Attilio Mussino Pinocchio

Attilio Mussino - “C’era una volta lo zio di Pinocchio…”

La riscoperta del dattiloscritto autobiografico di Attilio Mussino: “C’era una volta lo zio di Pinocchio…”

Attilio Mussino Pinocchio
Attilio Mussino, autoritratto, 1894. Museo Attilio Mussino - Vernante

16 luglio 1956. Un bel giorno d’estate, sul tavolo una penna, un dattiloscritto corretto pronto per inviare all’editore, un berretto rosso da pittore, alcune sigarette e tanti scarabocchi su dei fogli. Ma lui non c’è più, non è riuscito a concludere l’opera rimanevano alcune correzioni da fare e alcune illustrazioni. Solo così la sua memoria sarebbe rimasta.

Ormai da dieci anni Attilio Mussino viveva lì, a Vernante, dove finalmente aveva ritrovato la pace e la voglia di tornare a vedere il mondo con gli occhi dell’arte. È un artista che si sfiora con la mente tante volte, come un ricordo, a volte così evanescente che subito scompare. In fin dei conti egli è sì un artista, ma non delle grandi arti maggiori come pittura, scultura o architettura.

Egli si è formato su di esse ma non le ha inseguite, ha dipinto molto anche se è secondario a ciò che lui fu davvero: un illustratore. Egli fu il creatore dell’immagine più famosa che un monello burattino poteva avere, Pinocchio. Quell’immagine legnosa, di un legno solo buono da ardere, con il suo vestitino verde, il naso che si allunga e la capacità di mettersi sempre nei guai che da bambini tutti noi abbiamo letto. Ma cosa davvero sappiamo del suo illustratore, oltre al legame con Pinocchio?

Attilio Mussino, nel suo studio a Vernante, intento a disegnare e a mostrare il ritratto di Geppetto dell’edizione 1911 delle Avventure di Pinocchio. Foto di ignoto (1954). Collezione Pro Loco Vernante

Un quesito che lo stesso artista si era posto. Aveva 66 anni Mussino, quando arrivò a Vernante nel 1945, aveva vissuto attimi dolorosi segnati da una feroce guerra che gli aveva portato via tutto, la villetta sulla collina torinese comprata con l’eredità della nonna, l’unico figlio Giorgio e la moglie malata da tempo che lo abbandonò dopo i freddi inverni passati a Strevi. Era solo con la sua tragedia.

Tuttavia una luce apparve: Margherita, la fata non dai cappelli turchini ma di un bel rosso ramato, era ancora accanto lui, vernantina di nascita, lo aiutò e insieme si trasferirono a Vernante dove nell’ottobre del 1945 si sposarono. In quagli anni Mussino ritrova la pace, gli abitanti del paese lo vedono salire e scendere dalle montagne in cerca di nuovi scorci, di paesaggi, di ritratti della gente del posto che egli schizza, dipinge non volendo nulla in cambio.

È buono Attilio, pur avendo problemi economici a cui si unirono presto anche quelli di salute, tuttavia sorride ancora ai bambini che lo vengono a trovare una volta finita la scuola e si dimostrano attenti alle lezioni di disegno che egli offre. Ma c’è comunque un’inquietudine, una consapevolezza amara: egli è celato agli occhi del mondo, gli editori non lo considerano più, i nuovi illustratori si fingono ignari di quanto essi debbano a tale artista, e anche i bambini che passano sotto il suo balcone, con il Pinocchio di Collodi nelle cartelle, non sono consapevoli che il creatore di quelle smorfie, di quegli abbracci, di quelle risate di legno si trovi sopra le loro teste, tra i fiori di un balcone di montagna.

Attilio Mussino sente il peso di tutto questo e con lui anche lo stesso Pinocchio, non più come personaggio di un libro, ma come un cronista intento ad ascoltare le ultime parole di Mussino. Da quando lo aveva incontrato il burattino aveva vissuto con l’artista, si era fatto raccontare la sua storia: la sua infanzia, la formazione accademica e i maestri, gli amici che frequentavano il suo studio, i giornali per adulti e bambini per cui aveva lavorato, la guerra, gli affetti famigliari ed infine Vernante.

Attilio Mussino Pinocchio
Attilio Mussino insegna ai bambini di Vernante come disegnare un pupazzetto di Pinocchio. Foto di ignoto (1954), Museo Attilio Mussino - Vernante

Uno scambio di vite avveniva all’ultimo piano di Via Nizza, n 19 a Torino; Pinocchio raccontava le proprie “pinocchiate” e Attilio Mussino faceva lo stesso con quei momenti salienti del suo passato, rendendolo partecipe anche del suo presente. Il burattino racconta attraverso un microfono la vita passata e presente di Mussino; la riporta alla luce, la rende nota per chi non la conoscesse e la ripropone a coloro che invece l’hanno dimenticata. Essere ricordato tra gli adulti non gli importa, dopotutto non gli è mai appartenuto quel mondo, ma i bambini e i loro mondo sì. Egli vuole essere ricordato tra di loro, desidera ancora narrare per immagine le storie di qual mondo fatto di risate vere ed aspira ancora ad accompagnarli nella loro crescita; ma come fare tutto questo se non c’è più casa editrice che lo chiama a illustrare? La risposta è semplice, far raccontare la sua vita da un personaggio amico, Pinocchio: nasce così il Pinocchio al Microfono. 

Era il 1909 e Pinocchio, ormai stufo di venir ritratto dai diversi illustratori, è costretto dalla casa editrice Bemporad ad andare a Torino. Già Enrico Mazzanti e Carlo Chiostri avevano trasmesso con la loro arte le Avventure scritte da Collodi, tuttavia il commendator Bemporad voleva realizzare una terza grande edizione dell’opera e per farlo incaricò proprio Attilio Mussino di Torino.

Inizialmente diffidenti, illustratore e burattino divennero grandi compagni di avventure anche curiose. Pinocchio racconta la propria crescita e così fa Mussino toccando con flashback eventi della sua vita, figure che ha incontrato, momenti gioiosi ma anche drammatici in una Torino tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.

Mussino si formò come pittore presso l’Accademia Albertina di Torino, avendo ricevuto fra gli altri l’insegnamento di Giacomo Grosso; tuttavia egli prediligeva scarabocchiare figure, maschere, omini sui libri. Iniziò proprio in questi anni a collaborare con le testate satiriche dell’epoca come “Il Fischietto”, “La Luna”, “Il Pasquino” e poi con “La Gazzetta del Popolo” offrendo la sua penna a caricature avvincenti delle diverse sfilate politiche e sociali che vi erano a Torino.

Attilio Mussino, la puntata I vecchi amici di Mamma e papà, Bilbobul, su “Corriere dei piccoli”. Museo Attilio Mussino - Vernante

Un tratto deciso, dai contorni definiti, neri che suscitano nella loro immediatezza il riso. Caratteri tipici della sua arte che si prestarono alle illustrazioni per l’infanzia. Personaggi inventati, bimbi monelli, animali parlanti diventano il repertorio delle storie che Mussino viene chiamato a rappresentare sulle pagine de “La Domenica dei Fanciulli” dal 1901 o sul “Corriere dei Piccoli” dal 1909, dando immagine a uno dei personaggi più famosi, il neretto Bilbobul. La collaborazione con le testate giornalistiche e con le grandi case editrici dell’epoca come Lattes e Paravia lo portano ed essere chiamato dalla Bemborad.

Attilio Mussino Pinocchio
Due pagine delle Avventure di Pinocchio illustrate da Attilio Mussino nell'edizione originale del 1911. Archivio privato

Dopo ben tre anni di lavoro, il 2 ottobre 1911 esce la terza grande edizione di lusso delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, portando Attilio Mussino a diventare il princeps dell’illustrazione italiana. Le sue illustrazioni, che sfruttano diverse tecniche, sono così teatrali e coloristiche da portare il lettore a compartecipare alla vicenda pinocchiesca, che abbandona la Toscana per un Piemonte borghese di inizio ‘900, rendendo l’opera di Mussino superiore a qualsiasi altra edizione. Egli entra nel libro, lo comprende, lo vive e ne da delle immagini immortali. Ad alcuni non piacque, come ai puristi fiorentini capeggiati dal giornale “La Voce” ma ormai Mussino era il più ricercato e il più desiderato.

