Mostra Longobardi MAAM Grosseto

Mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”

Mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”

L’area Maremmana è da sempre nota per le sue testimonianze di età etrusca e romana, e la mostra ospitata al MAAM di Grosseto, “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” ci permette di riscoprirne un importante passato altomedievale, quello longobardo, ad oggi ancora poco indagato e valorizzato.

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana

La mostra ospitata al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma (MAAM) di Grosseto, “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, curata da Chiara Valdambrini, Direttore Scientifico, e da Barbara Fiorini, Architetto, nasce con l’intento di narrare la grande epopea longobarda che ha caratterizzato e trasformato la penisola italiana durante i primi secoli altomedievali, focalizzandosi sull’impatto che ebbe sul territorio grossetano.

Si tratta di un progetto rivolto al grande pubblico, per rinnovare e arricchire quanto già noto sulla Tuscia altomedievale, che ha ricevuto anche un notevole apprezzamento degli addetti ai lavori, data la selezione del notevole materiale esposto.

“Due sono stati gli stimoli importanti – hanno spiegano durante l’inaugurazione della mostra la Dott.ssa Chiara Valdambrini e l'Architetto Barbara Fiorini – riprendere in mano dopo anni, in una visione d’insieme, il Ducato di Tuscia (odierna Toscana e alto Lazio) nel periodo longobardo e raccontare la storia dei suoi confini, fino a raggiungere i luoghi a noi più vicini. È proprio tra il 568 e il 774 (durata del regno longobardo) che in tutta Italia avviene il grande cambiamento: un nuovo popolo, una nuova gestione, nuovi equilibri, un percorso intriso di suggestione e domande sul quale plasmare il futuro. Una riorganizzazione generale che ha pian piano scardinato ogni certezza preesistente, verso una nuova era”

Una nuova era, infatti, che ha portato ad una graduale fusione di elementi di origine germano-barbarica e latino-cristiana, proprio come lascia intendere l'allestimento basato sull’idea dell’intreccio. Questo, infatti, se da un lato riflette la progressiva commistione di culture materiali e ideologiche di diversa origine, dall’altra graficamente va a rappresentare proprio uno dei tratti distintivi dello stile animalistico germanico che con i suoi animali nastriformi lo si ritrova a decorare le pareti delle sale e diversi manufatti longobardi esposti.

Le sezioni della mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana

La prima sezione, nella sala d’ingresso, accoglie il visitatore nella “terra di mezzo”. L’incipit dell’Origo gentis Langobardorum, un breve testo risalente al VII secolo che tramanda la storia dei Longobardi, e due mappe introducono alla scoperta di questo popolo, della sua lunghissima migrazione fino alla fondazione di un loro Regnum nella penisola italiana.

In base a quanto riportato nell’Origo e nell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, i Longobardi, nel I secolo d.C., iniziarono la loro migrazione partendo dalla Scandinavia meridionale, seguendo il corso del fiume Elba, arrivarono successivamente al Baltico, proseguirono fino alla Pannonia e al Norico, per poi superare le Alpi Giulie e sopraggiungere così nella penisola italiana nel 568 sotto la guida di re Alboino.

Al contrario di quanto molti pensano, i Longobardi che mossero alla conquista della penisola italiana erano tutt’altro che un gruppo tribale omogeneo, difatti al loro interno, durante la loro migrazione, confluirono contingenti Svevi, Turingi, Gepidi, Sarmati e Sassoni. Alcuni di questi gruppi si stanziarono nella penisola insieme ai componenti del gruppo longobardo più numeroso, per poi fondersi con questo, altri invece come nel caso dei Sassoni optarono per migrare in altri territori.

La gens longobarda risultava organizzata fin dalle prime fasi migratorie in fare, cioè gruppi di persone legate da vincoli familiari, che condividevano le medesime tradizioni culturali e religiose, i cui arimanni (gli uomini liberi aventi il diritto di indossare e usare le armi) furono in grado di contraddistinguersi per le spiccate qualità militari e strategiche che permisero loro di occupare e vigilare sui territori che venivano posti sotto il loro controllo. Furono proprio le fare a conquistare progressivamente tutta la Pianura Padana (l’attuale territorio ligure venne annesso da re Rotari solo nel 643) per poi spingersi sempre più a sud.

Secondo quanto riportato da Paolo Diacono nell'VIII secolo e da Agnello Ravennate nel IX secolo, i Longobardi giunsero in Tuscia intorno al 574. L’occupazione partì dai centri di Chiusi e Lucca che vennero elevati allo stato di ducati. Da queste città l’avanzata proseguì seguendo diverse direttrici. Partendo da Chiusi, posta alla confluenza delle vie Cassia e Amerina, i Longobardi si spinsero verso occidente, in direzione di Arezzo e del Monte Amiata, fino a includere anche Siena e Fiesole. Da Lucca, invece, proseguirono verso Pisa, Pistoia e Volterra, fino al territorio di Populonia, noto per le sue risorse minerarie, e Roselle. Infine a sud, dove si estendeva la prima linea di frontiera bizantina; tra il lago di Bolsena e il mare, venne fondato il Ducato di Spoleto, che arrivò ad estendersi fino a Sovana e Tuscania.

Ma non solo, i Longobardi, oltre alla Tuscia, avanzarono anche in Umbria, Marche e Sannio, arrivando così a fondare un loro Regnum, che alla sua massima estensione, nell’VIII secolo, vedeva l’occupazione dell’intera penisola, ad eccezione dei territori posti sotto il controllo del Papa, le appendici delle attuali Calabria e Puglia, oltre alle isole che rimasero sotto il controllo bizantino.

Il regno longobardo alla sua massima espansione, dopo le conquiste di Astolfo (749-756) - secondo Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di Lidia Capo, Mondadori, Milano 1992, cartina 5. Immagine di Castagna, opera derivativa di InvaderCito , CC BY-SA 3.0

Le terre così assoggettate vennero raggruppate in due grandi aree: la Langobardia Maior, che si estendeva dalle Alpi all'odierna Toscana, e la Langobardia Minor, che includeva il Piceno, buona parte dell'Umbria, la Sabina e quasi tutto il Sud d'Italia.

Dopo questa prima introduzione alla storia della gens longobarda, si passa alla seconda sala, totalmente immersiva e sensoriale, che ha come tema “Goti, Bizantini e Longobardi”, le tre popolazioni che nel corso dell’Alto Medioevo lasciarono diverse tracce della propria presenza sul territorio.

Sezione alquanto interessante che permette di percepire le diverse influenze e tradizioni, che in alcuni casi si ritrovarono a convivere, fondersi e sovrapporsi. Qui la voce di sottofondo del grossetano Fabio Cicaloni, su un evocativo tema musicale, recita l’Atta Unsar, il Padre Nostro in gotico, il cui testo, riportato su una delle pareti della sala, è giunto fino a noi grazie alla traduzione realizzata nel IV secolo dal vescovo ariano Ulfila.

