straniera Claudia Durastanti

Straniera ovunque, novunque

L’altro giorno, mentre alla stazione Termini stavo aspettando uno degli innumerevoli treni su cui dovrò salire questo mese, una signora mi si avvicina e, in un inglese molto stentato, mi chiede se quello fosse il treno diretto ad Orbetello. Rispondo di sì, e la signora mi risponde con un sentito grazie, in italiano, come se le avessi rivelato uno dei Segreti di Fatima. Allora, chiama a sé i suoi tre bambini, mi guarda e mi dice, in un italiano altrettanto stentato: “brutto essere stranieri qui, nessuno risponde. Scusa per mio italiano!”

Le ho sorriso e, dopo averle risposto che ho capito benissimo quello che mi ha detto in italiano, le ho chiesto scusa a nome di tutte quelle persone che non si sono fermate per perdere trenta secondi per darle conferma che quello fosse il treno per Orbetello.

Quindi salgo sul treno, mi siedo e prendo il libro di Claudia Durastanti, La Straniera, dal mio zaino per leggere le ultime pagine. Confesso di averlo letto tutto d’un fiato. Non stupisce affatto che questo libro sia rientrato tra i finalisti del Premio Strega 2019.

Questo mese, una lettura del genere ci voleva proprio: la protagonista di questo libro, infatti, si pone tantissimi degli interrogativi che mi pongo io in questo periodo. Durante le mie continue peregrinazioni di questi giorni, infatti, mi sento più straniera che mai, anche se mi sono allontanata relativamente poco dalla mia terra di origine, la Sicilia. Leggere dei continui viaggi e spostamenti dell’autrice di questo splendido libro, edito da La nave di Teseo (pp. 285, € 18,00), non solo mi aiuta a riflettere, ma mi fa sentire molto meno sola.

In fondo, almeno una volta nella nostra vita ci sentiamo tutti stranieri. Stranieri in un paese diverso dal nostro, stranieri nei confronti di persone che, seppur nostri conterranei, scelgono esperienze totalmente diverse dalle nostre. E non capita, talvolta, di sentirsi stranieri in famiglia, perché non capiti o forse non sempre accettati? Ed è per questo, quindi, che, come la protagonista de La Straniera, cerchiamo di mettere radici in altri luoghi… Dovunque, in nessun posto… “novunque”.

Negli anni dopo il divorzio, mia madre ha continuato a camminare e a scappare, a volte prendendomi in ostaggio. Invece di mandarmi a scuola durante la stagione primaverile mi faceva indossare una tuta acetata, metteva delle caramelle nel marsupio e mi costringeva a seguirla a piedi da un paese all’altro. Io andavo, camminavo senza prenderla per mano con il fiato rotto e le scarpe da ginnastica immerse negli stagni pronta a schiacciare i girini, tiravamo avanti per otto ore prima di fare marcia indietro. Serviva a lei stare là fuori, non a me, ma io camminavo lo stesso”.

Non smette mai di camminare - per fortuna - la protagonista di questo romanzo, sia per le vie di piccoli paesini della Basilicata, sia in America, dove si trova a dover vivere per certi periodi della sua vita. Nonostante le avversità che le riserva la vita, non si arrende ed è grazie alla letteratura, ad altri viaggi (che la ragazza può intraprendere grazie ai suoi libri) che non perde mai la curiosità, il desiderio di sapere e di conoscere nuove persone e luoghi.

L’autrice del romanzo, attraverso la sua protagonista, è capace di affrontare il tema della sordità di entrambi i genitori di quest’ultima in maniera mai banale. Non si ha l’impressione di leggere delle (dis)avventure di due persone disabili, tutt’altro. Con estrema abilità, la Durastanti non trasforma l’adolescenza ed il turbolento matrimonio di quella coppia nel solito triste e melodrammatico cliché, ma parla della disabilità se non come una delle caratteristiche fisiche di quell’uomo e quella donna che forse non si sono neanche amati davvero, ma solo perché avevano entrambi quella caratteristica fisica e si sa che “la somiglianza viene prima di tutto”, in fondo.

Quindi, forse, si sono scelti perché con qualche altra persona, probabilmente, si sarebbero sentiti esclusivamente degli estranei, degli stranieri. Anche la disabilità, nonostante si sia nel 2020, purtroppo ti rende diverso. O forse, sono semplicemente gli occhi delle persone che lo fanno.

L’autrice decide di non raccontare gli eventi della protagonista e della sua famiglia, in particolare modo della madre, con la quale non ha di certo il classico rapporto madre-figlia, in ordine cronologico. Come se volesse farci cogliere quanto l’animo della protagonista stessa dovesse sentirsi frastagliato in quel turbinio di situazioni, di eventi, di viaggi e di emozioni; non ci fornisce un elenco di eventi preconfezionato, deve essere il lettore a ricomporre quelle vicende, a trovare un ordine dove, probabilmente, regna solo un po’ di caos.

Caos non riprodotto a livello lessicale. L’autrice, con scelte lessicali apparentemente semplici, ma curate, riesce a coinvolgere il lettore dalla prima all’ultima parola, e riesce a trasportare nelle “stranezze” del mondo della protagonista. Del resto, non tutte le emozioni, non tutti i sentimenti possono essere espressi con le parole. A volte, il linguaggio potrebbe rivelarsi una trappola, una catena da cui è difficile liberarsi. Se ci si ferma un secondo a pensare, non riusciamo quasi mai ad esprimere i nostri momenti più belli o più brutti con delle semplici, banali, parole.

E allora come fa il linguaggio burocratico a svincolare quello che il linguaggio amoroso non ha mai legato?” si chiede la protagonista, a proposito del divorzio dei genitori.

Come avrà fatto, la figlia di due genitori sordi, ad esprimersi in modo “adeguato” alla società?

Più i nostri genitori parlavano in maniera volgare e volutamente fastidiosa, più noi eravamo precisi, convinti che essere corretti nel lessico, avrebbe implicato essere corretti anche nella vita, finalmente liberi dalle loro stranezze.”

La Durastanti, con queste parole, offre un importantissimo spunto di riflessione. Chi parla in maniera “diversa”, è straniero, estraneo, un po’ strano.

Per non sentirci così diversi, quindi, cerchiamo di parlare “meglio”, di fare sparire delle caratteristiche fonologiche dialettali ed avvicinarci ad un uso della lingua più “standard”, dimenticando che così facendo, molto spesso, si perdono dei piccoli pezzettini di quelle che sono le nostre radici.

Emigrare non significa forse “convivere con tutti questi se del sé, sperando che nessuno prenda il sopravvento sull’altro”?

straniera Claudia Durastanti
Copertina del romanzo La straniera di Claudia Durastanti, edizione La nave di Teseo

 

Foto di Marika Strano, ove non indicato diversamente.


Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba

Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba
Letteratura al femminile, una realtà non solo bizantina

La Graphe.IT si è distinta recentemente per la cura che dedica alle sue collane saggistiche, in particolare quella dedicata ai grandi protagonisti delle imprese belliche medievali e non (I Condottieri), e al titolo che oggi ho il piacere di presentare: Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba.

Il testo della professoressa Svetlana Tomin è volto a colmare diverse lacune nell'ambito accademico e divulgativo. In primis in Italia uno studio scientifico sul mondo culturale serbo è quasi del tutto assente, se escludiamo alcune pubblicazioni specialistiche e pressoché escluse dal circuito delle librerie. Inoltre, per una contingenza storico-culturale è opportuno - oltre che interessante - (ri)scoprire l'importanza delle figure femminili in seno alle corti ortodosse-slave, così da ridimensionare il monopolio letterario delle aristocratiche romane dell'Impero Romano d'Oriente.

Sono stati dedicati diversi studi al medioevo “bizantino” e alle opere nate in questo contesto da mano femminile, in particolare l'attenzione si è soffermata spesso su Casia (IX° secolo) e la principessa Anna Comnena (XI°- XII° secolo). Giudicando quest'ultime con un'ottica contemporanea, ovvero con una griglia di valori socio-morali figli del nostro pensiero, le figure sopracitate ci sembreranno pallide rappresentati del genere femminile poiché spesso incarnano valori materni, domestici e religiosi. Questa inclinazione è ovviamente sbagliata se non dannosa, le aristocratiche bizantine oltre ad essere delle avvenenti dame di corte detengono anche il massimo livello di istruzione possibile ai tempi, la loro formazione culturale veniva perennemente sostenuta dagli insegnamenti e dalle lezioni di maestri, monaci e tutori di livello.

