DNA antico Caraibi

Dal Dna antico la storia dei Caraibi prima dell’arrivo degli europei 

Dal Dna antico la storia dei Caraibi prima dell’arrivo degli europei 

Un team internazionale di genetisti, archeologi, antropologi e fisici, tra cui Alfredo Coppa del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, ha analizzato il Dna di 174 individui che vivevano più di 2000 anni fa in quelle che oggi sono le isole di Bahamas, Cuba, la Repubblica Dominicana, Haiti, Puerto Rico, Guadeloupe, Santa Lucia, Curaçao e Venezuela. Lo studio, pubblicato su Nature, ha messo in luce la storia delle popolazioni caraibiche prima dell’arrivo degli europei, rispondendo a domande rimaste irrisolte fino a questo momento

DNA antico Caraibi
Long Journey's End, (c) Merald Clark, for SIBA: Stone Interchanges in the Bahama Archipelago

La prima colonizzazione dei Caraibi risale all’inizio dell’epoca arcaica, circa 6000 anni fa; dopo circa 3/4000 anni è iniziata l’Età della ceramica e ancora altri 2000 anni dopo sono arrivati i primi navigatori europei. Molte sono le domande che riguardano le popolazioni originarie di queste terre, lavoratori della pietra prima e della ceramica dopo: se avessero o no la stessa discendenza; quanto numerose fossero al momento dell’arrivo dei colonizzatori europei e se gli abitanti moderni delle aree che oggi corrispondono alle isole di Bahamas, Cuba, la Repubblica Dominicana, Haiti, Puerto Rico, Guadeloupe, Santa Lucia, Curaçao e Venezuela abbiano un Dna riconducibile alle antiche popolazioni.

DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

Il più grande studio condotto fino a questo momento sul Dna antico, coordinato dalla Harvard Medical School e pubblicato sulla rivista Nature, ha risposto a queste domande grazie al lavoro di un team internazionale di genetisti, archeologi, antropologi e fisici, tra cui Alfredo Coppa, che ne è stato il promotore, del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza Università di Roma.

DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

Lo studio ha analizzato il patrimonio genetico di 174 individui oltre ad altri 89 genomi sequenziati precedentemente. Questa mole di dati fa sì che oltre la metà delle informazioni da Dna antico oggi disponibili per le Americhe provenga dai Caraibi, con un livello di risoluzione fino a ora possibile solo in Eurasia occidentale. Di questi 174 genomi, l’80% sono stati studiati e messi a disposizione da ricercatori di Sapienza. I risultati del lavoro indicano che ci sono differenze importanti tra le popolazioni arcaiche preceramiche che lavoravano la pietra e quelle che lavoravano l’argilla, che la popolazione autoctona di queste aree era meno numerosa di quanto ritenuto fino a ora al momento dell’arrivo degli europei e infine, che l’attuale popolazione di molte isole caraibiche discende da popoli che le abitavano prima dell’arrivo dei colonizzatori.

Inoltre i dati ottenuti hanno permesso escludere che le popolazioni caraibiche dell’Età arcaica abbiano avuto connessioni con quelle dell’America del Nord, come ritenuto fino a oggi, e di attribuire la loro discendenza da una singola popolazione originaria o dell’America Centrale o di quella Meridionale.

DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

Le popolazioni dell’Età della ceramica presentavano un profilo genetico differente, più simile ai gruppi del nordest dell’America meridionale (di lingua Arawak), un dato congruente con le evidenze ottenute su basi archeologiche e linguistiche. Da quanto osservato sembrerebbe, infatti, che questi popoli abbiano migrato dal Sud America verso i Caraibi almeno 1700 anni fa, soppiantando le popolazioni che lavoravano la pietra, quasi completamente scomparse all’arrivo degli europei (restava una piccola percentuale nell’isola di Cuba). Ciò conferma che gli incroci tra queste due popolazioni erano estremamente rari.

Quanto alla lavorazione dell’argilla per la produzione di manufatti di ceramica, lo studio ha evidenziato che nel corso dei 2000 anni trascorsi dalla loro comparsa fino all’arrivo degli europei, si sono avute differenze tra i vari stili ritenute, negli anni passati, il risultato di flussi di popolazioni provenienti da fuori i Caraibi. In realtà è emerso che a tali varietà di manifestazioni artistiche non corrispondono cambiamenti genetici o evidenze di un contributo genetico sostanziale da parte di gruppi continentali. I risultati testimoniano invece la creatività e il dinamismo di queste antiche popolazioni che hanno sviluppato nel tempo questi stili artistici straordinariamente diversi tra loro.

La presenza di reti di comunicazione tra questi gruppi che producevano vasellame potrebbero aver agito da catalizzatori nella diffusione delle transizioni stilistiche osservate attraverso tutta la regione.

Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

“I risultati genetici – spiega Alfredo Coppa della Sapienza, che per anni ha studiato la morfologia dentale delle antiche popolazioni dei Caraibi – si allineano con il riscontro fatto nelle popolazioni dell’epoca arcaica che si differenziavano significativamente da quelle dell’epoca della ceramica. Tuttavia, rimangono ancora da spiegare queste differenze e occorreranno ulteriori studi per determinare se siano dovute a forze micro-evolutive che in qualche modo risultano essere rilevabili mediante la morfologia dentale, ma non alle analisi genetiche, o se invece queste possono essere conseguenza di abitudini diverse”.

