Giulia Caminito acqua del lago dolce

Come diventare una ragazza cattiva: L'acqua del lago non è mai dolce

In una rosa di candidati più promettente che mai, per il Premio Strega 2021, spicca per la lodevole commistione di potenza e leggerezza, brutalità e acume, l’ultimo romanzo di Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce, edito da Bompiani.

Ci troviamo davanti a un romanzo di formazione (o meglio de-formazione) in piena regola: seguiamo le vicende della protagonista, nonché voce narrante del romanzo, tutto raccontato in prima persona, a partire dall’infanzia sino alla giovinezza inoltrata – la incontriamo per la prima volta che non ha ancora dieci anni e la abbandoniamo all’ultima pagina che si è ormai laureata da un po’ di tempo.

Per una buona parte del romanzo, a fare da sfondo alla storia (e in un certo senso anche a rivestire il ruolo da co-protagonista) è il lago di Bracciano, specchio fisico e metaforico degli stati d’animo e della storia personale di questa ragazzina e poi giovane donna di cui, al contrario di tutti gli altri protagonisti, il lettore saprà il nome (che, per amore dell’espediente letterario scelto da Caminito, non rivelerò qui) soltanto nelle ultimissime pagine.

Il fil rouge di questa formazione/deformazione è rappresentato dalla povertà, dalla vita grama, prima nella metropoli e poi in provincia, da tutte le conseguenze che la mancanza di denaro e di mezzi hanno sul carattere della protagonista. E poi, dalla famiglia: una madre brusca, dalle capacità limitate e un po’ perverse (seppur genuine) di mostrare il suo affetto ai figli, una donna dal temperamento battagliero, dal forte senso della giustizia ma anche dell’ingiustizia e della vendetta, dai modi di fare induriti dal tempo e dalle delusioni; un padre soccombente, costretto su una sedia a rotelle, senza capacità materiali di incidere in modo sostanziale sulla vita dei figli; un fratello “ribelle”, dalle idee radicali e un po’ ingenue, ripudiato dalla madre (ma in fondo a lei fedele) e tanto amato dalla protagonista.

Questo scenario, sommato ai molti nefasti accidenti della vita (dal bullismo a scuola per i rossi capelli al suicidio di un’amica non proprio tanto amata, alla delusione di un dottorato promesso e alla fine non ottenuto), trasforma la nostra protagonista in una “ragazza cattiva”, capace di sentire a fondo una grande varietà di sentimenti umani, incluso l’odio, l’odio puro, quello che porta alla violenza, al desiderio di vendetta, ad azioni pericolose per se stessi e per gli altri.

La protagonista non è incapace di amare. Tutt’altro. La scopriamo vulnerabile tanto alle cotte adolescenziali quanto ad amori più maturi, la vediamo legarsi potentemente ad amici e amiche, aspettandosi molto in cambio. Ma la vediamo anche disprezzare, picchiare, anche desiderare di uccidere. Una catarsi completa non c’è, eppure, alla fine, la vediamo – ferita ancora una volta nel profondo dagli eventi di una vita ingiusta – reagire con una forza ingenua e delicata, quella dei bambini, una forza che perdona, che spera. Un tuffo ancora nel lago della sua adolescenza, a redimere una vita non completamente ben spesa, ma ancora giovane, ancora in tempo.

Lo stile di Giulia Caminito è asciutto e limpido, ma non privo di immagini forti e di lessico ricercato. La prima persona accentua e rafforza i sentimenti violenti che fanno da padroni nel romanzo. L’azione di certo prevale sulla descrizione, ma la scrittura di Caminito rende perfettamente la brutalità dei sentimenti dei protagonisti, la polarità fra città e provincia, tra il centro di Roma e il lago, tra la vita frenetica e quella apparentemente calma ma realmente turbolenta lontana dalla metropoli; e, in ultima analisi, la polarità fra la formazione e deformazione dei personaggi.