Attilio Mussino, Cartolina (1918) per la Sezione Cartografica della Seconda armata. Museo Attilio Mussino - Vernante

Tuttavia, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, tale successo inizia a crollare: egli è chiamato al fronte nel 1917 dove mette a disposizione la sua arte per la Sezione Cartografica della Seconda Armata realizzando cartoline e illustrazioni che incitavano i soldati alla vittoria e alla resistenza. Tornato dalle valli del Piave, da lui immortalate, riprende la sua attività ma l’avvento del fascismo è alla porte. Nel 1932 egli si iscrive al PNF e per permettere alla propria arte di sopravvivere è costretto a sottostare alla nuova poetica littoria, sia nello stile che si fa più enfatico e più statuario, sia nelle storielle infantili.

Attilio Mussino, disegni della Valle del Piave, 1915-18. Museo Attilio Mussino - Vernante

L’avvento di una nuova guerra spazza via tutto questo, Mussino abbandona Torino si rifugia nella campagna alessandrina con la moglie e la domestica. Qui giunge la notizia della morte del figlio Giorgio e neanche un mese dopo, nell’agosto del 1945 anche della moglie. Ormai è solo con il suo dolore e con i problemi economici: l’arte non paga più, la pensione di giornalista è insufficiente, la villetta di Torino è stata portata via dalle bombe. Ma non tutto è perduto: Margherita, la domestica non lo abbandona anzi lo porta a Vernante ed è proprio da quel luogo che il nostro racconto è partito; ed è da lì che Pinocchio ci ha raccontato tutto questo scritto in un dattiloscritto, lasciato incompiuto su una tavolo da cucina, che dopo anni è ritornato alla luce, il Pinocchio al Microfono. 

Attilio Mussino Pinocchio
Pagine 46 e 47 del dattiloscritto autobiografico del Pinocchio al Microfono di Attilio Mussino, con le correzioni di sua mano. Archivio privato

Finalmente si ha la possibilità di riscoprire la vita di un artista che non è solo l’illustratore di Pinocchio, ma un pittore, un giornalista, uno scrittore: una figura poliedrica la cui memoria può ora essere trasmessa dalle sue stesse parole. Il recupero del dattiloscritto, eseguito per la tesi triennale in Beni Culturali della scrivente, è stato condotto con la trascrizione, eseguita secondo caratteri conservativi, del testo a cui si è poi provveduto a predisporre un apparato di note di commento che ha permesso di verificare e approfondire le affermazioni che Mussino dichiara. Attraverso una ricerca bibliografica e archivistica importante, i diversi aspetti del testo originario e della vita di Mussino sono stati ripresi e riportati alla luce nella speranza di aver un nuovo peso ad uno degli illustratori molto spesso rilegati ad un ambito puramente infantile e illustrativo soggetto ancora oggi ad una considerazione marginale.

 

Tutte le foto sono scattate da Gabriella Vitali


Vanni Santoni La scrittura non si insegna

La scrittura non si insegna: intervista a Vanni Santoni

La scrittura non si insegna, un pamphlet  per educare lettori e scrittori

La scrittura non si insegna è l'ultimo volumetto scritto da Vanni Santoni ed edito da Minimum Fax, 95 pagine di consigli, finzioni smascherate e cliché distrutti. Gli errori che lastricano il percorso dell'aspirante scrittore sono molti, a partire dall'alimentazione culturale scorretta, povera di maestri della prosa e satura di baldanzosi prodotti industriali-letterari; sì, perché non è errato paragonare i fast food e il loro cibo spazzatura a tanti di quei romanzi che vengono costantemente propinati sugli scaffali delle librerie.

In La scrittura non si insegna, Santoni consiglia diversi approcci alimentari, partendo dalle prelibatezze targate Proust e Joyce e passando per Mircea Cărtărescu, Faulkner, Ursula K. Le Guin, Roberto Bolaño, David Foster Wallace, Philp Roth, Don DeLillo, Thomas Pynchon, Jane Austen, Jorge Luis Borges e molti altri maestri della narrativa (con racconti e romanzi).

A mio avviso, la prima parte è la più interessante e ghiotta (non che le altre siano inferiori), perché Vanni Santoni ci fa confrontare con tantissime leggende del mondo della scrittura, sbattendo in faccia al lettore (e ai suoi corsisti) quali sono gli step obbligatori da compiere: ovvero leggere, leggere, leggere questi autori. Quantità e qualità, perché chi non "affronta" questi mostri sacri si priva della possibilità di migliorare come autore.

I capitoli successivi si concentrano invece sulla costanza della scrittura: non solo l'ispirazione momentanea regola la stesura di un romanzo, anzi, è soprattutto la disciplina a sostenere l'intero progetto scrittorio.

Tra consigli sui cliché, spiegazioni in merito al mondo dell'editing, storie abusate e macchiettiste e dal mondo dell'editoria, Vanni Santoni sigla con La scrittura non si insegna un ottimo pamphlet culturale, per togliere la patina romantica e illusoria dal mondo della scrittura e per indirizzare gli aspiranti scrittori verso una presa di coscienza critica. In definitiva un libro obbligatorio per tutti e l'ennesima bella pubblicazione all'interno del catalogo Minimum Fax.

 

Ringrazio Vanni Santoni che ha risposto ad alcune domande sul suo ultimo lavoro, La scrittura non si insegna e sulle sfide di questa arte.

La scrittura non si insegna
La copertina del pamphlet di Vanni Santoni, La scrittura non si insegna, pubblicato da Minimum Fax (2020)

Mi sono innamorato di un termine che usi verso la fine del libro, ovvero banality, (in)felice sodalizio tra la banalità e la fatality brutale di Mortal Kombat. Secondo te, questi termini così abusati e ormai prodotti in quantità industriali, quanto possono distruggere il testo di un esordiente? Se fossi un editor o il responsabile di una collana editoriale, cestinerei subito un manoscritto che si presenta in questa maniera.

Sicuramente l’abbandono dei cliché è uno dei primi passi da fare per “scrivere bene”, ma se sono così diffusi è perché prosperano in tanta narrativa commerciale, italiana e in traduzione, e non sono pochi gli aspiranti autori che si abbeverano a tale fonte e non a quella dei classici… Naturalmente rimanendo aspiranti o finendo in trappole o vicoli ciechi quali l’editoria a pagamento, il self-publishing o la nuova “pseudoeditoria free”.

C'è una tendenza di alcuni aspiranti scrittori di leggere alcuni capisaldi della letteratura moderna e poi di emularli con risultati alquanto disastrosi. Su due piedi mi viene da pensare ai cesellatori del cut-up burroughsiano che costruiscono testi arditi e ricchi di acrobazie linguistiche. Fallendo, ovviamente. Ciò mi porta a pensare a una frase di un autore nella tua lista, David Foster Wallace, che afferma: “«Scrittura forbita» non significa scrittura ornata in modo gratuito; significa scrittura pulita, chiara, massimamente rispettosa. Non credi quindi che anche la volontà di mirare troppo in alto sia dannosa per un autore che non si è ancora imposto sulla scena?

Magari ci fossero aspiranti scrittori che scrivono come Burroughs o Wallace! Credo che la paura dell’influenza, prima ancora che l’influenza, sia una tipica malattia dei principianti: se qualcuno è in grado di capire il lavoro di un Burroughs o un Wallace e imitarlo, è già segno che ha raggiunto un buon livello da lettore, anche nel caso (quasi inevitabile) che lo imiti male. Arriverà quindi il momento in cui troverà la sua voce, all’inizio fissarsi su questo o quel grande autore e copiarlo può capitare e non è neanche una cosa negativa, purché si continui a leggere e a moltiplicare così le influenze. Il problema non sono certo le scritture epigonali; il problema, e lo dico avendo vagliato migliaia e migliaia di manoscritti, sono le scritture risapute, inerti, vuote, prive d’interesse e senza “voce”, che costituiscono il 99% dei manoscritti senza futuro e sono il frutto dell’aver fatto troppe poche letture, non dell’eccesso di influenza di questo o quel gigante.

Ho trovato la tua dieta letteraria di estremo interesse, la consiglio a tutti (aspiranti scrittori e lettori che si vogliono formare), ma c'è un autore (o autrice) che ti senti di consigliare oltre a quelli citati ne La scrittura non si insegna?

Dato che nel libro se ne citano centinaia, se adesso ne potessi indicare solo uno, vorrebbe dire che l’avevo dimenticato. Dubito poi che a soli due mesi dall’uscita del libro ci sia già chi ha letto tutti i testi ivi citati – e se anche ci fosse, a quel punto avrebbe imparato a costruire il proprio percorso di lettura da solo. Invito dunque il lettore a trovare da solo il prossimo tassello: è del resto uno degli scopi del pamphlet.