L’elevato numero di campioni esaminati ha infine permesso una stima della dimensione della popolazione caraibica prima dell’arrivo degli europei: il metodo, sviluppato da David Reich, co-autore dello studio e docente della Harvard Medical School e della Harvard University, usa campioni presi in modo casuale, valuta quanto siano imparentati tra loro ed estrapola dati sulla dimensione della popolazione di origine. Tanto più i campioni risultano essere imparentati, tanto più piccola sarà, plausibilmente, la popolazione di origine; meno risultano essere imparentati, tanto più grande dovrebbe essere stata la popolazione.

“Essere in grado di determinare le dimensioni delle popolazioni antiche utilizzando il Dna significa avere uno strumento straordinario che, applicato nei diversi contesti mondiali, permetterà di fare luce su moltissime domande” – dicono i ricercatori –“ma indipendentemente dal fatto che ci siano state, nel 1492, un milione di persone autoctone o qualche decina di migliaia, non cambia ciò che è accaduto in seguito all’arrivo degli europei nei Caraibi: la distruzione di un intero popolo e della sua cultura”.

DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

Infine, una delle grandi domande a cui hanno cercato di rispondere i ricercatori riguarda il patrimonio genetico delle persone che oggi abitano nei Caraibi e la riconducibilità a quello delle popolazioni autoctone precolombiane. I risultati dello studio hanno dimostrato che ci sono ancora tracce di Dna delle popolazioni autoctone pre-colonizzazione nelle popolazioni moderne e in particolare che gli attuali abitanti dei Caraibi conservano Dna proveniente da tre fonti (in proporzioni diverse nelle diverse isole): quello degli abitanti autoctoni precolombiani, quello degli Europei immigrati e quello degli Africani portati nell’isola durante la tratta degli schiavi.

Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

Lo studio è stato finanziato da National Geographic Society, National Science Foundation National Institutes of Health/National Institute of General Medical Sciences, Paul Allen Foundation, John Templeton Foundation, Howard Hughes Medical Institute e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

 

Riferimenti:

A genetic history of the pre-contact Caribbean - Fernandes, D.M., Sirak, K.A., Ringbauer, H. et al. Nature (2020). https://doi.org/10.1038/s41586-020-03053-2

 

Testo e foto dalla Sapienza Università di Roma sul DNA antico delle popolazioni dei Caraibi.


Neanderthal, nuove ricerche in corso sull'Uomo di Altamura

Neanderthal, nuove ricerche in corso sull'Uomo di Altamura

Una ricerca degli Atenei di Firenze, Pisa e Roma Sapienza approfondisce la conoscenza del più completo scheletro di Neanderthal mai ritrovato. La difficile raggiungibilità del reperto nella grotta di Lamalunga ha richiesto l’uso di sonde videoscopiche e di un apparecchio a raggi X portatile.

ricerche uomo di altamura
Immagine complessiva

La ricerca scientifica punta nuovamente i riflettori sull’Uomo di Altamura, il più completo scheletro di Neanderthal mai scoperto e uno fra i più antichi, risalente a circa 150mila anni fa.

Rinvenuto nel 1993 in Puglia, nelle profondità della grotta carsica di Lamalunga in Alta Murgia, è tuttora imprigionato nella roccia a diversi metri di profondità, coperto di incrostazioni calcaree che ne rendono difficile l’osservazione. L’eccezionale reperto, testimonianza di un uomo preistorico precipitato in un pozzo naturale dove morì di stenti, è di fondamentale importanza per i ricercatori. È stato oggetto di un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR) e autorizzato dalla competente Soprintendenza Archeologica, che ha permesso una serie di indagini scientifiche condotte negli ultimi anni (2017-2020), i cui risultati iniziano ora a essere pubblicati su riviste internazionali.

Dettaglio della dentatura

Lo studio appena pubblicato su PLOS ONE si è occupato dei denti del Neanderthal di Altamura e del suo "apparato di masticazione" (mascella e mandibola). Lo hanno realizzato insieme l’Università di Firenze, la Sapienza Università di Roma e l’Università di Pisa [“In situ observations on the dentition and the oral cavity of the Neanderthal skeleton from Altamura (Italy)” https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0241713]. I responsabili delle unità operative – che hanno operato in condizioni molto difficili - sono stati Jacopo Moggi Cecchi, antropologo dell’Ateneo fiorentino, Damiano Marchi (Università di Pisa) e Giorgio Manzi (Sapienza Università di Roma), che è anche il coordinatore del progetto complessivo del MUR.

Il gruppo di ricerca ha condotto una serie di osservazioni e rilevamenti sul posto, calandosi all’interno della grotta. “Grazie all’ausilio di sonde videoscopiche ad alta risoluzione (che dobbiamo alla collaborazione della Olympus Europa) – spiega Jacopo Moggi Cecchi - siamo riusciti a osservare le caratteristiche della dentatura e delle ossa mascellari, ottenendo nuove informazioni sull’età e lo stato di salute e confermando la presenza di caratteri tipici dei Neanderthal”.

