Giobbe

Giobbe, patrono dei musicisti: intervista a Mario Resta

Uno dei personaggi più noti della Bibbia ebraica, Giobbe compare innanzitutto nel libro che da lui prende il nome: descritto come giusto originario di Uz (territorio non individuabile con certezza), Giobbe è benedetto dal Signore e vive nella prosperità e con una famiglia numerosa. L'uomo di Uz viene messo alla prova da Satana (col "permesso" di Dio), e perde tutto, ma nonostante la sua condizione miserabile non maledice il Signore. Infine, come premio per la sua fedeltà, viene ripristinato in una condizione di prosperità persino maggiore di quella sua iniziale.

Nella Versione dei Settanta – cioè la prima traduzione greca esistente della Bibbia Ebraica, risalente al terzo secolo a. C. – siamo di fronte a un testo notevolmente differente da quello ebraico. Il Testamentum Iobi è invece un testo che rientra fra i cosiddetti apocrifi dell'Antico Testamento, dal carattere midrashico, volto cioè all'esegesi, all'interpretazione critica del testo biblico. In epoca medievale, il culto di Giobbe in ambito cristiano lo vede, fra l'altro, come patrono dei musicisti, una posizione che si spiegherebbe a partire dall'attenzione rivolta agli strumenti musicali nel Libro di Giobbe, che compaiono con il ricordo di un passato felice e sereno, durante il lungo monologo del protagonista.

Il culto medievale e nordeuropeo riservato a Giobbe merita però ancora ulteriori approfondimenti. Proprio in tal senso muove l'ultimo scritto di Mario Resta, postdoc (Accademia Nazionale dei Lincei) del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Il suo studio, "Un culto medievale: Giobbe, il santo dei musicisti" è stato pubblicato quest'anno (2019, n. 20-1, pp. 1-23) sulla rivista Reti Medievali (http://www.serena.unina.it/index.php/rm/article/view/5849).

Non si tratta però del primo lavoro del giovane ricercatore su questo argomento: segue infatti l'altro scritto "Giobbe, patrono dei musicisti: le origini del culto nel Libro di Giobbe e nel Testamentum Iobi", pubblicato nel 2015 sulla rivista Vetera Christianorum (n. 52, pp. 187-207). In questa sede è anche il caso di ricordare il libro – datato 2010 – di Laura Carnevale, professoressa associata presso la stessa Università, e intitolato "Giobbe dall'Antichità al Medioevo. Testi, tradizioni, immagini",  nel quale già si segnalavano alcuni elementi legati al patronato della musica ascritto a San Giobbe.

Si ringrazia Mario Resta per aver risposto alle domande di ClassiCult, qui di seguito riportate.

William Blake, Satana infligge le piaghe a Giobbe, illustrazioni del Libro di Giobbe, Tate Britain, Londra. The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH.ISBN3936122202. Immagine in pubblico dominio

Potrebbe spiegare il successo di Giobbe come santo dei musicisti in epoca medievale?

Il culto nordeuropeo riservato a Giobbe quale santo patrono dei musicisti, attestato nelle fonti letterarie e iconografiche, si è sviluppato tra XV e XVIII secolo: un periodo in cui il culto dei santi ebbe un notevole “successo”, tanto che «per le più svariate categorie professionali, gruppi di popolazione, e per ogni necessità possibile e immaginabile, ci fu ben presto un patrono particolare». Quanto affermato da Heinrich Dormeier risulta confermato da questa tipologia particolare di patronato, le cui origini, però, affondano negli alquanto marginali riferimenti musicali contenuti nel Libro di Giobbe (Gb 30,31: «La mia cetra accompagna lamenti e il mio flauto la voce di chi piange») e, soprattutto, nel testo apocrifo Testamentum Iobi (14,1-5; 52) di I-II secolo.

La Sacra Scrittura, infatti, non ha costituito l’unico motivo ispiratore della fortuna e dell’interpretazione in ambito agiografico delle vicende riguardanti i santi di matrice biblica e del conseguente culto a essi riservato, mediante originali sviluppi ed espressioni devozionali della pietà popolare: «una forza potente ‒ come ha affermato John J. Pilch ‒ difficile da imbrigliare o da correggere, e in molti casi è essa che l’ha vinta».