𐌰𐍄𐍄𐌰 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂, 𐌸𐌿 𐌹𐌽 𐌷𐌹𐌼𐌹𐌽𐌰𐌼, 𐍅𐌴𐌹𐌷𐌽𐌰𐌹 𐌽𐌰𐌼𐍉 𐌸𐌴𐌹𐌽,
𐌵𐌹𐌼𐌰𐌹 𐌸𐌹𐌿𐌳𐌹𐌽𐌰𐍃𐍃𐌿𐍃 𐌸𐌴𐌹𐌽𐍃, 𐍅𐌰𐌹𐍂𐌸𐌰𐌹 𐍅𐌹𐌻𐌾𐌰 𐌸𐌴𐌹𐌽𐍃,
𐍃𐍅𐌴 𐌹𐌽 𐌷𐌹𐌼𐌹𐌽𐌰 𐌾𐌰𐌷 𐌰𐌽𐌰 𐌰𐌹𐍂𐌸𐌰𐌹.
𐌷𐌻𐌰𐌹𐍆 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂𐌰𐌽𐌰 𐌸𐌰𐌽𐌰 𐍃𐌹𐌽𐍄𐌴𐌹𐌽𐌰𐌽
𐌲𐌹𐍆 𐌿𐌽𐍃 𐌷𐌹𐌼𐌼𐌰 𐌳𐌰𐌲𐌰,
𐌾𐌰𐌷 𐌰𐍆𐌻𐌴𐍄 𐌿𐌽𐍃 𐌸𐌰𐍄𐌴𐌹 𐍃𐌺𐌿𐌻𐌰𐌽𐍃 𐍃𐌹𐌾𐌰𐌹𐌼𐌰,
𐍃𐍅𐌰𐍃𐍅𐌴 𐌾𐌰𐌷 𐍅𐌴𐌹𐍃 𐌰𐍆𐌻𐌴𐍄𐌰𐌼 𐌸𐌰𐌹𐌼 𐍃𐌺𐌿𐌻𐌰𐌼 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂𐌰𐌹𐌼,
𐌾𐌰𐌷 𐌽𐌹 𐌱𐍂𐌹𐌲𐌲𐌰𐌹𐍃 𐌿𐌽𐍃 𐌹𐌽 𐍆𐍂𐌰𐌹𐍃𐍄𐌿𐌱𐌽𐌾𐌰𐌹,
𐌰𐌺 𐌻𐌰𐌿𐍃𐌴𐌹 𐌿𐌽𐍃 𐌰𐍆 𐌸𐌰𐌼𐌼𐌰 𐌿𐌱𐌹𐌻𐌹𐌽;
𐌿𐌽𐍄𐌴 𐌸𐌴𐌹𐌽𐌰 𐌹𐍃𐍄 𐌸𐌹𐌿𐌳𐌰𐌽𐌲𐌰𐍂𐌳𐌹
𐌾𐌰𐌷 𐌼𐌰𐌷𐍄𐍃 𐌾𐌰𐌷 𐍅𐌿𐌻𐌸𐌿𐍃 𐌹𐌽 𐌰𐌹𐍅𐌹𐌽𐍃.
𐌰𐌼𐌴𐌽

Nella sala si trovano esposte le ricostruzioni di due sepolture femminili con corredo provenienti da Chiusi (Santa Mustiola e Ospedale Pubblico). Entrambi i loro crani presentano una particolare deformazione artificiale che permette di ricollegare i resti a dei personaggi femminili di elevato status sociale di origine germanico-orientale.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Ricostruzione di una delle sepolture femminili con cranio deformato rinvenuta nell’area dell’ex ospedale I Forti a Chiusi, risalente alla seconda metà del VI-inizi VII secolo. Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Sappiamo infatti, che tali modificazioni corporee furono introdotte in Europa solo tra il IV e il V secolo, quando gli Unni, popolazione barbarica di origine asiatica, si insediarono nel bacino dei Carpazi. Gli Unni in realtà furono dei trasmettitori e non gli sviluppatori di questa tradizione, in quanto l’acquisirono durante la loro permanenza nelle terre d’Oriente, per poi diffonderla tra le popolazioni dell’Europa centrale con cui entrarono in contatto nel periodo del loro dominio. Le élite germaniche orientali adottarono pertanto le abitudini degli Unni (tra cui l’intenzionale deformazione cranica), con l’intento di integrarsi nel loro Impero, adattandosi in tal modo ai conquistatori.

Il costume di deformare il cranio, allungadolo, si diffuse pertanto in Europa occidentale fino al VII secolo, con modalità diverse e seguendo diverse direttrici, giungendo anche nelle zone delle Alpi orientali attraverso il popolo dei Goti, stirpe di cui fanno parte i resti dei due individui femminili presenti nella mostra. La loro presenza nel territorio di Chiusi è per altro alquanto significativa, in quanto la copresenza di elementi riconducibili all’ambito goto e alla prima fase d’occupazione longobarda, come dimostrato dai corredi provenienti dalla necropoli dell’Arcisa, mostrano un’interessante continuità insediativa.

Non solo, tra i manufatti esposti in questa sala, si hanno degli elementi simbolo della progressiva fusione dei costumi barbarico-germanici e latino-cristiani. Ne è ad esempio testimonianza il cosiddetto tesoro di Galognano, un corredo eucaristico probabilmente nascosto durante gli anni della guerra greco-gotica (535-553) composto da una serie di sei oggetti in argento databili al VI secolo: quattro calici, una patena ed un cucchiaio. Su alcuni dei calici si ha la presenza dei nomi delle due donatrici, HIMNIGILDA e SIVEGERNA di chiara origine ostrogota.

Ma anche l’anello-sigillo di Faolfus, in prestito dal Museo Nazionale del Bargello di Firenze, proveniente dal colle dell'Arcisa, fonde in sé il concetto dell’anello-sigillo di tradizione romana unito ad un’iconografia e un nome inciso di origine “barbarica”. Sicuramente simbolo di prestigio e di ostentazione di ricchezza, ancora oggi è alquanto acceso il dibattito se questa tipologia di anelli (in ambito italiano se ne sono ritrovati nove) possano essere stati realmente impiegati dai funzionari regi come anelli sigillari per sottoscrivere documenti ufficiali o se fossero un mero simbolo di prestigio politico-sociale. Ci si interroga anche sul soggetto ivi raffigurato, un uomo con ricche vesti, che potrebbe rappresentare lo stesso possessore dell’anello o il sovrano che gli ha delegato il potere.

La medesima commistione di elementi propri della tradizione barbarica e latina la si ritrova anche nella famosa e molto dibattuta lamina di Agilulfo, ricordata anche come lamina di Valdinievole (dal luogo di ritrovamento in provincia di Pistoia), anch’essa presente nella mostra e proveniente dal Museo Nazionale del Bargello di Firenze. Si tratta nello specifico di una lamina in bronzo dorato decorata a sbalzo, rinvenuta nel 1891, e che un tempo doveva decorare un reliquiario o il frontale di un elmo.

Lamina di Agilulfo. Foto di Paolo Monti, disponibile nella biblioteca digitale BEIC e in collaborazione con Fondazione BEIC. L'immagine proviene dal Fondo Paolo Monti, di proprietà BEIC e collocato presso il Civico Archivio Fotografico di Milano, CC BY-SA 4.0

Il manufatto presenta al centro una figura maschile frontale, riccamente vestita, seduta in trono, raffigurata con la mano destra alzata in posizione di adlocutio, tipico degli imperatori romani, mentre con la sinistra stringe il fodero della spada. Alle sue spalle si hanno due guerrieri barbuti, in posizione da parata, con elmo, corazza, scudo e lancia. Ai lati due vittorie alate che recano in una mano dei corni potori o delle cornucopie, mentre nell’altra un labaro con la scritta VICTVRIA (vittoria). Infine si hanno due gruppi di figure disposte simmetricamente. Di questi, i due personaggi in primo piano indicano la figura centrale seduta in trono, mente chi li segue reca tra le mani una corona con un globo sormontato da una croce.

