Attilio Mussino Pinocchio

Attilio Mussino - “C’era una volta lo zio di Pinocchio…”

La riscoperta del dattiloscritto autobiografico di Attilio Mussino: “C’era una volta lo zio di Pinocchio…”

Attilio Mussino Pinocchio
Attilio Mussino, autoritratto, 1894. Museo Attilio Mussino - Vernante

16 luglio 1956. Un bel giorno d’estate, sul tavolo una penna, un dattiloscritto corretto pronto per inviare all’editore, un berretto rosso da pittore, alcune sigarette e tanti scarabocchi su dei fogli. Ma lui non c’è più, non è riuscito a concludere l’opera rimanevano alcune correzioni da fare e alcune illustrazioni. Solo così la sua memoria sarebbe rimasta.

Ormai da dieci anni Attilio Mussino viveva lì, a Vernante, dove finalmente aveva ritrovato la pace e la voglia di tornare a vedere il mondo con gli occhi dell’arte. È un artista che si sfiora con la mente tante volte, come un ricordo, a volte così evanescente che subito scompare. In fin dei conti egli è sì un artista, ma non delle grandi arti maggiori come pittura, scultura o architettura.

Egli si è formato su di esse ma non le ha inseguite, ha dipinto molto anche se è secondario a ciò che lui fu davvero: un illustratore. Egli fu il creatore dell’immagine più famosa che un monello burattino poteva avere, Pinocchio. Quell’immagine legnosa, di un legno solo buono da ardere, con il suo vestitino verde, il naso che si allunga e la capacità di mettersi sempre nei guai che da bambini tutti noi abbiamo letto. Ma cosa davvero sappiamo del suo illustratore, oltre al legame con Pinocchio?

Attilio Mussino, nel suo studio a Vernante, intento a disegnare e a mostrare il ritratto di Geppetto dell’edizione 1911 delle Avventure di Pinocchio. Foto di ignoto (1954). Collezione Pro Loco Vernante

Un quesito che lo stesso artista si era posto. Aveva 66 anni Mussino, quando arrivò a Vernante nel 1945, aveva vissuto attimi dolorosi segnati da una feroce guerra che gli aveva portato via tutto, la villetta sulla collina torinese comprata con l’eredità della nonna, l’unico figlio Giorgio e la moglie malata da tempo che lo abbandonò dopo i freddi inverni passati a Strevi. Era solo con la sua tragedia.

Tuttavia una luce apparve: Margherita, la fata non dai cappelli turchini ma di un bel rosso ramato, era ancora accanto lui, vernantina di nascita, lo aiutò e insieme si trasferirono a Vernante dove nell’ottobre del 1945 si sposarono. In quagli anni Mussino ritrova la pace, gli abitanti del paese lo vedono salire e scendere dalle montagne in cerca di nuovi scorci, di paesaggi, di ritratti della gente del posto che egli schizza, dipinge non volendo nulla in cambio.

È buono Attilio, pur avendo problemi economici a cui si unirono presto anche quelli di salute, tuttavia sorride ancora ai bambini che lo vengono a trovare una volta finita la scuola e si dimostrano attenti alle lezioni di disegno che egli offre. Ma c’è comunque un’inquietudine, una consapevolezza amara: egli è celato agli occhi del mondo, gli editori non lo considerano più, i nuovi illustratori si fingono ignari di quanto essi debbano a tale artista, e anche i bambini che passano sotto il suo balcone, con il Pinocchio di Collodi nelle cartelle, non sono consapevoli che il creatore di quelle smorfie, di quegli abbracci, di quelle risate di legno si trovi sopra le loro teste, tra i fiori di un balcone di montagna.

Attilio Mussino sente il peso di tutto questo e con lui anche lo stesso Pinocchio, non più come personaggio di un libro, ma come un cronista intento ad ascoltare le ultime parole di Mussino. Da quando lo aveva incontrato il burattino aveva vissuto con l’artista, si era fatto raccontare la sua storia: la sua infanzia, la formazione accademica e i maestri, gli amici che frequentavano il suo studio, i giornali per adulti e bambini per cui aveva lavorato, la guerra, gli affetti famigliari ed infine Vernante.

Attilio Mussino Pinocchio
Attilio Mussino insegna ai bambini di Vernante come disegnare un pupazzetto di Pinocchio. Foto di ignoto (1954), Museo Attilio Mussino - Vernante

Uno scambio di vite avveniva all’ultimo piano di Via Nizza, n 19 a Torino; Pinocchio raccontava le proprie “pinocchiate” e Attilio Mussino faceva lo stesso con quei momenti salienti del suo passato, rendendolo partecipe anche del suo presente. Il burattino racconta attraverso un microfono la vita passata e presente di Mussino; la riporta alla luce, la rende nota per chi non la conoscesse e la ripropone a coloro che invece l’hanno dimenticata. Essere ricordato tra gli adulti non gli importa, dopotutto non gli è mai appartenuto quel mondo, ma i bambini e i loro mondo sì. Egli vuole essere ricordato tra di loro, desidera ancora narrare per immagine le storie di qual mondo fatto di risate vere ed aspira ancora ad accompagnarli nella loro crescita; ma come fare tutto questo se non c’è più casa editrice che lo chiama a illustrare? La risposta è semplice, far raccontare la sua vita da un personaggio amico, Pinocchio: nasce così il Pinocchio al Microfono. 

Era il 1909 e Pinocchio, ormai stufo di venir ritratto dai diversi illustratori, è costretto dalla casa editrice Bemporad ad andare a Torino. Già Enrico Mazzanti e Carlo Chiostri avevano trasmesso con la loro arte le Avventure scritte da Collodi, tuttavia il commendator Bemporad voleva realizzare una terza grande edizione dell’opera e per farlo incaricò proprio Attilio Mussino di Torino.

Inizialmente diffidenti, illustratore e burattino divennero grandi compagni di avventure anche curiose. Pinocchio racconta la propria crescita e così fa Mussino toccando con flashback eventi della sua vita, figure che ha incontrato, momenti gioiosi ma anche drammatici in una Torino tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.

Mussino si formò come pittore presso l’Accademia Albertina di Torino, avendo ricevuto fra gli altri l’insegnamento di Giacomo Grosso; tuttavia egli prediligeva scarabocchiare figure, maschere, omini sui libri. Iniziò proprio in questi anni a collaborare con le testate satiriche dell’epoca come “Il Fischietto”, “La Luna”, “Il Pasquino” e poi con “La Gazzetta del Popolo” offrendo la sua penna a caricature avvincenti delle diverse sfilate politiche e sociali che vi erano a Torino.