Rispetto all’originaria narrazione biblica, le tradizioni agiografiche connesse all’uomo di Uz (come in altri casi analoghi) si sono sviluppate, nel corso del tempo, in maniera spesso autonoma ‒ come emerge già dal Testamentum Iobi ‒, subendo progressivi e graduali cambiamenti riscontrabili nell’ambito della devozione popolare. Si tratta di trasformazioni condizionate da diversi fattori e, al contempo, attestate attraverso molteplici canali, che ne hanno altresì favorito la diffusione, come: liturgia, omelie, catechesi, sacre rappresentazioni (es. La pacience de Job del XV secolo), poemetti (es. The Life of Holy Job del XV secolo) e iconografia, poiché «un determinato contenuto esiste prima nell’ambiente ideologico di una determinata comunità, e solamente in un secondo tempo si concretizza e prende forma nella letteratura e nel monumento». Quanto osservato da Engelbert Kirschbaum, in riferimento all’epoca paleocristiana, trova conferma anche nella tradizione letteraria e iconografica di età medievale in connessione alla cultualizzazione di Giobbe in un settore della vita quotidiana, come la musica ‒ e non solo ‒, a riprova di quale distanza e differenza ci sia tra quanto narrato nel racconto biblico e la riflessione sulla figura e sulle vicende dell’uomo di Uz nell’ambito della cultura e della devozione popolari.

Le tradizioni agiografiche su Giobbe (come nel caso di altri santi) riflettono, perciò, aspetti, abitudini e convincimenti attinenti al vissuto quotidiano dei cristiani, che nella vicenda del personaggio biblico hanno trovato spunti di immedesimazione, riflettendo su aspetti della propria vita, che vengono a mescolarsi con le vicende di Giobbe, variamente raccontate per via orale e scritta, secondo continui processi di trasmissione, privi di confini crono-geografici e influenzati da componenti essenziali del vita dei cristiani, come la musica: espressione, tra le più antiche, del rapporto dell’homo religiosus con il mondo divino, nelle sue diverse forme e concezioni.

Laurent de La Hyre, Job Restored to Prosperity (1648), immagine in pubblico dominio

Quali sono gli aspetti più "scandalosi" del Libro di Giobbe che poi vengono meno nel testo apocrifo successivo, il Testamentum Iobi?

Testamentum Iobi è un testo apocrifo veterotestamentario, composto da 53 capitoli caratterizzati da diversioni e ampliamenti midrashico-haggadici rispetto all’avantesto biblico dei LXX. L’appartenenza al genere letterario dei testamenta aveva indotto inizialmente gli studiosi a collocare questo testo in un periodo compreso fra il I sec. a.C. e la metà del II sec. d.C., ma recentemente Piero Capelli ne ha circoscritto l’arco temporale tra il I e gli inizi II sec. d.C. Diverse sono state le ipotesi formulate sull’ambiente di origine dell’opera: dalla redazione cristiana, per la presenza di aspetti come la menzione dello Spirito Santo e l’attribuzione dell’appellativo “padre” a Dio, all’origine esseno-terapeutica, per una serie di elementi comuni con i Terapeuti d’Egitto descritti da Filone Alessandrino nel De vita contemplativa (83-90), come per esempio l’incisiva presenza femminile (tre figlie, la moglie e l’ancella), che ha indotto invece altri studiosi a ipotizzare persino la redazione di alcune parti del Testamentum in ambiente montanista.

Tralasciando la questione della genesi del testo, da collocare comunque in ambienti legati alla diaspora egiziana e forse ad Alessandria, la narrazione – per lo più autodiegetica, sebbene nella parte finale la voce narrante sia di Nereo (fratello di Giobbe) – si apre con Giobbe morente che chiama a sé i sette figli e le tre figlie per raccontare della sua vita e di come si sia trovato «a dover sostenere ogni sorta di sofferenza» (Testamentum Iobi 1,5), rimanendo sempre fedele a Dio. Giobbe del Testamentum, infatti, è un re dell’Egitto che viveva la propria condizione felice con liberalità ma, dopo aver distrutto per ordine di Dio un tempio pagano nelle vicinanze, viene perseguitato da Satana.

