaux 3.0 è una mostra che coniuga archeologia e nuove tecnologie, capace di emozionare il pubblico senza però trascurare l’aspetto scientifico. Grazie a un ricco apparato didattico interattivo, rigoroso ma coinvolgente, adatto a tutte le età, permette di approfondire la conoscenza non solo delle pitture rupestri ma anche di ricevere nozioni sull’epoca dell’uomo di Cro-Magnon.

Lascaux 3.0Il percorso di visita inizia con la riproduzione di una famiglia di uomini di Cro – Magnon realizzata dall’artista visuale Elizabeth Daynes, specializzata nella rappresentazione di esseri umani vissuti in epoche passate partendo dai resti fossili del cranio e dello scheletro. Grazie a quest’opera è possibile guardare in faccia gli antichi abitanti della grotta.

Nella prima sala, al centro, si trova il plastico in scala 1:10 degli ambienti della grotta di Lascaux con le relative pitture rupestri. Lungo le pareti della sala sono presenti postazioni multimediali con audio e video in cui le persone che hanno lavorato negli anni nella grotta raccontano il loro lavoro. Nella sezione chiamata l’atelier dei copisti, alcune postazioni interattive spiegano come sono stati realizzati i pannelli con le pitture presenti nella mostra.

Nella sala seguente, la sezione Il mestiere dell’archeologo, seguendo le ricerche degli studiosi che dal 1940 a oggi si sono occupati di Lascaux, approfondisce alcuni specifici aspetti della professione tra cui “cercare”, “analizzare”, “datare”, “fotografare” e“filmare”. In un’altra sezione della sala, sono presenti postazioni multimediali che svelano le tecniche pittoriche usate dagli artisti di Lascaux.

Lascaux 3.0

Nella terza sala sono esposte le riproduzioni di strumenti legati alla caccia, all’alimentazione, all’abbigliamento e alle abitazioni che permettono di scoprire alcuni aspetti della vita quotidiana degli uomini di Cro – Magnon.

Infine, dopo un video introduttivo si entra nell’ambiente immersivo che permette di passeggiare all’interno della grotta, vivendo le stesse emozioni dei primi scopritori della grotta. Questo effetto è ottenuto grazie all’istallazione di sottilissime pareti artificiali che riproducono fedelmente non solo le pitture ma anche l’effetto visivo della pietra su cui sono state dipinte. Inoltre, l’ambiente è arricchito e reso ancora più spettacolare dalla presenza di un’altra opera della Daynes raffigurante una donna di Cro – Magnon con la sua bambina.

Con Lascaux 3.0 si inaugura la stagione 2020 delle grandi mostre del MANN e si annuncia l’imminente riapertura della sezione “Preistoria e Protostoria” prevista per il prossimo 28 febbraio.

Tutte le foto scattate dalla mostra interattiva Lascaux 3.0 sono di Teresa Pergamo.


Scoperto un accampamento preistorico databile a circa 11-10.000 anni fa

Le indagini archeologiche preventive svolte presso il sito del futuro Polo Scolastico “Filelfo” di Tolentino in C.da Pace (MC), in corso di realizzazione da parte della Provincia di Macerata (RUP arch. Giordano Pierucci), si inseriscono all’interno delle operazioni preliminari svolte per la realizzazione del nuovo plesso scolastico e pertanto non ritardano minimamente la normale prosecuzione del cantiere, sono svolte sotto la direzione scientifica dei dottori Stefano Finocchi e Paola Mazzieri della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche, operativamente lo scavo è diretto dalla Cooperativa ArcheoLab (dott.ssa Alessandra d’Ulizia) con il supporto indispensabile di personale specializzato dell’Università degli Studi di Ferrara, Università di Roma La Sapienza e Università di Firenze (dott. Davide Visentin, dott. Alessandro Potì, dott.ssa Arianna Cocilova).

Il lavoro di sinergia tra la Soprintendenza (dott.ssa Marta Mazza), la Provincia di Macerata (dott. Antonio Pettinari) e il comune di Tolentino  (Sindaco Giuseppe Pezzanesi) ha portato alla individuazione e alla salvaguardia di un insediamento tra i più importanti e significativi della preistoria non solo italiana, ma europea.

Foto: https://sabapmarche.beniculturali.it/tolentino-contrada-pace-scoperto-accampamento-preistorico/

Le ricerche hanno permesso di portare alla luce i resti di un accampamento preistorico databile a circa 11-10.000 anni fa ossia alla fase antica del Mesolitico. Si tratta del periodo preistorico che segue il Paleolitico, l’epoca delle grandi glaciazioni, e precede il Neolitico, in cui avviene il passaggio ad un’economia basata su agricoltura ed allevamento e la conseguente sedentarizzazione. Il Mesolitico rappresenta un momento particolarmente significativo della nostra storia più antica in quanto si caratterizza per il definitivo adattamento degli ultimi gruppi di cacciatori-raccoglitori europei alle condizioni climatiche e ambientali che si sono create al termine dell’Ultima Glaciazione, nonché per la presenza di importanti cambiamenti sia socio-economici che tecnologici.

