Una passeggiata nel santuario di Olimpia

Una passeggiata nel santuario di Olimpia

Olimpia sorge in una valle incastonata nel cuore della regione dell’Elide. Sede dei celebri agoni sportivi, i Greci chiamavano questo luogo Altis, lì dove sorgeva un bosco sacro in onore del padre degli dei. Proprio qui, in una zona pianeggiante alla confluenza dei fiumi Alfeo e Cladeo, sorge una delle aree sacre più conosciute del mondo antico. L’importanza del santuario di Olimpia, dove tutti gli edifici avevano una rilevanza panellenica, è pari a quella del santuario di Delfi. Era frequentato da tutti i Greci da tempo immemorabile, connotato per essere luogo dove si svolgevano gli agoni.

Il santuario di Olimpia è legato alla figura di Pelope, eroe del Peloponneso in onore del quale è stato eretto un heròon al centro del santuario; l’heròon di Pelope è un recinto trapezoidale con una collinetta di terra al centro, il tumulo cioè sopra la tomba dell’eroe. La sacralità del luogo è legata anche alla figura di Eracle, figlio di Zeus, che, secondo una tradizione sarebbe stato il primo ad istituire i giochi olimpici e il primo vincitore. Il santuario è attivo dall’età geometrica (VIII secolo a.C.) e le prime olimpiadi vengono fissate nel 776 a.C.; la sua monumentalizzazione inizia nel VI secolo col tempio di Hera e poi prosegue ininterrottamente in età romana.

 

L’Heraion

Santuario di Olimpia: Tempio di Era. Foto di Matěj Baťha, CC BY-SA 2.5

Il tempio di Hera, o Heraion che dir si voglia, è il primo edificio costruito nel santuario di Zeus ad Olimpia. L’edificio, situato a nord della valle Altis all’interno del recinto sacro, si è ben conservato. Si tratta di un periptero in stile dorico risalente al 600 a.C., avente una pianta allungata in richiamo agli edifici di età orientalizzante: conta, infatti, 6 colonne sulla fronte e 16 sui lati lunghi. La storia edilizia di questo tempio è molto interessante perché, in origine, non era costruito in pietra. Di materiale lapideo vi era soltanto la parte bassa dei muri della cella; l’alzato era in mattoni crudi e la peristasi era costituita da colonne lignee. Col tempo le parti in legno, facilmente soggette al deterioramento, sono state sostituite dalla pietra.

Dalla Periegesi di Pausania apprendiamo alcuni particolari interessanti: l’erudito, durante il suo soggiorno ad Olimpia, avvenuto nel 160 d.C., sottolinea la presenza di una colonna dell’opistodomo ancora in legno e, dunque, si può immaginare che i lavori di restauro siano avvenuti successivamente. Un altro aspetto che emerge, stavolta dalle analisi archeologiche, è che le colonne ritrovate hanno tutte misure diverse, e ciò avvalora la tesi dell’archeologo tedesco Wilhelm Dörpfeld secondo la quale furono costruite in momenti diversi. E, proprio qui, nel 1877 viene riportato alla luce l’Hermes con Dioniso, capolavoro assoluto di Prassitele, oggi conservato al Museo Archeologico di Olimpia. Questo magnifico edificio è un esempio di come il processo di pietrificazione sia avvenuto nel corso di parecchi secoli.

 

Tempio di Zeus

Il tempio di Zeus costituisce l’edificio principale del santuario ed è senz’altro il più rappresentativo del trentennio che precede l’arte classica, definito “stile severo” (480-450 a.C.). È stato distrutto nel VI secolo d.C. a causa di un terremoto, e questo ha determinato che si conservasse tutta la decorazione scultorea dell’edificio, preziosa testimonianza della scultura del periodo. Il tempio è uno dei pochi edifici ad avere una cronologia certa, fornitaci da Pausania che dedica ben due volumi della sua Periegesi al santuario, attraverso i quali ci fornisce descrizioni molto dettagliate sia degli edifici sia delle sculture ritrovate all’interno del tempio di Zeus. Dall’erudito greco sappiamo che l’edificio è stato costruito col bottino ricavato dalla vittoria ottenuta dagli Elei in una guerra contro la città di Pisa nel 472 a.C. Da lui sappiamo anche che, sul frontone del tempio, gli Spartani posero uno scudo in oro che avevano dedicato col bottino della vittoria sugli Ateniesi e sugli Argivi nella battaglia di Tanagra del 457 a.C.Da tutti questi elementi gli studiosi hanno, quindi, appurato che il tempio è stato edificato tra il 472 e il 457 a.C. Si tratta di un edificio dalle dimensioni notevoli, il più grande tempio dorico costruito fino a quel momento (6 x 13 colonne). È lungo 64 m e largo 27 m; ha una cella preceduta da un pronao distilo in antis; simmetricamente dietro alla cella c’è un opistodomo e due file di 7 colonne disposte su doppio ordine; sul fondo della cella ci sono le tracce della base che doveva sostenere la statua di culto criselefantina realizzata dal grande Fidia.