Giulia Caminito acqua del lago dolce
La copertina del romanzo di Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce, pubblicato da Bompiani (2021) nella collana Narratori Italiani

L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


La nuova stagione, amore e odio per una terra madre

La nuova stagione, ultimo romanzo di Silvia Ballestra, racconta le vicissitudini di due sorelle marchigiane, Olga e Nadia, che cercando di disfarsi della terra lasciata loro in eredità dal padre. Non lo fanno per urgente bisogno di soldi o di fuga, ma perché semplicemente la vita, a volte, prende altre strade e ciò che è stato (i nostri "natii borghi selvaggi", l'eredità tangibile e pesante di una famiglia) non ci rispecchiano più. Perché inizia, appunto, una "nuova stagione" che magari con la prima non ha apparentemente alcuna relazione. A fare da cesura, piccoli e grandi eventi traumatici, come può esserlo un terremoto.

"Pensavamo che non eravamo certo i primi ad assistere a sconquassi del genere lì, ma pensavo pure che i precedenti più gravi risalivano a centinaia di anni prima."

Questa terra, che è la vera protagonista di tutta la narrazione, è una landa di collina, coltivata a palme in un declivio tra il Monte della Sibilla e il Vettore. Un paesaggio splendido, antropico eppure selvaggio, abitato da generazioni e sconquassato da una qualche faglia che lo fa tremare, cercando di distruggere ogni traccia umana. Questa terra, che sa riempire di coccole e di rimproveri,  che le due sorelle vorrebbero lasciare ma con grande senso di colpa, che amano in modo assoluto ma doloroso, è la madre di tutte le protagoniste della storia. Tutte, compresa la voce narrante, una sorta di auto-fiction dell'autrice, che sembra voler raccontare in questo libro anche il proprio legame con il proprio luogo di origine. E come nei migliori manuali di psicologia, il rapporto tra una madre onnipresente e le figlie non può essere che complesso e affascinante.

Il Monte Vettore. Foto Flickr di pizzodisevo da/Palmiano, CC BY-SA 2.0

Poi ci sono le palme, bella e sinuosa reminiscenza omerica, che in un gioco di metafore e simboli sono il legame tra questa madre e queste figlie. Le palme, un tempo commercio molto redditizio, sono ora rifiutate da tutti. Eppure rimangono restie a seccare e quasi impossibili da smaltire una volta eradicate, come un amore che non si può soffocare e che non vuole rassegnarsi a spegnersi in solitudine. E tuttavia anche quel legame viene con fatica reciso:

"Il lavoro andò avanti una settimana con un paio di interruzioni per impegni dei due e con un pomeriggio saltato perché, con grande sgomento di Olga, aveva minacciato la pioggia.

Sul terreno, come un muto rimprovero, rimasero centinaia di grosse buche, parecchie acacie e coriacei sfalci secchi sparsi a perdita d'occhio come paglia."

Rimangono, forse nascoste, le radici. Quelle che non ci permettono mai di andare veramente o che, come sirene, ci chiamano per tornare:

"Ma questa storia non è mica conclusa" mi disse ridendo luciferina. "Parto, ma torno per la sagra del ciauscolo. Poi ci sarà, ancora, l'estate di San Martino e, prima di Natale, le fochere dell'Immacolata."

Il Monte della Sibilla visto da Montefortino. Foto di Parsifall, CC BY-SA 3.0

Questa riflessione sulla terra e sul legame coi luoghi della propria origine sembra essere una costante della letteratura di questi anni. Mi vengono in mente, oltre a questo romanzo, Le cose da salvare di Rossetti, Portami dove sei nata di Scorranese, Bella mia di Pietrantonio... Tutte narrazioni che vertono intorno a una terra che crolla, che non è più quella di prima ed è interessante che siano tutti romanzi di autrici donne. Forse un nuovo filone della narrativa italiana che varrà la pena per qualche critico di indagare. Intanto leggete questo libro e forse scoprirete che anche da poche radici rimaste mutilate sul terreno nascono nuovi germogli.

