Christian Greco al Parco di Ostia Antica presenta lo sbendaggio della mummia di Kha

Appuntamento imperdibile giorno 11 ottobre al Parco Archeologico di Ostia Antica. In anteprima con il direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco, nella conferenza dedicata alla “Biografia degli oggetti nel dialogo fra scienza ed egittologia” sarà mostrato lo sbendaggio della mummia di Kha. La conferenza rientra in una serie di appuntamenti del ciclo di conversazioni di archeologia pubblica e di legalità organizzato da Mariarosaria Barbera, direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica.

Classe ’75, Christian Greco si afferma come uno dei protagonisti di spicco del panorama culturale italiano ed egittologico mondiale, docente a Leida del corso di Archeologia funeraria egizia e archeologia della Nubia e del Sudan”, dirige con successo il Museo Egizio di Torino dal 2014.

Grazie all’archeometria, capace di restituire preziose informazioni all’archeologia tramite complesse analisi chimiche, fisiche e biologiche, gli studiosi sono in grado di avere a disposizione importanti informazioni sui materiali antichi. Proprio ad Ostia, Christian Greco esibirà in anteprima una versione virtuale della celebre mummia dell’architetto Kha conservata a Torino e scoperta da Ernesto Schiaparelli nel 1906. “Con l’aiuto di una serie di tomografie assiali- rivela Greco - riusciamo a inoltrarci nella sepoltura e ad osservare in dettaglio i resti dell’alto funzionario del faraone Amenophi II (XIV sec. a. C.), una visione integrale e spettacolare che, rimuovendo una benda dopo l'altra, svelerà il contenuto dell'unica tomba intatta conservata fuori dall’Egitto”.

“A Ostia Antica mi interessa ribadire un concetto basilare”, sottolinea Greco, “che la ricerca è la conditio sine qua non per prendersi cura del patrimonio culturale, cioè farne oggetto di tutela e farlo conoscere. Solo il patrimonio conosciuto può essere conservato; e comunicare i risultati degli studi al pubblico rientra fra i doveri di un museo. Per questo sottoponiamo i materiali rinvenuti nella tomba di Kha ad analisi tramite attivazione neutronica per determinarne il contenuto organolettico e lavoriamo con il Politecnico di Milano per restituire al pubblico le immagini degli scavi in Egitto”.

Appuntamento quindi all’Antiquarium degli scavi dove si pensa che i 99 posti messi a disposizione saranno insufficienti per la straordinarietà dell’evento. Per chi non potrà seguire, sul sito web del Parco archeologico presto verrà fornito un resoconto video della giornata.

11 ottobre 2018 – h16.30
Mariarosaria Barbera e Christian Greco
Antiquarium di Ostia Antica
Via dei Romagnoli 717
Si ricorda che per partecipare alla conferenza è indispensabile confermare la prenotazione inviando un messaggio a [email protected]


larario Pompei Regio V

Un maestoso larario riemerge tra i lapilli della Regio V a Pompei

Alle nuove scoperte non ci si abitua mai e da quando il cantiere della Regio V ha preso avvio, Pompei ci regala sempre qualche tassello in più della sua storia. Ad emergere questa volta, dopo secoli, è un ricco larario in un ambiente ancora in corso di scavo in una casa già indagata ad inizio Novecento.

larario Pompei Regio VPer confronti, il larario sicuramente risulta essere uno dei più belli fino ad ora visti nella città vesuviana, se non per i temi abbastanza classici, per l'eleganza e la raffinatezza delle pitture. Al centro di una parete con natura lussureggiante si trova l'edicola sacra con la raffigurazione del Lari, dei protettori della domus e, al di sotto, due grandi serpenti agatodemoni, portatori di prosperità e di buon auspicio.

larario Pompei Regio VLo spettatore antico e moderno trova davanti a se un continuo gioco tra illusione e realtà, tra natura dipinta e rigoglio vegetale, che doveva trovare un richiamo nella presenza di un'aiuola sottostante il larario con un pavone dipinto che sembra calpestare il giardino paradisiaco.

larario Pompei Regio V

Un altro parallelismo tra gioco illusionistico e realtà è creato dalla presenza di un'arula fittizia dipinta con uova e pigna e un'arula vera in pietra ritrovata nel giardinetto e sulla quale vi sono tracce di bruciato di quelle offerte che gli abitanti della casa avevano dedicato agli dei protettori, garanti di prosperità e benessere.

