A Padova la mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”

L’esposizione "L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi" è stata inaugurata a Padova presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano il 25 ottobre del 2019 per l’anniversario dei 200 anni dal ritorno di Belzoni dall’Egitto, ed è incentrata maggiormente sulla sua vita, sui suoi viaggi alla scoperta di  questa antica civiltà -compiuti tra il 1815 e il 1818- e sugli scenari delle città di Padova, Londra e dell’Egitto di fine Settecento, inizio Ottocento.

Scopo principale della mostra è far conoscere, attraverso gli occhi del protagonista, le sue avventure nella terra dei faraoni e il suo vissuto, grazie a tecnologie innovative, effetti multisensoriali e multimediali, disegni dell’esploratore costituenti una sorta di graphic novel e ricostruzioni ambientali dei suoi viaggi in Egitto, che hanno contribuito alla diffusione di notizie su questo antico popolo di cui, almeno fino alla campagna napoleonica in Egitto del 1798, nulla o poco si sapeva.

Ma chi era Giovanni Battista Belzoni?

Nato a Padova nel borgo del Portello nel 1778, fu una personalità dirompente, con un grande spirito avventuriero che lo portò, a soli sedici anni, a lasciare la sua città natale per andare a Roma, città in cui studiò idraulica. Successivamente visse anche in Olanda e in Francia, e nel 1803 a Londra, dove entrò a far parte di una compagnia teatrale. Nel 1814, durante un soggiorno a Malta, venne a sapere che il pascià dell’Egitto Mohamed Alì cercava degli europei in grado di sottoporgli un’invenzione per risolvere la siccità che affliggeva il paese.

Fu così che Belzoni, grazie alle ottime conoscenze di idraulica, nel 1815 sbarcò in Egitto, progettò una macchina per l’irrigazione dei campi e la presentò al pascià. La macchina idraulica fu messa in moto, ma il progetto venne accantonato a causa del malumore che suscitò tra la popolazione, allarmata nel vedere la manodopera soppiantata dalla macchina.

Una volta giunto in Egitto, Belzoni iniziò a subire il fascino di questa antica civiltà. Dal 1816 al 1818 svolse diverse azioni in terra egizia, tra cui il trasporto, da Tebe ad Alessandria e da lì a Londra, del busto colossale del Giovane Memnone; il disseppellimento delle strutture templari ad Abu Simbel; il trasporto in Inghilterra dell’obelisco da lui rinvenuto nell’isola di File; gli scavi nel tempio di Karnak; la scoperta di diverse tombe nella Valle dei Re e del varco d’accesso alla piramide di Chefren, sulle cui mura della camera sepolcrale appose la sua firma:«Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818». Alla fine del 1818 rientrò in Europa e, nello stesso anno, inviò a Padova due statue in diorite nera raffiguranti la dea leonessa Sekhmet, rinvenute durante gli scavi a Tebe e oggi presenti nella sala dedicata a Belzoni del Museo Archeologico. Ritornato a Londra nel 1820, pubblicò dei resoconti delle sue esplorazioni in Egitto e in Nubia. Nel 1823 fece il suo ultimo viaggio nell’Africa occidentale, sulle rive del fiume Niger, ma morì il 3 dicembre dello stesso anno in circostanze poco chiare, forse a causa di un avvelenamento, sicuramente a causa di una malattia tropicale. Con le sue scoperte, contribuì anche alla creazione della collezione egizia del British Museum.

Diverse novità si inseriscono nel percorso espositivo, pensato per grandi e piccoli: laboratori didattici riservati a scuole di ogni ordine e grado, la formula “I VISIT”, una visita esclusiva e un momento conviviale riservato in compagnia di un esperto che ridarà voce alla personalità di Giovanni Belzoni, le sue vicende private, le avventure, i momenti di crisi, le conquiste e la passione per l’antico Egitto (l’esperienza prevederà una degustazione di congedo che ripropone i gusti, le pietanze e la cucina dell’antico Egitto conosciuto da Belzoni), la ricostruzione in scala della grande piramide di Chefren e la possibilità di scrivere e stampare il proprio nome in geroglifico.