 

La nuova stagione
La copertina del romanzo La nuova stagione di Silvia Ballestra, pubblicato da Bompiani

La nuova stagione è stato candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Si ringrazia

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Qualcuno che forse un tempo amavo

Famiglia, talvolta microcosmo accogliente e fidato, talvolta gabbia dorata in cui covano tradimenti e si annidano inganni insospettabili. Come le fiabe più crudeli, il mito con i suoi graffi riesce a strappare la maschera alle ipocrisie e rivela il nucleo di irriducibile verità che si cela dietro l’apparenza di molte relazioni: così, accanto a memorabili episodi di amore sincero in cui la purezza del sentimento commuove fuor di ogni retorica (emblematico risulta a tal proposito l’intenso saluto di Ettore e Andromaca, un momento di poesia altissima, prima del duello furibondo che sancirà la morte del marito e poi la riduzione in schiavitù della moglie e del figlioletto Astianatte), l’antico ha saputo proporre, senza vani pudori, modelli matrimoniali non altrettanto limpidi.

Spicca in questo senso la vicenda della casa degli Atridi, già contaminata dal miasma della maledizione divina, in virtù di quell’ineluttabile vincolo per cui le colpe dei padri ricadono sui discendenti. È infatti in seno alla famiglia di Atreo – colui che aveva imbandito al fratello le carni dei figli – che si dipana la sanguinosa storia di Agamennone e Clitemnestra, sovrani di Micene, protagonisti di una leggenda che con i suoi accenti feroci e straordinariamente magnetici ha ispirato poesia epica e tragica e continua a solleticare la fantasia dei moderni.

Recentissima è la rilettura a opera dell’irlandese Colm Tóibín: nel romanzo del 2017 La casa dei nomi, pubblicato in Italia l’anno successivo per i tipi di Einaudi, le voci dei personaggi principali si alternano nel progredire del racconto e testimoniano la complessità dell’intreccio dei punti di vista che compongono la realtà, dando forma a una verità che non è mai granitica, anzi riluce nelle sue molteplici sfumature. La Clitemnestra della tradizione, appiattita dal tempo su una spietatezza quasi stucchevole, viene qui risarcita della sua umana fragilità e sin dal memorabile incipit – ‘I have been acquainted with the smell of death’ («Ho dimestichezza con l’odore della morte») – rende i lettori partecipi del suo sentire attraverso i sensi. Volitiva e irriguardosa delle conseguenze dei suoi gesti, è vero, ma solo perché visceralmente segnata da una tragica prigionia nel ventre della terra: dopo essere stata sepolta viva affinché non fosse di ostacolo al sacrificio di Ifigenia (primogenita immolata dal padre Agamennone per placare i venti contrari e propiziare la partenza per Troia), la regina riemerge dal suolo dopo averne assorbito la forza ctonia e uterina. Colm Tóibín la dipinge fiera negli istinti muliebri, ma non ne nasconde i timori e vulnerabilità di madre, e attorno alle sue paure costruisce un castello di incomprensioni e silenzi. Non senza trepidazione la donna si consegnerà al suo amante Egisto, non senza apprensione infliggerà il colpo mortale a suo marito.

Oreste, a cui finalmente l’autore restituisce un’adolescenza, vive il suo personale (e mccarthyano) romanzo di formazione prima in una terra desolata e poi in una casa che un tempo era piena di nomi, quelli degli dèi non più invocati, un’assenza che risuona del suo stesso vuoto. Fedele al modello classico resta, a conti fatti, soltanto Elettra – immobile nel suo dolore di ghiaccio e nell’altera nobiltà di stirpe, frenata dall’equivoco dell’incomunicabilità e attonita di fronte alla piega degli eventi – resa più ardita, forse, dalle carezze notturne che indisturbata regala alla fidanzata del fratello.

