Due rostri e una spada recuperati dai fondali delle Egadi

Sono stati recuperati in questi giorni altre due rostri della Battaglia delle Egadi. I reperti, individuati grazie alla collaborazione tra la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, la Rpm Nautical Foundation e si subacquei della Global Underwater Explorer, saranno in grado di fornire ulteriori dettagli di questa importante tappa della prima guerra punica in Sicilia. Nelle tre settimane di indagini condotte con la nave oceanografica Hercules, sono stati ritrovate anche sessantotto anfore greco-italiche, due Dressel, quattro anfore puniche e quattro piatti.

I rostri in bronzo recuperati fino ad ora sono in tutto diciotto, individuati in questi anni e portati alla luce grazie alle operazioni del compianto Soprintendente Sebastiano Tusa. Il ritrovamento di questi micidiali strumenti di guerra che venivano montati sulla prua delle navi per speronare le imbarcazioni nemiche, sono la prova di come le acque di Levanzo siano state teatro di questa battaglia che sancì la vittoria della flotta romana contro quella punica. Fino ad oggi sono stati rinvenuti sia rostri romani che cartaginesi.

Rostro. Foto: Salvo Emma

Dai subacquei della Gue, alla profondità di ottanta metri, sono stati individuati e recuperati due elmi del tipo montefortino e sono di pregiatissima fattura. I reperti in bronzo presentano una particolare decorazione con forma animale nella parte sommitale e molto probabilmente facevano parte dell’armamentario da guerra dell’esercito romano. I recuperi hanno portato alla luce anche due coppie di paragnatidi, protezioni laterali in metallo applicate all’elmo e atte a proteggere il volto dei soldati. In tutti gli elmi recuperati salgono così a ventidue e alcuni di essi, già restaurati, sono attualmente esposti presso il Museo della “Battaglia delle Egadi”di Favignana.

Ma la vera sorpresa, avvenuta proprio pochi giorni fa e che avrebbe sicuramente entusiasmato Tusa, è stata una spada in metallo della lunghezza di circa settanta centimetri con una lama larga cinque centimetri, appartenuta probabilmente a qualche soldato romano o cartaginese. Le indagini radiologiche condotte dal Professor Massimo Midiri – direttore della sezione di Scienze radiologiche del dipartimento Bind dell’Università di Palermo – hanno confermato che la struttura dell’arma che a breve sarà oggetto di studio da parte degli archeologi. Il ritrovamento delle armi dei soldati, fino ad oggi mai emerse, era quello che l’archeologo Sebastiano Tusa aspettava da tempo. Già ricco è stato il bottino di guerra individuato dai subacquei in questi anni di ricerche: rostri, elmi, stoviglie di bordo e le numerose anfore. Nello stesso luogo della spada sono stati recuperati anche due chiodi di grandi dimensioni a sezione quadrangolare, probabilmente appartenuti a una delle imbarcazioni affondate durante lo scontro.

Elmo. Foto: Salvo Emma

Dopo il restauro e un approfondito studio, i reperti andranno ad arricchire l’esposizione dell’ex stabilimento Florio di Favignana dove, in una sala allestita con suggestivi elementi multimediali, completeranno l’allestimento con i rostri e gli elmi recuperati durante le campagne precedenti.

«La scoperta di queste armi antiche, degli elmi con decorazione e dei rostri - dichiara il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci - arricchisce il nostro patrimonio di conoscenza sulla Battaglia delle Egadi. Un momento che ha segnato la storia della civiltà mediterranea. Una storia riscritta recentemente dal compianto assessore Sebastiano Tusa. E' a lui che dedichiamo queste ultime scoperte, perché la sua geniale intuizione e la sua perseveranza nelle ricerche hanno consentito oggi, alla Soprintendenza del Mare e ai partner che hanno collaborato, di portare a termine un'operazione scientifica che mette un ulteriore tassello nel mosaico dello scontro tra Romani e Cartaginesi. Dobbiamo avere sempre più consapevolezza del fatto che siamo una super-potenza mondiale nell'archeologia marina. Un dato - conclude Musumeci - che caratterizza l'identità della Sicilia e che dobbiamo valorizzare molto di più. Per questo il governo regionale assicurerà maggiori risorse e investimenti».

«E' la conferma - dichiara il dirigente generale dei Beni culturali Sergio Alessandro - che l'amico e collega Tusa cercava da molti anni. In sua memoria portiamo a casa un risultato di grande valenza scientifica. Questi ritrovamenti confermano il valore delle collaborazioni tra Regione Siciliana, enti scientifici, fondazioni private e soggetti in possesso di alte tecnologie».

