Primi agricoltori in Brasile a Morro do Ouro, 4.800 anni fa?

Già 4.800 anni fa una stretta striscia costiera del Brasile meridionale era probabilmente oggetto di coltivazione di piante come la patata dolce e l'igname.

Così secondo un nuovo studio pubblicato su Royal Society Open Science, opera di un team internazionale di scienziati guidati dai ricercatori dell'Università di York, che ha preso in esame il sito di Morro do Ouro, situato nella Baia di Babitonga. Morro do Ouro è un sambaqui, cioè un deposito realizzato dall'uomo con l'accumulo di materiali organici e calcare, che va quindi incontro a una sorta di fossilizzazione chimica.

Qui aveva luogo un'economia diversificata con consumo di risorse vegetali, supportando una densa popolazione attorno a 4500 anni prima del tempo presente. La loro dieta era inaspettatamente ricca di carboidrati, una composizione unica se confrontata a quella degli altri gruppi contemporanei e successivi nella regione; gli studiosi suggeriscono perciò che qui ci si nutrisse di igname e patate dolci.

Igname selvatico, foto di Marco Schmidt [1], CC BY-SA 2.5 
Le conclusioni alle quali sono giunti gli studiosi, determinate dai risultati relativi alla dieta e ricavati dall'esame delle patologie orali, sono anche corroborate dalla presenza di strumenti litici atti alla lavorazione di materiali vegetali, e da microresti vegetali ritrovati nel tartaro degli stessi individui presenti a Morro do Ouro.

© 2018 degli autori dello studio

L'area è nota come la "foresta atlantica" del Sud America, e fino ad oggi non era stata considerata come parte della storia della prima produzione alimentare e agricola della regione, nonostante la sua ricchezza in termini di biodiversità vegetale e le prove archeologiche di una densa occupazione umana.

Questi nuovi dati suggerirebbero invece che le prime pratiche agricole avessero luogo in questa regione così come già sappiamo essere per Amazzonia e bacino del Río de la Plata.

 

Lo studio Middle Holocene plant cultivation on the Atlantic Forest coast of Brazil?, di Luis Pezo-Lanfranco, Sabine Eggers, Cecilia Petronilho, Alice Toso, Dione da Rocha Bandeira, Matthew Von Tersch, Adriana M. P. dos Santos, Beatriz Ramos da Costa, Roberta Meyer, André Carlo Colonese, è stato pubblicato su Royal Society Open Science.


Migrazioni del cervo rosso tra Pleistocene e Olocene

8 Giugno 2016

Vista dalla Grotta di Nugljanska. Credit: Suzanne Pilaar Birch
Vista dalla Grotta di Nugljanska. Credit: Suzanne Pilaar Birch

L'analisi degli isotopi dell'ossigeno di denti fossili di cervo rosso (anche noto come cervo nobile o reale, cervus elaphus), ritrovati vicino al Mare Adriatico, suggerisce che questi migravano stagionalmente. I cacciatori del Paleolitico che se ne nutrivano, perciò, potrebbero averli seguiti nei loro spostamenti.
I movimenti dei grandi erbivori come il cervo rosso sono stati utilizzati in passato per stimare i movimenti dei cacciatori raccoglitori del Paleolitico. Tuttavia, queste stime si basavano sui dati delle popolazioni moderne, che possono chiaramente differire. Di qui l'importanza della ricerca, pubblicata su PLOS One, che ha preso in esame i denti fossili di 10 cervi rossi e 14 capridi (stambecco delle Alpi o capra ibex e camoscio alpino o rupicapra rupicapra), provenienti da tre grotte nelle vicinanze del Mare Adriatico, che erano utilizzate come avamposti di caccia nella transizione tra Pleistocene e Olocene, tra i 12 mila e gli 8 mila anni fa.
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I primi agricoltori europei dall'Egeo

6 Giugno 2016

Scheletro dal nord della Grecia alla base dello studio. Foto ©: K. Kotsakis and P. Halstead, Paliambela Excavation Project Archive
Scheletro dal nord della Grecia alla base dello studio. Foto ©: K. Kotsakis and P. Halstead, Paliambela Excavation Project Archive

L'agricoltura e la sedentarietà apparvero per la prima volta nell'Asia sud occidentale all'inizio dell'Olocene, per poi diffondersi in Europa attraverso vie multiple di dispersione. L'Europa degli ultimi 45 mila anni è stata insomma abitata per la maggior parte del tempo da cacciatori raccoglitori. Questo avvenne fino all'inizio della diffusione dell'agricoltura, a partire da 8.500 anni fa circa: l'attività giunse poi nell'Europa Centrale attorno ai 7.500 anni fa e nelle isole britanniche attorno a 6.100 anni fa.

Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, dimostra ora che i primi agricoltori lungo l'Europa possiedono tracce della loro provenienza genetica dall'Egeo. Gli studiosi hanno difatti analizzato DNA dei primi agricoltori da Grecia e Turchia: i coloni neolitici avrebbero raggiunto l'Europa Centrale attraverso i Balcani, e la penisola iberica attraverso il Mar Mediterraneo. Durante l'espansione incontrarono i cacciatori raccoglitori che vivevano in Europa sin dall'Era Glaciale, ma i due gruppi si mescolarono molto limitatamente.

Lo studio ha insomma effettuato l'analisi del genoma per chiarire l'origine dei primi agricoltori europei, che per l'Europa Centrale e Sud Occidentale può essere fatta risalire direttamente alla Grecia e all'Anatolia nord occidentale. Non è ancora chiaro invece se i primi agricoltori provenissero in ultima analisi dalla Mezzaluna fertile.

Il laboratorio. Foto ©: AG Palaeogenetik, JGU
Il laboratorio. Foto ©: AG Palaeogenetik, JGU

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La creazione del copricapo rituale da Star Carr

13 Aprile 2016
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Archeologi dell'Università di York hanno utilizzato tecniche tradizionali per ricostruire un copricapo rituale creato dai cacciatori raccoglitori che 11 mila anni fa erano presso il sito di Star Carr, nello Yorkshire.
Da questo sito del Mesolitico proviene il più antico costume sciamanico, prodotto a partire da un cervo rosso (anche cervo nobile o reale, Cervus elaphus). 24 siffatti copricapi - che costituiscono più del 90% dei reperti di questo tipo - provengono dal sito, che emerge dunque come uno straordinario luogo per importanza sciamanica e cosmologica.
journal.pone.0152136.g001
Lo studio, pubblicato su PLOS One, sfida le precedenti conclusioni sulla cura e il tempo investiti nella produzione dell'oggetto, suggerendo invece che fu ottenuto attraverso opportune tecniche di fabbricazione. Tra le tecniche utilizzate, il rivestimento con argilla umida, al quale seguiva la collocazione nelle braci per quattro ore: così si facilitava la rimozione della pelle residua e la lavorazione dell'osso.
Gli archeologi hanno utilizzato diverse tecniche per l'analisi dei reperti, documentati anche in 3D.
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Alla scoperta dei Paleoindiani e del bisonte a Water Canyon

16 Marzo 2016
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Il paesaggio degli Stati Uniti sud occidentali di 13-9 mila anni fa doveva apparire attraente per i cacciatori di allora, che potevano trovare i bisonti nelle paludi ad ovest di Socorro, nel New Mexico.
Così presso il sito paleoindiano di Water Canyon (e in altri siti degli inizi dell'Olocene) si stanno ritrovando oggi sempre più prove circa quegli antichi cacciatori. Si sono ritrovate lance e propulsori (atlatl) della cultura Clovis (13 mila anni fa), della cultura Folsom (12 mila), del complesso Cody (10,8 mila) e degli ultimi Paleoindiani nell'area (9,2 mila anni fa).
Questo particolare sito può offrire la possibilità di comprendere l'evoluzione del bisonte, che nella moderna specie è del 10-20% più piccolo di quella più antica. Rilevante è pure la possibilità di ritrovare qui i resti di quelle antiche paludi.
Link: University of New Mexico
Il New Mexico, da WikipediaCC BY-SA 3.0 (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Usa edcp location map.svg (by Uwe Dedering). This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  USA Hawaii location map.svg (by NordNordWest). This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Canada location map.svg (by Yug)).


Invenzione e fiorire delle prime ceramiche

21 Marzo 2016
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Perché abbiamo inventato le ceramiche? Per molti millenni hanno giocato un ruolo fondamentale nella società umana, ma le ragioni dell'emersione e della diffusione di questa tecnologia sono poco comprese.
La ceramica sarebbe stata inventata dai cacciatori raccoglitori dell'Asia Orientale durante l'era glaciale (Tardo Pleistocene, attorno a 16 mila anni fa in Giappone), ma lo sviluppo della produzione si sarebbe verificato solo nell'Olocene (attorno a 11 mila anni fa) col passaggio a un clima più caldo e condizioni più stabili. Con il risorgere della vegetazione, nuove fonti di cibo si resero disponibili.
Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, ha preso in esame 143 ceramiche (per un periodo di novemila anni) provenienti dal sito Jōmon di Torihama, nella parte occidentale del Giappone, al fine di investigare l'utilizzo e l'espansione di questo materiale presso quegli antichi cacciatori raccoglitori. Il sito di Torihama fu occupato dal tardo Pleistocene al medio Olocene.
In precedenza si riteneva che l'utilizzo e la produzione di ceramiche sorse in relazione a diverse tecniche di cucina e immagazzinamento per una varietà di cibi allora presenti. Le nuove analisi sui lipidi estratti dalle ceramiche hanno dimostrato che erano utilizzate per cucinare specie animali marine e d'acqua dolce. Sorprendentemente, vi erano pochi materiali vegetali, o relativi ad animali come i cervi. L'unico cambiamento significativo era quello del pesce d'acqua dolce.
Questo suggerirebbe che nello sviluppo delle ceramiche, fattori culturali piuttosto che ambientali possano essere stati determinanti (anche in relazione alla preparazione di pesce, crostacei, molluschi).
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Impronte di rettili nella Grotta delle Bestie?