larario Pompei Regio VSulla parete opposta, invece, vi è raffigurata una scena di caccia su fondo rosso con un bestiario molto vario dove spiccano animali di colore chiaro che circondano un cinghiale nero, quasi un'allusione allo scontro tra bene e male.

larario Pompei Regio VSicuramente la destinazione dell'ambiente è di tipo cultuale, anche se ancora da definire sono gli spazi, considerata anche la presenza di elementi insoliti come la vasca bordata dal giardinetto, posta al centro dell'ambiente e lo spazio soppalcato ancora da scavare.

larario Pompei Regio V

Questi straordinari ritrovamenti che continuano a regalare grandi emozioni, rientrano nel più vasto intervento di manutenzione, quello della messa in sicurezza dei  fronti di scavo – dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna - che sta interessando i circa 3 km di fronti  che delimitano l’ area non scavata di Pompei. Un intervento fondamentale in una delle aree più  a rischio del sito, mai prima trattata complessivamente e che oggi grazie all’operazione di riprofilamento dei fronti, che ha lo scopo di ridurre la pressione del terreno sulle aree già scavate, ci sta anche consentendo di portare alla luce ambienti intatti con splendide decorazioni.”

larario Pompei Regio VFoto dall'Ufficio Stampa Parco Archeologico di Pompei - presso Antiquarium Boscoreale, per gentile concessione di Ciro Fusco

larario Pompei Regio V


Tre teste marmoree da Aquinum. Una è forse il volto di Giulio Cesare

L’ultima scoperta ad Aquinum è assolutamente eccezionale. Durante la campagna di scavi appena conclusa, la X, l’équipe di archeologi dell’Università del Salento diretta dal prof. Giuseppe Ceraudo ha portato alla luce tre splendide teste marmoree di età romana.

La campagna 2018 ha consentito così di indagare un nuovo settore della città romana, vicino alle rovine emergenti del teatro e del cd. Tempio di Diana e del Balneum di Marcus Veccius. Queste operazioni sono frutto di un’intensa attività di ricognizione aerea effettuata tramite droni. Le immagini aeree mostravano in traccia una presenza di strutture sepolte interpretate come resti di un grande edificio porticato disposto lungo la via Latina, forse in connessione con l’area del Foro.

Gli archeologi, durante gli scavi, hanno intercettato l’angolo del portico monumentale, così come precedentemente ipotizzato attraverso una prima lettura delle foto aeree, ma la sorpresa ancora più grande è stata la scoperta di tre teste di marmo: la prima non integra e frammentata di un personaggio maschile barbato, forse Eracle, la seconda di una donna con capo velato, e la terza sempre di un personaggio maschile, molto raffinata. Da un primo esame, i tratti sarebbero molto somiglianti a quelli di un importante personaggio della storia romana: Giulio Cesare.

"Si tratta - precisa il prof. Ceraudo - di una scoperta eccezionale, soprattutto se venisse confermata l'identità del personaggio maschile su cui stiamo lavorando; ad ogni modo la prosecuzione delle ricerche potrà servire da volano per una migliore conoscenza e tutela del sito, anche in previsione di una futura valorizzazione strategica dell’area, che il Comune di Castrocielo ha iniziato ad attuare ormai da un decennio. Tutte queste attività svolte all'interno dell'Area Archeologica - spiega il Sindaco di Castrocielo Prof. Filippo Materiale -, sono frutto della decisa volontà di valorizzare il patrimonio storico e culturale di Aquinum, operando nel rispetto delle diverse competenze professionali, in sinergia ed in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti e sotto la direzione ed il coordinamento dell'affiatato gruppo di lavoro dell’Università del Salento".

Foto di Aquinum.


Una nuova ricerca sulle vittime dell'eruzione del 79 d.C. ad Ercolano

Ancora novità sull’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Nuove indagini interdisciplinari al Parco Archeologico di Ercolano

Il Parco Archeologico di Ercolano continua a essere terreno di sperimentazione e ricerca multidisciplinare con risultati di rilievo internazionale. Stavolta l’indagine, condotta da un gruppo di ricerca della Federico II guidato dall'antropologo Pier Paolo Petrone, svela aspetti unici circa gli effetti del calore sui corpi delle vittime dell’eruzione del 79 d.C.

