Alberto Angela ultimo giorno di Roma

Prima dell'Inferno. "L'ultimo giorno di Roma", il libro di Alberto Angela che dà avvio alla trilogia

Prima dell'Inferno. L'ultimo giorno di Roma, il libro di Alberto Angela che dà avvio alla trilogia

Il 13 maggio 2021 è uscito in libreria L’inferno su Roma, il secondo volume della trilogia che Alberto Angela sta dedicando al famoso incendio che devastò il centro dell’impero Romano nel luglio del 64 d.C.

Per tutti coloro che vogliono farsi trovare preparati all’arrivo di questo secondo episodio, di seguito un breve resoconto sul primo libro L’ultimo giorno di Roma.

Spero possa risultare utile sia al semplice appassionato che non ha ancora incominciato la saga, sia all’irriducibile Angeler che magari necessita di un leggero ripasso.

Alberto Angela racconta Roma al tempo di Nerone. E la racconta attraverso gli occhi di due personaggi che in quella città hanno davvero vissuto e camminato, i vigili del fuoco Vindex e Saturninus. I due vigili sono di ronda nel giorno prima del grande incendio e l’occasione permette all’autore di mostrare direttamente attraverso i loro occhi le meraviglie e le contraddizioni della prima Roma Imperiale.

Il pretesto letterario non è nuovo ad Alberto Angela. Già in altri suoi libri ritroviamo personaggi che parlano, camminano e interagiscono tra loro solo per permettere a noi lettori di dare un’occhiata intorno ai luoghi, agli usi e ai costumi del tempo. Capita ad esempio nel volume I tre giorni di Pompei. Capita in Impero.

Curioso pensare che questa speciale “personalizzazione del racconto”, questo metodo di descrivere un luogo e un tempo a partire da personaggi che presumibilmente hanno vissuto quel periodo, sia presente soprattutto nei suoi libri ambientati nell’antichità romana.

Sembrerebbe quasi una predilezione dell’autore per questi temi.

Ciò tuttavia non sminuisce affatto la veridicità storica del racconto. Anzi, tutti i personaggi che interagiscono nel libro ad esempio, possiedono nomi reali, attinti da stele funerarie coeve. Tutto ciò che viene descritto, inoltre, è poi motivato dallo stesso autore attraverso puntuali citazioni di studiosi, ricercatori e altri autori importanti.

Non sfugge niente. Prova ne è anche la ricca bibliografia alla fine, arricchita dalla scelta di inserire mappe che ricostruiscono in scala i luoghi toccati dai protagonisti.

Alberto Angela riesce quindi a scrivere un libro che ha insieme lo spirito del romanzo e il respiro del saggio. Il lettore è portato continuamente a esercitare la sua curiosità, mentre esplora Roma attraverso gli occhi e i passi dei due vigili del fuoco.

Non è una visione dall’alto, una narrazione imposta dall’autore. È proprio un cammino passo passo.

In questo percorso l’autore è sempre di fianco del lettore. La personalità di Angela trabocca di tanto in tanto, in concomitanza con alcuni simpatici episodi della sua vita personale. Da un lato servono a lui per dare un metro di paragone con il mondo di oggi, dall’altro regalano a chi legge un maggior senso di vicinanza con l’autore stesso.

A proposito di vicinanza e di mondo di oggi.

Angela scrive un libro su Roma antica che è al contempo di estrema attualità. Soprattutto in quei momenti in cui mette a nudo le forti contraddizioni che caratterizzano la città di Nerone, l’autore fa continui riferimenti al presente, alle difficoltà alle quali noi cittadini europei ancora non troviamo una soluzione.

Alberto Angela parla anche di Covid, distanziamento sociale, immigrazione.

Il suo merito consiste soprattutto in questi continui avanti e indietro tra presente e passato. Lo scopo è chiaro: normalizzare il tempo difficile che stiamo vivendo e proiettare speranza nel prossimo futuro.

In questo volume gli uomini e le donne de L’ultimo giorno di Roma ignorano il devastante incendio che divamperà da lì a poche ore. Tuttavia, in qualche modo e non senza dolore, riusciranno ad affrontare ciò che li attende.

L’idea ultima è: se i nostri progenitori sono riusciti a superare sfide così difficili, è nostro compito impegnarci a fondo in ciò che ci attende, per consegnare alle prossime generazioni un mondo che sia semplicemente migliore per tutti.

ultimo giorno di Roma Alberto Angela
Alberto Angela, L'ultimo giorno di Roma. Viaggio nella città di Nerone poco prima del grande incendio, pubblicato nell'ambito de La trilogia di Nerone - Libro I, RAILibri,  da HarperCollins Italia (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Come si diventa dittatori col plauso della plebe? Ce lo spiega il Cesare di Galatea Vaglio

Mariangela Galatea Vaglio, Cesare. L'uomo che ha reso grande Roma

Si può dire qualcosa di nuovo su Cesare?

