Emergono colonne di marmo dal letto del Tevere ad Ostia antica

Emergono colonne di marmo dal letto del Tevere ad Ostia antica

"Non poteva essere più fortunato il battesimo del nuovo servizio di tutela archeologica subacquea del Parco di Ostia antica." Queste le parole del direttore del Parco archeologico di Ostia antica, Alessandr0 D'Alessio.

Alessandro D'Alessio, Direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Infatti, durante la prima campagna subacquea della dottoressa Alessandra Ghelli, neo responsabile del Servizio tutela del patrimonio subacqueo, appena istituito dal Parco Archeologico di Ostia antica, congiuntamente al Nucleo dei Carabinieri subacquei di Roma e del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale di Roma, sono state individuate nel fiume Tevere tre grandi fusti di colonne marmoree di più di due metri di diametro e due metri e mezzo di lunghezza. I reperti  si trovavano a cinque metri di profondità, completamente interrate nell'argine del fiume.

colonne marmo Tevere Ostia Antica Parco Archeologico di
Alessandra Ghelli, archeologa e Responsabile del Servizio tutela patrimonio culturale subacqueo del Parco Archeologico di Ostia Antica. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

L'operazione di ricognizione subacquea ha avuto inizio dalla foce del Tevere, risalendo poi il corso della Fossa Traiana, il canale di Fiumicino realizzato dagli architetti imperiali.

I mezzi impiegati. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Difatti, durante l'Impero, Roma rappresentava l'approdo più ambito, dove giungevano navi e merci provenienti da ogni terra affacciata sul Mar Mediterraneo. Parte di queste merci durante il trasporto fluviale poteva essere persa nelle acque, in particolar modo con carichi pesanti come le colonne del Testaccio.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

"Le attività nel mese di maggio si sono concentrate sui fondali della Fossa Traiana ovvero del canale artificiale scavato dall'imperatore Traiano per mettere in collegamento il porto, il suo porto, con il Tevere e che corrisponde all'odierno canale di Fiumicino.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

 

Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Sebbene i fusti di colonna siano di grandi dimensioni, trovarli e individuarli è stato difficoltoso, è stato un lavoro prettamente tattile, soprattutto per il grado di visibilità che sul fondale è pari a zero. Ma l'altra difficoltà è costituita sempre dalla presenza delle correnti, per cui quando si lavora in immersione nel Tevere ci si deve ancorare sul fondale in maniera molto solida e si deve risalire la corrente quasi come fossimo dei granchi". " spiega Alessandra Ghelli.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Difatti, l'elevata densità del limo in questo fiume risulta davvero problematica per l'individuazione dei reperti archeologici, nonostante la profondità massima di dieci metri, la vista degli operatore del Nucleo dei Carabinieri è pari a zero in queste condizioni e l'unica soluzione è il supporto tattile, tastando il fondo nella speranza del recupero dei materiali.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Le colonne sono state fotografate e riprese, secondo la necessità di ottenere una documentazione archeologica, grazie al supporto del Nucleo dei Carabinieri con macchine fotografiche di altissima qualità, in grado di cogliere ciò che ad occhio nudo è invisibile.  Queste sono poi state censite all’interno della Banca dati del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, in modo da conoscerne l'esatta posizione per poter permetterne la tutela al Nucleo dei Carabinieri TPC da furti e reati.

Subacqueo in azione. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Josef Koudelka Radici

Josef Koudelka, Radici: passato e presente al Museo dell'Ara Pacis

Josef Koudelka, Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza

Roma, Museo dell’Ara Pacis

1° febbraio – 29 agosto 2021

 

«Ruins are not the past, they are the future which draws our attention and make us enjoy the present»

«Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente»

Josef Koudelka

Radici Josef Koudelka
Amman, Giordania, 2012. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Se siete a Roma in questo ancora strano periodo estivo avete la possibilità di visitare, fino al 29 agosto, una mostra che si può definire, dando veramente senso a un’espressione nota, unica nel suo genere: Koudelka imprime sulla pellicola fotografica il paesaggio dei siti archeologici più importanti che i territori del Mediterraneo ancora offrono agli occhi dei loro abitanti.

Oggi questo territorio molto ampio ospita contesti e popoli vari e diversi, ma gli scatti di Koudelka, ancora più suggestivi nella scelta del bianco e nero, ci restituiscono uno sguardo su un paesaggio in cui la contemplazione dell’antico raccoglie i pensieri e unisce le lontananze.

Il paesaggio, spesso, non è semplicemente uno sfondo per la vita umana, ma un personaggio vivo, con il quale si instaurano rapporti profondi e duraturi.

Nel paesaggio reale si sovrappongono livelli diversi, legati all’esperienza emotiva, personale di chi lo abita, finché il confine tra l’elemento geografico e quello mentale ed emozionale diventa sfumato e inafferrabile. La riflessione sul paesaggio e sul suo legame con l’esistenza umana è profonda e antica[1] e traspare anche dalle fotografie di Koudelka: non si tratta di una semplice documentazione dei siti archeologici, ma della restituzione di un paesaggio dell’anima che trova nel rapporto tra antico e moderno la sua intensità.

Radici Josef Koudelka
Roma, Italia, 2000. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Uniti dal rapporto con il Mediterraneo, i luoghi testimoniati da Koudelka si snodano come una grande mappa della geografia e dell’anima: non solo l’Italia, ma anche  il Portogallo, la Spagna, la Francia, la Croazia, l’Albania, la Grecia, la Turchia, Cipro (sia il Nord che il Sud), la Siria, il Libano, Israele, la Giordania, l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco.

Il paesaggio di questi luoghi rivela l’influenza delle loro antiche civiltà, dalle quali è stato plasmato, che ha reso parte di sé: le rovine di questo passato si ergono maestose accanto alla modernità, o emergono dal paesaggio naturale, anch’esso in bilico tra la costanza e le trasformazioni.

Chi decida di visitare la mostra è indotto a camminare, letteralmente, tra gli scatti delle rovine, che non compaiono solo sui pannelli posti alle pareti, ma informano anche dei particolari blocchi orizzontali – su cui avrete l’accortezza di non sedervi – che abitano fisicamente le varie stanze in cui si articola il percorso espositivo.

Se il viaggio è talvolta - e non solo in questi tempi non ancora tornati a una tranquilla normalità - una possibilità più sognata che realizzata, camminare lungo questo percorso vuol dire davvero immergersi, almeno un po' in quel sogno.

Giungere alle radici, insomma, che sono quelle di un territorio vasto, di popoli diversi e di un passato che vive e dialoga con e dentro di noi.

 

Dal sito del Museo dell’Ara Pacis:

«Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.»

 

 

[1] Basti pensare che è stato il tema scelto dall’ultimo Convegno Properziano organizzato dall’Accademia Properziana del Subasio (27-29 maggio 2021)

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Recuperate anfore dai fondali del mare di Favignana, località Bue Marino

Località Bue Marino: i Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano importanti anfore dai fondali del mare di Favignana

I Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Palermo - in un’attività congiunta con la Soprintendenza del Mare, con l’ausilio dell’Arma territoriale, del Nucleo Subacquei di Messina e grazie anche all’intervento dell’equipaggio della MV CC 811 “Pignatelli” e del Battello Pneumatico CC 405 del distaccamento navale di Favignana (TP) - hanno recuperato, a largo delle acque antistanti la Località Bue Marino dell'isola di Favignana (TP), tre anfore fittili italiche del IV secolo a. C. e un’anfora fittile punica del III secolo a. C., verosimilmente appartenenti a un relitto naufragato.