Ciò è evidente nella Alessiade della principessa Anna Comnena (cfr. Anna la poetessa, Jaca Book), in cui viene celebrato in chiave epica il padre-imperatore, Alessio I Comneno. In questo testo sembra essere lontano e addirittura destrutturato le stereotipo della donna dedita alle letture agiografiche e alle sacre scritture, e anzi tra le righe appare una donna forte e caparbia, capace di riflettere sulle aspre realtà storico-culturali del tempo e sulla situazione geopolitica coeva alla sua vita, ovvero il complicato scacchiere della Terra Santa ai tempi della prima spedizione crociata.

Anna è una figura atipica, capace di giudicare una donna forte solo se in lei sono assenti le tipiche caratteristiche del gentil sesso (delicatezza, pietà, amore materno, dedizione etc etc), de facto l'Alessiade è un poema infuocato e guerresco figlio di un buio momento della aspra vita di Anna Comnena costretta a pagare con l'esilio in un monastero il suo tradimento contro il nuovo imperatore Giovanni I. In questa occasione sembrò proprio lei una delle figure più controverse ad organizzare la congiura, tant'è che suo marito Niceforo Briennio abbandonò le torbide manovre di deposizione e Anna esclamò “La Natura ha sbagliato i nostri sessi: avrebbe dovuto essere lui la donna”. Con questa breve panoramica ci rendiamo conto quanto nel mondo bizantino fosse importante il ruolo della donna all'interno del palazzo e della corte imperiale, non mancarono infatti altre letterate e abili politiche che si sobbarcarono numerose sfide come l'imperatrice Irene.

In egual mondo anche il mondo serbo presentò altrettante figure femminili di spicco: del resto era una della realtà politiche nell'orbita della cultura e del potere dell'Impero Romano d'Oriente e tali rapporti erano cementificati dalla comune religione ortodossa. In questo senso il mondo balcanico-carpatico si sentì sempre un figlio (a volte illegittimo) dell'aurea imperiale romana come del resto fecero la 'Rus e Kiev, al punto di vedere in questi regni una Terza Roma (Roma, Bisanzio, Mosca). I rapporti geo-politici tra gli stati slavi e Costantinopoli furono sempre altalenanti a causa di scaramucce, invasioni e periodi di pace. L'Impero Romano d'Oriente fu sempre attaccato verso i suoi confini, specialmente in Oriente da quando la sconfitta di Manzikert del 1071 sancì lo sgretolamento del potere romano in Anatolia e poi l'occupazione medio-orientale del Libano, delle terre di Canaan e della Siria per mano di crociati e selgiuchidi li scacciò dal quel prezioso quadrante. Per rimpinguare le casse e recuperare onore, gloria e terra Costantinopoli cercò di rintuzzare le scorrerie serbo-bulgare e albanesi e di ripagare gli invasori con altrettante razzie.

Questo è il mondo in cui le donne delle corti serbe furono allevate, ascoltando i racconti di gesta dai loro padri o tutori e imparando le preghiere e i precetti religiosi dalle loro nonne o monache di corte.
C'è da precisare che al pari del mondo bizantino, anche il regno serbo era di stampo cavalleresco e fomentato dai romanzi eroici. In particolare, la Serbia medievale fu pesantemente vessata dai nemici ottomani che invasero i suoi territori e ciò comportò una travolgente carrellata di cambiamenti. Per arginare lo strapotere turco, gli zar serbi e bosniaci misero insieme una coalizione e mobilitarono un esercito dalle notevoli dimensioni.

A fronteggiare il sultano Murad I ci furono diversi nobili condottieri dello scacchiere balcanico tra cui il Knez Lazar Hrebeljanović, Vuk Branković e Vlatko Vuković. Nella battaglia del Campo dei Merli (Kosovo Polje) del 1389, il fiore della nobiltà serba fu violentemente calpestato dallo stivale del neo sultano Bayazid il Fulmine che vinse repentinamente la battaglia e disgregò l'armata dei cavalieri crociati. Sul campo di battaglia morì anche il re-paladino Lazar Hrebeljanović, sancendo la disgregazione della potenza serba sul territorio e sconquassando gli equilibri tra Croazia, Montenegro, Albania, Bulgaria e la stessa Costantinopoli.

La sconfitta del 1389 scosse il mondo slavo-bizantino non solo sul piano politico militare ma anche su quello ideologico e poetico, se la “nobile sconfitta” dei cavalieri crociati ispirò numerosi componimenti epici allo stesso modo provocò un profondo trauma nel modus vivendi della nobiltà serba; tale sconfitta a favore degli infedeli sanciva la debolezza dell'arma medievale per eccellenza, ovvero la cavalleria medievale. Sul finire del XIV° secolo il cavaliere dei Balcani riflette sull'inefficienza della cavalleria e sul confusionario orgoglio che porta a una carica disperata e inutile; Kosovo Polje come la battaglia di Crécy del 1346, segna il tramonto della cavalleria medievale ma non arresta completamente il fervore crociato.

Milica di Serbia in un affresco dal Monastero di Ljubostinja, vicino Trstenik in Serbia. Opera di pittore serbo del XV° secolo, immagine in pubblico dominio

Bisogna tornare sull'armatura infangata e macchiata di sangue di Lazar Hrebeljanović per continuare a parlare di letteratura femminile serba, sarà la moglie del deceduto re serbo, Milica Nemanjić Hrebeljanović, a prendere le redini di un regno sull'orlo della distruzione. La capacità di Milica di districarsi tra le insidie degli Ottomani e le pressioni degli Ungheresi le conferisce subito un'aurea di pragmatica competenza politica che si traduce anche nel dare sua figlia Mileva in sposa al sultano vincitore Bayazid.

Del resto combattere era inutile, visto che l'esercito era stato letteralmente annientato dagli infedeli. Secondo la professoressa Tomin, Milica e Lazar simboleggiarono anche i due mondi del maschile e del femminile del Medioevo, da un lato il pater-dux artefice della gloria e della disfatta dei propri sudditi, su un altro piano la mater protettrice della vita e del focolare domestico. Analisi perfetta in questo caso.

Milica governò con saggezza e senso della misura e risollevò l'economia del regno stabilendo floridi legami con Ragusa e gli stati limitrofi, anche quando suo figlio Stefan divenne il sovrano legittimo lei continuò a dipanare i suoi ordini da dietro le quinte e garantì alla Serbia un periodo di tranquillità e ripresa. Inoltre fu una fervida religiosa che adempì ai suoi doveri di perfetta nobile cristiana, finanziando la costruzione di monasteri e sostenendo le opere pie. Inoltre fornì alle strutture ecclesiastiche diversi volumi e opere agiografiche. L'amore per i libri, la religione e la letteratura fu ereditato da sua figlia Jelena Balšić.

Jelena Balšić
Car Lazar i njegova porodica ("Lo Tsar Lazaro e la sua famiglia"), riproduzione di data ignota di una litografia datata al 1860, opera di Pavle Čortanović. Jelena Balšić è nel gruppo sulla sinistra, al centro, coi capelli scuri. Immagine in pubblico dominio

Sciorinare tutta la vita e la carriera di Jelena Balšić è certamente compito del libro analizzato in questa sede e non mio, perciò credo sia più consono limitarmi a citare alcune delle opere più interessanti della principessa e regnante serba Jelena Balšić.

Il manoscritto di Gorica fu scoperto nel 1902 nella capitale macedone Skopje da Svetozar Tomić e rappresenta uno dei testi più significativi per conoscere la regina serba, infatti è anche una fonte per apprendere i gusti letterari di Jelena Balšić. Il manoscritto è anche uno dei più importanti componimenti della Zeta medievale, ovvero l'odierno Montenegro e simboleggia l'importanza della religione ortodossa-bizantina nelle terre slave. Il testo fu scritto dalla mano del padre spirituale di Jelena ovvero Nikon il Gerosolomitano, in lingua servo-slava e con l'ortografia di Resava (semionciale corsivo).

