Dante e la questione della lingua: lezione del prof Francesco Sabatini per l'AICC di Bari

DANTE E LA QUESTIONE DELLA LINGUA - LEZIONE DEL PROFESSOR FRANCESCO SABATINI PER L’AICC DI BARI

Scrivere di Dante non è impresa facile. Parlare del Sommo Poeta e della sua Opera immortale richiede uno sforzo non indifferente. Affrontare la Divina Commedia o qualsiasi altro capolavoro del nostro Dante implica l’approfondimento della conoscenza di noi stessi e della nostra storia. Scoprire Dante e seguire la fonte inesauribile del suo intelletto ci porta a disvelare la dimensione più autentica dell’umano sentire.

Già dal primo ed emblematico verso dell’Inferno, siamo calati nel cuore della cultura europea, tra l’evo antico e l’evo moderno, indotti ad assaporare, lemma dopo lemma, il progetto più ambizioso e vasto della letteratura di ogni tempo, volto a stringere l’intero scibile in un abbraccio ecumenico ed atemporale, a discriver fondo a tutto l’universo. Il poema è ormai eterno, avvolto in un’aurea sacrale e misteriosa.

Dettaglio dal monumento equestre a Niccolò da Tolentino: Domenico di Michelino, Dante ed i tre regni, 1465, Firenze, Santa Maria del Fiore. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Sì, perché le terzine dantesche portano in sé un segreto, l’intima forza caratterizzante di una lingua incredibilmente innovativa e fresca. Dante descrive, nella sua totalità, il mondo che vede e vive in lui. Un mondo con una precisa connotazione storica, ma comprensibile ai nostri occhi per ciò che rappresenta. La Divina Commedia si fa portatrice della visione cristiana della storia, mutandone gli aspetti e i contenuti, ma con lineamenti razionali tipici del pensiero greco e latino, fino a quel momento utilizzati per interpretare la realtà del mondo.

Dante non è il teologo, il moralista che una critica poco attenta descrive. Dante è, prima di ogni altra cosa, un ricercatore appassionato, che si propone di conseguire la piena realizzazione della felicità dell’intero genere umano. L’alto disio dantesco, che è immerso nel suo tempo e del suo tempo raccoglie i dolori, le sofferenze, la miseria e la grandezza, guarda con suprema pietà alla colpa e alla depravazione dell’uomo, attraverso un’immedesimazione unica e commossa. Ogni gesto umano appartiene a Dante, viene da lui interpretato e rivelato, facendo affiorare quell’universalità che fa dell’opera il libro di tutti.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Il 17 gennaio 2020 è stata istituita un’intera giornata dedicata al Sommo Poeta, il Dantedì, da celebrarsi il 25 marzo di ogni anno. La data corrisponde allo stesso giorno del 1300, in cui, secondo la tradizione, Dante si perse nella selva oscura, dando così inizio al suo viaggio. Quest’anno, peraltro, ricorre il settecentesimo anniversario della morte del poeta, avvenuta il 14 settembre del 1321. L’idea del Dantedì, proposta a più riprese dal giornalista e scrittore Paolo Di Stefano, è stata divulgata attraverso un’intensa campagna di promozione, supportata anche dal ministro Dario Franceschini. Il Dantedì è divenuto ormai una ricorrenza a cui non è possibile rinunciare, visto anche il patrocinio di prestigiose istituzioni culturali, quali l’Accademia della Crusca, la Società Dantesca Italiana, la Società Dante Alighieri e l’Associazione degli Italianisti nella Società Italiana per lo studio del pensiero medievale.

Per celebrare la ricorrenza, l’Associazione Italiana di Cultura Classica di Bari, presieduta dalla Professoressa Pasqualina Vozza, ha organizzato, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Bari, un incontro con il Professore Francesco Sabatini, celebre linguista, filologo e lessicografo, Emerito dell'Università degli Studi Roma Tre, nonché presidente onorario dell'Accademia della Crusca. Il Professor Sabatini già nel 2019 aveva tenuto per l’AICC di Bari due seminari sul tema Il Latino nella società contemporanea.

Francesco Sabatini Dante Alighieri
Francesco Sabatini (Avezzano, 2017). Foto di Marica Massaro, CC BY-SA 4.0

In questa occasione, invece, il professore si è occupato della questione riguardante la formazione della lingua italiana, la cui problematica è trattata ampiamente nel De vulgari eloquentia. L’opera affronta, come si può facilmente immaginare dal titolo, il tema dello sviluppo della lingua volgare dal latino e fu realizzata tra il 1303 e il 1305. Si tratta di un trattato in latino, rivolto ai dotti, che Dante voleva persuadere della bellezza della lingua del bel paese là dove ‘l sì sona. Non ci si sofferma mai abbastanza sulla portata dell’opera e sulla sua incisività.