L'analisi si è concentrata sui resti degli scheletri di oltre 300 ercolanesi ritrovati nell’area dell’antica spiaggia, colti nell’attimo del loro disperato tentativo di fuga.

Le indagini per la prima volta hanno mostrato la eccezionale preservazione di residui minerali ricchi di ossidi di ferro sulle ossa e negli strati di cenere. La presenza di questi prodotti testimonia la rapida vaporizzazione dei tessuti e dei fluidi corporei dopo la morte, a causa dell'impatto con le nubi di cenere e gas a temperature di almeno 500° C.

Lo studio "A hypothesis of sudden body fluid vaporization in the 79 AD victims of Vesuvius", autori Pierpaolo Petrone, Piero Pucci, Alessandro Avergara, Angela Amoresano, Leila Birolo, Francesca Pane, Francesco Sirano, Massimo Niola, Claudio Buccelli, Vincenzo Graziano, è stato pubblicato oggi dalla prestigiosa rivista PLOS ONE.

Gli straordinari risultati ottenuti dai ricercatori napoletani evidenziano la portata degli effetti termici associati alla deposizione dei flussi piroclastici a distanza considerevole dal vulcano, anche nel caso di persone riparate all'interno di edifici.

Il direttore Francesco Sirano sottolinea come la nuova vita autonoma del Parco Archeologico di Ercolano abbia dato nuova linfa alla costruzione di una rete sempre più vasta di ricercatori e scienziati mondiali attratti ad Ercolano da stimoli eccezionali e da un contesto applicativo unico al mondo.

Testo e immagine da Ufficio Stampa Parco Archeologico di Ercolano


Si torna a scavare nell'agorà di Selinunte

Si torna a scavare a Selinunte. Da oggi riparte la campagna storica del DAI di Roma nell’agorà della città antica, sull’altopiano della Manuzza. L’Istituto Archeologico Germanico è ormai impegnato da oltre 20 anni nel sito e proprio l’ultima campagna cercherà di approfondire la trasformazione di Selinunte dopo il 409 a.C., cioè dopo la disfatta della città dopo lo scontro con i Cartaginesi.

Foto di Alessandra Randazzo

“Siamo molto felici della ripresa di queste ricerche – dichiara Enrico Caruso, direttore del Parco Archeologico di Selinunte -  perché si torna a lavorare in un particolare settore della Selinunte arcaica, abbandonata fuori dal circuito murario di età punica dopo la disfatta della città greca ad opera del possente esercito Cartaginese del 409 a.C. Questi scavi consentiranno di legare alcuni elementi significativi delle presenze in seno all'agorà, parzialmente indagate negli anni Settanta del secolo scorso, mediante dei saggi isolati che  portarono alla scoperta di una necropoli arcaica e di un santuario punico da parte della Prof.ssa Antonia Rallo delll'Università La Sapienza di Roma e di quelli, risalenti a non oltre un decennio fa, dell'Ing.-Arch. Dieter Mertens, il quale, nell'ambito della scoperta della vasta agorà e dell'isolato orientale che la delimitava, in un saggio pressoché centrale aveva scoperto la cosiddetta tomba dell'Ecista, cioè del fondatore della città.

Foto di Alessandra Randazzo

Tutti questi elementi isolati, finalmente, potranno essere messi in relazione tra di loro grazie agli scavi iniziati lo scorso anno sotto la direzione della Dott.ssa Sophie Helas, membro del DAI e nota per l'importante studio pubblicato sulle case puniche nell'Acropoli di Selinunte, che riprende anche quest'anno le sue ricerche iniziate nel 2017. Le premesse sono eccellenti, non vi è alcun dubbio sulla loro portata, ciò consentirà non solo di capire meglio l'organizzazione interna della grande piazza selinuntina prima della distruzione e dopo di essa, ma anche di capire quali erano le relazioni intrinseche tra le diverse parti esistenti, distinte temporalmente e topograficamente”.

