La carica degli elefanti

“Nelle nostre rumorose città tendiamo a dimenticare ciò che i nostri antenati sapevano in modo istintivo: loro sentivano che la natura selvaggia è viva, e che sussurra a tutti affinché possiamo ascoltarla e risponderle”; a scriverlo l’ambientalista Lawrence Anthony nel suo L’uomo che parlava agli elefanti pubblicato da Piano B Edizioni.

Il libro, edito in febbraio, comincia a circolare sui social subito dopo il lockdown. È una storia straordinaria, come sottolinea l’editore presentandolo al pubblico, per cui vale la pena immergersi. Ci troviamo in Sudafrica dove, nella provincia dello KwaZulu-Natal nello Zululand, Anthony possiede la più antica riserva faunistica chiamata Thula Thula.

“I miei sono stati i primi elefanti selvatici a essere reintrodotti nella nostra zona dopo più di un secolo” spiega nel prologo e poi sottolinea: “il titolo di questo libro non si riferisce a me [ma] agli elefanti, perché sono stati loro a sussurrarmi e a insegnarmi come ascoltarli”. È in questo modo che l’autore non lascia nulla al caso perché gli preme far capire al lettore fin da subito cosa c’è ad attenderlo nelle pagine che seguiranno. Significativa l’importanza che egli dà alla sua riserva che, dice essere, patria per molta fauna selvatica della regione: senza dovuta protezione e salvaguardia questi animali avrebbero avuto ben poche possibilità di sopravvivenza perché avrebbero dovuto districarsi tra la fame, l’estinzione e i bracconieri.

Come ci ha ricordato la cronaca recente – l’indignazione dell’opinione pubblica nel vedere l’immagine dell’elefantessa uccisa in India che ha fatto il giro del mondo in breve, anche se dalle ultime notizie sembrava che gli inquirenti avessero escluso l’atto volontario – l’idea che un animale selvatico e in questo caso un elefante possa essere ucciso per desideri di caccia e di contrabbando, mette a dura prova il lavoro delle riserve e delle organizzazione che si occupano del loro benessere.

Anthony fin dalle prime battute pone infatti l’accento sui pericoli del bracconaggio e su ciò che ha dovuto affrontare per difendere Thula Thula: “Prima che la comprassi (…) era una riserva di caccia, e avevo giurato che non lo sarebbe più stata. Nessun animale sarebbe più stato ucciso senza motivo sotto i miei occhi. Non mi ero reso conto di quanto sarebbe stato difficile mantenere quel giuramento [anche se] ci stavamo impegnando con la popolazione locale nel diffondere la coscienza della salvaguardia”.

Foto di Valentina Tatti Tonni

In quarantadue capitoli e con una scrittura asciutta l’autore prende per mano il lettore, lo infonde di coraggio e di curiosità e lo porta alla scoperta di queste imponenti creature, “giganti potenti in realtà vulnerabili come dei neonati”. Gli elefanti – nove, un intero branco guidato da una matriarca che ha il gusto per la fuga - entrano nella sua riserva ma sono difficili da trattare, prossimi all’abbattimento se non cambieranno il loro comportamento.

Quando li prende con sé Anthony non sa bene cosa aspettarsi, ma sa che vuole aiutarli, un aiuto che scoprirà subito loro non hanno mai ricevuto. Hanno paura, non si fidano e scappano per salvarsi da un imminente pericolo, un trauma che la loro lunga memoria ha registrato e che gli si ripresenta con forza e prepotenza. “Lì su due piedi decisi che, contrariamente a tutti i pareri, sarei andato a vivere con il branco” racconta.

Una soluzione insolita dato che per mantenere selvatico un animale è necessario ridurre al minimo il contatto con gli esseri umani, ma non lui si tira indietro, anzi dalle parole traspare la fatica e l’emozione: “Queste magnifiche creature erano estremamente turbate e disorientate e forse, dico forse, se qualcuno interessato a loro gli fosse rimasto costantemente accanto, avrebbero avuto una chance”.