La copertina del romanzo Pasto nudo di William S. Burroughs, nell'edizione Adelphi con traduzione di Franca Cavagnoli

 

L'ispirazione è per i dilettanti. Frase più vera non fu mai pronunciata. Tra le eredità del nostro romanticismo abbiamo conservato, con gelosia, questa figura (ormai archetipica) del letterato devoto a Muse ispiratrici, folgorato da lampi di genio o sedotto da oscure forze misteriose che dispensano i segreti dell'Arte. In verità, come affermi anche tu, la scrittura è un mestiere da praticare senza sosta. Alberto Moravia si metteva a scrivere tutte le mattine per almeno sei ore, anche quando non aveva voglia. Prima ancora di plasmare uno scrittore, non trovi sia più proficuo debellare quei sentimentalismi ottocenteschi? Quindi accompagnare lo studente aspirante scrittore verso un percorso altamente professionale, almeno idealmente parlando?

Lo scopo forse principale del pamphlet è proprio distruggere questo vecchio pregiudizio romantico. Ma attenzione. Come ho spiegato più ampiamente qui, la letteratura resta comunque arte, non artigianato, come vorrebbe un pregiudizio di ordine opposto, più moderno ma non meno diffuso, ed è proprio per questo che chiede qualcosa di addirittura superiore a una “professionalizzazione”: essa chiede, né più né meno, la consacrazione a essa della propria vita. Il fatto che ci siano scrittori di successo che non hanno consacrato un bel niente è incidentale e non deve preoccupare l’aspirante: loro sono stati fortunati, chi non lo è (e non si può certo dire a chi vuole fare un mestiere di sperare in un colpo di fortuna) può forzare il destino solo mettendoci l’anima e il sangue.

George R. R. Martin, uno dei padri del fantasy contemporaneo, si è espresso su alcune categorie di scrittori: gli architetti e i giardinieri. Gli architetti sono studiosi meticolosi, costruiscono con perizia la loro storia e si discostano raramente da quello che hanno già progettato; mentre i giardinieri improvvisano, assecondano i capricci della natura o della momentanea ispirazione e tendono a non rispettare nessuna scaletta o palinsesto di idee. Tu in che categoria ti senti rappresentato? E quali sono i punti di forza e di debolezza degli architetti e dei giardinieri?

È evidente che, al di là delle attitudini di partenza derivanti dall’indole di ciascuno, uno scrittore davvero buono debba essere sia architetto che giardiniere.

Nel mare magnum dell'internet il tuo libro, almeno nelle nicchie degli scribacchini e degli autori emergenti o semplici lettori, ha sollevato qualche polverone. Per esempio tutti affermavano Vanni Santoni dice che se non hai letto Proust allora non puoi scrivere un romanzo decente, mentre in realtà Proust era soltanto uno dei centomila autori che hai citato e che fanno scuola di scrittura. Questo secondo me è anche un indizio del fatto che prima di diventare degli autori bisogna essere dei lettori consapevoli (e non di campionare un passaggio del libro e di trarne conclusioni inesatte e volte a screditare qualcuno). Quindi leviamoci il dubbio: si può diventare uno scrittore capace anche senza affrontare Alla ricerca del tempo perduto?

Il fatto stesso che alcune persone perdano tempo a discutere su Internet se sia il caso o meno di leggere Proust invece di leggerlo, spiega perché costoro siano ancora aspiranti autori. Del resto, se qualcuno reputa fastidioso o difficile affrontare uno dei massimi capolavori dell’arte che vorrebbe praticare, è segno che non è tagliato per essa.
Detto questo, La scrittura non si insegna è molto chiaro nel dire che nessuna singola lettura è di per sé imprescindibile: quello che conta è la quantità e la qualità delle letture, non la presenza di questo o quel titolo specifico.

Marcel Proust, autore de Alla Ricerca del Tempo Perduto, foto (1900) di Otto Wegener in pubblico dominio

Una domanda banalissima, che ogni intervistatore deve porre ogni tanto: quale libro ti piacerebbe aver scritto? Io, se potessi, vorrei essere l'autore di Meridiano di sangue.

Bifurcaria bifurcata di Benno Von Arcimboldi. (personaggio immaginario del romanzo 2666 di Roberto Bolaño, ndr.)

La copertina del romanzo di Roberto Bolaño, 2666, nell'edizione Adelphi con traduzione di Ilde Carmignani. Rappresenta la Vergine di Guadalupe, foto di Adrian Mealand (1996),
progetto grafico di Marlies Visser.

Consigli, quando l'ispirazione e le buone idee mancano, di scrivere dei remake. Questa cosa non mi è ancora chiara: potresti spiegarmi, così anche ai lettori di ClassiCult, che cosa intendi e quanto sia utile questo esercizio?

Premessa necessaria: si tratta di un esercizio adatto solo ai principianti, dato che si presume e spera che uno trovi presto cosa vuole scrivere (o almeno cosa crede di voler scrivere). Semplicemente, come spiegato nel pamphlet, dato che forzarsi a scrivere tutti i giorni è un ottimo modo per trovare la propria strada e un buon ritmo nel lavoro, ma all’inizio non è detto che si abbiano abbastanza progetti in corso per farlo, se proprio non si sa cosa scrivere si può fare un remake: trovo in particolare che i racconti di Čechov siano adatti a questo scopo, per la forza della loro struttura.

Secondo te, un autore è meglio che esordisca con un testo mainstream (o literary fiction) o che provi a sfondare con un'opera di letteratura di genere (horror, fantasy, ecc.). Soprattutto in Italia la questione è interessante.

Se è vero che in Italia esiste un pregiudizio, ancorché in parte superato, verso alcuni generi, credo che un autore debba scrivere ciò che vuole scrivere e che sente di dover scrivere, senza mai, per nessun motivo, fare considerazioni legate al mercato o alle mode.

 

Vanni Santoni (1978) ha pubblicato il progetto letterario Personaggi precari e i romanzi Gli interessi in comune, Se fossi fuoco arderei Firenze, la saga di Terra ignota, Muro di casse, La stanza profonda (candidato al Premio Strega), I fratelli Michelangelo.

Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa italiana della casa editrice Tunué.

Vanni Santoni La scrittura non si insegna
Vanni Santoni, foto fornita dall'autore

romanzi rivoluzione francese

Non solo Lady Oscar, sei romanzi sulla Rivoluzione Francese

 

La Rivoluzione Francese è un periodo estremamente complesso, denso di avvenimenti, ma che per questo è anche molto entusiasmante.

Purtroppo, però, non ha ricevuto da parte della narrativa italiana una grande attenzione e alcuni romanzi molto validi non sono ancora stati tradotti nella nostra lingua. Durante gli anni di stesura del mio romanzo, oltre a documenti originali, memorie e saggi ho letto anche moltissimi romanzi e, da appassionata del periodo, ne continuo a leggere; per questo voglio condividere con voi cinque titoli che amo e che possono servire da trampolino di lancio per conoscere meglio il periodo. Nella mia selezione ho lasciato volutamente fuori quei romanzi che non rientrano pienamente nel genere storico o che comunque forzano molto la mano sugli eventi (insomma, non troverete L’armata dei sonnambuli di Wu Ming, La primula rossa o le variazioni sul tema dei diari più o meno segreti di Maria Antonietta).

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Jean-Pierre Houël, La prise de la Bastille, acquerello (1789). Presso la Bibliothèque nationale de France, immagine Gallica in pubblico dominio

Il classico imprescindibile: Novantatré di Victor Hugo

Novantatré è Parigi, la Vandea, intrighi politici, vendette personali, avventura: in questo capolavoro c’è tutta un’epoca che si apre di fronte ai nostri occhi. Nelle vicende di Lantenac, capitano di un manipolo di truppe monarchiche, Gauvain, suo pronipote, ufficiale dell’esercito rivoluzionario mandato in Vandea a combattere i ribelli e del rappresentante in missione Cimourdain, precettore di Gauvain quando questi fu stato accolto nella casa di Lantenac prende corpo la guerra civile e si scontrano le anime della Rivoluzione.

L’ultimo capolavoro di Hugo, che per afflato politico e umano ricorda I Miserabili, è uno sguardo lucido sulle anime della Rivoluzione e sulle reazioni umane ai grandi cambiamenti. L’indulgenza e la generosità paga? Anche i malvagi hanno una possibilità tutta laica di riscatto e di salvezza? Fino a dove si piò giustificare l’uso della violenza?

Questi sono i grandi interrogativi che percorrono la trama del romanzo, perfetto accompagnamento ai molti saggi che sono usciti, soprattutto nell’ultimo decennio, sul Terrore. Non mancano anche i grandi protagonisti, della storia, così insieme a personaggi di invenzione, ritroviamo, in una scena iconica che poi è stata ripresa nell’immaginario, Danton, Marat e Robespierre a colloquio tra loro in un dibattito il cui vero oggetto sono il senso e i limiti della Rivoluzione.