L'intervento è stato sviluppato dalle unità subacquee dell'Arma e della Soprintendenza del Mare che hanno scandagliato il fondale, individuando le importanti anfore, sulla scorta delle indicazioni fornite dagli archeologi dell’Ente regionale e dai Carabinieri del Nucleo TPC di Palermo. A conclusione delle operazioni, gli antichi manufatti sono stati consegnati ai funzionari della Soprintendenza del Mare.

anfore fittili Bue Marino Favignana
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano importanti anfore dai fondali del mare di Favignana, in Località Bue Marino

La località del ritrovamento, ritenuta di rilevante importanza, è al vaglio degli archeologi per le relative valutazioni scientifiche poiché da un successivo studio dei materiali recuperati potranno essere acquisiti importanti indizi circa le rotte di navigazione per il collegamento lungo la costa tra le varie città mediterranee, in un periodo storico di fondamentale importanza per gli scambi commerciali.

L'attività rientra nell'ambito di una più vasta azione di prevenzione dei siti archeologici marini che i Carabinieri TPC, in sinergia con i Comandi dell’Arma della linea territoriale e in collaborazione con la Soprintendenza del Mare, conducono sistematicamente a difesa dell'importante patrimonio culturale siciliano.

I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano importanti anfore dai fondali del mare di Favignana, in Località Bue Marino

Testo, video e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


olivicoltura Bitonto foto Onofrio Pinto

Olivicoltura, produzione e commercio dell’olio a Bitonto nel XV secolo

Olivicoltura, produzione e commercio dell'olio a Bitonto nel XV secolo

olivicoltura Bitonto
Bari-Santo Spirito, Torre di Ricchizzi. Foto Onofrio Pinto

Possiamo tranquillamente affermare che la storia della città di Bitonto da sempre sia stata legata all’olivicoltura: già in epoca classica si riscontrano delle monete battute dalla zecca cittadina con la rappresentazione di una civetta e di un ramoscello di olivo, entrambi simboli collegabili a Minerva, dea venerata dalle antiche popolazioni bitontine. L’albero dell’olivo è presente anche nello stemma cittadino, almeno dalla seconda metà del XIII secolo. Su una lapide, sotto allo stemma, è inciso anche l’esametro: AD PACEM PROMPTUM DESIGNAT OLIVA BOTONTUM (l’olivo designa Bitonto pronta alla pace), riferimento al carattere pacifico degli abitanti di tale centro. L’olivo caro e sacro a Minerva, l’olivo simbolo della pace, certamente; ma questi elementi sono anche rappresentativi dell’importanza e della diffusione di tale coltura nel territorio bitontino sin dall’Antichità e di come l’olio abbia svolto un ruolo fondamentale nell’economia e nello sviluppo di Bitonto. Non bisogna dimenticare che, almeno dall’epoca angioina, ovvero da quando disponiamo dei dati di natura fiscale grazie alle cedole di tassazione, Bitonto era uno dei centri di maggiori dimensioni, demografiche ma anche economiche, della Terra di Bari, ma anche del Regno di Napoli, assieme a Barletta, Trani e Bari.

Nel corso del periodo basso-medievale Bitonto fu una delle capitali dell’olivicoltura e della produzione dell’olio in Puglia e forse anche nel Mezzogiorno. L’olio bitontino era particolarmente rinomato e godeva dell’apprezzamento sia nel mercato interno che in quello estero, trovando diffusione grazie ai commerci praticamente in tutto il bacino del Mediterraneo orientale. Piuttosto interessante dal punto di vista storico ed economico è la situazione nel corso del XV secolo, ai prodromi dell’età moderna, per la quale mancano degli studi specifici. Alcuni riferimenti alla produzione e al commercio dell’olio in questo frangente storico sono contenuti nel lavoro di Francesco Carabellese nel primo volume de La Puglia nel XV secolo ove pubblicò ampli stralci dei protocolli del notaio Pascarello de Tauris. Proprio le fonti notarili sono ricche di informazioni molto significative, in particolare gli atti di Angelo Benedetto di Bitritto, altro notaio attivo a Bitonto nella seconda metà del Quattrocento. Si tratta di documentazione quasi del tutto inedita che apporta un contributo innovativo allo studio dell’olivicoltura e dell’olio a Bitonto.

L’analisi dei documenti, oltre a numerose informazioni di natura qualitativa, ha consentito anche la rilevazione di dati di natura quantitativa come, ad esempio, il prezzo di un albero di olivo o di una vigna di oliveto, il canone di locazione pagato, la durata dei contratti agrari, la retribuzione dei lavoratori impegnati nella raccolta delle olive e nel ciclo di produzione dell’olio, il prezzo e le quantità dell’olio trattate sul mercato. Molto efficace laddove è stato possibile, è risultata la comparazione con altri importanti centri oleari della Terra di Bari, come Giovinazzo, Molfetta o Monopoli, oppure del Salento, come Ostuni e Gallipoli.

All’inizio del Quattrocento, superate definitivamente le avversità della metà del secolo precedente, l’olivicoltura anche in relazione con la forte richiesta di olio da parte dell’industria tessile settentrionale, riprese vigore e accrebbe il suo grado di specializzazione in particolare nel quadrilatero compreso tra Bisceglie, Terlizzi, Bitonto e Bari tornando a rappresentare la principale fonte di reddito; le estensioni di oliveti caratterizzavano oramai il paesaggio agrario pugliese, come emerge da resoconti di mercanti e pellegrini di passaggio. La maggior parte degli oliveti attestati nel territorio di Bitonto era a nord e nord-est (in direzione dello sbocco a mare di Santo Spirito e di Giovinazzo), nonché ad est (lungo il confine con Bari e Modugno) della città, sebbene non manca qualche testimonianza anche sul versante murgiano. Per la seconda parte del XV secolo vi sono oltre un centinaio di menzioni di oliveti negli atti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto che abbracciano un arco temporale che va dal 1458 al 1486, sebbene la copertura non sia sempre continuativa per tutti gli anni del periodo. Gli oliveti erano gestiti dai conduttori in forma di mezzadria, con divisione del prodotto tra proprietario e mezzadro in parti variabili, oppure in locazione con il pagamento di un canone annuo medio di circa 20 tarì. Entrambi i contratti, mezzadria e locazione, in genere avevano durata di medio termine, con maggiore preferenza per i 5 anni. Si riscontrano anche esempi di pratica enfiteutica, soprattutto con la concessione da parte di Enti religiosi o di singoli chierici. Gli oliveti godevano anche di un discreto interesse sul mercato immobiliare: una pianta di olivo aveva un costo di 5 tarì nel 1462, mentre dieci anni più tardi tale valore era sceso a 3 tarì, grosso modo in linea con quelli fatti registrare in altre località olivicole. L’olivicoltura aveva carattere estensivo, essendo le piante piuttosto distanziate una dall’altra, e tali spazi venivano utilizzati dai contadini per colture di tipo seminativo o leguminose.

La raccolta delle olive avveniva a cavallo tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, con avvio tradizionalmente nel mese di novembre. A Giovinazzo, altro importante centro olivicolo non molto distante da Bitonto, nel 1415 gli Statuti dell’Università autorizzavano i cittadini a raccogliere le olive dal primo novembre di ciascun anno. Dai documenti notarili si apprende come nella raccolta fossero sovente impiegate donne e bambini, manodopera stagionale, la cui retribuzione era molto contenuta: due ragazzini per tutta la stagione olivicola (3-4 mesi) percepivano una paga di appena 12 grana: 6 grana a testa, quando un tomolo di frumento, circa 15 chilogrammi, aveva un prezzo oscillante tra i 15 e 20 grana. Nel corso del XIII secolo, nelle campagne tra Bitonto e Giovinazzo, caratterizzate da sempre più intensa olivicoltura, ebbero maggiore importanza e visibilità le masserie olivicole che erano dotate di ambienti e strutture per la molitura delle olive e la produzione dell’olio (trappeti). I frantoi in Terra di Bari erano ubicati in aperta campagna, negli stessi luoghi di raccolta delle olive. Molto spesso erano collocati nelle cripte delle cave presenti nelle lame (frantoi ipogei), ambienti dove le temperature erano più adatte a garantire una migliore riuscita delle pratiche di oleificazione. La scelta dei contadini di ricavare i trappeti in ambienti ipogei era dettata sia da motivi di carattere economico che di tipo climatico. Dai documenti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto nel periodo in esame sono ricordati una ventina di frantoi, alcuni erano ubicati all’interno delle mura cittadine e talvolta finivano anche per dare il nome ai quartieri. Essi appartenevano ad Enti religiosi (la mensa vescovile, l’abbazia di San Leone, il convento di San Francesco), ecclesiastici o privati, tra i quali emergono diversi notai e alcune famiglie impegnate nel commercio dell’olio come i Bove, i Rogadeo e gli Scaraggi, tutte proprietarie di frantoi ancora oggi esistenti sebbene allo stato di ruderi.