La sua avventura, “fisica e spirituale” come la definisce, parte proprio da qui. Dalla volontà di fare qualcosa di diverso, pur con i bracconieri alle calcagna, le difficoltà di gestione, la cooperazione con le tribù locali, fare qualcosa con sentimento per riportarli alla vita.

L’uomo che parlava agli elefanti Lawrence Anthony
Il libro L’uomo che parlava agli elefanti, di Lawrence Anthony con Graham Spence, pubblicato da Piano B Edizioni (2020), pagg. 440, Euro 16

Una causa in cui credere

“Esistono due logiche d’azione contrastanti. La logica riformista propone di impegnarsi in modo credibile, accontentandosi di progressi graduali. Quella opposta propone di attuare azioni rivoluzionarie sull’onda dei successi ottenuti. Io dico che è giunta l’ora di adottare il secondo approccio”. A scriverlo il cofondatore del movimento Extinction Rebellion, Roger Hallam, che con Chiarelettere ha di recente pubblicato il libro-manifesto Altrimenti siamo fottuti! Il libro è dedicato alla salvaguardia del pianeta, scevro dall’opportunismo di certe parole che mal traducono le politiche adottate contro il collasso climatico ed ecologico.

Foto di Pete Linforth

Il piano di Hallam è spiegato nel dettaglio ed è insito nella volontà comune di invertire la rotta, scardinare colpo su colpo l’attuale e negligente stato di cose tramite la disobbedienza civile di massa. Secondo l’autore è certo come, almeno dagli anni Novanta, si stia proseguendo verso un “suicidio collettivo” pianificato da quegli assetti politici che nel detenere il potere e le capacità di sfruttare le risorse naturali non riescono a porsi, come i propri oppositori, in una direzione più progressista che veda nel cambiamento strutturale la vera soluzione.

L’effetto della lotta politica nonviolenta è studiato, dalla Storia e dalla scienza: una volta indetta la mobilitazione di migliaia di partecipanti (la cui forza risiede nell’eterogeneità di riconoscere le diversità ideologiche e culturali, ma per il bene comune accettare il problema e agire di conseguenza), il presidio dovrà convergere in una città centrale e trasgredire alla legge conservando un comportamento civile e rispettoso dell’Altro in modo che sia fin da subito chiaro l’intento dell’occupazione. In tal modo lo Stato a cui ci si rivolge avrà alcune alternative: potrà far finta di nulla e lasciare che le cose si calmino da sole ma con il rischio che la cittadinanza esasperata metta in atto guerriglie urbane, oppure potrà reprimere la folla con l’autorità, o anche decidere di aprire una trattativa e sperare di metter fine all’azione reazionaria. La possibilità che si apra una strada per la radicale trasformazione economica è certamente una priorità. È inoltre determinante saper integrare un progetto post-rivolta tramite l’uso di un linguaggio neutro che veicoli il messaggio universale e inclusivo con la collaborazione tra loro di gruppi democratici.

Manifestazione del movimento Extinction Rebellion a Londra (2018). Foto Flickr di Steve Eason, CC BY-SA 2.0

L’invito alla ribellione come dovere civico richiama allora a quella strategia che vede le persone più responsabili del proprio futuro, quella che Hallam riassume nella visione di assemblee di cittadini: “In merito alla crisi climatica e alla direzione che la società deve necessariamente prendere per scongiurare il peggio, (…) le assemblee sono l’antidoto all’attuale democrazia soggiogata dalle multinazionali”. L’urgenza di agire subito risiede nel pericolo sempre più concreto che l’estinzione di massa possa essere davvero ciò che ci attende in una realtà prossima. È necessario condurre il discorso su una comunicazione efficace che “conquisti i cuori e le menti” sugli allarmi che più volte la Terra è stata pronta a lanciare. In questo modo, con l’alleanza dei media, sarà più plausibile pensare ad una rivoluzione che riesca a coinvolgere operatori culturali, ONG ambientaliste, scuole e università, ma anche le istituzioni civiche e politiche come possono essere le amministrazioni comunali. Le Giunte, anche in contrapposizione al governo centrale, potrebbero a tal proposito impegnarsi attivamente e con indignazione avviando ad esempio “misure radicali per imporre un’economia a emissioni zero nella circoscrizione di loro competenza”.

