Museo Archeologico Nazionale Civitavecchia Lara Anniboletti

Una nuova direzione per il Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia: intervista a Lara Anniboletti

Una nuova direzione per il Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia: intervista a Lara Anniboletti

Lara Anniboletti, neo direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia
Lara Anniboletti, neo direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia. Foto Credits: Michele Stallo

Nel mese di Marzo 2021 la Direzione Regionale Musei del Lazio, afferente al Ministero della Cultura, ha nominato una nuova direttrice per il Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia: Lara Anniboletti, archeologa laureata all’Università degli Studi di Perugia, attualmente direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Orvieto e della Necropoli etrusca di Crocifisso del Tufo; precedentemente, la dott.ssa Anniboletti ha lavorato presso la Segreteria Tecnica di Progettazione del Parco Archeologico di Pompei, dove ha coordinato l’Ufficio Comunicazione.

Abbiamo contattato la neo-direttrice per un’intervista sui progetti futuri per l’istituzione culturale civitavecchiese.

 

Dott.ssa Anniboletti, congratulazioni per il suo nuovo incarico.

Ci parli del Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia e delle sue caratteristiche: qual è la sua storia, che tipo di collezioni ospita?

Grazie per le congratulazioni, sono molto contenta di essere la neo-direttrice del Museo Archeologico di Civitavecchia: qui c’è un gran lavoro da fare.

Questo è un museo archeologico di natura statale, ma che in realtà ha una grande vocazione locale. Trae la sua origine nel Museo Civico della città di Civitavecchia: dopo il suo bombardamento, molte opere furono tratte in salvo e confluirono proprio nella collezione dell'attuale museo archeologico che, quindi, ha anche una forte connotazione civica.

Il museo racconta la storia dell’insediamento precedente alla città romana, alla fondazione del porto di epoca traianea e alla costruzione delle Terme Taurine: racconta la fase preromana delle aree vicine al sito specifico di Civitavecchia, come le colline circostanti, dove c’erano dei fiorenti insediamenti già dall’epoca etrusca (di cui abbiamo le necropoli).

Anche il territorio limitrofo è ben rappresentato: ci sono materiali provenienti da Castellina del Marangone e da tutta la zona peri-costiera fino a Santa Marinella, dove c’erano insediamenti di epoca più antica, sin dall'età protostorica, legati anche allo sfruttamento della zona mineraria della Tolfa.

Quindi, le collezioni del museo offrono una testimonianza dell'epoca protostorica, della fase etrusca e, infine, della grande fase romana del porto e dello sviluppo costiero, con magnifiche ville della nobilitas senatoria romana, che scelse questi luoghi per la bellezza del mare e la salubrità delle acque.

In definitiva, quella del museo è una storia stratificata, con collezioni cresciute nel tempo, a cui va aggiunto anche il fatto che Civitavecchia è stata la sede dei sequestri della Procura territoriale, per cui abbiamo anche molto materiale proveniente da sequestri e collezioni varie confluite qui.

Un museo con delle potenzialità grandissime, molto ricco di materiali.

 

Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia - Sala dei marmi di età imperiale
La Sala dei marmi di età imperiale del Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia, diretto da Lara Anniboletti. Foto: Eleonora Brunori

 

Il museo è rimasto chiuso al pubblico per un po' di tempo ed è andato incontro ad alcuni cambiamenti: come si presentava al suo arrivo e quali sono state le azioni più urgenti e necessarie? 

Il museo archeologico di Civitavecchia è rimasto chiuso per un certo periodo di tempo perché alcune sale avevano dei problemi di tipo strutturale: infatti, non appena sono arrivata, sono partiti degli importanti lavori di ristrutturazione, cui faranno seguito dei lavori di tipo allestitivo.

Il museo aveva anche un grande laboratorio di restauro dell’allora Soprintendenza dell’Etruria Meridionale, che è stato dismesso negli ultimi 5-6 anni, e anche questo ha comportato un progressivo depauperamento.

L'allestimento originario del museo, risalente alla seconda metà degli anni ‘70, è quello dell'architetto Minissi, lo stesso di Villa Giulia, a cui sono state fatte delle aggiunte o, viceversa, a cui è stato sottratto qualcosa, non sempre in maniera congrua: quindi, il museo risale nella sua concezione agli anni' 70, con delle modifiche saltuarie e a volte occasionali, poco meditate.

In questo momento ha una assoluta necessità di essere riallestito, sia come spazio espositivo e architettonico - perché nel tempo le esigenze legate alla museografia cambiano -, ma anche nel suo percorso narrativo: deve essere un museo narrante, che racconta le vicende storiche e insediative della città di Civitavecchia, del territorio circostante e anche di quell’ampia fascia territoriale che va da Civitavecchia a Santa Marinella, e che non è attualmente di pertinenza della città stessa.

Questo museo, dunque, si stratifica su più epoche e ha materiali diversi, dall’epoca protostorica al tardoantico.

 

Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia - oreficeria etrusca
Oreficeria etrusca dal Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia, diretto da Lara Anniboletti. Anello con incisione in etrusco e orecchini in oro (IV sec. a.C.), corredo della tomba E in loc. Pisciarelli. Foto: Eleonora Brunori

 

Quali sono i progetti per il futuro del museo, sia a breve che a lungo termine?

La prima necessità, in questo momento, è stata quella di poter riaprire, perlomeno gli spazi che non erano interessati dalla ristrutturazione dell’edificio: il primo piano, con la sala dei marmi, la sala delle epigrafi della necropoli e dei marinai e il piano superiore, il ballatoio, che abbiamo subito riallestito, perché era il piano dedicato al territorio.