Una volta prodotto l’olio dalla frangitura delle olive in frantoio esso veniva conservato in botti o barili di legno. A Bitonto nella seconda metà del Quattrocento sono documentati due magistri buctarii. Dalle botti l’olio veniva travasato in vasi di ceramica grandi (vegetes) o piccoli (vegeticule) per evitare il contatto con la feccia. L’utilizzo del materiale ceramico, almeno per Gallipoli, più essere ascritto al XV secolo, mentre in precedenza i vasi oleari erano in rame. Nel medesimo periodo cominciò a decollare l’impiego dell’olio a scopo alimentare, soprattutto a seguito del maggior consumo di ortaggi e verdure, crude o cotte, spesso condite con olio di oliva. Largo uso se ne ebbe nel Mezzogiorno, dove i ceti meno abbienti ebbero l’epiteto di “mangiafoglia” per il gran consumo di verdura. Sul consumo dell’olive abbiamo qualche cenno nella normativa fiscale del 1475, nella quasi si menzionano le olive per ponere in acqua et per salare, due modalità ancora oggi utilizzate per la preparazione e la conservazione.

La copertina del saggio di Vito Ricci, Olivicoltura a Bitonto nel XV secolo. Terre, uomini, produzioni, con prefazione di Gabriella Piccinni, pubblicato da SECOP Edizioni (2020)

Nel corso del XV secolo Bitonto era uno tra i maggiori centri commerciali pugliesi da qui l’olio prendeva la direzione verso il mare Adriatico: nel porto di Santo Spirito (la marina della stessa Bitonto), oppure a Giovinazzo o a Trani, dove avevano sede le filiali dei mercanti veneti tra i principali acquirenti dell’olio pugliese, prodotto utilizzato nell’industria tessile settentrionale, per la produzione del sapone o per essere esportato nell’Europa settentrionale. Sono documentati anche mercanti fiorentini (Strozzi, Medici) in rapporti d’affari con la famiglia bitontina degli Scaraggi. Persino la duchessa di Milano, Isabella d’Aragona, nel 1514 acquistava, per il tramite del suo procuratore Francesco Planelli, un grosso quantitativo di olio, per il valore di 300 ducati, da alcuni produttori di Bitonto. Tra il 1457 e il 1487 il prezzo di uno staio di olio si mantenne mediamente intorno ai 3 tarì, mostrando una lieve riduzione verso la fine del periodo in esame, quando costava circa 2 tarì e un quarto. Nei documenti si riscontrano almeno tre tipologie distinte di prodotto: il bono oleo claro puro et zalino (giallino, giallastro), quello di qualità più pregiata, l’oleo claro et zalino e l’oleo musto (olio non filtrato di colore torbido opalescente).

Dal Libro Rosso di Bitonto si desumono molte notizie relative alla normativa fiscale alla quale era assoggettato l’olio, il cui commercio cominciò ad essere regolamentato dalla monarchia angioina a partire dalla fine del Duecento. La principale forma di tassazione era costituita dalla decima olei. Le norme fiscali sottolineano l’importanza dell’olivicoltura con numerose forme di tutela degli alberi: prevedendo pene severe per chi danneggiava le piante, nel Seicento è documentata la berlina, e sanzioni pecuniarie elevate.

Una buona disponibilità di olio di oliva consentiva il tuo utilizzo per la produzione di sapone, discretamente documentata a Bitonto, sebbene solo su scala locale, certamente non ai livelli di grandi produttrici, ed esportatrici, come Venezia e Ancona. Il sapone che si ricavava a Bitonto era quello di colore nero, di qualità e prezzo inferiore rispetto a quelli flavo e albo che invece si importavano dalla Serenissima.

Vito Ricci, Olivicoltura a Bitonto nel XV secolo. Terre, uomini, produzioni, prefazione di Gabriella Piccinni, SECOP Edizioni, Corato 2020 (ISBN 978-88-94862-74-4), pp. 197, Euro 12,00


Butrint Project

Butrint Project: archeologi all'approdo di Enea; intervista a Enrico Giorgi

Il Butrint Project nasce nel 2015 come esito della cooperazione scientifica italo-albanese all’interno del più ampio accordo di ricerca sull'Antica Caonia avviato nel 2000 tra l'Istituto Archeologico di Tirana e l'Università degli Studi di Bologna. Dal 2017 è una Missione Archeologica sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana.

Il progetto è strutturato secondo diversi temi di ricerca legati allo studio dell’antica città di Butrinto, dalle sue tracce materiali corrispondenti alle diverse fasi di occupazione (circuito murario, necropoli, acropoli) all’analisi sistematica dei reperti mobili, ceramici in particolare, fino alla conduzione di ricognizioni e survey nel territorio contermine all’insediamento. Simultaneamente alle prospezioni e alle indagini archeologiche, sono state condotte importanti campagne di documentazione dei monumenti dell’abitato antico, attraverso l’impiego di Laser Scanner e riprese aeree da drone, contribuendo al monitoraggio dello stato di conservazione dei principali monumenti del Parco Archeologico di Butrinto, a partire dal circuito murario.

L’antica città di Butrinto si trova in Albania (l’antico Epiro). Sorge all’interno di un’area che ha visto la presenza dell’uomo attestata sin dalla Preistoria (almeno dal 50000 a.C.) fino ai giorni nostri, senza soluzione di continuità. Greci, Romani, Bulgari, Bizantini, Epiroti, Veneziani e Ottomani si sono di volta in volta susseguiti in una complessa sequenza di attività che ha fatto di Butrinto un sito unico al mondo, di prima importanza storica e archeologica, incluso dal 1992 nella lista dei Beni Patrimonio dell’Umanità protetti dall’UNESCO.

La prima missione italiana sulle scalinate del teatro appena scoperto. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

L’importanza della città si deve anche all’epopea di Enea, laddove, secondo Virgilio, l’esule troiano vi avrebbe trovato Andromaca, vedova di Ettore e anch’ella superstite alla caduta di Troia. Proprio il legame con l’Eneide e le vicende collegate alla fondazione di Roma hanno costituito, nel 1928, la base ideologica dietro l’avvio della prima missione archeologica italiana a Butrinto (la seconda in Albania, dopo le ricerche avviate a Phoinike nel 1926 sotto la guida di Luigi M. Ugolini). Le ricerche italiane a Butrinto sono proseguite, dopo la morte di Ugolini (1936), fino al 1943, sotto la direzione di Pirro Marconi (1938-1941) e Domenico Mustilli (1941-1943), prima di interrompersi a causa del II Conflitto Mondiale.

Momenti dalla prima missione italiana. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

A 72 anni dalla brusca conclusione delle ricerche scientifiche italiane, il Butrint Project segna un nuovo inizio, partendo idealmente dalle tradizionali ricerche di Ugolini ma rinnovandone il significato secondo una linea di condotta improntata alla cooperazione e alla valorizzazione del sito archeologico come spazio culturale di comunità. 

Abbiamo intervistato Enrico Giorgi, professore di Metodologie della Ricerca Archeologica presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Sezione di Archeologia, dell'Università di Bologna Alma Mater Studiorum.