Santuario di Olimpia Tempio di Zeus
Santuario di Olimpia: fronte del Tempio di Zeus ad Olimpia. Foto di Nanosanchez, in pubblico dominio

Interamente conservati sono invece i cicli scultorei che lo decoravano (12 metope e 2 frontoni). Dallo studio delle partiture architettoniche è stato possibile ricostruire nel dettaglio la fronte dell’edificio. Si conservano 12 metope, collocate in origine sopra l’architrave su fregio, pronao e opistodomo. Le metope, prima opera scultorea realizzata, erano visibili entrando nei portici ed erano state eseguite prima del collocamento della peristasi esterna. Si tratta di grandi lastre in marmo di forma quadrata (1,60 x 1,50) che si riferiscono al tema delle 12 fatiche di Eracle. Pausania le descrive iniziando dal lato est, benché la narrazione vera e propria inizi da ovest: si parte dall’impresa del leone di Nemea, a seguire l’uccisione dell’Idra di Lerna, la cattura degli uccelli di Stinfalo, la lotta contro il toro di Creta, la lotta contro la cerva di Corinto, la conquista della cintura di Ippolita regina delle Amazzoni, il cinghiale di Erimanto, le cavalle di Diomede, il mostro tricorpore Gerione, i pomi delle Esperidi, la cattura di Cerbero e, infine, la pulizia delle stalle di Augia. Le metope hanno uno schema ricorrente: mostrano l’eroe in combattimento dopo l’impresa sostenuta. In alcune metope compare anche la figura di Atena, grande alleata dell’eroe. La scelta di Eracle non è casuale poiché viene considerato come l’eroe che purifica e libera i territori da entità mostruose che rappresentano le forze oscure della natura. Dal punto di vista stilistico è importante la raffigurazione di ¾ o di profilo con la resa del corpo umano molto naturalistica e plastica. Novità assoluta l’interesse psicologico dei personaggi e l’abbandono del leziosismo nella resa di alcuni particolari.

Per ciò che riguarda i frontoni, anch’essi si conservano grazie alle descrizioni di Pausania. Sono lunghi 26 m ed hanno un’altezza massima al centro di 3,50 m. Le statue erano state reimpiegate come materiale edilizio del villaggio bizantino sorto sulle rovine del santuario dopo il terremoto. Il frontone est narra la vicenda di Pelope; la vicenda di questo eroe è molto interessante: Enomao, re di Pisa, sapeva da un responso dell’oracolo che sarebbe morto a causa del genero. Consapevole di dover, prima o poi, dare in sposa la figlia, Enomao sfidava in una corsa di bighe tutti i pretendenti di Ippodamia e puntualmente, dopo averli sconfitti, li uccideva. Il contratto di sfida prevedeva, infatti, che Enomao aveva il diritto di uccidere i perdenti. Pausania indica addirittura un tumulo dove si contano i 16 pretendenti che avevano sfidato Enomao. Pelope, figlio di Tantalo, si presenta ad Olimpia deciso a sfidare il re. Secondo una tradizione, Pelope avrebbe vinto corrompendo l’auriga di Enomao, Mietilo; l’altra versione dice che Pelope avrebbe corso usufruendo di cavalli alati donati da Poseidone. Il re vince, Pelope sposa Ippodamia e diventa egli stesso re: da loro nasce Atreo, padre di Agamennone.