La presenza di un’iscrizione a punzonatura posta ai lati del personaggio centrale

D(omi)NO AGILU(lf) REGI (“Al signore re Agilulfo”)

se originale, permetterebbe di riconoscere in questo il sovrano longobardo Agilulfo (591-616), e nella rappresentazione il momento della sua incoronazione avvenuta nel 591 a Milano. Le corone con globi rappresenterebbero pertanto le corone di sovrano dei Longobardi e dell’Italia bizantina. Si tratta di un’inconsueta commistione di elementi alcuni dei quali si rifanno all’iconografia tardoantica e bizantina (organizzazione della scena e simboli raffigurati) ed altri presentano una forte connotazione barbarica (costume dei personaggi) che nel loro insieme riflettono l'ideologia politica messa in atto dal sovrano longobardo e dalla sua consorte Teodolinda.

Mostra Longobardi MAAM Grosseto
Dalla mostra“Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, sezione dedicata a “Goti, Bizantini, Longobardi”, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

La terza sezione è dedicata nello specifico al Ducato di Tuscia e ad alcuni temi generali sul popolo longobardo. In questa sala si trova la gran parte degli oggetti protagonisti della mostra. Al centro ci sono i reperti provenienti da Roselle, affiancati da quelli del territorio maremmano (Salica, Casette di Mota, Grancia, Talamone, Saturnia, Semproniano, Podere Macereto, San Martino sul Fiora, Pitigliano, Vetricella, Castiglione della Pescaia), alcuni dei quali esposti per la prima volta.

Il quadro poi si completa con i manufatti provenienti dal resto del Ducato: Luni, Fiesole, Lucca (le decorazioni dello scudo di Villa Guinigi), Volterra, Pisa, area senese (Aiano-Torraccia di Chiusi, Sovicille), Arezzo, Chiusi, Pistoia, la Maremma toscana e alto laziale, Chiusa del Belli (Farnese), Bolsena, Perugia e Isola del Giglio e Formiche.

È in questa sezione che emerge più delle altre l’idea della Tuscia quale “terra di mezzo”, posta com’era al limite con i territori ancora in mano bizantina e sottoposta alle influenze di origine latino-cristiane.

Come tipico dell’occupazione longobarda, il controllo territoriale ebbe come epicentro le città e i castra preesistenti, luoghi dove si andarono ad insediare i gastaldi, i funzionari regi che gestivano l’amministrazione del territorio per conto del sovrano, anche attraverso l’impiego di gruppi di arimanni che avevano il compito di controllare le vie di comunicazione e di commercio tramite dei presidi armati.

Dalla mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, sezione dedicata al Ducato di Tuscia, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Sono giunti fino a noi alcune sepolture di prestigio riconducibili proprio a questa aristocrazia guerriera, ne è un esempio la famigerata tomba del “Longobardo d’oro”, rinvenuta nel 1874, nel ripiano dell'Arcisa, durante alcuni scavi clandestini. La storia della scoperta (e il successivo “smistamento” del corredo di eccezionale valore) è alquanto travagliata, ciò che sappiamo è che aveva come copertura un’epigrafe romana di reimpiego, e che al suo interno si erano rinvenuti i resti di un inumato con un ricchissimo corredo funerario databile fra il VI e il VII secolo. Ad oggi tali elementi si trovano conservati al Metropolitan Museum (New York), al Musée des Antiquitatés Nationales de Saint Germain-en-Laye (Parigi) e al Museo Archeologico Nazionale di Chiusi.

Ciò che è stato possibile ricondurre a questo ricco corredo sono diciassette placchette in oro di una cintura a guarnizioni multiple (di cui 2 a New York e 15 a Parigi); quattro placche dell’impugnatura aurea di una spatha (di cui 2 a Parigi e 2 a New York); le guarnizioni auree del fodero di un pugnale (a New York); un bottone d’oro con volto umano inciso (a New York); una fibbia d’oro di cintura (a New York); un set da calzature costituito da due fibbie, due puntalini e due contro-placche (a New York); un anello con pietra intagliata raffigurante tre guerrieri (a New York) e cinque crocette auree (a New York). A tali oggetti se ne devono aggiungere altri, purtroppo andati dispersi, nonché gli unici acquistati dal Museo locale, cioè un umbone di scudo, una spatha, uno scramasax (coltellaccio con la lama ad un solo taglio), due bacini di rame, un vaso di vetro e una fibbia d’argento.

Un’ulteriore tomba di prestigio di età longobarda risalente alla metà del VII secolo è quella del cosiddetto vir magnificus rinvenuta nel 1859 davanti alla chiesa di Santa Giulia, in Piazza del Suffragio, a Lucca. Anche in questo caso diversi oggetti recuperati al momento della scoperta sono purtroppo andati perduti, in particolare quelli in materiale non prezioso come la spatha, la cuspide di lancia, un vaso di vetro, i resti osteologici, sia relativi all’inumato sia quelli di una presunta mandibola di cavallo, che avrebbero potuto fornire importanti informazioni. I reperti giunti fino a noi riguardano cinque crocette in lamina d’oro prive di decorazioni, le guarnizioni auree di una cintura multipla per la sospensione delle armi, i resti metallici di uno scudo da parata, una piccola croce enkopion in oro, un coltello e uno scramasax. Ciò che si è conservato del corredo è esposto al Museo di Villa Guinigi a Lucca.

In prestito alla mostra si ha lo scudo da parata, presenta un umbone centrale con intorno cinque lamine in bronzo dorato a forma di testa equina e al margine della ricostruzione della base lignea, dei motivi decorativi di chiara tradizione paleocristiana, il kantharos tra i pavoni e quello che si presume essere Daniele - raffigurato armato mentre regge un’asta crucigera si cui è posata la colomba dello Spirito Santo - nella fossa dei leoni. L’umbone reca inciso “Domine ad adiuvandum me festina” (“Signore vieni presto in mio aiuto”), un verso che potrebbe testimoniare l’avvenuta conversione del possessore dello scudo alla fede cristiana.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Crocetta in lamina aurea, Chiusi, loc. Il Colle, VII secolo, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Simone Moretti

All’interno della mostra troviamo pertanto accanto ad elementi di chiara origine germanico-barbarica - come ad esempio la splendida fibula femminile a staffa in argento dorato rinvenuta a Chiusi, o i motivi animalistici che decorano le placchette e i puntali delle cinture per la sospensione delle armi -, dei manufatti riconducibili alla moda romano-bizantina, (orecchini a cestello), elementi che si rifanno ad un’ideologia romana tardoantica come l’anello-sigillare e la raffigurazione presente sulla lamina di Agilulfo, o per finire dalla forte valenza cristiana come le guarnizioni dello scudo da parata di Villa Guinigi.

L’ultima sezione, infine, si caratterizza per la presenza di due punti multimediali, uno con il corto-promo della mostra e un video-documentario, con narratrice la scrittrice e divulgatrice Galatea Vaglio, che ripropone lo storytelling di alcuni episodi e personaggi chiave della storia longobarda, l’arrivo di Alboino in Italia, la storia della regina cattolica Teodolinda e la figura di Paolo Diacono, per terminare con le riproduzioni di alcuni capi di abbigliamento longobardi, uno maschile e uno femminile, muniti di accessori, realizzati dall'associazione di Cividale del Friuli La Fara.