Attilio Mussino, la puntata I vecchi amici di Mamma e papà, Bilbobul, su “Corriere dei piccoli”. Museo Attilio Mussino - Vernante

Un tratto deciso, dai contorni definiti, neri che suscitano nella loro immediatezza il riso. Caratteri tipici della sua arte che si prestarono alle illustrazioni per l’infanzia. Personaggi inventati, bimbi monelli, animali parlanti diventano il repertorio delle storie che Mussino viene chiamato a rappresentare sulle pagine de “La Domenica dei Fanciulli” dal 1901 o sul “Corriere dei Piccoli” dal 1909, dando immagine a uno dei personaggi più famosi, il neretto Bilbobul. La collaborazione con le testate giornalistiche e con le grandi case editrici dell’epoca come Lattes e Paravia lo portano ed essere chiamato dalla Bemborad.

Attilio Mussino Pinocchio
Due pagine delle Avventure di Pinocchio illustrate da Attilio Mussino nell'edizione originale del 1911. Archivio privato

Dopo ben tre anni di lavoro, il 2 ottobre 1911 esce la terza grande edizione di lusso delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, portando Attilio Mussino a diventare il princeps dell’illustrazione italiana. Le sue illustrazioni, che sfruttano diverse tecniche, sono così teatrali e coloristiche da portare il lettore a compartecipare alla vicenda pinocchiesca, che abbandona la Toscana per un Piemonte borghese di inizio ‘900, rendendo l’opera di Mussino superiore a qualsiasi altra edizione. Egli entra nel libro, lo comprende, lo vive e ne da delle immagini immortali. Ad alcuni non piacque, come ai puristi fiorentini capeggiati dal giornale “La Voce” ma ormai Mussino era il più ricercato e il più desiderato.

Attilio Mussino, Cartolina (1918) per la Sezione Cartografica della Seconda armata. Museo Attilio Mussino - Vernante

Tuttavia, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, tale successo inizia a crollare: egli è chiamato al fronte nel 1917 dove mette a disposizione la sua arte per la Sezione Cartografica della Seconda Armata realizzando cartoline e illustrazioni che incitavano i soldati alla vittoria e alla resistenza. Tornato dalle valli del Piave, da lui immortalate, riprende la sua attività ma l’avvento del fascismo è alla porte. Nel 1932 egli si iscrive al PNF e per permettere alla propria arte di sopravvivere è costretto a sottostare alla nuova poetica littoria, sia nello stile che si fa più enfatico e più statuario, sia nelle storielle infantili.

Attilio Mussino, disegni della Valle del Piave, 1915-18. Museo Attilio Mussino - Vernante

L’avvento di una nuova guerra spazza via tutto questo, Mussino abbandona Torino si rifugia nella campagna alessandrina con la moglie e la domestica. Qui giunge la notizia della morte del figlio Giorgio e neanche un mese dopo, nell’agosto del 1945 anche della moglie. Ormai è solo con il suo dolore e con i problemi economici: l’arte non paga più, la pensione di giornalista è insufficiente, la villetta di Torino è stata portata via dalle bombe. Ma non tutto è perduto: Margherita, la domestica non lo abbandona anzi lo porta a Vernante ed è proprio da quel luogo che il nostro racconto è partito; ed è da lì che Pinocchio ci ha raccontato tutto questo scritto in un dattiloscritto, lasciato incompiuto su una tavolo da cucina, che dopo anni è ritornato alla luce, il Pinocchio al Microfono. 

Attilio Mussino Pinocchio
Pagine 46 e 47 del dattiloscritto autobiografico del Pinocchio al Microfono di Attilio Mussino, con le correzioni di sua mano. Archivio privato

Finalmente si ha la possibilità di riscoprire la vita di un artista che non è solo l’illustratore di Pinocchio, ma un pittore, un giornalista, uno scrittore: una figura poliedrica la cui memoria può ora essere trasmessa dalle sue stesse parole. Il recupero del dattiloscritto, eseguito per la tesi triennale in Beni Culturali della scrivente, è stato condotto con la trascrizione, eseguita secondo caratteri conservativi, del testo a cui si è poi provveduto a predisporre un apparato di note di commento che ha permesso di verificare e approfondire le affermazioni che Mussino dichiara. Attraverso una ricerca bibliografica e archivistica importante, i diversi aspetti del testo originario e della vita di Mussino sono stati ripresi e riportati alla luce nella speranza di aver un nuovo peso ad uno degli illustratori molto spesso rilegati ad un ambito puramente infantile e illustrativo soggetto ancora oggi ad una considerazione marginale.

 

Tutte le foto sono scattate da Gabriella Vitali


Giacomo Soffiantino Carmagnola

Giacomo Soffiantino, pittore del mistero della vita e della natura, a Carmagnola

Giacomo Soffiantino, il pittore del mistero della vita e della natura, in mostra a Carmagnola

Silenzio e riflessione: sono queste sono le parole che animano le opere di Giacomo Soffiantino e che le opere stesse richiedono a coloro che si fermano ad osservarle. Ed è proprio oggi, dove il silenzio e la riflessione paiono atteggiamenti del tutto lontani, superflui, in contrasto con la frenesia e i ritmi sempre più veloci che la società ci impone, che Giacomo Soffiantino ci ricorda l’importanza di meditare sulla natura, in tutte le sue forme e le sue espressioni, attraverso il medium “indefinitamente misterioso dell’arte” (F. De Bartolomeis).

Quella di Soffiantino, venuto a mancare nel 2013, ha rappresentato una delle figure che maggiormente ha segnato la scena artistica italiana, in particolar modo piemontese, dove egli fu attivo, dalla seconda metà del ‘900 ai primi anni 2000, e per questo celebrata dalla città di Carmagnola attraverso un’ampia retrospettiva.

 

La mostra, curata dal professor Francesco De Bartolomeis, caro amico e grande conoscitore dell’artista, è stata organizzata dall’Associazione Piemontese Arte, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della città di Carmagnola ed è visitabile gratuitamente fino al 20 dicembre presso le sale espositive di Palazzo Lomellini.