No di certo. Le fonti sono quelle, non si scappa. Tra gli ultimi che sono riusciti a dire qualcosa di originale su Cesare e i Romani ci sono stati Goscinny e Uderzo dal villaggio degli Irriducibili.

Ma era un fumetto, pure comico. Ai fumetti si perdona tutto. Pure la storpiatura della sigla SPQR (Sono Pazzi Questi Romani).

Se si vuol parlare di Cesare seriamente bisogna essere scrupolosi e rigorosi, e affidarsi a un serio lavoro di ricerca.

Le fonti, appunto.

Ma è necessario essere noiosi, per raccontare gli ultimi anni della Repubblica, il triumvirato e la dittatura del Divo Giulio? E mi perdoni Andreotti, ma per me di Divo Giulio ce n'è solo uno.

A leggere Galatea Vaglio e il suo Cesare si direbbe di no.

Cesare Galatea Vaglio
La copertina del romanzo di Mariangela Galatea Vaglio, Cesare. L'uomo che ha reso grande Roma, pubblicato da Giunti (2020) nella collana Storia e storie

Capiamoci, è un testo basato sulla biografia di Cesare e sulla storia della repubblica. Non ci dice nulla che non conosca qualsiasi persona che durante le lezioni di storia romana delle medie e superiori sia stata più attenta di me.

Ve li ricordate, quei personaggi romani che non vi restavano mai in testa, tipo Mario, o Silla, e la confusione terribile che facevate con gli avvenimenti della Repubblica, tipo, che ne so, le guerre (civili, puniche, galliche, e tutto quello che riuscite a ripescare dalle vostre reminescenze scolastiche), i trumviri, le liste di proscrizione...?

Ecco, io ci ho messo anni per riuscire a barcamenarmi e mi ci sono voluti anche supplementi di studio. E ancora ho delle lacune enormi perché la Repubblica a Roma dura secoli.

Ma sul periodo di sessant' d'anni che comincia da Mario e Silla e finisce alle idi di marzo del 44 a.C., ora ho le idee un po' più chiare.

Galatea Vaglio Cesare
Galatea Vaglio. Foto di Diego Landi

Perché parlando di Cesare, Galatea riesce a costruire un racconto (è storia, ma è sotto forma di racconto, uno dei modi migliori per divulgare) corale in cui riusciamo finalmente a farci un'idea dei personaggi che si susseguono negli ultimi anni della repubblica.

Allora i nomi che ci hanno perseguitato per mesi quando eravamo costretti a studiare una storia lontana da noi, di cui pochi riuscivano a comprendere in pieno il senso, diventano persone reali con i loro caratteri, le loro simpatie e antipatie, i loro pregi e difetti.

Diventano esseri umani che possiamo riconoscere e di cui ci possiamo interessare come se fossero nostri vicini, amici, nemici, contatti Facebook (perché no? Cesare sarebbe stato di sicuro uno con migliaia di follower, uno di quelli che vengono condivisi urbi et orbi. E che si fanno un sacco di nemici).

E pazienza se ci si perde un po' con i ruoli del potere nella società romana, dove i senatori sono difficilmente paragonabili ai nostri rappresentanti politici odierni, o dove il pontifex si occupa sia del culto che delle cose della repubblica (aspetta, però, che pure il pontifex attuale fa entrambe le cose).

In ogni caso, per qualsiasi dubbio, alla fine del libro c'è un glossario per noi che non solo non ci ricordiamo bene la storia romana ma non abbiamo nemmeno studiato il latino.

Galatea ha pensato proprio a tutto come si conviene a una brava divulgatrice preparata.

Insomma, questo libro, che non è un saggio e non è una biografia ma è una lezione di storia romana coinvolgente, è tanta roba.

Lo consiglio, e mi auguro che a Galatea venga in mente di scriverne una in cui prende tutta la dinastia giulio-claudia, di cui sono una fan, per raccontarla come sa fare lei.

Per saperne di più su Galatea Vaglio consiglio di consultare la sua pagina Facebook Galatea Vaglio Pillole di storia.


Livia donne Impero Romano Roma

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari

“Il più alto potere romano non si declina al femminile”. Con questa frase evocativa si apre il volume di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari, dedicato all’analisi di alcune figure femminili che dal I sec. a.C. al III d.C. hanno contribuito alla formazione e alla gestione del potere imperiale. Nonostante nel mondo romano la donna fosse sempre in qualche modo oscurata rispetto all’uomo che le era accanto, che fosse il padre, il fratello o il marito. Nonostante la misoginia che emerge dalle fonti del tempo, come Tacito, Svetonio, Cassio Dione oppure Erodiano. Nonostante i pregiudizi che, come nota l’autrice nell’introduzione, devono essere messi da parte, soprattutto se vogliamo conoscere meglio le donne che hanno fatto l’Impero e che hanno determinato il suo splendore.