 

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Riproduzioni di abiti longobardi, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Cos’altro aggiungere sulla mostra…

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” ha il merito di esporre al suo interno alcuni dei reperti toscani di età longobarda che si contraddistinguono per l'eccezionale valore materiale, culturale, simbolico e propagandistico, noti già da tempo alla comunità scientifica, ma non solo, accanto a questi si ha una pregevole raccolta e selezione di testimonianze archeologiche che permettono di avere un quadro quanto più completo su un periodo storico, quello altomedievale, alquanto rilevante per la storia del territorio.

La Tuscia, che solitamente viene associata alla presenza etrusca e romana, in queste sale presenta al visitatore parte di questo suo importante passato, ancora poco indagato e valorizzato, mostrando anche come la cultura longobarda si andò ad “intrecciare” progressivamente con quella locale, gettando così progressivamente le basi per la piena età medievale.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
La playlist sulla mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” è al seguente link: https://youtu.be/jOwrI7DmDQk?list=PL9hz0jsM-MwkvFnEI-H0s3nX7eBTfaMCN

 

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” si è tenuta a Grosseto, al MAAM – Museo Archeologico e d’arte della Maremma, fino al 6 gennaio 2022.

Sito web del Museo Archeologico e d'Arte della Maremma

Orario

Martedì-Venerdì | 9:00-13:30

Sabato-Domenica e festivi | 10:00-13:00 e 16:00-19:00

Chiuso il lunedì

Info

Tel. 0564 488752

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I Barbari del Nord agli occhi dei Romani

Gli antichi Greci utilizzavano il termine onomatopeico “barbaro” (in greco antico: βάρβαρος, bárbaros), letteralmente "balbuziente", per indicare lo straniero. La sfumatura dispregiativa, “quello che non sa parlare (e pensare)”, presente fin dall’origine, si accentuò ulteriormente dopo lo scontro con i Persiani. Durante l’età ellenistica, quando il mondo greco si dilatò a causa delle conquiste ad opera di Alessandro Magno, arrivando così ad inglobare vasti territori e nazioni panelleniche, i Greci si ritrovarono a dover riconsiderare il Barbaro in una visione cosmopolita e di scoprire aspetti morali e qualità non presi in considerazione fino a quel momento: i Barbari colti, fondatori della filosofia, della religione e dell’arte. Da quel momento infatti, ogni uomo che parlava, leggeva e scriveva in greco entrava legittimamente a far parte del mondo e della cultura greca

I Romani avevano, assistendo alle commedie di Plauto, riso della definizione greca che includeva anch’essi nel concetto di barbaro. Tale termine entrò a far parte del loro vocabolario, e a partire dal sacco di Roma del 387 a.C. ad opera dei Galli Senoni guidati da Brenno, iniziarono a chiamare Barbari, con ben altro significato rispetto a quello originario greco, questi nuovi nemici provenienti dal Nord, così diversi dai popoli italici e mediterranei con cui si erano scontrati fino a quel momento. Per tutto il II secolo a.C. i successori di quei Galli, i Cimbri e i Teutoni, continuarono a rappresentare una temutissima minaccia per i Romani. L’alterità provata nei loro confronti è visibile nelle rappresentazioni figurate (es. fregio di Civitalba, di Talomone) e nei testi letterari, in cui i Romani riproducono, accentuandoli, i caratteri di diversità di questi popoli: i lunghi capelli incolti, la corporatura gigantesca, le armi inusuali, l’uso di calzoni (bracae). Tale alterità insieme al terrore che ne derivava provocarono una reazione alquanto feroce da parte dei Romani. Si ricorda ad esempio il rito di seppellire all’interno del Forum Boarium una coppia di Galli e una di Greci - seppellimento documentato per gli anni 228, 216 e 114 - questi ultimi rei un tempo di essersi alleati con i primi, oppure la pratica dello sterminio, teorizzata come necessaria per la salvezza di Roma e dell’Italia. E ancora, se i Barbari avevano l’inmanis ac barbara consuetudo dei sacrifici umani e delle teste tagliate, Roma reagiva adottando il medesimo costume, come dimostrano alcune scene raffigurate sulla colonna Traiana che mostrano i soldati romani intenti a decapitazioni di massa, o a combattere con le teste mozzate del nemico tenute tra i denti per i capelli, o ad ornare le palizzate dei loro castra di teste mozzate (Figg. 1-3).

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Fig. 1 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con la raffigurazione di due ausiliari intenti a mostrare all’Imperatore le due teste mozzate di importanti capi dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Con la successiva romanizzazione della Gallia e al conseguente graduale mutamento della cultura celtica, i Romani rivalutarono i loro antichi nemici. Cesare e Cicerone arrivarono a considerare i Galli “consanguinei dei Romani”, mentre Timagene (I sec. a.C.) li ricollegò ad una mitica origine troiana, come riprese anche nel IV secolo d.C. lo storico Ammiano Marcellino nel suo Res gestae, dove riportò: “Aiunt quidam paucos post excidium Troiae fugitantes Graecos ubique dispersos loca haec occupasse tunc vacua” (Liber XIV, 1, 9, 5). Dall’altro lato anche le popolazioni di origine gallica iniziarono a fregiarsi di questa fraternitas con i Romani, come paiono testimoniare alcuni panegirici ad opera degli Edui, realizzati durante l’ultima epoca repubblicana e la prima età imperiale, in cui è attestata una tradizione verosimilmente originatasi contestualmente alle prime spedizioni di Roma nell’entroterra gallico, nel momento in cui gli Edui si erano a avvalsi dei successi romani per rovesciare i rapporti di forza con gli avversari Arverni1. Tale tradizione, orgogliosamente coltivata negli ambienti letterari, non priva di deformazioni un po’ tendenziose seppur interessati, enfatizzava più volte il legame di fraternitas con il popolo romano (IV, 21, 2; V, 4, 1; VII, 22, 4; VIII, 2, 4 e 3, 1), arrivando addirittura ad affermare che tale forte legame fosse stato, anche se poco credibilmente, sancito dallo stesso senato che diede agli Edui oltre all’appellativo di fratres, anche quello di consanguinitatis nomen (vd. VIII, 2, 4 e 3, 1), che li faceva distinguere dalle altre nationes galliche.

Fig. 2 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con soldato che combatte tenendo tra i denti la testa decapitata di uno dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Partendo dall’età augustea si assistette pertanto allo slittamento del termine “Barbaro” verso coloro che vivevano al di là del Reno e che fino a quel momento avevano avuto solo contatti sporadici con i Romani, i Germani.

Il primo romano ad attraversare il Reno fu Cesare nel 55 a.C., e a lui si devono le prime e sommarie notizie sui Germani e sulle altre tribù della medesima stirpe, dei quali descrisse i costumi rudi e feroci, tenendoli accuratamente distinti dai Galli, per i quali maturava un diverso e lungimirante progetto politico. Altre informazioni sugli antichi Germani erano raccolte nella perduta opera di Plinio il Vecchio, Bella Germaniae, di cui tuttavia si conservano memorie all’interno della Germania di Tacito2. All’interno di questa, l’autore fu tra i primi ad esaltare il coraggio in battaglia di questi popoli, la semplicità dei loro costumi, l'alto valore che davano all'ospitalità e di cui peraltro ammirava la conseguente sanità morale e austerità dei loro costumi barbari mettendoli in netto contrasto con l'immoralità dilagante e la decadenza dei costumi romani.