Dante, prima ancora di occuparsi nello specifico della lingua italiana, tratta a fondo il tema dell’origine del linguaggio verbale umano, gettando le basi per le conclusioni a cui approdò, secoli dopo, Linneo. Leggendo Tommaso d'Aquino e Isidoro di Siviglia, arriva a tracciare una linea di estrema modernità, che vede nel linguaggio la marca distintiva ed esclusiva della specie umana. L’opera, quindi, si sviluppa da un autentico interesse antropologico e filosofico per il fenomeno, che il poeta affronta con lucidità e fermezza e che sarà alla base del suo più noto capolavoro, scritto in volgare proprio per coinvolgere il grande pubblico e dimostrare l’aderenza della lingua stessa a temi di alto valore speculativo.

Attraverso il suo “ingegno e gli scritti e la cultura di altri”, il poeta dà inizio ad un’indagine che lo porta a ricercare il volgare illustre, ovvero la lingua che possa distinguersi per eleganza e prestigio tra i vari volgari italiani. Passa in rassegna le condizioni linguistiche europee, dividendole in tipologie storico-geografiche, affrontando il problema della lingua letteraria unitaria e aprendo la questione della lingua, destinata a rimanere irrisolta per secoli.

I paragrafi iniziali forniscono importanti informazioni sui volgari diffusi in Italia, identificati e suddivisi in una quindicina di tipologie dallo stesso poeta. Nessuno dei volgari municipali, però, dimostra di possedere le caratteristiche adeguate ad una lingua letteraria che sia comune all’intera Penisola, una koinè che dia forma alle alte tematiche trasmesse in prosa e in versi. La lingua volgare, spontanea e naturale, deve scostarsi dall’artificiosità del latino, occuparsi di qualsiasi argomento, ma rispondere a quattro importanti requisiti. Il volgare letterario deve infatti essere illustre, cardinale, aulico e curiale. Doveva dar lustro a chi lo parlava, essere il cardine attorno al quale tutti gli altri dialetti ruotavano, essere aulico e curiale, poiché avrebbe dovuto essere degno delle corti e dei tribunali. Nessuno dei volgari che Dante aveva elencato  poteva, a suo giudizio, prestarsi a tale scopo.

De vulgari eloquentia Dante Alighieri Francesco Sabatini
Un'edizione (1577) del De vulgari eloquentia di Dante Alighieri. Foto Disponibile nella biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC, Pubblico dominio

Occorreva concepirlo come una creazione retorica che rispondesse alla lingua adoperata per iscritto dai principali scrittori del tempo, incluso lo stesso Poeta. Le brillanti idee dantesche racchiuse nel De vulgari eloquentia, base teorica ed ineludibile per comprendere la Commedia, non godettero di subitanea fama, a causa della scarsa circolazione dell’opera. È evidente, però, che la messa in pratica delle teorie linguistiche dantesche, ovvero la lingua adoperata per il sommo poema, godette di un successo senza precedenti, viste le numerose ed immediate attestazioni della lettura dell’opera in varie parti della Penisola. La Commedia iniziò presto ad essere recitata e commentata, venne fatta circolare attraverso copie e se ne trova traccia nei documenti notarili del tempo.

Il Poeta riuscì ad unire una terra atavicamente divisa sotto la sua egida, che divenne indiscussa. La sua grandezza risiedette proprio nel dar voce al bisogno di una lingua comune, che unisse le varie realtà politiche italiane sotto un unico vessillo. Dante voleva dar vita a quel progetto di unione culturale, che inevitabilmente avrebbe portato ad un’unificazione politica. La lingua doveva farsi veicolo di pensiero, saldare i legami e permettere la creazione di una società nazionale compatta. Ecco che la Commedia, al di là delle tematiche politiche che animano le sue pagine, diviene un laboratorio necessario alla creazione della nostra identità.

Un continuo evolversi di sperimentalismi, un susseguirsi costante di invenzioni e raffinamenti. Dante dimostrò di aver assimilato il motto di Isidoro di Siviglia, che, nelle Etimologiae (IX I 11), scriveva “Ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt”, sono le lingue che fanno i popoli, non i popoli che fanno le lingue. Il poeta si sobbarca il ponderoso incarico di creare una lingua per dare voce ad un popolo. Nell’ultimo canto del Paradiso, culmine dell’esperienza trascendente, Dante prova a spiegare ai lettori la visione finale, la folgorazione al cospetto della luce divina. Nel tentare di rendere a parole l’esperienza di cui è stato testimone, scrive:

O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

(Paradiso, Canto XXXIII 67-72)

 

Chi è la futura gente a cui il poeta fa riferimento? Dante parla a chiunque sia ancora in grado di comprenderlo. Parla a noi posteri, figli della sua loquela. A distanza di settecento anni, siamo ancora cullati dai versi di tutta la sua produzione, che continua a rischiarare il cammino della nostra esistenza, oggi più che mai bisognosa de lo dolce lume del suo genio.


La selva degli impiccati Marcello Simoni

Il poeta-brigante e la reliquia diabolica: La selva degli impiccati di Marcello Simoni

Il poeta-brigante e la reliquia diabolica:

La selva degli impiccati di Marcello Simoni

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

La biografia di Marcello Simoni, puntualmente riportata nell'aletta in quarta di copertina, riserva diverse sorprese a chi non conosce questo scrittore. Innanzitutto, a dispetto della sua giovane età, egli può già vantare una cospicua carriera: il suo primo romanzo Il mercante di libri maledetti è infatti uscito nel 2011 per Newton-Compton; in soli nove anni Simoni ha prodotto circa trenta romanzi e un gran numero di racconti brevi e saggi.