Butrint Project:
Butrint Project: il teatro, foto di Federica Carbotti

Le ricerche dell'Ateneo di Bologna in Albania hanno compiuto 20 anni nel 2020. Il Butrint Project esiste dal 2015: può essere considerato un "punto di arrivo"?

Nella tradizione virgiliana Butrinto è l’approdo di Enea, la tappa di un viaggio che determinerà il destino di Roma. Più recentemente e in maniera certamente meno letteraria a Butrinto sono giunti anche gli archeologi dell’Ateneo di Bologna e dell’Istituto di Archeologia di Tirana, dopo la ventennale esperienza nella vicina Phoinike, ripercorrendo i passi già compiuti dalla Missione Italiana diretta da Luigi Maria Ugolini negli anni Trenta del Novecento. Dunque, per certi versi, Butrinto può essere considerato un punto d’arrivo. Non certo, però, dal punto di vista della ricerca e di quella archeologica in particolare. Terminata l’indagine stratigrafica inizia la riflessione sui dati, compresi quelli raccolti in passato. È come se lo stesso terreno venisse analizzato con setacci sempre più raffinati, capaci di trovare tesori che, ad esempio, Ugolini non poteva apprezzare.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

 

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

L’attuale ricerca archeologica, potenziata come le altre scienze dagli strumenti digitali e dal dialogo con le altre discipline, è capace di raccogliere e immagazzinare enormi quantità di dati anche in contesti relativamente piccoli, innescando innumerevoli possibilità di analisi. Infine, oggi l’archeologia è più interessata al metodo, a rendere espliciti i meccanismi della ricerca e all’impostazione delle domande piuttosto che al perseguimento incondizionato di approdi definitivi.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2017, foto di Enrico Giorgi

Questo non significa rinunciare a trovare le risposte e abbandonarsi a una sorta di paralizzante relativismo, ma piuttosto coscienza contemporanea della complessità del mondo antico, con il quale instauriamo un dialogo dinamico che rinnova continuamente le nostre curiosità. Mentre leggiamo di Enea, analizziamo le lettere che Cicerone inviava ad Attico nella campagna a sud Butrinto, raccogliamo i resti della vita quotidiana dei pellegrini che frequentavano il Santuario di Asclepio o dei coloni romani che vivevano nella pianura oltre il canale di Vivari, analizziamo i resti dei loro pasti oppure dell’ambiente antico, diamo avvio a un percorso di comprensione che ci fa riflettere anche su noi stessi e innesca nuove domande.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti
Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti

In estrema sintesi una ricerca archeologica può certamente giungere a un punto d’arrivo, ma con la coscienza di avere raggiunto solo un gradino di un percorso ancora lungo e noi a Butrinto siamo, probabilmente ancora sul pianerottolo di partenza. Le nostre domande di ricerca riguardano soprattutto la genesi dell’abitato in età arcaica e il suo sviluppo dopo la conquista romana. Le scoperte fatte sino a ora hanno soprattutto posto nuove domande, ma siamo ancora nella fase iniziale di una ricerca che ci auguriamo lunga ed emozionante.

L'ultima campagna di indagini archeologiche ha risentito delle misure restrittive dovute alla pandemia tutt'ora in corso, portando allo stesso tempo allo sviluppo di "investimenti digitali", come la piattaforma web del progetto. Un "disastro" o un'opportunità? Sono in cantiere (!) altre iniziative?

Risulterà probabilmente noioso ricordare che i momenti di crisi possono trasformarsi in opportunità. Credo però che per l’archeologia questa considerazione sia particolarmente stimolante. Andare sul campo per inseguire l’emozione della scoperta in un contesto di eccezionale bellezza come Butrinto, su un promontorio in mezzo a una laguna davanti a Corfù, ha un’attrattiva irresistibile. Ma spesso questo entusiasmo ci porta a privilegiare la raccolta dei dati trascurando la potenzialità di informazioni che racchiudono e che emergono solo lavorando attentamente in laboratorio e in biblioteca.

Butrint Project: il Lago di Butrinto visto dall’alto, foto di Pierluigi Giorgi

Innanzi tutto, grazie ai colleghi albanesi, non abbiamo rinunciato del tutto all’attività sul campo e una Campagna di scavo a Butrinto è attualmente in corso, anche per non interrompere la manutenzione delle strutture riportate in luce.

Tuttavia, se le restrizioni sanitarie ci hanno in gran parte privato dell’emozione dello scavo, hanno però permesso di destinare molto tempo all’analisi e allo studio, ma anche al confronto. Abbiamo all’improvviso compreso che non c’è necessariamente sempre bisogno di navi e di aerei per avvicinare i ricercatori.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2017 di Enrico Giorgi

Il tempo guadagnato e le piattaforme informatiche hanno incentivato il confronto, seppure in remoto, superando anche grandi distanze con notevoli economie di risorse e con facilità di coinvolgimento per gli interessati. In questo periodo, con l’Ambasciata e le altre Missioni Archeologiche Italiane, abbiamo inaugurato due Webinar di successo dedicati all’Epiro e frequentati anche da molti colleghi albanesi. Abbiamo messo in rete un Sito Web che vuole essere il portale di accesso a tutte le nostre ricerche e alle attività in corso (https://site.unibo.it/butrint/en). Infine abbiamo potuto investire maggiori risorse in analisi di laboratorio indispensabili per ricostruire l’ambiente antico, ossia lo scenario al cui interno si collocano le nostre storie. Il gusto dello scavo talvolta privilegia il mero dato archeologico e ci fa dimenticare che il paesaggio antico è frutto di un’interazione in cui l’uomo gioca un ruolo ma l’altro attore è l’ambiente, che va indagato con metodologie specifiche che richiedono risorse dedicate.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

Soprattutto abbiamo fatto anche quest’anno un’inattesa scoperta archeologica, grazie alla collaborazione con la cattedra di Epigrafia Latina dell’Università di Macerata, riscoprendo reperti che non erano stati coperti dalla terra ma si erano comunque persi negli archivi. Si tratta di decine di calchi di iscrizioni di Butrinto che risalgono indietro nel tempo di circa un secolo, al tempo della prima Missione Italiana di Luigi Ugolini. Questi fragili reperti ci aprono nuove prospettive, quasi di Archeologia dell’Archeologia.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

L’emozione della comunicazione in diretta da parte della collega Simona Antolini è ancora viva e ha innescato una serie di reazioni a catena, a partire dall’indagine a ritroso per comprendere come siano giunti sino ai depositi dell’Università di Macerata. Furono realizzati dall’epigrafista del team, Luigi Morricone, e passarono dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Resta poi da comprendere se la loro lettura, che testimonia uno stato di conservazione migliore di quello degli attuali originali, potrà fornire occasioni per nuove interpretazioni, che ci riserviamo di comunicare appena possibile.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

Tuttavia il dovere di aggiornare gli interessati sugli sviluppi del progetto non deve farci dimenticare che la ricerca scientifica ha bisogno di tempo. Lo stiamo sperimentando in questo frangente per obiettivi ben più importanti. Il nostro lavoro ha certamente un impatto non così determinante sulla società, tuttavia ha il suo peso e richiede tempi che non possono essere immediati.

Sarà cura dei ricercatori impegnati nel progetto e di Simona Antolini fornire una comunicazione preliminare e probabilmente questo avverrà a breve. Potete considerarlo un impegno preso.

 


Possiamo avere alcune anticipazioni sulle finalità della campagna di scavi 2021?