Il frontone est racconta il momento che precede la partenza di questa corsa; i personaggi raffigurati sono tutti stanti: al centro c’è Zeus, più grande degli altri e indifferente alla vicenda; ai lati ci sono Pelope ed Enomao, seguono le rispettive donne. Ai lati delle coppie ci sono le due quadrighe e davanti ci sono due personaggi inginocchiati: Pausania li identifica tutti. La scena rappresenta il momento iniziale della tragedia. Un vecchio e un fanciullo concludono la scena: rappresentano due classi di età opposte che mai prima d’ora erano state raffigurate. Il vecchio è molto preoccupato: è seduto a terra e si tiene la testa con un braccio poggiato sopra qualcosa che non ci è pervenuto; ha una calvizie accentuata e una corporatura non muscolosa ma flaccida. È in un gesto di dolore e disperazione: forse è un indovino presente nel santuario e la sua reazione preoccupata è dovuta al fatto che, da indovino, conosce l’esito dello scontro. Non ci sono precedenti del genere nell’arte greca. Il fanciullo, invece, è colto nel gesto tipico di un bambino che gioca seduto a terra. I gesti indicano la sua innocenza e l’ingenuità di chi non comprende nulla di ciò che sta accadendo. Lo scultore ci mostra la tensione psicologica dei personaggi prima della gara.

Il frontone occidentale risponde invece ad una composizione opposta: c’è una zuffa, una lotta mitica in pieno svolgimento tra Lapiti e Centauri. I Lapiti erano un popolo tessalo imparentati coi Centauri e la vicenda si svolge in occasione del matrimonio tra Piritoo e Deidamia, figlia del re dei Lapiti. I Centauri, dopo il rito, mostrando la loro componente ferina si ubriacano; i Greci attribuivano a questi esseri semiferini l’epiteto di barbari che non conoscevano le buone maniere. In preda all’alcool aggrediscono tutte le donne, che vengono difese dai Lapiti. Anche qui il frontone presenta una figura divina, Apollo, che interviene nella contesa: è rivolto verso destra, alza il braccio per placare la furia dei Centauri. Ai lati ci sono Teseo e Piritoo, amici di vecchia data: c’è un’allusione simbolica alla vittoria di Atene e del Peloponneso contro i barbari, i Persiani.

Questo programma iconografico è complesso: nel frontone ovest si mette a confronto il mondo civile e il mondo dei barbari incapaci di consumare il vino con moderazione. Nel frontone est vengono esaltati gli agoni e il matrimonio, valori fondanti della polis greca. Un problema serio è l’identificazione dell’autore di queste sculture; le fonti riportano decine di maestri, ma Pausania ci fornisce dei nomi messi però in dubbio dagli studiosi. Il geografo dice che il frontone est sarebbe stato realizzato da Peonio di Mende, autore di una Nike posta frontalmente al tempio di Zeus, le cui caratteristiche sono post-fidiache e, quindi, con uno stile incompatibile. Il frontone ovest viene invece attribuito da Pausania ad Alkamenes, il primo collaboratore di Fidia per i lavori sull’Acropoli. L’attribuzione non può essere esclusa del tutto. Forse Fidia ha lavorato ad Olimpia assieme ad Alkamenes. All’interno della cella templare c’era lo Zeus criselefantino commissionato a Fidia. La sua iconografia è nota attraverso una moneta romana che lo riproduce. Fuori dal recinto sacro è stato trovato il laboratorio del geniale architetto, di dimensioni analoghe a quelle della cella templare dove l’opera fu assemblata.

 

Nike di Peonio

Santuario di Olimpia Nike di Peonio
Santuario di Olimpia: la Nike di Peonio ad Olimpia. Foto di Pufacz, in pubblico dominio

La Nike di Peonio può essere annoverata tra le opere appartenenti allo stile definito “ricco”, lo stesso a cui appartengono le Cariatidi. La scultura si trovava nel santuario di Zeus ad Olimpia; era collocata su una colonna alta 9 m di fronte alla facciata principale del tempio. Si è conservata col piedistallo originale, su cui campeggia un’iscrizione che ci dice a chi e quando è stata dedicata: 421 a.C. dai Messeni e dai Naupattii a seguito di una vittoria ottenuta contro gli Spartani nella guerra del Peloponneso. La statua è uno dei pochi originali in marmo del periodo e riproduce le caratteristiche dello stile post-fidiaco con la raffigurazione della Nike in volo che sta atterrando sulla sommità dl piedistallo. Il vento gonfia la veste e le ali spiegate, il panneggio aderisce alla parte frontale del soggetto mostrandone le fattezze.