Foto: Salvo Emma

Le ricerche in mare, inizialmente condotte unicamente in maniera strumentale dalla Soprintendenza del mare e dalla Rpm nautical foundation, da tre anni si sono avvalse della competenza dei subacquei altofondalisti della Global underwater explorer che, con l'indagine diretta dei subacquei e il recupero dei reperti individuati, hanno dato impulso e velocità alle complesse operazioni finora assicurate da un robot subacqueo (Rov).


archeologia subacquea Porto Giulio Portus Iulius Parco archeologico sommerso di Baia

Archeologia sommersa: tutte le storie che il mare ha da raccontare

Chi non ha mai sentito parlare dei Bronzi di Riace e della loro fortuita scoperta? Tutti hanno bene in mente il loro fisico statuario e le immagini della loro straordinaria perfezione. Ma è un dato di fatto: se non si fossero adagiati sul fondale per millenni, è quasi certo che non sarebbero giunti a noi; pratiche di spoglio e riutilizzo, soprattutto di statue bronzee, è ampiamente diffuso e documentato durante l'antichità basti pensare a quanti pochi originali bronzei greci e romani ci siano pervenuti. Ebbene, questo è il motivo per cui è importantissima l'archeologia subacquea: nonostante possa distruggere e modificare, l'acqua è anche un prezioso scrigno e conserva gelosamente per millenni grandissimi ed importantissimi tesori e storie, la maggior parte di esse testimoni dell'ingegno e del coraggio dei nostri predecessori che, affidandosi puramente ai segni naturali e a pochi accorgimenti empirici, solcavano i mari armati di moltissimo coraggio.

archeologia subacquea Porto Giulio Portus Iulius Parco archeologico sommerso di Baia
Strutture sommerse del Porto Giulio. Parco archeologico sommerso di Baia. Foto di Ruthven, CC0

Perchè non illudiamoci, ogni relitto ritrovato che per noi è un grande momento di giubilo dato che "congela" i dati presenti a bordo della nave, parla di una tragedia; dietro di esso si celano marosi, tempeste, urti e momenti in cui la morte era spesso accanto ai naviganti, ma anche momenti in cui venivano messi a rischio mesi di processo produttivo, perchè ciò che spinge l'uomo per mare, sin dal Neolitico, è proprio il commercio.

Alcuni dei più antichi sono infatti i relitti risalenti all'età del Bronzo, età in cui l'uomo si accingeva a conquistare con la scrittura capacità di mettere per iscritto i propri pensieri, eppure già si spingeva in rotte kilometriche in tutto il Mediterraneo. Uno di questi è il relitto fenicio di Uluburun, ritrovato in Turchia, del XIV a.C. e, per essere più precisi, mentre era in vita la regina egizia Nefertiti, visto che tra il vasto carico di anfore, rame, avorii e ori era presente anche uno scarabeo in oro recante il suo nome. Un altro risalente a questo periodo è il relitto del XIII a.C. di Capo Gelidonya.

Modello in legno del relitto di Uluburun. Foto di Martin Bahmann, CC BY-SA 3.0

Tanti altri e tanto diversi sono stati i relitti individuati nel corso degli anni in tutto il Mediterraneo: dal "cimitero di navi" del Grand Conglouè, vicino Marsiglia dove un'insidiosa prominenza rocciosa sommersa ha causato l'affondamento di due navi nello stesso punto a un millennio di distanza l'una dall'altra; la prima è di età classica e la seconda di età ellenistica. Ma è bene citare anche le straordinarie e gigantesche navi di committenza imperiale situate sui fondali del Lago di Nemi, probabilmente templi-galleggianti con ponti mosaicati, edicole in marmi coperte da laterizi recante bollo di Caligola, accessori in bronzo e ogni tipo di opulenza e ricchezza purtroppo andate in fumo a causa dell'incendio causato dai Nazisti in ritirata durante l'avanzata Alleata. Come dimenticare poi il relitto di Mahdia, i due tardoantichi di Yassi Ada e quelli che hanno restituito fortunatamente tanti bronzi: Antikythera che ci ha restituito un fantastico strumento meccanico del III a.C che gli antichi naviganti utilizzavano per calcolare il sorgere del Sole, le fasi lunari, i giorni e i mesi e addirittura i movimenti dei cinque pianeti allora conosciuti, oltre ad una serie di straordinari bronzi classici ed ellenistici quali il famoso Efebo di Anticitera e la testa di filosofo.

L'Efebo di Anticitera. Foto di Ricardo André Frantz, CC BY-SA 3.0

Da questo punto di vista, noi non siamo da meno: nel 1992 a Punta del Serrone, Brindisi, Puglia, furono ritrovati una moltitudine di bronzi, successivamente attribuiti a diverse epoche storiche, tutte opportunamente "mutilate" per un più facile trasporto in Italia per essere probabilmente rifuse e riutilizzate, oppure ricomposte per adornare una delle tante villae di equites o di senatori romani.

Non solo relitti, ma anche intere città sommerse principalmente a causa di sommovimenti sismici ma anche per la naturale vita dei fiumi. Alcune di queste sono Baia e Porto in Italia, la zona del porto di Alessandria d'Egitto e così via.

Avviene anche il contrario, ovvero zone un tempo sommerse che ora non lo sono più, eppure conservano tracce di un passato da fondale marino: Marsiglia, in pieno centro custodiva una serie di relitti così come Napoli, Ravenna che era una città lagunare e anche relitti di Pisa che, quando era una potenza marina, aveva il suo porto sull'Arno, che però a causa dei detriti ha mutato via via il suo percorso.