Il protagonista del Testamentum, a differenza di quello del libro biblico, è cosciente di quale sia l’origine delle sue sventure e perciò si mostra paziente nelle prove e nel sopportare le provocazioni della prima moglie, posseduta da Satana, e le accuse degli amici, anch’essi re d’Oriente come Giobbe. La storia di Giobbe del Testamentum risulta quindi privata di ogni drammaticità a favore di un misticismo visionario, che ha la sua massima espressione, alla conclusione dell’opera, nell’apparire del “carro” che porta via l’anima del protagonista. Per mezzo dell’inserzione di spunti narrativi originali, nell’apocrifo veterotestamentario sono amplificati episodi della storia biblica con la definizione di particolari sconosciuti o marginali.

Il Testamentum Iobi, dunque, è al tempo stesso punto di confluenza e sorgente di tradizioni diverse dalla narrazione biblica, a cominciare proprio dalla connessione con la dimensione musicale ma anche in riferimento alla caratterizzazione di Giobbe quale uomo “paziente” se non addirittura come figura Christi, poiché consapevole di essere perseguitato da Satana e non da Dio, nei confronti del quale resta fedele, non mostrando ribellione alcuna, come accade invece nel Libro di Giobbe. Come messo in luce in più occasioni da Laura Carnevale, tale tradizione «intesa a mitigare le caratteristiche più sconcertanti del libro canonico e del suo protagonista, consentì ai cristiani, soprattutto attraverso l’esegesi indiretta, di proporre Giobbe quale ideale di vita già a partire dal I secolo».

Icona di Giobbe, Russia settentrionale, diciassettesimo secolo. Immagine in pubblico dominio

È ancora possibile trovare Giobbe santo dei musicisti, oggi? Se sì, dove?

Le fonti letterarie e iconografiche che attestano la venerazione di Giobbe quale santo patrono dei musicisti, per quanto diverse per tipologia, contenuto e provenienza geografica, sono accumunate da specifiche caratteristiche, comprensibili solo se poste e analizzate in relazione tra loro, in quanto espressione e, allo tempo stesso, prova della varietà e della circolazione, attraverso i secoli, di tradizioni orali e scritte, di cui non è semplice individuare le origini e seguire gli sviluppi costituiti, per dirla con Jacques Le Goff, tanto sui «vuoti quanto sui pieni che sono giunti sino a noi».

Le fonti pervenute e in passato non abbastanza considerate, infatti, attestano che la tradizione agiografica della connessione di san Giobbe con la musica ha attraversato “carsicamente” il tempo e lo spazio per “affiorare” in forma scritta ‒ Testamentum Iobi, prima, La pacience de Job e The Life of Holy Job, poi ‒ e nelle varie rappresentazioni iconografiche nordeuropee. Sebbene si tratti di un culto di cui non abbiamo più traccia oltre il XVIII secolo, nessun lavoro di ricerca autentico si può dichiarare concluso, senza correre il rischio di un’innaturale asfissia. Le ricerche su Giobbe quale santo patrono dei musicisti (e non solo) sono perciò da considerarsi naturalmente in fieri.

Giobbe
Gerard Seghers, La pazienza di Giobbe, Galleria Nazionale, Praga. Immagine in pubblico dominio

Sogno d’amore: Napoli celebra l'inconfondibile stile di Chagall

L’arte di Marc Chagall (1887-1985) - anticonformista per eccellenza - si caratterizza per l’opposizione tanto al realismo quanto all’astrattismo. Parimenti avverso al cubismo e all’espressionismo, ambiva a veicolare in maniera palese e diretta non la mera realtà, bensì il suo fantasioso modo di recepirla. Una resa immediata delle emozioni attraverso la libera azione della creatività: questo era il suo modus operandi, e lo applicava con risultati davvero d’impatto.

Uno stile inconsueto che rifletteva comunque la sua cultura d’origine, veicolando i concetti della comunità ebraica in maniera elegante e singolare. Il suo percorso artistico lo vede muoversi dalla Bielorussia, sua terra natìa, all’attivissima Parigi che diede i natali alla sua prima mostra personale del 1912, all’interno del Salon des Indépendants. Qui fornisce il proprio contributo con un’arte fiabesca, onirica, raffinata e popolare al tempo stesso, ma mai volgare. Ed è il sogno che le fa da padrone, il cui bisogno dinnanzi alla realtà spesso infelice costituisce un sentimento comune nelle comunità italiane del sud, come quella partenopea che ne accoglie la mostra nella Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum sino al 30 giugno.