Anche se costretti a chiudere a causa delle nuove restrizioni dovute al progressivo aggravamento della situazione sanitaria, sarà comunque apprezzabile da quanti sono interessati ad ammirare e conoscere le opere del pittore grazie al catalogo, realizzato da Claudio Ruffino, contenente le immagini di tutte le tele in esposizione ed un esaudiente saggio esplicativo dello stesso curatore, consultabile anche in formato pdf sul sito ufficiale di Palazzo Lomellini (http://www.palazzolomellini.com/).

La fossa, 1962, olio su tela 120 x 90 cm

 

Il percorso segue un ordine prevalentemente cronologico che ha inizio con la video registrazione di un’intervista realizzata allo stesso artista, utile a comprendere i caratteri generali e più significativi della pittura di Soffiantino, affiancata da un pannello riassuntivo dei momenti salienti della sua biografia. Prosegue poi con l’esposizione delle opere ospitata al secondo piano per concludere, infine, con le tele del primo piano. In questo modo si ha la possibilità di cogliere i cambiamenti di registro, di interesse e di tematica che nel corso dei decenni si sono susseguiti nell’operato del pittore.

La conchiglia, 1966, olio su tela, 80 x 100 cm

Ricorrente e quasi centrale, nell’arte di Soffiantino, è il tema del rapporto tra uomo e natura, tra natura e cultura espresso, come da lui stesso spiegato, attraverso il frequente accostamento di elementi tipicamente naturali ad altri tipicamente antropici, artificiali, a dimostrazione di quanto il legame tra questi due mondi sia profondo e inscindibile. Un dialogo, questo, che lo conduce inevitabilmente a trattare ciò che, proprio per natura, rende tutti gli esseri viventi, uomini, piante e animali, uguali e solidali, ovvero la vita e la morte. Due concetti fortemente contrastanti su ogni piano: astratti ma biologicamente concreti, opposti ma simili, agli estremi ma compresenti, poiché come scrive De Bartolomeis “i fatti della vita incontrano inevitabilmente tragedie e morte, e partecipano all’assolutezza del tutto e del nulla”.

Faggeto, 1992, olio su tela 90 x 150 cm

Da questa idea nasce quindi la lettura simbolica degli elementi naturali e la loro interpretazione: un bosco rappresenta le intricate strade dell’esistenza, una sorgente la nascita della vita e il suo continuo scorrere, una conchiglia metafora dell’aprirsi al mondo, sprazzi di cielo quanto poco l’uomo è in grado di cogliere del mistero che lo circonda, e i frammenti, ovvero il tutto e il nulla, il passato e presente in ogni cosa.

Giacomo Soffiantino Carmagnola
Natura morta rossa, 1984, olio su tela, 100 x 80 cm

La natura, tuttavia, secondo Soffiantino, non è solo quella ferma, immobile, metafisica delle sue nature morte, ma è anche e soprattutto, quella violenta delle catastrofi, dei terremoti, delle alluvioni a cui egli rivolge la sua attenzione in particolare negli ultimi anni della sua vita, che vengono analizzati dal pittore sul piano della qualità e resi simboli dei ricorrenti mutamenti della condizione umana.

Giacomo Soffiantino Carmagnola
Alluvione, 1995, olio su tela 200 x 180 cm

Infine la natura come divenire storico costituisce la tematica centrale del trittico Le Radici dell’oggi, un excursus di alcuni momenti significativi della storia, momenti di passaggio tra le epoche e citazioni di artisti che hanno fatto la storia dell’arte, che hanno portato l’umanità ad essere quella che oggi è.

Giacomo Soffiantino Carmagnola
Le radici dell'oggi, 2004, olio su tela 110 x 360 cm

Il “collage pittorico” di Soffiantino, dunque, vuole far commuovere, riflettere, stimolare rapporti nuovi anche con noi stessi e far si che, come affermava egli stesso, “il mistero della vita entri nella pittura”.

Tutte le foto (locandina eccettuata) sono di Martina Pilone


Michelangelo Galliani

“AD INTEGRUM”: Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico

“AD INTEGRUM”: Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico AD INTEGRUM Michelangelo Galliani

Fino al 19 novembre quattro sculture dell’artista reggiano dialogano con il suggestivo spazio nel cuore del capoluogo meneghino.

Una basilica fondata nell’VIII sec. d.C., nel luogo dove si dice Sant’Ambrogio abbia rinvenuto i corpi dei martiri Nazaro e Celso; un altare costituito da una sovracassa di marmo che ha custodito il sarcofago con le preziose reliquie di San Celso; capitelli di forma romano-corinzia; una facciata ricostruita nel 1854 dall’architetto svizzero Luigi Canonica.

Tutto nella Basilica di San Celso, in Corso Italia 37 a Milano, parla di storia.

Confrontarsi, scontrarsi e infine dialogare con un tale spazio espositivo, ora totalmente dedicato a progetti culturali, non è facile per un artista contemporaneo.

Michelangelo Galliani, classe 1975 e un diploma in scultura alle spalle, si è cimentato nell’impresa e ha vinto la sfida.

AD INTEGRUM Michelangelo Galliani

La mostraAd integrum”, curata da Angela Madesani, promossa da Cris Contini Contemporary ed organizzata dall’associazione culturale lartquotidien, in collaborazione con il Santuario, propone le opere di un artista che, fin dall’inizio della sua carriera, ha scelto di rapportarsi con la classicità. Decisione tutt’altro che semplice, visto il rischio di venir considerati dai futuri osservatori come meri copiatori privi di creatività.

4 opere di Michelangelo Galliani alla Basilica di San Celso”, questo il sottotitolo dell’esposizione, è effettivamente ricchissima di rimandi alla storia dell’arte, ma in chiave rivisitata e concettualmente tutt’altro che banale.

Dunque le chiavi di lettura, da tener a mente visitando l’esposizione, sono il concetto di tempo e di frammento.

I personaggi che via via si "incontreranno" saranno Giorgione, Caravaggio, Auguste Rodin, Medardo Rosso e, secondo la curatrice, Adolfo Wildt, Luciano Fabro, Pier Paolo Calzolari e Giuseppe Penone.

Ma andiamo con ordine e partiamo dal titolo della retrospettiva, già di per sé molto evocativo.

Ad integrum”, completare: caratteristica preponderante di due delle opere esposte è il loro essere frammento. Una porzione che non è mai stata parte di un tutto, non ha mai goduto di completezza. Eppure la scheggia riesce a rappresentare proprio quell’insieme a lei sconosciuto, facendosi metafora dell’esistenza umana.

E avendo presente questi concetti inizio con il descrivervi “Fuggi”, una scultura del 2018.