In tempi recenti era stata fatta una mostra su Gravisca, che aveva in parte disallestito alcune vetrine, quindi abbiamo proceduto a una integrazione dei materiali e alla messa in opera di pannelli esplicativi, proprio perché volevamo dare il senso del museo narrato; abbiamo cercato di fare piccole cose in vista di una riapertura che sia anche simbolica: il museo c’è e riapre!

Successivamente, abbiamo altri progetti: dovremmo pensare a un riallestimento di tutto il percorso, sia nello spazio fisico e architettonico - con un ripensamento dell’architettura museale - e poi un ripensamento della struttura narrativa del museo, che magari sarà anche coadiuvato da una tecnologia, attualmente lo strumento più efficace e pervasivo, e a far sì che il museo diventi realmente uno strumento didattico.

Vogliamo poi tirare fuori i reperti dai depositi, che hanno un'incredibile ricchezza di materiali; vogliamo restituirli alla vista del pubblico, ma in un percorso sensato: per questo nomineremo un comitato tecnico di riallestimento con varie competenze e mansioni, proprio per ridare al museo la sua giusta importanza.

In quest’ottica, è mia volontà che il museo sia a pagamento, anche con biglietto ridotto, visto che in questo momento non è del tutto visitabile: questo gli renderebbe giustizia e ne sancirebbe uno status.

Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia - Sala epigrafica
La Sala epigrafica del Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia, diretto da Lara Anniboletti. Foto: Eleonora Brunori

 

Qual è il rapporto tra il museo, la città di Civitavecchia e la sua storia, il porto e il territorio circostante? Sono previsti dei progetti di collaborazione, anche con istituzioni e associazioni del posto? 

Quello che mi ha veramente colpito dal mio arrivo al museo, due mesi fa, è stato il grande interesse e la grande richiesta di incontro, innanzitutto da parte di enti e autorità locali: dal Sindaco all’Autorità Portuale, alla Capitaneria di Porto, alla Scuola di Guerra, fino alla Fondazione CARICIV, tutti gli attori della comunità locale; in seconda battuta, da parte delle associazioni di settore: storiche, archeologiche, Pro Loco; in terza battuta, dagli operatori nel territorio: operatori turistici, archeologi, restauratori.

C'è stata una grande richiesta di incontro, di venire al museo per potermi incontrare, illustrare le proprie attività e conoscere qual è il futuro del Museo Archeologico di Civitavecchia: io l'ho interpretato come il segno di una mancanza, di un’assenza che si è verificata, in passato, per varie ragioni, ma anche come l'esistenza di una comunità attiva che si identifica con il museo, perché esso, oltre ad essere uno spazio fisico, è anche un polo attrattivo in cui si identifica la memoria della collettività e, come tale, il fatto che sia aperto, che esista, dà un senso e una linea guida a tutta una serie di attività collaterali e culturali che le associazioni promuovono.

Ovviamente con le autorità c’è uno scambio di progettualità continuo.

Con le varie associazioni, gli archeologi, gli architetti, i restauratori c’è una grande volontà di collaborazione per far sì che tutte azioni necessarie siano dirette verso la riapertura e verso una nuova progettualità: cambiata la governance, adesso bisogna “fare il Museo”.

 

Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia - Athena Parthenos Lara Anniboletti
Athena Parthenos dal Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia, diretto da Lara Anniboletti. Copia romana di metà II sec. a.C. dell'opera di Fidia, dalla villa marittima del giureconsulto Ulpiano. Foto di Eleonora Brunori

 

Quando verrà riaperto al pubblico il Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia e quali novità troveranno i visitatori?

Ora che finalmente siamo tornati in zona gialla, il museo riaprirà: il 13 Maggio è prevista  una preview per un pubblico scelto, mentre si riaprirà definitivamente al pubblico il 14 Maggio.

In questo momento, abbiamo proceduto a un piccolo riallestimento e a una messa a punto della situazione già esistente per quanto riguarda la sala dei marmi e delle epigrafi, ad esempio mettendo didascalie dove non c'erano o correggendo quelle sbagliate, e anche tirando fuori qualcosa dai depositi, come una meravigliosa testa di Giano bifronte in marmo, e altre opere scultoree.

Il piano soprastante - il ballatoio - è stato diviso in due parti: da una parte abbiamo riallestito alcuni contesti del territorio: Castellina del Marangone, Aquae Tauri, la necropoli etrusca di Pisciarelli e l'abitato; dall'altra invece abbiamo messo le collezioni che erano ospitate al piano superiore, nella cosiddetta "Sala Verde" dell'architetto Minissi, che abbiamo dovuto disallestire a causa dei lavori in corso.

Anche qui c'è stata una grande attenzione all'apparato didascalico.

Vi invito a visitare il museo perché è davvero ricchissimo, con dei pezzi straordinari, come le sculture rinvenute nelle ricchissime ville, ad esempio quella del giureconsulto Ulpiano, che dominavano e punteggiavano tutto il litorale, scelto proprio per la sua bellezza (che tuttora conserva); ma anche per scoprire pezzi di storia del nostro territorio, le epigrafi - così toccanti - che ci descrivono la quotidianità dei marinai che lavoravano al porto: è un museo che merita davvero una visita.

Quello che troverete sarà un apparato informativo rinnovato e dei pannelli che permettono una visita più consapevole. Vi aspettiamo!

 

Il Museo Archeologico Nazionale di Civitavecchia è presente su Facebook e Instagram

 


eredità di cesare

L’eredità di Cesare: alla scoperta dei Fasti Capitolini con il videomapping

L’eredità di Cesare: alla scoperta dei Fasti Capitolini con il videomapping

E se un calendario potesse raccontare storie?

È quello che accade in questi mesi ai Musei Capitolini dove, grazie a L’eredità di Cesare e la conquista del tempo - progetto espositivo multimediale che si avvale del videomapping - i Fasti Capitolini si animano, mostrando le storie contenute nell’epigrafe.