Sarà possibile visitare la mostra fino al 28 giugno 2020.

Foto: Courtesy of Press Office


Aperta al pubblico la Piramide del re Sesostri II

Il Ministro delle Antichità Dr. Khaled El-Enany ha inaugurato la piramide di Al-Lahun appartenuta al re Sanusert II (Sesostri II della XII dinastia che regnò in Egitto dal 1895 al 1878 a.C.), per la prima volta aperta al pubblico dopo i lavori di restauro. Il Dr. Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità, ha spiegato che i lavori di restauro hanno incluso la rimozione dei detriti trovati all’interno dei corridoi della piramide e della camera funeraria, la rimessa in opera delle pietre cadute nella sala centrale e nel corridoio dopo il loro restauro così come la risistemazione dei pavimenti, l’installazione di un nuovo sistema di illuminazione e un nuovo percorso di fruizione con l’inserimento di pannelli comunicativi.

Piramide di Al-Lahun

La piramide di Lahun è stata realizzata in mattoni crudi, ha una lunghezza di 106 metri e un’altezza di 48,6 metri. Dopo l’inaugurazione della piramide, il Dr. El-Enany ha accompagnato una delegazione nell’area di scavo per visionare gli oggetti che sono stati scoperti dalla missione archeologica egiziana guidata dal Dr. Waziri. Questi ha spiegato che gli oggetti sono stati scoperti all’interno di una delle tombe databili al Medio Regno e collocate nel lato sud della piramide.

La tomba era riempita di macerie e dopo averle rimosse, sono emersi frammenti di vasi ceramici, parti di sarcofagi di legno e resti di cartonage databili ad epoche differenti. L’interno della tomba che comprende tre camere sepolcrali e un atrio, ha restituito una serie di sarcofagi lignei per uomini, donne e bambini, alcuni di questi rozzamente scolpiti e altri abilmente lavorati  con i ritratti dei defunti. La missione ha anche rinvenuto una statua di legno, una collezione di amuleti in faience così come vasi di terracotta di differenti forme e dimensioni, resti di ossa umane e scatole di legno contenenti ushabti.

Foto: Ministero delle Antichità


Da Saqqara un antico laboratorio per la mummificazione

La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico e Archeo hanno inteso dare il giusto tributo alle scoperte archeologiche attraverso un Premio annuale assegnato in collaborazione con le testate internazionali: Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia).

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” – giunto alla quinta edizione e intitolato all’archeologo di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale – è l’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio.

Tra le 5 scoperte candidate anche il ritrovamento in Egitto di un laboratorio per la mummificazione

A sud del Cairo la missione archeologica egiziano- tedesca del Supremo Consiglio delle Antichità e dell’Università di Tubinga ha rinvenuto a sud della piramide di Unas un antico laboratorio di mummificazione risalente alla XXVI e XXVII dinastia e databile tra il VI e il V secolo a.C.

A 30 km a sud del Cairo e precisamente nella necropoli di Saqqara a 30 metri di profondità, sono stati scoperti  5 sarcofagi e una maschera funeraria in argento dorato, 35 mummie, una sarcofago di legno, numerose statuette ushabti e vasi per contenere oli. La piramide di Unas, nonostante le piccole dimensioni, è considerata una delle piramidi più importanti di tutto l’Egitto perché è la prima struttura in cui sono stati scritti e ritrovati i Testi delle Piramidi, formule di carattere funerario e religioso che avrebbero permesso al defunto di risorgere tra le stelle imperiture.

Il lavoro della missione continuerà in quanto bisognerà ancora portare alla luce 55 mummie già individuate. La scoperta, votata come finalista, fornirà nuove informazioni sulle tecniche dell’imbalsamazione degli antichi egizi in quanto i vasi di ceramica contengono ancora residui di oli e prodotti usati proprio nel processo di imbalsamazione, riportando anche le scritte con i nomi dei prodotti sopra i contenitori.