La maggior parte dei titoli delle sue opere contiene riferimenti a libri proibiti e/o maledetti, ad abati e abbazie, reliquie e biblioteche: Simoni si è infatti specializzato nel filone dei thriller medievali che negli anni '80 venivano definiti, non senza un vago tono dispregiativo, i cloni della Rosa. Tuttavia è bene specificare che, lungi dal copiare pedissequamente l'opera di Umberto Eco, Marcello Simoni ha saputo proporre una personale visione del genere “giallo gotico” che gli ha consentito di ritagliarsi un posticino di tutto rispetto nel panorama editoriale italiano: il suo romanzo del 2019 Il lupo nell'abbazia è comparso nella prestigiosa collana dei Gialli Mondadori, mentre la trilogia avente come protagonista l'inquisitore Girolamo Svampa è stata pubblicata da Einaudi; per la stessa casa editrice è in libreria da qualche settimana La selva degli impiccati.

In questa sua ultima opera Simoni compie la difficile scelta di distaccarsi del tutto (o quasi) dalla sua comfort zone popolata di monaci sanguinari e manoscritti malefici; il protagonista è François Villon, poeta maledetto realmente vissuto nella Francia del XV secolo, al quale viene risparmiata la pena capitale in cambio di un patto scellerato: dovrà infatti collaborare con le autorità parigine per catturare Nicolas Dambourg, capitano dei briganti denominati coquillard, dei quali lo stesso Villon ha fatto parte; la faccenda è però resa complicata non solo dall'amicizia che lega il poeta a Dambourg, ma anche dalla scomoda presenza di una reliquia demoniaca, bramata e ricercata da una moltitudine di persone.

Xilografia che ritrarrebbe François Villon, realizzata da Pierre Levet per il Grand Testament de Maistre François Villon, Parigi, 1489. Immagine in pubblico dominio

Riassumere in poche frasi La selva degli impiccati non è semplice: molte sono infatti le trame secondarie collegate a quella principale, ciascuna delle quali coinvolge un gran numero di personaggi e le relative vicende; si tratta di un feuilleton con tutti i crismi, nel quale ciascun capitolo costituisce un nucleo narrativo a sé. In esso riecheggiano svariati generi, dal thriller all'horror al picaresco, in un amalgama tutto sommato compatto; la storia complessiva che ne emerge è avvincente e in grado di catturare l'attenzione del lettore: più che a Eco, Simoni sembra volersi ispirare a Victor Hugo, citato in esergo e nelle prime pagine del romanzo, dove si ha perfino una fugace visione della “Festa dei Folli” ampiamente descritta in Notre-Dame de Paris.

È però il tono avventuroso a permeare l'intero libro: il Villon dipinto dal Simoni è molto più simile al Conte di Montecristo di Dumas padre che a un Gwynplayne o a un Jean Valjean; mascalzone e scavezzacollo quanto basta, il poeta de La ballata degli impiccati non riesce affatto a essere un antieroe come il suo autore lo vorrebbe, e finisce per barattare il suo lato oscuro con una pittoresca, a tratti romantica umanità. L'influsso di Dumas è particolarmente evidente nella parte centrale del libro, ambientata in una foresta zeppa di briganti che ricorda da vicino la Sherwood descritta nel Robin Hood dumasiano.

François Villon, La ballade des pendus, J. Trepperel éditeur (Paris 1500) - Bibliothèque nationale de France - Gallica, immagine in pubblico dominio

Proprio le ambientazioni sono un punto di forza del libro: Simoni è particolarmente audace nel dare la sua visione di una Francia oscura e nebbiosa, nella quale corruzione e malvagità serpeggiano sotto una pelle di stretti vicoli e sordide osterie; molti sono i personaggi grotteschi, il cui fascino rischia tuttavia di far sfigurare quelli principali, eroi o antieroi che siano. La trama principale è portata avanti con disimpegno, in un continuo rovesciarsi di ruoli e situazioni che occasionalmente sfiora la genialità; il tutto condito da duelli e torture, impiccagioni e perfino quel pizzico di romance che il lettore si aspetta e che, puntualmente, gli viene dato in pasto. In sintesi, se la vicenda principale e il suo setting sono originali e ben confezionati, non lo sono tutti gli elementi di contorno, che rispondono fin troppo ai cliché del genere.

Non è questo, tuttavia, il vero problema della Selva, che soffre semmai di un ritmo non omogeneo: Il continuo alternarsi dei punti di vista causa infatti frequenti sfasamenti tra sezioni rapide e ricche d'azione e frangenti lunghi e tediosi nei quali vengono distillati i molti (non sempre necessari) spiegoni; è la prima metà del libro a risentire maggiormente di questo difetto, che porterà i lettori meno pazienti a saltare interi capitoli e a perdere frammenti indispensabili di questo mosaico; viceversa la parte finale risulta fin troppo veloce e ricca di eventi, tanto che a fine lettura si potrebbe avere la sensazione che non tutti i conti tornino come dovrebbero. Uno studio più attento dello schema narrativo avrebbe forse evitato questi scompensi.