Il testo, suddiviso in tre macro-parti, è una raccolta di epistole che furono scambiate tra Nikon e la sua regina Jelena e trattano i più disparati argomenti: dalla storia delle chiese e degli eremi di Gerusalemme alla geografia, per passare alla cosmografia o alle appassionate agiografie, fino alla geometria o allo studio delle regole monastiche. Perciò Il manoscritto di Gorica rientra nella nomenclatura dei codici medievali di natura miscellanea e enciclopedica.

Lo studio di questa forte regnante è affascinante perché ci porta a debellare i pallidi cliché che ancora ristagnano nei libri di storia, dove le figure femminili di questo livello sono occultate o deliberatamente snobbate. Infatti Jelena Balšić non fu solamente un'abile scrittrice e devota studiosa, ma riuscì con il suo carisma e la sua mente a influenzare l'intero mondo slavo, fino a trasmettere le sue volontà all'indipendente Ragusa; per alcuni momenti fu nel mirino degli Ottomani perché troppo “ribelle”.

Lo studio di questo saggio permette di conoscere il meraviglioso mondo slavo-ortodosso in tutte le sue implicazioni storiche, militari e culturali. Svolge così un ruolo di spartiacque tra la predominanza della cultura romano orientale e l'oblio per gli studi serbi: tale risultato è splendido e si concretizza nell'analisi storico letteraria di tutte le donne che hanno plasmato la forza culturale della Serbia.

Jelena Balšić
Copertina del libro Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba, edito da Graphe.IT

Fabbricanti d'oro di Gustav Meyrink: misteri alchemici tra le pagine della storia

Fabbricanti d'oro di Gustav Meyrink
Misteri alchemici tra le pagine della storia

L'opera di Gustav Meyrink (1868 – 1932) è tornata ultimamente nelle proposte delle case editrici specializzate nelle pubblicazioni più originali e intriganti, dopo una notevole edizione illustrata Hugo Steiner Prag de Il Golem da parte di Tre Editori e quella più anonima della collana Gotica della Skira, che purtroppo non presenta nessun apparato critico o profilo bio-bibliografico. Come ha scritto Cesare Buttaboni in Versacrum, anche le edizioni Theoria hanno proposto un altro lavoro dell'autore austriaco, ovvero La casa dell'alchimista: si tratta di un testo davvero piacevole da leggere. A conti fatti, il famoso scrittore esoterista è ancora un mistero da dipanare e scoprire, nonostante sia stato pubblicato anche da grandi editori come Bompiani e Adelphi. Sicuramente l'operazione portata dignitosamente avanti dalle Edizioni Studio Tesi è un nuovo tassello che si aggiunge agli elementi chiave per godere pienamente dell'opus di Meyrink.

Fabbricanti d'oro di Gustav Meyrink è un testo che va a colmare un'imperdonabile lacuna all'interno del panorama editoriale italiano ed è curato magnificamente sotto ogni aspetto. Il volume è tradotto dall'irriducibile Vittorio Fincati ed è introdotto dalla penna del maestro Gianfranco de Turris, che ripercorre i precedenti esempi dei meyrinkiani Julius Evola e Elémire Zolla, in quanto studiosi ovviamente e non detentori di qualsivoglia ideologia.
Il successo dell'autore è principalmente merito del romanzo Il Golem, ma anche dei testi Il Volto Verde, La Notte di Valpurga (Edizioni Studio Tesi), Il Domenicano Bianco e L'angelo della finestra d'occidente. La vita di Meyrink fu spesso sconquassata dai numerosi lavori intrapresi, dalle variegata passioni e dagli studi più disparati. Fu banchiere, traduttore - oltre che scrittore - e non da ultimo, fervente esoterista. Un episodio chiave della vita dell'autore è narrato nel breve scritto autobiografico Il mio risveglio alla veggenza, dove l'autore confessa di volersi suicidare con un colpo di pistola in seguito a una dolorosa vicenda d'amore, ma all'improvviso un opuscolo libresco scivola sotto la porta e “illumina” Meyrink sulle materie occulte, religiose e misteriche. Al tal punto che rinuncia ai suoi propositi suicidi.

Gustav Meyrink, foto di sconosciuto in pubblico dominio

L'austriaco è uno dei più grandi intellettuali del paese e si contraddistingue per i suoi testi riccamente ornati da tematiche spiritiche, religiose (non meramente cristiane), occulte, esoteriste. Non sono lavori banalmente “fantastici”, volti a incuriosire il lettore generalista del suo tempo per impressionarlo, ma dei veri spaccati che si affacciano sul mondo nascosto sotto il velo dell'ignoranza “realista”. Ovviamente Meyrink può anche essere letto senza voler intraprendere un cammino iniziatico, perché in lui sono connotate una meravigliosa cultura enciclopedica, la capacità di dipingere contesti storico-magici con una lucidità incredibile e la forza di evocare elementi soprannaturali e onirici con sapiente equilibrio. Senza mai eccedere nei cliché o nei meccanismi macchiettistici delle storie di fantasmi o dei gothic novels di serie B.

Pubblicato nel 1925, Fabbricanti d'oro (Goldmachergeschichten) è un testo che propone tre racconti incasellati in precisi momenti storici a cui l'autore dedica parecchio studio: infatti Meyrink si documentò parecchio per scrivere questi gioielli letterari, finora inediti in Italia. L'esposizione dell'austriaco è quindi in equilibrio tra la fiction e la cronica storica, e presenta un gradevole registro, che permette di leggere i suoi racconti come se fossero opere del tutto diverse: l'appassionante e misteriosa storia di un alchimista o la curiosa vicenda storica di un individuo alle prese con bizzarri esperimenti.

Jan Matejko, l'alchimista Sendivogius (1867). Immagine in pubblico dominio

Come si può immaginare, l'ambientazione cinquecentesca e seicentesca delle corti europee è curata con perizia e sagacia e catapulta il lettore nel sofisticato mondo dell'Europa nobiliare, come se fosse una docufiction. Se nei precedenti lavori Gustav Meyrink è molto più restio a descrivere le oscure pratiche alchemiche dei suoi protagonisti, al contrario nei racconti di Laskaris, Sendivogius e Sehfeld è molto più meticoloso e diretto e ci fa capire che il compito degli “adepti” è quello di raggiungere una realtà superiore. La lettura del presente testo non è un invito all'esoterismo, bensì alla riflessione profonda e interiore dell'uomo, una proposta di auto-indagine della verità che vige nei nostri tempi. Del resto è del tutto esatta la frase dell'alchimista Laskaris “La verità è diversa a seconda di chi la guarda” (p. 230). Siamo noi lettori a usare i propri filtri per comprendere cosa si cela dentro di noi, intorno a noi e sopra di noi. Meyrink non fa altro che invitarci a questa riflessione e questo è sicuramente il suo più grande merito.

Fabbricanti oro Gustav Meyrink
La copertina di Fabbricanti d'oro. Storie di alchimisti di Gustav Meyrink, Edizioni Studio Tesi

Fabrizio Pasanisi ci accompagna nella Dublino di James Joyce

Come potrebbe esistere Joyce senza Dublino, e, oggi, come potrebbe esistere Dublino senza Joyce?”

È con questo punto interrogativo con cui Fabrizio Pasanisi decide di aprire il suo libro, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore, edito da Giulio Perrone Editore (pp. 204, €15,00).

Al liceo o alla scuola superiore, se non anche all’università, ci hanno spiegato che uno dei cardini fondamentali della produzione letteraria di Joyce è proprio il rapporto con la sua terra, l’Irlanda, è quell’odi et amo che lo scrittore prova nei confronti della sua isola a dare vita alle sue opere, tanto amate, ma al tempo stesso anche odiate, perché non sempre comprese, dagli studenti.

Perché dovrei studiare Joyce?”

Cosa mi importa del suo rapporto con l’Irlanda?”

Alzate la mano se non ve lo siete mai chiesti almeno una volta, a scuola o in un’aula universitaria.

Ebbene, Pasanisi sembra rispondere in maniera chiara, ma esaustiva, alle nostre domande:

Joyce, come chiarito in una lettera, intendeva raccontare non come si viva a Dublino, ma come viviamo, noi tutti e dovunque, come sono fatti gli esseri umani e quali siano i loro caratteri, loro storie.”