L’adozione di azioni dimostrative secondo le previsioni del manifesto dovrebbe promuovere in tutti i ceti della popolazione una ribellione fatta di convinzioni sostenute: una risoluzione che il lettore potrà forse interpretare come eccessiva, ma che per il cofondatore di Extinction Rebellion è essenziale. “Non smetterò mai di sottolineare quanto sia indispensabile, al fine di determinare un cambiamento sociale radicale, smuovere le coscienze e trasformare la mentalità delle persone (…) Dunque le azioni di disturbo vanno progettare in modo da suscitare un dibattito nazionale in grado di sensibilizzare la gente sull’emergenza climatica e la crisi ambientale”. Si passa dal coinvolgimento alla solidarietà, dal sostegno alla partecipazione, dal coraggio alla risposta emotiva e all’azione, perché come è sempre Hallam a scrivere riassumendo il messaggio comunicato: “Mi sto esponendo al rischio in prima persona, perché credo fermamente nella causa di cui mi faccio portavoce”.

 

Robert Hallam Altrimenti siamo fottuti
La copertina del libro di Robert Hallam, Altrimenti siamo fottuti! Pubblicato da Chiarelettere nella collana Reverse

 

Roger Hallam, Altrimenti siamo fottuti!, Ed. Chiarelettere 2020, pagg. 128, Euro 12.


Regione mediterranea a rischio di inaridimento: la spiegazione arriva dal passato

Il team scientifico internazionale SCOPSCO (Scientific COllaboration on Past Spectation Conditions in lake Ohrid) ha pubblicato sulla rivista Nature i risultati di uno studio paleoambientale sul Lago Ocrida (Ohrid in inglese), il più antico d’Europa, situato al confine tra Albania e Macedonia del Nord, noto per la sua eccezionale biodiversità con oltre 300 specie animali e vegetali endemiche. 

Obiettivo della ricerca è studiare il clima della regione mediterranea afflitta da un progressivo inaridimento, probabilmente collegato all’andamento delle precipitazioni dalle quali dipende la disponibilità idrica e la qualità della vita di oltre 450 milioni di persone.

Piattaforma - operazioni notturne

In particolare lo studio ha descritto i cambiamenti ambientali del passato avvenuti in risposta all’alternanza di periodi glaciali e interglaciali. Le analisi geochimiche e polliniche hanno permesso di capire che durante i periodi caldi e a maggior contenuto di CO2 nell’atmosfera si osserva un aumento del contrasto stagionale con estati molto più aride e autunni con forti precipitazioni. Lo studio ha inoltre documentato importanti connessioni tra il sistema climatico mediterraneo e quello monsonico africano mettendo in evidenza la stretta relazione tra clima regionale e globale. Il confronto tra i dati e i modelli climatici sviluppati nell’articolo mostra un intensificarsi dei cicloni sul Mediterraneo occidentale, soprattutto in autunno. L’aumento della ciclogenesi sarebbe legato, secondo questa ricerca, al riscaldamento anomalo della superficie del mare durante l’estate.

Effetti simili potrebbero derivare dal recente riscaldamento climatico di origine antropica, e in questo contesto, le ricerche sul Lago di Ocrida potranno essere utili per risolvere alcune delle incertezze presenti nel rapporto della commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) e migliorare le proiezioni future.