Questi studi importantissimi sono stati condotti da una serie di personalità straordinarie: dal padre dell'archeologia subacquea, l'americano George Bass che in un solo mese consegue il brevetto per immergersi e portare il metodo stratigrafico anche sott'acqua, al francese inventore del rivoluzionario respiratore a membrana e pioniere della moderna immersione, Jean-Jacques Cousteau all'italianissimo Nino Lamboglia, archeologo subacqueo incapace di nuotare ma che ha spinto l'Italia, ahimè solo in quegli anni, a primeggiare assieme alla Francia in materia di Archeologia Subacquea.

La storia della disciplina continua fino ai giorni nostri, al compianto professor Tusa, Soprintendente del Mare dell'unica regione che possiede tale carica, la Sicilia, molto attenta a tutelare e salvaguardare ogni tipo di testimonianza umana proveniente dal mare. L'unica che ha messo in pratica una seria politica di salvaguardia e attenzione al patrimonio umano sommerso, che come abbiamo visto può riservare dei veri e propri tesori scientifici che, se valorizzati, possono anche trasformarsi non solo in oneri ma anche in guadagni economici tramite il turismo e la divulgazione.

A tal proposito, segnaliamo che il 24 maggio alle ore 11, presso il castello di Baia, si terrà l'inaugurazione della mostra fotografica “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”, con allestimento e curatela realizzati da Teichos: si tratta dell'anteprima della più ampia mostra "Thalassa" che si terrà a Settembre, e ricorderà Sebastiano Tusa, che costituì la Soprintendenza del Mare. È il testamento di un grande professore e un grande studioso ed è un evento che sicuramente renderà giustizia a tutte le storie che il mare ha prima celato e poi raccontato, ma anche di quelle che ancora il mare ha ancora da raccontare.


I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia

Mostra “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”

Sarà inaugurata il 24 maggio a Baia, alle ore 11, la mostra fotografica “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”, all’interno del Museo archeologico dei Campi Flegrei.
L’esposizione, con allestimento e curatela realizzati da Teichos, racconta la stagione di nascita dell’archeologia subacquea in Italia, nell’area Flegrea ed in Sicilia, e per quest’ultima dai suoi esordi fino alle più importanti esperienze istituzionali: la costituzione della Soprintendenza del Mare da parte di Sebastiano Tusa.

Un percorso, supportato da allestimenti multimediali e sensoriali, con l’utilizzo di materiali video e fotografici, provenienti dagli archivi delle Soprintendenze del ministero per i Beni e le attività culturali, dagli istituti specializzati, dagli archivi privati, dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. Un’esplorazione dagli anni ’50, tra condizioni e circostanze che hanno determinato la nascita dell’archeologia subacquea come disciplina, evidenziandone ruoli e protagonisti.
Una preview che anticipa, essendone complemento necessario, il progetto “Thalassa. Meraviglie dei Mari della Magna Grecia e del Mediterraneo”, mostra che sarà inaugurata al MANN-Museo archeologico Nazionale di Napoli, nel Salone della Meridiana il 25 settembre prossimo.
Articolata per sezioni, Thalassa racconta attraverso i reperti e le immagini l’evoluzione dell’archeologia subacquea fin dall’iniziale processo di formazione del suo statuto scientifico. Spiega attraverso i relitti via via ritrovati, anche in relazione allo sviluppo delle tecnologie, l’affascinante individuazione dei flussi migratori e delle relazioni lungo le coste, le relazioni tra popoli, tra punti di partenza e di arrivo, la loro localizzazione nelle diverse aree geografiche; conduce il visitatore, con un salto nel tempo, circa 60 milioni di anni, tra i segreti del mare Mediterraneo, nelle città-porto, mete del commercio sin dall’antichità e luoghi di racconto dei processi di trasformazione dell’ambiente naturale da parte dell’uomo.
Un Progetto promosso dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, con il MANN, l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, e Teichos, anche in forza di un protocollo da essi sottoscritto per sviluppare, nel prossimo triennio, una serie di attività culturali, di ricerca, divulgazione e informazione.
Al progetto, agli eventi collegati e a questa preview, realizzata nella curatela e nell’allestimento secondo i suoi indirizzi, ha lavorato con passione il compianto Sebastiano Tusa, assessore ai Beni culturali e all’Identità siciliana.
Thalassa è il suo testamento scientifico. Questo appuntamento costituisce il primo grande omaggio e riconoscimento sentito, che viene rivolto alla memoria di un grande studioso, un grande archeologo e soprattutto un grande uomo.
Evento Facebook qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testo da Soprintendenza del Mare e Parco Archeologico dei Campi Flegrei

I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia


Il relitto di Marausa in mostra a Marsala in ricordo di Sebastiano Tusa

Con grande partecipazione ed emozione, ieri, presso il Museo archeologico Lilibeo di Marsala è stato inaugurato il nuovo allestimento espositivo della nave romana di Marausa. Oltre al grandissimo valore per l’evento in sé, l’omaggio per questo grande lavoro è stato tutto per il compianto professor Sebastiano Tusa, recentemente scomparso in maniera tragica nel disastro aereo in Etiopia, che in prima persona aveva fortemente creduto a questo progetto.