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari Marisa Ranieri Panetta
La copertina del saggio di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l'impero. Tre secoli di potere all’ombra dei Cesari, pubblicato da Salerno Editrice (2020)

La prima figura di cui si tratta è Cleopatra VII, ultima regina d’Egitto e da sempre la maggiore rappresentante del fascino della terra del Nilo. Ripercorrendo le vicende che la videro protagonista si offre l’immagine di una Cleopatra piena di dignità, intelligente ed ambiziosa, che l’autrice del volume rappresenta come l’emblema di “una femminilità capovolta”. Questo tratto della sua personalità risulta in particolare dal rapporto con Giulio Cesare e Marco Antonio, rispetto ai quali la regina non ebbe un ruolo di secondo piano, ma si dimostrò una donna carismatica e intenta ad accrescere il potere dell’Egitto ad ogni costo. All’elemento prettamente storico si intrecciano gli aneddoti riportati dagli autori antichi, alcuni dei quali hanno sfumature che ci possono far sorridere: per esempio, si racconta che Cicerone, non avendo ricevuto dei rari papiri richiesti alla Biblioteca di Alessandria, scrisse all’amico Attico di odiare Cleopatra (Cicerone, Ad Atticum, XV, 15, 2). Un ultimo aspetto a cui è rivolta una certa attenzione è lo sfarzo in cui viveva la regina, soprattutto per quanto riguarda la cura del corpo attraverso profumi, ricche vesti e gioielli, con la volontà di essere identificata con divinità quali Iside e Afrodite.

Il secondo capitolo è dedicato invece a Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto e madre di Tiberio e Druso, avuti dal matrimonio con Tiberio Claudio Nerone. L’autrice del volume inizia a trattare le vicende della donna dalla sua fuga da Roma nel 40 a.C. per evitare la proscrizione e dal suo successivo ritorno, quando in poco tempo divorziò dal marito per sposare Ottaviano e vivere con lui sul Palatino. A partire da questo evento si ripercorre la nuova vita di Livia accanto all’imperatore, mostrando come costei fosse una matrona parca, frugale e dedita alle virtù domestiche. Allo stesso tempo, come risulta dalle fonti antiche, Livia appare per certi versi spregiudicata, soprattutto in relazione ai giochi di potere che portarono Tiberio a diventare il successore di Augusto: Marisa Ranieri Panetta nota, in questo senso, la scaltrezza della donna e la sua capacità di sopportare situazioni sconvenienti, chiedendosi se possa esserci davvero lei dietro ai delitti e alle morti premature che spianarono la strada al figlio. La narrazione, anche in questo capitolo, si intreccia con aneddoti, excursus di carattere artistico e citazioni letterarie: interessanti, a riguardo, sono le descrizioni della Villa di Livia e dell’Ara Pacis, oppure il richiamo al Carmen Saeculare di Orazio e ai Tristia di Ovidio, tutte testimonianze del programma politico-culturale dell’Impero di Augusto.

Statua di Livia come Opi/Cerere, dea della fertilità, con cornucopia, capo velato, corona d’alloro e spighe di grano, Louvre. Foto di CRIX, CC BY-SA 4.0

Si passa poi a trattare di Agrippina Minore, la cui vita ruotò attorno agli imperatori della dinastia giulio-claudia: fu la figlia di Agrippina Maggiore e Germanico, quest’ultimo figlio di Druso e nipote di Tiberio; fu la sorella di Caligola, divenuto imperatore alla morte di Tiberio e noto per le sue stravaganze; fu la nipote e poi anche la quarta moglie di Claudio, successore di Caligola; infine, fu la madre di Nerone, nato dall’unione con Gneo Domizio Enobarbo e destinato a essere l’ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia. Nei quarant’anni di storia che ricopre il capitolo - dalla morte di Germanico nel 19 d.C. a quella di Agrippina nel 59 - si traccia dunque il percorso di una donna seppe mantenere un ruolo di preminenza e che fu pronta a tutto pur di garantire al figlio un futuro da imperatore, cadendo però vittima della sua avidità di potere: da madre utile si trovò ad essere una madre scomoda, e proprio per questo Nerone decise di eliminarla. La narrazione è integrata da varie fonti storiche che permettono di far luce anche su altri personaggi del tempo come Messalina (terza moglie di Claudio) oppure Seneca, contribuendo a raffigurare al meglio non solo le vicende di Agrippina stessa, ma anche quelle del clima in cui si svilupparono le sue ambizioni.

Protagonista del quarto capitolo è Pompeia Plotina, la moglie dell’imperatore Traiano, descritta dagli storici come una donna modesta, dai costumi irreprensibili e schiva del lusso. Come le altre figure femminili che circondavano il marito (si pensi alla sorella Ulpia Marciana o alla figlia di questa, Salonia Matidia), Plotina si distingueva per la sua liberalità e per il suo impegno nel costruire o restaurare biblioteche, tempi e teatri, dimostrandosi lontana da quella sete di potere che era stata così forte in passato. Tenendo presente questo tratto della sua personalità, l’autrice del volume offre l’immagine di Plotina come di una donna nuova, che ebbe un ruolo determinante senza bisogno di ostentazione, e che proprio per questo costituì un modello per le successive consorti imperiali.