Quindi non è solo un viaggio, un errare di carattere fisico tra le vie di Dublino per noi ed il nostro autore: il tutto si traduce in un errare della nostra mente che deve perdersi un po’ per potersi ritrovare tra le righe delle opere di Joyce.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Infatti, come ci spiega bene Pasanisi, per Joyce “la letteratura non serve a rassicurare, distrarre, o almeno non serve solo a questo.La letteratura può diventare enciclopedia, dove ogni sapere si mischia, e può diventare specchio in cui ognuno può ritrovarsi, scoprendo persino come funziona il proprio corpo.”

Nel libro dello scrittore napoletano non troviamo semplicemente un macchinoso riassunto della vita e delle opere di Joyce, ma abbiamo un quadro completo degli itinerari che Joyce compie nella sua Dublino durante i primi 22 anni vissuti nella capitale irlandese, dalla nascita all’”esilio forzato”, cominciato il 10 ottobre del 1904.

Pasanisi, nella prima parte del libro, quella dedicata proprio agli anni di Dublino, passa in rassegna tutti gli spostamenti ed i cambi di residenza che James, sin dai primi anni della sua infanzia, fu costretto a compiere per colpa delle ristrettezze economiche che colpirono la famiglia, anche in seguito alla perdita del lavoro come esattore fiscale da parte del padre, persona certo non incline al risparmio e ad una vita opulenta.

I continui cambi di casa non sono, per il nostro giovane James, l’unica occasione per girare quella che da lui veniva considerata la “mia cara, sporca Dublino”: o da solo, o con il caro fratello Stanislaus o con la giovane Nora, altro punto di riferimento fondamentale per Joyce, egli non faceva altro che trarre spunto e ispirazione dalle quelle strade, da quei luoghi, da cui nasceranno capolavori come Gente di Dublino, Un ritratto dell’artista da giovane, Ulisse e Finnegans Wake.

Nella seconda parte del libro, dedicata alla Dublino dei libri di James Joyce, Pasanisi ci parla di quali itinerari compiono, questa volta, i personaggi delle opere di Joyce.

L’autore parte dai primi esperimenti narrativi dello scrittore irlandese, le Epifanie e le poesie, per arrivare a tracciare una mappa dei luoghi percorsi dai protagonisti di Gente di Dublino, opera che “ritrae la classe sociale più vicina al giovane, quella della borghesia povera, fatta di insegnanti o piccoli commercianti, oltre alle tante figure del popolo.”

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Pasanisi parte da Great Britain Street, con il racconto Sorelle, per concludere il suo itinerario ad Usher’s Island, sfondo de I morti, dove Dublino “È ancora una città del passato, dove” le carrozze rimangono il mezzo di trasporto, “scomode e gelate, anche nella parte protetta destinata ai clienti.”

Il ponte James Joyce sul fiume Liffey ad Usher's Island. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Il libro di Pasanisi diventa un’ottima guida per il lettore, soprattutto per chi è alle prime armi con uno scrittore del calibro di Joyce, quando l’autore ripercorre i passi di Leopold Bloom, protagonista dell’Ulisse.

Il James Joyce Museum con la Torre Martello a Sandycove. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

In quel 16 giugno 1904 in cui l’opera si svolge, dalle otto di mattina e le prime ore del giorno successivo, cioè in quella stessa data in cui Jensen ora passeggiarono per la prima volta insieme, la fantasia si mischia alla testimonianza biografica, il sapere alla semplice osservazione, i personaggi che affollano la narrazione sono frutto di invenzione o di trasposizione, dalla vita alla pagina. Tutto è citazione, riferimento, simbolo.”

Usher's Quay a Dublino. Foto di Giuseppe Milo (Pixael), CC BY

L’autore napoletano decide di far terminare il nostro viaggio tra le pagine di Finnegans Wake, dove chi ha il coraggio di intraprendere questo folle percorso non fa altro che perdersi tra le righe di quelle non-parole di una non-lingua (che sembra racchiudere tutte le lingue del mondo) per ritrovarsi, forse ancor più smarrito di prima, tra le vie di quella amata e odiata Dublino, dalla quale Joyce non sembra mai essersi allontanato.

Fabrizio Pasanisi A Dublino con James Joyce
Copertina del libro di Fabrizio Pasanisi, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore

"Riti Notturni" di Colin Wilson: ritorno a Whitechapel

Ho conosciuto la Carbonio Editore proprio nel corso del 2019 grazie al volume I Poteri delle Tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato. Un testo fondamentale per approfondire il capolavoro gotico di Stoker e che assume una nuova veste grazie alla traduzione dall'inglese all'islandese di Valdimar Ásmundsson, il quale plasmò il romanzo Dracula in una maniera del tutto inaspettata sancendo di fatto un romanzo diverso dall'originale. Il volume in questione mi colpì molto, non solo per la cura editoriale del “prodotto”, ma per la ricchezza dell'apparato critico del ricercatore e curatore Hans Corneel de Ross, in sintesi un romanzo-saggio brillante e coinvolgente. L'incontro con Carbonio Editore fu più dei rosei quindi e oggi non posso non parlarvi dell'ultima novità sfornata da questa meritevole casa editrice.

Riti Notturni (1960) è il volume che inaugura la Gerard Sorme's Trilogy, serie di romanzi fondamentali all'interno dell'opera di Colin Wilson (1931-2013), autore dai mille interessi e che padroneggiò diversi stili narrativi e generi. Già nell'Outsider, saggio scritto da giovanissimo nel 1954 (pubblicato nel 1956) tra i saloni del British Museum e quasi in contemporanea con Riti Notturni, dimostra la sua capacità nel navigare nei mari più perigliosi della fantascienza, del thriller noir, degli scritti esoterici o del fantastico classico, riuscendo a tratteggiare la figura dell'outsider. L'outsider è quell'individuo che si avventura nei reami della psiche, noncurante delle convinzioni sociali: un vero psiconauta della ragione e dell'irrazionalità. La sua esplorazione porta una presa di coscienza della libertà individuale dell'essere umano e smaschera il velo che occulta la realtà stabilendo che esistono other worlds oltre i banali precetti contemporanei; l'outsider è colui “che vede troppo e troppo lontano”.

Così anche in Riti Notturni i protagonisti sono degli outsider che spiccano, con macabra raffinatezza, tra gli anonimi attori passivi della Londra degli anni '60 e fin troppi immersi nella quotidianità borghese della società britannica. A Wilson interessano gli esclusi, coloro che parlano un linguaggio comprensibile a pochi, i poeti che si perdono ai margini dei libri o gli artisti che affogano tra le dolci e tetre pennellate e gli assassini profeti di forze apocalittiche. Come disse Nietzsche “Le cose grandi ai grandi, gli abissi ai profondi, le finezze ai sottili e le rarità ai rari.”

Gerard Sorme è il “protagonista” di questo thriller metafisico dalla potenza offuscante, un intellettuale che ambisce a diventare uno scrittore ma che ristagna nel sottobosco dell'indifferenza londinese. Ovvero un alter ego dello stesso Colin Wilson, figura della letteratura underground che specula sulla voluttuosità creativa della morte e della violenza.

De facto, Gerard è sedotto dalle morti che scuotono la tranquillità della capitale inglese, poiché risvegliano la pallida coscienza ibernata degli abitanti. Una coscienza che rivive gli incubi di Jack lo Squartatore, celebre serial killer che disseminò cadaveri per le strade del quartiere Whitechapel, lo stesso nel quale sono realizzati questi nuovi barbari omicidi. Wilson/Sorme metabolizza nella barbarie una nuova forma d'arte, la furia omicida diventa una tela da analizzare per carpirne i più reconditi segreti, il sangue è la nuova ambrosia di cui si nutrono gli dèi moderni.

Ma la curiosità di Sorme non è meramente alimentata dalle notizie vociferate dai passanti o lette di sfuggita dai giornali, ma è fomentata dalla suadente figura di Austin Nunne. Ricco dandy omosessuale, scrittore a tempo perso, critico d'arte, cultore musicale e del balletto, nonché famigerato amante dagli smodati appetiti sessuali; le parole per descrivere Austin Nunne sono troppe e probabilmente in nessun dizionario di tutte le lingue del mondo esiste un vocabolo consono a descrivere il nuovo amico di Gerard Sorme, completamente ammaliato dal carisma magnetico e misterioso dell'aristocratico gay.