Anche la caratterizzazione dei personaggi risulta in qualche modo discontinua: a molti di essi viene data una dignità eccessiva in relazione al loro ruolo nell'economia della storia, mentre altri, più affascinanti e meglio costruiti, spariscono del tutto nelle fasi più avanzate della vicenda. Simoni, inoltre, correda il romanzo di una lunga nota ex-post, nella quale spiega che gran parte dei personaggi citati è realmente esistita, ma manca una documentazione adeguata per ricostruirne la biografia: una vera e propria excusatio non petita per aver inventato di sana pianta le loro vicissitudini, espediente che sarebbe stato del tutto perdonabile anche senza questa spiegazione.

Occorre infine rimarcare un editing non sempre preciso, che glissa su evidenti errori di sintassi come il continuo utilizzo dell'avverbio affatto con funzione di negazione.

Queste pecche, è bene precisarlo, non compromettono la leggibilità de La selva degli impiccati, che di certo donerà agli appassionati del genere un'avventura di tutto rispetto, gustosa al punto giusto e ben congegnata, con una morale di fondo che, senza fare spoiler, risulterà sorprendentemente attuale.

La selva degli impiccati Marcello Simoni
La copertina del romanzo La selva degli impiccati di Marcello Simoni, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Big

Insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso

Gli archeologi trovano insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso in Bulgaria, nel Mar Nero

Pubblicato su Archaeology in Bulgaria il 23 agosto 2018 da Ivan Dikov; traduzione italiana ad opera di Margherita Guccione

Le rovine di un piccolo monastero medievale (angolo in alto a destra) sono state scoperte tra strutture tracie, bizantine, sulla minuscola isola nel Mar Nero, al largo della costa bulgara. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

Un antico insediamento tracio, un insediamento del primo periodo bizantino e un piccolo monastero tardo medioevale sono stati scoperti dagli archeologi nella piccola isola di San Tommaso (Snake Island) in Bulgaria, nel Mar Nero.

Le strutture archeologiche sull'isola di San Tommaso sono state scoperte nel giugno 2018, durante la prima fase della prima ricerca archeologica condotta sull’isola, guidata dal Prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia.

Nella seconda fase della ricerca, nell'agosto 2018, il team di Hristov ha effettuato una spedizione di archeologia subacquea.

È stata scoperta una fortezza, ormai affondata, dell’Antica Tracia nelle acque tra l’isola e la terraferma bulgara, o quello che un tempo era un istmo, mentre l'isola di San Tommaso era una penisola fino al Medioevo.

I resti archeologici che, invece, sono stati scoperti adesso sull'isola di San Tommaso, comprendono i resti di un antico insediamento tracio risalente alla Prima Età del Ferro, antiche fosse rituali traci e un insediamento Proto Bizantino (Tardo-romano) del V-VI secolo d.C. , e un piccolo monastero medioevale, più precisamente del XII-XIV sec., periodo del Secondo Impero Bulgaro (1185 - 1396/1422).

L'isola di San Tommaso è collocata a nord della foce del fiume Ropotamo, nella Baia di Arkutino, ed è attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

L'esplorazione archeologica dell'isola di San Tommaso nel Mar Nero è stata effettuata secondo i severi requisiti del Ministero dell'Ambiente e delle Acque della Bulgaria, poiché l'isola fa parte della Ropotamo Natural Preserve.

L'isola di San Tommaso giace a sole 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma bulgara, al largo della costa di Primorko, sul Mar Nero. Foto: Municipalità di Sozopol

L'esplorazione stessa dell'isola e la ricerca archeologica subacquea nella Baia di Arkutino sono finanziate dal Ministero della Cultura della Bulgaria.

"Circa un secolo fa, l'isola è stata fotografata da un aero e le foto mostravano i contorni del piccolo monastero", ha detto su Air TV il subacqueo Tencho Tenev, che è stato responsabile della spedizione subacquea.

Il Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, ipotizza che probabilmente ci sono più antiche fosse rituali traci sull'isola di San Tommaso, al largo della costa del Mar Nero, in Bulgaria, Primorsko, oltre alle due che sono state scoperte.

Frammenti di antiche anfore rinvenute nelle fosse indicano che furono utilizzate dagli antichi Traci per rituali sacrificali a partire dal V secolo a.C.

"I reperti esposti indicano che un grande santuario marittimo si trovava sull'isola di San Tommaso", dice il Museo, riferendosi a quella che era una piccola penisola del Mar Nero in quel momento.

"Il posto è stato scelto per una precisa ragione, dal momento che si trovava proprio al largo dell’antica strada che collegava Sozopol (Apollonia Pontica, Sozopolis) a Costantinopoli (all’epoca antica colonia greca di Byzantium o Byzantion)", aggiunge il Museo.