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Fig. 3 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, dove si vedono delle teste di Daci impalate nei pressi dell’insediamento romano. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Neanche la sanguinosa battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., che vide le tre legioni comandate da Publio Quintilio Varo annientate da una coalizione di tribù germaniche guidata dal principe cherusco Arminio, servì a sminuire il valore attribuito a questi popoli, anzi le loro abilità di combattenti furono ulteriormente enfatizzate.

Il coraggio e la bellicosità, insieme alla lealtà personale, furono le qualità che resero questi “Barbari del Nord” dei mercenari ideali agli occhi dei Romani; e guardie del corpo barbare, Germani, insieme a Galli e ad Iberi furono ingaggiati da diversi “signori della guerra” di origine romana. Allo stesso modo molti di essi furono impiegati come gladiatori, un uso che li rese popolari, confermandone però la fama di barbari pericolosi. Non solo, con il tempo molti Germani entrarono a far parte delle truppe ausiliarie dell’esercito romano e in alcuni cari arrivarono a rivestire il ruolo di magister militum e di consoli.

Ma come vedevano i Romani questi Barbari? Il loro aspetto ci è noto attraverso l’arte ufficiale romana che si ricollegava ovviamente all’ambito militare e di conseguenza alla guerra.

Fig. 4 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, raffigurante la fine della prima guerra dacica, in cui si hanno i due trofei di guerra, composti da un cumulo di armi tolte al nemico; al di sopra di queste si scorge il palo sul quale era ricostruita un'intera armatura dace. Si possono riconoscere le tipiche corazze loricate, i totem a testa di lupo e gli elmi ogivali tipici dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco.

Conosciamo le diverse politiche di propaganda messe in atto per i trionfi militari dei generali romani sui popoli barbarci. Queste prevedevano che il vincitore si fregiasse del cognomen del popolo vinto (es. Germanico, Britannico, Dacico, Sarmatico, Gotico, etc.) e che si attuassero tutta una serie di celebrazioni e intitolazioni di monumenti figurati (archi, altari, templi, statue, monete), sui quali venivano rappresentati i barbari vinti legati sotto a un trofeo composto delle loro armi, un modo da imprimere nella mente dei sudditi dell’Impero la memoria della potenza di Roma (Fig. 4).

Fig. 5 - La Gemma Augustea di Vienna. Immagine di Gryffindor, CC BY 2.5

I modelli figurativi cui attinsero i Romani in queste loro prime rappresentazioni dei Barbari provenivano dell’arte pergamena che aveva creato, sul tema della vittoria dei Greci contro i Galati (all’epoca dell’invasione dell’Asia avvenuta nel 279 a.C.), i capolavori dei donari dedicati a Pergamo dai re vincitori, Attalo I e Eumene II. I Galli erano stati visti dagli artisti pergameni senza disprezzo, rappresentati in modo fiero e selvaggio, pervasi di nobiltà. Pur discendendo da questa tradizione, derivante dell’idea stoica del rispetto nei confronti del vinto, le rappresentazioni romane mostrano al contrario una caratterizzazione più accentuata della diversità ed una più diretta rappresentazione della superiorità dei Romani. Sono andate perdute le porte eburnee del tempio di Apollo Palatino, raffiguranti la sconfitta dei Galati a Delfi, ma una serie di altri importanti monumenti e manufatti (la lorica dell’Augusto di Prima Porta, la Gemma Augustea di Vienna, il Gran Cammeo di Francia, etc.) (Figg. 5-6) ci trasmettono una certa immagine codificata dei barbari sottomessi, rappresentati con fluenti capelli, barbe incolte, brache, a busto spesso nudo, talvolta recanti il torques al collo, spesso in presenza delle loro donne, in atteggiamento dismesso.

Fig. 6 - Il Gran Cammeo di Francia. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, modificata da Janmad, CC BY-SA 3.0

Un richiamo alla propaganda attuata si aveva anche nei fori di tutte le città romane, nella decorazione degli edifici pubblici, come mostrano i trofei di armi della Schola Armaturarum di Pompei, ma anche nei monumenti privati, come nel caso di un “eques pompeianus” a Porta di Nocera, in cui si ha la rappresentazione di uno scudo in stucco il cui umbone è caratterizzato dalla presenza di una testa di Barbaro (Fig. 7).

Fig. 7 - La Tomba 13 ES, monumento funerario dell'“eques pompeianus”, presso Porta di Nocera a Pompei. Foto di Alessandra Randazzo. Si può vedere un particolare dell’umbone a p. 335 del testo di M. Castiglione, Modelli urbani per forme di auto rappresentazione locale. Il monumento funerario di un eques pompeianus a Porta di Nocera, all'interno di Arte-Potere. Forme Artistiche, Istituzioni, Paradigmi Interpretativi. Atti del convegno di studio tenuto a Pisa Scuola Normale Superiore, 25-27 Novembre 2010, a cura di M. Castiglione e A. Poggio.

Da Traiano in poi, con l’intensificarsi delle operazioni militari ai confini, le rappresentazioni di barbari si fanno sempre più numerose, ne sono un esempio monumenti famosi come il Tropaecum Traiani di Damklissi (109 d.C.) (Fig. 8), la colonna Traiana o le grandi statue di Daci in porfido. In essi, e soprattutto nella colonna Traiana, il sentimento di ammirazione per la virtus romana convive con quello di rispetto per lo sfortunato eroismo dei vinti. A partire da Marco Aurelio, con la colonna Aureliana, questo sentimento si conserva, ma vira sul patetico, allontanandosi da quel residuo di compostezza ellenistica ancora percepibile nella colonna Traiana. Un’evoluzione che per altro si osserva anche in momenti privati, come su alcuni sarcofagi con scene di battaglia, come ad esempio quello Amendola, di Portonaccio o il più tardo Ludovisi (Figg. 9-10).

Fig. 8 - Il Tropaecum Traiani di Damklissi. Immagine di CristianChirita, modificata da Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

Quest’evoluzione in senso drammatico rifletterebbe il fragile equilibrio del limes renano-danubiano.