Riti Notturni si sviluppa tra le case di Londra, i vicoli grondanti di sangue, le sale da tè e i locali dove gli alcolici scorrono come fiumi. Il mondo è un palcoscenico che mette in atto il dramma di un nuovo Jack lo Squartatore, rabbioso artista del coltello che si esibisce per i pochi eletti in grado di capirlo, sgominarlo e forse aiutarlo?

Colin Wilson nel 1984. Foto di Tom Ordelman, CC BY-SA 3.0

Con una scrittura sopraffina Colin Wilson abbozza un'Inghilterra disillusa, che ha da poco iniziato a suturare le ferite del secondo conflitto mondiale. Dipinge crudeli protagonisti in bilico tra il Paradiso Perduto di Milton e le illustrazioni di William Blake, facendo esasperare il lettore fino alla domanda finale: sto con il mostro di Whitechapel o con le belve di questo mondo che cade a pezzi?

Dopo Un dubbio necessario e La gabbia di vetro (altri romanzi di Wilson che ho apprezzato enormemente) Riti Notturni è l'ennesimo romanzo wilsoniano che si erge a Necronomicon inglese, manuale occulto per evocare le turbe più grottesche dell'animo umano. Ma tra queste tinte fosche e laceranti non bisogna pensare che il romanzo sia una vuota sequenza di scene sessuali o omicidi, bensì è il lato psicologico a risaltare, è l'indagine para-psichica a costruire un ponte tra il carnefice, la vittima e gli outsider che ambiscono a comprendere cosa si cela sotto il sangue degli innocenti. Nascono dubbi, ansie, domande irrisolte e alla fine si volta l'ultima pagina con la consapevolezza che c'è bisogno di rileggere il romanzo. Perché l'ultimo carattere stampato non è mai la fine, perché le chiavi di lettura sono molteplici e i mister di Whitechapel infiniti.

Riti Notturni Colin Wilson
La copertina di Riti Notturni di Colin Wilson, nell'edizione Carbonio Editore

Gioielli da riscoprire: "Resta con me" di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

Inizierei il 2020 con una puntata della rubrica “gioielli da riscoprire”. Ma questa volta non si tratta del caso eclatante di un autore best-seller, alla stregua del mio solito amato Sebastian Faulks. Il romanzo in questione è l’opera prima della scrittrice nigeriana Ayọ̀bámi Adébáyọ̀, pubblicata in inglese nel 2017 con il titolo Stay with me e tradotta nel 2018 in italiano come Resta con me da Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, per La Nave di Teseo.

Ayọ̀bámi Adébáyọ̀ non deve la sua fortuna di esordiente al caso: prima di lanciarsi nella scrittura di un romanzo, ha studiato con personaggi di spicco del panorama letterario nigeriano e internazionale, tra cui merita una menzione Margaret Atwood. Il successo di Stay with me ha confermato le aspettative che gli esordi promettenti della giovane scrittrice (premi di poesia, scholarship per studi in scrittura creativa) avevano creato, e all’immediato successo di pubblico si è presto affiancato quello di critica, specialmente nel Regno Unito, con le nomination per il Wellcome Book Prize, ma soprattutto per il prestigioso Baileys Women's Prize for Fiction. La meritoria traduzione italiana del 2018, però, forse a causa di un clima politico e culturale in cui scritture non prettamente occidentali rischiano - ahinoi - di attirare meno lettori, non sembra aver avuto sufficiente eco mediatica, e, pertanto, a distanza di due anni dalla sua pubblicazione, vale la pena parlarne ancora.

https://soundcloud.com/penguin-audio/stay-with-me-by-ayobami

Gli ingredienti per un successo ci sono tutti. La trama non solo è accattivante, ma soprattutto si presta a sentimenti di empatia da parte dei lettori, e delle lettrici in particolare: nella Nigeria degli anni '80, attraverso una storia che giunge sino al 2008, una coppia felicemente sposata, composta da Akin e Yejide, marito e moglie, e convintamente votata alla monogamia, non riesce ad avere figli; la famiglia di lui, preoccupata per la successione, impone al figlio un secondo matrimonio poligamo – e subordinato al primo – ma anch’esso infruttuoso, non solo sul piano della fecondità, ma, prevedibilmente, anche su quello affettivo.

La prima moglie, la vera protagonista del romanzo, tramite l’inaspettata (e a lei perfino ignota) complicità del marito, riuscirà a trovare una dolorosa soluzione al problema dell’infertilità che sembra affliggere la coppia.

A dolore si sommerà dolore: tutti i bambini che Yejide riesce a concepire e dare alla luce tramite inconscio inganno soffrono di una rara malattia genetica, alla quale è difficile sopravvivere. Alla sofferenza di una moglie e di un marito, si aggiunge, dunque, quella di una madre e di un padre. Ma dire di più sulla trama significherebbe rivelare troppo, e la suspense è decisamente uno dei tratti stilistici salienti di questo libro, per cui meglio tacere su ulteriori dettagli.

La trama appare semplice, eppure gli occhi del lettore non riescono a staccarsi dall’intreccio. Resta con me è il tipico libro che si lascia divorare in una notte. La tecnica narrativa è più che sapiente, le pause si collocano nei momenti più opportuni, quelli in cui il lettore vuole sapere di più, non può smettere di leggere.

Le voci dei due protagonisti principali alternano in modo irregolare, intrecciando i punti di vista e le percezioni, anche se quella della protagonista femminile resta la voce narrante preponderante. Ma non è tutto: è la curiosità verso un sistema di valori complesso – per certi versi stranamente simile al nostro modo occidentale di sentire e constatare, e allo stesso tempo profondamente diverso, intriso di magia, di tradizioni, di superstizioni – che rende la lettura più intrigante, meno banale.

Perché questa potrebbe essere benissimo una qualsiasi bella storia d’amore e di famiglia, di dolore e di rinuncia, ma l’intreccio dei fatti narrati con la storia della Nigeria degli anni ’80 dello scorso secolo (una storia che poco si conosce e poco si studia), con il sentire religioso, con gli usi e i costumi e locali, con le favole del luogo, conferisce al romanzo una cifra stilistica singolare.

Stay with me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀
La copertina USA Hardback di Stay with me di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

I temi trattati sono tanti: il matrimonio e l’amore, il sesso, la fertilità, la religione, il credo, le superstizioni, le barriere culturali, la politica, la condizione femminile in Nigeria. Nonostante la durezza di alcuni tratti della storia, lo stile di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀ è delicato, talvolta anche ironico, tagliente ma non pesante. I dialoghi hanno forza narrativa e le descrizioni sono chiare, coinvolgenti.

Il romanzo scorre seguendo un ritmo rapidissimo, perfino troppo rapido, come se le pagine corressero velocemente incalzandosi verso la fine, a soddisfare la curiosità avida di chi legge, di chi deve sapere cosa succederà, come finirà la storia. Se questo sia un pregio o un difetto del libro è difficile dirlo; si intuisce l’irruenza di una scrittura positivamente acerba, ansiosa di arraffare il tempo e le sensazioni di chi la incontra.

Resta con me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀
Ayọ̀bámi Adébáyọ̀ in una foto di Michael Lionstar

E forse è giusto che un’opera prima sia un po’ ansiosa, un po’ avara di consenso. Di sicuro costituisce un sensazionale inizio per una scrittrice promettente che, come spesso mi ritrovo a fare, mi auguro possa ottenere l'attenzione che merita dal pubblico italiano.