 

Tholos di Filippo II di Macedonia

Santuario di Olimpia
Santuario di Olimpia: il Philippieion di Olimpia. Foto di Wknight94, CC BY-SA 3.0

Dopo la battaglia di Cheronea del 338 a.C., Filippo II fa costruire una tholos, il Philippieion, all’interno della quale colloca le statue criselefantine della sua dinastia: un cambiamento epocale nella mentalità dei Greci. Nel cuore del santuario di Zeus viene costruito un edificio di forma templare che, al posto delle statue degli dei, al suo interno presenta statue in tecnica criselefantina del re macedone e dei suoi antenati: è il passaggio definitivo al mondo ellenistico. L’edificio riprende il modello delle tholoi già visto ad Epidauro e Delfi ma presenta delle novità significative perché, per la prima volta, nel cuore del Peloponneso una struttura architettonica viene eretta con una peristasi in stile ionico. Non distante dal Philippieion sorgeva il Pritaneo, edificio pubblico nel quale si riunivano i cinquanta membri della Boulè.

 

Lo stadio e il ginnasio

Lo stadio di Olimpia. Foto di Klone123, in pubblico dominio

Probabilmente la struttura più celebre è lo stadio, al quale si associa la memoria dei celebri giochi. La forma definitiva viene assunta nel V secolo a.C., subito dopo la costruzione del tempio di Zeus. In stretta relazione allo stadio, la palestra era il luogo adibito all’addestramento di coloro che praticavano la lotta e il pugilato. Il complesso architettonico prevedeva un cortile a peristilio e, ai lati, vestiboli, spogliatoi, bagni e negozi, oltre ad aule fornite di panche per consentire agli atleti di riposare.

 

Santuario di Olimpia - Bibliografia

  • G. Bejor, M. Castoldi, C. Lambrugo, Arte greca, Mondadori, Milano 2013;
  • D. Castrizio, C. Malacrino, I Bronzi di Riace. Studi e ricerche, Laruffa Editore, Reggio Calabria 2021;
  • Pausania, Viaggio in Grecia. Olimpia e Elide, Vol. V - VI, BUR, Milano 2001;
  • S. Weil, La rivelazione greca, Adelphi, Milano 2014;
  • Strabone, Geografia. Il Peloponneso, Vol. VIII, BUR, Milano 1992.
  • M. Mavromataki, Olimpia e i giochi olimpici dall'antichità a oggi, Crocetti Editore, Milano 2003.

Punto di svolta per l'identificazione di Filippo II di Macedonia?

20 - 21 Luglio 2015
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Siamo forse a un punto di svolta nella discussione riguardante i resti di Filippo II di Macedonia a Vergina? Un nuovo studio è giunto alla conclusione che le ossa ritrovate nella Tomba I (e non nella II, come finora indicato da molte, anche recentissime, ricerche) sarebbero da identificarsi in modo conclusivo come quelle del padre di Alessandro Magno.
A permettere agli autori di sostenere queste argomentazioni è stata l'analisi delle ossa nella Tomba I. L'anchilosi al ginocchio e il foro che lo attraversa si legano perfettamente a quanto sappiamo del sovrano macedone, che tre anni prima della morte, nel 339 a. C., fu colpito da una lancia in quel punto. La grave ferita, che gli fu quasi fatale, lo lasciò zoppo. Nel 336 a. C. fu poi assassinato da una delle sue guardie del corpo, e i motivi rimangono ancora poco chiari: gli successe il figlio, Alessandro il Grande.
La stima dell'età degli altri occupanti della tomba sarebbe inoltre coerente con quanto noto dalle fonti: vi sarebbe una donna, diciottenne, con un neonato. La giovanissima Cleopatra, settima moglie di Filippo, fu costretta da Olimpiade d'Epiro a impiccarsi, dopo che questa le aveva ucciso il figlio, nato pochi giorni prima dell'assassinio di Filippo.
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Ad ogni modo, neppure dopo quest'ultima analisi sembrano arrestarsi le discussioni tra studiosi, ancora divisi sulla collocazione del Sovrano macedone tra la Tomba I, saccheggiata già nell'antichità, e la Tomba II, trovata con tesori, armature, e i resti di un uomo carbonizzato, oltre che quelli di una donna. La Tomba I presenta anche una rappresentazione del Ratto di Persefone: la scena è stata ritrovata anche ad Anfipoli. Ad ogni modo le Tombe, scoperte nel 1977 a Vergina (in Italiano, Verghina, l'antica Aigai o Aegae in antichità) rientrano tra i siti patrimonio dell'umanità per l'UNESCO.
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Ancora dibattito sui resti della Tomba II a Vergina