Foto di Alessandra Randazzo

“ I nuovi scavi di quest’anno e quelli del 2017, sono indagini di una zona particolare dell’Agorà. La Dott.ssa Rallo aveva scoperto alcune tombe arcaiche di una prima fase dell’esistenza di Selinunte negli anni sessanta. Probabilmente potremmo essere in presenza di un sito di venerazione di personaggi che avevano un ruolo particolare  - ha affermato Ortwin Dally, Direttore dell’Istituto Archeologico Germanico - per l’identità della popolazione greca della città antica. Dopo  il 409 a.C. Selinunte fu conquistata dai Punici. La zona dell’Agorà fu trasformata. L’area investigata nel 2017, dal nostro Istituto Germanico, fu eventualmente trasformata in una nuova zona sacra. L’obiettivo è un tentativo di capire meglio la trasformazione della città di Selinunte dopo il 409 a.C."

È dal 1971 che l’Istituto Archeologico Germanico  è attivo a Selinunte, prima in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Trapani, poi con il Parco Archeologico di Selinunte.

Dopo gli scavi di questa estate guidati da Clemente Marconi in un accordo di collaborazione tra il Parco di Selinunte e l’Institute of Fine Arts della New York University, novità si attendono dal DAI.

La curiosità è tanta.

 

 


Una tomba dipinta del II secolo a.C. dalla necropoli di Cuma

UNA NUOVA TOMBA DIPINTA DA CUMA:
UN BANCHETTO PER L'ETERNITÀ
Dettaglio delle pitture conservate sulla porzione destra della parete d’ingresso © E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS_École française de Rome)

È dal 2001 che, ai piedi della rocca sulla quale si erge l’acropoli dell’antica città di CumaPriscilla Munzi, ricercatrice del Centre Jean Bérard (CNRS - École française de Rome) e Jean-Pierre Brun, professore del Collège de France, lavorano con la loro équipe per riportare alla luce l’antica necropoli cumana.

Oggi hanno deciso di svelare la loro ultima scoperta: una tomba dipinta datata al II secolo a.C., eccezionalmente conservata e le cui pitture immortalano una scena di banchetto.

Due volte più grande di Pompei, la città di Cuma è situata a 25 Km a ovest della città di Napoli, sulla costa tirrenica di fronte all’isola di Ischia e all’interno dell’attuale Parco archeologico dei Campi Flegrei.

Le fonti storiche la considerano come la più antica colonia greca d’Occidente, fondata da greci provenienti dall’Eubea intorno alla metà dell’VIII secolo a.C.

«Il Parco Archeologico dei Campi Flegrei sostiene in forma sistematica la ricerca, con particolare riguardo a quella internazionale – ha commentato il direttore del PaFleg, Paolo Giulierini che accolto entusiasta la scoperta - e considera il rapporto con il Centro Jean Bérard una collaborazione di altissimo profilo. La scoperta, che arricchirà il museo e il Parco, è in primo luogo fonte di grande progresso scientifico e storico»

Da diversi anni gli archeologi francesi conducono le loro ricerche nella zona situata immediatamente al di fuori di una delle porte principali delle fortificazioni settentrionali, dove, nel corso dei secoli, si è sviluppata una grande necropoli pluristratificata.

Veduta dell’interno della camera funeraria con i letti per le inumazioni © E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS_École française de Rome)

Nel corso del II secolo a.C., il paesaggio funerario davanti alla Porta mediana è caratterizzato dalla presenza di diverse tombe a camera di tipo ipogeo, con volte a botte e facciata monumentale, costruite in blocchi squadrati di tufo.

L’accesso alle tombe avveniva attraverso un lungo corridoio scavato nella terra (dromos), mentre la porta della camera funeraria era chiusa da un grande blocco di pietra. I monumenti erano destinati ad accogliere inumazioni plurime, deposte in cassoni o su letti funerari. La tipologia architettonica e i corredi mostrano l’alto livello sociale conseguito dai defunti.

Nel mese di giugno di quest’anno i ricercatori francesi hanno riportato alla luce una nuova tomba riferibile alla stessa tipologia architettonica, ma dall’eccezionale decorazione figurata: sulla lunetta in corrispondenza dell’ingresso della camera funeraria, sono ancora visibili, infatti, una figura maschile nuda stante che sorregge nella mano destra una brocca in argento (oinochoe) e nella sinistra un calice; ai lati del personaggio, sono rappresentati un tavolino (trapeza) e alcuni vasi di grandi dimensioni tra i quali un cratere a calice su supporto, una situla e un’anfora su treppiede. Sulle pareti laterali, s’intravedono verosimilmente scene di paesaggio. La decorazione è delimitata nella parte alta da un fregio floreale. L’intradosso della volta è giallo, mentre le pareti al disotto della cornice e i tre letti funerari sono dipinti di rosso. La qualità delle pitture è eccezionale. Purtroppo la tomba è stata più volte visitata e pochi sono gli elementi dei corredi recuperati, anche se sufficienti a confermarne la datazione.