L’eredità di Cesare e la conquista del tempo | Musei Capitolini
L’eredità di Cesare e la conquista del tempo | Musei Capitolini - Foto: Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

 

I Fasti Capitolini, calendari di età augustea incisi su marmo, furono ritrovati nel XVI sec. nel Foro Romano e dovevano far parte della decorazione di un arco in onore di Augusto del 20 a.C.

Esposti su progetto di Michelangelo, furono poi trasferiti nella Sala della Lupa al Palazzo dei Conservatori nel 1586, dove si trovano tutt’oggi, insieme a due iscrizioni dedicate a Marcantonio Colonna e Alessandro Farnese.

I Fasti Capitolini sono un importantissimo documento storico-epigrafico in cui, accanto ai nomi di consoli, tribuni militari, censori e magistri equitum, sono registrati i trionfi celebrati a Roma dalle origini al 19 a.C.

 

L'eredità di Cesare e la conquista del tempo | Musei Capitolini
L'eredità di Cesare e la conquista del tempo | Musei Capitolini - Foto: Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

 

Il progetto di valorizzazione multimediale vuole raccontare la storia di Roma narrata nei Fasti - dalla fondazione dell’Urbe (753 a.C.) all’inizio dell’età imperiale (31 a.C.) - coinvolgendo il pubblico attraverso il videomapping, una particolare forma di realtà aumentata (o meglio, realtà mista) dove un oggetto o ambiente fisico – in questo caso l’epigrafe contenente i Fasti – viene arricchito da immagini, filmati e suoni aggiuntivi.

Grazie al videomapping e al commento sonoro, personaggi come Romolo, Tarquinio il Superbo, Giulio Cesare e Augusto rivivono in uno spettacolo storicamente accurato ma di immediata comprensione per il grande pubblico.

Il progetto espositivo è concepito come ideale raccordo tra “La Roma dei Re”, seconda parte del ciclo “Il racconto dell’archeologia” tenutasi ai Musei Capitolini nel 2018-2019, e introduzione alla futura mostra “La Roma della Repubblica”, in programma ai Musei Capitolini durante il 2021.

 

L’eredità di Cesare e la conquista del tempo | Musei Capitolini
L’eredità di Cesare e la conquista del tempo | Musei Capitolini - Foto: Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

 

L’eredità di Cesare e la conquista del tempo è visibile presso il Palazzo dei Conservatori - Sala della Lupa e dei Fasti antichi dei Musei Capitolini fino al 31 Dicembre 2021, dal Lunedì al Venerdì, dalle 09:30 alle 19:30.

L’iniziativa, promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è ideata e curata dalla Direzione Musei archeologici e storico-artistici. Organizzazione a cura di Zètema Progetto Cultura.

L'eredità di Cesare e la conquista del tempo | Musei Capitolini
L'eredità di Cesare e la conquista del tempo | Musei Capitolini - Foto: Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Come si diventa dittatori col plauso della plebe? Ce lo spiega il Cesare di Galatea Vaglio

Mariangela Galatea Vaglio, Cesare. L'uomo che ha reso grande Roma

Si può dire qualcosa di nuovo su Cesare?

No di certo. Le fonti sono quelle, non si scappa. Tra gli ultimi che sono riusciti a dire qualcosa di originale su Cesare e i Romani ci sono stati Goscinny e Uderzo dal villaggio degli Irriducibili.

Ma era un fumetto, pure comico. Ai fumetti si perdona tutto. Pure la storpiatura della sigla SPQR (Sono Pazzi Questi Romani).

Se si vuol parlare di Cesare seriamente bisogna essere scrupolosi e rigorosi, e affidarsi a un serio lavoro di ricerca.

Le fonti, appunto.

Ma è necessario essere noiosi, per raccontare gli ultimi anni della Repubblica, il triumvirato e la dittatura del Divo Giulio? E mi perdoni Andreotti, ma per me di Divo Giulio ce n'è solo uno.

A leggere Galatea Vaglio e il suo Cesare si direbbe di no.

Cesare Galatea Vaglio
La copertina del romanzo di Mariangela Galatea Vaglio, Cesare. L'uomo che ha reso grande Roma, pubblicato da Giunti (2020) nella collana Storia e storie

Capiamoci, è un testo basato sulla biografia di Cesare e sulla storia della repubblica. Non ci dice nulla che non conosca qualsiasi persona che durante le lezioni di storia romana delle medie e superiori sia stata più attenta di me.

Ve li ricordate, quei personaggi romani che non vi restavano mai in testa, tipo Mario, o Silla, e la confusione terribile che facevate con gli avvenimenti della Repubblica, tipo, che ne so, le guerre (civili, puniche, galliche, e tutto quello che riuscite a ripescare dalle vostre reminescenze scolastiche), i trumviri, le liste di proscrizione...?

Ecco, io ci ho messo anni per riuscire a barcamenarmi e mi ci sono voluti anche supplementi di studio. E ancora ho delle lacune enormi perché la Repubblica a Roma dura secoli.

Ma sul periodo di sessant' d'anni che comincia da Mario e Silla e finisce alle idi di marzo del 44 a.C., ora ho le idee un po' più chiare.

Galatea Vaglio Cesare
Galatea Vaglio. Foto di Diego Landi

Perché parlando di Cesare, Galatea riesce a costruire un racconto (è storia, ma è sotto forma di racconto, uno dei modi migliori per divulgare) corale in cui riusciamo finalmente a farci un'idea dei personaggi che si susseguono negli ultimi anni della repubblica.

Allora i nomi che ci hanno perseguitato per mesi quando eravamo costretti a studiare una storia lontana da noi, di cui pochi riuscivano a comprendere in pieno il senso, diventano persone reali con i loro caratteri, le loro simpatie e antipatie, i loro pregi e difetti.