“La presenza del terzo molare (il "dente del giudizio") e il grado di usura masticatoria indicano un individuo adulto, piuttosto avanti negli anni, ma non anziano. L'uomo doveva aver avuto qualche problema di salute; è stata infatti osservata la perdita di due denti prima della morte: uno lo aveva perso da diversi anni, l'altro in tempi successivi – aggiunge Giorgio Manzi -. È una delle rare volte nelle quali si osservano queste circostanze in un Neanderthal, visto che nella preistoria antica l’incidenza di problemi dentari era molto bassa”.

“Abbiamo anche effettuato – spiega Damiano Marchi responsabile del gruppo di ricerca dell'Università di Pisa di cui fa parte anche il professor Giovanni Boschian – una radiografia dei denti anteriori, utilizzando per la prima volta a questo scopo un apparecchio a raggi X portatile KaVo NOMAD Pro 2. In questo modo abbiamo così individuato una lesione nell’osso, alla base di un incisivo, che potrebbe essere dovuta a una forte stress non riconducibile all’alimentazione”. Tutto suggerisce insomma che lo stile di vita di quest’uomo del Paleolitico medio fosse già molto complesso.

Nuove acquisizioni su questo straordinario reperto potranno essere raggiunte con la pubblicazione delle altre ricerche in corso. Inoltre, molto di più è atteso con lo studio approfondito del reperto in laboratorio, quando saranno superate le difficili e insolite condizioni nelle quali i ricercatori devono ora operare all’interno della grotta, ossia quando sarà possibile estrarre le ossa di questo formidabile reperto dalle profondità del sistema carsico.

ricerche uomo di altamura
Immagine composta

Riferimenti:

In situ observations on the dentition and oral cavity of the Neanderthal skeleton from Altamura (Italy) – Alessandro Riga, Marco Boggioni, Andrea Papini, Costantino Buzi, Antonio Profico, Fabio Di Vincenzo, Damiano Marchi, Jacopo Moggi-Cecchi, Giorgio Manzi – PLOS ONE, 2020. DOI https://doi.org/10.1371/journal.pone.0241713

 

Foto e testo dalla Sapienza Università di Roma sulle nuove ricerche sull'Uomo di Altamura.


Abu Tbeirah Licia Romano

Il sito archeologico di Abu Tbeirah ai tempi del coronavirus: Licia Romano ci racconta il primo anno lontano dall’Iraq

Il 21 Marzo 2018 presso il Palazzo del Rettorato dell’Università la “Sapienza” di Roma sono stati presentati i risultati della campagna di scavo condotta ad Abu Tbeirah, nell’Iraq meridionale, dalla Missione Archeologica italo-irachena della Sapienza co-diretta dalla dott.ssa Licia Romano e dal professor Franco D’Agostino.

I risultati presentati riguardano la scoperta di un porto risalente al III millennio a.C., MARSA (هرسى) in arabo e MAR.SA in sumerico, che indicava la struttura amministrativa del porto e le attività ad esso annesse.

L’intera équipe della Sapienza ha indagato il sito di Abu Tbeirah, a partire dal 2017, posto vicino all’antica linea di costa del golfo arabico, all’interno di un ambiente paludoso e a ridosso del mare, che ha influenzato fortemente la vita dell’insediamento.

La scoperta del porto ha esteso maggiormente la necessità di svolgere altre indagini e approfondire le dinamiche di vita in quel determinato contesto.

Purtroppo, questo è il primo anno in cui la Missione Archeologica presso Abu Tbeirah non ha condotto la campagna di scavo, per i ben noti motivi che hanno coinvolto il Mondo intero.

Abu Tbeirah Licia Romano
Il porto di Abu Tbeirah, si ringrazia Licia Romano per la foto

Ringraziamo la co-direttrice della Missione, Licia Romano, che ci ha concesso un’intervista in cui ci spiega il contesto indagato e come l’équipe ha vissuto questo primo anno lontano dall’Iraq.

 

 

Quali sono stati i dati che vi hanno fatto comprendere che presso il sito di Abu Tbeirah ci fossero interessanti studi e scoperte da svolgere?

Il sito di Abu Tbeirah, una collina artificiale chiaramente visibile nel pianoro a sud della città di Nasiriyah, era stato individuato e mappato dai colleghi iracheni nel 1970. In seguito, grazie alle informazioni e ai dati raccolti sul sito, sia tramite survey, sia tramite l’analisi delle immagini satellitari, da Abdulameer al-Hamdani ed Elisabeth Stone della Stony Brook University, si è deciso di iniziare le attività di scavo ad Abu Tbeirah. I materiali rinvenuti sulla superficie indicavano che il tell era stato occupato essenzialmente in Epoca Sumerica, durante il III millennio a.C. Inoltre, le satellitari mostravano un denso abitato. A queste considerazioni di ordine scientifico se ne sono aggiunte anche altre di carattere logistico: nel 2012, quando iniziammo gli scavi in Iraq, le condizioni di sicurezza e la facilità di organizzazione e gestione delle attività di ricerca ci hanno fatto preferire uno scavo che fosse vicino alla città di Nasiriyah.