Le rovine recentemente dissotterrate del piccolo monastero che esisteva nel dodicesimo-quattordicesimo secolo sull'isola di San Tommaso. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

La prima e unica precedente spedizione archeologica sull'isola di San Tommaso, in Bulgaria, nel Mar Nero iniziò nel 1955.

Allora gli archeologi portarono alla luce le rovine di una piccola chiesa e alcuni edifici ausiliari. Ora, la spedizione archeologica del 2018 ha ipotizzato, sulla base di quella ricerca, le rovine di quello che era un piccolo monastero medievale.

L'isola di San Tommaso si trova al largo della costa della località bulgara del Mar Nero di Primorsko (che più recentemente ha fatto notizia per la scoperta dell'Antico tesoro tracio d'oro di Primorsko).

L'isola di San Tommaso nel Mar Nero ha un territorio totale di 0,012 chilometri quadrati (12 ettari o 3 acri).

Si trova a soli 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma e a nord della foce del fiume Ropotamo, nella baia di Arkutino, attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve.

È anche conosciuta come Snake Island/Isola dei Serpenti (da non confondere con la Snake Island ucraina - o Serpent Island - nel Mar Nero settentrionale) a causa del gran numero di serpenti d’acqua grigi che la abitano.

La Bulgaria conta solo alcune piccole isole al largo delle sue coste nel Mar Nero (sei, sette o otto a seconda della definizione di un'isola e se le isole ora artificialmente collegate alla terraferma vengono contate.)

Molte di queste erano apparentemente delle penisole, e praticamente tutta la costa del Mar Nero in Bulgaria vanta straordinarie scoperte archeologiche sottomarine, proprio grazie all’inabissamento parziale o totale della costa nella preistoria, nell'antichità e nel medioevo.

Altrimenti, la più notevole delle isole bulgare del Mar Nero, negli ultimi anni, è stata l'isola di Sant'Ivan al largo della costa di Sozopol, che è conosciuta per il suo monastero Paleocristiano/Proto Bizantino dove nel 2010 furono rinvenute le reliquie di San Giovanni Battista, e l'isola di Sant'Anastasia vicino a Burgas con il suo monastero tardo medievale.

Un'altra intrigante storia di archeologia subacquea recentemente collegata al Mar Nero, è stata l'ipotesi che una grande isola affondata esistesse nella zona sud-occidentale, vicino alla costa odierna della Bulgaria e della Turchia.

Un’antica nave romana affondata 2000 anni fa, è stata recentemente scoperta sul fondo del Mar Nero in acque territoriali bulgare dalla spedizione internazionale “M.A.P.”, oltre a diverse dozzine di altri relitti di Età antica, medievale e moderna.

L'antica fortezza tracia affondata, recentemente scoperta presso l'isola di San Tommaso aggiunge un altro grande punto di riferimento archeologico sottomarino per la costa del Mar Nero bulgaro.

Il prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, è un ricercatore di lunga data di siti archeologici lungo la costa bulgara del Mar Nero, tra cui un certo numero di insediamenti e fortezze completamente o parzialmente affondati.

Recentemente ha pubblicato un libro basato su 8 anni di ricerche sul campo di fortezze e insediamenti sulla costa meridionale del Mar Nero della Bulgaria odierna, o quella che una volta era Haemimontus, provincia di Bisanzio.

Il libro è intitolato "Mare Ponticum. Fortezze costiere e zone portuali nella Provincia di Haemimontus, V-VII secolo d.C.", e tratta la provincia di Haemimontus del primo Impero bizantino nella Tarda Antichità e nell'Alto Medioevo.


Sepoltura con due giovani affiancati nella chiesa di S. Antonio a Pile

L'AQUILA. DUE GIOVANI AFFIANCATI, ACCURATAMENTE COMPOSTI NELLA STESSA SEPOLTURA, NELLA CHIESA DI S. ANTONIO
Nuove rivelazioni dagli scavi in corso per la ricostruzione

Una nuova interessante testimonianza dal passato nelle tombe in corso di scavo nella chiesa di S. Antonio fuori le mura a Pile - L'Aquila.
È di questi giorni l'individuazione di una affascinante sepoltura simultanea di due giovani individui, un uomo e una donna di circa venti anni, uno accanto all’altro con i corpi accuratamente composti con le braccia incrociate sull'addome e i volti rivolti uno verso l'altro.
Il rinvenimento si inquadra nelle indagini in corso nella chiesa di S. Antonio fuori le mura a Pile, che accoglie altre sepolture individuate nello stesso contesto, databile presumibilmente tra il XIV e XV secolo d.C. e in corso di studio, e testimonia un caso particolare di sepoltura dalla quale emerge un forte legame affettivo tra i due individui che va oltre la morte.
Sulle testimonianze antropologiche sinora emerse e su quelle che verranno alla luce anche nel prosieguo dei lavori, la Soprintendenza attiverà indagini specifiche, finalizzate ad acquisire maggiori informazioni e dettagli, come l’età esatta degli individui ed eventualmente le cause della morte.
Le indagini in corso sono seguite dall’archeologo Alessio Cordisco sotto il coordinamento e la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Aquila e cratere (funzionarie archeologhe R. Tuteri, M.T. Moroni e D. T.Cesana).
"Si conferma, ancora una volta - afferma la Soprintendente Alessandra Vittorini -  la ricchezza delle storie che emergono dai lavori di restauro e di ricostruzione della nostra città. Ricchezza che richiede, ancora una volta, la massima cura e attenzione necessarie per le indagini, gli studi scientifici, le misure di tutela e di valorizzazione".
L'Aquila 15 Febbraio 2018
Fonte dati: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per L'Aquila e cratere

Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone


Torcello abitata, visite con gli archeologi al nuovo scavo

Continua il progetto ‘Voices of Venice’, che riscrive l’origine di Venezia

TORCELLO ABITATA, VISITE CON GLI ARCHEOLOGI AL NUOVO SCAVO

Fino al 12 agosto opportunità unica di riscoprire la storia dell’isola e degli insediamenti in laguna

 
VENEZIA – Lo scavo archeologico di Torcello apre le porte ai cittadini e ai visitatori. Gli archeologi di Ca’ Foscari organizzano infatti dal 4 al 12 agosto delle visite all’area, interessata in questa stagione dalle indagini sulle strutture di un edificio porticato, probabilmente del VII secolo.
Gli archeologi, destinatari di borse di ricerca del Dipartimento di Scienze Ambinetali, Informatica e Statistica, guideranno cittadini e visitatori attraverso la ricostruzione della storia complessa dell’isola di Torcello.  Lo scavo sarà aperto, con visite guidate gratuite, venerdì 4 agosto, alle ore 17.00, e sabato 5 agosto, con due turni alle 16.30 e alle 17.30. Si replica la settimana successiva, con viste giovedì 10 agosto, alle ore 17.00, venerdì 11 agosto, alle ore 17.00, e sabato 12 agosto, con due turni alle 16.30 e alle 17.30.
Per confermare la partecipazione è sufficiente mandare una mail a [email protected], o un sms/WhatsApp al 3404856929. Si può anche recarsi direttamente in isola all’ora convenuta.
Informazioni aggiuntive sono disponibili alla pagina facebook dello scavo, “Torcello Abitata, Archeologia, Ecologia e Patrimonio Culturale”: (https://www.facebook.com/TorcelloAbitata/).
Condurre ricerche archeologiche presso l’isola di Torcello, considerata la sua ricchezza di stratigrafia archeologiche conservate nel sottosuolo, riserva sempre inattese sorprese. Il nuovo scavo archeologico avviato da parte dell’Università Ca’ Foscari Venezia nella nell’isola, presso quello che era il Canal Grande di Torcello, non fa eccezione.

La storia delle origini di Torcello e Venezia potrebbe subire ancora qualche aggiustamento dai dati emersi nelle nuove campagne di scavo archeologico e confrontandoli con quelli emersi nelle precedenti, eseguite dal 2012 presso la chiesa Basilica di Santa Maria Assunta.
Il ritrovamento più suggestivo che aiuta a ricostruire la vita dei primi torcellani è quello di una “città” in legno” databile tra il IX e il XII secolo. Un abitato altomedievale costituito da confortevoli case in legno, probabilmente a due piani, dove a piano terra si sviluppavano le attività artigianali e commerciali e lo stoccaggio di merci e al primo piano si svolgeva la vita della famiglia. Affacciate su canali e costruite sopra una grande piattaforma di argilla che serviva a rialzare e isolarle termicamente, le case si affacciavano sull'acqua, che era l'unica via di comunicazione tra un settore e l'altro della città. Tra un edificio e l'altro vi erano cortili, funzionali alle attività da svolgere all'aperto, che si sviluppano intorno a “pozzi alla veneziana”, che sfruttavano un complesso sistema di filtri per utilizzare l’acqua piovana.
Nel 2017 si stanno indagando più approfonditamente le strutture di un altro edificio porticato, probabilmente di VII secolo. Sembra trattarsi di un antichissimo “magazzino” legato alle strutture portuali altomedievali. Qui si stanno ritrovando molte anfore africane e mediterranee, a conferma della vocazione portuale dell’isola.  Si tratta di un sistema di magazzini, organizzati lungo un ampio molo, dove si poter attraccare, scaricare e conservare le merci.
Lo scavo permette nuove riflessioni sulla storia di Venezia e sul ruolo di Torcello. Le ipotesi suggeriscono di rivedere la storia della nascita di Venezia che è sicuramente più complessa della leggenda che riporta come Torcello fosse fondata dagli abitanti di Altino in fuga dai Barbari. Verosimilmente il fiorire di Torcello è legato ad una realtà più complessa, dove lo spostamento delle funzioni commerciali, la gestione della manodopera (schiavi e lavoratori) e i cambiamenti ambientali hanno determinato un insediamento del tutto peculiare.
Acqua, Fango e Legno: questi sono gli elementi su cui si soffermano gli archeologi per ricostruire le origini dell’abitato e comprendere i delicati equilibri ecologici.
La particolarità di questo scavo è che qui archeologi, archeometri e restauratori lavorano fianco a fianco all’interno di un moderno cantiere archeologico i cui obiettivi sono la ricostruzione puntuale della storia archeologica dell’isola e la verifica di fattibilità di un Parco Archeologico “Live” ad Impatto zero, raccontato mentre si scava.
Il progetto  di ricerca è finanziato con fondi europei,  provenienti dalla progetto “Voices Of Venice”, MSCA-IOF 2017, nr. 632800, e con fondi diretti di Ca’ Foscari per il sostegno delle attività archeologiche.  Le ricerche prevedono la collaborazione del Dipartimento di Antropologia dell’Università di Stanford, California e del Dipartimento di archeologia dell’Università di Reading, Regno Unito.
Lo scavo, realizzato in regime di concessione ministeriale, è reso possibile grazie all’impegno del Comune di Venezia, che ha reso disponibile il terreno a titolo gratuito e si è operato per la promozione delle indagini.  Fondamentale è il ruolo di coordinamento della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e la sua Laguna.
Le attività beneficiano del preziosissimo aiuto delle istituzioni culturali locali di Torcello: il Museo archeologico di Torcello (Citta Metropolitana di Venezia), il complesso monumentale della basilica di Santa Maria Assunta (Patriarcato di Venezia), e del centro Studi Torcellani.
Il sostegno e l’entusiasmo dei cittadini di Torcello  è, però, il riconoscimento più grande del lavoro degli archeologi, che hanno la straordinaria opportunità di operare in uno dei luoghi più fragili e più ricchi della storia dell’intera laguna veneziana.
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Il sale, elemento di successo dell'agricoltura a Chaco Canyon