L’operazione che con nitore lo scrittore di Dublino porta avanti risulta tanto più comprensibile e significativa se la si legge alla luce della storia recente irlandese; l’amarezza e il senso incolmabile di solitudine che pervade il romanzo suonano quasi come un monito: il malinteso che cova nel guscio di una famiglia può pericolosamente sfociare in lotte intestine, scontri fratricidi. Una tragedia che appare così intima contiene cioè in nuce i simboli di ogni guerra civile; il sacrificio di Ifigenia, stabilito senza alcuno scrupolo da suo padre Agamennone, costituisce il primo atto cruento della vicenda, seguito dall’uccisione di Agamennone da parte di Clitemnestra e poi di quest’ultima per mano di suo figlio Oreste. Si tratta a ben vedere di un ciclo di violenza che non conosce tregua e che evoca amari rimandi ai troubles nordirlandesi e ai fatti della Siria dei nostri giorni.

La domanda aperta che Colm Tóibín sembra porre ai lettori è: avrà fine tutto questo? In che modo sarà possibile interrompere questa successione di delitti efferati, compiuti selvaggiamente all’interno di una comunità di affini? A un altro interrogativo – come ha avuto inizio tutto ciò? – tenta di rispondere un testo memorabile di Marguerite Yourcenar, contenuto nello scrigno di prose liriche Fuochi (scritto nel 1935), edito da Bompiani con la traduzione di Maria Luisa Spaziani. Clitemnestra o del crimine è un monologo in cui la protagonista si rivolge ai Signori della Corte per ripercorrere le origini del suo gesto colpevole, senza mai volerlo banalmente giustificare. In un tribunale novecentesco, la cattiva del mito non ha paura di svelare le ferite inflitte da una relazione sofferta, ridimensiona la portata dell’adulterio («Se qualcuno io ho tradito, si tratta certamente di quel povero Egisto. Avevo bisogno di lui per sapere fino e che punto fosse insostituibile colui che amavo») e si sofferma a ponderare le conseguenze dell’assassinio. Nell’eternità i morti non conoscono riposo e Agamennone non fa che ritornare: la sua ombra è un tormento che non si può sopprimere.

Nella tragedia di Eschilo erano le Erinni, terribili dee della vendetta, a perseguitare Oreste dopo il matricidio con cui aveva vendicato suo padre per volere di Apollo. Scomparso l’orizzonte divino, l’uomo deve farsi carico delle sue inquietudini e della notte atra della civiltà in cui il non-detto è capace di confinarlo. Ormai priva del legame sacro con il trascendente, la famiglia è costretta fare i conti con una distanza che la rende vulnerabile, che ne acuisce le lacerazioni e la espone alla trappola delle menzogne fino a mettere in dubbio la consistenza stessa dei sentimenti («Qualcuno che forse un tempo amavo», dirà l’ombra confusa della Clitemnestra di Tóibín a proposito di suo figlio Oreste). Rileggere il mito significa estrapolarne i simboli e farli reagire con il presente, mettendoci in guardia dalle derive ideologiche che negano la complessità in nome di una tradizione che, a ben vedere, infine, risulta tutt’altro che rassicurante.

famiglia
Edvard Munch, The Kiss (El Beso), olio su tela (1892), foto The Athenaeum, pubblico dominio

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight


Fabbricanti d'oro di Gustav Meyrink: misteri alchemici tra le pagine della storia

Fabbricanti d'oro di Gustav Meyrink
Misteri alchemici tra le pagine della storia

L'opera di Gustav Meyrink (1868 – 1932) è tornata ultimamente nelle proposte delle case editrici specializzate nelle pubblicazioni più originali e intriganti, dopo una notevole edizione illustrata Hugo Steiner Prag de Il Golem da parte di Tre Editori e quella più anonima della collana Gotica della Skira, che purtroppo non presenta nessun apparato critico o profilo bio-bibliografico. Come ha scritto Cesare Buttaboni in Versacrum, anche le edizioni Theoria hanno proposto un altro lavoro dell'autore austriaco, ovvero La casa dell'alchimista: si tratta di un testo davvero piacevole da leggere. A conti fatti, il famoso scrittore esoterista è ancora un mistero da dipanare e scoprire, nonostante sia stato pubblicato anche da grandi editori come Bompiani e Adelphi. Sicuramente l'operazione portata dignitosamente avanti dalle Edizioni Studio Tesi è un nuovo tassello che si aggiunge agli elementi chiave per godere pienamente dell'opus di Meyrink.