Abu Tbeirah Licia Romano
Edificio E1 ( Ur III-2100 a.C.), si ringrazia Licia Romano per la foto

 

Ci può descrivere com'è vivere una missione archeologica ai nostri giorni in Iraq?

Il nostro lavoro in Iraq è estremamente entusiasmante ma anche faticoso: dalla sveglia alle 4.30 del mattino, allo scavo sotto il sole di settembre (in Iraq si superano i 40°), alle ore passate in laboratorio o al personal computer. Tutto questo sforzo è reso però molto piacevole dalla collaborazione, basata su veri rapporti di stima e di amicizia, che abbiamo instaurato negli anni coi nostri colleghi e collaboratori iracheni. Il contatto così stretto con un mondo bellissimo, seppur molto distante dalla nostra quotidianità, è fonte unica ed eccezionale di arricchimento per tutti noi!

 

Come avete vissuto il primo anno senza scavare in Iraq?

È un anno veramente singolare. Certo, siamo dispiaciuti di non poter scavare ma soprattutto siamo preoccupati per i nostri cari in Iraq. Se la situazione sanitaria ed economica in Italia è ed è stata negli scorsi mesi problematica, possiamo immaginare facilmente quale possa essere stato l’impatto in Iraq. La nostra preoccupazione più grande è il non poter contribuire, come ormai facciamo da quasi un decennio, all’economia delle famiglie dei nostri collaboratori.

Abu Tbeirah Licia Romano
Gioielli rinvenuti in una sepoltura dell'inizio del 2° mill. a.C. Si ringrazia Licia Romano per la foto

Quali sono gli obiettivi e le prospettive future della Missione Archeologica ad Abu Tbeirah, tenendo conto della pandemia che ha fermato e stravolto l'intero mondo?

Speriamo di poter tornare al più presto, teoricamente il prossimo autunno. Continueremo ad indagare le zone abitate del sito ma ci soffermeremo anche sulle indagini paleoambientali. Crediamo infatti che la fine dell’insediamento di Abu Tbeirah sia strettamente connessa a dei cambiamenti climatici e ambientali che caratterizzarono la fine del III millennio a.C. In questo periodo, infatti, è attestato in tutto il Vicino Oriente un periodo di forte siccità. Il sito di Abu Tbeirah si trovava all’interno di una zona paludosa, era attraversato da due canali ed aveva anche un grande bacino artificiale dalle varie funzioni, tra cui di certo anche quella di porto. L’acqua era quindi un elemento fondamentale per la vita e l’economia della città. L’ondata di siccità ha di certo portato ad una riduzione della portata dei canali e ha reso la vita nel sito più difficile. Questi cambiamenti sono visibili grazie agli scavi archeologici e alle ricerche sul paleoambiente effettuati sinora. Comprendere, quindi, come gli abitanti di Abu Tbeirah abbiano tentato di reagire a questi cambiamenti è tra i nostri principali obiettivi. In un’epoca di forti cambiamenti climatici come la nostra, rende il tutto molto interessante!

 

Cosa consiglia ai ragazzi/e che intendono approcciarsi alle realtà del Vicino Oriente Antico?

Ovviamente studiare, studiare, studiare! Ma oltre ad interessarsi alla letteratura archeologica strettamente relativa alle aree del Vicino Oriente, consiglio anche di porre molta attenzione agli approcci archeologici e alle ricerche in altre aree e periodi, concentrandosi soprattutto sulla metodologia più moderna di scavo.

 

Per chiunque volesse approfondire le fasi della ricerca presso il sito di Abu Tbeirah è possibile consultare il volume in lingua inglese “Abu Tbeirah. Excavations I. Area 1 Last Phases and Building A Phase 1”, Sapienza Editrice, a cura di Licia Romano e Franco D’Agostino. Il volume è disponibile sia in cartaceo sia in open-access al link: http://www.editricesapienza.it/node/7845

 

Ringraziamo Licia Romano per questa ntervista e l’intera équipe della Missione Archeologica di Abu Tbeirah per le importanti e ricche scoperte svolte e che svolgeranno nei prossimi anni.

 


Fabrizio Mori un ricordo Lucio Rosa

Fabrizio Mori, un ricordo

Il professor Fabrizio Mori, paletnologo, ha diretto fino al 1996 le missioni di ricerca preistorica nel Sahara libico dell'Università La Sapienza di Roma: un suo ricordo in questo film.

Il film Fabrizio Mori, un ricordo sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, durante la serata di sabato 17 ottobre, a partire dalle ore 21:00, nella sezione #cinemaearcheologia.

Fabrizio Mori, un ricordo

Nazione: Italia

Regia: Lucio Rosa

Consulenza scientifica: Fabrizio Mori

Durata: 14’

Anno: 2010

Produzione: Studio Film TV

Sinossi:

Il professor Fabrizio Mori, paletnologo, ha diretto fino al 1996 le missioni di ricerca preistorica nel Sahara libico dell'Università La Sapienza di Roma. In un arco di tempo che va dai 15000 ai 5000 anni da oggi, la regione del Sahara, pure nell'alternarsi di fasi climatiche violente, vide fiorire civiltà elevatissime, che dettero vita a trasformazioni culturali di decisiva importanza per la nostra specie. Nel corso delle sue ricerche, il professor Mori ha documento e studiato una gran parte di siti di arte rupestre del Tadrart Acacus. Attraverso lo studio delle pitture ha avanzato ipotesi, molte delle quali valide ancora oggi, di scansione cronologica delle opere, il cui inizio Mori colloca a 9000 anni dal presente. Nel mese di luglio 2010 ha lasciato questo mondo per percorrere altri sentieri.