11 Giugno 2015
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La discussione circa l'identità da attribuire ai resti ritrovati nella Tomba IIVergina (in Italiano, Verghina) non sembra placarsi. Per un'ultima ricerca, questi apparterrebbero proprio a Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, e alla sua settima moglie di origine sciita.
Maria Liston, con delle dichiarazioni rilasciate a Live Science, afferma tuttavia che tale studio non sarebbe risolutivo, non confutando le tesi degli oppositori della posizione. Ad ogni modo, che si tratti di Filippo II o di Filippo III Arrideo, tutti concordano sulla straordinarietà della scoperta e del dibattito.
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Nuove conferme che i resti a Vergina sono di Filippo II di Macedonia

13 - 16 Maggio 2015
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Secondo un nuovo studio, ci sarebbero ulteriori conferme che i resti ritrovati nella Tomba II a Vergina (in Italiano, Verghina) apparterrebbe proprio a Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, e alla sua settima moglie di origine sciita.
Dopo un riesame dei resti ritrovati nella tomba, infatti, un team di ricerca è giunto alla conclusione che l'uomo nella camera principale è Filippo II, mentre la donna nell'anticamera sarebbe la figlia del Re sciita Atheas, ucciso in battaglia da Filippo II nel 339 a. C. I segni sullo scheletro coinciderebbero con le ferite di guerra del Re, in particolare al viso. Filippo II fu assassinato nel 336 a. C., proprio a Aegae/Verghina, a causa del tradimento degli uomini preposti alla sua sicurezza.
Lo studio ha anche messo in evidenza che le oltre settanta ossa lì ritrovate corrisponderebbero ad ulteriori sette figure non precedentemente identificate. Rimangono perciò ancora molti interrogativi sulla Tomba.
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Anfipoli: riepilogo dal 2014 a marzo 2015

16 Aprile 2015

Poiché si segnala un arresto degli scavi ad Anfipoli, si coglie l'occasione per un post di riepilogo di quanto avvenuto nei mesi scorsi. I post sono elencati dal più recente al più risalente.
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Notizie dall'Unesco per Ani, Filippi, Hatra, Nimrud e Pompei

2 - 7 Marzo 2015
Alcune novità relative all'UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) per l'ultima settimana.
Si lavora per permettere alla città di Ani di avere il suo posto nella lista dei siti patrimonio dell'umanità. Ani è nota come la città delle 1001 chiese, ha 5000 anni ed è localizzata in Turchia, ai confini con l'Armenia. Anche Filippi, in Grecia, punta ad essere inserita nella lista: fondata dal re Filippo II di Macedonia, la città conserva molti notevoli monumenti e fu il luogo dell'importante battaglia che vide Ottaviano Augusto vincitore.
Si ricorderà che, a partire dal 2013, l'UNESCO aveva espresso preoccupazione per lo stato di Pompei, minacciando addirittura che, in caso di mancati provvedimenti, la si sarebbe rimossa dalla lista delle città patrimonio dell'umanità. Il 5 Marzo, l'Unesco ha riconosciuto che “Ci sono miglioramenti tangibili e significativi nello stato di conservazione di Pompei. L'Italia ha compiuto sforzi considerevoli nell'adottare le raccomandazioni dell'Unesco World Heritage Committee". Il ministro Dario Franceschini ha espresso soddisfazione per questo riconoscimento del lavoro compiuto col Grande Progetto Pompei, che sarà esteso a tutto il 2016.
Brutte notizie provengono invece dall'Iraq. Grande preoccupazione viene espressa per la distruzione di Hatra e Nimrud, che viene denunciata come operazione di pulizia culturale: per l'UNESCO sarebbe un vero e proprio crimine di guerra.
Link: UNESCO 1, 2Hurriyet Daily News; Protothema; ANSA 1, 2, 3, 4; MIBACT


Anfipoli: ipotesi prima della quarta camera

18-19 Ottobre 2014
La quarta camera potrebbe contenere un altro mosaico ritraente il destinatario della tomba di Anfipoli: questo il parere di Panagiotis Faklaris, Professore di Archeologia Classica all'Università di Tessalonica e a capo degli scavi a Vergina.
A farla da padrona nelle ultime ore è però l'ipotesi di Andrew Chugg (su Greek Reporter e Discovery News), che ritiene che il Ratto di Persefone trovi anche una controparte terrena. La figura di Hermes rappresenterebbe anche un ventenne Alessandro, mentre Ade somiglierebbe a Filippo II e Persefone che viene rapita (e alla quale sarebbe dunque destinata la tomba) rappresenterebbe anche Olimpiade dai capelli rossi. Rossane invece sarebbe diversamente raffigurata in altre opere.
Inoltre, visto che Lena Mendoni (Segretario Generale al Ministero della Cultura Greco) e per Katerina Peristeri (a capo degli scavi) hanno rivelato che si tratta di una personalità estremamente importante, per esclusione Chugg considera plausibile soprattutto l'ipotesi di Olimpiade. Ipotesi che si è visto essere al momento molto popolare anche presso altri studiosi.