La scoperta dei calchi delle iscrizioni condizionerà sicuramente il programma dei lavori e, per questo, dovremo attendere che i colleghi epigrafisti ci passino di nuovo la palla dopo che avranno completato la loro revisione. Certamente, dato che la maggior parte delle epigrafi si trova nel Teatro all’interno del Santuario di Asclepio, accenderemo un faro su questo interessantissimo complesso architettonico cresciuto in età romana e pieno di fascino anche per il conteso ambientale in cui sorge. L’anno scorso, mentre lo scavo era in corso, assistemmo all’apparizione di un bel serpente che decise di farci visita. Trattandosi dell’animale sacro ad Asclepio, passata la paura, lo prendemmo come un buon presagio che in effetti parrebbe realizzarsi e dunque non resterà che assecondarlo!

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Trattandosi di edifici già riportati in luce in passato dagli archeologi italiani, e considerando la difficoltà di ulteriori approfondimenti dello scavo, perché qui emerge l’acqua del lago, si tratterà soprattutto di Archeologia dell’Architettura e rilievi laser scanner, ossia analisi di ciò che è già fuori dalla terra, al pari di quanto stiamo già facendo per le Mura Ellenistiche.

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Lo Scavo Archeologico sulla cima dell’Acropoli, invece, dovrebbe continuare alla ricerca della storia più antica della città di Enea.

 


L'antica Butrinto è un bene protetto dall'UNESCO e l'Italia ha da poco ratificato la Convenzione di Faro. A riguardo, qual è stato il rapporto tra gli studiosi, la ricerca e la comunità locale? Ritiene che in futuro le attività del Butrint Project possano costituire un'opportunità di sviluppo economico e professionistico per la comunità locale?

Il nostro approdo a Butrinto è avvenuto nel segno della condivisione con i colleghi albanesi, con il personale del Parco e con la comunità locale. Questo è certamente un segno distintivo rispetto ai lavori, pur meritori, della Missione Italiana degli anni Trenta.

Butrint Project
Porta del Leone. Foto di Federica Carbotti

Spero che sarà presto possibile tornare a visitare il Parco di Butrinto per apprezzare il Santuario di Asclepio, le Mura con la Porta Scea e la Porta del Leone, l’Acropoli ma anche la Torre Veneziana e il Castello di Alì Pascia, raggiungendolo oltre il canale di Vivari con la chiatta costruita con i resti della decoville di Ugolini. Ebbene tutti questi monumenti sono stati riportati in luce e dagli archeologi italiani nel secolo scorso. Questo significa che, qualora gli amici albanesi richiedano la nostra collaborazione, la loro conservazione è per noi un impegno che siamo moralmente chiamati a onorare, tanto più alla luce dell’esperienza che il nostro Paese ha maturato in questo campo.

Queste considerazioni hanno ispirato il progetto nel 2015, attraverso l’impiego di metodologie di documentazione e mappatura del degrado innovative, messe a punto dal medesimo team nell’ambito del Piano della Conoscenza di Pompei. Quest’archeologia, che cerca di andare in profondità senza scavare o almeno considerando i rischi della conservazione e del consumo del deposito archeologico, richiama lo spirito della Convenzione di Malta e rappresenta già un primo passo verso l’idea della Public Archaeology. Tale approccio ha consentito anche di attuare un percorso formativo e professionalizzante per alcuni studenti di archeologia dell’Università di Tirana residenti in zona. Non solo, è stato possibile anche coinvolgere alcuni membri del villaggio più vicino nei primi interventi di conservazione e valorizzazione, fornendo loro un’occasione di specializzazione, di guadagno e insieme di conoscenza del nostro lavoro.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

La condizione di Butrinto, però, è una condizione particolare, perché si tratta di un sito noto e già frequentato da centinaia di migliaia di turisti al quale non solo la comunità locale ma l’intero Paese è molto affezionato, in una regione che è tra le più attrattive. Esiste quindi già una sensibilità particolare e condivisa nei confronti dell’archeologia e del suo potenziale. Per un Paese che ha attraversato periodi di difficoltà e di isolamento, anche in tempi recenti, il ricordo di un passato nel quale alcune sue città erano al centro della storia è stato sempre molto attuale. Ci sarebbe molto da aggiungere, magari in altra occasione, sull’uso distorto della storia e dell’archeologia per alimentare la coesione delle comunità e, in tal senso, Butrinto è un caso emblematico per italiani e albanesi. Ma la percezione dell’importanza delle proprie radici storiche non è estranea a questi luoghi.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2019 di Francesco Pizzimenti

Ma Butrinto è anche un Parco archeologico e naturalistico con i suoi confini. La loro tutela ha permesso di salvaguardare l’area dall’indiscriminata espansione edilizia che ha afflitto il resto della costa meridionale dell’Albania, ma ha anche necessariamente posto inevitabili limiti alla vita delle comunità. In questo senso molto c’è ancora da fare perché Butrinto, che è un patrimonio della Nazione e dell’Umanità, lo sia sempre più anche per le comunità locali, non solo per il suo valore in termini di economia del turismo.


faraoni Hyksos

I primi faraoni di origine straniera: gli Hyksos

La civiltà delle terre d’Egitto è antichissima e la sua arte ne è diretta, incantevole conseguenza: una storia lunga più di tre millenni, a partire dal Periodo Predinastico fino all’Impero Romano. Questo sviluppo protratto lungamente nel tempo ha spesso stimolato fantastiche idee di auto-conservazione, per cui la cultura egizia vestita di una regale immutabilità, restasse impermeabile a contatti esterni e chiusa nella fedeltà alla propria tradizione. L’emerito egittologo Sergio Donadoni spesso ripeteva quanto l’Egitto non avesse bisogno di misteri, di arcani costruiti ad hoc perché la sua affascinante unicità è frutto anche di un importante sincretismo culturale. Mentre l’incontro con altre culture antiche ha permesso che l’arte egizia fosse partecipe alla formazione di un linguaggio culturale comune nel bacino del Mediterraneo, così  lo scontro con antiche popolazioni asiatiche ne ha caratterizzato evoluzione e mutamenti.

faraoni Hyksos
Scarabeo col nome di uno dei faraoni Hyksos, Khayan. 1620–1581 a. C. circa, Secondo periodo intermedio. Foto Met Museum in pubblico dominio
faraoni Hyksos
Scarabeo col nome di uno dei faraoni Hyksos, Khayan. 1620–1581 a. C. circa, Secondo periodo intermedio. Foto Met Museum in pubblico dominio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Durante il Secondo Periodo Intermedio, tra il secolo XVII e XVI a.C., antichi popoli nomadi asiatici, gli Hyksos, penetrano nel Basso Egitto stabilendosi nella parte più orientale del Delta del Nilo. Alcuni estratti dall’opera storica di Manetone, sacerdote egiziano vissuto nel III sec. a.C., sono la nostra preziosa fonte: Delta del Nilo le sue parole, tramandate dagli scritti di Giuseppe Flavio, Giulio Africano ed Eusebio, testimoniano come l’apertura oltre le frontiere tradizionali durante il Medio Regno abbia determinato un cambiamento profondo di cui questa prima invasione straniera dell’antico Egitto ne è la prova. Infatti, alcuni registri documentari del XVIII sec. a.C. ricordano una permeabilità culturale radicata: molti uomini di stirpe asiatica venivano impiegati come mano d’opera servile in strutture egiziane e molti mercenari nubiani qui facevano i loro affari. Gli Hyksos, quindi, sono stati un punto di rottura ed un tassello molto importante nell’evoluzione della storia e della cultura egizia.

faraoni Hyksos
Testa di ufficiale asiatico con la caratteristica capigliatura, Avaris. Staatliches Museum Ägyptischer Kunst, Monaco, ÄS 7171. Foto di Khruner, CC BY-SA 3.0