Trailer:

https://youtu.be/sSAteK-TZ1M

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Palaeomovies Film Fest 2019, Trieste

Rassegna Internazionale Cinema Archeologico, Rovereto (TN) 2020

Informazioni regista:

Lucio Rosa, regista, documentarista, giornalista, fotografo, inizia l'attività nel 1965 come libero professionista. Vive e lavora tra Bolzano e Venezia, la sua città natale, ma il lavoro lo svolge anche lungo le "vie del mondo".

Informazioni sulla casa di produzione:

http://www.studiofilmtv.it

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Fabrizio Mori un ricordo Lucio Rosa


La Fornarina raggi X Raffaello Sanzio

Arte e tecnologia: i raggi X sulla Fornarina ci restituiscono “Raffaello da vicino”

Com’è ben noto, gli studiosi dell’arte talvolta si servono degli ausili tecnologici per approfondire la conoscenza di specifiche opere di particolare interesse. L’uso della fluorescenza ha, infatti, più volte consentito la visione di disegni preparatori o addirittura di opere celate al di sotto di quelle in superficie, riportando alla luce elementi altrimenti non visibili.

Talvolta queste tecnologie innovative vengono adoperate per studiare meglio la tecnica pittorica dell’artista, il suo modo sapiente di utilizzare pigmenti, giungendo a notevoli risultati, si è evidenziato anche grazie all'imaging e attraverso lo studio degli elementi chimici sulla tela. È questo il caso della Fornarina” di Raffaello Sanzio, dipinto a olio su tavola, delle dimensioni di 87 x 63 cm., risalente approssimativamente al 1520 e custodito a Roma a Palazzo Barberini. La celeberrima opera ritrae una donna seminuda seduta a mezza figura, dai capelli mori raccolti, con la firma dell’autore posta sul bracciale con su scritto “Raphael Vrbinas”. È stata oggetto di indagini il 28, 29 e 30 gennaio scorsi, dopo mesi di approfondimento e valutazione storico scientifica i risultati sono stati resi pubblici il 21 settembre.

La Fornarina raggi X Raffaello Sanzio
Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1520 circa, olio su tavola, cm 87 x 63: il dipinto è stato oggetto di una scansione macro della fluorescenza dei Raggi X. Foto con la sequenza degli elementi, dall'alto a sinistra è: Calcio, Ferro, Rame, Manganese, immagine al visibile, Oro, Piombo, Mercurio, Stagno.

L’analisi si inserisce nel Progetto MU.S.A. (Multichannel Scanner for Artworks) che ha proceduto alla creazione di uno scanner multicanale che, mediante attività di imaging, ha mappato la distribuzione degli elementi chimici risalendo ai pigmenti adoperati da Raffaello. “Emmebi Diagnostica Artistica” e “Ars Mensurae” hanno collaborato a tal fine con l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), coadiuvati dal CNR ISMN, dal CHNET (Cultural Heritage Network) e da atenei quali La Sapienza e l’Università di Roma 3. Si è, dunque, proceduto ad una scansione macro della fluorescenza dei Raggi X (MA-XRF) che ha permesso di ricostruire il processo esecutivo del dipinto di Raffaello noto come la Fornarina.

Come evidenziato da Paolo Branchini dell’INFN, siamo di fronte ad uno dei migliori esempi di come una tecnologia innovativa ideata originariamente per scopi settoriali (gli studi di fisica fondamentale nel realizzare rilevatori di particelle) venga poi applicata ad altri ambiti di ricerca, contribuendo all’analisi approfondita dei beni culturali e alla loro migliore conservazione.

Chiara Merucci, delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini (sede dell’opera nella Galleria Nazionale d’Arte Antica), ha enfatizzato il contributo conoscitivo apportato dalla scansione macro XRF. La strumentazione si rivela altresì utile per dipinti di grandi dimensioni. È stato così possibile individuare l’intreccio di pigmenti e forme sapientemente distribuiti per dare tridimensionalità all’immagine.

La rilevata distribuzione di ferro e piombo corroborano la tesi della stesura di una base chiaroscurata com’era solito fare all’epoca, mentre la presenza del mercurio (indice dell’uso del cinabro) mostra una revisione del fondo, già scovata nel 1983 tramite radiografie, che ha mutato l’assetto chiaroscurale del soggetto ritratto. In tal modo, la visione della ripartizione di rame, ferro, calcio e manganese ha rivelato la complessità del fondo di vegetazione, fornendone un’insolita visione: mentre le foglie più grandi sono esito di stesure di ferro, o ferro e manganese, i rami invece sono stati realizzati con del verde di rame e nero d’ossa.