Resta con me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

Ayòbámi Adébáyò, Resta con me, trad. Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, La nave di Teseo, pp. 324, euro 18,00

Ayòbámi Adébáyò, Stay with me, Congrate Books (seconda edizione), pp. 298, £8,99

Stay with me Ayọ̀bámi Adébáyọ̀
La copertina di Stay with me di Ayọ̀bámi Adébáyọ̀

Black White Shiner

Black & White di Lewis Shiner: razzismo, esotismo e folklore di un'epopea americana

Black & White di Lewis Shiner

Razzismo, esotismo e folklore in un'epopea americana

Nel 2019 ho prestato attenzione alla scoperta di nuove realtà editoriali, lontane dal mainstream e più libere di osare nella proposta dei titoli. Tra le varie case editrici scoperte in questo tour libresco segnalo con molto piacere la Giulio Perrone Editore che si è distinta per un catalogo originale, fresco (e allo stesso tempo classico, si veda il libro di Joyce) e molto ben curato sotto il profilo estetico. Cosa che un mero materialista come me apprezza moltissimo. Della collana Hinc Joe di narrativa americana, curata e diretta dal magistrale Joe R. Lansdale, ho letto il romanzo Black & White di Lewis Shiner. L'autore è principalmente conosciuto per i suoi romanzi fantascientifici e fantastici, ma in questo testo proposto da Giulio Perrone Editore, Shiner rimane legato a un contesto “realista”: ero perciò molto curioso di conoscere il passaggio dal genere fantastico a quello più “tradizionale” compiuto dallo scrittore americano e sono rimasto piacevolmente sorpreso del risultato.

D'altro canto Black & White presenta delle apparenti contaminazioni magiche e fantastiche, al limite del grottesco, che danno al titolo una flebile etichetta di realismo magico, ma il tutto è così saggiamente contestualizzato che è un piacere immergersi in questa storia vera, misteriosa e cruda.

Inizio anni 2000, Michael Cooper è il nostro protagonista, un giovane uomo tormentato da una carriera brillante ma che gli sta troppo stretta, quella del fumettista di super eroi come Batman o Luna. Se la sfera lavorativa non lo soddisfa in pieno Michael sul versante familiare è completamente distrutto perché sta assistendo agli ultimi giorni di vita di suo padre, malato di cancro. Michael raggiunge la famiglia in North Carolina, precisamente nella multi-etnica città di Durham che storicamente è sempre stata una culla per i discendenti degli schiavi africani impiantati nelle isole caraibiche come Haiti, infatti uno dei quartieri (abitato dalla popolazione di colore) si chiamata Hayti.

Fayetteville St., Hayti, attorno al 1940. Courtesy of the Durham County Library, NC Collection. Foto di Alex Rivera The Durham County Library, GFDL

Michael si ritrova a confrontarsi con suo padre, che sul punto di morte sembra volergli confessare un segreto. La rivelazione tarda ad arrivare ma Michael sente che all'interno della sua famiglia ci sono troppi segreti, cose non dette, veri misteri. Il tutto sembra accentuato dalla strana atmosfera che aleggia sopra il quartiere di Hayti, dove una chiesa cristiana al posto della croce sul suo tetto ha uno strano simbolo voodoo africano. Indagando Michael scopre il passato del padre e quello della città di Durham, una frontiera abitata da bianchi capitalisti e gente di colore osteggiata dai violenti razzisti. Gli anni sessanta sono gli anni del libertinismo sessuale, delle proteste di Martin Luther King, delle sostanze stupefacenti, delle sperimentazioni musicali e artistiche e soprattutto del boom economico americano post bellico e dell'era della tirannia congressuale ed edilizia. Su uno sfondo così complesso e ricco di elementi pericolosi la popolazione di colore di Hayti è guidata dal carismatico leader popolare Barrett Howard che combatte contro la supremazia bianca, in difesa delle proprie tradizioni e del benessere del suo quartiere. Indagando tra le macerie di quel decennio, Michael scopre proprio che Barrett Howard è stato ucciso e il suo cadavere nascosto in una colata di cemento all'interno di un cavalcavia autostradale. E suo padre lavorava al cantiere stradale proprio quarant'anni prima: il padre di Michael è coinvolto nell'omicidio di uno dei più grandi rivoluzionari di Durham.

Black & White è un romanzo crudo, violento e allo stesso tempo delicato, viaggia attraverso linee temporali con i suoi protagonisti maschili tormentati e quelli femminili forti ma ugualmente fragili. Shiner tratteggia un arazzo politico culturale spettacolare, per bocca dei personaggi secondari e con le opportune citazioni storiche. Assistiamo alla Durham del presente, in bilico con gli eredi di coloro che lottavano per la supremazia della propria razza, e ci perdiamo nella Hayti degli anni '60 dove il principale obiettivo degli abitanti afroamericani era quello di essere riconosciuti, rispettati e integrati. Nel sottobosco narrativo striscia il voodoo, atavica forza magica dal cuore africano e dal sangue caraibico, che alimenta con le sue proprietà stregate la popolazione di Hayti. Sintomatico questo parallelismo di Shiner, da un lato la civiltà occidentale prettamente coadiuvata dallo slancio industriale e politico dall'altro la civiltà afromericana (civiltà sincretica, ibrida, mista) che si appella ai lati reconditi dell'irrazionalità umana e si affida al fantastico e magico mondo del voodoo spiritico. Tale parallelismo può sembrare l'ennesimo tentativo di affibbiare a una popolazione ritenuta “inferiore” delle credenze superstiziose e inutili, ma Shiner non si lascia sedurre dagli stereotipi dell'esotismo narrativo ( tendenza, come per l'orientalismo, di metabolizzare un'altra cultura con meccanismi di percezione distorsiva) ma contestualizza il tutto in una densa storia che viene accennata a piccole dosi tra le diverse sezioni temporali e narrative.

Amori, tradimenti, violenze, satira politica e mosaico ambizioso, perfino documento storico per descrivere la storia di Durham. Black & White è tutto questo, una storia di famiglia che si incastra nella storia della società americana. Inoltre, Shiner sdogana anche la subdola etichetta di autore di fantasy e fantascienza, la quale incolpa gli autori di questi generi di non essere capaci di scrivere altro. Una delle letture più affascinanti del 2019 e lo dico in tutta sincerità... o sono sotto il controllo di un sortilegio voodoo?

Black & White Lewis Shiner.
Copertina del romanzo Black & White di Lewis Shiner.

"Il Corvo e tutte le poesie" di Edgar Allan Poe: maestoso romanticismo dark

Il Corvo e tutte le poesie di Edgar Allan Poe
Il maestoso romanticismo dark

Il Corvo e tutte le poesie Edgar Allan PoeGià nel saggio Supernatural Horror in Literature del 1927 il solitario di Providence Howard Philip Lovecraft elogiava il coraggio narrativo e culturale di Edgar Allan Poe (1809-1849), anima dannata perennemente ispirata dalle sfere oscure dell'ignoto. De facto il famoso creatore del pantheon dei Grandi Antichi vide in Poe un'evoluzione matura del romanticismo macabro, troppo avviluppato nel vivere orrori e ignorando la fascinazione di piani labirintici pesantemente forgiati dalle più convulse turbe psicologiche. Poe distrugge le convenzioni letterarie e porta l'oscurità oltre le sfere del reale, non si limita ad essere un pallido incantatore di mostri o lucido scrittore di scene di sangue bensì si staglia in mondi onirici e si fa inghiottire dal morso della bestia. La mente umana.

Poe fu de-costruttore del vuoto moralismo americano di stampo trascendentalista e positivista, portato avanti da sofisti del suo tempo che credevano di avere in tasca le chiavi per comprendere l'animo umano e ammansirlo fino a rendere ogni uomo un cittadino del mondo e della ragione. L'autore di The Raven spoglia i suoi scritti di vani tentativi pedagogici e didascalici e crea una repulsiva attrazione per il male, forza primordiale che si annida in ogni essere vivente. La prosa dello scrittore americano è talvolta sfarzosa e ricca di elementi ornamentali, quasi a modo di ricordare le decorazioni artistiche delle moschee islamiche senza rinunciare alla viscerale teatralità dell'orrore. Suoi infatti sono i racconti del grottesco e dell'arabesco, figli di tendenze artistiche metabolizzate dall'ingegno del poeta. La sua prosa sarà in seguito particolarmente apprezzata da Lord Dunsany, Clark Ashton Smith e ovviamente da HPL, tra i suoi contemporanei Charles Baudelaire (uno degli “scopritori europei di Poe”) si complimentò con Poe per la sua capacità poetica.