Diventano esseri umani che possiamo riconoscere e di cui ci possiamo interessare come se fossero nostri vicini, amici, nemici, contatti Facebook (perché no? Cesare sarebbe stato di sicuro uno con migliaia di follower, uno di quelli che vengono condivisi urbi et orbi. E che si fanno un sacco di nemici).

E pazienza se ci si perde un po' con i ruoli del potere nella società romana, dove i senatori sono difficilmente paragonabili ai nostri rappresentanti politici odierni, o dove il pontifex si occupa sia del culto che delle cose della repubblica (aspetta, però, che pure il pontifex attuale fa entrambe le cose).

In ogni caso, per qualsiasi dubbio, alla fine del libro c'è un glossario per noi che non solo non ci ricordiamo bene la storia romana ma non abbiamo nemmeno studiato il latino.

Galatea ha pensato proprio a tutto come si conviene a una brava divulgatrice preparata.

Insomma, questo libro, che non è un saggio e non è una biografia ma è una lezione di storia romana coinvolgente, è tanta roba.

Lo consiglio, e mi auguro che a Galatea venga in mente di scriverne una in cui prende tutta la dinastia giulio-claudia, di cui sono una fan, per raccontarla come sa fare lei.

Per saperne di più su Galatea Vaglio consiglio di consultare la sua pagina Facebook Galatea Vaglio Pillole di storia.


Circo Maximo Experience - Credits: Zètema Cultura

Circo Maximo Experience: rivivi gli spettacoli dell’antica Roma con la realtà virtuale e aumentata

Circo Maximo Experience: il più grande edificio per lo spettacolo della Roma antica, il Circo Massimo, rivive in una visita immersiva in realtà virtuale e aumentata, scientificamente corretta e accessibile a tutti.

Ricostruzione del Circo Massimo in Circo Maximo Experience
Ricostruzione in realtà virtuale del Circo Massimo in Circo Maximo Experience - Credits: Zètema Progetto Cultura

Qual era l’aspetto del Circo Massimo nell’antichità?

La risposta, spesso non di facile soluzione per turisti e visitatori, arriva al vasto pubblico grazie ad un progetto di valorizzazione e comunicazione che racconta la storia e la vita dell’edificio grazie alla Realtà Virtuale e alla Realtà Aumentata.

L’uso combinato di queste due tecnologie nella visita immersiva Circo Maximo Experience, consente ai visitatori di avere un’idea immediata di come si presentava il Circo Massimo nell’antichità e di fare un vero e proprio viaggio nel tempo in uno tra i più grandi edifici per lo spettacolo mai costruiti: una fruizione immediatamente comprensibile da tutti, ma che non rinuncia all’accuratezza scientifica e alla serietà delle ricostruzioni archeologiche.

https://youtu.be/WPsKqr6zEQM

Indossando un visore immersivo (see-through) e auricolari in ognuna delle otto tappe del percorso, grazie alle ricostruzioni multimediali, il visitatore scoprirà le varie fasi paesaggistiche e architettoniche cui l’area è andata incontro nelle varie epoche storiche: le prime costruzioni nella Valle Murcia, le fasi del Circo da Giulio Cesare a Traiano, l’età imperiale, la Cavea, l’Arco di Tito, il Circo nell’età imperiale e moderna. La visita termina con una passeggiata tra le botteghe del Circo, fino ad assistere a una animata corsa di quadrighe.

Circo Maximo Experience - ricostruzione delle botteghe
Circo Maximo Experience: ricostruzione in realtà virtuale delle botteghe - Credits: Zètema Progetto Cultura

Il percorso, della durata totale di 40 minuti, è disponibile in otto lingue (italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo, cinese e giapponese) e, nella versione italiana, è narrato dalle voci di Claudio Santamaria e Iaia Forte; sono disponibili anche sottotitoli semplificati in italiano e inglese per le persone sorde.

Il progetto, promosso da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è stato organizzato da Zètema Progetto Cultura sotto la direzione scientifica della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali nell’ambito di Romarama (programma di eventi culturali di Roma Capitale), ed è stato realizzato da GS NET Italia e Inglobe Technologies.

La visita immersiva si svolgerà negli orari serali fino al 30 Settembre, dal martedì al sabato, nel rispetto delle normative anti-COVID-19: per informazioni e preacquisto dei bliglietti, visitare il sito www.circomaximoexperience.it 


Speciali perché differenti: gli antichi romani e noi

SPECIALI PERCHÉ DIFFERENTI: GLI ANTICHI ROMANI E NOI

“Tra i romani e noi c’è un abisso”, sentenzia lo storico francese Paul Veyne mentre compila il suo inventario delle differenze. Ne è convinto anche Giusto Traina, docente a Sorbonne Université e autore del recente La storia speciale: perché non possiamo fare a meno degli antichi romani, saggio laterziano che con approccio mordace indaga i tratti peculiari, le vicissitudini e le sorti di alcuni protagonisti della parabola di Roma, dalle origini fino alle soglie del tardoantico, e i colossali fraintendimenti con cui, nei secoli successivi, la sua immagine è stata manipolata, spesso a scopo biecamente propagandistico.

Pannello detto "Saturnia Tellus", Ara Pacis, Roma. Foto di Luciano Tronati, CC BY-SA 4.0

La storia romana è speciale innanzitutto perché ci riguarda: in quanto paradigmatica, i suoi nodi sono impressi indelebilmente nella nostra visione del mondo e influenzano, seppure in maniera sotterranea, il nostro pensiero e, di conseguenza, il nostro agire. Tuttavia, a ben vedere, la cifra di unicità che caratterizza la vicenda di Roma antica è rilevante anche per lo sforzo che essa ci impone di fuoriuscire per un attimo da noi stessi, per mettere a fuoco la vertigine che ci separa da quella civiltà e che contribuisce a definire la nostra identità oggi. Diritto alla cittadinanza, senso del limite, valore della sconfitta, dinamiche di integrazione: sono tutti temi che trovano tuttora posto nel nostro dibattito pubblico, che lo accendono nonostante l’origine antica delle questioni che sollevano.