Foto: https://sabapmarche.beniculturali.it/tolentino-contrada-pace-scoperto-accampamento-preistorico/

Il sito di Tolentino – Contrada Pace è stato perfettamente conservato dai fanghi alluvionali deposti dal fiume Chienti. Grazie ad uno scavo attento e minuzioso è possibile riconoscere a distanza di diversi millenni la superficie su cui i cacciatori mesolitici camminavano, i focolari che hanno acceso e i punti in cui hanno svolto particolari attività quali la scheggiatura della selce per produrre strumenti da lavoro e armi da caccia, la macellazione delle prede e la lavorazione di materiali organici quali il legno e l’osso. L’eccellente stato di conservazione e la grande ricchezza del sito in termini di materiale recuperato (diverse migliaia di manufatti litici e scarti di lavorazione) ne fanno sicuramente uno dei ritrovamenti più importanti e significativi a livello italiano ed europeo per la ricostruzione dei modi di vita dei nostri antenati preistorici, oltre ad essere il primo sito mesolitico scavato in maniera estensiva nelle Marche.


Gonnostramatza Project

Gonnostramatza Project, ricerche archeologiche in Marmilla: l’archeologia di tutti e per tutti

Gonnostramatza Project - ricerche archeologiche in Marmilla: l’archeologia di tutti e per tutti

Lo studio del passato e la sua divulgazione via social

Archeologia, conoscenza e cultura che fanno rima col mondo dei social e della divulgazione ai cittadini: questi i punti di forza del “Gonnostramatza Project - ricerche archeologiche in Marmilla”, evento nato per ricostruire la vita nelle comunità della Marmilla tra la fine dell’età del Rame e del Bronzo. Con un punto di partenza d’eccezione: la Tomba di Bingia e Monti, uno dei più importanti siti d’Europa. Il via al progetto, alla sua quarta edizione, è stato dato lo scorso 30 settembre: un team di studenti e archeologi dell’Università di Cagliari è arrivato in paese per portare avanti attività di ricognizione archeologica.

“Si tratta di un qualcosa di totalmente nuovo, spiega Riccardo Cicilloni, archeologo dell’Università di Cagliari e Direttore Scientifico dei lavori. Non si tratta di un semplice censimento del territorio ma di Field Walking, uno studio eseguito a tappeto attraverso tecniche sistematiche e statistiche il cui frutto dovrà portare ad avere un quadro d’insieme della situazione archeologica della zona presa in esame. Abbiamo utilizzato sistemi scientifici avanzati volti a produrre delle pubblicazioni per riviste d’eccellenza”.

Gonnostramatza ProjectMa la novità e l’unicità del progetto sta nell’affiancare il progetto scientifico a quello della divulgazione. Secondo Marco Cabras, l’archeologo che coordina le operazioni sul campo, “la comunità deve essere sempre più informata e coinvolta nelle attività che facciamo. E se per far conoscere i nostri studi c’è bisogno dei social ben venga, li usiamo e li useremo, così come abbiamo già fatto”. Basti pensare che anche YouTube è entrato a far parte del progetto attraverso il docufilm dal titolo “Gonnostramatza Project: the movie”, realizzato da Nicola Castangia. In questo cortometraggio i responsabili scientifici e i ragazzi del team hanno potuto raccontare, in maniera semplice e divulgativa, quanto avvenuto durante la campagna di ricerca archeologica. Il documentario racconta nel dettaglio le fasi di ricerca ma anche semplici momenti della vita del team. Insieme a questa modalità divulgativa “social” (Facebook e Instagram) sono state organizzate conferenze, mostre, laboratori didattici per i più piccoli, visite guidate ai siti: il tutto culminato nell’Archeofestival, tenutosi lo scorso 19 ottobre, un evento a carattere scientifico-divulgativo che annualmente si tiene a fine lavori.

L’Università, tiene a precisare inoltre Cicilloni, ha tre missioni: didattica, ricerca, divulgazione. “Tra le altre cose lavoro coi bambini è stato uno dei focus su cui abbiamo maggiormente puntato. La scoperta, l’azione, la gioia del riunire i pezzi di ciò che si è o non si è trovato, ai piccoli entusiasma parecchio. E, chi lo sa, magari qualcuno di loro, grazie al Gonnostramatza Project, sarà un archeologo di domani!”.