29 Febbraio - 2 Marzo 2016
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La Grotta delle Bestie (anche Grotta Mestikawi-Foggini o Grotta Foggini o Grotta Wadi Sūra II), scoperta nel 2002, si trova al confine sud occidentale dell'Egitto con la Libia. Il sito è celebre per l'arte rupestre che accoglie, nella forma di animali, figure umane e prive di testa. Assieme a queste forme d'arte di 8.000 anni fa si trovano pure contorni di mani, più che in qualsiasi altro sito nel Sahara. Alcune di queste sono minuscole, e sono state finora interpretate come appartenenti a neonati.
Un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports, sfida ora quell'interpretazione, consegnandocene una che è forse persino più inaspettata. Le 13 piccole mani non coinciderebbero con quelle di neonati (nel campione, tra le 37 e le 41 settimane di vita, e comprendendo pure prematuri tra le 26 e le 36). Risultano più piccole, mentre le dita sarebbero invece più lunghe e affusolate: si suggerisce che possa trattarsi di impronte di rettili. In particolare, potrebbe trattarsi di varano del deserto (Varanus griseus) o di giovani coccodrilli. Se davvero così fosse, si tratterebbe da una parte di un'indicazione della presenza di questi animali in quest'area, e dall'altra di possibili informazioni sull'universo simbolico di quelle popolazioni.
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Australia: una lunga storia genetica indipendente

25 Febbraio 2016
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L'Australia è stato una delle prime regioni ad essere colonizzate dai moderni umani, attorno a 50 mila anni fa. Le prime prove archeologiche per la presenza umana si collocano attorno ai 47 mila anni fa, e sono ampiamente accettate. Questi coloni, tra i primi ad uscire "fuori dall'Africa", hanno costituito gli antenati dei moderni Aborigeni australiani.
Un nuovo studio, pubblicato su Current Biology, ha sequenziato 13 cromosomi Y da Aborigeni australiani, concludendo che la divergenza con quelli presenti in altri continenti risale a 50 mila anni fa circa. La divergenza rispetto ai cromosomi Y di Papua Nuova Guinea si colloca immediatamente dopo questo evento. Non vi sarebbero invece prove di un flusso genetico maschile dall'Asia meridionale in Australia, per l'Olocene.
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Lo studio dunque confuterebbe l'esistenza di un flusso dall'India in Australia, da collocarsi attorno a 4-5 mila anni fa, e supporterebbe la tesi di una lunga storia genetica indipendente per l'Australia. L'arrivo dei dingo in Australia si colloca attorno ai cinquemila anni fa, e nella stessa epoca si verifica una modificazione negli strumenti litici utilizzati e nel linguaggio. Era perciò sorto il dubbio circa possibili modificazioni genetiche da associare a questi cambiamenti. Due studi recenti proposero di collegarli a un mescolamento con popolazioni indiane di cinquemila anni fa, mescolamento che per il nuovo studio sarebbe però da escludere. Ulteriori studi per spiegare questi eventi - ed altri, come la mancata colonizzazione polinesiana - si rendono perciò necessari.
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Grandi cambiamenti di popolazioni in Europa alla fine dell'Era Glaciale

4 Febbraio 2016

Hohle Fels, dalle Alpi Sveve in Germania. Credit: © Alb-Donau-Kreis Tourismus
Hohle Fels, dalle Alpi Sveve in Germania. Credit: © Alb-Donau-Kreis Tourismus