Efficacemente Traina converte il tradizionale – e, a dire il vero, ormai soporifero – interrogativo «A che serve?» in un’affermazione decisamente più significativa: perché non ne possiamo fare a meno. Sin dal titolo, cioè, lo studioso spazza via i dubbi circa l’utilità della storia e del classico, sancendone anzi l’indispensabilità, alla luce di un percorso avvincente, sotto l’egida di frasi idiomatiche latine (lingua geniale di una storia speciale, avverte l’autore dapprincipio) effettivamente tràdite dagli antichi o fantasiosamente costruite nel volgere delle stagioni successive. Così da Roma caput mundi a Aut Caesar, aut nihil, da Civis Romanus sum a Imperium sine fine, il sentiero tracciato nel volume si dipana lungo luoghi della memoria e dell’attualità, nella convinzione dichiarata che l’esercizio critico del riconoscimento delle analogie possa essere funzionale alla comprensione dei fatti, sia di quelli passati sia di quelli che accadono sotto il nostro sguardo talvolta smarrito; perciò, pur senza cedere all’ammaliante quanto pericoloso fascino della comparazione frettolosa e superficiale, individuare lucidamente i termini di confronto tra il mondo classico e il presente è il primo passo per formulare un giudizio che tenga conto della complessità, senza negarla né appiattirla su schemi noti e rassicuranti.

Il “Grand Camée de France”, sardonice, Cabinet des Médailles, Parigi. Foto Flickr di Carole Raddato, CC BY-SA 2.0 

Grandiosa, irriducibile e multiforme, secondo un aneddoto riportato dal Talmud Roma contiene di che nutrire il mondo intero; considerazione, questa, che risulterebbe ancora pienamente condivisibile se si riuscisse a superare quella percezione di capitale onnivora e indolente, che si crogiola mollemente nel culto delle sue stesse rovine, rinunciando a tradurre in azione il potenziale di cui è ancora indubitabilmente ricca. In questo senso, il saggio di Traina è un affresco che, con accenti pop e un’ironia puntuta, restituisce, insieme alle evidenti ombre che abbiamo ereditato dal passato, anche quella luce feconda che permette di chiarire lo sguardo quando osserviamo i fenomeni compositi del contemporaneo.

La storia speciale: perché non possiamo fare a meno degli antichi romani Giusto Traina
La copertina del saggio di Giusto Traina, La storia speciale: perché non possiamo fare a meno degli antichi romani, pubblicato (2020) da Editori Laterza nella collana i Robinson

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Mostra: Germanico Cesare… a un passo dall’Impero

Dal 10 Ottobre 2019 al 31 Gennaio 2020, presso il Museo Archeologico di Amelia è in programma Germanico Cesare… a un passo dall’Impero, mostra – installazione sul talentuoso generale, personaggio tanto sfortunato quanto importante nelle complicate vicende della successione di Augusto e della dinastia Giulio-Claudia. Nerone Claudio Druso Germanico, figlio di Druso Maggiore e nipote di Tiberio, doveva succedergli alla guida dell’Impero dopo essere stato adottato nel 2 d.C. per volontà di Augusto: invece, morì improvvisamente in Siria il 10 Ottobre del 19 d.C., in un momento di grande popolarità, dopo i successi della spedizione in Germania del 15-16 d.C.

Germanico racconta
Installazione mutimediale "Germanico racconta" - mostra "Germanico Cesare... a un passo dall'Impero" Credits: Comunicazione Sistema Museo

La mostra – curata da Marcello Barbanera e inaugurata il 10 Ottobre al Museo Archeologico e Pinacoteca di Amelia- celebra il talentuoso generale in un luogo e periodo non casuali: ad Amelia, nel 1963, fu ritrovata l’unica statua in bronzo di Germanico, e proprio quest’anno ricorre il bimillenario della sua morte. La mostra esplora i diversi aspetti della vita di Germanico - la famiglia, l’adozione e l’appartenenza alla famiglia Giulio-Claudia, i successi militari, la morte prematura - attraverso proiezioni immersive e percorsi multisensoriali pensati per diversi tipi di visitatori. Tra le opere scelte per raccontare la vita del personaggio figurano un quadro di Poussin raffigurante la morte di Germanico, un quadro di Benjamin West che ritrae Agrippina che sbarca a Brindisi con le ceneri del condottiero e, naturalmente, la statua in bronzo, protagonista nell’installazione multimediale “Germanico racconta”, dedicata alle vicende personali e ai successi militari di Germanico. Alcuni video con le ricostruzioni della città di Ameria (Amelia) in età romana completano il percorso, insieme ad una serie di iniziative collaterali a tema organizzate durante il periodo della mostra (workshop, degustazioni, spettacoli, presentazioni di libri).

Installazione multimediale presso la mostra "Germanico Cesare... a un passo dall'Impero"
Installazione multimediale presso la mostra "Germanico Cesare... a un passo dall'Impero" Credits: Comunicazione Sistema Museo

 

La mostra è organizzata dal Comune di Amelia, dal Comitato Nazionale per le celebrazioni della morte di Germanico Cesare e dalla Regione Umbria, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, con il sostegno e il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo e della Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni. Il progetto multimediale è di Progetto Katatexilux, mentre la mostra è stata prodotta da Sistema Museo.

 


San Vincenzo al Volturno: dagli scavi emerge un vaso del IX sec.

Il MANN in campo per la valorizzazione del patrimonio archeologico di età medievale. 