“AD INTEGRUM”: Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico

AD INTEGRUM
“AD INTEGRUM": Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico Michelangelo Galliani, "Fuggi", 2018, marmo dell'Altissimo e vetro di Murano.

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Due gambe distinte sono state ricavate da steli di marmo separati. Il resto del corpo manca, anzi non è mai esistito né è stato progettato. Un po’ come “L’Homme qui Marche” di Auguste Rodin, privo di braccia e soprattutto dell’elemento che più di ogni altro distingue l'uomo: il volto.

Sotto uno dei due talloni della presenza che fugge germogliano dei rossi fiori in vetro di Murano: forse petali di rose. Ci tengo a definirlo “presenza” in quanto non è completo, non ha tutte le “componenti” fisiche dell’essere umano. Eppure, proprio per questo suo essere fluido, si candida a rappresentare ognuno di noi, senza distinzione alcuna.

Anche in “Rebus vitae” (2018) appare una figura, questa volta tagliata sopra la vita. I vari elementi della scultura, di cui alcuni in acciaio inox a guisa di dardi, costituiscono un rebus vero e proprio, la cui soluzione è intimamente legata ad un episodio della vita di Michelangelo Galliani. Ai piedi della composizione un serpente viene trafitto dal metallo.

Il senso dell’opera assume così un significato più profondo, di matrice esistenziale.

San Celso

AD INTEGRUM
“AD INTEGRUM”: Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico Michelangelo Galliani, "Rebus vitae", 2018, marmo statuario di Carrara e acciaio inox.

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Arriviamo dunque al centro della scena e dello spazio espositivo, al culmine della dialettica e della riflessione. “Twins” (2020) e “Col tempo” (2010) si scambiano un mutuo sguardo d’intesa, mantenendo intatta la loro profonda diversità.

All’apparenza non sono frammenti, ma anche queste opere sono caratterizzate da una mancanza.

La bambina accovacciata su una testuggine è sola, a dispetto del nome. Manca il suo gemello, twin, che l’artista deve ancora eseguire. L’animale che funge da comoda seduta è ricchissimo di simbologia. Ad esempio il paradosso di “Achille e la Tartaruga” è una delle tesi più famose di Zenone di Elea, filosofo presocratico della Magna Grecia. La bambina guarda avanti, l’animale indietro. La scultura è essa stessa un po’ un paradosso: i fanciulli sono per natura frenetici e qui la loro vitalità viene contrapposta alla lentezza.

Michelangelo Galliani

Michelangelo Galliani
“AD INTEGRUM": Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico Michelangelo Galliani, "Twins", 2020, marmo bianco di Carrara e acciaio inox.

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Il tempo è, del resto, uno dei soggetti principali della poetica di Galliani, che non cita banalmente i grandi maestri del passato, ma si rifà ad essi contestualizzando le sue creazioni nel periodo storico in cui vive. La scelta di lavorare un materiale così legato alla tradizione è stata essa stessa una presa di posizione che conferma quanto ho espresso.

A mio giudizio il vero capolavoro della retrospettiva è però “Col tempo”, che, non a caso, è posta sopra l’altare, il punto più sacro del complesso. La scultura in cera vergine d’api rappresenta una donna che è distesa su un letto di piombo.

Michelangelo Galliani

Michelangelo Galliani
“AD INTEGRUM": Michelangelo Galliani “rivitalizza” il concetto di classico Michelangelo Galliani, "Col tempo", 2010, cera, argento e piombo.

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Nella versione esposta a San Celso la figura stringe tra le mani un ex voto ottocentesco, un po’ accartocciato.

Esanime testimonia la vita che è stata.

Il titolo è un chiaro omaggio all’opera di Giorgione, “Ritratto di vecchia” del 1506, in cui viene raffigurata un’anziana che impugna un cartiglio su cui è scritta la famosa frase “col tempo”. Il monito per i fruitori era ben chiaro: lo scorrere degli anni ed i suoi effetti sul nostro corpo sono inevitabili. La signora si appoggia la mano al petto rievocando il gesto del “mea culpa”.

Galliani, per dare forma al suo “memento”, utilizza invece la cera, richiamando così Medardo Rosso, mentre la postura della figura sdraiata riprende quella di Santa Lucia nel famoso seppellimento narrato figurativamente dal Merisi.

L’avvertimento è chiaro: il tempo passa, inesorabile, lasciando dietro di sé solo alcuni frammenti: di storia, di memoria, di poesia.

 

Si ringrazia l'ufficio stampa CSART per le foto.


Apulia Contemporary Art Prize 2020: oggi l'apertura

Sabato 5 settembre 2020 alle ore 18.30 presso la sede di Bibart Biennale, Chiesa di Santa Teresa dei Maschi, a Bari, si terrà l’apertura dell’Apulia Contemporary Art Prize 2020, mostra concorso organizzata dall’Associazione di Promozione Sociale FEDERICO II EVENTI, VALLISA Cultura, BIBART Biennale in collaborazione con ass. I bisbiglii dell’Anima e con i patrocini di Comune di Bari e Comune di Gioia del Colle.
All’evento saranno presenti l’Assessore alle politiche culturali e turistiche della città di Bari Ines Pierucci e il Prof. Paolo Ponzio coordinatore del piano strategico Cultura della Regione Puglia.

Miguel Gomez direttore del premio spiega le motivazioni dello stesso: in questo tempo incerto, che ne è del grande calderone di mezzi espressivi dell’arte? Domanda provocatoria, in cui non si ha la consapevolezza di poter dare risposte, per la complessità del tema, e un po’ perché le uniche risposte dovranno essere affidate agli stessi artisti, in sintesi, solo l’arte potrà dire cosa sarà dell’arte dopo la pandemia.

Ci troviamo ad osservare un mondo dove il caos comunicativo ha creato la non-estetica, e a un primo sguardo ci stiamo accorgendo che l’arte si è chiusa in un mondo esclusivo e che non include, un mondo indecifrabile dove il linguaggio alieno e incomprensibile è divenuto padrone. Tutto questo prima del covid era tollerato e accettato senza euforia ma con rassegnazione, oggi nel forse dopo covid questi linguaggi ci auguriamo di non accettarli più, siamo convinti che l’arte per continuare a essere tale deve necessariamente cambiare. Apulia contemporary art prize è una mostra concorso che ha per tema, “La bellezza ritrovata”. in questa fase di lenta ripresa dopo la tragedia del virus dobbiamo rivedere il mondo con occhi diversi, l’intento è quello di osservare queste opere con occhi rinnovati, uno sguardo indietro per proiettarci nel futuro.