Il progetto - Il Gonnostramatza Project nasce dalla collaborazione, iniziata dal 2016, tra l’Amministrazione comunale di Gonnostramatza e l’Insegnamento di Preistoria e Protostoria dell’Università di Cagliari. L’Amministrazione comunale, e in particolar modo il sindaco, Alessio Mandis, ha fortemente voluto intraprendere l’iniziativa con l’intento di approfondire lo studio delle risorse archeologiche del territorio ai fini della loro valorizzazione. Il territorio di Gonnostramatza offre infatti numerosi ed interessanti contesti archeologici di pregio, una su tutti la tomba ipogeico-megalitica di Bingia’e Monti scoperta e scavata da Enrico Atzeni. Le indagini effettuate dall’archeologo negli anni ’80 del secolo scorso hanno messo in luce, presso l’omonimo nuraghe, una tomba preistorica dalle caratteristiche straordinarie, sia per la formula architettonica ipogeico-megalitica che per l’eccezionalità dei ritrovamenti, riferibili ad una fase di transizione tra l’Eneolitico e l’età del Bronzo Antico. Alcuni dei siti nuragici erano già segnalati in letteratura, ma la raccolta di segnalazioni da parte della comunità locale riguardanti altre emergenze sconosciute in bibliografia ha portato a nuove scoperte, tra cui, ad esempio il nuraghe complesso in località Procilis.

Il contesto funerario della tomba di Bingia’e Monti ha restituito un prezioso spaccato archeologico relativo al momento di passaggio tra l’età del Rame e del Bronzo; dialto interesse scientifico, lo scavo della tomba ha restituito materiali archeologici di grande pregio, tra cui una preziosa torque (collier, girocollo) in oro.

Le ricerche, effettuate su autorizzazione della competente Soprintendenza archeologica, si sono articolate in quattro anni e hanno visto un collaudato team di allievi di diverse università (Cagliari, Bologna, Granada) al lavoro sul campo alla ricerca dei siti già segnalati a cui si è provveduto, però, ad una nuova schedatura. Il lavoro, oltre ad essere finalizzato ad aggiornare lo stato delle condizioni attuali dei siti e dei monumenti, ha costituito una proficua attività didattica tramite l’esercizio, per gli studenti assistiti sul campo da tutor, di schedatura dei monumenti. Le attività del primo anno hanno permesso al team di familiarizzare con il contesto territoriale al punto di progettare in maniera pertinente la ricerca da svolgere durante gli anni successivi. Durante la seconda annualità, infatti, l’indagine si è concentrata su un’area campione del territorio comunale nel quale in precedenza non erano state segnalate emergenze archeologiche. Si è proceduto all’indagine sistematica di un transetto di ca. 150 ettari. Anche durante la terza e quarta annualità l’approccio è stato quello della raccolta sistematica e si è concentrato su alcune aree già oggetto di ricognizione durante le precedenti campagne. L’intento dell’equipe di ricerca e dell’amministrazione comunale è sempre stato quello di ricostruire il rapporto tra le persone e il territorio tramite la scoperta del passato.

Precisione scientifica e linguaggio adatto a tutti: il Gonnostramatza Project ha puntato, punta e punterà ad unire questi due obiettivi, lo studio attento e scrupoloso e la divulgazione ai cittadini, ormai sempre più partecipi e attenti al lavoro degli archeologi, nell’ottica della valorizzazione del territorio.

Il progetto è stato finanziato dal Comune di Gonnostramatza e dalla Fondazione di Sardegna – Bando “Arte, Attività e Beni Culturali” (Anno 2018 e 2019).

Gonnostramatza Project

Per info

Sito web: www.gonnostramatzaproject.it

Facebook: Gonnostramatza Project

Instagram: Gonnostramatzaproject

YouTube: docufilm di Nicola Castangia “Gonnostramatza Project: the movie”; docufilm curato da Marco Cabras e dagli allievi dell’Università di Cagliari “Gonnostramatza Project 2019 - Ricerche Archeologiche in Marmilla


in minimis maxima

In minimis maxima

"In minimis maxima", scriveva Plinio il Vecchio riferendosi alla Natura. La frase diventa il titolo di questo originale documentario, artistico e archeologico, in cui la storia della ricerca nel sito paleolitico di Valle Giumentina, in Abruzzo, si intreccia con quella degli studiosi coinvolti nello scavo.
Il film, dei registi Pierre Gaignard e Laura Haby aprirà la giornata di domenica 20 ottobre, alle 17:00, alla "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea".