Una lettura impegnativa per chi ha voglia di cominciare a entrare nel vivo delle questioni.

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La copertina del romanzo Novantatrè di Victor Hugo, pubblicato da Mondadori nella collana Classici

Il piccolo gioiello, Gli undici di Pierre Michon

Ho letto Gli undici appena uscito in lingua originale (Les onze), perché adoro Michon da quando ho letto il suo Vite minuscole, sempre tradotto per i tipi Adelphi). Gli undici è un libro quasi sperimentale: è la storia di un capolavoro, Gli undici del titolo, che non è mai stato realizzato, di un pittore che non è mai esistito. La scrittura precisa, cesellata e pur immaginifica di Michon ci fa apparire questa tela di grandi dimensioni al centro del Louvre e ce la descrive rendendola viva. Gli undici sono i membri del “Gran Comitato”, cioè del Comitato di Salute pubblica nella sua ultima composizione, dopo l’esecuzione di Hérault de Seychelles nel febbraio (?) 1794.

Gli undici è un romanzo per immagini, che riesce a immergere il lettore nell’atmosfera del Terrore con poche sparse pennellate. Proprio come i grandi pittori neoclassici, attraverso una trama di luci ed ombre, prospettive e pennellate di colore Michon riesce a rendere vivi i grandi protagonisti (più o meno noti al pubblico italiano) dell’anno II. È il libro giusto per chi vuole entrare nella storia immergendosi in un’atmosfera.

La copertina del romanzo Gli Undici Pierre Michon, tradotto da Giuseppe Girimonti Greco e pubblicato da Adelphi nella collana Fabula

La rivoluzione dove non te l’aspetti, Nozze a Haiti di Anna Seghers

La figura di Toussaint Louverture, il giacobino nero reso noto al grande pubblico dal logo della rivista The Jacobin, ha suscitato grande interesse nel secondo Novecento, come icona antirazzista e anticolonialista; è proprio lui il grande protagonista di Nozze a Haiti. In questo breve romanzo, la scrittrice tedesca Anna Seghers ripercorre le vicende della rivoluzione di Haiti attraverso lo sguardo di Michel Nathan, scrivano di Louverture. Il tema di tutto il romanzo è l’intersezionalità delle oppressioni e delle lotte: i ricchi bianchi, proprietari delle piantagioni di Haiti, si rifiutano di adottare i provvedimenti delle assemblee rivoluzionarie francesi che garantiscono l’uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro etnia, anche nelle colonie. Saranno i neri, schiavi ed ex schiavi, ad organizzarsi, rivendicando libertà e uguaglianza, anche attraverso la lotta armata e la violenza. Questi rivoluzionari troveranno come oppositori non solo i bianchi, ma soprattutto i creoli, che hanno paura di perdere la loro posizione nella scala sociale.

Nozze ad Haiti è una lettura molto attuale, che fa riflettere sulla problematicità di certe lotte e su come i principi nati dalla Rivoluzione Francese non siano affatto scontati.

Nozze a Haiti di Anna Seghers, tradotto da I. Nerozzi e pubblicato da Filema nella collana Conchiglie

Una prospettiva femminista, La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli

Nella mia personale selezione non poteva mancare un romanzo che ha come oggetto la nascita del primo movimento femminista europeo. La donna che visse per un sogno è la biografia romanzata della più celebre femminista della Rivoluzione, Olympe de Gouges, l’autrice della Dichiarazione della donna e della cittadina.

La figura di Olympe spicca il volo, circondata da una corale tutta femminile, e da personaggio storico diventa il simbolo romantico di tutte le donne che lottano e hanno lottato per i propri diritti e che hanno sacrificato tutto, anche la loro vita, per il bene delle generazioni future.

È un libro che può aprire una prospettiva nuova sulla storia, un modo per entrare nella storia di genere attraverso una storia coinvolgente.

La copertina del romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, pubblicato da Sperling & Kupfer

La rivoluzione a casa nostra, Il resto di niente di Enzo Striano

Un’altra grande protagonista femminile, Eleonora de Fonseca-Pimentel, ci accompagna nell’avventura tragica delle repubbliche sorelle degli stati italiani. Quando il fuoco della rivoluzione si sta ormai spegnendo, in Italia fioriscono le Repubbliche giacobine, nella speranza che Napoleone e i Francesi portino anche negli stati della penisola i principi rivoluzionari. Il resto di niente è un’amara riflessione sull’effimera esperienza della Repubblica Napoletana del 1799, ma in generale sul ruolo della nostra esperienza individuale nella storia.

La vicenda narrativa, straziante e sublime, non è che un pretesto per una riflessione sulla futilità dell’esperienza umana, che viene annullata dalla morte e che è sempre in balia della “forza delle cose”, che sovradetermina le scelte individuali e collettive. Ed è forse proprio questo senso di impotenza che si scontra continuamente con la voglia di vivere della protagonista la caratteristica più interessante del romanzo e che ricorda tanti passaggi dell’oratoria rivoluzionaria.

È un romanzo per chi vuole andate oltre gli eventi e immergersi nella filosofia della Rivoluzione.

Il resto di niente di Enzo Striano, pubblicato da Oscar Mondadori

Il romanzo indie, Robespierre, le parole e il silenzio di Maria Fabbri

Fra i tanti romanzi che danno voce ai protagonisti della rivoluzione, vi consiglio di recuperare Robespierre, le parole e il silenzio di Maria Fabbri. Pur essendo un romanzo, infatti, questo libro ha la precisione di un saggio nella cura del dato storico e nella precisione ideologica. L’autrice accompagna chi legge alla scoperta degli anni 1789-1794, attraverso il percorso politico e umano di Robespierre. L’utilizzo estensivo della prima persona, unito a un linguaggio diretto e contemporaneo, ma allo stesso tempo mai banalizzante, fa entrare in medias res nei pensieri del protagonista e negli eventi.

La narrazione, dunque, è dichiaratamente partigiana, ma questa è proprio la forza del libro, che lo distingue da molte altre pubblicazioni, perché la passione e la competenza dell'autrice pungolano chi legge e costringono a considerare un punto di vista forse diverso da quello che normalmente ci immaginiamo.

La copertina del romanzo Robespierre - Le parole e il silenzio di Maria Fabbri

Piccole Donne Carolina Capria Louis May Alcott

Le parole che aiutano a crescere, secondo Louisa May Alcott e Carolina Capria

Per parlare del mondo di Piccole Donne bisogna partire da Piccole Donne.

Il romanzo di formazione per ragazze più famoso che esista.

Scrivo 'per ragazze' mio malgrado, perché è un classico e i classici non dovrebbero essere letti da ragazzi o ragazze. Dovrebbero essere letti da tutti.

Nel caso di Piccole Donne il discrimine è forse dato dal suo essere un romanzo che parla di quattro sorelle che vivono a Concorde, Stati Uniti, durante la guerra di secessione.

La guerra è l'espediente che serve per giustificare l'assenza del padre e fare emergere i caratteri di quattro sorelle adolescenti di età diverse.

Quattro caratteri peculiari.

E di donne è piena la storia, perché tutto ruota, per una volta, intorno a loro, alla signora March, la mamma, ad Hanna, la fedele governante, e in un certo senso anche al personaggio di Zia March, la donna eccentrica.

Sì, ci sono il signor Lawrence e Laurie, e il signor Brooke che servono a raccontare il rapporto con il mondo di fuori e con l'altro sesso.

Ma in effetti queste donne potrebbero benissimo fare a meno delle appendici maschili. Gli uomini mostrano esclusivamente il privilegio dato appunto dal loro essere uomini in un mondo che vede le donne in un'unica funzione: sposate o angeli del focolare.

Il bello di Piccole Donne è che queste ragazze hanno delle vite che si reggono anche da sole. Non sono ancora nell'età in cui devono per forza accasarsi e sono libere di essere quel che vogliono nella casa in cui vivono grazie anche all'educazione che hanno ricevuto.

Quando noi donne del ventesimo e ventunesimo secolo abbiamo letto Piccole Donne non ci siamo rese conto che queste ragazze vivevano in un mondo dove le donne erano delle appendici. Erano nostre sorelle, nostre pari.

Forse per questo ha molto senso il libro di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne, che oltre a spiegare alle ragazze del 2020 perché fa bene leggere un classico mai invecchiato, spiega anche a noi ex ragazze come mai non ci siamo rese conto della sua modernità e del motivo per cui quando lo rileggiamo non ci sembra parlare del passato, ma di nostre contemporanee.