Relitto di Marausa. Crediti: Regione Siciliana

"Si realizza oggi - ha sottolineato il governatore Musumeci - uno dei tanti sogni di Sebastiano Tusa. Un progetto da lui fortemente voluto e per il quale ha messo in campo le sue energie e la sua passione. La fatalità ha voluto che per pochi giorni non fosse lui stesso a inaugurare ciò per cui si era tanto impegnato. Oggi viene onorata la sua memoria e viene consegnata alla storia una delle tante eredità culturali e umane che ci ha lasciato".

"Il relitto di Marausa - come spiegò il professor Sebastiano Tusa - contribuisce ad approfondire le conoscenze sulle intense relazioni commerciali tra la Sicilia e l'Africa in epoca tardo-romana, offrendo un quadro di integrazione economica soprattutto nell'ambito della produzione agricola". Il completamento del più ampio percorso espositivo del Museo Lilibeo di Marsala, prevede oltre alla Nave di Marausa, la nave punica e i relitti medievali di Lido Signorino.

Carico della nave di Marausa. Crediti: Regione Siciliana

L’allestimento propone una ricostruzione fedele del relitto e presenta la parte destra dello scafo in assetto di navigazione, mentre la parte sinistra fa vedere lo scafo così come fu ritrovato sott’acqua. Il relitto di Marausa fu individuato dai subacquei Tony di Bono e Dario D’Amico a circa 2 metri di profondità e a 150 m di distanza dalla costa. Dopo un primo intervento di restauro effettuato nel 2000, la nave divenne oggetto di scavo archeologico subacqueo nel 2011 a cura della Soprintendenza del Mare guidata da Sebastiano Tusa.

Recupero subacqueo nave di Marausa. Crediti: Regione Siciliana

L’intervento ha messo in luce l’intero scafo e numerosi reperti di carico che oggi sono esposti. Per una perfetta conservazione, il relitto venne successivamente recuperato integralmente e inviato a Salerno per il trattamento conservativo effettuato presso il laboratorio “Legni e segni della memoria”. Sul cantiere subacqueo, al momento del recupero e novità per questo tipo di interventi, la presenza dei tecnici che successivamente hanno realizzato il restauro. Nel momento in cui le parti lignee dello scafo sono uscite dall’acqua, subito sono state prese in consegna dagli esperti per effettuare dei trattamenti in loco.

L'imbarcazione di Marausa, larga circa 8 metri e lunga 16, rientra nelle strutture realizzate con la tecnica di costruzione a guscio portante. Il carico rinvenuto all’interno dello scafo era costituito da varie tipologie di anfore africane chiuse con tappi in sughero e contenti frutta secca (pinoli, nocciole, mandorle, pesche, fichi secchi), olive e probabilmente anche vino e salsa di pesce, il famosissimo garum, come testimonierebbe la presenza di un tipo di resina all’interno delle anfore da trasporto.

Ricostruzione 3D nave di Marausa. Crediti: Regione Siciliana

Ad impreziosire il percorso espositivo, un ricco apparato multimediale, un sistema di realtà aumentata e pannelli didattico – illustrativi. Il visitatore, grazie alla moderna tecnologia, potrà fare un viaggio 3D alla scoperta delle varie parti della nave accuratamente ricostruite e immaginarne lo splendore così come doveva essere in antico mentre solcava il mare. Una postazione con schermo touch, inoltre, consentirà di visionare le fasi di vita della Nave di Marausa, dal periodo della sua navigazione nel III secolo d.C. fino all’affondamento, al momento della sua ’individuazione nel fondale marino, alle varie fasi di recupero e scavo subacqueo e al restauro e succesiva musealizzazione.

Il lido di Marausa, in antico, era ubicato in una posizione strategica in prossimità della città di Trapani e doveva rientrare in un circuito ampio di scambi commerciali con le isole Egadi (Favignana – Levanzo – Marettimo) e la costa che va da Marsala a Trapani.


Stintino: ritrovato carico di marmi di età romana

A diciotto metri di profondità, in località “Punta del Francese”, al largo delle coste di Stintino, è stato ritrovato un carico di marmi antichi risalenti all’epoca romana. La campagna di rilievi e campionatura è stata condotta dal professor Carlo Beltrame dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia e dalla sua equipe, che si è occupata di rielaborare i dati acquisiti con l’aiuto di tecnologie avanzate per la realizzazione grafica in 3D. Studenti e ricercatori sono stati affiancati da Giovanni Antonio Chessa del servizio per l’archeologia subacquea della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio di Sassari e Nuoro.

È stata inoltre fondamentale la collaborazione tecnico-logistica con il “Rocca Ruja Diving Center” che ha fornito tutto il necessario per le immersioni, senza le quali sarebbe stato impossibile raccogliere campioni di materiale utile. Si auspica che l’analisi specifica dei campioni possa permettere di datare i reperti alla prima età imperiale e di poter definire con certezza la loro provenienza, per il momento ipotizzata essere dalle cave di marmo di Luni. Carlo Beltrame, docente di archeologia marittima presso la facoltà veneziana dal 2001, da diversi anni dirige gli studi riguardanti i relitti con carichi di marmo di età romana nel sud Italia.