#inminimismaxima - Chronique d'une fouille

in minimis maximaNazione: Francia

Regia: Pierre Gaignard, Laura Haby

Consulenza scientifica: Elisa Nicoud

Durata: 52’

Anno: 2018

Produzione: CNRS CEPAM

Sinossi:

Questo film ibrido, artistico e archeologico, invita a pensare l’Umanità di ieri guardando quella di oggi, a meno che non sia il contrario, attraverso ciò che ci lega tutti: i nostri gesti, le nostre tradizioni, i nostri territori, la nostra resilienza, i nostri oggetti tecnici, che si tratti di bifacciali o degli smartphone. L’archeologo e il regista si confrontano con l’assenza di documenti scritti o figurativi. Ciò nonostante, il lavoro di ciascuno di loro è di fornire al pubblico delle vere immagini della Preistoria di Valle Giumentina. Attraverso un va e vieni tra il tempo che passa sul cantiere di scavo e il lungo tempo che si esplora, lo sguardo etnografico si forma, la memoria si sveglia, il discorso storico si scrive.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Firenze Archeofilm

Informazioni regista:

Pierre Gaignard si è laureato in Belle Arti a Rennes e Lione. Regista, scultore, narratore, dà ai suoi soggetti di ricerca opere eclettiche sotto forma di film o costruzioni metalliche motorizzate.

Laura Haby si è formata in pittura e arte audiovisiva presto le scuole d’arte di Montpellier e Lione e a Fresnoy, presso lo studio nazionale di arti contemporanee. Adesso incentra i suoi film su vari temi di ricerca, combinando storie intime e contesti sociali, linguaggio e modellatura plastica.

Informazioni casa di produzione: http://www.cepam.cnrs.fr/projets/autres-projets/idex-uca-in-minimis-maxima-elisa-nicoud/amp/

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=i9vDwgtIxZY

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

http://univ-cotedazur.fr/fr/idex/academies/human-societies-ideas-and-environments/contents/news/inminimismaxima-au-festival-du-film-archeologique-de-florence

Scheda a cura di: Fabio Fancello


prehistoric night

The prehistoric night of Mars and Venus

Sabato 19 ottobre la sessione pomeridiana della "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea" aprirà con "The prehistoric night of Mars and Venus", di Darko Puharić. Il documentario croato ci porta a scoprire alcuni aspetti della cultura di Vučedol, legati all'astronomia e al culto.
La proiezione comincerà alle 17.00. Vi aspettiamo a Licodia Eubea!

The prehistoric night of Mars and Venus - La notte preistorica di Marte e Venere

prehistoric night Mars VenusNazione: Croazia

Regia: Darko Puharić

Durata: 33’

Anno: 2018

Produzione: Darko Puharić

Sinossi:

La sponda destra del fiume Danubio, nella Croazia orientale, fu occupata dalla cultura dei Vučedol alla fine del III millennio a.C. Tra il 3000 e il 2500 a.C. questo popolo influenzò fortemente le altre culture dell’epoca, lasciando segni evidenti su tutto il patrimonio europeo. Ha convissuto con il periodo sumero in Mesopotamia, la costruzione delle piramidi In Egitto e la fondazione della città di Troia. I Vučedoliani sono stati i primi a padroneggiare il tempo (la prima cultura ad aver creato il calendario!), i primi astronomi a leggere i segreti dei cieli. La notte del 9 marzo 2889 a.C., appena attraversate le Pleiadi, i pianeti di Venere e Marte si trovarono in una congiunzione visibile dalla Terra come in un approccio ravvicinato o anche una “postura d’amore”.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • 10th Alexandre Trauner ART / FILM Festival – Szolnoki, Ungheria

  • Jahorina Film Festival 2019 – Jahorina, Bosnia Erzegovina

  • Aphrodite Film Awards 2019 – New York, USA

  • Berlin Flash Film Festival 2019 – Berlino, Germania

  • Beyond Earth Film Festival 2019 – Chennai, India

  • International Tour Film Festival – Civitavecchia (Roma)

  • Viva Film Festival – Sarajevo, Bosnia Erzegovina

  • Rome Indipendent Prisma Awards - Roma

Premi e riconoscimenti:

  • Miglior cortometraggio in Europa al Quetzalcoatl Indigenous International Film Festival - Oaxaca, Messico

Informazioni casa di produzione: https://www.designstudio-d.hr/

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=6_Sz9r3wt5s

Scheda a cura di: Fabio Fancello

 


rencontre Néandertal

À la rencontre de Néandertal

La IX edizione della "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea" aprirà con "À la rencontre de Néandertal", documentario prodotto da Fred Hilgemann Films per la regia di Rob Hope e Pascal Cuissot.
La proiezione, in anteprima nazionale, avrà luogo giovedì 17 ottobre alle 17.30 presso l'ex chiesa di S. Benedetto e S. Chiara, che da nove anni rappresenta il baricentro culturale del Comune di Licodia Eubea, grazie all'intervento di recupero dell'Archeoclub Licodia Eubea.