Carolina ragiona per parole chiave.

Prende le protagoniste e il protagonista e le descrive partendo dal loro aspetto fisico usando le parole di Louisa May Alcott e alcune delle loro peculiarità.

Non dà mai un'accezione negativa a queste caratteristiche.

Stiamo parlando di personaggi che sono raccontati a tutto tondo, quindi hanno pregi e difetti.

Anche quel che potrebbe sembrare un difetto insormontabile viene sviscerato, spiegato, analizzato senza un giudizio, ma mostrando come quello che sembra un difetto può trasformarsi in una possibilità per migliorare.

Anche la rabbia e l'invidia in questa narrazione vengono elaborate e trasformate in momenti di riflessione, e mai negate.

Perché tutte abbiamo provato invidia, anche se non ci piaceva, e tutte siamo state arrabbiate.

La cosa importante è capire cosa fare poi con quell'invidia che non ci piaceva e come elaborare la rabbia.

Un'altra peculiarità del lavoro di Carolina sui personaggi è che riesce a farceli amare tutti, anche se per tutta la vita abbiamo avuto la nostra sorella preferita e quella che avremmo volentieri preso a ceffoni.

Viene rispettata ogni individualità, perché non c'è un unico modo di essere donne realizzate, per Louisa May Alcott. Ogni scelta fatta consapevolmente per lei ha una dignità.

E queste piccole donne, presto o tardi, faranno le loro scelte consapevoli.

Anche se a noi non piacciono o non le riconosciamo come nostre.

Non a caso una delle parole chiave indicata nel libro è sorellanza. Quella cosa che ti permette di sentire vicine anche persone che non hanno le tue stesse ambizioni o i tuoi stessi gusti, ma su cui puoi contare nei momenti più difficili.

Carolina ne ha anche per Laurie, che è il classico maschio bianco etero ricco, il più privilegiato di tutti, insomma.

Laurie non percepisce il suo privilegio perché nessuno glielo ha mai messo con evidenza sotto il naso.

Imparerà molto anche lui da questa famiglia così anticonformista, come dovrebbe fare qualunque maschio bianco etero privilegiato a cui non hanno mai fatto leggere Piccole Donne perché è un libro da donne.

Se posso dare un consiglio, regalate Piccole Donne corredato dal libro di Carolina a chiunque, inclusi gli uomini che conoscete.

Cominciamo a sfatare il mito che non sia una lettura da uomini, facciamolo diventare un classico per tutti come dovrebbe essere in un mondo dove i libri non vengono scelti in base al genere ma in base a quanto possono insegnare al singolo individuo, uomo, donna, intersex e tutto quello che vogliamo per essere il più inclusivi possibile.

piccole donne Capria
La copertina del volume di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne, con illustrazioni di Elisa Macellari, pubblicato da De Agostini

Si ringrazia De Agostini per le illustrazioni di Elisa Macellari che potrete ritrovare all'interno del libro di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne.


teoria del piacere Giacomo Leopardi

Un viaggio tra gli scritti privati di Leopardi: la "teoria del piacere" parla all'uomo del XXI secolo

Giacomo Leopardi è spesso definito dai manuali scolastici il primo dei moderni tra i letterati del suo tempo. Una reputazione che gli calza a pennello, per gli occhi nuovi con cui si interessò e approcciò a tutte le sfere del sapere di cui si sia biograficamente a conoscenza, proponendo soluzioni altrettanto nuove.

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Ritratto di Giacomo Leopardi, ad opera di Domenico Morelli (1845). Immagine in pubblico dominio

Intellettuale brillante dalla cultura impareggiabile già da ragazzo, lo si trova sui limina di tutte le correnti letterarie annoverabili tra Settecento e Ottocento, sia per suo stesso sentimento, sia guardando alla realtà dei fatti. Ed è forse questo il punto cruciale, che lo ha reso tanto inviso ai contemporanei (che pur ne riconoscevano le capacità e il potenziale) quanto interessante agli occhi di chiunque non sia immediatamente interessato a collocarlo in un compartimento stagno. È chiaro che Leopardi non sia inscrivibile in nessuna corrente letteraria a livello poetico, né tematico, né letterario e forzare tale collocazione potrebbe indurre a non giudicare di egual portata e valore tutta la sua produzione letteraria (si sa che fino agli studi di Walter Binni e Sebastiano Timpanaro, quasi esclusivamente le opere poetiche - gli idilli per lo più - venivano lette con piacere).

C’è un altro importante fattore non ancora nominato e che nella cronologia della ricezione leopardiana tendenzialmente si tese a sottostimare, quantunque fondamentale: Giacomo Leopardi fu anche e soprattutto un filosofo, e il suo pensiero filosofico (mutuato dalla corrente sensistica francese ma ben presto spogliato della sua patina ottimistica) è quella chiave di lettura delle opere inscindibile da esse che se non presa in considerazione le rende “solo” degli ottimi prodotti letterari (come sappiamo dalle recensioni di suoi amici come il Monti o il Giordani) ma talvolta incompresi nel loro intento divulgativo a tutti gli effetti (celebre è l’astio che provava per Leopardi Niccolò Tommaseo).

Vincenzo Monti, ritratto ad opera di R. Cooper (1803), tratta dalle Satire di A. Persio Flacco, p. 6. Immagine in pubblico dominio
Ritratto di Pietro Giordani, contenuto negli  Scritti editi e postumi (1856). Immagine in pubblico dominio

 

Niccolò Tommaseo. Foto in pubblico dominio

L’opera filosofica per eccellenza si sa essere le Operette Morali, ventiquattro prose di taglio satirico che Leopardi voleva smuovessero l’uomo dalle sue certezze e gli mostrassero il suo vero posto nel mondo, molto meno favorevole di quello che con i secoli aveva avuto la superbia di credere. Tuttavia esse, pubblicate in diverse edizioni dal 1827, furono tiepidamente accolte e incluse nell'Indice dei libri proibiti entro breve.

 

Ma se c’è un vero “tesoro nascosto” all'interno della produzione leopardiana sono le dissertazioni filosofiche che i lettori possono trovare sfogliando le pagine dello Zibaldone. Molte di esse sono riflessioni giovanili che colpiscono per la scelta dei temi lucidamente analizzati e le teorie di risoluzione proposte o scartate con sagacia notevole. La scrittura, nata come privata, si presenta in un tono molto più irrequieto rispetto alle opere pubbliche e alcuni temi ricorrono spesso, quasi che l’autore si renda conto di avere solo se stesso quale interlocutore alla pari per poter affrontare certi dilemmi, alla ricerca di soluzioni più convincenti e razionali (come di fatto avverrà nelle Operette).

Due parole sullo Zibaldone di pensieri, diario intellettuale cominciato nel 1817 e che ha raccolto tutta una serie di appunti fino al 1832. Purtroppo fu un tesoro effettivamente nascosto per diversi anni, affidato ad Antonio Ranieri dopo la morte dell’autore ma reso pubblico, a cura di Carducci, solo nel 1898.

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura (vol. VI), Successori le Monnier, Firenze 1900. Fonte Internet Archive. Foto in pubblico dominio

Questo grande quaderno di più di quattromilacinquecento fogli prende il nome dalla natura variegata e frammentaria del contenuto. Preziosissimo perché all'interno vi si possono ritrovare, oltre che appunti di natura scolastica (è noto che il giovane conte si interessasse di molte discipline: lingua  greca, latina o francese, linguistica, filologia, botanica, grammatica) considerazioni personali su usi, costumi, religione e politica contemporanea, spesso paragonati agli stessi nei tempi antichi, recensioni di opere lette. Bellissimi i veri e propri abbozzi o spunti di quelle che di lì a breve sarebbero diventate poesie e prose pubbliche. Alcuni esempi:

Dolor mio nel sentire a tarda notte seguente al giorno di qualche festa il canto notturno de’ villani passeggeri. Infinità del passato che mi veniva in mente, ripensando ai romani così caduti dopo tanto romore e ai tanti avvenimenti ora passati, ch’io paragonava dolorosamente con quella profonda quiete e silenzio della notte, a farmi avvedere del quale giovava il risalto di quella voce o canto villanesco.

(Zibaldone 50-51 – un chiaro appunto da ricordare in prospettiva della stesura de La sera del dì di festa.)