Foto Segretariato regionale del Ministero per i beni e le attività culturali per la Sardegna


Insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso

Gli archeologi trovano insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso in Bulgaria, nel Mar Nero

Pubblicato su Archaeology in Bulgaria il 23 agosto 2018 da Ivan Dikov; traduzione italiana ad opera di Margherita Guccione

Le rovine di un piccolo monastero medievale (angolo in alto a destra) sono state scoperte tra strutture tracie, bizantine, sulla minuscola isola nel Mar Nero, al largo della costa bulgara. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

Un antico insediamento tracio, un insediamento del primo periodo bizantino e un piccolo monastero tardo medioevale sono stati scoperti dagli archeologi nella piccola isola di San Tommaso (Snake Island) in Bulgaria, nel Mar Nero.

Le strutture archeologiche sull'isola di San Tommaso sono state scoperte nel giugno 2018, durante la prima fase della prima ricerca archeologica condotta sull’isola, guidata dal Prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia.

Nella seconda fase della ricerca, nell'agosto 2018, il team di Hristov ha effettuato una spedizione di archeologia subacquea.

È stata scoperta una fortezza, ormai affondata, dell’Antica Tracia nelle acque tra l’isola e la terraferma bulgara, o quello che un tempo era un istmo, mentre l'isola di San Tommaso era una penisola fino al Medioevo.

I resti archeologici che, invece, sono stati scoperti adesso sull'isola di San Tommaso, comprendono i resti di un antico insediamento tracio risalente alla Prima Età del Ferro, antiche fosse rituali traci e un insediamento Proto Bizantino (Tardo-romano) del V-VI secolo d.C. , e un piccolo monastero medioevale, più precisamente del XII-XIV sec., periodo del Secondo Impero Bulgaro (1185 - 1396/1422).

L'isola di San Tommaso è collocata a nord della foce del fiume Ropotamo, nella Baia di Arkutino, ed è attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

L'esplorazione archeologica dell'isola di San Tommaso nel Mar Nero è stata effettuata secondo i severi requisiti del Ministero dell'Ambiente e delle Acque della Bulgaria, poiché l'isola fa parte della Ropotamo Natural Preserve.

L'isola di San Tommaso giace a sole 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma bulgara, al largo della costa di Primorko, sul Mar Nero. Foto: Municipalità di Sozopol

L'esplorazione stessa dell'isola e la ricerca archeologica subacquea nella Baia di Arkutino sono finanziate dal Ministero della Cultura della Bulgaria.

"Circa un secolo fa, l'isola è stata fotografata da un aero e le foto mostravano i contorni del piccolo monastero", ha detto su Air TV il subacqueo Tencho Tenev, che è stato responsabile della spedizione subacquea.

Il Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, ipotizza che probabilmente ci sono più antiche fosse rituali traci sull'isola di San Tommaso, al largo della costa del Mar Nero, in Bulgaria, Primorsko, oltre alle due che sono state scoperte.

Frammenti di antiche anfore rinvenute nelle fosse indicano che furono utilizzate dagli antichi Traci per rituali sacrificali a partire dal V secolo a.C.

"I reperti esposti indicano che un grande santuario marittimo si trovava sull'isola di San Tommaso", dice il Museo, riferendosi a quella che era una piccola penisola del Mar Nero in quel momento.

"Il posto è stato scelto per una precisa ragione, dal momento che si trovava proprio al largo dell’antica strada che collegava Sozopol (Apollonia Pontica, Sozopolis) a Costantinopoli (all’epoca antica colonia greca di Byzantium o Byzantion)", aggiunge il Museo.

Le rovine recentemente dissotterrate del piccolo monastero che esisteva nel dodicesimo-quattordicesimo secolo sull'isola di San Tommaso. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

La prima e unica precedente spedizione archeologica sull'isola di San Tommaso, in Bulgaria, nel Mar Nero iniziò nel 1955.

Allora gli archeologi portarono alla luce le rovine di una piccola chiesa e alcuni edifici ausiliari. Ora, la spedizione archeologica del 2018 ha ipotizzato, sulla base di quella ricerca, le rovine di quello che era un piccolo monastero medievale.

L'isola di San Tommaso si trova al largo della costa della località bulgara del Mar Nero di Primorsko (che più recentemente ha fatto notizia per la scoperta dell'Antico tesoro tracio d'oro di Primorsko).

L'isola di San Tommaso nel Mar Nero ha un territorio totale di 0,012 chilometri quadrati (12 ettari o 3 acri).

Si trova a soli 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma e a nord della foce del fiume Ropotamo, nella baia di Arkutino, attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve.

È anche conosciuta come Snake Island/Isola dei Serpenti (da non confondere con la Snake Island ucraina - o Serpent Island - nel Mar Nero settentrionale) a causa del gran numero di serpenti d’acqua grigi che la abitano.

La Bulgaria conta solo alcune piccole isole al largo delle sue coste nel Mar Nero (sei, sette o otto a seconda della definizione di un'isola e se le isole ora artificialmente collegate alla terraferma vengono contate.)