Da Marco Aurelio, in poi, all’interno dell’Impero, la parola Barbaro acquisì un valore sempre più sinistro, legato al tema della distruzione. In questo periodo infatti diverse incursioni germaniche superarono il confine arrivando ad oltrepassare sempre più di frequente i claustra Italiae. Queste provocarono le cosiddette guerre marcomanniche, un lungo periodo di conflitti militari combattuti tra l'esercito romano e le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale (167-189 ca.), rappresentante il preludio alle grandi invasioni barbariche di III-V secolo che portarono alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e al formarsi dei regni romano-barbarici.

barbari barbarians
Fig. 9 - Sarcofago Amendola; immagine da R. Banchi Bandinelli e M. Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976. Pubblico dominio

Le fonti tardoantiche presentano questi Barbari attraverso il nuovo filtro creatosi dalla polemica tra paganesimo e cristianesimo e successivamente tra cristianesimo e arianesimo, sicché ne risulta spesso un giudizio discorde. Prevalse, specialmente dopo il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti guidati da Alarico dei Balti e la conquista dell’Italia con la deposizione del giovane imperatore Romolo Augusto del 476 da parte del re degli Eruli, Odoacre, un certo senso di disprezzo nei confronti di questi popoli. Un disprezzo al quale i Barbari rispondevano ribaltando le ingiurie con toni non meno aspri.

barbari
Fig. 10 - Grande Ludovisi Altemps (III secolo d. C.) Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Tale astio non parve chetarsi se ancora secoli dopo, l’imperatore bizantino Niceforo II Foca apostrofò con "Vos non Romani, sed Langobardi estis [Voi non siete Romani, siete Longobardi]" il vescovo di Cremona Liutprando, che era stato inviato come ambasciatore alla corte bizantina dall’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone I, per combinare un matrimonio e dirimere il difficile contenzioso tra i due imperi, relativamente all'Italia meridionale. Al suo ritorno, il longobardo raccontò d'avere replicato come segue allo sprezzante ospite: “Romulum fratricidam, ex quo et Romani dicti sunt, porniogenitum, hoc est ex adulterio natum, chronographia innotuit, asylumque sibi fecisse in quo alieni aeris debitores, fugitivos servos, homicidas ac pro reatibs suis morte dignos suscepit, multitudinemque quandam talium sibi ascivit, quos Romanos appellavit; ex qua nobilitate propagati sunt ipsi, quos vos kosmocratores, id est imperatores, appellatis. Quos nos, Langobardi, scilicet Saxones, Franci, Lotharingi, Bagoarii, Suevi, Burgundiones, tanto dedignamur [coloro che son detti Romani], ut inimicos nostros commoti nil aliud contumeliarum, nisi: Romane! dicamus, hoc solo, id est Romanorum nomine quicquid ignobilitatis, quicquid timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est, comprehendentes". 'Romano!', quindi, per "nos Langobardi" [la storia ci ha fatto sapere che il fratricida Romolo, dal quale i Romani traggono il nome, era un pomiogenito, cioè nato da un adulterio, sappiamo anche che creò un luogo d’asilo e vi accolse i debitori insolventi, gli schiavi fuggitivi, gli omicidi… Da questa nobile stirpe discendono coloro che voi chiamate Cosmocrati, ossia imperatori. Noi, poi, e cioè i Longobardi, Sassoni, Franchi, Lotaringi, Bavari, Svevi, Borgognoni, li abbiamo in tanto sdegno che quando siamo in collera e dobbiamo dire qualcosa di offensivo ad un nostro nemico, gli gridiamo “tu sei Romano”, intendendo con questo appellativo di Romano tutto quanto vi è nel mondo di più ignobile, di più vile, di più avido, di più corrotto, di più falso, e in una parola, tutti i vizi esistenti…]3 per cui il termine “Romano” veniva impiegato in senso dispregiativo in quanto raccoglieva in sé l’espressione di diversi vizi quali: ignobilità, pavidità, avarizia, lussuria, mendacio e così via.

Tuttavia proprio la formazione dei regni romano-barbarici dimostra come le nuove élites al potere cercarono di fondere le due culture, quella germanica e quella romana. Uno dei primi esempi di tale politica è riportato dal'apologeta cristiano Orosio nel suo Historiarum adversus paganos libri septem. Orosio riferendosi al re ariano Ataulfo dei Balti scrisse che seppur il sovrano mantenesse un rapporto conflittuale con la cultura romana: “Referre solitus esset: se inprimis ardenter inhiasse, ut oblitterato Romano nomine Romanum omne solum Gothorum imperium et faceret et vocaret essetque, ut vulgarites loquar, Gothia quod Romania fuisset, et fieret nune Athaulfus quod quondam Caesar Augustus, at ubi multa experiential probavisset naque Gothos ullo modo parere legibus posse propter effrenatam barbariem neque reipublicae interdici leges oportere, sine quibus respublica non est respublica, elegisse saltim, ut gloriam sibi de restituendo in integrum augendoque Romano nomine Gothorum viribus quaereret habereturque apud posteros Romanae restitutionis auctor, postquam esse non potuerat immutator.” [Egli era solito dire di avere sopra ogni cosa ardentemente desiderato che, cancellato e dimenticato il nome di Roma, tutto il suo impero diventasse di nome e di fatto impero dei Goti, e che fosse Gothia, per dirlo in volgare, quello che era stata la Romania, e che ora Ataulfo diventasse quel che era stato una volta Cesare Augusto. Ma poiché si era reso conto per lunga esperienza sia che i Goti in nessun modo si sarebbero piegati a obbedire alle leggi per la loro sfrenata barbarie, si era scelto almeno la gloria di riportare con le armi dei Goti il nome romano al suo antico prestigio e di accrescerlo, e di essere ricordato dai posteri come restauratore della grandezza romana, giacché non gli era riuscito di esserne il distruttore]4.

Da tali parole si evince che sebbene Ataulfo avesse voluto convertire i territori romani in gotici, si rese conto che la struttura della società gotica non avrebbe potuto garantire la stessa governabilità di uno Stato come quello romano. Per cui decise, probabilmente anche grazie all'influenza della consorte Galla Placidia, di mutare strategia: avrebbe portato avanti una politica di fusione fra Goti e Romani, affinché la forza dei primi rinforzasse la cultura e il nome dei secondi.

Fig. 11 - Il mausoleo di Teodorico a Ravenna. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tale commistione di elementi romani e germanici è anche percepibile nella scelta di alcuni sovrani barbarici di rappresentarsi quali eredi dell’Impero romano d’Occidente, attraverso l’adozione di simboli di potere propri dell’ambito romano. È il caso ad esempio del re goto Teodorico, che cresciuto presso la corte imperiale di Bisanzio, scelse come sua ultima dimora un mausoleo che esteticamente si rifaceva alla tradizione dei mausolei imperiali tardo antichi ma che tuttavia mostrava elementi decorativi “a tenaglia” propri dell’oreficeria gota (Fig. 11). Un ulteriore emblematico esempio è rappresentato dall’anello sigillare rinvenuto a Tournai nella tomba del re dei Franchi Salii Childerico (Fig. 12). Su questo si ha il nome del sovrano e la sua raffigurazione. Il re è rappresentato con elementi tipici della tradizione romana, quali la lorica e il paludamentum, accanto a questi si hanno tuttavia particolari propri dell’ambito germanico, infatti il sovrano presenta i capelli lunghi, un privilegio proprio della dinastia reale dei Salii, e la lancia, un tipico simbolo di potere presso i popoli germanici.

Fig. 12 - Riproduzione dell’anello sigillare di Childerico I. Foto da Gallica, pubblico dominio

Da questo momento iniziò la fusione iconografica, politica e religiosa tra i Barbari del Nord e i Romani che porterà come già accennato alla formazione dei regni romano-barbarici e a un primo definirsi di quelli che in futuro diverranno gli stati europei.

 

 

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H. Wolfram, The Roman Empire and its Germanic Peoples, Berkeley-Los Angeles-London 2005 (originally published as Das Reich und die Germanen, Berlin 1990, transl. by Th. Dunlap).