È stata poi effettuata una comparazione tra le indagini del 1983, quelle del 2001 e quelle odierne nell’intervento di Claudio Seccaroni di Enea. In virtù delle diverse tecnologie adoperate, con i vantaggi e i limiti che ciascuna comporta, si integrano agli ultimi risultati i contributi apportati dall’originaria ricerca svolta da La Sapienza e quelli successivi forniti da Enea. Hanno fatto seguito riflessioni più mirate sui materiali dell’opera e sulle potenzialità diagnostiche di ciascuna tecnica analitica.

Per quanto concerne l’integrità del dipinto, con Giovanna Martellotti (CBC Conservazione Beni Culturali Soc. Coop.) è stata descritta l’attività di restauro effettuata nel 2000, diretta da Lorenza Mochi Onori e curata da Cinzia Silvestri e Rosanna Coppola. A tal riguardo Giovanna Martellotti ha comparato i dati dell’osservazione delle varie fasi di restauro con i risultati delle ricerche svolte da Enea, PanArt, Istituto Nazionale di Ottica e R&C scientifica.

Infine, è stato effettuato un excursus sulla storia del dipinto e sulle informazioni certe che abbiamo di esso, quali la menzione della sua presenza nella collezione di Caterina Sforza nel 1595, ed il successivo inserimento tra le opere delle Gallerie Nazionali. A parlarne è Alessandro Cosma delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini, illustrando le incertezze che permangono sull’opera: il suo significato, la destinazione d’origine e i tempi di realizzazione, probabilmente ben più lunghi di quanto sinora supposto.

A ciò si aggiunge il mistero dell’identità della Fornarina, associata alla donna amata dal pittore e solo nell’Ottocento identificata con Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere da cui trae il nome. Permangono, quindi, dei dubbi sull’opera che hanno a lungo diviso la critica e che sembrano destinati a rimanere tali.

Raffaello Sanzio La Fornarina
Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1520 circa, olio su tavola, cm 87 x 63. The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1]. Immagine in pubblico dominio

È prevista la pubblicazione degli atti della giornata (21 settembre) e alla scansione macro della fluorescenza dei Raggi X della Fornarina di Raffaello Sanzio, grazie al finanziamento della Regione Lazio.


analisi biomolecolare arrivo Longobardi

L’arrivo dei Longobardi in Italia: un’analisi biomolecolare

L’arrivo dei Longobardi in Italia: un’analisi biomolecolare

Un nuovo studio coordinato dal Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia della Sapienza, in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Parma e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha ricostruito le dinamiche con cui i Longobardi arrivarono nella nostra penisola dopo la caduta dell’Impero Romano e si stanziarono sul territorio. I risultati del lavoro, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, sono stati ottenuti attraverso analisi biomolecolari su denti e ossa di individui rinvenuti nella necropoli longobarda di Povegliano Veronese (VR)

analisi biomolecolare arrivo Longobardi
Il sito di Povegliano Veronese, lungo la Via Postumia, utilizzata dai Longobardi nel loro ingresso verso la penisola. Nel grafico sono indicate le firme isotopiche dello stronzio; la fascia grigia corrisponde al range di stronzio “locale”.

La grande marcia dei Longobardi nella nostra penisola comincia nel 568 d.C., quando i guerrieri dalle lunghe barbe cominciarono a premere imponentemente alle porte delle Alpi alla conquista di nuove terre.

Seguendo l’antica via Postumia, fondarono una serie di insediamenti, tra i quali Povegliano Veronese (VR), la cui area sepolcrale è stata oggetto di numerose indagini durante gli scavi archeologici condotti fra gli anni ’80 e ’90.

Oggi, un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports, risultato di una missione coordinata da Mary Anne Tafuri del Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia della Sapienza, ha ricostruito le dinamiche con cui i Longobardi arrivarono nella nostra penisola dopo la caduta dell’Impero Romano e si stanziarono sul territorio.

Il lavoro, svolto in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Parma e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si è basato su analisi biomolecolari effettuate sui fossili di alcuni individui rinvenuti nella necropoli longobarda di Povegliano Veronese, con l’obiettivo di indagare la mobilità della popolazione germanica e gli aspetti socioculturali che ne sono conseguiti. Nello specifico, Mary Anne Tafuri e il suo team hanno esaminato la concentrazione di stronzio e ossigeno e dei loro isotopi stabili (atomi con numero di massa variabile) all’interno di ossa e denti di un “campione” di 39 individui inumati e 14 animali, selezionati fra i reperti emersi dalla necropoli.

L’ossigeno e lo stronzio, come tutti gli elementi naturali, hanno una distribuzione isotopica ben precisa che può però essere alterata da fattori biochimici e ambientali. L’aspetto interessante è che i valori relativi tali alterazioni risultano caratterizzanti per una determinata area geografica piuttosto che per un’altra.

“Rilevando questi dati biomolecolari - spiega Mary Anne Tafuri - abbiamo potuto evidenziare all’interno del campione una eterogeneità di valori ed effettuare una suddivisione statistica in tre “sotto-popolazioni”, distinte da firme geochimiche differenti: gli autoctoni, ovvero coloro che hanno trascorso a Povegliano Veronese tutta la vita; gli alloctoni, che arrivano nel Veronese nel corso della vita e gli outliers, individui con valori al di fuori della variabilità osservata nei primi due gruppi”.