I temi rappresentati sulle pareti della tomba, poco consueti per questo periodo cronologico, offrono nuovi e importanti spunti di riflessione per delineare e ricostruire l’evoluzione artistica della pittura parietale cumana.

Lo scavo è stato realizzato grazie al sostegno finanziario del Ministère de l’Europe et des affaires étrangères, dell’École française de Rome e della Fondation du Collège de France. Le ricerche sono svolte nell’ambito di una concessione di scavo e ricerche del Ministero per i beni e le attività culturali e in collaborazione con il Parco archeologico dei Campi Flegrei.

Dettaglio dell’interno della camera funeraria e della scena figurata conservata sulla parete d’ingresso e sulle pareti laterali © E. Lupoli, Jean Bérard Centre (CNRS_École française de Rome)

 

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Parco Archeologico dei Campi Flegrei


Riaprono due gioielli della via Flaminia: la tomba di Fadilla e dei Nasoni

In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2018, l’apertura delle straordinarie Tombe dei Nasoni e di Fadilla lungo la via Flaminia, si preannuncia come un vero e proprio evento atteso da anni. Dopo un accurato restauro durato oltre dieci anni, la Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma rende fruibili i due edifici tombali ricchi di immagini simboliche.

Le tombe rupestri di epoca imperiale, permettono di ricostruire l’importante paesaggio archeologico della via Consolare. La Tomba di Fadilla, scoperta nel 1923, deve il suo nome ad un’iscrizione inserita all’interno della camera sulla parete destra; la dedica del marito alla moglie morta, Fadilla, forse appartenente alla famiglia degli Antonini.

La Tomba dei Nasoni fu scoperta nel 1647 durante dei lavori di sistemazione della via Flaminia ma subì gravissimi danni tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 a causa di attività estrattive condotte nella zona. Si data al II secolo d.C. e fu scavata all’interno di un blocco di tufo dove venne ricavata una grande camera sepolcrale con nicchia sul fondo e altre tre per ogni lato.

Un’iscrizione rivela il proprietario: Nasonius Ambrosius, della famiglia dei Nasoni. L’interno doveva essere splendido, con ricche decorazioni pittoriche, oggi in parte perdute, che contenevano cicli mitologici legati al Giudizio di Paride, Atena ed Eracle, la guerra di Troia, arricchiti da elementi separativi come Vittorie, Geni alati, figure che alludevano alle stagioni.

Le aperture straordinarie delle Giornate Europee del Patrimonio daranno inizio a una serie di aperture al pubblico.

Tutte le foto sono della Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma.


Si torna a scavare nell'area archeologica di Paestum

Il 10 settembre sono ripresi gli scavi a Paestum con ben 3 cantieri in corso: all'Athenaion (Università di Salerno), all'Agora (Fondazione Paestum) e alla casa arcaica (Università degli Studi dell'Orientale di Napoli). Tre cantieri distinti che chiuderanno alla fine del mese con l'obiettivo, come sempre, di far avanzare le conoscenze topografiche e architettoniche sulla città.

Scavi Athenaion

Il cantiere dell'Athenaion, diretto da Fausto Longo e coordinato sul campo da Marialuigia Rizzo, ha lo scopo di indagare la parte meridionale del santuario lì dove negli anni '20 e '30 fu trovata la cosiddetta “stipe del santuario” con migliaia di oggetti ceramici, terrecotte e metalli. Dallo studio degli oggetti in bronzo, in particolare le armi (scudi, elmi, lance, giavellotti ecc. oggi in mostra al Museo Archeologico nella mostra 'Le armi di Athena'; qui maggiori informazioni sulla mostrahttp://www.museopaestum.beniculturali.it/le-armi-di-athena-il-santuario-settentrionale-di-paestum/ ), e dal tentativo di ricostruire il contesto di provenienza - e quindi la storia più antica del santuario - nasce il progetto di intervento nel santuario, ormai 90 anni dopo lo scavo diretto da Maiuri (1928).