L’antico non è eterno, e quindi non è infinito, ma il concepire che fa l’anima uno spazio di molti secoli, produce una sensazione indefinita, l’idea di un tempo indeterminato, dove l’anima si perde, e sebben sa che vi sono confini, non li discerne, e non sa quali sieno. […] sebbene i confini si vedano, e quanto ad essi non vi sia indefinito, v’è però in questo, che lo spazio è così ampio che l’anima non l’abbraccia e vi si perde; e sebbene distingue gli estremi, non distingue però se non se confusamente lo spazio che corre tra loro. Come allorché vediamo una vasta campagna, di cui pur da tutte le parti si scuopra l’orizzonte.

(Zibaldone 1429-1430 – un preludio all'idillio L’infinito).

Giacomo Leopardi teoria del piacere
I primi due volumi delle Opere di Giacomo Leopardi, nell'edizione stampata da Stella (Napoli) nel 1835; a sinistra i Canti, a destra la prima parte delle Operette Morali. Foto di Roman Eisele, CC BY-SA 3.0

Tornando agli appunti di carattere filosofico, ve ne è una serie in particolare datata ancora 1820 (che anticipa quindi di circa dieci anni la pubblicazione delle Operette), la quale probabilmente più di tutto ha la capacità di far riflettere chiunque, di toccare le corde di un’anima senza età, senza genere, senza classe sociale, senza tempo. Questa si è condensata in quella che Leopardi stesso ha chiamato “Teoria del piacere” (Zibaldone 165-172 – dove non specificato diversamente, si citeranno estratti), dai toni essenzialmente negativi che non si confacevano affatto a quel "secolo decimonono" che dava il progresso come assodato, promettendo redenzione dall'infelicità. Ma il (possiamo chiamarlo così) filosofo di Recanati, farà dire qualche anno più tardi al suo alter ego Tristano nel Dialogo di Tristano e di un amico:

calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano“ [...].

Ciò a conferma non solo che nessun punto preso in esame da ragazzo era stato oggetto di ripensamenti, anzi, se possibile si era persino acuito; insomma in qualità di saggio doveva condividere le sue scoperte invece che essere dispensatore di una consolatoria non-verità.

Uno dei nodi principali della filosofia leopardiana (non potendoli affrontare tutti) che lo aveva reso presto conscio del dramma della vita umana, riguarda infatti la possibilità della felicità, secondo l’autore impraticabile. Tema dai chiari richiami epicurei e oraziani ma che, senza fare salti temporali estesi, solo qualche anno prima il romanticismo tedesco aveva analizzato elaborando il concetto di Sehnsucht, un termine difficilmente rendibile con un’unica parola ma che con una locuzione intende “intenso desiderio per una felicità irraggiungibile”: l’uomo leopardiano è comunque, come quello romantico, capace di provare un forte desiderio senza raggiungerlo mai.

Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia, olio su tela (1817 circa), attualmente alla Hamburger Kunsthalle. Immagine in pubblico dominio

Leopardi presenta immediatamente la tragicità della situazione da un punto di vista però molto più materiale che spirituale, mettendo su due piani diversi l’uomo finito e la sua anima infinita. Il desiderio, il piacere, tramite la conquista del quale l’uomo potrebbe proclamarsi “felice”, è però “congenito coll’esistenza”, senza limiti in estensione e in durata perché infinito come l’anima e dunque destinato a solleticare gli esseri umani fino alla morte. L’uomo vanamente cerca di soddisfare la sua bramosia con obiettivi e piaceri terreni, talmente tanto desiderati che una volta ottenuti, non soddisfano che per pochi attimi. Ciò perché non abbisogna di quelli, ma del desiderio in sé, un piacere di tutt'altra levatura (si vedano le teorie di Schopenhauer di quegli stessi anni a proposito della voluntas). Come tollerare allora il proprio soggiorno sulla terra? Secondo Leopardi l’uomo può, grazie alle proprie facoltà immaginative, provare a figurarsi l’entità del piacere puro e infinito e rifugiarsi nell'illusione di esso:

Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere. E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli infiniti 1. in numero, 2. in durata, 3. e in estensione. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni ec. Perciò non è maraviglia 1. che la speranza sia sempre maggior del bene, 2. che la felicità umana non possa consistere se non se nella immaginazione e nelle illusioni.” 

Questa possibilità viene considerata da Leopardigran misericordia e gran magistero della natura” e ritenuta ancora più proficua nei fanciulli e negli antichi (questi ultimi invidiati da Leopardi per la condizione di beatitudine in cui hanno vissuto, inconsci dell’illusorietà della loro ricerca - si legga a tal proposito la Storia del genere umano, che introduce le Operette), entrambi avvolti nell'ignoranza.

Joseph Mallord William Turner, Regulus, olio su tela (1828 circa), oggi alla Tate Gallery. Immagine (Art Daily) in pubblico dominio

Deleteria sarebbe allora la condizione del moderno sapiente, irrimediabilmente al corrente della realtà. Eppure Leopardi ha già suggerito in altri luoghi i mezzi per barcamenarvisi: la vaghezza e l’indeterminatezza:

alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario. Quindi il piacere ch’io provava sempre da fanciullo, e anche ora, nel vedere il cielo, ec. attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia, come chiamano. Al contrario, la vastità e moltiplicità delle sensazioni diletta moltissimo l’anima. […] la moltiplicità delle sensazioni confonde l’anima, gl'impedisce di vedere i confini di ciascheduna, toglie l’esaurimento subitaneo del piacere, la fa errare d’un piacere in un altro, senza poterne approfondare nessuno, e quindi si rassomiglia in certo modo a un piacere infinito. Parimente, la vastità, quando anche non sia moltiplice, occupa nell'anima un più grande spazio, ed è più difficilmente esauribile. La maraviglia similmente rende l’anima attonita, l’occupa tutta e la rende incapace in quel momento di desiderare. Oltre che la novità, inerente alla maraviglia, è sempre grata all'anima, la cui maggior pena è la stanchezza dei piaceri particolari.

Altra dimensione importantissima è quella del ricordo, che non solo contribuisce all'incremento della poeticità di luoghi, oggetti e sensazioni (cfr “Le ricordanze” e altri vari luoghi dello Zibaldone) ma permette di ritornare con la mente alla fanciullezza:

Da fanciulli […] quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito; l’idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti; ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell'età tien sempre all'infinito; e ci pasce e ci riempie l’anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti. Da grandi, o siano piaceri e oggetti maggiori, o quei medesimi che ci allettavano da fanciulli […] proveremo un piacere, ma non sarà più simile in nessun modo all'infinito, o certo non sarà così intensamente, sensibilmente, durevolmente ed essenzialmente vago e indeterminato. […] Anzi, osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, […] Così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un’immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica. […] In maniera che, se non fossimo stati fanciulli, tali quali siamo ora, saremmo privi della massima parte di quelle poche sensazioni indefinite che ci restano, giacché non le proviamo se non rispetto e in virtù della fanciullezza.”

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Busto del Leopardi op.1 in gesso esposto nel Museo Tripisciano di Palazzo Moncada a Caltanissetta. Foto di OppidumNissenaeCC BY-SA 3.0

La posizione di Leopardi è insomma ben altro sia rispetto a quella dei romantici tedeschi, che vedevano in questo immenso desiderio di felicità una testimonianza del grande animo dell’uomo moderno; sia rispetto a quella di Schopenhauer, che proponeva in opposizione a questo straripante bisogno di piaceri inappagabile la noluntas, la volontà di non volere: solo traendosi fuori da ogni possibilità di tentazioni inutili e illusorie sarebbe stato possibile raggiungere il nirvana, la "vera felicità".

Ritratto (1855) di Arthur Schopenhauer ad opera di Jules Lunteschütz. Immagine in pubblico dominio

Non volendo in questa sede negare la potenzialità di alcuna delle due scuole di pensiero confrontate alla presente, non possono non colpire prepotentemente le parole del giovane Leopardi, decisamente meno astratte e a ben vedere troppo vicine alla realtà odierna.

Sforzandosi di addentrarsi in quello che non è solo un “pensiero pessimistico”, ma una presa di coscienza consapevole di quella che giorno per giorno si è rivelata essere l’oggettiva esistenza quotidiana, lo si può seguire anche oggi delle sue dissertazioni e rendersi conto della validità dei suoi ragionamenti, probabilmente con la stessa inquietudine che spinse tanti nel corso degli anni ad ignorare il suo pensiero se non a rigettarlo. L’uomo del ventunesimo secolo non si sente infatti, stando a quanto si legge su giornali o social network, parimenti solo, mai soddisfatto, sempre alla ricerca di nuovi limiti superati i quali è solo momentaneamente felice? Che sia un abbaglio la costante brama dell’ultima uscita, la rincorsa alla moda, la volontà di prevaricare? Permarrà un'arsura perenne difficilmente placabile. Si ripresenta allora la stessa domanda: come tollerare il proprio soggiorno sulla terra?