Nel capitolo successivo ci si rivolge poi a Giulia Domna, la seconda moglie di Settimio Severo, fortemente segnata dalle guerre civili che portarono il marito a imporsi come unico imperatore. Questa situazione infatti, come nota Marisa Ranieri Panetta, la fece maturare in fretta e la abituò ad una vita semplice e fatta di frequenti spostamenti, nonostante le sue nobili origini orientali. Nel ritratto di questa donna si mettono in luce anche i suoi interessi culturali e soprattutto il rapporto con il figlio Caracalla, che lei cercò sempre di proteggere nonostante il fratricidio di Geta e le calunnie da esso derivate. Infine, una certa rilevanza è data anche ai legami della dinastia dei Severi con l’Oriente, dal culto solare praticato da Giulia Domna alle diverse testimonianze iconografiche della regalità imperiale: possiamo leggere a riguardo le interessanti descrizioni dell’Arco di Leptis Magna o dell’Arco degli Argentari a Roma, nonché delle diverse monete e statue raffiguranti l’imperatore e la sua consorte. Da tutto questo risulta l’immagine di una donna dotta e lontana dal lusso, una donna che ebbe tra le mani un vasto potere e che fu in prima persona il bersaglio della misoginia tipica del mondo romano: forse le parole più adatte per definirla sono proprio quelle usate dall’autrice, che la ricorda semplicemente come una madre con tanti macigni sul cuore.

Tondo severiano, raffigurante Giulia Domna, Settimio Severo, Caracalla e il ritratto cancellato di Geta. Foto di Anagoria, CC BY 3.0

L’ultimo capitolo di questo libro sulle donne dell'Impero Romano è dedicato infine al cosiddetto “matriarcato” severiano delle tre Giulie siriache Mesa, Soemia e Mamea, che ebbero a modello Giulia Domna e cercarono di imitarla senza successo. Rappresentate dalle fonti antiche come “un’intromissione fastidiosa e nociva negli affari di Stato”, queste donne favorirono l’ascesa di Elagabalo e Alessandro Severo, gestendo loro stesse il potere imperiale. Ne risulta un ritratto fortemente negativo e in contrasto con la personalità di Giulia Domna: come ribadisce Marisa Ranieri Panetta nella conclusione del volume, costei lasciò infatti un segno indelebile nella storia romana e solo poche dopo di lei riuscirono a fare lo stesso.

Per trarre alcune riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari sia un tentativo ben riuscito di esplorare la storia imperiale attraverso le figure femminili che ne sono state protagoniste, con i loro vizi e con le loro virtù. Partendo da Cleopatra per arrivare a Giulia Mesa, l’autrice traccia dei ritratti che permettono di far luce sulla personalità di queste donne e di accostarle l’una all’altra, senza pretese e senza pregiudizi. All’analisi imparziale e scientifica delle fonti si intrecciano poi aneddoti, citazioni letterarie e testimonianze iconografiche, che arricchiscono la narrazione suscitando curiosità nel lettore. Tutto questo contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per rivendicare il ruolo femminile nella costruzione dell’Impero e tracciarne l’evoluzione, mostrando che la storia non è fatta solo di grandi uomini, ma anche di grandi donne.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

Accarezzare la storia di Roma con la punta delle dita

“Museo Palatino - Accarezzare la storia di Roma”

È in un tale momento storico, dove obbligatoria è la riflessione sui concetti di prossimità e contatto, che viene presentato, in occasione delle Giornate europee del patrimonio, dal PArCo (Parco Archeologico del Colosseo) il prototipo della guida tattile pensata per il Museo Palatino, ideata in co-progettazione con “atipiche edizioni” e realizzata con il supporto del FabLab Lazio Innova di Zagarolo.

 

accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

Andrea Delluomo e Giulia Foscolo schiudono la cultura e l’archeologia al pubblico con disabilità visiva e lo fanno attraverso modalità nuove che consentono a tutti di poter conoscere e approfondire la storia di Roma, del colle, e i suoi reperti, con la mediazione di strumenti che preparano e accompagnano il visitatore in un percorso temporale, dalla preistoria - con la fondazione della città - fino all’età imperiale.

 

accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

La loro idea è quella di fornire un approccio concreto e multisensoriale ai materiali per facilitare la comprensione di contenuti astratti, mettendo in gioco un’altra sfera sensoriale, quella tattile.

Proviamo a chiudere gli occhi e, accompagnati da Federica Rinaldi - funzionario archeologo del PArCo -, scopriamo che la guida tattile “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma” è suddivisa in 16 schede in cui le opere più rappresentative sono raccontate e illustrate con tavole tiflodidattiche (dal greco typhlós: 'cieco'), corredate da testi ad alta leggibilità (in italiano e inglese) e da trascrizioni in braille, per esplorare il Museo Palatino, in modo inclusivo, con le dita e per garantire al pubblico con disabilità visiva l’accesso al patrimonio dell’area archeologica.