La campagna di scavo a San Vincenzo al Volturno del 2018 ha esplorato il cuore del monastero molisano, ovvero l’area dell’enorme chiostro centrale costruito alla fine dell’VIII secolo e riedificato tra la conclusione del X e gli inizi dell’XI, dopo la distruzione nell’881 ad opera degli Arabi.

In questa sezione, dove si continuerà a scavare anche nell’anno in corso, sono state rinvenute tracce di attività produttive risalenti all’XI secolo, elemento tipico della vita dei grandi monasteri medievali.

Dalle indagini archeologiche, inoltre, è emerso un oggetto sinora unico nel suo genere: si tratta di una grande olla in ceramica, databile al IX sec., sulla cui superficie esterna sono state graffite le figure di tre individui in abito monastico, circondati da lettere e stelle; all’interno del vaso erano stati collocati, apparentemente in maniera intenzionale, dei frammenti di ceramica di forma oblunga. Difficile allo stato attuale dare un’interpretazione definitiva di questo curioso ritrovamento, sul cui significato gli studi sono ancora in corso. Tuttavia, è stata avvalorata l’ipotesi per cui l’olla possa essere stata usata come urna per consultazioni interne alla comunità monastica. Se questa idea fosse confermata, si tratterebbe del primo oggetto di questo tipo mai rinvenuto in ambito archeologico.

Tenuto conto del valore straordinario dell’opera, il laboratorio del MANN (sezione ceramica), ha curato il restauro del repertoche sarà collocato al Museo Archeologico Nazionale di Venafro.
Alla presentazione degli scavi a San Vincenzo al Volturno, dopo i saluti di Paolo Giulierini (Direttore del MANN), Leandro Ventura (Direttore Polo Museale del Molise), Vincenzo Cotugno (Assessore alla Cultura della Regione Molise) e Lucio D’Alessandro (Rettore dell’Università Suor Orsola Benincasa), previsti gli interventi di Federico Marazzi (Docente di Archeologia cristiane medievale/ Università Suor Orsola Benincasa), Daniele Ferraiuolo, Luigi Di Cosmo Nicodemo Abate (Laboratorio di Archeologia Tardo Antica e Medievale/Unisob) e Maria Teresa Operetto (Laboratorio di restauro del MANN).

A questo appassionante orizzonte di ritrovamenti archeologici si collega, per incidens, il volume degli atti del convegno tenutosi in occasione dell’apertura a Napoli della mostra sui Longobardi. 
La silloge raccoglie una serie di approfondimenti su temi toccati dall’esposizione ed affrontati solo parzialmente nel catalogo: dalla complessa storia della presenza dei reperti longobardi nei musei italiani all’analisi della collocazione geopolitica dell’Italia fra VI e VII secolo, dalla funzione della moneta nel contesto economico medievale al problema della connotazione “etnica” degli oggetti rinvenuti nelle tombe delle prime generazioni successive all’invasione longobarda nella nostra penisola.

Il volume, pubblicato in collaborazione fra il MANN e l’Università di Siena nel quadro del progetto PRIN “Archeologia al Futuro”, con l’apporto della casa editrice molisana Volturnia (da tempo impegnata nella pubblicazione delle ricerche su San Vincenzo al Volturno e l’archeologia altomedievale italiana), è stato presentato dai curatori Paolo Giulierini, Marco Valenti (docente di Archeologia cristiana e medievale/Università di Siena) e Federico Marazzi.
 
''Per la prima volta in Italia un grande Museo statale è coinvolto in un progetto di ricerca archeologica sul campo - spiega Paolo Giulierini, direttore del MANN - accade dalla scorsa estate a San Vincenzo al Volturno e siamo orgogliosi di presentare a Napoli i primi eccellenti risultati. E' importante ricordare che dopo aver ospitato 'I Longobardi', il MANN ha scelto proprio il prestigioso sito molisano, nella mostra ampiamente rappresentato, per sperimentare la fruttuosa sinergia con il Suor Orsola, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Molise,  il  Polo Museale del Molise. Per completare questa giornata tutta dedicata alla ricerca e aperta al pubblico, abbiamo voluto presentare  gli atti del convegno sui Longobardi, in collaborazione con l’Università di Siena”.
 


L'ambra siciliana arrivò prima di quella dal Baltico nell'Europa occidentale

Secondo un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, l'arrivo dell'ambra siciliana nell'Europa occidentale precedette quello dell'ambra dal Baltico di almeno 2.000 anni

L'ambra 'baltica" dalla Scandinavia è spesso considerata come uno dei materiali chiave a circolare nell'Europa preistorica. Un nuovo studio, pubblicato su PLOS ONE, presenta ora prove archeologiche provenienti dalla penisola iberica, che dimostrerebbero l'esistenza di estese reti di scambio del materiale nel Mediterraneo della tarda preistoria.

Esempio di veste con ambra e conchiglie dal tholos di Montelirio. Credits: M. Murillo-Barroso e Alvaro Fernandez Flores

La preziosa resina fossile dalla Sicilia avrebbe dunque viaggiato attorno al Mediterraneo occidentale almeno a partire dal quarto millennio a. C. e cioè almeno 2.000 anni prima dell'arrivo di qualsiasi ambra baltica in Iberia.

Credits: Murillo-Barroso et al., 2018

Secondo la dott.ssa  Mercedes Murillo-Barroso dell'Università di Granada, le nuove prove presentate nello studio permettono di rivedere le datazioni sull'approvvigionamento e lo scambio della resina fossile nell'Iberia preistorica, indicando l'arrivo di ambra siciliana almeno dal quarto millennio a. C.

Ed è interessante notare che i primi oggetti in ambra ad essere prodotti in Sicilia (qui nota come simetite, dal nome del fiume Simeto; si tratta di una varietà rara e pregiata) risalgano proprio a quell'epoca. Eppure non vi sono prove che indichino uno scambio diretto tra Sicilia e Iberia per quel periodo; tuttavia è nota l'esistenza di legami tra penisola iberica e Nord Africa. Parrebbe dunque plausibile che l'ambra siciliana sia arrivata in Iberia per questo tramite.