Manetone ci racconta che una certa <<Avaris>> fosse la città principale del regno Hyksos e parecchi millenni dopo, nel XX secolo, sarà l’equipe dell’Istituto Archeologico Austriaco del Cairo ad identificarne il sito, scavando nel Delta presso Quantir a Tell el-Dab’a. Il team austriaco-egiziano analizzò la stratigrafia di questo centro abitato: essa mostrò la presenza di Asiatici sul finire del Medio Regno, grazie anche al ritrovamento di manufatti simili a quelli del Medio Bronzo siriano. Ma la particolarità che colpì ed entusiasmò gli archeologici austriaci fu la successiva distruzione violenta dell’insediamento e il conseguente sviluppo di un nuovo nucleo abitativo, caratterizzato da sepolture domestiche nelle quali erano presenti anche ossa di cavalli. Queste testimonianze materiali fecero supporre che nel Secondo Periodo Intermedio alcune genti asiatiche, quali gli Hyksos, si fossero brutalmente sostituiti ad un gruppo di persone che condividevano la cultura egiziana già prima permeata di elementi asiatici.

faraoni Hyksos
Testa di leone da una fontana. XVIII Dinastia, Avaris. Staatliches Museum Ägyptischer Kunst, Monaco, ÄS 5348. Foto di Einsamer Schütze, CC BY-SA 3.0

Gli Hyksos, affini alle popolazioni cananee, regnarono per più di un secolo nel nord dell’Egitto, organizzando uno Stato con sovrani che mantennero lo stesso cerimoniale dei faraoni. Non sappiamo con precisione fin dove si estese il loro dominio, ma è ipotizzabile non oltre il Sud di Tebe. Furono proprio i principi di Tebe della XVIII dinastia, soprattutto Ahmose, che riconquistarono l’Egitto verso il 1550 a.C., liberando Avaris dagli Hyksos. Sembra che questa nuova attitudine bellicosa del popolo egizio sia stato un lascito dei sovraccitati sovrani stranieri oltre all’introduzione dei cavalli e a quei bellissimi scarabei adornati da particolarissimi motivi geometrici e a spirale, non tipici del gusto egiziano.

Recentemente dall’Università di Bournemouth arriva una novità a sfidare le narrazioni tradizionali sulla storia degli Hyksos: la rivista Plos One pubblicava, lo scorso luglio, uno studio di Christina Stantis che sembra confutare la teoria dell’invasione coatta, a favore di una penetrazione lenta e graduale. La scienziata, studiando i rapporti degli isotopi dello stronzio 87 Sr86 Sr) dello smalto dei denti umani ( n = 75) da Tell el-Dab’a con le impronte degli isotopi ambientali provenienti dall’Egitto, cercava di scoprire l’origine geografica degli abitanti di Avaris. I risultati di tale studio dimostrano che una vasta percentuale di queste tracce provengono da uomini originari da altri luoghi del bacino del Mediterraneo. Sembra, inoltre, che la presenza di questa miscellanea etnica fosse riscontrabile sia prima che durante la dinastia HyksosPer questo La Stantis arriva alla conclusione che gli “invasori stranieri” facessero parte della realtà multiculturale del Nord dell’antico Egitto e che ne divennero protagonisti dopo un lungo e pacifico processo migratorio.

Ad oggi ancora non sappiamo quali furono i loro antenati, se realmente fossero una popolazione semita nomade, e quali furono i rapporti con i faraoni locali.

L’approccio interdisciplinare delle varie scienze archeologiche  aiuterà, in futuro, a delineare la storia degli Hyksos, riuscendo così a svelare l’origine di questi faraoni.

Bibliografia

Alan GardinerLa civiltà egizia, Torino, 1971

Paolo Mathiae, Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale, Torino, 2018

Sergio Donadoni, L’Arte dell’Antico Egitto, Milano, 1994

Stantis C, Kharobi A, Maaranen N, Nowell GM, Bietak M, Prell S, Schutkowski H., Who were the Hyksos? Challenging traditional narratives using strontium isotope (87Sr/86Sr) analysis of human remains from ancient Egypt, PLoS One. 2020 Jul 15;15(7):e0235414. doi: 10.1371/journal.pone.0235414. PMID: 32667937; PMCID: PMC7363063.

 


Scuola Atene archeologia italiana

La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo

Documentario dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita. Un viaggio nell’archeologia italiana in Grecia.

Il film La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di domenica 18 ottobre, a partire dalle 17:30, nella sezione #cinemaearcheologia.

Scuola Atene archeologia italiana

La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo

Nazione: Italia

Regia: Eugenio Farioli Vecchioli

Consulenza scientifica: Luca Peyronel

Durata: 52’

Anno: 2019

Produzione: Rai Cultura

Sinossi:

Documentario dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita. Un viaggio nell’archeologia italiana in Grecia, con il racconto degli scavi antichi e attuali e delle sensazionali scoperte effettuate nell’isola di Creta e di Lemno in oltre un secolo di vita della Scuola: i siti di Festòs e Haghia Triada, la città di Gortina, a Creta, e Poliochni, a Lemno, definita come la “più antica città d’Europa”.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Rai Storia

Informazioni regista:

Eugenio Farioli Vecchioli

Informazioni casa di produzione:

https://www.raicultura.it/

Scheda a cura di: Fabio Fancello


#InviaggiocongliEtruschi: sulle orme dell'antica civiltà italica

#InviaggiocongliEtruschi

Sulle orme dell'antica civiltà italica.
Un accordo tra Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Museo Archeologico Nazionale di Napoli e Museo Civico Archeologico di Bologna.
Sconti in biglietteria per i visitatori dei tre Musei

#InviaggiocongliEtruschi

In questa estate italiana così particolare, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, perseguendo appieno la propria missione, sceglie l’alleanza con i Musei e sigla un accordo che invita a viaggiare attraverso il nostro Paese alla scoperta degli Etruschi, una delle civiltà più affascinanti del mondo antico, un popolo che è parte fondamentale della nostra storia.

#InviaggiocongliEtruschi, è il titolo della campagna che, dal 1 agosto, unirà idealmente lungo la Penisola, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Museo Civico Archeologico di Bologna. Uniti da Bologna a Napoli passando per Romatre città e tre luoghi della cultura affrontano questo momento particolare proponendo un itinerario turistico-culturale che è un viaggio identitario, un invito alla ricerca delle proprie radici.

I Rasna (così gli Etruschi chiamavano se stessi) hanno dominato il vasto territorio compreso tra la pianura padana del Po e le pendici del Vesuvio; le loro fertili terre producevano grano, olio, vino e fichi tanto famosi da attirare - secondo la leggenda - i barbari Galli che giunsero a saccheggiare persino Roma. Signori del Tirreno, i loro porti erano frequentati da commercianti che giungevano da tutto il Mediterraneo con merci esotiche, profumi, stoffe preziose, avori pregiati… La loro abilità artigianale è testimoniata anche da splendidi gioielli in oro, argento, bronzo, ambra e vetro che abbellivano le donne delle grandi famiglie aristocratiche; ancora oggi gli orafi più esperti cercano di riprodurre la raffinata tecnica della granulazione.