Fabbricanti d'oro di Gustav Meyrink è un testo che va a colmare un'imperdonabile lacuna all'interno del panorama editoriale italiano ed è curato magnificamente sotto ogni aspetto. Il volume è tradotto dall'irriducibile Vittorio Fincati ed è introdotto dalla penna del maestro Gianfranco de Turris, che ripercorre i precedenti esempi dei meyrinkiani Julius Evola e Elémire Zolla, in quanto studiosi ovviamente e non detentori di qualsivoglia ideologia.
Il successo dell'autore è principalmente merito del romanzo Il Golem, ma anche dei testi Il Volto Verde, La Notte di Valpurga (Edizioni Studio Tesi), Il Domenicano Bianco e L'angelo della finestra d'occidente. La vita di Meyrink fu spesso sconquassata dai numerosi lavori intrapresi, dalle variegata passioni e dagli studi più disparati. Fu banchiere, traduttore - oltre che scrittore - e non da ultimo, fervente esoterista. Un episodio chiave della vita dell'autore è narrato nel breve scritto autobiografico Il mio risveglio alla veggenza, dove l'autore confessa di volersi suicidare con un colpo di pistola in seguito a una dolorosa vicenda d'amore, ma all'improvviso un opuscolo libresco scivola sotto la porta e “illumina” Meyrink sulle materie occulte, religiose e misteriche. Al tal punto che rinuncia ai suoi propositi suicidi.

Gustav Meyrink, foto di sconosciuto in pubblico dominio

L'austriaco è uno dei più grandi intellettuali del paese e si contraddistingue per i suoi testi riccamente ornati da tematiche spiritiche, religiose (non meramente cristiane), occulte, esoteriste. Non sono lavori banalmente “fantastici”, volti a incuriosire il lettore generalista del suo tempo per impressionarlo, ma dei veri spaccati che si affacciano sul mondo nascosto sotto il velo dell'ignoranza “realista”. Ovviamente Meyrink può anche essere letto senza voler intraprendere un cammino iniziatico, perché in lui sono connotate una meravigliosa cultura enciclopedica, la capacità di dipingere contesti storico-magici con una lucidità incredibile e la forza di evocare elementi soprannaturali e onirici con sapiente equilibrio. Senza mai eccedere nei cliché o nei meccanismi macchiettistici delle storie di fantasmi o dei gothic novels di serie B.

Pubblicato nel 1925, Fabbricanti d'oro (Goldmachergeschichten) è un testo che propone tre racconti incasellati in precisi momenti storici a cui l'autore dedica parecchio studio: infatti Meyrink si documentò parecchio per scrivere questi gioielli letterari, finora inediti in Italia. L'esposizione dell'austriaco è quindi in equilibrio tra la fiction e la cronica storica, e presenta un gradevole registro, che permette di leggere i suoi racconti come se fossero opere del tutto diverse: l'appassionante e misteriosa storia di un alchimista o la curiosa vicenda storica di un individuo alle prese con bizzarri esperimenti.

Jan Matejko, l'alchimista Sendivogius (1867). Immagine in pubblico dominio

Come si può immaginare, l'ambientazione cinquecentesca e seicentesca delle corti europee è curata con perizia e sagacia e catapulta il lettore nel sofisticato mondo dell'Europa nobiliare, come se fosse una docufiction. Se nei precedenti lavori Gustav Meyrink è molto più restio a descrivere le oscure pratiche alchemiche dei suoi protagonisti, al contrario nei racconti di Laskaris, Sendivogius e Sehfeld è molto più meticoloso e diretto e ci fa capire che il compito degli “adepti” è quello di raggiungere una realtà superiore. La lettura del presente testo non è un invito all'esoterismo, bensì alla riflessione profonda e interiore dell'uomo, una proposta di auto-indagine della verità che vige nei nostri tempi. Del resto è del tutto esatta la frase dell'alchimista Laskaris “La verità è diversa a seconda di chi la guarda” (p. 230). Siamo noi lettori a usare i propri filtri per comprendere cosa si cela dentro di noi, intorno a noi e sopra di noi. Meyrink non fa altro che invitarci a questa riflessione e questo è sicuramente il suo più grande merito.