3 Ottobre 2016

Rovine a Chaco Canyon. Credit: Kenneth Barnett Tankersley
Rovine a Chaco Canyon. Credit: Kenneth Barnett Tankersley

Un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports, ha dimostrato che - contrariamente a quanto finora ritenuto - la diversità di sali nelle acque e nel suolo sarebbe stata benefica e non nociva per la coltivazione del mais nell'antico New Mexico.

Precedenti studi avevano ritenuto che le tecniche di gestione delle acque presso i Pueblo Ancestrali durante periodi di siccità avrebbero determinato livelli tossici di salinità dell'acqua. Il nuovo studio rileva invece come il mix di solfato di calcio, insieme ai minerali vulcanici già presenti nell'area, avrebbe contribuito ad incrementare la fertilità del suolo al fine della coltivazione del mais.

Kenneth Barnett Tankersley dell'Università di Cincinnati spiega che - con un elevato livello di certezza - i Pueblo Ancestrali non abbandonarono Chaco Canyon a causa dei sali.

I Pueblo Ancestrali fiorirono in quest'area dal nono al dodicesimo secolo: pur riferendosi ad essa come a un'oasi, subirono diverse gravi siccità.

Il Chaco Wash. Credit: Kenneth Barnett Tankersley
Il Chaco Wash. Credit: Kenneth Barnett Tankersley

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Nuovo studio ribadisce l'autenticità del Codice Grolier

7 Settembre 2016
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Da quando fu recuperato da saccheggiatori in Chiapas, negli anni sessanta, il Codice Grolier è stato avvolto nello scetticismo degli studiosi, che ritenevano si trattasse di un falso. Le discussioni in merito sono andate avanti per decenni.

Un nuovo studio, pubblicato su Maya Archaeology, afferma che non solo il codice è un'opera genuina dei Maya, ma che è addirittura il più antico dei codici giunti fino a noi. I professori Stephen Houston, Michael Coe, Mary Miller e Karl Taube hanno rivisto tutte le ricerche disponibili sull'argomento.

Nell'analisi, gli studiosi hanno esaminato tutte le critiche e le analisi degli ultimi cinquant'anni. In passato era quasi un dogma considerare il Codice Grolier come un falso. La datazione al radiocarbonio ha quindi rilevato come il codice sarebbe persino il più antico tra quelli ancora conservati.

Link: Maya ArchaeologyEurekAlert! via Brown University.

Pagina 6 dal Codice Grolier, foto da Wikipedia (Maya Civilization - Private Collection; Maya Grolier Codex, Page 6), Pubblico Dominio.


Un coccodrillo in un monumento in pietra da Lambityeco

1 Settembre 2016

Credit © Linda Nicholas, The Field Museum
Credit © Linda Nicholas, The Field Museum

Scoperto un monumento in pietra che ritrae un coccodrillo, presso l'antica città di Lambityeco (500-850 d. C.), dove sorge l'odierna Tlacolula de Matamoros, nella regione messicana di Oaxaca.

La scoperta è stata effettuata dagli archeologi del Field Museum, e potrà cambiare il punto di vista sul sito scoperto negli anni '60. Durante gli scavi sono emersi affreschi che indicano una stretta correlazione con la vicina Monte Albán, grande insediamento della regione. Dall'altra però i manufatti ritrovati hanno fatto emergere differenze rispetto a quest'ultima città, e si è quindi attribuita Lambityeco a un'epoca successiva. La nuova analisi però ritorna sul punto concludendo che i due insediamenti erano effettivamente contemporanei.