In esposizione 54 artisti con opere provenienti da Puglia, Basilicata, Sicilia, Lazio, Valle d’Aosta, Lombardia, Abruzzo, Veneto.

Monica Abbondanzia, Lusa (Sergio Abbrescia), Milena Achille, Maria Bitetti, Damiano Bitritto, Francesca Brivio, Roberto Capriuolo, Antonio Caramia, Francesco Cardone, Cesare Cassone, Marco Ciccarese, Pasquale Conserva, Anna Cristino, Pasquale dalle Luche, Emanuela de Franceschi, Arcangela di Fede, Raffaella Fato, Canio Franculli, Germana Galdi, Nancy Gesario, Mara Giuliani, Roberta Guarna, Mina Larocca, Rosa Leone, Gabriele Liso, Antonella Lozito, Andrea Mangia, Cesare Maremonti, Nilde Mastrosimone de Troyli, Alessandro Matassa, Giuseppe Miglionico, Mimmo Milano, Toy Blaise (Biagio Monno), Giancarlo Montefusco, Domenico Morolla, Sante Muro, Pasquale Palese, Francesca Paltera, Alessandra Peloso, Angela Piazza, Gina Pignatelli, Biagio Pisauro, Marialuisa Sabato, Annalisa Schirinzi, Valentina Scrocco, Carmen Toscano, Giuseppe Toscano, Anna Troyli, Vito Valenzano, Dino Ventura, Tommaso Maurizio Vitale, Vittorio Vertone, Valentina Zingaro, Valeria Zito, Barbara Zuccarino.

Apulia Contemporary Art Prize 2020

Il premio prevede l’allestimento di un’importante esposizione itinerante composta da due mostre. La prima presso la Chiesa seicentesca di Santa Teresa dei Maschi di Bari dal 5 al 19 settembre e la seconda a Gioia del Colle dal 26 settembre al 4 ottobre nel chiostro di palazzo San Domenico.

Orari di apertura mostra di Bari dal martedi al sabato ore 10.30/13.00 – 16.00/19.00 Domenica e lunedi chiuso

Testo e foto sull'Apulia Contemporary Art Prize 2020 dall'Ufficio Stampa BIBART Biennale


Vittorio Gregotti, l'intellettuale dell'architettura

Nella giornata di ieri, 15 marzo 2020, è morto a Milano a 92 anni, per le complicazioni di una polmonite, l’architetto Vittorio Gregotti.

Foto Adriano Alecchi (Mondadori Publishers) - http://www.gettyimages.co.uk/detail/news-photo/italian-architect-and-designer-vittorio-gregotti-taking-news-photo/158745709

Grande maestro dell’architettura, saggista, teorico e critico, Gregotti nasce a Novara nel 1927 e, prima ancora di laurearsi a Milano nel 1952, lavora per qualche mese nel grande studio parigino dei fratelli Perret per poi continuare nello studio BBPR, accanto al suo riconosciuto maestro Ernesto Nathan Rogers. E’ proprio Rogers che lo chiama a collaborare con la rivista Casabella di cui diventerà redattore, caporedattore e poi direttore dal 1982 al 1996. Nel 1953 fonda gli Architetti Associati con Ludovico Meneghetti e Giotto Stoppino, un sodalizio professionale che durerà fino al 1968 dapprima con sede a Novara e poi, dal 1963, a Milano; sono anni molto prolifici tanto che l’archivio che è stato donato al Comune di Milano nel 2013 conta circa 250 progetti di urbanistica, architettura, arredamento e disegno industriale databili in questi anni.

Gli edifici progettati, come quelli di via Palmanova a Milano (1963-1965), si distinguono per una notevole modernità dei materiali e per alcune soluzioni di facciata innovative e specchio di una nuova cultura del costruire, mentre, quali esponenti del Neoliberty e di un concetto internazionale di nuova modernità, gli architetti disegnano la famosa poltrona Cavour per Poltrona Frau, nel 1960, considerata uno dei simboli del design italiano insieme alla piccola lampada basculante 537 disegnata per Arteluce.

Nel 1974 fonda la Gregotti Associati che negli anni, aggregando un folto gruppo di allievi e giovani professionisti, arriverà a realizzare migliaia di progetti in oltre 20 paesi del mondo con piani regolatori di grandi città, stadi, teatri, musei, edifici pubblici, chiese, università e centri di ricerca, banche, sedi di importanti aziende, quartieri residenziali, luoghi commerciali e spazi pubblici. Gregotti riesce a organizzare il lavoro del gruppo integrando le specifiche competenze in una filosofia professionale collettiva con uno specifico impegno intellettuale dei partner che abbinano all'esercizio disciplinare l'attività culturale, la pubblicazione di libri, la direzione di riviste e ricoprendo ruoli di insegnamento e di opinionisti.

Lo stesso architetto affiancherà alla progettazione il ruolo di maestro, insegnando Composizione Architettonica all’Università di Venezia, a Milano e Palermo, oltre che come visiting professor in Giappone, Stati Uniti, Argentina e Regno Unito.

Per oltre cinquant’anni Gregotti pubblica testi fondamentali di teoria e critica architettonica, da Il territorio dell’architettura a Dentro l’architettura, uscito nel 1991, e fino a Il mestiere dell’architetto pubblicato nel 2019.

Scegliere tra i mille progetti di Gregotti quello che meglio rappresenta una carriera poliedrica e lunga come quella del maestro è di sicuro arduo, anche perché ogni realizzazione si colloca nello specifico contesto storico e sociale; le grandi polemiche sorte intorno al quartiere ZEN di Palermo, da lui realizzato alla fine degli anni Sessanta, non tengono conto della mancata realizzazione delle strutture per servizi ad esso connesse e dimostrano quanto la critica di un’architettura così complessa non possa prescindere dalle diverse fasi che conducono da un ottimo progetto ad una pessima realizzazione. Vogliamo ricordarlo, piuttosto, per il Teatro degli Arcimboldi nella sua Milano, nell’area industriale della Bicocca; qui, quale eccezione morfologica che si distacca dall’impianto urbano regolare per orientarsi sull’andamento dell’antica struttura dei suoli agrari che caratterizzavano l’insediamento preindustriale, la città guadagna il suo secondo teatro lirico con un esempio magistrale di organismo insieme architettonico e acustico, grande prova di un grande architetto totale incardinato pienamente nel Secolo Breve.