À la recontre de Néandertal

Incontrando i Neanderthal

rencontre Néandertal

Nazione: Francia

Regia: Rob Hope e Pascal Cuissot

Consulenza scientifica: Jean-Luc Locht, Ludovic Slimak

Durata: 52’

Anno: 2019

Produzione: Fred Hilgemann Films in coproduzione con Arte France, France Télévisions & Inrap

Sinossi:

I registi Rob Hope e Pascal Cuissot, specialisti della preistoria, ci portando indietro nel tempo, sulle tracce delle misteriose popolazioni nomadi dei Neanderthal, che vissero nell’Europa nord-occidentale per 300.000 anni, aggirandosi in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Germania e Inghilterra meridionale.

Grazie ai ritrovamenti archeologici ed antropologici delle loro tracce, è possibile oggi comprendere la profonda connessione con l’ambiente del primo popolo europeo.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Festival du film d'archéologie - Amiens - Gaumont, settembre 2019

Informazioni regista:

Rob Hope, originario dell’area di confine tra Scozia e Inghilterra, vive oggi in Francia, dove lavora come regista di film documentari, specializzati in scienze naturali e archeologia (soprattutto preistoria). Ha già realizzato una dozzina di documentari di 52 minuti e anche dei cortometraggi documentari. Alcune delle sue opere hanno ricevuto premi con menzioni speciali all’interno di alcuni festival. Scrive anche articoli per riviste anglosassoni sugli stessi temi.

Informazioni casa di produzione: http://fredhilgemann.frr/ - https://www.inrap.fr

Scheda a cura di: Fabio Fancello

 

La IX edizione della "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea" aprirà con "À la rencontre de Néandertal"

Homo erectus a tavola. Così tagliava e preparava la carne

Come mangiava l’Homo erectus? Uno studio condotto dalla Sapienza in collaborazione con l’Università di Tel Aviv ha gettato nuova luce sugli strumenti di taglio della carne caratterizzanti la cultura acheuleana. Questa cultura, che risale all’era del Paleolitico inferiore, è caratterizzata dalla produzione e utilizzo di manufatti litici bifacciali a forma di mandorla, lavorati su entrambi i lati e simmetrici.

Foto: SAPIENZA
Università di Roma

Questa tipologia di utensile ha sempre attirato l’attenzione degli studiosi per lo studio delle tecniche di sussistenza dell’Homo erectus, il diretto antenato dei Neanderthal ma studi recenti e approfonditi, hanno portato all’attenzione anche un’ulteriore produzione di piccoli strumenti e schegge che per decenni sono stati ignorati perché considerati prodotti di scarto delle produzioni principali. Nel sito archeologico di Revadim, in Israele, sono state scoperte centinaia di schegge di selce associate alla presenza di numerosi bifacciali, raschiatoi, resti di fauna e anche di elefante.

Flavia Venditti dell’Università di Tel Aviv e membro del Laboratorio di Analisi tecnologica e funzionale di manufatti preistorici della Sapienza e altri studiosi hanno condotto analisi microscopiche su 283 piccole schegge datate 300-500.000 anni, al fine di ricostruirne la modalità di produzione e utilizzo.

Foto: SAPIENZA
Università di Roma

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports di Nature e hanno evidenziato come questi piccoli elementi non fossero solamente il risultato degli scarti di produzione dei bifacciali, bensì prodotti riutilizzati per la produzione di nuove schegge affilate. Inoltre, ulteriori analisi microscopiche dei segni di usura hanno messo in luce come questi strumenti fossero utilizzati anche durante le diverse fasi di lavorazione delle carcasse animali.

Centosette schegge, in particolare, hanno mostrato chiari segni di usura attraverso specifiche rotture del margine d’uso, segno di utilizzo e di contatto con osso e tessuti animali. Questi dati hanno ricevuto ulteriore conferma grazie alle tracce organiche e inorganiche incredibilmente conservatesi su questi strumenti preistorici.

Foto: SAPIENZA
Università di Roma

Tali residui (come osso, grasso, fibre di collagene) sono stati riconosciuti su 41 schegge e identificati attraverso analisi della loro morfologia, analisi chimica all’infrarosso e analisi ai raggi X, effettuate grazie alla collaborazione con il laboratorio Diet and Ancient Technology (DANTE) e il Dipartimento di Chimica della Sapienza.