Già a scuola è insegnato come storia e letteratura siano insegnamenti. Certamente da questi appunti dello Zibaldone come da alcuni passi di dialoghi delle pluricitate Operette e soprattutto da La ginestra Giacomo Leopardi insegna a non indugiare in consumismo e piaceri terreni, di cui è meglio riconoscere futilità e fugacità, ma coltivare la persona anzitempo nonostante sembri inutile (cfr Il Parini, ovvero della gloria) e soprattutto a collaborare tra esseri umani per migliorare la società e sopportare quella “fatica della vita” (cfr il Dialogo di Plotino e di Porfirio e La Ginestra, ove è esplicato il meraviglioso concetto di “social catena”).

Giacomo Leopardi teoria del piacere
La biblioteca di Giacomo Leopardi nella sua casa a Recanati. Foto di Quinok, CC BY-SA 4.0

Fonti

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.

Dizionario di filosofia, 2009

I classici Ricciardi, Introduzioni di Sergio Solmi, 1956

Il “Leopardi verde” di Timpanaro in “Belfagor”, XLII, 6; Firenze, 1987

Su Schopenhauer: Enciclopedia online, Enciclopedia italiana di Guido Calogero, 1936

Emilia Cirello, “La teoria del piacere: in cosa consiste e cos’è il piacere?” Su Eroica Fenice.

 


Cesare Bazzani in mostra a Taranto

CESARE BAZZANI

IN MOSTRA A TARANTO

“CESARE BAZZANI, Progetti e opere nella Città dei Due Mari, TARANTO (1899 - 1938)”

 

 

CESARE BAZZANI
(foto Archivio degli Architetti, Ministero per i Beni Culturali)

 

In tutta Italia, Bazzani, architetto ed ingegnere civile, ha architettato.

Cesare Bazzani (5 marzo a Roma - ivi 30 marzo 1939), figlio di un professore di disegno architettonico e scenografo e della sorella del pittore Cesare Serafino, nel 1896 laureato in Architettura tecnica, l’attuale ingegneria civile, e accademico d’Italia, è stato uno degli architetti più prolifici del primo novecento, lo caratterizza, uno stile energico, maestoso, eclettico, e la non curanza di apportare modifiche ai Beni Culturali (come era costume nel periodo in  cui egli visse).

Bazzani crea palazzi del governo, palazzi delle poste, scuole, edifici civili, chiese, banche, sedi amministrative, case del fascio, case del mutilato, monumenti ai caduti, un teatro, una centrale idroelettrica, una caserma dei Carabinieri; in Roma, progetta i restauri di edifici medievali.

Roma, Firenze, Macerata, Terni, Taranto, Spoleto, Ascoli Piceno, Todi, Pisa, Bari, Sanremo, Nuoro, Predappio, Messina, Rieti, Assisi, Imperia, Foggia, Addis Abeba (dove realizza la cattedrale) sono solo alcuni dei luoghi toccati dal suo ingegno.

Nella città di Taranto, in particolare, manifesta il suo talento edificando il Palazzo delle Poste, il Palazzo casa del Fascio Ionico, il Palazzo della Banca, il monumento ai caduti, un villino (abbattuto negli anni ’50), e  la nuova facciata della chiesa del Carmine, ecco il perché della mostra:  “Cesare Bazzani: Progetti e opere nella Città dei Due Mari, Taranto (1899 - 1938)”, nella quale sono esposti i suoi progetti compiuti ed incompiuti.

La mostra è visitabile tutti i giorni nel Castello Aragonese di Taranto,  ripercorre la storia dell’architettura tra le due guerre mondiali e in particolare la storia della città dei due Mari.

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

Mostra: “Cesare Bazzani. Progetti e opere nella Città dei Due Mari, Taranto (1899 - 1938)”

DOVE: Taranto, Castello Aragonese, Galleria Meridionale.

QUANDO: 31 MARZO – 8 APRILE

ORARIO: 9-12:30 / 16-20

INGRESSO: gratuito

Info e visite guidate: +39 3405764781         [email protected]

 

 

 


Documenti di Giuseppe Verdi dichiarati preziosi

La Direzione generale Archivi del Ministero per i beni e le attività culturali ha adottato il decreto di dichiarazione di pubblica utilità, ai fini dell’espropriazione, del compendio archivistico costituito dall’Epistolario Giuseppe Verdi, dall’Album Clarina Maffei e dagli Abbozzi musicali inediti di Giuseppe Verdi.
Giuseppe Verdi
Giuseppe Verdi
«Beni culturali preziosi come questi – ha dichiarato il Ministro per i beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli – meritano di essere valutati non sulla base del mero valore merceologico ma come oggetti unici e necessari del nostro patrimonio culturale. Il genio italiano di Giuseppe Verdi e le sue opere non possono avere un valore quantificabile, sono frammenti importanti della storia del nostro Paese e come tali vanno trattati. E noi abbiamo il dovere di tutelare questi oggetti, di garantirne la conservazione e la corretta fruizione»
L’Epistolario è formato da 54 buste di carteggi, alle quali si aggiungono i copialettere di Giuseppe Verdi e di Giuseppina Strepponi, costituiti da 10 volumi rilegati, contenenti minute delle lettere del Maestro e della moglie, oltre a un quaderno contenente una storia dei papi scritta da Verdi, ma rimasta incompiuta. L’Album Clarina Maffei è composto da una raccolta di 179 documenti, in larga parte autografi, di personaggi di spicco della cultura internazionale, iniziata da Clarina Maffei – patriota e animatrice di un celeberrimo salotto nella Milano di metà Ottocento – e da lei donata a Verdi, che la proseguì. Infine, il nucleo di autografi denominato Abbozzi musicali inediti di Giuseppe Verdi include versioni preparatorie, schizzi e partiture-scheletro di 16 celeberrime composizioni verdiane, tra le quali Rigoletto, La traviata e Aida.
La documentazione si trova attualmente presso l’Archivio di Stato di Parma, in regime di custodia coattiva.
L’azione dell’amministrazione archivistica ha preso le mosse negli anni scorsi dalla necessità di garantire la sicurezza, la corretta conservazione e, soprattutto, la fruizione pubblica della preziosa documentazione, espressione tangibile, veicolo e memoria dell’esperienza intellettuale e creativa di Verdi.
Il passaggio della documentazione verdiana alla proprietà dello Stato consentirà la messa a punto di indispensabili interventi finalizzati al restauro, all’ordinamento e all’inventariazione delle carte nonché di un articolato progetto culturale da realizzarsi attraverso una digitalizzazione accessibile in rete, mostre e convegni.

L'appello di Leopardi nel “Discorso”: “la poesia sia protetta dalla modernità”

Il 2018 è un anno ricco di ricorrenze per gli appassionati del letterato di Recanati: non solo lo scorso 29 giugno si è celebrato il 220° anniversario della nascita, ma compie anche 200 anni il suo famoso trattato Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, datato appunto 1818.

Giacomo Leopardi, ritratto ad opera di Ferrazzi, 1820 circa, attualmente presso Casa Leopardi a Recanati

Ovviamente non sarà sfuggita la giovane età del conte al momento dell’uscita dell’articolo di Ludovico il Breme sullo Spettatore, al quale tuttavia gli premette rispondere, resosi conto che tutto ciò su cui si basava la sua formazione e nel quale credeva fermamente era minacciato: la poesia dalla cultura ottocentesca/romantica. Per Leopardi infatti la poesia, con il suo linguaggio, i suoi temi e le sue forme, non andava toccata, in quanto già perfetta.

Questa convinzione però, si badi, non era dovuta a chissà quali dettami di quali eminenti figure (altrimenti perché tenere in così grande considerazione il Tasso tra i propri modelli? Perché scegliere metriche alternative? Ma non è questa la sede) ma alla constatazione che, proprio seguendo certi canoni, essa era sempre giovata a chi si impegnava nello scriverla e a chi si acquietava nel leggerla.

Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi ne "Il giovane favoloso"

Leopardi ebbe chiaro davanti a sé che i romantici volevano togliere alla poesia tutto ciò che era proprio di essa, la sua palpabilità, il suo legame con la natura, per calarla nella realtà e usarla come veicolo dei loro ideali e strumento di rinnovamento della società. Ma il giovanissimo poeta non credeva in questa nuova realtà e non aveva fiducia nella storia, ecco perché chiedeva in questo breve trattato, così come in alcune pagine del suo Zibaldone (si veda sotto) e saltuariamente in alcune altre opere di lasciare che la poesia conservasse il suo ruolo di estremo appiglio, di porto in cui rifugiarsi per continuare a immaginare, fantasticare, illudersi; ecco perché invitava a cimentarsi nella poesia alla maniera degli antichi, che egli stesso invidiava nella loro naturale propensione all’emozione artistica, data dall'“ignoranza”, dall'inconsapevolezza e dal rapporto primitivo con la natura.