La guida ripercorre le sale del Museo che si sviluppano su due piani: al piano interrato è illustrata la storia più antica del colle, dalla fondazione di Roma alle prime costruzioni sacre con decorazioni in terracotta e, in parallelo, è possibile toccare la riproduzione in pianta del perimetro di quella che doveva essere la capanna di Romolo, oltre che di quella parte del Palatino occupata dai palazzi imperiali e da altri edifici antichi (templi, archi, domus, Anfiteatro Flavio).
Al primo piano si snoda il racconto delle residenze costruite dagli imperatori della dinastia giulio-claudia (Augusto e Nerone), fino al palazzo della dinastia flavia (costruito da Domiziano) e alle trasformazioni posteriori. Nelle sale che si susseguono, le schede e i pannelli riproducono i simboli del potere al tempo di Augusto, un esempio di lastra in opus sectile, una testa-ritratto marmorea di Nerone e riproduzioni di stoffe e panneggi, tutti da toccare per percepire la loro consistenza materica.

 

Artigianato e innovazione si intrecciano dunque per soddisfare ogni tipo di richiesta, in dialogo con l’oggetto antico nel suo contesto e con il suo fruitore. Manualità e tecnologie moderne si fondono attraverso la realizzazione di prototipi incisi a mano - quali il particolare della “piuma”, realizzata dall’artista Susanna Doccioli - o stampati in 3D e valorizzano un percorso che prima era soltanto visivo.

 

Tutte le foto per “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma” sono di Ilaria Lely


busto femminile in basanite età claudia

Busto femminile in basanite torna al Museo “Vito Capialbi” di Vibo Valentia

Busto femminile in basanite nella Sezione romana del Museo “Vito Capialbi” di Vibo Valentia

Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia

Vibo Valentia

busto femminile basaniteÈ ritornato, dopo otto anni di assenza, nella prestigiosa Sede del Museo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia, afferente al Polo museale della Calabria, l’atteso busto femminile in basanite, importante testimonianza del passato romano della Calabria.

Adele Bonofiglio - Direttore Museo Archeologico Nazionale di Vibo Valentia

Ne danno informazione la dottoressa Adele Bonofiglio, direttore del Museo dell’antica Hipponion e la dottoressa Antonella Cucciniello, direttore del Polo museale della Calabria.

Antonella Cucciniello
Antonella Cucciniello - Direttore Polo museale della Calabria

Si tratta del busto femminile in basanite, risalente ad età claudia (41-54 d.C.), rinvenuto nelle vicinanze di Vibo Valentia Marina durante la realizzazione della ferrovia e la costruzione di limitrofe abitazioni di campagna. Il contesto di rinvenimento è da riferire ad un’importante villa suburbana e lo scavo, che ha permesso di definirne meglio le caratteristiche, è avvenuto a più riprese fra il 1894 e la prima metà del ‘900.

L’opera è di ottima fattura, caratterizzata da una raffinata tecnica di esecuzione e da una perfetta resa della capigliatura, acconciata come prevedeva la moda dell’epoca, che ha consentito di datare la statua al principato di Claudio, imperatore dal 41 al 54 d.C.

Al momento del ritrovamento si propose l’identificazione con Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, tuttavia tale ipotesi venne accantonata nei decenni successivi per la mancanza di confronti iconografici convincenti.

La scultura era stata concessa con prestito di lunga durata nel 2012 al Princeton University Art Museum e a seguito dell’impegno della Direzione Generale Musei e del Segretariato Generale del Ministero per i Beni Culturali e il Turismo, è rientrata al Museo "Vito Capialbi" dove sarà esposta nella sezione romana.

L'emergenza sanitaria attuale, dovuta al contenimento della diffusione del COVID-19 che ha portato alla chiusura dei Musei, non consente nell'immediato, una adeguata valorizzazione dell’importante reperto; l'esposizione è pertanto rinviata alla riapertura del Museo e sarà occasione di riflessione scientifica attraverso l'organizzazione di una tavola rotonda sul tema della scultura romana, con l’augurio di poterne consentire in seguito, una migliore fruizione grazie anche al supporto delle nuove tecnologie con applicativo digitale.

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A Happy Death Peter Greenaway Saskia Boddeke

A Happy Death: Saskia Boddeke e Peter Greenaway al MAV di Ercolano

Articolo a cura di Rita Roberta Esposito e Sveva Ventre

Immaginate di ritrovarvi verso la fine della vostra vita a contemplare il paesaggio fertile di un Vesuvio incontaminato o, ancora, di pensare alla brezza del mare che solleva gli odori di quella terra riaccendendo i vostri sensi.

Campi coltivati, pini spontanei, il mercato di Pompei e lo sfarzo di Ercolano. Vi sorprendereste, con grande probabilità, a pensarvi felici di poter passare gli ultimi anni della vostra vita nella villa che Marcus Agrippa, che sposò la figlia Julia dell’imperatore Augusto, fece costruire a Boscotrecase (NA) con lo stesso scopo.