“Con questo studio – concludono Flavia Venditti e Cristina Lemorini – abbiamo dimostrato come niente venisse scartato dagli hominins di Revadim: vecchie schegge abbandonate venivano raccolte e riciclate come nuclei per la produzione di piccole schegge affilate utilizzate per macellare carcasse animali ed ottenere il massimo delle calorie indispensabili per il loro sostentamento. Questa produzione litica, ed il suo utilizzo peculiare, riflettono un comportamento molto articolato che ha permesso a queste antiche comunità di prosperare per migliaia di anni”.

 

Riferimenti:

Animal residues found on tiny Lower Paleolithic tools reveal their use in butchery – Venditti F., Cristiani E., Nunziante-Cesaro S., Agam A., Lemorini C., Barkai R. – Scientific Reports, Nature 9, 1-14 (10 Settembre 2019) DOI https://doi.org/10.1038/s41598-019-49650-8

 

 


grotta di Acquacadda Nuxis

Nuove ricerche e scavi dell’Università di Cagliari nella grotta di Acquacadda a Nuxis

Nuove ricerche e scavi dell’Università di Cagliari nella grotta di Acquacadda a Nuxis

grotta di Acquacadda NuxisIl 2 settembre a Nuxis, presso la grotta di Acquacadda prenderà avvio la prima campagna di scavo archeologico diretta dal Professor Riccardo Cicilloni, Docente e Ricercatore di Preistoria e Protostoria presso il Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali dell’Università degli Studi di Cagliari in collaborazione con la Prof.ssa Elisabetta Marini del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente. Lo scavo si svolgerà per tutto il mese di settembre.

Le attività di scavo e ricerca sono stare rese possibili grazie alla concessione di scavo da parte del MIBAC - Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e si svolgeranno con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna e del Comune di Nuxis, con il supporto tecnico dell’Associazione Speleo Club Nuxis, che gestisce l’area, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Oristano e Sud Sardegna.

grotta di Acquacadda NuxisL’importante sito preistorico della grotta di Acquacadda (o Grotta de Su Montixeddu), frequentato a scopo funerario almeno dall’età del Rame, è già noto in letteratura in quanto negli anni ’60 del secolo scorso fu oggetto di un primo saggio di uno scavo, ancora praticamente inedito, condotto dalla compianta Prof.ssa Maria Luisa Ferrarese Ceruti, afferente allora all’Università di Cagliari.

Da queste indagini si ricavò una delle prime datazioni radiocarboniche dell’archeologia sarda, che ha fatto sì che la grotta di Acquacadda sia stata citata in numerose pubblicazioni a carattere nazionale ed internazionale.

grotta di Acquacadda NuxisLa ricerca ricade nell’ambito di un progetto più ampio, portato avanti dalla Cattedra di Preistoria e Protostoria dell’Università di Cagliari, mirante all’investigazione delle fasi preistoriche antecedenti alla nascita della civiltà nuragica, con particolare riferimento alle attività di estrazione dei metalli ed alle attività metallurgiche che le popolazioni dell’età del Rame e poi del Bronzo effettuarono a partire dall’inizio del III millennio a.C. L’obiettivo principale delle indagini di scavo sarà quello di indagare il passaggio dalla cultura di Monte Claro (età del Rame) a quella di Bonnanaro (prima età del Bronzo), e capire quale ruolo quest’ultima abbia nella formazione della successiva civiltà nuragica.

La possibilità di riprendere le indagini archeologiche nella Grotta di Acquacadda ha da subito entusiasmato me ed il mio team di collaboratori. L’unione di intenti tra noi, l’amministrazione e lo Speleo Club è stata da subito importante per impostare un lavoro scientifico all’avanguardia e soprattutto duraturo” afferma Riccardo Cicilloni, direttore scientifico dello scavo.

Alla ricerca archeologica sul campo si alterneranno una serie di attività di tipo divulgativo, a cui prenderanno parte studiosi provenienti da più parti d’Europa, tra cui: Annaluisa Pedrotti dell’Università di Trento (31 agosto), di Fernando Molina Gonzalez, Juan Antonio Cámara Serrano e Liliana Spanedda dell’Universidad de Granada (4 settembre), di Valentina Matta dell’Università di Aarhus in Danimarca (11 settembre), di Sabrina Cisci, funzionaria archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Sud Sardegna e Oristano (17 settembre).