Piattaforma per il campionamento sul lago di Ocrida

Il lavoro di perforazione dei sedimenti del fondo del Lago Ocrida, effettuato grazie a uno dei progetti di maggior successo del consorzio ICDP (International Continental Scientific Drilling Program) e cofinanziato da enti di ricerca nazionali, tra cui, per l’Italia, l’Istituto di geofisica e vulcanologia (Ingv) e il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), ha raggiunto una profondità di 568 m e superando una colonna d’acqua di 245 m. Gli studiosi hanno impiegato cinque anni, tramite l’analisi delle diverse proprietà delle carote di sedimento recuperato, per rivelare che il lago si è originato 1,36 milioni di anni fa e che è esistito senza soluzione di continuità.

Il team SCOPSCO, diretto da Bernd Wagner dell’Università di Colonia (Germania), coordinato per l’Italia da Giovanni Zanchetta dell’Università di Pisa, vede Laura Sadori del Dipartimento di Biologia ambientale come coordinatrice del gruppo di palinologia.

Tra i dati ottenuti, di gran rilievo è quello del polline fossile, che è stato studiato da un gruppo internazionale di palinologi (SCOPSCO Polle Group, https://web.uniroma1.it/dip_dba302/ricerca/scopsco-pollen-group),primo a vedere un così alto numero di esperti lavorare in sinergia su un unico archivio. Per Sapienza ne fanno parte, oltre a Laura Sadori, Alessia Masi, data manager, e Gaia Sinopoli che ha svolto la sua ricerca su questo argomento nell’ambito del Dottorato in Scienze della Terra, curriculum in Ambiente e Beni Culturali.

 


Paestum in un futuro senza di noi? Ultime prove per la mostra che racconta i disastri ambientali futuri scavando nel passato remoto

Quale sarà il futuro della memoria in un mondo segnato dalle catastrofi ambientali e dai cambiamenti climatici? La mostra “Poseidonia città d’acqua: archeologia e cambiamenti climatici”, che aprirà il 4 ottobre 2019 al Parco Archeologico di Paestum, gira intorno a questa domanda agghiacciante – ma anche stimolante se inquadrata in una prospettiva di speranza e responsabilità.

Unendo archeologi, scienziati, scrittori e artisti contemporanei, la mostra, a cura di Paul CarterAdriana  Rispoli Gabriel Zuchtriegel, racconterà la storia del territorio di Paestum, la greca Poseidonia, attraverso il rapporto tra gli uomini e l’ambiente, in particolare il mare. Fondamentali per l’elaborazione del tema della mostra saranno le proiezioni sui cambiamenti climatici e ambientali che potrebbero investire la Piana del Sele nei prossimi 100 anni, elaborate dal Centro di Studi sui Cambiamenti Climatici nel Mediterraneo. Inoltre, in questi giorni si sono svolte con successo le prove tecniche per il video-mapping sul Tempio di Nettuno dell’artista napoletana Alessandra Franco che andrà in scena nell’ambito della mostra. Archeologia, arte e scienza: tutti uniti nel tentativo di sensibilizzare il pubblico su di un tema cruciale.

Poseidonia. Statere incuso

“Dopo le previsioni preoccupanti pubblicate da parte di scienziati di tutto il mondo, è la prima mostra che integra il discorso sui cambiamenti climatici con una prospettiva storica e archeologica –  spiegano il direttore di Paestum Gabriel Zuchtriegel e il co-curatore anglo-australiano Paul Carter, autore di Turbulence: Climate Change and the Design of Complexity – l’obiettivo è di attirare l’attenzione su una storia caratterizzata dall’espansione imperialistica, dall’asservimento coloniale, da sostanziali e insostenibili cambiamenti ambientali e, soprattutto, dalla capacità delle società umane di comprendere cambiamenti imprevisti, adattarsi e ricostruirsi. Vogliamo mostrare la rilevanza del passato per il futuro: la nostra responsabilità come custodi del patrimonio culturale è la costante reinterpretazione delle realizzazioni passate alla luce di ciò che conosciamo e di cui facciamo esperienza nel presente”.