La location scelta per la mostra, dalle fondamenta greco-romane e cristiane unitamente all’architettura barocca, rievoca il medesimo senso religioso della vita. Chagall appartiene alla cerchia di artisti che veicolano il messaggio dello Spirito, mostrandone la presenza nella Storia. Il suo è un inno al mondo interiore, caratterizzato da una sensibilità e da una religiosità ebraica che lo vede errante perenne in cerca di una meta. In qualità di ebreo avrebbe dovuto seguire il precetto di Mosè che vieta di ritrarre figure, ma fortunatamente decide di dipingere seguendo la cultura russa ricca di immagini religiose. Questa concezione spirituale del vivere gli ha concesso di mantenere entrambe le identità, ebrea e russa, riprendendo gli elementi tipici dei tradizionali ornamenti dei manoscritti nonché le icone religiose e quelle popolari dei luboki. Al tempo stesso si evince altresì l’influsso della cultura occidentale, mediante artisti d’avanguardia che frequentava assiduamente.

Decora le vetrate delle chiese, raffigura oggetti ed anime dai colori accesi, tratta tematiche delicate e tetre in maniera paradossalmente leggera, così come solo i migliori artisti sanno fare. Punto fermo del suo operato è la celebrazione dell’amore in tutte le sue sfaccettature: per la sua donna, per Dio e per la natura. Sua moglie Bella viene ritratta frequentemente, arricchendo un folto numero di opere: ben centocinquanta dipinti, acquerelli, disegni ed incisioni, alcuni dei quali abbastanza rari in quanto provenienti da collezioni private.

A cura di Dolores Duràn Ucar e con il prezioso contributo della Fondazione Cultura e Arte, l’esposizione si fonda su cinque diverse sezioni che riassumono gli elementi cardine della vita dell’artista russo:

  • infanzia e tradizione russa;

  • sogni e fiabe;

  • il mondo sacro, la Bibbia;

  • un pittore con le ali da poeta;

  • l’amore sfida la forza di gravità.

Un percorso che coniuga poesia, spiritualità e guerra in contesti colorati animati da personaggi concreti o fittizi prodotti dalla creatività chagalliana. Viene rievocata la sua fanciullezza correlata alla cultura russa, il senso del sacro rinvenibile nei soggetti biblici, la relazione con letterati e poeti, la passione per la natura e la fauna, il fascino bohémien del mondo circense, il tutto racchiuso nella tematica che sottostà in tutto il suo operato, ossia l’amore.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall, Ritratto di Vava, 1953-56.
Olio su cartone, 27x22 cm
Private Collection, Swiss
© Chagall®, by SIAE 2019

Viene compiuto un lavoro espositivo atto a ripercorrere l’esperienza artistica di Chagall dal 1925 sino alla sua morte, sebbene l’itinerario museale vada oltre la mera descrizione cronologica per promuovere la narrazione tematica. Viene ben descritto l’impatto del periodo infantile sul suo operato, narrato nell’autobiografia “La mia vita” e rinvenibile in varie tele tra le quali la presente “Villaggio russo” (1929) ambientata a Vitebsk: città oggetto di più dipinti, è qui visibile in una strada innevata che separa due edifici lignei, uno rosso e l’altro azzurro, sormontate da un vitello che trascina una slitta nel cielo uggioso mentre sullo sfondo si scorgono le torri di una chiesa.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall, Villaggio russo, 1929.
Olio su tela, 73x92 cm,
Private Collection, Swiss
© Chagall®, by SIAE 2019