I ricercatori hanno poi approfondito la provenienza e le dinamiche di mobilità di quella parte di comunità, circa il 26%, che non nacque a Povegliano ma vi migrò nel corso della vita, comparando i dati isotopici di questo gruppo con quelli di individui provenienti da altre necropoli longobarde.

I valori isotopici degli alloctoni di Povegliano sono risultati compatibili con quelli dei Longobardi sepolti nella necropoli ungherese di Szólád, una delle ultime località occupate dai Longobardi prima del loro arrivo in Italia, confermando la ricostruzione effettuata dagli studiosi.

Inoltre, grazie alle datazioni fornite dalle strutture tombali in cui sono rinvenuti gli individui e dagli oggetti di corredo, è stato possibile distinguere tra sepolture ascrivibili alla più antica fase d’uso della necropoli (fine VI – inizio VII secolo d.C.) e a quelle più recenti (prima metà VII – prima metà VIII secolo d.C.), cioè fra individui appartenenti alle prime generazioni di coloni e a quelle successive.

“Abbiamo dimostrato che tutti gli individui alloctoni rinvenuti nell’area sepolcrale di Povegliano Veronese appartenevano alle prime generazioni - aggiunge Mary Anne Tafuri - in quanto accompagnati da un corredo databile alla prima fase d'uso della necropoli, mentre quelli autoctoni, dunque nati e morti a Povegliano, sono caratterizzati da corredi più tardi”.

I risultati dello studio, che combina dati archeologici e isotopici, costituiscono un tassello importante nella ricostruzione delle dinamiche di insediamento e di mobilità dei Longobardi nel loro insieme, ma anche sulle modalità con cui questo popolo di guerrieri si è integrato nel contesto di una civiltà, dando vita a una cultura nuova, capace di coniugare la tradizione germanica con quella classica e romano-cristiana.

Riferimenti:

Strontium and oxygen isotopes as indicators of Longobards mobility in Italy: an investigation at Povegliano Veronese - Guendalina Francisci, Ileana Micarelli, Paola Iacumin, Francesca Castorina, Fabio Di Vincenzo, Martina Di Matteo, Caterina Giostra, Giorgio Manzi & Mary Anne Tafuri - Scientific Reports volume 10, Article number: 11678 (2020) DOI https://doi.org/10.1038/s41598-020-67480-x

 

Testo e immagine dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma sull'analisi biomolecolare relativa all'arrivo dei Longobardi in Italia.


Quando gli elefanti popolavano il Nord Europa

Quando gli elefanti popolavano il Nord Europa 

Il Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza ha partecipato al ritrovamento di uno scheletro quasi completo di elefante preistorico, insieme a strumenti d’osso, schegge di pietra e a numerose impronte nel terreno. I resti, rinvenuti nel sito archeologico di Schöningen in Germania, risalgono a 300.000 anni fa e forniscono un nuovo scenario per il nord Europa del tempo

Schöningen, in Germania, è senz’ombra di dubbio uno dei siti dell’età della pietra più importanti al mondo. In passato ha già fornito importanti informazioni sulla flora, la fauna e sulle specie umane e animali che popolavano la Terra 300.000 anni fa, durante il Pleistocene.

Oggi, una nuova importante scoperta in questo sito permette di ricostruire lo scenario, piuttosto inaspettato, del nord Europa del tempo: un team di ricercatori, guidato dall’italiano Jordi Serangeli e da Nicholas Conard, dell’Università di Tübingen e del Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza, ha ritrovato uno scheletro quasi intero di elefante insieme a resti di strumenti litici utilizzati probabilmente per cibarsene, e, a pochi metri di distanza, delle impronte di un piccolo gruppo di elefanti.

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Raffigurazione artistica di caccia all'elefante a Schöningen. Immagine ©CLARYS20

Lo studio, pubblicato sulla rivista tedesca Archäologie in Deutschland, conferma come quelle terre, nonostante il clima piuttosto simile a quello attuale, fossero abitate al tempo da molti animali selvatici che oggi considereremmo in gran parte esotici, quali cavalli, leoni, tigri dai denti a sciabola e persino grossi elefanti. Infatti, sebbene il sito si trovi nell’Europa centro-settentrionale, i ricercatori hanno escluso che si trattasse di un mammut, ma bensì di un Palaeoloxodon antiquus, un tipo di elefante con le zanne dritte, identificato anche in molti siti in Italia, confermando che la specie non fosse diffusa solo in ambienti caldi, ma anche molto più a nord.

L’elefante rinvenuto a Schöningen morì 300.000 anni fa, probabilmente per cause naturali, sulla sponda di un antico lago che occupava la zona durante il Pleistocene. Le analisi archeozoologiche hanno confermato che si tratta dello scheletro di un elefante anziano, forse di una femmina, alto più di 3 metri e pesante quasi sette tonnellate, con zanne lunghe oltre due metri. L’esemplare antico era più grande di un elefante africano dei nostri giorni.