Credits: Murillo-Barroso et al., 2018

Per la dottoressa è anche importante notare che la resina fossile appaia in siti dell'Iberia meridionale, con una distribuzione simile a quella degli oggetti in avorio; entrambi i materiali potrebbero essere dunque arrivati grazie agli stessi canali.

Collocazione dei ritrovamenti della resina fossile. Credits: M. Murillo-Barroso

Per il professor Marcos Martinón-Torres, del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Cambridge, anche lui tra gli autori dello studio, solo a partire dalla tarda Età del Bronzo che l'ambra proveniente dal Baltico avrebbe raggiunto un gran numero di siti iberici. Pure lì appare più probabile sia arrivata attraverso il Mediterraneo, che non per il tramite di uno scambio diretto con la Scandinavia. A indicare il Mediterraneo sarebbe soprattutto l'associazione della resina fossile con ferro, argento e ceramiche.

A permettere agli studiosi di giungere a queste conclusioni è stata l'analisi effettuata con la spettroscopia infrarossa su 22 campioni di ambra portoghese e spagnola, datati tra il 4000 e il 1000 a. C.

L'ambra è una pietra preziosa, una resina fossile utilizzata già dalla Preistoria, con reti di scambio che precedenti studi hanno ricondotto al Tardo Paleolitico. Insieme ad altri materiali come giada, ossidiana e cristallo di rocca costituì un'importante materia prima per oggetti ornamentali.

Gli studiosi concludono che rimangono ancora aspetti inesplorati, meritevoli di investigazione futura, come la presenza della resina fossile in contesti nord-africani dello stesso periodo, oltre a quelli relativi all'introduzione e diffusione dell'ambra baltica in Iberia.

Credits: M. Murillo-Barroso and Alvaro Fernandez Flores

Testi dal Dipartimento di Archeologia dell'Università di Cambridge e dalla Public Library of Sciences.

Lo studio Amber in prehistoric Iberia: New data and a review, di Mercedes Murillo-Barroso, Enrique Peñalver, Primitiva Bueno, Rosa Barroso, Rodrigo de Balbín, Marcos Martinón-Torres, è stato pubblicato su PLOS ONE.


Conclusa la stagione di scavi presso la necropoli di Lisht

Conclusa la stagione di scavi presso la necropoli di Lisht, dove operano congiuntamente il Ministero delle Antichità Egizie e la UAB (Università dell'Alabama a Birmingham).


Ultimata la documentazione, la mappatura e il rilievo topografico 3D nell'area meridionale, relativamente a 802 tombe risalenti al Medio Regno, e precedentemente oggetto di scavi. Le tombe appaiono differenziate: vi sono quelle scavate nella roccia, quelle di pietra calcarea e quelle sulla cui sommità vi è una struttura di mattoni di fango.


Questo secondo Adel Okasha, direttore delle antichità al Cairo e Giza, per il quale il rilievo sarà di grande importanza per comprendere le gerarchie sociali e la vita quotidiana all'epoca del Medio Regno.


Sono anche proseguiti i lavori di scavo e pulizia presso la tomba di Antef, supervisore dell'esercito durante il regno di Sesostri I (Senusret I, XX Dinastia).


Link: Ministry of Antiquities; Luxor Times.


Hierapolis Frigia Turchia

Alla scoperta di Hierapolis. Sito UNESCO nella magica Turchia

Hierapolis di Frigia è una meravigliosa città antica che sorge sulla sommità delle candide cascate termali del parco naturale di Pamukkale, nella Turchia sud occidentale. È stata una delle città più importanti dell’antica Asia Minore e la sua storia, al pari di quella di Efeso o Pergamo, abbraccia oltre 1500 anni di continui sviluppi e trasformazioni i cui segni si leggono sui resti monumentali dei suoi edifici, negli scavi e nei restauri che la Missione Archeologica Italiana conduce dal 1957.

Hierapolis Frigia TurchiaHierapolis Frigia TurchiaLa città antica e il parco naturale, con la sua collina ammantata dal candido calcare depositato dalle acque che sgorgano a 37°, costituiscono un paesaggio unico al mondo che l’Unesco, nel 1988, ha inserito tra il Patrimonio dell’Umanità. Pamukkale significa in turco “castello di cotone” e già i numerosi viaggiatori europei sette ottocenteschi si rifacevano al nitore dei fiori del cotone o all’abbacinante bianco della neve appena posatasi per riportare le sensazioni scaturite dalla visione di Pamukkale e delle sue imponenti rovine.


Hierapolis Frigia Turchia

 

Hierapolis Frigia TurchiaÈ questa la stessa impressione che colpisce oggi il visitatore e che sessantun’anni fa colpì anche Paolo Verzone, “l’ingegnere con la passione per la storia”, fondatore della Missione italiana che oggi rappresenta la più importante istituzione archeologica straniera che lavora in Turchia e che ogni anno, con il contributo di università e centri di ricerca italiani ed europei, riporta alla luce le pagine ricchissime e affascinanti della storia millenaria della città, restaura i suoi monumenti e valorizza il sito archeologico, con una grande e fattiva collaborazione con le istituzioni culturali e scientifiche turche, vero e proprio ponte tra i due paesi mediterranei in un continuo scambio di amicizia e di cultura. Francesco D’Andria, professore emerito dell’Università di Lecce e uno dei massimi archeologi italiani, ha appena lasciato la direzione della Missione alla collega e allieva Grazia Semeraro, dopo una guida durata 17 anni e che si è rivelata di eccezionale importanza per l’impulso agli studi -divulgati con numerosissime pubblicazioni- e per le importanti scoperte, prime fra tutte quelle della tomba dell’apostolo Filippo, con la basilica sorta ad inglobare lo stesso sacello, e quella del Plutonion: l’accesso agli inferi descritto da Strabone e dedicato al dio Plutone e alla sua sposa Kore-Persephone.