L’aspetto onirico viene espresso particolarmente nella Parigi degli anni Venti, dove gli viene commissionata l’illustrazione delle celebri Favole di La Fontaine, incarico nel quale applica fantasiosamente icone della tradizione russa ed immagini di animali tipici della sua infanzia. Per quanto concerne l’aspetto religioso vi era un progetto di incisioni sulla storia dell’Esodo del popolo ebraico ed un altro che prevedeva la realizzazione di incisioni della Bibbia: avuto inizio con la stesura di sessantasei stampe (1931-1939) interrotte dalla morte del gallerista Vollard, fu ripreso dall’editore Tériade che ne ha consentito la pubblicazione in due volumi (1956) con centocinque incisioni, alcune delle quali sono presenti alla mostra unitamente alla particolare gouache di Davide e Golia.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall, Il clown, 1967. Gouache su carta, 31,2x23,5 cm.
Private Collection, Swiss.
© Chagall®, by SIAE 2019

Durante la Seconda Guerra Mondiale si rifugia negli Stati Uniti, per poi far ritorno in Francia dove assiste frequentemente a spettacoli circensi e li ritrae in molteplici disegni che mostrano il suo spiccato senso del colore e geometrico, come il guazzo “Le clown” e Il pittore e l’acrobata. Ma è soprattutto l’amore al centro della sua arte, ritraendo spesso coppie in un’atmosfera paradisiaca: un dolce bacio all’ombra di floridi fiori in “Le Réve”, una carezza illuminati dalla luna e protetti da un asino blu in “Les amoureux à l’âne bleu” ed il matrimonio quale unione fortemente spirituale in “Les mariés et l’ange”.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall,
Gli innamorati con l’asino blu, 1955 ca.
Olio su tela, 30x27 cm
Private Collection, Swiss
© Chagall®, by SIAE 2019

La mostra ambisce a concretizzare “L’Arte della Solidarietà”, progetto del Gruppo Arthemisia che vuole introdurre il bello e l’arte nella quotidianità dei soggetti in difficoltà: infatti l’acquisto dei biglietti consentirà di avviare progetti solidali, come quello dell’organizzazione no profit “Susan G. Komen Italia” a sostegno delle donne nella lotta contro il tumore al seno, favorendo visite gratuite preventive. In tal modo si congiunge diletto ed aiuto verso il prossimo, narrando lo stupefacente universo chagalliano dal labile confine tra sogno e realtà.

Svariati sono gli enti che hanno consentito la realizzazione dell’evento: patrocinato dalla Regione Campania e dal Comune di Napoli, organizzato da Arthemisia, promosso dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, ha tra i suoi partner anche il Museo Archeologico Nazionale di Napoli oltre ai numerosi sponsor. La mostra si inserisce anche nel programma “Valore Cultura” di Generali Italia, che ambisce a diffondere in tutta Italia arte e cultura tramite agevolazioni che la rendano fruibile ad un pubblico ampio e differenziato. Progetti nobili che si spera diventino col tempo una stabile e piacevole ordinarietà.

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Pubblicato volume relativo a 13 frammenti dei Rotoli del Mar Morto

9 Agosto 2016

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Pubblicato il primo di una serie di volumi basati sulla ricerca del Museo della Bibbia, ed edito da Emanuel Tov (Hebrew University, Gerusalemme), Kipp Davis (Trinity Western University) e Robert Duke (Azusa Pacific University).

Il volume contiene scoperte relative a 13 frammenti dei Manoscritti del Mar Morto finora non pubblicate, frammenti di Bibbia ebraica e un frammento non biblico. È il culmine di quattro anni di ricerca che hanno coinvolto 50 studiosi.

Link: Alphagalileo via Demoss
Una delle località del ritrovamento dei Rotoli del Mar Morto, foto di Effi Schweizer, da WikipediaPubblico dominio.


Scritti dalla fortezza di Arad danno indicazioni sulla composizione di testi biblici

11 Aprile 2016

Credit: Michael Cordonsky (photographer), Tel Aviv University and the Israel Antiquities Authority.
Ostraca dalla fortezza di Arad. Credit: Michael Cordonsky (photographer), Tel Aviv University and the Israel Antiquities Authority.