Tra i protagonisti del progetto e del corposo catalogo, oltre a archeologi, storici e scienziati, c’è anche Andrea Marcolongo, autrice di “Una lingua geniale: 9 ragioni per amare il greco” e “La misura eroica”. Nel suo contributo la scrittrice evidenzia le ragioni per le quali Poseidonia, la città di Poseidone, dio del mare, è un luogo speciale per affrontare la storia del clima e dell’ambiente: “Prima ancora di essere associato agli oceani, Poseidone era il dio chiamato da Omero ed Esiodo gaiéochos, ‘colui che feconda la terra’, oppure ennosìgaion, ‘colui che la stessa terra scuote con i terremoti’. Ecco il primo dei paradossi - saranno moltissimi, tutti affascinanti - che s’incontrano ripercorrendo a ritroso la storia della divinità che diede il nome alla città di Poseidonia, fondata da coloni greci giunti in nave da Sibari intorno al 600 a.C.”.

Installazione di Alessandra Franco

L’idea della mostra, che è co-finanziata dalla Regione Campania e comprende anche la realizzazione di vetrine cilindriche che con la loro forma richiamano l’installazione dedicata alla Tomba del Tuffatore di Carlo Alfano, è nata nel 2018 da una visita di Zuchtriegel alla Galleria Nazionale di Roma, la cui direttrice Cristiana Collu fa parte anche del comitato scientifico della mostra. “Quando vidi il quadro di Federico Cortese ‘Ruderi di un mondo che fu…’, realizzato nel 1892, che mostra i templi di Paestum sott’acqua, mi venne in mente uno studio recentemente pubblicato su Nature Communications, nel quale si prospettano danni gravi causati dall’alzamento del livello del mare e dall’erosione di costa in 42 su 49 siti UNESCO intorno al Mediterraneo analizzati dagli autori, tra cui Paestum” – racconta Zuchtriegel. Il quadro sarà l’unica opera prestata in mostra, mentre gli altri oggetti provengono dalle collezioni di Paestum; in parte si tratta di oggetti mai esposti prima.

Info:

Titolo: “Poseidonia città d’acqua: archeologia e cambiamenti climatici”

Date: 4 ottobre 2019 – 31 gennaio 2020

Luogo: Museo Archeologico Nazionale di Paestum

Tutti i giorni (escluso il lunedì) dalle ore 8:30 alle ore 19.30 (ultimo biglietto 18:50).

La visita alla mostra è inclusa nel biglietto di ingresso al sito, nel biglietto annuale Paestum Mia e nella card Adotta un blocco.

Sito web: http://poseidonia-citta-dacqua.eu/


"Biologicamente impraticabile" il percorso accettato per il popolamento delle Americhe

10 Agosto 2016

Le aperture dei percorsi di migrazione in Nord America, secondo il nuovo studio. Credit: Mikkel Winther Pedersen
Le aperture dei percorsi di migrazione in Nord America, secondo il nuovo studio. Credit: Mikkel Winther Pedersen

Secondo un nuovo studio, pubblicato su Nature, il percorso normalmente accettato per spiegare il popolamento delle Americhe sarebbe stato "biologicamente impraticabile".

Foto odierna del corridoio che 13 mila anni fa sarebbe stato privo di ghiacci. Credit: Mikkel Winther Pedersen
Foto odierna del corridoio. Credit: Mikkel Winther Pedersen

Secondo la teoria attualmente accettata, le prime popolazioni a raggiungere le Americhe lo fecero attraverso un ponte di terra che passava per Siberia e Alaska, ma dovettero aspettare l'arretramento dei ghiacci nell'attuale Canada, creando un corridoio verso sud. Il nuovo studio ha quindi effettuato un tentativo di ricostruire l'ecosistema al tempo dell'arretramento dei ghiacciai. Sono quindi giunti alla conclusione che lo stesso avrebbe potuto essere attraversato a partire da 12.600 anni fa, ma prima non sarebbe stato possibile, a causa della mancanza di risorse cruciali per i cacciatori raccoglitori (piante, legno, animali e quindi cacciagione, ecc.).