Fabbricanti oro Gustav Meyrink
La copertina di Fabbricanti d'oro. Storie di alchimisti di Gustav Meyrink, Edizioni Studio Tesi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Conversazione in Sicilia

“Conversazione in Sicilia”, capolavoro di Elio Vittorini

“Conversazione in Sicilia” è un romanzo di Elio Vittorini ambientato nell’Italia fascista di fine anni ’30 e inizio anni ’40, in una Sicilia che l’autore stesso definisce tale «solo per avventura; perché il nome Sicilia suona meglio del nome Persia o Venezuela».

Il protagonista della storia è Silvestro Ferrauto, uomo ormai trentenne che, da Milano, decide di fare ritorno verso*(1) la sua terra d’origine, la Sicilia per l’appunto, in occasione del compleanno della madre.  Il viaggio di Silvestro ha come ultimo obiettivo quello di indagare a fondo le cause del suo malessere e di un’ira non del tutto identificabile, dovuta alla presa di coscienza della situazione di non ritorno in cui l’Italia è versata. Nonostante Vittorini non manifesti la causa del dolore che affligge Silvestro e l’intero genere umano, il riferimento ai regimi totalitari e alla sanguinosa guerra di regime spagnola è presente nell’intero romanzo, in maniera implicita per via dei rigidi controlli da parte della censura che costringono tutti gli scrittori e gli intellettuali dell’epoca a raccontare l’avversione al fascismo attraverso espressioni allusive e forme di linguaggio cifrate. Da qui deriva la necessità di costruire l’intero racconto tramite un susseguirsi di immagini allegoriche e riferimenti mitici, che fungono da schermo per importanti messaggi culturali e politici che esprimono la drammaticità del periodo storico a loro contemporaneo. “Conversazione in Sicilia” non ottenne, infatti, gli stessi risultati editoriali raggiunti dagli altri romanzi dell’autore, proprio per la difficoltà nell’interpretare quello che Vittorini stesso definisce “parlar figurato”. Per riuscire in questo intento, Vittorini recupera la forma magica-mitologica, che la rivoluzione scientifica ha in parte distrutto ma che riesce a sopravvivere attraverso le forme allegoriche. Tutto il romanzo è strutturato in questo modo: nulla di ciò che Silvestro vede durante il suo viaggio è realistico.

Elio Vittorini
Elio Vittorini, foto dalla copertina di Conversazione in Sicilia. Milano, BUR, 1986

 

La scelta del recupero di forme mitiche si accompagna al ripristino della dimensione fiabistica oltre che teatrale. In particolare, attingendo alla famosa fiaba del pifferaio magico che libera la città dai topi suonando lo strumento musicale, Vittorini allude ai giorni dell’infanzia di Silvestro che sono ormai diventati “scuri e informi” come topi, e il suono del piffero che avverte dentro di sé corrisponde metaforicamente al viaggio verso la regione natìa.

“un piffero suonava in me e smuoveva in me topi e topi che non erano precisamente ricordi. Non erano che topi, scuri, informi, trecentosessantacinque e trecentosessantacinque, topi scuri dei miei anni, ma solo dei miei anni in Sicilia, nelle montagne, e li sentivo smuoversi in me, topi e topi fino a quindici volte trecentosessantacinque, e il piffero suonava in me, e così mi venne una scura nostalgia come di riavere in me la mia infanzia”

L’intero romanzo è costruito attorno al tema del recupero di un’infanzia dimenticata e di un tempo perduto*(2):

“Poi aspettando vidi venire su dalla valle un aquilone, e lo seguii con gli occhi passare sopra a me nell’alta luce, mi chiesi perché, dopotutto, il mondo non fosse sempre, come a sette anni, Mille e una notte.

[...]

Uno, a sette anni, ha miracoli in tutte le cose, e dalla nudità loro, dalla donna, ha la certezza di esse, come suppongo che lei, costola nostra, l’ha con noi. La morte c’è, ma non toglie nulla alla certezza; non reca mai offesa, allora, al mondo Mille e una notte. Ragazzo, uno non chiede che carta e vento, ha solo bisogno di lanciare un aquilone.