Gli studiosi dibattono se la prima fase principale di compilazione dei testi biblici sia avvenuta nel periodo precedente o successivo alla distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 586 prima dell'era volgare. Anche se si è d'accordo che i testi chiave furono messi per iscritto a partire dal settimo secolo prima dell'era volgare, la data esatta di compilazione è in dubbio. Si presume pure che il proliferare di testi letterari sia una condizione preliminare per la creazione di tali scritti. 
Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, ha esaminato 16 testi scritti ad inchiostro, ritrovati nella fortezza di Arad (nella parte meridionale e arida della Giudea) e scritti attorno all'anno 600 prima dell'era volgare. Costituiscono quindi prova dell'esistenza di testi letterari negli ultimi anni del Regno di Giuda.
Queste iscrizioni forniscono informazioni sui movimenti delle truppe e sulle spese effettuate per l'acquisto di cibo: il tono fa escludere si tratti di scribi, e indica invece un elevato tasso di alfabetizzazione nell'apparato del Regno di Giuda, che può costituire uno sfondo per la composizione della massa critica di testi biblici.
Con la caduta del Regno di Giuda, si registra invece un crollo della produzione di iscrizioni in ebraico, fino al secondo secolo prima dell'era volgare. Queste considerazioni ridurrebbero la probabilità che molta letteratura di carattere biblico sia stata composta in quel periodo.
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Bibbia in latino del 1535 con annotazioni racconta la Riforma come processo graduale

15 Marzo 2016

Annotazioni nascoste, mescolate al testo in una Bibbia in latino del 1535 Credit: © Lambeth Palace Library
Annotazioni nascoste, mescolate al testo in una Bibbia in latino del 1535 Credit: © Lambeth Palace Library

Lo storico dott. Eyal Poleg dell'Università di Londra Queen Mary è riuscito a recuperare le preziose annotazioni presenti su una copia di una Bibbia in latino del 1535, conservata presso la Biblioteca di Palazzo Lambeth a Londra.
Si tratta di una Bibbia unica per importanza, in quanto prodotta dallo stampatore di Enrico VIII, e con la prefazione del sovrano: di essa però si sa poco o niente. Le annotazioni  sarebbero copiate dalla Grande Bibbia di Thomas Cromwell, che è considerata l'epitome della Riforma Protestante. Furono scritte tra il 1539 e il 1549 - anni davvero tumultuosi del regno del sovrano - e coperte poi con carta spessa. Sono coeve all'allontanamento dalla Chiesa di Roma, all'Atto di Supremazia, alla soppressione dei monasteri e all'esecuzione di Anna Bolena, Tommaso Moro e John Fisher. La Bibbia è pure coeva al Pellegrinaggio di Grazia, che spinse Enrico VIII a un approccio più cauto. Le annotazioni erano rimaste nascoste fino alla scoperta, avvenuta quest'anno. Per il dott. Poleg, testimonierebbero che la Riforma fu un processo graduale.
Il dott. Poleg spiega che fino a poco tempo fa si riteneva infatti la Riforma Protestante come un evento unico di rapida trasformazione, che determinò una rottura completa. Si pensava che la gente avrebbe semplicemente smesso di essere cattolica, accettando il Protestantesimo e sostituendo il Latino con l'Inglese. La nuova Bibbia testimonia invece che il passaggio fu molto più graduale, lento e complesso: il Latino e l'Inglese sono qui utilizzati insieme, testimoniando l'aspetto conservatore e quello riformista.
Il metodo utilizzato per recuperare le annotazioni è stato ingegnoso. Con l'aiuto del dott. Graham Davis, specialista per l'imaging 3D a raggi X della Scuola di Odontoiatria della stessa Università, si sono prodotte due immagini differenti delle pagine della suddetta Bibbia. Utilizzando la lastra luminosa nell'esposizione lunga si ottenevano le annotazioni insieme al testo. Togliendola si otteneva il solo testo. Un software prodotto dallo stesso dott. Davis ha poi sottratto la seconda immagine dalla prima, ricavando chiaramente le sole annotazioni.
Il dott. Poleg ha poi ritrovato sulla Bibbia anche tracce successive a quell'epoca, come una transazione tra William Cheffyn di Calais, e James Elys Cutpurse di Londra. Il secondo avrebbe pagato 20 scellini al primo o sarebbe finito in galera a Marshalsea. Cutpurse, cioè tagliaborse, è il termine usato all'epoca per indicare i borseggiatori: James Elys fu poi impiccato a Tybourn nel Luglio del 1552.
Anche questa traccia è significativa. Tre anni dopo gli anni tumultuosi dal 1539 al 1549, la situazione era più certa: i monasteri erano dissolti, la liturgia latina divenne insignificante. La stessa Bibbia finì in mani laiche.
Link: AlphaGalileoEurekAlert! via Queen Mary, University of London


Di cosa era fatto il vellum del tredicesimo secolo?