La giornata del 31 testimonia un passaggio molto importante nel progetto di valorizzazione delle risorse del territorio in cui l'Amministrazione Comunale ripone molta fiducia. Un percorso ancora lungo, nel quale crediamo e che abbiamo fortemente voluto, convinti possa aggiungere un tassello importante per lo sviluppo futuro delle nostre comunità” afferma Piero Andrea Deias, sindaco di Nuxis, “nutriamo molta fiducia e speranza nei risultati dello scavo, che sarà egregiamente coordinata e condotta dal Prof. Riccardo Cicilloni e dai suoi validissimi collaboratori e studenti, con l'indispensabile supporto logistico dello Speleo Club Nuxis”. “Chiedo ai cittadini e a tutte le Associazioni del nostro paese, in tanti lo hanno già fatto, di condividere, appoggiare e sostenere questo progetto, soprattutto in questa importantissima fase, che vorremmo diventasse, attraverso varie iniziative, un importante esperimento socioculturale per la comunità intera. Sono certo che saremo all'altezza” prosegue il primo cittadino di Nuxis. “Persone da più parti della Sardegna ma anche provenienti dal di fuori dell’isola risiederanno nella nostra comunità per un mese, e per noi anche questo aspetto sarà di fondamentale importanza”.

Alle attività in programma prenderà, infatti, parte un team di circa 30 studenti provenienti da diversi atenei europei e internazionali, oltre quello cagliaritano, le università di Bologna, Granada, Barcellona e Melbourne, coordinati sul campo dagli archeologi Marco Cabras e Federico Porcedda.

Tutto il progetto sarà caratterizzato dalla collaborazione interdisciplinare tra i dipartimenti di Lettere, Lingue e Beni Culturali e quello di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università degli Studi di Cagliari, ma non solo. Sono in progetto una serie di analisi archeometriche finalizzate alla ricostruzione della vita delle comunità del tempo. L’obiettivo è quello di ricavare dati sul DNA e sulla dieta delle popolazioni dell’età del Rame sardo, sulle cause di morte degli individui sepolti nella grotta di Acquacadda. Tramite le analisi polliniche si proverà inoltre a ricostruire l’ambiente antico di questa zona del Sulcis. Sui reperti che verranno rinvenuti saranno immediatamente portate avanti una serie di attività laboratoriali: catalogazione, studio dei reperti ceramici, malacologici e metallici, ma anche dei resti osteologici.

Grande importanza verrà data alla comunicazione. Alle attività di studio e ricerca infatti ne saranno affiancate altre finalizzate alla divulgazione dei risultati e ad una maggiore conoscenza del dato scientifico attraverso una serie di iniziative online e offline: social network, scavo aperto al pubblico, seminari e attività con la comunità locale.

Tutto ciò rientra nella cosiddetta “Terza Missione” dell’Università di Cagliari, la quale si pone come obiettivi quelli di favorire l'applicazione diretta, la valorizzazione e l'impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico della società.

Per Roberto Curreli, presidente dell’Associazione Speleo Club Nuxis “lo scavo presso la grotta di Acquacadda consiste un quid in più nell’offerta di conoscenza che offre, già da anni, l’ex sito minerario di Sa Marchesa: un polo culturale che man mano si va perfezionando nella divulgazione degli aspetti geologici, speleologici e archeologici di quest’area del Sulcis”.

Conferenza stampa ed inaugurazione delle attività

31 AGOSTO DALLE ORE 10:30

presso sito geo speleo archeologico «Sa Marchesa»

Ex miniera Sa Marchesa – Acquacadda – Nuxis (SU) – incrocio: S.P. 78 km 0,2/S.S. 293 km 50,4

Plus code: 5QJ2+3F Acquacadda, Nuxis CI

Interventi:

Saluti delle autorità regionali e provinciali;

Piero Andrea Deias, Sindaco di Nuxis;

Tarcisio Agus, Presidente del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna;

Sabrina Cisci, Funzionario archeologo, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Sud Sardegna e Oristano;

Riccardo Cicilloni, Università di Cagliari, direttore scientifico dello scavo archeologico presso la Grotta di Acquacadda;

Elisabetta Marini, Università di Cagliari, Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente;

Salvatore Buschettu, Presidente Federazione Speleologica Sarda;

Roberto Curreli, Presidente Associazione Speleo-Club Nuxis;

Marco Cabras, archeologo;

Federico Porcedda, archeologo.

DALLE ORE 18:00

Conferenza a tema archeologico

Annaluisa Pedrotti (Professore associato - Università degli Studi di Trento), Ötzi, l’uomo venuto dai ghiacci: le novità della ricerca scientifica.

La conferenza costituisce il primo evento del Ciclo di Conferenze «Incontri di archeologia alla Grotta di Acquacadda. Cinquant’anni di ricerche nel Sulcis-Iglesiente» organizzato dall’associazione speleo club Nuxis.

A seguire intervento dal titolo: Archeologia e viticoltura, a cura dell’Associazione Italiana Sommelier. Per finire degustazione di vini della Cantina di Santadi e dell’Agricola Punica.