Questo significa che - prima di 12.600 anni fa - i cacciatori raccoglitori dovettero arrivare in America per un altro percorso più a sud, probabilmente lungo la costa del Pacifico. Chi fossero questi cacciatori raccoglitori è oggetto di discussione: si ritiene si tratti degli appartenenti alla cultura Clovis, che apparve per la prima volta 13 mila anni fa, e il nuovo studio afferma come il corridoio fosse al tempo completamente impraticabile. Altri ritengono vi siano stati gruppi precedenti.

Secondo gli autori dello studio, che si tratti degli appartenenti alla cultura Clovis o di altri, semplicemente il passaggio tramite il corridoio non era possibile all'epoca indicata. Il corridoio lo si pensa lungo 1500 km, ad est delle Montagne Rocciose nell'odierno Canada occidentale.

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Paesaggi vergini e immacolati non esistono

6 Giugno 2016
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Paesaggi vergini e immacolati semplicemente non esistono da nessuna parte nel nostro mondo, e nella maggior parte dei casi non esistono da migliaia di anni.
Queste le conclusioni di una nuova ricerca, pubblicata su PNAS. Il nuovo studio nota che le prove archeologiche sarebbero assenti dalle attuali discussioni sulle priorità di conservazione, e che dire che le società preindustriali non avessero un impatto sull'ambiente o sulla diversità delle specie è sbagliato.
Si consiglia perciò di essere più "pragmatici" negli sforzi di conservazione, e non di mirare a situazioni "naturali" impossibili.
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La deforestazione, un processo graduale sull'Isola di Pasqua

18 Aprile 2016

Foto: Valentí Rull
Foto: Valentí Rull

Una delle ipotesi principali sul collasso demografico dell'Isola di Pasqua suggerisce un ruolo centrale giocato dall'eccessivo sfruttamento (e conseguente esaurimento) delle risorse, causato essenzialmente dagli umani, mille anni fa.
Un nuovo studio, pubblicato su Frontiers in Ecology and Evolution, suggerisce invece che la deforestazione sia stata un processo graduale, e che a determinarlo non sarebbero stati solo gli umani. Si sarebbe giunti a queste conclusioni con un'analisi più approfondita del paesaggio del lago, in particolare per quanto riguarda i pollini. Secoli prima dell'arrivo degli Europei (nel 1722), le palme furono sostituite da campi erbosi. Ci furono pure cambiamenti climatici che probabilmente giocarono un importante ruolo in merito alla deforestazione.
Più in generale, le spiegazioni riguardanti il declino demografico dell’Isola di Pasqua sono tendenzialmente due: una che ritiene che gli abitanti abbiano causato la fine del proprio ambiente, con conseguenze gravissime per la popolazione; l’altra invece ritiene responsabili gli Europei, arrivati nel 1722, che avrebbero portato le malattie che uccisero i Rapa Nui.
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I relitti del Golfo del Messico e gli ecosistemi delle profondità marine

22 Febbraio 2016

Il ROV colleziona sedimenti per l'analisi microbiologica e geochimica (2014). Credit: BOEM
Il ROV colleziona sedimenti per l'analisi microbiologica e geochimica (2014). Credit: BOEM

Ci sono oltre duemila relitti nel Golfo del Messico, che coprono un arco di tempo di 500 anni: si va dalle navi degli esploratori spagnoli del sedicesimo secolo a quelle della Guerra Civile Americana e, passando per la Seconda Guerra Mondiale, arrivano ai nostri giorni.
Oltre ad avere una rilevanza storica e culturale, i relitti sono ormai parte dell'ecosistema nelle profondità degli oceani, formando una sorta di barriera corallina artificiale. La presenza di un relitto influenza pure la presenza dei microbi sul fondale.
Scansione laser 3D dell'U-166, che affondò durante la Seconda Guerra Mondiale nel Golfo del Messico. Credit: BOEM/C&C Technologies, Inc.
Scansione laser 3D dell'U-166, che affondò durante la Seconda Guerra Mondiale nel Golfo del Messico. Credit: BOEM/C&C Technologies, Inc.