23 - 24 Novembre 2015
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Di cosa erano fatte le Bibbie tascabili del tredicesimo secolo, con le loro pagine sottilissime? La questione è alla base di discussioni di lunga data sulla materia. Tradizionalmente si spiega che erano di vellum, o pergamena uterina: si tratterebbe di quella di prima qualità, ottenuta da vitelli nati morti o da feti. O perlomeno, l'utilizzo del termine latino abortivum avrebbe spinto alcuni studiosi a pensarla così. D'altra parte, si è obiettato che l'utilizzo esclusivo di animali non nati sarebbe stato assolutamente insostenibile dal punto di vista dell'allevamento e delle economie rurali, anche considerando la produzione su vasta scala di Bibbie all'epoca.
Una nuova ricerca, che ha estratto le proteine da 513 pergamene dell'epoca, è giunta a una conclusione diversa: le caratteristiche del vellum sarebbero state determinate soprattutto dalla tecnologia utilizzata. Non si tratterebbe perciò necessariamente di feti, e non vi sarebbero neppure prove relative ad altre specie come conigli o scoiattoli. Sono state invece ritrovate tracce che indicherebbero l'impiego di diverse specie di mammiferi: secondo le disponibilità locali, insomma. Ovviamente le pelli degli individui più giovani erano quelle ottimali, ma sarebbe stata soprattutto la tecnologia a conferire quindi la sottigliezza.
Lo studio è di interesse anche per i metodi di campionamento non invasivi che sono stati utilizzati. Si è utilizzata la carica elettrostatica prodotta strofinando gentilmente gomma per cancellare in PVC sulla membrana della pergamena, al fine di ricavare le proteine per l'esame. I 513 campioni provengono da 72 Bibbie tascabili dell'epoca e da altre 293 pergamene ulteriori, con uno spessore variabile da 0,03 a 0,28 mm.

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Israele: scoperta la Fortezza di Acra a Gerusalemme?

3 Novembre 2015
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È stata probabilmente scoperta la fortezza di Acra (o Akra, dal greco ἀκρόπολις), costruita dal sovrano Antioco IV Epifane dell'Impero Seleucide per controllare il Monte del Tempio a Gerusalemme. Così nell'annuncio dell'Autorità delle Antichità Israeliane.
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Della fortezza ci parlano anche la Bibbia, nel Primo Libro dei Maccabei (1 Maccabei 1:35 - 38), e Flavio Giuseppe (Antichità Giudaiche 12:252-253). La fortezza era vista come una spina nella carne della città. Qui avvenne un episodio importante nella Rivolta dei Maccabei, nel 167 a. C., che condusse alla fondazione della Dinastia degli Asmonei. Il luogo corrisponde a uno di quelli precedentemente proposti, e cioè il Parcheggio Givati a Gerusalemme. Si risolverebbe così uno dei più importanti enigmi dell'archeologia israeliana.
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A fornire un definitivo elemento di prova in tal senso è stato il ritrovamento, negli ultimi mesi, di impressionanti fortificazioni: una sezione di muro difensivo, una torre e un glacis (o spalto, un pendio artificiale della fortificazione, il cui fine è quello di esporre gli assalitori).
Presso il sito si sono ritrovate anche munizioni per fionda, punte di frecce in bronzo e pietre di balista, probabile resto della battaglia incorsa tra Maccabei e Milizie Seleucidi. Sulle armi era impresso un tridente, simbolo di Antioco IV Epifane. Ritrovati anche vasi per vino provenienti dall'Egeo.


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La peste è molto più antica di quanto ritenuto finora

22 Ottobre 2015

La peste negli umani è ‘due volte più antica’ ma non cominciò con la pulce come agente di trasmissione. Così rivela il DNA antico

Una nuova ricerca data la peste alla prima Età del Bronzo, mostrando che è stata endemica tra gli umani lungo l'Eurasia per millenni, ancor prima della prima epidemia globale registrata, e che la peste ancestrale mutò nella sua forma bubbonica, trasmessa dalle pulci, tra il secondo e il primo millennio a. C.