Oggi la storia e la cultura di questa affascinante civiltà sono l’occasione per percorrere il nostro Paese all’insegna della cultura e all'arte, partendo dal Museo Civico Archeologico di Bologna, che ospita, fino al 29 novembre, la mostra "Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna" (etruschibologna.it), fermandosi a Roma ad ammirare le collezioni del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il più importante museo etrusco al mondo (museoetru.it), per giungere a Napoli al Museo Archeologico Nazionale che vi accoglierà con l’esposizione "Gli Etruschi e il MANN", una raccolta straordinaria di circa 600 reperti, di cui 200 visibili per la prima volta, acquisiti sul mercato collezionistico dal Museo in varie fasi della sua storia (museoarcheologiconapoli.it). Ad arricchire il percorso espositivo di entrambe le mostre ha contribuito con preziosi ed eccezionali prestiti il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

I visitatori che seguiranno le orme degli Etruschi avranno diritto alla riduzione del costo del biglietto di ingresso, presentando presso la biglietteria il ticket di uno dei tre istituti coinvolti.
Se si visita uno dei tre musei, si ha la possibilità, quindi, di accedere agli altri due con uno sconto sul costo del biglietto
: il costo di ingresso sarà di 10 euro (invece di 14) al Museo Civico di Bologna (qui la promo sarà valida sino al 29 novembre), di 7 euro (in luogo di 10) al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, di 8 euro (e non 10) al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

E durante il soggiorno romano si potrà approfittare dell’offerta culturale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: aperture straordinarie e visite guidate comprese nel costo del bigliettoPer il programma completo consultate il sito www.museoetru.it 

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia


Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Apertura: dal martedì alla domenica
Orari: 9-20 (ultimo ingresso ore 19; chiusura sale espositive alle 19.30)

 

Testo e foto #inviaggioconglietruschi dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

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El Cid Campeador

Cantar de mio Cid, dal poema epico alle tensioni storico culturali

Il Cantar de mio Cid è il primo, cronologicamente, e il migliore dei poemi della produzione epica iberica. Molti degli altri elaborati componimenti sono andati perduti, ma sappiamo di certo grazie alle cronicas storiche che esistettero altri cantari, usati come fonti per la registrazione di eventi storici. Il Cid è una forma di epos biografico, nato a livello embrionale dalle recitazioni orali di giullari e poeti erranti, che narra l'epopea di Don Rodrigo Díaz de Vivar il quale venne ingiustamente accusato di sottrarre i tributi al suo re Alfonso VI e punito con l'esilio.

Cantare del Cid
La copertina del Cantare del Cid, pubblicato da Garzanti i grandi libri, con testo a fronte e introduzione, traduzione e note di Andrea Baldissera

Il Cid (probabilmente il suo nome deriva da un dialetto arabo andaluso che significa “signore”), è un cavaliere atipico animato da due immense forze vitali: l'orgoglio cavalleresco (fedeltà al sovrano) e la pietas cristiana. Non stupiscono queste considerazioni, pochi sono i nobili cavalieri che restano fedeli al proprio sovrano anche dopo accuse ingiuste. Il Cid è un prototipo di eroe completamente diverso da quelli dei cicli francesi, la primitiva forza impulsiva è domata dalla razionalità e dalla fede, il condottiero spagnolo non si lascia prendere dagli impulsi bensì ragiona e medita tutte le sue azioni e scelte.

Cantar de mio Cid
Cantar de mio Cid, f. 1r. Foto in pubblico dominio

 Preferisco soffermarmi sul retroterra storico-culturale del Cantar de mio Cid. Nel 711 gli Arabi guidati dal capo berbero Ṭāriq ibn Ziyād al-Laythī, conosciuto in Spagna come Taric el Tuerto (il Guercio), approdò sulle coste spagnole, dopo aver oltrepassato il breve braccio di mare che in suo onore prese il nome di Gibilterra (Gabal Tariq) e fagocitò in breve tempo il regno dei Visigoti, già indeboliti da conflitti dinastici, con i successi ottenuti sulle sponde del Rio Barbate, dove annientò l'esercito nemico.

 

Cartina degli sbarchi degli Arabi. Immagine opera di Bonas, CC BY-SA 3.0

Una volta assoggettata gran parte della Spagna, gli Arabi iniziarono a chiamare questa terra “Al-Andalus”. Secondo Marco di Branco è erroneo ricercare l'etimologia del nome dell'Andalusia con il nome di Vandalicia (denominazione dei Vandali data alla Spagna Betica) ma in un termine visigotico che definiva la Spagna. Dal gotico ricaviamo l'espressione “landahlauts” traslitterata poi in arabo in Andalus, poi preceduta dall'articolo determinativo al-.

Soltanto una striscia di terra a settentrione della penisola iberica rimase in mano ai cristiani, per tre secoli la Spagna sarà governata dal florido califfato ommayade di Cordova, fino a quando nella prima metà dell'XI secolo venne meno l'unità amministrativa favorendo la nascita di piccole unità territoriali, regni minori chiamati taifas, dal termine arabo che corrisponde a fazioni. Lo smembramento del califfato ommayade getterà le fondamenta per la Reconquista cristiana della Penisola Iberica, processo che si concluse dopo quasi 5 secoli nel 1492.

Cantar de mio Cid
Francisco Pradilla Ortiz, Resa di Granada. Immagine in pubblico dominio

Questo sfaccettato panorama storico, arricchito dalla presenza di forti nuclei di tutte le popolazioni “abramitiche”, ebrei, cristiani, musulmani, porterà alla nascita della fervida cultura iberica.

I gruppi si mescolano o convivono, secondo diversi gradi di tolleranza: dai mozàrabes (cristiani che vivono sotto il dominio musulmano, mantenendo la propria fede) ai mudéjares (al contrario, musulmani che possono sotto un dominio cristiano) sino ai diversi tipi di convertiti (conversos dall'ebraismo o dall'Islam; muladìes, dal cristianesimo all'Islam), che spesso mantenevano occultamente la propria religione (come i marranos ebrei).

Corano andaluso. Foto in pubblico dominio

Quel che mi preme sottolineare, parlando del Cid, è che il poema non cerca di mitizzare o di abbondare con gli stereotipi. I nemici degli spagnoli non sono selvaggi invasori che vengono da terre barbare ma sono visti come dei loro pari, anzi c'è una profonda invidia o solenne rispetto per il nemico musulmano. Il Cid tratta i mori senza enfasi religiosa o non animato da qualche spirito crociato sanguinario, anzi a volte sono gli avversari della stessa religione che incorrono nella sua ira.

Gli arabi, al contrario delle chansons, non sono strumentalizzati per arricchire di elementi pittoreschi la narrazione, essi sono il nemico reale e storico della cultura spagnola del tempo. Molto più interessante è l'antisemitismo del protagonista, gli ebrei sono sempre descritti con i soliti stilemi degli avari, dei viscidi cospiratori e dei bugiardi; e tutto ciò si riscontrerà nelle tensioni storico-politiche che sfoceranno nel 1492 con l'esilio coatto delle popolazioni sefardite e ashkenazite (tribù ebraiche).


olpe chigi protocorinzia

La ceramica protocorinzia e il capolavoro Olpe Chigi

La Grecia del VII secolo a.C., grazie alla ripresa di intensi scambi commerciali, viene permeata da motivi decorativi iconografici, da manufatti e da tecniche di lavorazione che provengono dalle regioni d’Oriente.

La definizione che si utilizza per identificare questo periodo, età orientalizzante, è un po’ ambigua; ciò che invece non lascia spazio a dubbi è che, sia dalle regioni della Anatolia a nord sia dai porti fenici a sud, iniziano a confluire in territorio ellenico grandi calderoni in bronzo caratterizzati da ornamenti raffiguranti animali fantastici (tra i quali sfingi, sirene, gorgoni, centauri che si opporranno agli eroi della mitologia), nuovi strumenti musicali, tessuti pregiati, calzari, profumi, nuove fogge di corazze ed elmi, statuette dal corpo modellato secondo canoni naturalistici che non tengono più conto della riduzione a forme geometriche tipiche del secolo precedente.

Gli influssi orientalizzanti si colgono in tutti i campi artistici: dal passaggio a forme di architettura sacra più esigenti (attraverso la sostituzione del materiale ligneo con l’introduzione di blocchi in pietra squadrata e l’invenzione del tetto in tegole) all’artigianato artistico, negli oggetti in bronzo, in pasta vitrea, in avorio, nelle coppe in oro e argento, realizzati con grande cura nelle botteghe degli orafi. Non è un processo omogeneo: alcune realtà, come Atene e più in generale l’Attica, saranno restie ad assorbire queste nuove mode; altre, invece, come ioni ed eoli, a più stretto contatto con le realtà asiatiche, si lasceranno travolgere dalle novità.