Il tema della morte ricorre spesso nelle opere dell'artista Peter Greenaway e questa volta, con una capsula del tempo, ci riporta indietro ai tempi della dinastia giulio-claudia. Insieme alla regista Saskia Boddeke, questi ci accompagnano in un viaggio alle pendici del Vesuvio, poco prima della catastrofe del 79 d.C., con un percorso immersivo verso la “morte felice” alla quale si riferiva Agrippa, da cui il nome dell’installazione «A happy death».

 

Guidati dalla voce di P. Greenaway, i visitatori dominati da stimoli sensoriali e visivi, effettuano questo percorso verso “la fine della vita”, intesa nella visione storica di Plinio il Vecchio. La challenge di investigare la morte come tema artistico tiene insieme diversi elementi, come la sacralità dell’acqua e la fertilità del verde, dettagli importanti nella sequenza della storia e nell’installazione dei due artisti.

Peter Greenaway dice:

«La storia non esiste è solo letteratura, è l'interpretazione dei fatti ciò che conta». Per questo ha combinato la storia di Ercolano con la sede del MAV – Museo Archeologico Virtuale, dove la mediazione del video riesce a coinvolgere tutti.

 

Collocato al centro della green room, la prima stanza che visitiamo, un impluvium pieno di acqua su sfondo rosso richiama il legame di sangue che legava gli avi di Plinio. Al centro della narrazione vi sono i membri scelti della dinastia giulio-claudia, figure in legno basate sui suoi modelli “Parti del corpo”, la base per molte delle sue opere dipinte che l’artista ha voluto sospendere sulla vasca d’acqua.

Questi corpi decadenti e il racconto del tragico destino di molti componenti della dinastia si frappongono tra il visitatore e la seconda sala, la black room, dove due figure giganti, Plutone e Cerere, incorniciano come guardiani la porta d’accesso all’altro mondo, introducendoci verso la prossima vita.

L'intervento site specific dell'artista Peter Greenaway e della registra Saskia Boddeke rappresenta un importante traguardo per il MAV di Ercolano al termine di un anno estremamente produttivo e sarà possibile visitarlo fino al 30 aprile 2020.

A Happy Death Peter Greenaway Saskia BoddekeTutte le foto dell'installazione «A Happy Death» sono opera di Rita Roberta Esposito e Sveva Ventre.


Svetonio, magister dell'aneddotica imperiale

SVETONIO, MAGISTER DELL’ANEDDOTICA IMPERIALE

Quando si esaminano le letterature antiche, spesso ci si sofferma sulle informazioni più importanti per dedurne la rilevanza storica di un personaggio o di un evento. Capita, quindi, di non prendere in considerazione quelle notizie ritenute poco fededegne ovvero di scarsa importanza. E non deve meravigliare se, al lettore o al semplice ascoltatore, proprio queste ultime informazioni risultano essere più semplici da memorizzare.

Ancora oggi, nel mondo dei social ormai alla ribalta, capita di imbattersi in notizie relative alla vita privata di un personaggio, al suo modus operandi, ai suoi vizi e vezzi. Quella che può definirsi, con la cautela del caso, la ‘letteratura del gossip’ abbraccia un pubblico vasto e variegato.

A questo punto sorge, lecita, una domanda: gli antichi nutrivano interesse per le informazioni più intime ovvero eclissavano, in qualche modo, la loro portata? A questa domanda si può rispondere citando Gaio Svetonio Tranquillo, vissuto nel I d.C. e probabilmente originario di Ostia. Come per ogni scrittore, anche per Svetonio si può prendere in considerazione l’opera che lo ha reso celebre al pubblico, specialista e non: il De vita Caesarum (La vita dei Cesari), nella quale, in otto libri, lo scrittore traccia le biografie di dodici imperatori, da Cesare a Domiziano.

Svetonio, De vita Caesaris, Apud Theobaldum Paganum - Lugduni 1541, foto MH Collections, CC BY-SA 4.0

Lo stile dell’opera risulta semplice e, a tratti, disadorno, motivo per cui si può dedurre che essa fosse destinata non soltanto ai più eruditi, ma anche e soprattutto a lettori dalle piccole pretese. Questo stile semplice e quasi elementare è stato adoperato da Svetonio non solo per motivi di fruizione, ma anche per questioni di genere. Svetonio, infatti, non può essere ritenuto uno storico stricto sensu, come Sallustio (I a.C.) o Tacito (I d.C.), per esempio, bensì un biografo; è stato colui che ha continuato, idealmente, l’opera di Varrone (II a.C.) prima e Cornelio Nepote (I a.C.) poi.