Scavo agorà

Nell'agora lo scavo diretto da Emanuele Greco, coordinato sul campo da Federica Di Biase, mira a proseguire lo studio della lunga Porticus, un edificio colonnato di età romana che ha obliterato edifici più antichi. L'indagine di questi giorni (e dei prossimi anni) mira a conoscere più in dettaglio il monumento, ma soprattutto a recuperare maggiori informazioni sulle fasi di età arcaica e classica.

Scavo casa arcaica

Infine lo scavo della casa arcaica rinvenuta ad ovest dell'Athenaion diretto da Laura Ficuciello. Già indagato negli anni Ottanta il complesso, dove lo scorso anno furono effettuati nuovi scavi, è l'unica casa di età arcaica che conosciamo di Paestum e una delle poche rinvenute in Magna Grecia.

Delle tre équipes fanno parte studenti dell'Università di Salerno, dell'Orientale di Napoli, di Roma-Sapienza e di Padova che operano in un clima di grande collaborazione.

Foto Courtesy of Press Office Parco Archeologico di Paestum


La mano di Prêles è la più antica scultura europea in bronzo?

Uno straordinario ritrovamento, quello effettuato nell'autunno del 2017 a Prêles, nel cantone di Berna: una mano scolpita in bronzo e oro. Risalente a 3500 anni fa, potrebbe trattarsi della più antica scultura in bronzo europea. Tantissime le domande che sorgono in merito alla sua funzione.

La mano di Prêles, del peso di 500 grammi circa. Foto © Service archéologique du canton de Berne, Philippe Joner.

In seguito alla scoperta, effettuata da due cittadini col metal detector, i ricercatori svizzeri sono riusciti a ritrovare, all'inizio dell'estate di quest'anno, una tomba al cui interno erano i resti di un adulto, con una fibula e una spirale in bronzo (quest'ultima ornamento per capelli) e dei frammenti in oro presumibilmente provenienti dalla mano scolpita. La presenza di un dito dalla mano in bronzo ha confermato che la stessa proveniva effettivamente dalla tomba. Quest'ultima aveva purtroppo subito dei danni a causa di lavori recenti.

Al momento è anche in corso un procedimento penale: la tomba sarebbe stata visitata da saccheggiatori, come confermato da Adriano Boschetti, archeologo cantonale a Berna. Le attività scientifiche si sarebbero svolte il più rapidamente possibile, ma alcuni reperti risulterebbero ad ogni modo mancanti.

Al di sotto della tomba una costruzione in pietra: apparentemente l'uomo fu seppellito deliberatamente al di sopra di questa costruzione più antica. Doveva trattarsi di un individuo di alto rango.

La costruzione in pietra al di sotto della quale è stata ritrovata la tomba. Foto © Service archéologique du canton de Berne, Guy Jaquenod.

La datazione del reperto è stata effettuata al carbonio 14 e lo colloca tra il 1500 e il 1400 a.C. Ritrovate anche una lama di un pugnale e una costola umana, che sarebbe più recente di un centinaio d'anni. Si è inoltre analizzata la colla vegetale utilizzata per fissare la sottile placca d'oro al polso. Le due datazioni, che le collocano all'Età del Bronzo medio, sono coerenti con quanto noto per la lama in bronzo.

Secondo gli specialisti svizzeri, non sono note simili sculture per l'Età del Bronzo nell'Europa centrale. Sottolineano che si tratta della prima raffigurazione anatomica in bronzo per l'Europa, di un reperto unico e notevole, ma del quale non conosciamo la rilevanza e le funzioni ad esso attribuite. Si suppone possa trattarsi di un simbolo di potere, distintivo di una élite sociale o di una divinità. Il prolungamento della mano suggerisce pure che potesse essere montato al di sopra di altro oggetto: forse uno scettro o una statua. Nei prossimi mesi studi scientifici potranno affrontare queste questioni.

 

Dal 18 settembre al 14 ottobre la mano in bronzo e oro sarà esposta al Nouveau musée Bienne.

Gli oggetti ritrovati: la lama di un pugnale, una fibula e una spirale, la mano in bronzo e oro, dalla quale plausibilmente provengono gli altri frammenti in oro. Foto © Service archéologique du canton de Berne, Philippe Joner.

 

Link: Service archéologique du canton de Berne; RFJ; RJB; Berner Zeitung; SRF.

Si ringrazia Alessandro Vanzetti per la segnalazione degli aggiornamenti sul procedimento penale.