1 Sull’origine e gli sviluppi del tema della fraternitas fra Edui e Romani e fondamentale Luiselli 1978, pp. 89-103; vd. anche Luiselli 1992, pp. 642-646; da ultimo cfr. Hofeneder 2008, pp. 291-295. Per la ricorrenza del tema nei panegirici cfr. Lassandro 1992. Sulla conquista romana della Gallia meridionale e le sue conseguenze sugli equilibri politici nell’ambito della Comata vd. Jullian 1993, vol. 1, lib. III, pp. 431-444; Hatt 1959, pp. 35-47; Ferdiere 2005, pp. 57-59 e 61; Zecchini 2009, pp. 67-78.

2 Tacito non visitò mai direttamente le terre e i popoli di cui parlò nella sua opera e le informazioni impiegate per la sua stesura furono probabilmente molteplici: il De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare, la Geografia di Strabone, Diodoro Siculo, Posidonio, Aufidio Basso e interviste a mercanti e soldati.

3 Liudprandi Cremonensis, Relatio de legatione Constantinopolitana, in ID., Antapodosis, Homelia Pascalis, Historia Ottonis, Relatio de legatione Constantinopolitana, cura et studio P. Chiesa, Turnholti 1998 (Corpus Christianorum, Continuatio mediaevalis, 156), pp. 192-193, n. 12.

4 Orosius, Historia contra paganos (History aga the pagans), 7.45: C. Zangemeister, ed., CSEL 5 (Vienna, 1882), p. 413.


Storie di Tenebre, storie di Puglia di Mariano Rizzo

 

Che un marchigiano si cimenti a leggere e a recensire una silloge di racconti “localistici” di un'altra regione, ovvero Storie di Tenebre nella storia di Puglia di Mariano Rizzo, è a dir poco bizzarro. Pur conoscendo il substrato storico e culturale di quelle meravigliose terre sono comunque estraneo a certe geografie, a dialettismi e a certi scorci paesaggistici e artistici. Detto in parole povere, avevo il timore di rimanere impantanato in una ragnatela di storie a me aliene; invece il dottor Mariano Rizzo è stato capace di accogliermi immediatamente nella storia e nei luoghi della sua terra natìa.

Già dalle prime pagine mi sono sentito coccolato da una prosa classica e sobria, attenta alla costruzione di figure retoriche liriche ma non iperboliche, una scrittura - come mi piace definirla - a dir poco educata. Ma il vero pregio fu quello di ricordarmi altri autori o aneddoti del mio personale bagaglio di letture. Queste storie pugliesi hanno quindi prodotto su di me il personalissimo effetto di trasportarmi innanzitutto in un mare dorato delle granaglie marchigiane, tra le colline maceratesi dove i contadini tramandano ancor oggi una storia.

Hanno le mani callose e i visi cotti dal sole di fine agosto, sudano copiosamente ma sanno che è ora di lavorare la terra fino al calar del sole. E quando il disco dorato affoga nell'abbraccio dell'Adriatico, i braccianti si stendono su un letto di sterpaglie, per godersi la brezza del crepuscolo. Appare una figura oscura, tetra come uno scarabocchio o la fuliggine. Un uomo elegante, ben vestito come un fattore delle città importanti, si mette a ciarlare con i lavoratori stanchi. Una conversazione singolare, dialetto marchigiano da un lato e italiano impeccabile dall'altro. Da quel che si viene a capire, l'uomo dall'aria di città è un grande studioso e si occupa di sistemare diversi guazzabugli all'interno del sistema bibliotecario maceratese; insomma lo stato gli ha ordinato di catalogare, raccogliere e sistemare il patrimonio libresco di quelle terre dimenticate dai “dottori”. I contadini son ovviamente sorpresi_ perché mai uno studioso è con loro a condividere un pasto di poco conto e il puzzo della campagna? Non dovrebbe stare in mezzo ai libri? L'uomo risponde dicendo che in tutti libri non ha mai trovato le risposte di cui ha bisogno.

Perché le persone sono migliori dei libri, la notte vola via seguendo i racconti dei braccianti, dei contadini e di quelle persone semplici che tanto ricordano seppur non hanno mai letto un libro. L'oralità è importante, forse è tutto, e alla fine scopriamo che le differenze tra un aedo greco o un bardo scozzese e un lavoratore delle terre in Italia non è poi così aspra. L'uomo raccoglie quelle storie, magari per farci un nuovo volume di racconti popolari, magari le racconterà ai suoi figli, o il tempo gli annebbierà la memoria.

 

Quello che davvero conta è far sapere a tutti che le nostre storie, quelle che ci vengono raccontate davanti al camino o alle tavolate di parenti e amici sono vere; magari meravigliose ma vere. Perché il mito, la leggenda, la storia di un luogo sono mirabilmente intrecciati con la fantasia di ognuno di noi.

Questo è il patrimonio che ci trasmette con delicatezza narrativa Mariano Rizzo. Non un oscuro cantore e negromante che resuscita dal passato bizzarre storie piene di fantasmi e anatemi - quello lasciamolo agli emulatori dei gothic novelist tanto denigrati da Horace Walpole per la loro poca immaginazione - bensì un archeologo dei sentimenti e dei ricordi del suo popolo.

Fidatevi di me, che di horror, weird, gotico folclorico son grande fruitore: le storie di tenebre di Mariano Rizzo non sono volte a evocare qualsivoglia terrore o sense of wonder, ma a codificare le “mirabilia” di una terra che deve necessariamente ricordarsi da dove proviene; dagli arabi fino agli svevi e alla Puglia di primo Novecento.

Mariano Rizzo, archivista, diplomatista, paleografo e autore di Storie di Tenebre nella Storia di Puglia

Il libro è un atto di amore verso il passato, che non si evince solamente dalla cura certosina dello scritto, dall'approfondita ricerca storica o dall'uso dei termini dialettali, ma invero in quella prosa, che inconsapevolmente o meno, è fortemente figlia delle numerose letture del nostro autore. Tant'è che se non ci fosse stato il suo nome in copertina l'avrei ingenuamente scambiato per uno dei numerosissimi autori weird d'Inghilterra.

Bisogna infatti sottolinearlo, nonostante il setting pugliese e localistico: alcune storie sono molto simili a quelle degli autori anglo/francofoni, perché i leitmotiv del bizzarro, del fantastico nero e di un'aurea semi-gotica sono ricorrenti in tantissimi scritti, anche se sparpagliati tra le più incredule latitudini e longitudini. Alcuni racconti mi hanno condotto nell'Inghilterra vittoriana di Arthur Machen o tra le boulevard parigine di Guy Maupassant, senza mai perdere il cuore genuino e distintivo della Puglia.

Ovviamente sarebbe fin troppo prolisso analizzare racconto per racconto e non vi invoglierei in nessun modo a leggere questo libro davvero originale. Vi invito a fare un atto d'amore, verso la Puglia e verso voi stessi, perché leggendo queste storie tornerete anche a casa vostra, nei vostri ricordi.