Un nuovo studio ha preso in esame il mtDNA dai resti (ossa e denti) degli antichi abitanti dell'Europa per un periodo di circa 30 mila anni, compreso tra il Tardo Pleistocene e gli inizi dell'Olocene. La sorpresa maggiore per gli studiosi è venuta dal rilevamento di un cambiamento considerevole, di uno vero e proprio sconvolgimento verificatosi attorno a 14.500 anni fa.
Il materiale preso in considerazione dallo studio riguarda 55 DNA mitocondriali (mtDNA) completi di cacciatori raccoglitori provenienti da Italia, Germania, Belgio, Francia, Repubblica Ceca, Romania, per un periodo che va da 35 mila a 7 mila anni fa. Il DNA mitocondriale viene trasmesso per via materna. Lo studio ha rilevato che il più recente antenato comune dei moderni mtDNA non africani rivela un'unica, tarda e rapida dispersione non meno di 55 mila anni fa.
Foto da les Closeaux at Rueil-Malmaison, Bacino di Parigi, Francia. Credit: L. Lang
Foto da les Closeaux at Rueil-Malmaison, Bacino di Parigi, Francia. Credit: L. Lang

Alla fine dell'ultima Era Glaciale si sarebbe verificato un notevole ricambio della popolazione europea. Tre individui provenienti da Belgio, Francia, Germania, presentavano tutti l'aplogruppo M, assente nei moderni europei ma invece tipico delle moderne popolazioni dell'Asia, dell'Australasia, e dei Nativi Americani. Gli individui datano a prima del collo di bottiglia dell'Ultimo Massimo Glaciale, un periodo di instabilità climatica alla fine del Pleistocene.
La dispersione umana in Eurasia e Australasia è dibattuta, per numero di espansioni e tempistiche relative. Le proposte riguardanti la dispersione dei non africani comprendono due modelli: una singola dispersione o dispersioni multiple. Molte varianti sono state presentate. La scoperta dell'aplogruppo M fa ritenere agli autori dello studio che non tutti i non Africani si dispersero rapidamente da una sola popolazione. A partire dall'Ultimo Massimo Glaciale (25 mila anni fa), popolazioni di cacciatori raccoglitori si sarebbero ritirate in supposti rifugi, per essere sostituite attorno a 14.500 anni fa da popolazioni provenienti da altri luoghi. Un importante capitolo della storia umana che finora era sconosciuto.
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Nuove prospettive sulle lingue austronesiane e migrazioni relative

18 - 28 Gennaio 2016
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380 milioni di persone oggi parlano le lingue austronesiane, tra Taiwan, Malesia, Indonesia, Filippine, Madagascar e isole del Pacifico. La spiegazione del perché e delle modalità per cui popolazioni così distanti possiedono oggi lingue analoghe costituisce un tema dibattuto per l'archeologia, l'antropologia e la genetica.
La teoria prevalente fino ad oggi vedeva una diffusione principale a partire da Taiwan, quattromila anni fa, dove la coltivazione del riso era giunta in precedenza dalla Cina.
Una nuova e approfondita analisi genetica mette però in dubbio questa teoria, perché il mtDNA degli isolani del Pacifico era già presente molto prima nell'Asia sud orientale insulare. Si propone perciò uno schema diverso, sulla base pure dei cambiamenti climatici alla fine dell'Era Glaciale, per cui l'espansione dall'Indonesia sarebbe avvenuta ottomila anni fa. Per quanto riguarda invece l'espansione linguistica, questa sarebbe effettivamente avvenuta quattromila anni fa a partire da Taiwan: questa spiegherebbe però solo una minoranza delle popolazioni coinvolte nella regione, non più del 20%.
[Dall'Abstract: ] Ci sono due interpretazioni molto differenti sulla preistoria dell'Asia insulare sud orientale (NdT: Island Southeast Asia - ISEA), con prove genetiche invocate a supporto di entrambe. Il modello “fuori da Taiwan” propone un'espansione principale nel Tardo Olocene, con popoli neolitici di lingue austronesiane, a partire da Taiwan. Come alternativa, la proposta che l'incremento del livello dei mari nella tarda Era Glaciale o in epoca postglaciale avrebbe scatenato ampie dispersioni autoctone: questo spiegherebbe alcuni pattern genetici altrimenti enigmatici, ma non riesce a spiegare la dispersione del linguaggio austronesiano. Combinando i dati dal DNA mitocondriale (mtDNA), dal cromosoma Y e sul genoma, si è effettuata l'analisi più approfondita ad oggi riguardo la regione, ottenendo risultati altamente coerenti per tutti e tre i sistemi, e permettendo di riconciliare i modelli. Prima di tutto si deduce una stirpe comune per le popolazioni Taiwan/ISEA, stabilitasi prima del Neolitico, ma si sono rilevati pure segnali chiari di due migrazioni minori del Tardo Olocene, probabilmente in rappresentanza di input sia dal Sud Est asiatico continentale e dal Sud della Cina, via Taiwan. Quest'ultima può perciò aver mediato la dispersione del linguaggio austronesiano, suggerendo migrazioni su scala inferiore e un cambiamento di linguaggio, piuttosto che un'espansione su vasta scala.
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