L’unicità del sito e del suo contesto ambientale mettono in primo piano, nell’azione di tutela e di salvaguardia, il dato paesaggistico come elemento imprescindibile degli interventi di restauro che, accanto alle istanze della conservazione, assumono un’attenzione primaria nei confronti della modificazione, sia materiale sia immateriale, del contesto, dei rapporti tra questo e il monumento e tra il monumento e gli altri resti architettonici, del nuovo dialogo che si viene a creare tra gli elementi, prima slegati, del panorama urbano e naturalistico.

Hierapolis Frigia Turchia
È una presa di consapevolezza tutto sommato recente quella di intervenire nella conservazione con attenzione anche alle istanze del paesaggio, e questo perché ci si rende conto che la tutela dell’oggetto-rudere architettonico coinvolge non solo il dato fisico e materiale dei suoi elementi costitutivi, delle parti che ne compongono la struttura e la decorazione, dei suoi rapporti costruttivi interni, ma anche tutti quegli elementi, per così dire di percezione ambientale, che, quasi sempre immateriali, risultano connaturati all’oggetto e al suo contesto e che, se modificati o alterati o comunque non valorizzati, possono rendere incompleta l’azione conservativa. Nasce la consapevolezza che gli oggetti architettonici che popolano un sito archeologico sono altri e profondamente diversi rispetto a quelli che furono nel momento di piena funzionalità della città antica; la stessa città, insieme ai suoi abitanti, ha perso del tutto i suoi rapporti originari, sia quelli formati dalla rete viaria e dai volumi degli edifici, sia quelli generati dalla vita stessa dei suoi cittadini riuniti in comunità.

Hierapolis Frigia TurchiaNon solo, ma quello su cui siamo chiamati ad intervenire non è nemmeno il solo risultato della perdita di questi rapporti e del progressivo abbandono che ha determinato, nel corso dei secoli, una sorta di rinaturalizzazione del contesto urbano; è, piuttosto, il prodotto dello scavo archeologico inteso come azione di conoscenza ma anche come azione di profonda modificazione del territorio e dei suoi rapporti consolidati. Per questo, il progetto del paesaggio in ambito archeologico non può limitarsi al dato naturalistico e vegetazionale –ché, molto spesso, in area archeologica la vegetazione è anzi un disvalore perché capace di modificare profondamente e anche annullare il dato di scavo-, alla mitigazione e alla trasformazione del contesto con l’uso del verde, ma deve invece rivolgersi, piuttosto, alla ricucitura di quel dialogo interrotto dal tempo e dallo scavo, in una vera e propria riprogettazione del sito e dei suoi elementi architettonici; una riprogettazione che non sarà mai neutra ma basata sulla conoscenza storica e sulla consapevolezza della trasformazione.

 

A Hierapolis, il monumento che meglio rappresenta tale azione è il teatro, riportato alla luce in oltre cinquant’anni di scavi e restauri nell’ambito di un vero e proprio superprogetto.


Hierapolis Frigia Turchia

Edificato nella tarda età ellenistica e letteralmente riprogettato in età severiana, all’inizio del terzo secolo d.C. con una riplasmazione della cavea, dell’orchestra e dell’edificio scenico, dopo le fasi di abbandono conseguenti ai crolli dovuti ai numerosi terremoti che stravolsero il sito, il teatro si presentava, all’avvio dei lavori della Missione, come un grande invaso di terra da cui emergevano le gradinate sommitali e alcuni brani della frontescena.


Hierapolis Frigia Turchia

 

Hierapolis Frigia Turchia

Hierapolis Frigia TurchiaUn lento, difficile e costante lavorio di scavo e di trasporto all’esterno dei quasi 5.000 blocchi marmorei che formavano la decorazione della frontescena, accompagnato a consolidamenti e a restauri puntuali, ha consentito di far riemergere le strutture e le decorazioni di una macchina teatrale capace di oltre 12.000 spettatori; mancava, tuttavia, quella lettura unitaria in grado di porre in dialogo gli elementi ora disconnessi dell’edificio, in una visione unitaria che consentisse di leggere i rapporti tra le gradinate della cavea, l’invaso dell’orchestra, il palcoscenico e la frontescena con l’edificio scenico retrostante: la possibilità di riconnettere le desiecta membra in un edificio unitario che potesse diventare un vero e proprio museo di sé stesso.

Hierapolis Frigia Turchia

Hierapolis Frigia TurchiaHierapolis Frigia TurchiaA partire dal 2004 si è affrontato, quindi, con un team di progettazione guidato dall’arch. Paolo Mighetto, il tema di riorganizzare quell’immagine frammentaria con la ricomposizione del palcoscenico -completata nel 2007 con una struttura del tutto reversibile che interpreta e suggerisce l’immagine antica con un linguaggio pienamente contemporaneo- e con l’anastilosi del primo ordine marmoreo della frontescena severiana –realizzata tra il 2009 e il 2016-, per riattivare quel dialogo interrotto e per fare in modo che, accanto alle preminenti esigenze di conservazione, il teatro possa riacquistare un’immagine unitaria interna; a questa si aggiungerà, con gli interventi futuri in programma, la sfida di riconnettere e riattivare i rapporti visuali e prospettici con il tessuto urbano e, in particolare con le sottostanti terrazze del Santuario di Apollo, del Santuario delle Sorgenti e del Plutonion.

 

Hierapolis Frigia TurchiaTutte le foto di Hierapolis ad opera di Paolo Mighetto. Tutti i diritti riservati.