“Con profonda tristezza apprendo della scomparsa del professor Vittorio Gregotti. Un grande architetto e urbanista italiano che ha dato prestigio al nostro paese nel mondo. Mi stringo alla famiglia in questa triste giornata”. Così in una nota il ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini.


La Quadriennale d'arte di Roma: verso la XVIIª edizione

La XVIIª Quadriennale d’arte inaugurerà a Palazzo delle Esposizioni il 1 ottobre 2020. La conferenza stampa che nella mattina del 12 febbraio scorso ha presentato la nuova idea della Fondazione, nella Sala del Tempio di Adriano a Roma, ha incentrato il racconto sul futuro del progetto espositivo.

Ha visto intervenire il neopresidente della Quadriennale di Roma, eletto lo scorso agosto 2019, Umberto Croppi, il vicesindaco della città di Roma Luca Bergamo, Lorenza Bonaccorsi, Sottosegretario di Stato al Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, Nicola Borrelli, Direttore Generale Creatività Contemporanea – MiBACT, Albino Ruberti, Capo di Gabinetto del Presidente della Regione Lazio e il Presidente della Camera di Commercio, Lorenzo Tagliavanti.

L’istituzione nasce nel 1927 per l’intuizione di Cipriano Efisio Oppo ed è l’unica istituzione nazionale ad avere come missione esclusiva il compito di indagare, censire, certificare e promuovere le arti visive all’interno del territorio nazionale proiettandole sul piano internazionale.

 

Quadriennale d'arte di Roma XVII
Una delle immagini appartenenti all’archivio della critica Lorenza Trucchi, qui fotografata con Federico Fellini, Renato Guttuso, Giacomo Manzù nel 1975. Courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma

Sedici sono le edizioni svoltesi negli anni, che hanno visto la partecipazione di oltre 6000 artisti da Pericle Fazzini a Renato Guttuso, da Emilio Vedova a Giosetta Fioroni, da Gino De Dominicis a Vanessa Beecroft, con un’età media di 25 anni. Mentre circa 2700 sono le opere in mostra vendute per le collezioni del Comune di Roma, di Ministeri, banche e enti pubblici di varia natura.

Oltre alle Quadriennali d’arte, più di 100 sono state le mostre all’estero organizzate dalla Quadriennale in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri.

ArBiQ è invece il settore della Fondazione dedicato alla conservazione, alla catalogazione e allo studio delle fonti sulle arti visive del XX e XXI secolo, la cui realizzazione ha avuto inizio nel 1998.

Nata con una funzione complementare rispetto a due altre istituzioni pubbliche storiche di sostegno all’arte, la Biennale di Venezia e la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma si pone come protagonista nel censimento e nella valorizzazione dell’arte nazionale principalmente attraverso la sua ricorrenza, appunto, quadriennale.

Il direttore artistico 

Subito dopo la chiusura della XVIª edizione - dal titolo Altri tempi, altri miti -, la Fondazione, per la prima volta nella sua storia, ha deciso di pubblicare un bando per la nomina di un direttore artistico, con un mandato triennale, che progettasse e realizzasse la programmazione culturale del triennio 2018-2020 in vista della XVIIª Quadriennale d’arte. La scelta cadrà successivamente sul progetto presentato da Sarah Cosulich, la quale decide di condividerne la realizzazione con il curatore Stefano Collicelli Cagol.

Quadriennale d'arte di Roma
Dalla conferenza stampa del 12 febbraio. Foto di Ilaria Lely

La programmazione Cosulich, con l’obiettivo di ampliare la conoscenza all’estero degli artisti italiani e favorire il dialogo e lo scambio di idee, è strutturata su un percorso di reclutamento, formazione e relazione di giovani artisti e curatori (Q-Rated) e su uno di sostegno all’arte italiana all’estero (Q-International).

Sarah Cosulich con Stefano Collicelli Cagol, direttore artistico e curatore della Quadriennale di Roma. Courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma. Foto Studio Cliche

Verso la Quadriennale del 2020

La XVIIª Quadriennale d’arte inaugurerà a Palazzo delle Esposizioni il 1 ottobre 2020. La mostra porrà in rilievo le ricerche, le poetiche e gli immaginari di artisti di diverse generazioni di cui verranno presentati progetti monografici in spazi dedicati e in relazione dialogica con l’allestimento attraverso uno speciale percorso espositivo che coinvolgerà entrambi i piani del Palazzo. Occuperà quasi 4000 mq di superficie espositiva, con più di trenta artisti, iniziative social, performance, visite guidate, eventi, proiezioni, iniziative collaterali, fuori-mostra, premi.

L’esposizione vuole ripensare la narrazione dell’arte in Italia dagli anni Settanta a oggi, anche in relazione ai contesti sociali, politici, tecnologici che l’hanno generata, individuando percorsi di lettura alternativi al canone storico-artistico predominante e mostrando come gli artisti che hanno superato la tradizionale classificazione dei media riescano a dialogare perfettamente con i linguaggi multimediali della contemporaneità. I giovani, le figure femminili, i vari orientamenti e le diverse identità sessuali, le sperimentazioni d’avanguardia saranno oggetto di un’attenta indagine.

Il progetto di mostra mira a evidenziare i percorsi transgenerazionali, la multidisciplinarietà dei linguaggi e la contaminazione delle arti visive con altre discipline.

Una mostra dunque, non più una rassegna, con un progetto curatoriale.

L’Arsenale e i nuovi spazi

Nell’ambito di un progetto di rilancio dell’Istituzione e potenziamento delle sue funzioni, il MiBACT ha individuato come sua nuova sede un complesso dallo straordinario valore storico e architettonico, posto in uno snodo strategico del centro cittadino, tra i quartieri di Trastevere e Testaccio, immediatamente adiacente a Porta Portese.

Si tratta dell’Arsenale voluto da Papa Clemente XI, agli inizi del Settecento, per sovrintendere l’attività doganale del porto fluviale e rimasto in funzione fino alla fine del secolo successivo.

Il complesso si compone di tre edifici, affacciati su un piazzale interno di 4000 metri quadri: il Magazzino del sale, le Corderie e l’Arsenale propriamente detto.