Storie di Tenebre nella Storia di Puglia Mariano Rizzo
La copertina di Storie di Tenebre nella Storia di Puglia di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina, ripropone l'opera Sinfonia degli Opposti di Piero Schirinzi

Il book trailer è stato realizzato dalla doppiatrice Marileda Maggi.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Migrazioni di 1500 anni fa modellarono la Polonia e l'Europa moderna

22 Febbraio 2016

Le migrazioni delle popolazioni di 1500 anni fa modellarono l'Europa moderna

Foto: Fotolia
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Le divisioni politiche contemporanee del continente europeo sono una delle conseguenze della vasta migrazione di persone avvenuta più di 1500 anni fa. Gli scienziati continuano a discutere sullo svolgimento di questo periodo di disordini nel territorio dell'odierna Polonia.
Secondo il prof. Andrzej Michałowski dell'Istituto di Preistoria dell'Università Adam Mickiewicz a Poznań, un' inusuale mobilità dei gruppi umani è scritta nella nostra natura. "Questo desiderio di vagabondare, probabilmente ereditato dal primo antenato che viaggiò nel mondo, l'Homo erectus, ha modellato l'intera storia dell'umanità, a cominciare dal momento della prima apparizione della nostra specie (200.000 anni fa in Africa) fino ad oggi, con esodi di massa che possono essere osservati a partire dagli inizi del ventesimo secolo" - lo scienziato, specializzato nello studio delle invasioni barbariche (NdT: Migration Period in Inglese), così spiega la sequenza di eventi che durò dalla metà del quarto fino al settimo secolo d. C. in tutto il continente europeo. Il prof. Andrzej Michałowski ha sintetizzato l'argomento - dalla prospettiva degli scavi nella Grande Polonia - nell'articolo "Before, after or between", che è stato pubblicato nel periodico "Studia nad dawną Polską" (Studi sull'antica Polonia) (Volume 4), pubblicato dal Museo delle Origini dello Stato Polacco a Gniezno.
Il ricercatore si chiede perché il periodo dal quarto al settimo secolo sia diventato sinonimo di migrazioni di massa. Dal suo punto di vista, in precedenza in Europa popoli diversi si mescolarono tra loro, e le ondate migratorie non erano niente di speciale. Ad ogni modo, questi movimenti riguardarono il "barbaricum", le aree al di fuori del mondo della civiltà classica, e quindi non furono registrati dagli scrivani. La grande migrazione umana, che cominciò alla metà del quarto secolo, riguardò in maniera molto forte il vecchio ordine del continente.
"L'interruzione dell'ordine +eterno+ delle cose, che violò i confini dell'Impero e riversò in esso la massa umana che fino ad allora era stata respinta, e che non poté essere domata o battuta dallo stato, fu il momento che attirò un'attenzione speciale (...) che i cronisti ebbero per questi eventi fatidici per l'Impero" - così ha scritto il prof. Michałowski.
Il movimento di popolazione nel quarto secolo fu iniziato dall'espansione della tribù unne della steppa in Europa. I popoli incontrati soccombettero agli Unni, li combatterono o fuggirono ad occidente dopo aver perso lo scontro. Questo fu il caso dei Goti, che dopo la sconfitta chiesero aiuto e la possibilità di insediarsi all'interno dei confini dell'Impero Romano all'Imperatore Valente, alla qual cosa disse di sì. Ad ogni modo, a causa della fame e delle privazioni prevalenti tra loro, cominciarono una ribellione armata, l'apogeo della quale si vide alla battaglia di Adrianopoli contro l'esercito romano, nel 378. I Romani persero e l'Imperatore Valente cadde in battaglia. Questo momento simbolico è considerato come l'inizio delle invasioni barbariche. Altri popoli si riversarono nell'Europa occidentale, inclusi gli Alani, i Burgundi, i Marcomanni, gli Suebi e i Vandali - con gli ultimi che si spinsero fino in Nord Africa.
Gli archeologi polacchi hanno creduto a lungo che vi fosse una completa scomparsa di insediamenti tra il periodo delle Grandi Migrazioni e il Medio Evo - le aree dell'odierna Polonia si supponevano abbandonate, e solo dopo gli Slavi arrivarono dall'Oriente. Gli scavi relativi alla ricerca di recupero estensiva, effettuata negli ultimi decenni, hanno modificato questa immagine, e specialmente nel caso della Grande Polonia.
L'archeologo indica in particolare la scoperta a Konarzewo. Qui, gli archeologi hanno scoperto il più gran numero mai ritrovato di case su pali della Polonia,  il che smentisce l'affermazione che queste aree fossero abbandonate o abitate da comunità poco avanzate. Le abitazioni erano grandi e accompagnate da una ricca infrastruttura economica. Le strutture datano al quinto-sesto secolo. Sono associate ai rappresentanti della cultura Przeworsk. "Per tutta la sua esistenza, la cultura di Przeworsk fu indubbiamente un gruppo con un modello culturale germanico, il che non significa che dovesse essere formata esclusivamente da Germani" - nota il prof. Michalowski.
Il prof. Michałowski non può dare una risposta definita, su chi vivesse negli insediamenti che fiorirono nella Grande Polonia nei secoli dal quarto al sesto. La cultura materiale - e cioè gli oggetti ritrovati indicano un'influenza germanica, "ma non sappiamo con cosa si identificasse in realtà da un punto di vista etnico - probabilmente pensavano a loro stessi semplicemente come locali, nati qui, che volevano morire qui" - così conclude il ricercatore. Gli Slavi sarebbero comparsi in quella che è l'attuale Polonia nella seconda metà del sesto o nel settimo secolo.
Le conclusioni del prof. Michałowski sono supportate dai ritrovamenti del progetto di ricerca "Migration Period of Nations in the Oder and Vistula Basin" guidato dal prof. Aleksander Bursche. Si è scoperto che nell'area tra l'Oder e la Vistola gli insediamenti non erano completamente scomparsi nella metà del primo millennio. Secondo il team di ricerca, il popolo dalle tradizioni germaniche che visse nel territorio dell'odierna Polonia durante le invasioni barbariche si assimilò agli Slavi.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
 

Individuato il luogo dello scontro tra Caio Giulio Cesare e Tencteri e Usipeti

10 - 12 Dicembre 2015
César_(13667960455)
Il luogo dello scontro, avvenuto nel 55 a. C. tra Caio Giulio Cesare e le due tribù germaniche di Tencteri e Usipeti (o Usipi), è stato individuato nella provincia olandese del Brabante, presso Kessel.
Cesare ne parla nel quarto libro del De Bello Gallico (in particolare IV 1, 4, 12-16, 18): spinte dagli Suebi (o Svevi), le due tribù oltrepassarono il Reno. Un tentativo di compromesso fallì e Cesare, che più non si fidava di loro, affermò che si ebbero 430 mila morti per le due tribù, mentre le sue truppe registrarono solo pochi feriti. Si trattò ad ogni modo di uno scontro estremamente sanguinoso: gli studiosi parlano addirittura di 150 o 200 mila morti.
I resti ritrovati riguardano uomini, ma pure donne e bambini. Tra i reperti spiccano le spade della tarda Età del Ferro, piegate alla maniera rituale. La scoperta è di grande importanza pure perché testimonia per la prima volta la presenza di Cesare nei Paesi Bassi (anche se ritrovamenti indicativi dello scontro furono effettuati nel 1975 e 1995). Anche se Cesare si riferisce alle due tribù come a Germani, è possibile che si sia trattato (anche) di Celti.


Link: Vrije Universiteit Amsterdam 1, 2Past Horizons; The History BlogGuardianArt Daily via AFP; Daily MailNational Geographic.nl; Omroep BrabantNRC.nl.
Ritratto di Caio Giulio Cesare, foto da , CC BY 2.0, caricata da e di GautierPoupeau (Gautier Poupeau from Paris, France - César).