[...]

Dopo, uno conosce le offese recate al mondo, l’empietà, e la servitù, l’ingiustizia tra gli uomini, e la profanazione della vita terrena contro il genere umano e contro il mondo. Che farebbe allora se avesse pur sempre certezza?”

Attraverso l’immagine dell’aquilone che si innalza al cielo, Vittorini concretizza la purezza di un’infanzia primigenia che non è ancora stata infettata dal mondo ingiusto e servile degli adulti – processo inevitabile di crescita e di scontro con la realtà che comporta lo svanire delle certezze infantili e una matura presa di coscienza da parte dell’individuo. L’unica via di salvezza consiste nel recupero della memoria, attraverso l’esperienza: per esprimere questo concetto Vittorini insiste sull’esistenza di una quarta dimensione, che non contempla l’idea del tempo né dello spazio, ma solo del “ricordo e l’in più di ora” – ovvero coincide con il recupero del passato e la vita che scorre nel presente.

“Era questo, mia madre; il ricordo di quella che era stata quindici anni prima, venti anni prima quando ci aspettava al salto del treno merci, giovane e terribile, col legno in mano; il ricordo, e l’età di tutta la lontananza, l’in più d’ora, insomma due volte reale.”

Silvestro scompone l’immagine della madre e la vede reale due volte, ovvero la donna che era nel passato sommata alla donna che è diventata nel presente.

La dimensione ideata da Vittorini rasenta un universo immaginario e mitico, che trascende il mondo reale e ne evoca uno fantastico, recuperando dalla sfera del passato simboli e significati che tornano a vivere in un nuovo presente. In questa nuova dimensione, ogni cosa si abbandona al fascino di una lontananza in cui tutto è enigmatico e atavico:

“”Ma guarda, sono da mia madre”, pensai di nuovo, e lo trovavo improvviso, esserci, come improvviso ci si ritrova in un punto della memoria, e altrettanto favoloso, e credevo di essere entrato a viaggiare in una quarta dimensione.”

Nel corso del viaggio di ritorno in Sicilia, Silvestro ascolta i consigli di Calogero, Ezechiele, Porfirio e Colombo, “personaggi-funzione” che attraverso la loro esperienza singola e concreta riflettono l’umano sentire.  Le voci dei quattro interlocutori confermano in Silvestro la consapevolezza del mondo offeso e lo aiutano a recuperare lo strumento garante di salvezza, al fine di stabilire una nuova sintonia con il luogo in cui tutto è iniziato.

Nonostante l’utilità degli insegnamenti impartiti e benché “la ruota del viaggio” fosse ripartita, a permettere la rigenerazione traumatica di Silvestro (“topi e topi che non erano precisamente ricordi”) è il fantasma del fratello Liborio, morto probabilmente durante la guerra in Spagna. L’incontro con l’ex soldato dà origine a un dialogo scandito da una sola interiezione e quasi impossibile da interpretare, da cui il protagonista comprende l’impossibilità di pronunciare certe parole in determinate situazioni e la necessità di sostituirle con i fatti.

All’assenza della parola si aggiunge poi la mancata logica spazio-temporale che distingue il passato dal presente, rendendo l’incontro col fratello una situazione surreale in cui le due sfere temporali sono paritetiche.

Il ricorso al parlar figurato, la messa in scena di una quarta dimensione, i rimandi a una sfera mitica e fiabesca, l’indagine cromatica che alterna luci e ombre, colori e buio, e che mette in scena una terra vivace ma allo stesso tempo fatta di cenere e devastazione: tutto ciò spiega la complessità ma anche la meraviglia del romanzo.

Conversazione in Sicilia
Copertina dell'edizione Bompiani del 1942. Il libro fu precedentemente pubblicato dalla rivista Letteratura nel 1938-39, e quindi da Parenti nel 1941 col titolo di Nome e Lagrime. Fair use

*(1) Il titolo “Conversazione in Sicilia” è scelto appositamente dall’autore.