“La ragione è nemica d'ogni grandezza: la ragione è nemica della natura: la ragione è grande, la natura è piccola. Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione: che pochi possono essere grandi (e nelle arti e nella poesia forse nessuno) se non sono dominati dalle illusioni. Questo viene che quelle cose che noi chiamiamo grandi, per esempio un’impresa, d’ordinario sono fuori dell’ordine, e consistono in un certo disordine; ora questo disordine è condannato dalla ragione. […] Lo straordinario ci par grande: se sia poi più grande dell’ordinario astrattamente parlando, non lo so; […] anche la piccolezza quando è straordinaria, si crede e si chiama grandezza.

Tutto questo la ragione non lo comporta; e noi siamo nel secolo della ragione (non per altro se non perché il mondo più vecchio ha piú sperienza e freddezza); e pochi ora possono essere e sono gli uomini grandi, segnatamente nelle arti. Anche chi è veramente grande sa pesare adesso e conoscere la sua grandezza, sa sviscerare a sangue freddo il suo carattere, esaminare il merito delle sue azioni, pronosticare sopra di se, scrivere minutamente colle più argute e profonde riflessioni la sua vita: nemici grandissimi, ostacoli terribili alla grandezza; che anche l’illusioni ora si conoscono chiarissimamente esser tali, e si fomentano con una certa compiacenza di se stesse, sapendo però benissimo quello che sono.

Ora come è possibile che sieno durevoli e forti quanto basta, essendo cosí scoperte? e che muovano a grandi cose? e senza le illusioni qual grandezza ci può essere o sperarsi?” (Zibaldone, I 14-15)

Fonti: “La scrittura e l'interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.


Venezia: convegno "When Alice meets Pinocchio"

Studiosi internazionali discutono sui classici della letteratura per l’infanzia. Italia e Inghilterra a confronto

ALICE ANTIFASCISTA E PINOCCHIO TIROLESE

A CA’ FOSCARI IL PRIMO CONVEGNO DEDICATO AI RAPPORTI ANGLO-ITALIANI NELLA LETTERATURA PER RAGAZZI

When Alice meets Pinocchio’ si terrà giovedì 24 novembre, alle ore 9.30, a Ca’ Bernardo Sala B. Tra i temi anche Dahl e Rodari: come e perché alcuni classici per l’infanzia fanno fortuna all’estero e altri no

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VENEZIA - Pinocchio, Alice, Peter Pan, Heidi, Pippi Calzelunghe &co., i piccoli lettori sono spesso più ‘internazionali’ dei grandi. A Ca’ Foscari il primo convegno dedicato ai rapporti anglo-italiani nella letteratura per ragazzi, fatti di parallelismi, entusiasmi e incomprensioni in due mondi culturali e linguistici che continuano a studiarsi pur nella loro diversità. When Alice Meets Pinocchio si terrà giovedì 24 novembre, alle ore 9.30, a Ca’ Bernardo Sala B.

«Prendiamo Alice e Pinocchio, due tra i classici più famosi e amati dai piccoli – spiega la Prof.ssa Laura Tosi, docente di Letteratura Inglese ed esperta di letteratura per l’infanzia – Alice è esponente della Pax Britannica, Pinocchio del Risorgimento italiano. Da una parte c’è la bambina borghese che si annoia a scuola, dall’altra il bambino poverissimo che costringe il padre a vendere la giacchetta per comprare l'abbecedario. In Alice i riti del tè, in Pinocchio la fame atavica. Tutti e due rappresentano antimodelli - Alice cerca di capire le regole di un mondo strampalato e Pinocchio si fida di tutti - che superano le frontiere territoriali diventando per l’infanzia modelli universali, libri unici ma imitatissimi».

Quando si rilascia un ‘passaporto’ italiano ad Alice o Peter Pan e un ‘passaporto’ americano a Pinocchio, ovvero quando testi e personaggi vengono tradotti, riadattati e letti in altri Paesi, cosa succede agli originali?

«Pensiamo al Pinocchio di Disney – risponde la Prof.ssa Tosi. - L'americanizzazione ne ha fatto un piccolo tirolese (mentre Collodi aveva combattuto nelle guerre di Indipendenza contro gli austriaci) che non ha la fame e la povertà estrema del personaggio originale. Ha pagato un prezzo alto per ottenere il suo passaporto ma è probabilmente per via di Disney che in tutto il mondo conoscono Collodi».

Un prezzo che, andando oltre il genere fantasy, non è stato pagato dal libro Cuore di De Amicis.

«Cuore celebra l'utopia di una scuola laica e pubblica – continua la Prof.ssa Tosi - in cui il figlio del carbonaio siede vicino al figlio dell'avvocato ed è necessario che si stimino reciprocamente per costruire la nuova Italia e "fare gli Italiani". Quello italiano è un progetto, o un sogno,  interclassista. Un concetto impensabile nell’ Inghilterra vittoriana, dove le school stories sono ambientate nei collegi d'élite che formeranno i futuri governanti e ufficiali coloniali dell'impero britannico».

La storia dei rapporti anglo-italiani nella ‘children's list’ è anche una storia di incomprensioni. Scrive Nazareno Padellaro nel convegno nazionale per la letteratura infantile e giovanile di Roma:  "Reputo dannoso, dal punto di vista formativo, metter tra le mani dei nostri fanciulli traduzioni e riduzioni di libri stranieri, perchè essi ... disorientano, talvolta irreparabilmente, sovrapponendo fantasmi e sentimenti che si agglutinano in abiti mentali di altre razze. .... . Corre famoso per il mondo il libro intitolato Alice nel paese delle meraviglie di Carroll. L’atmosfera d’incubo che grava sulla vicenda finisce col deformare quel senso plastico delle cose e quindi quel giudizio obiettivo di esse, che è il dono innato di tutti gli Italiani".

L’ultimo paper del convegno tratterà dell'umorismo in Roald Dahl e Gianni Rodari, due autori dalla fama e dalle caratteristiche diverse: il senso dell'umorismo è legato alle peculiarità di ciascuna nazione, al senso della lingua, dei rapporti sociali, della storia. Eppure l'umorismo di Dahl ha avuto tanta presa sui bambini italiani, mentre le poche traduzioni di Rodari sono ormai introvabili nel mondo anglosassone.

Testo da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia

L’Università Ca’ Foscari a Venezia, foto di Stefano Remo, daWikipediaCC BY-SA 3.0.


Morto Umberto Eco, semiologo, filosofo, scrittore

20 Febbraio 2016
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È morto a 84 anni il semiologo, filosofo, scrittore italiano Umberto Eco. La famiglia ne ha comunicato il decesso, avvenuto nella tarda serata di venerdì 19 Febbraio. Era nato ad Alessandria il 5 Gennaio 1932.
Fondatore del Dipartimento della Comunicazione dell'Università di San Marino (1988), era professore emerito e presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici dell'Università di Bologna, e Accademico dei Lincei.
Autore di numerosi saggi (nel campo della semiotica, dell'estetica medievale, della filosofia, della linguistica), acquisì grande fama internazionale col suo romanzo del 1980, Il nome della rosa, che ha venduto oltre 14 milioni di copie in tutto il mondo ed è stato oggetto di una trasposizione cinematografica di successo. Il suo secondo romanzo, Il pendolo di Foucault, è del 1988. Tra i suoi lavori più significativi: Diario Minimo (1963), Apocalittici e integrati (1964), Sette anni di desiderio (1984), I limiti dell'interpretazione (1991), Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994), Baudolino (2000), Il cimitero di Praga (2010), Numero zero (2015).
Considerato un esperto in materia di mass media e cultura di massa, Eco fu anche assai attivo in campo editoriale, e collaborò pure con diversi periodici.


https://twitter.com/MuseeLouvre/status/700986881111097344
Link: Quirinale; Comune di Milano; L'Espresso 1, 2, 3; Il Sole 24 OreRepubblica; Corriere 1, 2, 3; La Stampa 1, 2, 34, 5; RAI 12Treccani; Huffington Post; Il Post; Il Fatto Quotidiano; ANSAInternazionale; BBC News; The Guardian 1, 2, 3 via AFP, 4; The Telegraph; The New York Times; CNN; Le FigaroLiberation.
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