Quadriennale d'arte di Roma XVII
Rendering del progetto di ristrutturazione dell’Arsenale Pontificio a Porta Portese, prossima sede della Fondazione La Quadriennale di Roma. Courtesy Insula architettura e ingegneria

 

Quadriennale d'arte di Roma XVII
Rendering del progetto di ristrutturazione dell’Arsenale Pontificio a Porta Portese, prossima sede della Fondazione La Quadriennale di Roma. Courtesy Insula architettura e ingegneria

 

Tutti gli edifici sono stati recentemente messi in sicurezza e consolidati dal Ministero, che, nel marzo 2018, ha firmato un accordo con la Fondazione La Quadriennale di Roma per un’utilizzazione pubblica a forte valenza culturale.

Il progetto prevede di collocare l’Archivio Biblioteca in quello che fu il Magazzino del sale, mentre gli uffici della fondazione troveranno posto all’interno della lunga manica delle Corderie, insieme a una caffetteria con bookshop.

Il progetto di restauro è già interamente finanziato e il suo completamento è previsto per l’anno 2022.

La proposta: gli Amici della Quadriennale

La fondazione ha inoltre avviato un programma di membership, pensato per appassionati d’arte, mecenati, collezionisti, i quali potranno usufruire di vantaggi esclusivi, con diverse opzioni di adesione: amico, amico sostenitore, partner sostenitore, partner onorario, mecenate sostenitore, mecenate onorario.

 


Napoli svelata. Open House Napoli racconta la città tra architettura e spazi privati

Napoli si svela e racconta il suo immenso patrimonio artistico antico e moderno in due giorni di visite gratuite grazie all’evento Open House Napoli, in programma nella città partenopea nelle giornate di sabato e domenica 26-27 ottobre 2019.

L’evento Open House non è nuovo in Italia, infatti, già Milano, Torino e Roma, ospitano da qualche anno aperture tra cantieri, case private, studi di architettura e spazi rigenerati. Il primo festival Globale dell’Architettura nasce a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e testimoniare quanto un’adeguata progettazione possa influenzare in meglio la qualità della vita.

Open House Napoli
Conferenza stampa Open House Napoli. In foto: Alessandra Thomas, Luigi De Magistris e Stefano Fedele

Saranno cento gli edifici aperti al pubblico e già 400 volontari hanno accettato la sfida di raccontare ai napoletani e ai tanti affezionati di open house edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, cantieri attivi, luoghi sacri, infrastrutture, spazi verdi, residenze private, factory creative ma anche eventi e percorsi nei diversi quartieri della città.

Protagonisti gli architetti che arricchiranno l’esperienza attraverso curiosità tecniche e particolari che il più delle volte possono sfuggire ad occhi non allenati. E allora Studio Gnosis Progetti, X Studio Architettura, Casa Bianca – Studio Pica Ciamarra Associati e Studio Veneziatre apriranno le porte dei loro studi e racconteranno i loro progetti e le loro visioni, spesso surreali e innovative, per la città del futuro. Occasione unica e in esclusiva per la Prima edizione di Open House Napoli anche la visita a Villa Oro, progettata negli anni ’30 da due grandi architetti, Luigi Cosenza e Bernard Rudofsky e meta assolutamente imperdibile.

Conferenza Stampa di Open House Napoli

Protagonista sarà anche il verde urbano con visite esclusive al Parco di Re Ladislao, splendido esempio di hortus conclusus a ridosso della Chiesa di San Giovanni a Carbonara e luogo di assoluto fascino architettonico, o il Parco del Poggio, sottratto all’edificazione degli anni ’60 e ’70 ed esempio di recupero di un’area cava. Ma aperto eccezionalmente per Open House Napoli ci sarà anche Nisida con il suo Parco Letterario e alcuni dei suggestivi sentieri che la percorrono fino a Porto Paone.

Per chi invece fosse interessato ai palazzi storici e alle chiese, ricordiamo che diversi saranno aperti proprio per l’occasione. Uno di questi è la Sede della Banca d’Italia, luogo conosciuto e spesso ignorato ma dall’immenso valore architettonico, oppure il Palazzo delle Poste, anch’esso luogo di passaggio ma perfetto esempio di avanguardia espressiva e tecnologica.

Open House Napoli
Foqus Fondazione Quartieri Spagnoli- Open House Napoli

Tanti ancora i luoghi fruibili giorno 26 e 27 ottobre ma non vogliamo svelarvi proprio tutto. Per i più curiosi è possibile consultare il programma a questo link: https://www.openhousenapoli.org/images/OHN/OHN_Programma_web.pdf

Open House Napoli può considerarsi un’esperienza semplice ed efficace che già a livello internazionale ha riscosso un enorme successo, un modo di presentare a tutti, liberamente e gratuitamente, l’architettura spesso sconosciuta delle nostre città. Open House Napoli, attraverso il suo messaggio invita tutti ad esplorare e scoprire il valore di un ambiente ben costruito e che ha una storia tutta da scoprire. Curiosare tra gli studi, luoghi spesso non fruibili al pubblico, l’edificio sotto casa di cui spesso ignoriamo la storia, palazzi, paesaggi nascosti trasmetterà ai cittadini un senso di appartenenza ancora più forte del territorio.

L’esperimento Open House Napoli ha inoltre permesso una proficua collaborazione tra pubblico e privato, aprendo a tutti la rete di ascolto con le istituzioni. Napoli si mostra così come un’opera aperta e un laboratorio di continua sperimentazione così come è intrinseca nella sua cultura e nella sua gente.

Maggiori informazioni sul sito dell'evento: https://www.openhousenapoli.org/

 


Arriva Canova alla Galleria d'Arte Moderna di Milano

Dal 25 ottobre 2019, la Galleria d’Arte Moderna di Milano presenta la mostra Canova. I volti ideali, che ricostruisce la genesi e l’evoluzione della tipologia di busti femminili realizzati dallo scultore all’apice della sua carriera.

Curata da Omar Cucciniello e Paola Zatti, con la collaborazione di Fernando Mazzocca, l’esposizione è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Galleria d’Arte Moderna di Milano e dalla casa editrice Electa.

Antonio Canova
Busto di Beatrice, 1812
Gesso, cm 74 x 45 x 30
Gypsotheca e Museo Antonio Canova,
Possagno

Negli ultimi dodici anni della sua attività, quando è lo scultore vivente più famoso e più richiesto d’Europa, Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822) elabora una tipologia di busti che ha immediata fortuna tra i contemporanei, sia tra la committenza che tra la critica dell’epoca e che chiamò “teste ideali”. Un filone fortunatissimo di cui l’esposizione ricostruisce per la prima volta la genesi e l’evoluzione attraverso circa 30 opere, di cui oltre 20 di Canova, provenienti da musei internazionali.