Quando fu fondata, Lambityeco rifletteva l'architettura di Monte Albán, ma poi, durante l'occupazione, non è più possibile verificare questo, il che riflette il crearsi di una distanza tra i due centri. Gli abitanti di Lambityeco volevano probabilmente differenziarsi. Il monumento in pietra col coccodrillo riflette questo cambiamento, poiché fu spostato. Originariamente era parte di una scala del centro civico e cerimoniale della città, ma fu spostato per collocarsi sulla facciata del nuovo edificio, dove continuò ad avere un valore rituale.

Link: EurekAlert! via Field Museum.


Una nuova interpretazione della Tavola di Venere

16  Agosto 2016

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Il Codice di Dresda proviene da Chichén Itzá e data all'undicesimo o dodicesimo secolo, rappresentando uno dei più celebri codici Maya e il più antico ad esserci pervenuto. La Tavola di Venere è da oltre 120 anni oggetto di studio, e pur rimanendo impressionante per molti versi, la si è finora considerata come un mezzo a disposizione soprattutto degli astrologi.

In nuovo studio pubblicato sul Journal of Astronomy in Culture, il prof. Geraldo Aldana sostiene che la Tavola di Venere rappresenti un'importante scoperta scientifica dell'epoca, nel campo della matematica e dell'astronomia. Lo studio ha carattere multidisciplinare e attraverso un'analisi dei geroglifici Maya, dell'archeologia e dell'astronomia, presenta una nuova interpretazione della Tavola. Questa, che traccerebbe le fasi osservabili del secondo pianeta, presenterebbe una "correzione" del calendario in uso presso i Maya e relativo al pianeta stesso. Si tratterebbe di un principio simile a quello dell'anno bisestile del calendario gregoriano, ma i Maya lo scoprirono nel primo secolo a. C.?

Gli archeologi e altri studiosi hanno affermato che le osservazioni nella Tavola di Venere sono corrette, ma di carattere attinente soprattutto la numerologia. Se si guarda a queste come a registrazioni di carattere storico, e se si parte dal presupposto che le osservazioni astronomiche furono effettuate nell'area per millenni, il punto di vista cambia. Queste registrazioni sarebbero state poi a disposizione dei posteri che notarono dei pattern. D'altra parte, l'astronomia occidentale nascerebbe anche su basi molto simili. Questo, secondo Aldana, lo si può verificare a Copán, in Honduras.

E similmente a quanto avvenne in Occidente - con Copernico che si relazionò all'universo eliocentrico mentre trovava delle predizioni corrette per la Pasqua - anche qui a Chichén Itzá, Venere avrebbe avuto un'utilità concreta nello stabilire i cicli dei rituali.

L'innovazione - il prof. Geraldo Aldana parla ora di "riscoprire la scoperta" - sarebbe il risultato probabile di uno sviluppo avutosi presso Chichén Itzá, sotto il celebre sovrano K’ak’ U Pakal K’awiil. Aldana. Aldana non avrebbe un nome per l'autore dell'innovazione, ma quello di un'importante e autorevole figura dell'epoca. Tornando al precedente paragone, è come sapere chi era il papa che aveva dato incarico a Copernico, ma non conoscere il nome di quest'ultimo.

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Origine dei cavalli ambiatori

8 Agosto 2016

Pony islandese durante i campionati mondiali. Credit: Monika Reissmann
Pony islandese durante i campionati mondiali. Credit: Monika Reissmann

Andare a cavallo è l'uso fondamentale che si è fatto di questo animale domestico, e ha influenzato per millenni le società umane. Le tecniche si sono modificate nei secoli, e cavalli in grado di tenere un'andatura "comoda" sulla lunga distanza furono considerati di grande valore.

Un nuovo studio, pubblicato su Current Biology, ha rilevato la presenza di un allele mutato in relazione a queste caratteristiche. La ricerca ha preso in esame il DNA antico di 90 cavalli, a partire dal Calcolitico (seimila anni fa) e fino all'undicesimo secolo d. C. La mutazione è stata rilevata in due cavalli inglesi tra 850 e 900 d. C., e con più frequenza in quelli islandesi tra nono e undicesimo secolo. I cavalli compaiono in Islanda a partire dall'870 d. C., ed è improbabile che si sia giunti a una mutazione indipendente in così poco tempo. L'origine dei cavalli ambiatori sarebbe dunque da ritrovarsi nell'Inghilterra medievale: i coloni norreni (provenienti da Danimarca e Svezia meridionale) portarono questi cavalli in Islanda, dove li allevarono. Evidentemente questi preferirono questa andatura comoda al loro arrivo nell'isola. Furono poi diffusi - a partire dall'Inghilterra o dall'Islanda - nel resto del mondo. L'assenza del gene nei cavalli europei dell'epoca (Scandinavia compresa) lascia infatti pensare che la diffusione dello stesso sia avvenuta a partire dalle Isole Britanniche.

Arne Ludwig, tra gli autori dello studio, ha espresso sorpresa per il fatto che tale mutazione non fosse più antica, visto che il tratto è così diffuso oggi. Evidentemente con una forte selezione tutto può avvenire molto velocemente.

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