Il De vita Caesarum, al di là dello stile semplice e lineare, presenta una trattazione degli argomenti che esula dai comuni trattati storici. Le biografie, infatti, mancano di un corretto susseguirsi cronologico degli avvenimenti (si potrebbe confrontare l’opera, per esempio, con l’Anabasi di Senofonte (V-IV a.C.) che, alla trattazione storica, antepone il gusto dell’autobiografia; infatti l’opera senofontea può essere definita, non a torto, un vero e proprio diario di viaggio) e risultano essere abbondanti per quanto riguarda gli aneddoti imperiali. Svetonio si dimostra un vero e proprio magister dell’aneddoto, il suo interesse per il cavillo biografico, per le notizie di scarso valore e per vizi e virtù degli imperatori è al centro della trattazione. Nell’esaminare le biografie, questi elementi risaltano sin da subito all’occhio del lettore: di Augusto, per esempio, racconta della sua creduloneria; di Caligola, del tentativo di candidare al consolato il suo cavallo, Incitatus; di Claudio, della sua vigliaccheria; di Vespasiano, delle sue abitudini sessuali e così via. La trattazione aneddotica, così presente nelle biografie svetoniane, si può giustificare se si prendono in considerazione i destinatari dell’opera; il professor Paolo Fedeli, nella sua Storia letteraria di Roma (edita da Fratelli Ferraro Editori, Napoli 2004), spiega, infatti che «Il gusto dell’aneddoto […] serve a tener desta l’attenzione di lettori non particolarmente esigenti e ci fa capire come si sia ampliato, anche in conseguenza della più diffusa alfabetizzazione […] il panorama dei fruitori delle opere letterarie. È questo un dato di un’importanza sostanziale per capire i contenuti dell’opera biografica di Svetonio […]». Nella narrazione degli aneddoti svetoniani, si ravvisano, a volte, imprecisioni e racconti al limite della verosimiglianza. Nella vita di Otone, per esempio, nel raccontare le vicissitudini che portarono, poi, l’imperatore al successo sulle truppe comandate da Vitellio, Svetonio si dimostra confuso ed impreciso. E ancora, nella vita di Domiziano, Svetonio racconta che l’imperatore ordinò che si tenessero cento gare in un unico giorno destinato ai giochi circensi, un numero che va al di là delle potenzialità degli atleti del tempo e che, anche oggi, sarebbe impensabile per un qualsiasi sportivo ben allenato.

Affresco (1563) dalla "Sala di Cesare", che orna lo studio del Marchese Diomede nel Palazzo della Corgna, a Castiglione del Lago (Umbria), sulla base di quanto nel testo di Svetonio. Qui si ritrae la battaglia di Farsalo. Foto di Wolfgang Sauber, CC BY-SA 4.0

Al di là delle imprecisioni, le biografie svetoniane presentano diverse ripetizioni; per esempio, nella vita di Cesare, l’impresa in Britannia è ripetuta due volte. Queste ripetizioni hanno delle sostanziali motivazioni: Svetonio, attraverso la riproposizione di un avvenimento politico-militare, presenta il mutevole atteggiamento di un imperatore durante la sua impresa politico-militare.

Ogni biografia presenta una struttura fissa: ad una prima parte legata alla presentazione dell’imperatore, sotto le spoglie del prodigio, e alle sue imprese militari, segue una seconda parte dedicata agli aneddoti e al racconto della morte, quasi sempre frutto di un presagio nefasto. Si può aggiungere, anche, che le biografie presentano un’autonomia tale che, prese singolarmente, possono ritenersi delle vere e proprie opere. Non è necessario leggere, per esempio, la vita di Tiberio per comprendere quella di Caligola e così via.

È doveroso, a questo punto, porsi un’ulteriore domanda: è possibile cavare il giudizio dell’autore dalle diverse biografie? A questo quesito si può rispondere esaminando la biografia di Tito e quella di Domiziano, per esempio. Se il primo è presentato quasi come un princeps illuminato e come se fosse il miglior imperatore che l’Impero avesse avuto sino a quel momento, tanto che, da Svetonio, è definito amor ac deliciae generis humani (amore e delizia del genere umano), al contrario, Domiziano è il princeps da scongiurare, a tal punto che ogni sua azione, anche la più virtuosa, è frutto della sua indole malvagia (il giudizio di Svetonio su Domiziano dipende, anche, dalla situazione socio-politica nella quale vide la luce il De vita Caesarum; infatti l’opera svetoniana è successiva al 70 d.C., anno di nascita, probabile, di Svetonio, quindi successiva alla morte di Domiziano, nel 68 d.C.: è chiaro che la damnatio memoriae cui fu sottoposto l’ultimo dei Flavi ha influito non poco sul giudizio del biografo). Svetonio, però, dimostra di possedere un’ideologia vicina a quella del Senato, infatti sono esenti da critiche feroci tutti quegli imperatori che, durante la loro vita, non hanno osteggiato, in alcun modo, il Senato romano.

Il De vita Caesarum ha suscitato non poco interesse, anche, nelle generazioni successive. Se si pensa che, durante l’epoca tardoantica e medievale, Svetonio è stato il modello di S. Girolamo e Isidoro di Siviglia, per esempio, si può comprendere l’importanza dell’opera svetoniana quale modello ‘cardine’ del genere biografico romano.