Previsto intrattenimento per bambini nel giardino del sito di Sa Marchesa.


inchiostri Egitto

Uno studio rivela la composizione degli inchiostri per tessuti nell’Antico Egitto

Uno studio internazionale, coordinato dal Centro NAST -  Centro interdipartimentale Nanoscienze e Nanotecnologie e Strumentazione dell'Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, ha dimostrato l’utilizzo di inchiostri a base di ferro nell’Antico Egitto, fornendo così nuove informazioni e prospettive riguardo alla genesi degli inchiostri nelle antiche culture mediterranee.

inchiostri EgittoPubblicato su “Scientific Reports”, rivista open access del gruppo editoriale Nature, con il titolo “Egyptian metallic inks on textiles from the 15th century BCE unravelled by non-invasive techniques and chemometric analysis”, lo studio condotto su 19 tessuti dipinti, utilizzando tecniche non invasive, ha permesso di identificare la composizione chimica dell’inchiostro nero utilizzato su lino antico egiziano. 

I tessuti oggetto dello studio fanno parte del corredo funerario della tomba egizia dell’architetto Kha e della moglie Merit, datata XV secolo a.C., una delle più importanti scoperte archeologiche in Egitto condotta, nel 1906, nei pressi del villaggio di Deir el-Medina (Luxor) da Ernesto Schiaparelli (1856-1928), allora direttore del Museo Egizio. Il corredo funerario, ad eccezione di pochi oggetti, fu trasportato a Torino e rappresenta un ununicum in egittologia: si tratta, infatti, del corredo funerario non regale più ampio e completo mai ritrovato.

Poca attenzione era stata prestata finora alla natura e alla tecnologia degli inchiostri usati sui rituali e tessuti di uso quotidiano per l'Antico Egitto

Sebbene finora un grande sforzo di ricerca sia stato dedicato allo studio dei pigmenti e dei coloranti usati nell'antico Egitto per decorare le pareti e gli arredi delle sepolture, o per scrivere su papiro, poca attenzione è stata prestata alla natura e alla tecnologia degli inchiostri usati sui rituali e tessuti di uso quotidiano, che potrebbero aver favorito il trasferimento della tecnologia dell'inchiostro metallico su supporti di papiro e pergamino.

«Abbiamo osservato che gli inchiostri su questi tessuti hanno un aspetto brunastro e hanno corroso le fibre di lino nella maggior parte dei casi – racconta Giulia Festa, autrice dello studio e ricercatrice del Centro Fermi. Questa evidenza ci ha interessato e ne abbiamo quindi studiato la composizione tramite tecniche complementari». 

Un inchiostro metallico a base di ferro, quindi, che potrebbe essere definito un antenato dell’inchiostro ferro-gallico, la cui introduzione è comunemente attribuita al III secolo a.C., come spiega Roberto Senesi del Centro NAST Roma “Tor Vergata”.

 La ricerca dimostra che per produrre un liquido di scrittura nero/marrone non solo sono stati utilizzati i sali di ferro, probabilmente in combinazione con i tannini (ancora da accertare), ma è stata aggiunta anche l'ocra, ottenendo coloranti neri simili a quelli che venivano impiegati dagli indiani Navajo all'inizio del XX secolo. «I nostri risultati – continua Giulia Festa - suggeriscono che gli antichi egizi usavano un tipo di miscela simile già 3.400 anni fa. Perché questa miscela è stata impiegata non è noto; probabilmente, il motivo è legato alla resistenza di questi inchiostri al lavaggio, a differenza del nero carbone. Ma per rispondere a questa, e ad altre domande, con certezza, come la presenza o meno di tannini, sono necessari ulteriori lavori sperimentali per valutare la composizione e la provenienza dei composti di ferro e l’analisi degli inchiostri neri sugli altri oggetti inscritti, provenienti dalla tomba di Kha, come ceramiche, papiri e legno».

Lo studio è parte del progetto di ricerca ARKHA (ARchaeology of the invisible: unveiling the grave-goods of KHA) nell’ambito della convenzione tra l’Università di Roma “Tor Vergata”, il Museo Egizio Torino, il Museo Storico della Fisica e Centro Studi e Ricerche “Enrico Fermi”, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino e l’Università di Milano Bicocca.

inchiostri EgittoLeggi l’articolo pubblicato su Scientific Reports “Egyptian metallic inks on textiles from the 15th century BCE unravelled by non-invasive techniques and chemometric analysis”, Nature, 13 Maggio 2019

Immagini dall' Ufficio Stampa di Ateneo Università degli Studi di Roma "Tor Vergata".