*(2) Si noti che, negli stessi anni, Marcel Proust pubblicò il suo capolavoro maturando la stessa idea di un recupero di qualcosa che sembra essere perduta per sempre.

Fonti:

  1. "Conversazione in Sicilia", BUR

Non di Scurati

Non aver letto il libro di Scurati mi esonera dai piaceri opposti dell’incensamento e della stroncatura. Parlerò dunque del genere letterario a cui il Premio Strega 2019 appartiene, dei suoi antecedenti e della sua parentela in altre arti.

L’editore Bompiani e i media definiscono “romanzo” questo M. Il figlio del secolo. Verrebbe da aggiungere: “romanzo storico”, in quanto narra fatti di cent’anni fa. La definizione di romanzo storico fu data da Manzoni: “componimento misto di storia e d’invenzione”. Ne I promessi sposi i protagonisti sono persone di bassa condizione, non realmente vissuti (cioè non attestati da documenti d’epoca), ma plausibili in quel tempo e in quei luoghi. I pezzi grossi della Storia, invece, si dividono le parti minori; e quanto grossi, poi? Nessun papa, nessun re o imperatore o scienziato o filosofo.

In tempi più vicini a noi, invece, si è andata affermando, sia in letteratura che nel cinema che in televisione, una fiction romanzesca i cui protagonisti sono proprio i Grandi della Storia, visti nel loro privato, nelle pieghe della loro anima. Si pensi alle grandi serie dedicate ai regnanti inglesi (The crown), ai film che ricostruiscono momenti decisivi della vita di personalità di primo piano come Churchill (L’ora più buia) o Giorgio VI (Il discorso del re).

Verrebbe da chiedersi quanto ci sia di vero e quanto di immaginario, di “ricostruito”, in queste opere; ovvero quale ne sia la percentuale di verità storica, inoppugnabile, basata su fonti sicure. Naturalmente una qualche percentuale di finzione deve essere presente: si pensi ad esempio alle numerose vicende che non hanno avuto testimoni, ai rovelli interiori del protagonista, a tutto ciò che non è attestato e che va per forza integrato tramite sforzo di fantasia (per fare un esempio celebre: le tentazioni di Gesù solo nel deserto, chi le ha raccontate agli evangelisti?). E qui le alternative sono due:

  • La ricostruzione storica è esatta nella misura del 100% o quasi; ma allora non si capisce perché l’opera debba essere definita “romanzo”. A rigore, la monumentale biografia di Mussolini di Renzo De Felice avrebbe dovuto concorrere al Premio Strega. Tali precise narrazioni di fatti storici si chiamano “saggi”.
  • La ricostruzione storica è largamente integrata da fatti, dialoghi e personaggi di fantasia; ma allora perché gli autori e gli editori di questo tipo di opere le definiscono puntuali ricostruzioni, studi fondamentali, riletture innovative?

Il dubbio rimane. Gli storiografi classici, Tacito ad esempio o Plutarco, davano vita ai nudi fatti storici indagando con potente fantasia l’animo di condottieri e imperatori. Anche le loro opere potrebbero quindi classificarsi tra gli antecedenti di questa non fiction (romanzo e saggio insieme, o forse né l’uno né l’altro). Sospetto tuttavia che le fonti d’ispirazione dei moderni prodotti editoriali siano più prosaiche, magari le ricostruzioni di fatti di cronaca tipiche di certi programmi d’inchiesta di matrice statunitense: giudicando il pubblico incapace di comprendere un dibattito storiografico su base scientifica, gli si dà una sceneggiata con attori che “rifanno”. E se la Storia così com’è andata non è abbastanza spettacolare, allora la si riscrive del tutto, come Tarantino in Inglorious bastards, facendo morire Hitler nell’incendio di un cinematografo a Parigi.

Resta da chiedersi se questa non-Storia finirà prima o poi, una generazione dopo l’altra, spentosi del tutto il senso critico, a sostituirsi alla Storia autentica.

figlio secolo Scurati