In questo periodo i santuari panellenici di Delfi, Olimpia e Samo attirano l’attenzione dei grandi dinasti orientali che si recano in questi luoghi sacri portando con se ricchi doni. Lo storiografo Erodoto (Storie, I, 14) ricorda i doni votivi al santuario di Delfi da parte di Gige, re di Lidia, e di Mida, re di Frigia: lo testimoniano le evidenze archeologiche. Nello stesso momento si verifica un’intensa diaspora di orientali verso la Grecia, in fuga dalla pressione degli assiri: questo spiega la presenza di parole orientali nella lingua greca, tra cui il termine tyrannos, probabilmente di origine lidia.

A proposito di tiranni, sotto un punto di vista strettamente storico-sociale le figure di questi nuovi personaggi politici si oppongono all’avidità della classe aristocratica e basano il loro consenso, facendo leva sulle vessazioni che le classi sociali inferiori subiscono dai governi aristocratici, e sullo squilibrio tra necessità della popolazione e risorse disponibili. Le più importanti tirannidi del VII secolo a.C. si registrano a Mitilene (Lesbo), a Megara, a Sicione e, soprattutto a Corinto.

Il Canale di Corinto oggi. Foto di Frank van Mierlo

Corinto è una delle città più all’avanguardia dell’epoca; fino alla metà del VII secolo a.C. è governata dai Bacchiadi e, ben presto, la sua importanza in ambito commerciale assume una dimensione “internazionale”, grazie anche ad una posizione geografica privilegiata: le ceramiche, prodotte in quantità industriale dagli artigiani, vengono esportate in tutto il Mediterraneo, sia ad Oriente che ad Occidente, assecondando la vocazione marinara della città.

Nella città dell’Istmo, già a partire dal 720 a.C., le fabbriche dei vasai iniziano ad adoperare la ruota del tornio ceramico, una novità introdotta a Corinto secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio, e ad abbandonare l’uso dei caratteri geometrici, tipici del periodo artistico precedente, facendo uso degli elementi di originalità apportati dall’arte orientale.

Grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici è stato possibile ottenere una seriazione cronologica molto dettagliata dell’evoluzione della ceramica protocorinzia.

Le produzioni artistiche del Protocorinzio Antico, che si sviluppa dal 720 al 690 a.C., prediligono forme di piccole dimensioni, gli aryballoi, boccette quasi sferiche alte non più di 7 cm, sulla cui superficie si impongono prepotentemente figure animali realizzate con una linea di contorno che presenta ancora tratti geometrizzanti. Gli artisti non si lasciano sopraffare dall’impulso narrativo, piuttosto introducono elementi riempitivi a carattere floreale, rosette e spirali di chiara ascendenza orientale.

Il Protocorinzio Medio (690-650 a.C.) inaugura una serie di trasformazioni che riguardano sia la forma sia le decorazioni del vaso. L’aryballos assume una forma più slanciata e, nonostante la costante delle dimensioni ridotte, propone fregi miniaturistici straordinari, dove le figure sono disposte in fregi sovrapposti utilizzando un nuovo repertorio e una nuova tecnica. Gli elementi figurati, che adesso sono ispirati ai personaggi della mitologia, abbandonano completamente i criteri geometrizzanti e lasciano spazio all’estro artistico dei vasai.

In questo breve arco temporale si sperimentano tecniche decorative che ben si adattano alle nuove forme e alle nuove decorazioni presenti sulla superficie dei vasi: alla tecnica a figure nere, molto utilizzata nei decenni successivi, si affiancano la tecnica dell’incisione dei fregi umani ed animalistici (per esaltare i particolari del soggetto raffigurato utilizzando uno strumento metallico a punta sottile) e la tecnica della sovraddipintura (ottima per creare effetti policromi).

Nel Protocorinzio Tardo, il cui sviluppo si data dal 650 al 630 a.C., i pittori iniziano a cimentarsi con forme vascolari di dimensioni maggiori. Non producono solo piccoli aryballoi ma anche brocche di quasi 30 cm, dove sono prediletti fregi animalistici sovrapposti in successione e riempitivi di carattere floreale.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Tutte queste sperimentazioni raggiungono la massima potenzialità espressiva nell’Olpe Chigi.

Rinvenuta in una tomba etrusca a Veio (Etruria), l’olpe, una brocca a bocca rotonda utilizzata nei simposi per versare il vino nelle coppe dei commensali, risale al 640 a.C. circa e riflette il passaggio dal Protocorinzio Medio al Protocorinzio Tardo. Ha un’altezza di 26 cm e si tratta probabilmente di un dono o di un acquisto di un principe etrusco. Oggi questa meraviglia si può ammirare al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

La straordinarietà dell’Olpe Chigi sta nella presenza di fregi figurati complessi che fanno uso della tecnica a figure nere integrata abbondantemente con la policromia. Le scene raffigurate occupano gli spazi principali della brocca, ovvero la spalla nella parte superiore, la pancia in posizione centrale, e la parte sottostante.

Partendo dal basso verso l’alto si possono notare delle scene che, lette in sequenza, raccontano una storia: il programma iconografico rappresenta la successione di attività che un giovane aristocratico doveva sviluppare nel corso della sua vita per diventare un cittadino corinzio a pieno titolo e figurare tra coloro che combattevano in prima linea a difesa della città.

olpe chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Era consuetudine che i rampolli della classe aristocratica delle poleis greche, nel programma di formazione che erano tenuti a seguire, venissero avviati al combattimento fin dalla tenera età: la caccia alla lepre e alla volpe, animali incruenti, rappresentava una buona palestra per esercitare i riflessi. Superata questa fase, i giovani potevano mostrare il loro coraggio affrontando prove più rischiose, come la caccia al leone.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Non tutti riuscivano a sopravvivere, ma scampare alla morte significava poter ambire ad un matrimonio eccellente: è per tale motivo che nel punto di massima espansione del vaso, collocato tra una serie di efebi con doppia cavalcatura, campeggia l’unico episodio tratto dal repertorio mitico, ovvero il giudizio di Paride, da cui avrà luogo l’unione con Elena, la donna più bella del mondo antico.

La scena dello scontro tra opliti potrebbe alludere alla guerra di Troia, sorta proprio a seguito dell’unione tra il giovane troiano e la moglie di Menelao; e l’intento è senz’altro moraleggiante, con una nota di avvertimento in conseguenza di nozze giudicate sbagliate, cioè di un premio ottenuto ingiustamente. Elena era stata, infatti, offerta come contropartita a Paride dalla dea Afrodite per ottenere la vittoria nella contesa tra lei e altre due divinità, Atena ed Era, per stabilire chi fosse la più bella dell’Olimpo.

Questo complesso programma iconografico destinato ai corinzi viene reso con grande perizia dal pittore, che mostra di saper padroneggiare tutte le nuove tecniche della scuola protocorinzia, per rendere in pochi centimetri una serie di particolari molto dettagliati.

 

Olpe Chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Immagine dal libro di Knud Friis Johansen, Les Vases Sicyoniens. Étude archéologique, 2a ed., Paris : Copenhague, Edouard Champion : V. Pio - Povl Branner, 1923, pl. XXXIX. Immagine in pubblico dominio

Bibliografia:

  • Storia dell’arte greca, A. Giuliano, Carocci, Roma 2017.
  • Arte Greca, G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Mondadori, Milano 2013
  • Il mondo dell'arte greca, T. Holscher, Einaudi, Torino 2008
  • Archeologia e stria dell’arte greca: storia della ceramica di età arcaica, classica ed ellenistica, P. E. Arias, Vol. 5, University of Michigan 1963.
  • Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, E. Lippolis – G. Rocco, Mondadori, Milano 2011.
  • L’Olpe Chigi. Storia di un agalma. Atti del Convegno Internazionale, E. Mugione – A. Benincasa, Pandemos, Paestum 2012.
  • Storie, Erodoto, Rizzoli Editore, Bologna 2008.