Di recente l'opera poetica di Poe è tornata a riscuotere l'attenzione del pubblico italiano tramite l'edizione Il Corvo e tutte le poesie edita per Independent Legions Publishing (casa editrice specializzata nell'horror, nel gotico e nel dark/weird fantasy). Tale edizione che qui viene presentata è ricca di contenuti di pregio, dalla carta con una grammatura di qualità alle famose pagine nere che presentano le rivisitazioni poetiche di Alessandro Manzetti (Editore della Independent Legions Publishing, scrittore, traduttore e poeta dark, unico italiano a vincere il Bram Stoker Award e l'Elgin Award, in Italia scrive anche con lo pseudonimo Caleb Battiago) e Linda D. Addison (anche lei scrittrice e poetessa dark-weird vincitrice del Bram Stoker Award). Inoltre il volume è corredato dalle gothic-barocche (ossimoro artistico ma ugualmente meraviglioso) illustrazioni del fumettista Stefano Cardoselli. Il volume è in brossura con alette ma ha una stupenda cover di Wendy Saber Core che con magnetico terrore conquista il cuore di ogni lettore. L'edizione non presenta un apparato critico: questo non è un sintomo di non inefficienza da parte dell'editore perché a bilanciare tale voluta assenza si creano ben 4 interpretazioni liberamente ispirate dall'opus di Poe da parte dei poeti Manzetti-Addison, che nei paesi di lingua inglese riscuotono in continuazione svariati apprezzamenti. Il volume offre l'opportunità di conoscere il Poe poeta, il quale considerava la poesia come una creatura sacra e divoratrice del mondo. Anzi non vedeva la poesia come una cura alla Grande Malattia dell'umanità ma come un sintomo. La poesia è il genere estremo, è esorcismo estetico che depaupera l'universo dalla sua verità assoluta. La poesia risponde agli interrogativi, ma crea altri dubbi. Paradossalmente esatto.

La musicalità teatrale di Poe si riflette nella sua prosa fulgida e tetra ma scardina anche gli orpelli di luce della poesia portando il versificare sulle vette dell'ignoto. La poesia muta in musica ancestrale, si sfalda in nuove simmetrie corrotte che tendono all'indefinito. E tocca al lettore raccogliere i cocci di questo destinato tramutato in versi,e cogliere i significati che sa scorgere.

Il Corvo e tutte le poesie Edgar Allan Poe

Tutte le foto dell'edizione Independent Legions Publishing del libro Il Corvo e tutte le poesie di Edgar Allan Poe sono di Cristiano Saccoccia


nascita dei Teogonia

Teogonia della fantascienza: “La nascita degli dei”

Sembra ambizioso quanto profano metabolizzare la fantascienza con la lente d'ingrandimento della letteratura classica: colpa della cesura tra la letteratura “alta” e quella volta (secondo i critici) ad intrattenere, cesura che si è sempre rafforzata grazie all'inasprimento delle sfere accademiche scientifiche e quelle umanistiche; come se pragmatismo e romanticismo fossero inconciliabili.

Per fortuna autori dalla scrittura ispiratissima hanno mescolato i tropi del classicismo con le loro epopee SF (science fiction), come nel caso di Frank Herbert, ovvero il padre della fortunatissima e immortale saga di Dune. Dune è una colossale macchina di recezione culturale, al suo interno si mescolano diverse sfumature antropologiche e sociali, potremmo sintetizzare alcune evidenti “ispirazioni” di Herbert, come il messianismo islamico, i movimenti hippie degli anni '60 con l'abuso di sostanze stupefacenti, l'allarmismo (giustificato) di derivazione ecologica, il medievalismo (un revival feudale in una space opera per intenderci) e una inaspettata rievocazione della grande tragedia greca. Infatti, come ha giustamente sottolineato Brett M. Rogers in Dune c'è una vera riproposizione dell'Oresteia di Eschilo, se non un vero tributo alla classicità ellenica tramite l'uso di “nomi parlanti” come i patronomici dei protagonisti “Atreides”. Altri critici hanno sottolineato la natura ibrida di Dune, ovvero un romanzo legato alla tragedia greca ma che trasuda la stessa epica dei poemi omerici, Herbert quindi oltre alla drammatizzazione pone al suo fruitore un esempio di “mythmaking”, ovvero una creazione del mito e dell'eroe.

Henneberg nascita dei
Nathalie Henneberg, fotografia opera di ignoto (risalente approssimativamente agli anni '30)

Invero il romanzo di cui voglio trattare, “La nascita degli dei”, è ancora più insidioso e sfuggente rispetto al “fratellino” Dune. Seppur il romanzo dei coniugi Henneberg (pseudonimo della coppia Karl Zu Irmlshaussen e Nathalie Novokovsky) presenti i topoi dell'epica classica è molto più affine a un testo arduo da tradurre in romanzo, la “Teogonia” di Esiodo. “La nascita degli dei” è il primo romanzo degli Henneberg e nasce nel solco della seconda guerra mondiale, in una Francia stremata dal trauma nazista e sorretta da intellettuali come Sartre, Camus e Bergier. Quest'ultimo presentò il testo all'editore Martel che non appoggiò la pubblicazione, vedendo nel romanzo troppi elementi bizzarri e innovativi. La svolta editoriale avvenne quando il romanzo, revisionato ed editato da Bergier, venne sottoposto alla giura del premio letterario delle Editions Métal e si aggiudicò il primo posto, scalzando altri titoli molto meritevoli come “L'uomo questa malattia” di Yelnick e “L'esilio su Andromeda” di Long.

Una volta dato alle stampe la “Naissance des dieux” divenne un fenomeno culturale che spaccò la critica in due, per molti un capolavoro letterario unico e visionario, per altri un guazzabuglio confusionario troppo lontano dalla letteratura “distopica” francese e dalle tinte sociali.

La verità, come sempre, è nel mezzo. Il romanzo degli Henneberg fu qualcosa di inspiegabile, ammantato da una prosa sofisticata e ispirata era davvero inedito e potente, ma presentava evidenti difetti di lettura. La narrazione non sempre è lineare e scorrevole ma si tuffa in un magma prosaico sempre di più difficile codificazione, disorientando il lettore con le sue incoerenze di trama e i flussi di coscienza caotici. In realtà ho amato perdermi nei vortici narrativi degli scrittori francesi, un po' come un satiro che si perde nel bosco e noncurante del tragitto rimane ammaliato dalle meraviglie che incontra tra gli alberi e i cespugli.

nascita dei Gea
Foto di Arek Socha da Pixabay 

La Terra è sotto attacco e probabilmente l'umanità tutta sta per estinguersi per mano degli ordigni del Nemico, soltanto tre uomini riescono a lasciare il suolo natio grazie a un'oscura navicella: Sabelius il tecnocrate, Morgan l'astronauta e l'animoso poeta Gaz. Gli esuli raggiungono un altro pianeta, che chiamano Gea, e appaiono sconvolti, infatti Gea sembra un pianeta congelato nel “quinto giorno della creazione” biblica, ovvero soltanto le acque e la flora ricoprono il suolo del pianeta alieno che non sembra ospitare nessuna forma di vita. Gea inoltre sembra ricoperta da una nebbia misteriosa e “viva” che in qualche modo riesce a comunicare, in maniera sottile, con i tre uomini terrestri. Inizia così un sodalizio alieno tra uomo e nebbia, tra un ente razionale come l'essere terrestre del futuro e la materia insondabile del cosmo; presente ma imperscrutabile verità che risponde agli stimoli degli uomini ma di cui respinge i veri interrogativi. Poi appaiono le prime creature, all'inizio classiche e somiglianti alla fauna del pianeta Terra, poi sempre più bizzarre, nate dalla fantasia grottesca di un dio schizofrenico. Gea si anima di vita, vita intessuta ovviamente dai pensieri degli uomini-dei che comunicano con la matrice-creatrice della nebbia, loro sposa divina che plasma i sogni e le paure degli uomini in realtà tangibili.