Un nuovo studio ha esaminato gli effetti del disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, che ha riversato 4 milioni di barili di petroli in mare. Si sono così alterate le comunità di microbi, pure presenti in quegli ecosistemi formatisi presso gli antichi relitti. Lo studio si è anche occupato di proporre le modalità per monitorare gli effetti del riversamento. L'esposizione al petrolio comporta poi una corrosione più rapida del metallo dei relitti. Si sono pure rilevati più sedimenti attorno ad un U-Boot tedesco, ma si deve ancora comprendere se si tratta di un effetto naturale o legato al disastro. Il sottomarino è stato oggetto di osservazioni sin dalla scoperta, nel 2001.
Leila Hamdan, della George Mason University e Melanie Damour del Bureau of Ocean Energy Management, preparano il ROV (2014). Credit: BOEM/Dan Warren, C&C Technologies.
Leila Hamdan, della George Mason University e Melanie Damour del Bureau of Ocean Energy Management, preparano il ROV (2014). Credit: BOEM/Dan Warren, C&C Technologies.

Link: EurekAlert! via American Geophysical Union


I cacciatori raccoglitori delle Isole Sanak e l'ecosistema locale

17 Febbraio 2016
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La presenza umana nel Golfo occidentale dell'Alaska cominciò quasi diecimila anni fa, ma non si comprende ancora molto l'integrazione e l'impatto sull'ecosistema dei foraggieri umani.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature - Scientific Reports, ha esaminato questo aspetto della presenza umana nelle isole Sanak, un gruppo orientale dell'arcipelago delle Aleutine, appartenente allo stato americano dell'Alaska. Si è giunti alla conclusione che, nonostante il fatto che l'uomo sia un predatore supergeneralista, i comportamenti di quegli abitanti delle Aleutine ebbero un carattere stabilizzatore per l'ecosistema.
Al contrario di altri studi che non hanno considerato il ruolo giocato dagli umani, questo li ha valutati come parte integrante dell'ecosistema. Per qualcosa come settemila anni, gli abitanti delle Aleutine si sono nutriti in maniera varia, toccando un quarto delle specie presenti (più di qualsiasi altro predatore) e passando dalle alghe a carnivori come i leoni di mare. Inoltre, quando una fonte di cibo diventava scarsa, questi foraggieri sceglievano fonti alternative. In queste situazioni, le estinzioni sono rare.
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Frutteti nella foresta pluviale malese e diversità degli animali

1 Febbraio 2016
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I frutteti piantati alla maniera tradizionale dalle comunità indigene della foresta pluviale malese svolgerebbero un ruolo positivo per la conservazione dell'ecosistema locale e contribuirebbero al mantenimento della diversità degli animali nell'area.
Le foreste pluviali del Sud Est asiatico, difatti, presentano relativamente pochi frutti carnosi che non fruttificano neppure tutti gli anni. Si tratta insomma di una risorsa poco affidabile per gli animali che se ne nutrono, che sono perciò maggiormente vulnerabili. Le attività umane qui, però, possono incrementare la quantità e la varietà di frutta disponibili.
I Chewong sono un gruppo indigeno di 400 persone che vive nella foresta pluviale della penisola centrale della Malesia. Alcuni vivono uno stile di vita tradizionale, che si esplica nella coltivazione, nella caccia e nella pesca, oltre che nella raccolta di frutti ed erbe (anche medicinali). Le loro pratiche agricole comportano il diradamento di angoli della foresta pluviale, mantenendo alberi naturalmente presenti e piantando specie native di alberi da frutto, come il durian, il mango, il rambutan.
Questi frutteti comportano un impatto minimo e attraggono però animali di taglia maggiore, tra quelli più vulnerabili. Lo stile di vita Chewong evita i conflitti con elefanti e tigri, e i frutti abbondanti possono essere condivisi con gli animali dell'area. Pratiche simili, insomma, producono effetti al netto positivi, da valutarsi in un'ottica di politiche di conservazione.

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