Svetonio De vita Caesaris
Svetonio, in una miniatura del Liber Chronicarum (foglio CXI), trattato di Hartmann Schedel (1493), scansione di Michel Wolgemut, Wilhelm Pleydenwurff, pubblico dominio

La vita e gli intrighi dell'Imperatore Claudio in mostra all'Ara Pacis

Una grande mostra al Museo dell’Ara Pacis celebra l’imperatore Claudio e le discusse donne di corte che gettarono luci e ombre sulla dinastia giulio-claudia. Dal 6 aprile al 27 ottobre 2019 la mostraClaudio Imperatore. Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia” ci introdurrà all’interno di intrighi e segreti del discusso uomo di potere, in un excursus che partirà dalla nascita a Lione nel 10 a.C. fino alla morte sospetta del 54 d.C. I curatori, in questa esposizione promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e da Ville de Lyon, hanno cercato di mettere in luce l’ambigua personalità di Claudio, l’operato politico e amministrativo di un regno che già faceva parlare i maliziosi storici, e il rapporto dello stesso con le figure di Augusto, del celebre fratello Germanico e delle ambiziose mogli Messalina e Agrippina. Sullo sfondo le controverse vicende della dinastia degne di una moderna soap opera.

Claudio CLAVDIO IMPERATORE Museo dell'Ara Pacis dinastia giulio-claudia

Claudio fu il primo imperatore a nascere non su suolo italico, bensì a Lugdunum, l’odierna Lione, il 1 agosto del 10 a.C. e si trovò a prendere il comando di un impero quasi improvvisamente, senza nessuna preparazione militare e politica. Un uomo quindi, le cui attitudini al governo e alla politica non sembravano minimamente toccarlo, tanto che di gran lunga gli era stato preferito il fratello Germanico che era morto prematuramente e in circostanze sospette. Come successore, il popolo e l’esercito gli avevano preferito Caligola, figlio di Germanico. Ma l’assassinio di Caligola, che venne accoltellato nel suo stesso palazzo, aveva nuovamente tirato in ballo l’erede al trono. Claudio, anzi, Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, diventava così imperatore all’età di cinquanta anni, primo imperatore acclamato da un corpo militare, i pretoriani, guardie del corpo personali del capo dello stato.

Claudio
Foto: Musei in Comune Roma

Difficile anche il rapporto con le sue quattro mogli, segnato da congiure e vicende intrise di pettegolezzi e morti tragiche. La sua terza moglie, la discussa e viziosa Messalina più  giovane di lui di 35 anni, rimase uccisa a seguito di una congiura, ordita forse dallo stesso Claudio e con lei anche il destino di Britannico fu segnato. Il fratellastro Nerone e la sua corte di donne ambiziose stavano già tessendo le trame per l'ascesa al trono. L’ultimo matrimonio con Agrippina, sua nipote, fu fatale per Claudio. Agrippina, figlia di Germanico e sorella di Caligola, viene considerata l’artefice della sua morte, si dice per avvelenamento. Alla morte di Claudio seguì la sua divinizzazione e la realizzazione di un tempio sul colle Celio. A prendere il potere il figlio di Agrippina, Nerone.

Diversamente dal ritratto poco lusinghiero che le fonti ci lasciano di Claudio, storici e archeologi hanno tracciato nel percorso espositivo un’immagine dell’imperatore capace di prendersi cura del suo popolo, di promuovere utili riforme economiche e amministrative e grandi lavori pubblici, contribuendo ad un grande sviluppo amministrativo dell’impero.

Claudio
Foto: Musei in Comune Roma

Claudio costruì il porto di Ostia per consentire l’attracco alle navi granarie di grande tonnellaggio che prima approdavano a Pozzuoli, costruì un nuovo acquedotto e bonificò l’area del Fucino, nell’odierno Abruzzo, per aumentare la superficie coltivabile dell’Italia. La sua impresa militare più rilevante fu infine nel 43 d.C. con la conquista della Britannia meridionale che fu ridotta a provincia.

L’allestimento è arricchito di immagini e percorsi sonori ed immersivi, oltre che da importanti prestiti nazionali ed internazionali. Tra i reperti in mostra, la Tabula Claudiana su cui è impresso il famoso discorso tenuto da Claudio in Senato nel 48 d.C. sull’apertura ai notabili galli del consesso senatorio; il prezioso cameo con ritratto di Claudio Imperatore dal Kunsthistorisches Museum; il piccolo ritratto in bronzo dorato di Agrippina Minore proveniente da Alba Fucens e concesso in prestito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Abruzzo che testimonia l’interesse di Claudio per il territorio dell’allora Regio IV dove realizzò l’impresa del Fucino. Esposto per la prima volta il ritratto di Germanico della Fondazione Sorgente Group, opera che celebra il giovane principe colpito da un destino avverso.