Flavio Altamura e Jordi Serangeli in una foto di Karl-Heinz Dube

Il fatto che questi animali popolassero l’area, è stato confermato anche dalle decine di impronte fossili ritrovate a circa 100 metri dallo scheletro. “Un branco di elefanti giovani e adulti, deve essere passato di qui - spiega Flavio Altamura della Sapienza, responsabile dell’analisi e dell’interpretazione delle tracce - i pesanti animali camminavano lungo la riva dell’antico lago e le loro zampe sono affondate nel fango e nella torba, lasciando delle depressioni circolari con un diametro massimo di 60 cm. Grazie all’eccezionale stato di conservazione del materiale organico nel sito di Schöningen, abbiamo addirittura rinvenuto nelle impronte alcuni frammenti di legno schiacciati dal peso degli elefanti”.

Immagine 3D di Ivo Verheijen

Lo scheletro dell’elefante, trovato nell’antico lago, era conservato in maniera straordinaria, permettendo agli archeologi di identificare chiaramente entrambe le zanne, la mandibola completa, le vertebre, le costole, tre degli arti e addirittura tutte e cinque le ossa che sorreggono la lingua (le ossa ioidi).

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Elefante Foto di Jans Lehmann

I segni conservati nelle ossa dell’elefante hanno permesso di capire che vari animali carnivori si cibarono della carcassa e che anche l’Homo heidelbergensis, nostro antenato, ne approfittò: 30 schegge di selce e due ossa, di cui una sicuramente di cervo, sono state rinvenute intorno allo scheletro e alcune tra le ossa dell’elefante. I cacciatori del Paleolitico sono intervenuti sulla carcassa, usando le schegge per tagliare carne, grasso e tendini, e probabilmente hanno utilizzato altri strumenti ossei per riaffilare gli strumenti litici.

Il lavoratore specializzato Martin Kursch libera dal sedimento un piede di elefante. Foto di Jordi Serangeli

Lo studio è un importante tassello nella ricostruzione del paesaggio di questa area geografica durante la Preistoria, ma anche delle abitudini dei gruppi umani e animali che la abitavano.

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Elefant 2020. Immagine 3D di Ivo Verheijen

Riferimenti:

Jordi Serangeli, Ivo Verheijen, Bárbara Rodríguez Álvarez, Flavio Altamura, Jens Lehmann and Nicholas J. Conard. Elefanten in Schöningen - Archäologie in Deutschland 2020 / 3, pp. 8-13.

 

Video YouTube pubblicati dal Research Centre Schöningen, Testo e foto sull'elefante di Schöningen dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma


Flavia Venditti riciclo Paleolitico

Il riciclo ai tempi del Paleolitico. Il Tübingen Prize conferito a Flavia Venditti

In un momento in cui i concetti stessi di “sostenibilità”, “riciclo” e “riutilizzo” sono quanto mai attuali e visti come possibili soluzioni ai danni galoppanti recati dall’uomo al pianeta, ecco che una ricerca può aiutarci a comprendere come certi buoni esempi in questo senso, possono derivarci non dai nostri nonni, ma da progenitori ancora più antichi. Parliamo dei nostri antenati del Paleolitico.

Già 400.000 anni fa, infatti, comunità di cacciatori-raccoglitori riciclavano strumenti in pietra non più utilizzati, per ricavarne schegge più piccole da impiegare in altre attività. È quanto riporta la ricerca di Flavia Venditti che le è valso il Tübingen Prize, conferitole il 6 febbraio scorso.

Lo studio è intitolato “The recycling phenomenon during the Lower Paleolithic: the case study of Qesem Cave (Israel)” ed è il frutto degli esperimenti condotti dalla dottoressa all’interno del Laboratory of Technological and Functional Analyses of Prehistoric Artefacts del Dipartimento di Scienze delle Antichità della Sapienza di Roma. Tutor del dottorato di ricerca e insieme, direttrice del laboratorio è la professoressa Cristina Lemorini.

Le prove microscopiche e chimiche eseguite sugli artefatti del sito di Qesem hanno evidenziato tracce riconducibili a diverse fasi dei processi di lavorazione di piante, tuberi e carcasse animali: dalla macellazione, alla manipolazione di ossa e pelli. Da grandi strumenti in pietra quindi, gli abitanti del sito recuperavano poi schegge più piccole, più affilate, destinate ad impieghi diversificati e specifici.

Lo studio inoltre evidenzia come la distribuzione degli oggetti nella grotta provi una organizzazione degli spazi in funzione delle diverse attività condotte al suo interno.

Il risultato ultimo è la consapevolezza di come alcuni tra i nostri più antichi progenitori si impegnassero profondamente in azioni mirate al riutilizzo delle risorse a loro disposizione. Se tale prova apre la porta a nuovi studi in materia da un lato, dall’altro ci fa riflettere su come un uso circolare e responsabile di quanto offra il pianeta, possa esserci suggerito da chi, quello stesso pianeta, lo ha abitato centinaia di migliaia di anni fa.

Flavia Venditti riciclo Paleolitico
Flavia Venditti. Per la foto si ringrazia l'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

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Università La Sapienza a Roma: eventi dal 9 al 14 Dicembre

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Per la settimana prossima, si segnalano i seguenti eventi di carattere culturale presso l’Università La Sapienza a Roma (ove non indicato diversamente). Ai link relativi a ciascun evento è possibile approfondire.

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