Molte di queste erano apparentemente delle penisole, e praticamente tutta la costa del Mar Nero in Bulgaria vanta straordinarie scoperte archeologiche sottomarine, proprio grazie all’inabissamento parziale o totale della costa nella preistoria, nell'antichità e nel medioevo.

Altrimenti, la più notevole delle isole bulgare del Mar Nero, negli ultimi anni, è stata l'isola di Sant'Ivan al largo della costa di Sozopol, che è conosciuta per il suo monastero Paleocristiano/Proto Bizantino dove nel 2010 furono rinvenute le reliquie di San Giovanni Battista, e l'isola di Sant'Anastasia vicino a Burgas con il suo monastero tardo medievale.

Un'altra intrigante storia di archeologia subacquea recentemente collegata al Mar Nero, è stata l'ipotesi che una grande isola affondata esistesse nella zona sud-occidentale, vicino alla costa odierna della Bulgaria e della Turchia.

Un’antica nave romana affondata 2000 anni fa, è stata recentemente scoperta sul fondo del Mar Nero in acque territoriali bulgare dalla spedizione internazionale “M.A.P.”, oltre a diverse dozzine di altri relitti di Età antica, medievale e moderna.

L'antica fortezza tracia affondata, recentemente scoperta presso l'isola di San Tommaso aggiunge un altro grande punto di riferimento archeologico sottomarino per la costa del Mar Nero bulgaro.

Il prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, è un ricercatore di lunga data di siti archeologici lungo la costa bulgara del Mar Nero, tra cui un certo numero di insediamenti e fortezze completamente o parzialmente affondati.

Recentemente ha pubblicato un libro basato su 8 anni di ricerche sul campo di fortezze e insediamenti sulla costa meridionale del Mar Nero della Bulgaria odierna, o quella che una volta era Haemimontus, provincia di Bisanzio.

Il libro è intitolato "Mare Ponticum. Fortezze costiere e zone portuali nella Provincia di Haemimontus, V-VII secolo d.C.", e tratta la provincia di Haemimontus del primo Impero bizantino nella Tarda Antichità e nell'Alto Medioevo.


Città greca "perduta" è in realtà risultato formazioni geologiche subacquee

2 Giugno 2016

Credit: University of Athens
Credit: University of Athens

La scoperta di quelli che sembravano pavimenti, colonnati e cortili aveva fatto pensare ai sommozzatori che quella ritrovata sott'acqua nei pressi dell'isola di Zacinto, in Grecia, potesse essere una città greca "perduta".

In realtà, secondo un nuovo studio pubblicato su Marine and Petroleum Geology, si tratterebbe solo del risultato di fenomeni naturali verificatisi nel Pliocene, 5 milioni di anni fa.

Credit: University of Athens
Credit: University of Athens

Queste le conclusioni del team di ricerca, composto da membri dell'Università dell'Anglia Orientale e dell'Università di Atene, che ha preso in esame la composizione delle formazioni, utilizzando diversi strumenti di analisi.

Credit: University of Athens
Credit: University of Athens

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Il sito di Page-Ladson e l'occupazione della Florida, 14.550 anni fa

13 Maggio 2016

La professoressa Jessi Halligan con ossa e strumenti litici dal sito di Page-Ladson. Credits: Bruce Palmer/Florida State University
La professoressa Jessi Halligan con ossa e strumenti litici dal sito di Page-Ladson. Credits: Bruce Palmer/Florida State University

La scoperta di strumenti litici insieme a ossa di mastodonte, nel sito di Page-Ladson, nei pressi del fiume Aucilla e vicino Tallahassee in Florida, dimostra che la colonizzazione della parte sud orientale degli Stati Uniti avvenne 1500 anni prima di quanto ritenuto.
Il sito di Page-Ladson è collocato a 30 piedi di profondità nel fiume, ed è ora il più antico in quella parte degli U.S.A., risalendo a 14.550 anni prima del tempo presente. C'è un gruppo di siti in Nord America che data attorno ai 13.200 anni fa, ma solo cinque tra Nord e Sud America sono più antichi.
Il sito, collocato nella tenuta della famiglia Ladson, fu portato all'attenzione degli archeologi dal sommozzatore Buddy Page negli anni ottanta. Fino agli anni '90 si ritrovarono strumenti litici e ossa di mastodonte in uno strato di 14 mila anni fa, ma si ritenne la datazione discutibile. Tra il 2012 e il 2014 si ritrovarono ossa di animali estinti e altri strumenti litici, tra i quali una bifacciale. Con le ultime tecniche di datazione al radiocarbonio, tutti i reperti sono stati datati a 14.550 anni prima del tempo presente. In precedenza si riteneva che i cacciatori Clovis avessero colonizzato queste zone, 13.200 anni fa.
I solchi sulle zanne testimonierebbero l'attività di rimozione delle stesse dal teschio dell'animale, come conseguenza di attività umana. Il sito proverebbe pure che uomini e megafauna coesistettero per duemila anni, e che quindi i primi non causarono immediatamente l'estinzione dei secondi, che si verificò attorno ai 12.600 anni calibrati prima del tempo presente.