Torna a splendere la Tomba degli Scudi di Tarquinia

Torna a splendere la Tomba degli Scudi, gioiello del 340 a.C. e una delle più grandi tombe gentilizie di Tarquinia del primo ellenismo. I lavori di restauro, cominciati nell’estate 2016 e realizzati da Maria Cristina Tomasetti e Chiara Arrighi sotto la supervisione della Soprintendenza, hanno permesso il recupero dell’apparato pittorico ancora esistente della camera centrale dell’ipogeo e di riportare alla luce figure, iscrizioni e dettagli finora invisibili. Qui erano sepolti illustri personaggi gentilizi, raffigurati idealmente sulle pareti della camera centrale.

Foto Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio Etruria Meridionale (2018)

La prima coppia, composta da un uomo semisdraiato su una kline e una  donna seduta ai suoi piedi, è identificabile con Larth Velcha, fondatore della tomba e Velia Seithiti, sua sposa. Accanto ai coniugi stanno Velthur Velcha, padre del fondatore e la sposa Ravnthu Arpthnai. Quest’ultima coppia è raffigurata sulla parete sinistra dell’ipogeo in atteggiamento regale. Ulteriori decorazioni che impreziosiscono e rendono quasi unico questo luogo si trovano sulla parete d’ingresso, dove sono raffigurate scene di corteo che alludono al viaggio eterno di Larth Velcha, scortato da littori e la cui presenza sottolinea lo status gentilizio e la carica di magistrato ricoperta dal personaggio durante la sua vita.

Foto Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio Etruria Meridionale

Un fregio di armi è presente nella camera di fondo, in cui vi sono rappresentati gli scudi che danno il nome alla tomba che forse sottolineano l’importanza del campo militare nella vita della famiglia. La decorazione, tipica dei sepolcreti gentilizi etruschi di età ellenistica vuole così celebrare le virtù e il rango della famiglia Velcha, immortalando il momento della morte e il viaggio verso l’oltretomba e il banchetto a cui idealmente partecipano tutti i membri della gens.

Foto Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio Etruria Meridionale (2018)

Tutto ciò è stato possibile grazie ai voti ricevuti online sul sito web del FAI, nella sezione Luoghi del Cuore, dove la tomba è stata votata da oltre 5000 persone. Il prezioso gesto d’amore ha permesso così la rivalutazione e il recupero di un luogo importante per il mondo etrusco che però da anni versava in uno stato precario e nel dimenticatoio. I voti sono serviti quindi per poter partecipare al bando per la selezione degli interventi che la Fondazione, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, promuove dopo ogni edizione del censimento e ha permesso così di ricevere 24.500 euro per il restauro degli apparati decorativi della camera centrale.

Le problematiche riscontrate dai restauratori riguardavano soprattutto l’intonaco, molto friabile, che tendeva a staccarsi a causa di numerose problematiche legate all’alterazione del microclima. Su tutta la superficie erano presenti patine bianche di diversa natura e consistenza, oltre che chiazze di umidità e chiazze dovute alla formazione di funghi. L’intervento, inoltre, è stato realizzato in modalità “cantiere aperto”, dando così la possibilità, tramite visite guidate a cura della delegazione FAI di Viterbo, di poter assistere in diretta ai lavori di recupero.

Foto Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio Etruria Meridionale (2018)

I prossimi passi, una volta concluso il recupero della camera centrale, porteranno al completamento del restauro con interventi sul soffitto, sulla camera di fondo – quella decorata con gli scudi da cui la tomba prende il nome – e su due piccoli ambienti laterali, privi di decorazioni. Intanto la collaborazione tra FAI e Soprintendenza continuerà grazie alla volontà, da entrambe le parti, di rendere fruibile periodicamente questo eccezionale luogo di arte, situato al di fuori del perimetro di visita della Necropoli dei Monterozzi.

Foto Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio Etruria Meridionale (2016)

Le tombe della Necropoli di Tarquinia, dal 2004 dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, rappresentano un documento eccezionale ed unico per il mondo etrusco, capaci di fornirci informazioni preziose sulla vita quotidiana e sul rapporto che questa civiltà aveva con il mondo ultraterreno.

Foto Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio Etruria Meridionale (2016)
Foto Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio Etruria Meridionale (2016)
Foto Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio Etruria Meridionale (2016)