L'uomo, nella sfera mitica, ha sempre fatto una scalata verso un miglioramento. Nel mondo greco tale salto in avanti si attua grazie alla ribellione di Prometeo, nella narrazione biblica si compie con la cacciata dal paradiso e con la costruzione della civiltà umana tramite il sudore e il dolore. Ora gli uomini non devono rubare il fuoco o arare la terra, sono molto più forti di Prometeo e Adamo, sono demiurghi del loro stesso mondo. Sono anche archetipi, il tecnocrate è la manifestazione del progresso tecno-materiale, l'astronauta è il guerriero avventuriero, colui che difende la comunità, il poeta Gaz è la traduzione futuristica degli istinti panici e satireschi, un attore priapesco del più primordiale degli istinti sessuali. Sua è la mente fantasiosa che partorisce creature simili ad incubi di carne e ossa.

Non è un caso che gli stessi dei ellenici nacquero da Gaia, come canta Esiodo, e da Urano “stellato” (figlio egli stesso di Gea), due divinità fecondatrici. Gli Henneberg, legatissimi alla classicità, proiettano i loro protagonisti su una nuova Gea che ospita un cielo nebbioso ed etereo, un secondo Urano. Ben prima della creazione esiodea-henneberghiana fu il caos a serpeggiare negli interrogativi della creazione, per esempio la guerra planetaria che costò la Terra agli esuli e alla confusione pre-olimpica in Grecia.

I tre uomini-dei ovviamente capirono il nesso tra il loro pensiero e la volontà creatrice della nebbia e così iniziarono ad usare il fenomeno a loro vantaggio, apparvero le prime comunità di umani, primitivi e bestiali (da istruire e comandare) mentre la mente di Gaz portava alla vita sempre più mostri simili ad orrori degni di Bosch.

Pierre-Paul Prud'hon, La Justice et la Vengeance divine poursuivant le Crime, olio su tela (244 x 294 cm), Musée du Louvre, Parigi; foto Web Gallery of Art

Nella Teogonia di Esiodo nasce Nemesi, la sciagura degli uomini mortali, de facto così accorrono su Gea i predatori carnivori da usare contro i placidi umanoidi fedeli agli altri uomini più razionali. Gaz è un nuovo Dioniso e allo stesso tempo la porta del Tartaro, lui è potenza creatrice e distruttrice, la sua poesia nichilista si concretizza nel matrimonio del cielo e dell'inferno, di blakiana memoria.

Il romanzo ovviamente giunge ad un punto dove la ratio deve battere la potenza impulsiva-primordiale della poesia maledetta di Gaz, un nuova scalata verso l'Olimpo per regnare su Gea. I parallelismi con il mito greco sono tanti, densi ed evocativi. Non è un caso che Nathalie Novokovsky sia così legata alla cultura greca, le sue origini sono intrecciate profondamente con quella oscura e antica Colchide patria di Medea, poiché nata nel Caucaso. Terra mitica e culla di leggende. Allo stesso modo nel romanzo sentiamo i sortilegi di una Medea-Nebbia controllare le azioni degli uomini, il fato di questi piccoli “dei” che non riescono a reggere il potere. Poi arrivano delle strane lucertole, e tutte le nostre certezze vanno alla malora.

Queste lucertole senzienti e capaci di dialogare sono i discendenti degli esseri umani, Gea non è Gea, ma la Terra. I tre esuli non si sono mossi di un millimetro nello spazio ma solo nel tempo e stanno assistendo a un nuovo ciclo evoluzionistico della Terra. Quelle lucertole verdognole sono le audaci testimoni di eventi cataclismatici e apocalittici, figlie delle armi radioattive e di una evoluzione coatta che le ha plasmate in maniera tale da sopravvivere ai nefasti avvenimenti del “passato-futuro”. Se nell'opus di Weird Tales, celebre rivista pulp di opere fantastiche e non, autori come Howard, Lovecraft e Smith videro sempre nel passato umano un'antichissima razza di rettiliani gli Henneberg ribaltano il tropo e trasformano l'umanità stessa in una razza lovecraftiana.

Frederick Sandys, Medea, Google Cultural Institute

Come Medea la fantasia di Novokovsky è incontrollabile e non riusciamo a comprendere tanti “perché”, ma non importa perché riusciamo ad assaporare una profezia del nostro futuro mascherata da mito greco ed è sicuramente un traguardo eccezionale della scrittrice franco-caucasica (mi soffermo molto su di lei perché il marito ha sempre ricoperto un ruolo “secondario” nella stesura dei romanzi). L'ibridazione fantascientifica-mitologica è riuscita in una maniera così forte e pregnante che ci catapulta realmente in una Gea “aliena” e ammantata dal fantastico, che ingenuamente non riconosciamo come la nostra Terra perché rinneghiamo (a torto) la stupidità umana come prima nemesi dell'umanità stessa. Così seppur con una narrazione visionaria, simbolica, archetipica e onirica la fantascienza degli Henneberg non si allontana dalla sofisticata letteratura francese di natura sociale, soprattutto da quel sentimento del dopo-bomba che dilaga in tutti gli scritti degli intellettuali europei (e anche giapponesi!). “La nascita degli dei” perciò non merita assolutamente l'etichetta, sempre scomoda, di mera letteratura di intrattenimento perché risplende come una profezia antica per il nostro futuro, perfettamente allineata con i progetti di rinascita e di ricostruzione di una Gea-Terra dopo la catastrofe bellica.

Allo stesso modo il poeta-tiranno Gaz è un termine di paragone mitologico-futuristico dei totalitarismi della seconda guerra mondiale, non uomo razionale spinto verso la creazione di una nuova Gea ma attore nichilistico di una “cangiante” distruzione volta solo a far ricordare il “distruttore”. Ovviamente lascio al lettore con chi paragonare Gaz.

Perciò gli Henneberg sono i fautori di una Teogonia della fantascienza, costruita con la bellezza esiodea e gli insegnamenti di un futuro primordiale.

nascita dei Teogonia
La Nebulosa di Orione. Foto di WikiImages da Pixabay

Cristoforo Gorno, il narratore ideale per le Cronache dal mito

Cronache dal mito, Cristoforo Gorno ci accompagna nel mondo degli dei

Disponibile su RaiPlay la nuova serie di documentari di Cristoforo Gorno, che ci porta nel mondo degli dei greci

Cristoforo Gorno Cronache dal mito

Cristoforo Gorno è ormai una guida storica d'eccezione e le sue Cronache dal mito una conferma. Dopo aver portato il pubblico in giro per i millenni, raccontando le storie dell'antichità, del Medioevo e del Rinascimento, stavolta decide di diventare il narratore delle storie che hanno fondato la nostra civiltà. Affronta infatti gli dei e gli eroi della mitologia classica.

Gorno, un narratore appassionato

Non è facile come sembra raccontare i miti greci. Se le storie sono bellissime, oggi, se non si fa attenzione, per il pubblico possono risultare ostiche. Ma Cristoforo Gorno ha ormai una abilità incredibile nel tratteggiare le svolte delle vicende e i personaggi come se si trattasse dei protagonisti di una serie tv. Così ci porta nei luoghi dove le vicende mitiche si sono svolte (Itaca, Agrigento, Delfi) e qui fa rivivere quasi in diretta gli eventi.

https://www.facebook.com/raistoria/videos/378421616185795/

Fonti citate correttamente e grande vivacità della narrazione

Il motivo per cui anche Cronache dal mito è una serie di documentari di alto livello sta nella cura straordinaria con cui il team di autori fornisce agli spettatori una informazione completa. Al contrario di molti altri documentari storici, infatti, in Cronache dal mito vengono sempre aggiunti in sovrimpressione i passi degli autori classici che forniscono le notizie citate. Questo permette agli spettatori non solo di avere un preciso riscontro su ciò che si sta narrando, ma anche di riscoprire opere o versi magari sepolti nella memoria.

Un ritmo coinvolgente

La serie ha un ottimo ritmo e coinvolge. Niente tempi morti, un lessico preciso ma alla portata di tutti, una fotografia attenta che rende bene le ambientazioni e le suggestioni del racconto. Cristoforo Gorno, che si avvale di consulenze ottime (va ricordato Giorgio Ieranò, ordinario di letteratura greca a Trento ma anche autore di una serie di saggi divulgativi sulla mitologia), si muove con la consueta scioltezza, ma anche con una simpatica bonarietà. Il risultato sono dei documentari svelti ma approfonditi, che non trattano lo spettatore con sussiego, ma anzi lo invogliano ad approfondire. Che dire? Guardateli. La mitologia così è ancora più affascinante.