Lo studio "Pre-Clovis occupation 14,550 years ago at the Page-Ladson site, Florida, and the peopling of the Americas", di Jessi J. HalliganMichael R. WatersAngelina PerrottiIvy J. OwensJoshua M. FeinbergMark D. BourneBrendan FenertyBarbara WinsboroughDavid CarlsonDaniel C. FisherThomas W. Stafford Jr e James S. Dunbar, è stato pubblicato su Nature: Science Advances.
Link: Nature: Science Advances; EurekAlert! via Florida State University; EurekAlert! via University of Michigan.


Relitto del Mercurio rivela nuovi particolari su vita marinai del Regno Italico

RELITTO DEL MERCURIO RIVELA NUOVI PARTICOLARI

SULLA VITA DEI MARINAI DEL REGNO ITALICO

Ca’ Foscari presenta un cannone restaurato e una mostra sui risultati degli scavi di archeologia marittima sul brigantino affondato nel 1812

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VENEZIA – Colò a picco, con il brigantino che difendeva, all’alba del 22 febbraio 1812, al largo di Lignano. Fatta riemergere dal fondale adriatico, è stata restaurata dagli scienziati dell’Università Ca’ Foscari Venezia esperti di corrosione. La petriera, piccolo cannone ad avancarica in bronzo, sarà in mostra nella sala Colonne di San Sebastiano (Venezia) dal 17 maggio al 28 ottobre (inaugurazione lunedì 16 maggio ore 11) assieme alla storia del Mercurio, la più antica nave battente bandiera tricolore conosciuta e tra le più importanti scoperte dell’archeologia marittima.
[GUARDA la petriera in 3D]
Il restauro ha impegnato per un anno e mezzo il gruppo di ricerca sulla corrosione del Dipartimento di Scienze molecolari e nanosistemi, coordinato da Giuseppe Moretti. Progettata e realizzata una vasca adatta al reperto, i ricercatori e gli studenti coinvolti nel progetto hanno alternato elettrolisi, lavaggi e pulitura meccanica, riuscendo a togliere le tante incrostazioni e proteggere la superficie originale del cannone.
La petriera restaurata è tra le tante novità frutto di anni di studi sulle centinaia di resti e reperti rinvenuti, ma non è l’unica. Gli archeologi marittimi di Ca’ Foscari hanno infatti rinvenuto una delle prime lattine ermetiche in circolazione. Questo contenitore, che avrebbe rivoluzionato l’alimentazione specialmente in ambito militare, era stato brevettato in Inghilterra appena pochi mesi prima, nel 1810.
«La lattina permette di conservare il cibo per lungo tempo – spiega Carlo Beltrame, direttore degli scavi sul Mercurio - dava così la possibilità ai marinai di avere un’alimentazione forse non succulenta ma certo più variata e soprattutto vitaminica. La maggior parte delle provviste veniva stivata in sacchi o contenitori di legno e veniva servita agli ufficiali su stoviglie pregiate, come la maiolica e la porcellana trovate sul relitto, e ai soldati semplici su ceramica povera».
Il brig della flotta del Regno Italico, con base a Venezia, si adagiò al fondale su un fianco, quello sinistro. Quel lato della nave è dunque arrivato ai giorni nostri in uno stato di conservazione migliore e lì gli archeologi hanno scavato in profondità portando alla luce, ad esempio, gli attrezzi del calafato, lo specialista che aveva il compito di mantenere stagne le connessure tra le tavole del fasciame e di impeciare lo scafo dentro e fuori.
Lungo i pannelli esposti a San Sebastiano si aprono scorci sulla vita a bordo del Mercurio, sulle uniformi e le calzature indossate dall’equipaggio, sugli oggetti personali e, naturalmente, sulle armi. Il Mercurio, la notte in cui esplose e colò a picco, scortava il Rivoli, un vascello francese da 80 anni  varato in Arsenale e qui rimasto fermo per molti mesi, che Napoleone voleva prendesse per la prima volta il mare.
L’intelligence inglese aveva intuito e allertato il vascello Victorius, comandato dal capitano di vascello Talbot, e il brig Weasel, comandato dal capitano di fregata Andrew, i quali incrociavano la costa veneta nella convinzione che la squadra italo-francese da lì a poco sarebbe uscita dal porto di Malamocco. Barré, comandante del vascello Rivoli, ordinò infatti alla squadra di prendere il largo verso nord.
Alle 2.30 del mattino, il Victorius avvistò la formazione nemica e diede ordine al capitano del Weasel di attaccare il brig italiano da poppa. Le cronache parlano di un cannoneggiamento che durò quaranta minuti e che si concluse con l’esplosione del Mercurio, colpito nella Santa Barbara.
La mostraIl relitto del Mercurio e la battaglia di Grado” è realizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi e la Sovrintendenza Archeologia del Veneto. Sarà aperta fino al 28 ottobre nella Sala Colonne di San Sebastiano.
 
La mostra
Il relitto del Mercurio e la Battaglia di Grado
Inaugurazione lunedì 16 maggio alle 11
 
Mostra a cura di Carlo Beltrame
dal 17 maggio al 28 ottobre
San Sebastiano, Aula Colonne (Dorsoduro 1686, Venezia)
Lunedì-Venerdì 9-19, ingresso libero
La mostra resterà chiusa dal 13 al 21 agosto
 
Testo e immagine dall’Ufficio Comunicazione Università Ca’ Foscari Venezia.