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Una nuova ricerca che ha utilizzato il DNA antico ha rivelato che la peste è stata endemica nelle popolazioni umane per più del doppio di quanto precedentemente ritenuto, e che la peste ancestrale si sarebbe diffusa prevalentemente col contatto da persona a persona – fino al verificarsi di mutazioni genetiche che permisero allo Yersinia pestis (Y. pestis), il batterio che causa la peste, di sopravvivere nella viscere delle pulci.
Queste mutazioni, che potrebbero essersi verificate attorno al volgere del primo millennio a. C., diedero vita alla forma bubbonica della peste, che si diffuse a una velocità terrificante attraverso le pulci – e di conseguenza i ratti – che la trasmettevano. La peste bubbonica causò le pandemie che decimarono popolazioni a livello globale, compresa la Peste Nera, che spazzò via metà della popolazione europea nel quattordicesimo secolo.

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Israele: un mosaico che ritrae la città egizia di Chortaso

29 - 30 Settembre 2015
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Un mosaico di 1500 anni fa, che ritrae una cartina di una città egizia con strade ed edifici, è stato ritrovato come pavimento di una chiesa bizantina nel Parco Industriale di Kiryat Gat, nel distretto meridionale di Israele.
Secondo le iscrizioni in Greco, la città egizia raffigurata sarebbe Chortaso (Kartasa o Qartassa), luogo di sepoltura del profeta Abacuc secondo la tradizione. Un'altra sezione del mosaico preservatasi ritrae invece animali: un gallo, uccelli e cervi. Tessere di diciassette colori furono impiegate.
Link: Israel Antiquities Authority; Science Daily via AFP; Archaeology.wiki; Live Science; HaaretzThe Jerusalem Post; The Jewish Press; Fox News.
Il distretto meridionale di Israele, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Israel location map.svg (by NordNordWest).)


Israele: scoperta a Modi'in la tomba dei Maccabei?

21 - 22 Settembre 2015
Stattler-Machabeusze
I Maccabei furono i leader ebrei che guidarono la rivolta contro l'Impero Seleucide, tra il 167 e il 160 a. C., giungendo alla fondazione di quella che diverrà poi la Dinastia degli Asmonei. A scatenare la rivolta, guidata da Mattatia (Matitiyahu o Matisyahu ben Yochanan HaCohen) coi suoi cinque figli, fu il rifiuto di venerare gli Dèi greci. Mattatia era un sacerdote, originario dell'antica città di Modi'in: la storia trova ampio rilievo nel Primo libro dei Maccabei, nella Bibbia.
Gli Archeologi israeliani stanno ora vagliando il sito di Horbat Ha-Gardi, a breve distanza dall'attuale Modi'in-Maccabim-Re'ut e dal villaggio arabo di al-Midya, in Cisgiordania. Il sito era già noto da 150 anni circa (e lo si riteneva il luogo della Tomba dei Maccabei), ma il ritrovamento di mosaici cristiani determinò l'interpretazione in tal senso da parte di Charles Clermont-Ganneau, pur senza escludere la possibilità di insediamenti ebraici più antichi sottostanti. D'altra parte, i Maccabei erano visti come santi dagli stessi Cristiani.
Nelle ultime settimane, un magnifico mausoleo (che si ritiene possa essere la Tomba dei Maccabei) è stato localizzato, oltre a cripte, enormi pilastri e un piazzale antistante la tomba e gli edifici correlati. Pur saccheggiati, a detta degli Archeologi sono luoghi impressionanti.
Link: Israel Antiquities Authority; Israel Ministry of Foreign Affairs; Arutz Sheva - Israel National News; The Japan Times via Associated Press; Art Daily via AFP; Live Science 1, 2.
Machabeusze (1844), di Wojciech Stattler (Od starożytności do współczesności - Malarstwo i rzeźba, Wydawnictwo Naukowe PWN S.A., Warszawa 2006, fot. S.Stachowski, Archiwum Ilustracji WN PWN SA WARNING: Painting was mirrored in PWN publication, confirmed by National Museum in Kraków worker by phone. A.J. 10:52, 22 December 2006 (UTC)), da WikipediaPubblico Dominio, caricata da Ejdzej.