Egitto, a Saqqara un antico laboratorio di mummificazione

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Come spostarono i blocchi di alabastro utilizzati durante il regno di Cheope?

Si sarebbe individuata la tecnica utilizzata per spostare dalle cave i massicci blocchi di pietra utilizzati poi nella costruzione di antichi edifici egiziani durante il regno del faraone Cheope, 4500 anni fa.

La missione anglo-francese al lavoro ad Hatnub, composta da membri dell'IFAO (Istituto francese d'archeologia orientale) e dell'Università di Liverpool, avrebbe infatti scoperto quale tecnica utilizzavano gli antichi egiziani per trasferire i blocchi di pietra dalla cava di Marmar, blocchi che venivano poi impiegati per la costruzione di edifici durante il regno del faraone Cheope (ellenizzazione del nome Khufu, anche noto come Khnum-Khufu, IV Dinastia).

Il segretario generale del Consiglio Superiore delle Antichità Egizie, dott. Mostafa Waziri, ha spiegato che la scoperta è stata effettuata mentre la missione effettuava un rilevamento topografico e studi sui rilievi e sulle oltre cento incisioni ritrovate ad Hatnub a partire dal 2012: queste ultime commemorano le spedizioni faraoniche alla cava, dall'Antico al Medio Regno. Hatnub è infatti il luogo dove si svolge il progetto epigrafico della missione congiunta anglo-francese. La scoperta deriverebbe dal tentativo di comprendere come le pietre fossero trasportate per realizzare statue ed altri manufatti durante il regno dei costruttori delle piramidi.

Il dottor Yannis Gourdon (IFAO), direttore (congiuntamente a Roland Enmarch dell'Università di Liverpool) della missione, ha spiegato come la stessa sia riuscita - dopo la rimozione dei detriti utilizzati per coprire la cava - a scoprire il sistema individuato per trascinare questi pesanti blocchi durante il regno del faraone Cheope. Si tratta di un sistema che non è stato scoperto in nessun altro luogo.

"Questo sistema si compone di una rampa centrale affiancata da due scalinate con numerosi buchi per l'inserimento di pali," ha spiegato, aggiungendo che gli egiziani erano così in grado di tirare i blocchi provenienti dalla cava su queste pendenze del 20% o più; si poneva ogni blocco su una slitta collegata ai pali tramite corde. Tirare la slitta sulla rampa sarebbe stato così molto più semplice.

Waziri ha sottolineato come la scoperta potrà cambiare la nostra comprensione della costruzione delle piramidi da parte degli Egizi.

Il dottor Roland Enmarch ha invece sottolineato come la missione stia lavorando a preservare le iscrizioni e a rilevare le strutture residenziali attorno alle cave, scoprendo pure quattro stele, una delle quali con una figura maschile ed altre tre con iscrizioni in ieratico in cattivo stato.

Il sito di Hatnub fu scoperto nel 1891 da Percy Newberry e Howard Carter: si tratta di una cava di travertino (alabastro calcareo od orientale) a circa 18 km a sud est di Tell el-Amarna. Attirò subito l'attenzione degli studiosi per le iscrizioni datate dall'Antico al Medio Regno.

Foto da Ministry of Antiquities.

Link: MOA; DjedMedu; Luxor Times, Live Science.


Completato il restauro della Piramide di Caio Cestio a Roma [Gallery]

21 Aprile 2015

COMPLETATO IL RESTAURO DELLA PIRAMIDE DI CAIO CESTIO A ROMA
Un caso esemplare di collaborazione pubblico-privato

Piramide Cestia restyling in Rome

Una vera e propria festa all’aperto, in una splendida giornata primaverile, conclude a Roma il restauro della Piramide di Caio Cestio tornata luminosa e splendente. Come l’area che la ospita a cui tutti possono accedere, grazie a una lunga e dolce rampa realizzata dalla Soprintendenza (400 mila euro). Sole, cielo azzurro, pubblico delle grandi occasioni, organizzazione senza sbavature né imprevisti, un grande gazebo per riparare invitati e autorità.
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