Palermo, presentazione del volume "Memorie di Mare"

PRESENTAZIONE DEL VOLUME "MEMORIE DI MARE"

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Alla presenza dell'assessore Carlo Vermiglio, del Dirigente Generale Gaetano Pennino, del Soprintendente Sebastiano Tusa “dei beni culturali e dell’identità siciliana” e varie autorità, politiche e militari, ha preso il via, in sala gremita, presso l'arsenale della Marina Regia di Palermo, la presentazione del volume “Memorie di Mare” curato dalla Soprintendenza del Mare.
La soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, nasce durante il Mandato dell'assessore Fabio Granata, che con l'archeologo Sebastiano Tusa, hanno dato il via ad una struttura che, oggi rappresenta un eccellenza nel campo della ricerca sottomarina, ha voluto sottolineare il Soprintende e lo stesso Fabio Granata, presente per l’occasione.
Il Volume racconta tutte le più significative fasi di ricerche e scoperte che la struttura ha condotto da quando è nata.
Ma anche come la soprintendenza del Mare è diventata un punto di riferimento per altri stati, che hanno problemi con la salvaguardia e la gestione dei siti presenti nelle loro acque territoriali dei loro governi, ed è stato questo uno dei temi a cui il soprintendente del Mare Sebastiano Tusa è stato invitato a spiegare nel recente convegno che si è tenuto a Dresda.
L'assessore Carlo Vermiglio ha voluto confermare come il Patrimonio culturale sommerso va sicuramente messo in evidenza, tutelato e valorizzato per dare alla Sicilia la posizione centrale di attrattore culturale che merita, cosa che la Soprintendenza Mare sicuramente ne ha fatto la sua importante mission, ricevendo un prezioso riconoscimento anche dai progetti comunitari.
L'intervento del Dirigente generale dei Beni culturali e dell'identità siciliana, Gaetano Pennino, ha voluto evidenziare le tecniche e le tecnologie che la Soprintendenza del Mare adopera nella ricerca e le innovatività che ha introdotto nella divulgazione e fruizione del patrimonio culturale sommerso, cosa che ne ha fatto un fiore all'occhiello della nostra Amministrazione e la conferma giunge dall'Europa, che ha accolto le nostre proposte progettuali ed ha generosamente elargito le risorse economiche per portarle a compimento, progetti innovativi e originali come quelli di cui si parla nel volume.
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L'architetto Stefano Zangara si è occupato delle ricerche del sito della Battaglia delle Egadi ha utilizzati apparecchiature sonar messi a disposizione della nave oceanografica americana con cui hanno scansionato 250  chilometri quadrati di fondali marini, un lavoro che ha consentito di rinvenire alcuni rostri persi dalle navi romane durante la battaglia della 1 Guerra Punica del 10 marzo del 241 a.C.
Le ricerche  condotte dall'architetto  Zangara, Dirigente della  Soprintendenza del Mare, di recente sono state esposte a Dubai, dove una delegazione inviata dall'assemblea regionale siciliana, composta tra l'altro dal Prof. Franco Fazzio e dal Coordinatore scientifico del Gruppo Arte 16 Giovanni Taormina, ha avuto modo di presentare dei video illustrativi sulle fasi salienti del recupero e delle ricostruzioni sceniche dell'epica battaglia delle Egadi, un invito che, questo anno e stato riproposto dai rappresentanti della Dante Alighieri di Dubai.
Ha concluso la presentazione il Prof. Tusa con il volendo sottolineare come è stato possibile realizzare degli obiettivi, semplicemente accettando sfide apparentemente impossibilie che sono sempre state colte come un traguardo da raggiungere e superare sempre nell’ottica di offrire al patrimonio culturale un deciso salto di qualità nel campo della ricerca scientifica, opportunità che ci sono state offerte, le ultime delle quali hanno riconosciuto a livello europeo il valore dei nostri progetti. Idee trasformate in reali esperienze, ed ARROWS ne è il più recente testimone. Un progetto tecnologico che dimostra soprattutto quanto sia importante utilizzare più strumenti di indagine contemporaneamente, anche diversi AUV CHE NAVIGANO IN SCIAME, per raccogliere una più ampia gamma di informazioni su aree molto vaste.
La tecnologia subacquea sviluppata nel progetto ARROWS ha dimostrato eccellenti proprietà nei testi e, promette di essere una risorsa sicura, sia nel Mediterraneo che nel Mar Baltico.
Il libro racconta delle missioni in Italia e nel mondo della Soprintendenza del Mare come in: Cirenaica “Libia”, Immersione con il batiscafo Remora “Francia”, Kyme Eolica, la Grecia classica nel mare turco “Turkey”, Ojika e Takashima, orizzonti marini nel paese del Sol Levante “Japan”, RPM / Aurora Trust / GUE / Stanford University “USA”, missione didattica culturale in Australia del sud “Australia”, Amsterdam: Siliae en ZEE “Holland”.

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