Si tratta di una serie di volti esclusivamente femminili, molti dei quali realizzati senza commissione, nati forse con l’occasione di un ritratto idealizzato, quello di Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella di Napoleone. I volti non effigiano personaggi reali, ma indagano le infinite variazioni della bellezza femminile, basate sull’equilibrio perfetto tra l’idealizzazione, derivante dalla scultura classica e lo studio della natura. Sottoposti a sottili, raffinatissime variazioni nelle acconciature, nelle espressioni, nella resa virtuosistica del marmo, questi volti giungono a una progressiva semplificazione formale ed espressiva che trova il suo culmine nella Vestale.

Realizzata tra il e 1818 e il 1819, fu replicata in tre marmi: se il più noto è conservato proprio alla GAM di Milano, gli altri due sono alla Fondazione Calouste Gulbenkian di Lisbona e al J. Paul Getty Museum di Los Angeles, e sono per la prima volta riuniti in occasione della mostra e messi a confronto in un dialogo inedito, al centro del percorso espositivo.

Immagine di copertina:

Antonio Canova
Vestale
1818-1819
marmo di Carrara
cm 58 x 31 x 23
Galleria d’Arte Moderna, Milano


Open House alla conquista del sud Italia. Da ottobre a Napoli

Open House arriva nel sud Italia e precisamente a Napoli. Dal 26 al 27 ottobre 2019 la prima edizione di Open House Napoli animerà le vie e i palazzi della città con aperture gratuite di edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, luoghi sacri, infrastrutture, residenze private, factory creative, cantieri attivi e tanto altro ancora: Napoli si svela ai visitatori accogliendoli dietro le quinte di decine di siti di straordinario interesse architettonico, spesso inaccessibili, aperti al pubblico con visite guidate gratuite.

Un festival globale dell’architettura antica e moderna, del design che accompagnerà il visitatore a scoprire eccezionalmente le complesse storie della città di Napoli, un’esperienza unica da vivere come moderni esploratori urbani.

Open House nel mondo

Open House Napoli fa parte della rete internazionale di Open House Worldwide, il primo festival globale dell’architettura fondato a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e far comprendere quanto una migliore progettazione degli spazi urbani influisca positivamente sulla qualità della vita. Un prezioso strumento di conoscenza, dialogo e contributo al disegno della città che verrà.

Open House è oggi un fenomeno in vertiginosa crescita che coinvolge ormai 46 città nei cinque continenti con oltre un milione di cittadini coinvolti in tutto il mondo. In Italia sono già tre le città che aderiscono al network di Open House: Roma, Milano e Torino. E da quest’anno, finalmente, Napoli.

Per tutti gli aggiornamenti ecco il link al sito: https://www.openhousenapoli.org/


Plessi a Caracalla inaugura i sotterranei mai aperti delle Terme

Metti una mattinata all’anteprima esclusiva ed emozionante alle Terme di Caracalla, più precisamente nei sotterranei, nel suo cuore pulsante, sotto l’area del Calidarium. Da Martedì 18 Giugno, fino a Domenica 29 Settembre 2019, infatti, apre al pubblico l’area sotterranea mai prima aperta alla pubblica fruizione, contestualmente alla mostra “Plessi a Caracalla: il segreto del tempo “.
Plessi a Caracalla. Foto: Luana D'Alessandro

Le Thermae Antoninianae, uno dei più grandi e meglio conservati complessi termali dell’antichità, furono costruite nella parte meridionale della città per iniziativa di Caracalla che dedicò l’edificio centrale nel 216 d.C. La pianta rettangolare è tipica delle “grandi terme imperiali”. Le terme non erano solo un edificio per il bagno, lo sport e la cura del corpo, ma anche un luogo per il passeggio e lo studio. Si entrava nel corpo centrale dell’edificio da quattro porte sulla facciata nord-orientale. Sull'asse centrale si possono osservare in sequenza il calidarium, il tepidarium, il frigidarium e le natatio; ai lati di questo asse sono disposti simmetricamente attorno alle due palestre altri ambienti. Le Terme di Caracalla sono uno dei rari casi in cui è possibile ricostruire, sia pure in parte, il programma decorativo originario.

Plessi a Caracalla. Foto: Luana D'Alessandro
Le fonti scritte parlano di enormi colonne di marmo, pavimentazione in marmi colorati orientali, mosaici di pasta vitrea e marmi alle pareti, stucchi dipinti e centinaia di statue e gruppi colossali, sia nelle nicchie delle pareti degli ambienti, sia nelle sale più importanti e nei giardini. Per l’approvvigionamento idrico fu creato un ramo speciale dell’acquedotto dell’ Aqua Marcia, l’ Aqua Antoniniana. Restaurato più volte, l’impianto termale cessò di funzionare nel 537 d.C.
Oggi dopo un lungo intervento di restauro, condotto dalla Soprintendenza speciale di Roma il sito ha aperto al pubblico il 18 Giugno. Le gallerie si trovano proprio sotto il Calidarium e nei tempi antichi vedevano centinaia di schiavi impegnati a portare grandi cesti di legna su e giù dalle scale in un ambiente surriscaldato fino all'inverosimile.
Plessi a Caracalla. Foto: Luana D'Alessandro

Si tratta di un vero e proprio labirinto che si snoda nelle gallerie che ospitavano gli impianti idraulici, i forni, le caldaie e i camini che riscaldavano l'acqua per garantire il massimo del benessere nelle saune delle terme stesse. Una grande arteria sotterranea, il tutto fa da contrappunto a Plessi a Caracalla. L’artista, Plessi scende nelle viscere del monumento e per queste grotte misteriose ha progettato Il segreto del tempo: 12 video installazioni su grandi strutture in ferro, ove è evidente il rimando all’architettura romana, in un progetto site-specific che, tanto nelle strutture di supporto agli schermi, che nei contenuti degli stessi video, spaziano su temi classici, tra i protagonisti della videoarte contemporanea internazionale, con le musiche di Michael Nyman che narrano l'atmosfera di Caracalla lungo un percorso di 200 metri, in un’alternanza che contiene una serie di interventi inediti sulla storia di Roma.

La mostra, curata da Alberto Fiz, è organizzata dalla Soprintendenza Speciale Roma in collaborazione con Electa editore.