Segnaliamo anche che la tomba macedone di Xanthi ha aperto al pubblico in data odierna.

Link: Discovery News; Protothema; Greek Reporter 1, 2; Enikos; National Geographicrogueclassicism


Anfipoli: sarebbe la tomba di un reale Argeade

17 Ottobre 2014
La scoperta della scena del Ratto di Persefone dal mosaico della seconda camera di Anfipoli non è solo la scoperta di una meravigliosa opera d'arte, ma la conferma che la struttura della collina di Kasta sarebbe la tomba di un reale della dinastia Argeade (o Temenide, da Temeno, il leggendario fondatore della stessa).
Lo hanno affermato oggi in conferenza stampa Lena Mendoni, segretario generale del Ministero Greco della Cultura, e Katerina Peristeri, a capo degli scavi. Si tratta di una scena funebre, correlata ai culti Orfici e Dionisiaci, dei quali il Re macedone era arciprete. La scena è difatti presente  a Vergina/Aegae nelle sepolture di Nikisipoli, moglie di Filippo II, e Euridice I, nonna di Alessandro Magno. Anche la straordinarietà dell'opera si può spiegare solo col reclutamento dei migliori artisti dell'epoca, con gli introiti provenienti dalle vittorie delle campagne alessandrine.
 
Link: Protothema 1, 2; Greek Reporter


Anfipoli: interpretazioni sul mosaico della seconda camera

13-14 Ottobre 2014
Anfipoli: si parla ancora del magnifico mosaico ritrovato nella seconda camera. Continuano ad essere prevalenti le due interpretazioni presentate nei giorni precedenti: l'auriga sarebbe Ade o un mortale, possibilmente Filippo II. Questo non significa che la tomba sia quella del padre di Alessandro Magno.
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Due precisazioni su Anfipoli

13 Ottobre 2014
I ritrovamenti straordinari da Anfipoli hanno generato un grande interesse a livello internazionale, e di riflesso, anche nel nostro Paese. Tuttavia, pare che si sia ingenerata un po' di confusione su due punti, che è quindi bene chiarire.
1) Non si conosce ancora la destinazione della struttura di Anfipoli, alla collina di Kasta. Si ritiene che risalga all'epoca di Alessandro Magno, ma non si sono ancora ritrovati nomi, né iscrizioni. Gli studiosi hanno perciò proposto diverse ipotesi alternative: le più popolari al momento la riferiscono a una figura che potrebbe essere Olimpiade d'Epiro, Rossane, Nearco, Laomedonte. Potrebbe addirittura trattarsi di un cenotaffio o di un heroon. Se si è associata la tag di Alessandro Magno a quella di Anfipoli, è solo per dare un riferimento temporale e perché le suddette figure sono legate a lui, ma le possibilità che si tratti della tomba del condottiero macedone sembrano essere al momento residuali.
2) In questi mesi, e per puro caso anche in questi giorni, ci sono state altre scoperte riguardanti personaggi legati ad Alessandro. In particolare, la Tomba II da Vergina è stata definitivamente associata a Filippo II di Macedonia. È ovvio che c'è un interesse comune, e che gli studiosi utilizzino i dati e l'iconografia provenienti da Vergina per interpretare quello che si è invece ritrovato ad Anfipoli. Ad esempio, ieri è stata avanzata l'ipotesi che l'uomo barbuto nel mosaico della seconda camera di Anfipoli non sia Ade, ma Filippo II. Tuttavia, e non avrebbe dovuto essere necessario sottolinearlo, si tratta di due notizie e di due siti differenti: quella di Anfipoli non è (come si è purtroppo letto) la tomba di Filippo II. A meno che il sovrano macedone avesse la possibilità di essere seppellito contemporaneamente in due luoghi distinti.
Link: Protothema