Roberto Alonge, Dacci oggi il nostro desiderio quotidiano

 Roberto Alonge, DACCI OGGI IL NOSTRO DESIDERIO QUOTIDIANO, Edizioni di Pagina, Bari 2021

Recensione a cura di Esther Celiberti

Sottraendosi ad un genere definito, il libro di Alonge mette a fuoco il tema del desiderio e ne analizza alcune varianti generalmente oscure e censurate. Dalla introduzione si passa alla declinazione della figura materna al motivo del desiderio triangolare, dal “fascino discreto della pedofilia” sino al “mostro dell’incesto”.

Eppure il titolo cita la nota preghiera del Padre Nostro, ma non vi è contraddizione, le sirene cattoliche del desiderio sono legate all’albero maestro del peccato. Un catalogo di trasgressioni, tassonomia di tentazioni e perversioni, “fornicazioni” tra molteplici codici espressivi. Una ars meccanica sadiana che si concentra sulla scena verbale, non verbale, iconica dunque dipinta. Alla radice la cosiddetta scena primaria, una incalzante scopofilia o magari nulla di tutto questo, forse l’intenzione/tensione compulsiva di passare in rassegna i misteri del desiderio, monumento o memento per allontanare la morte, the dark side dell’eros.

Il corposo testo è, per assunti e tesi, parzialmente riuscito o a causa della mole del duello intrapreso o per la natura sfuggente degli argomenti o per un telaio che ogni tanto cede.

Gustav Klimt, Judith II (Salome), olio su tela, International Gallery of Modern Art. Foto Flickr di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Tra pruderie e slanci, iperdeterminando l’oggetto, Alonge svolge il filo in un amalgama che allinea affondi esegetici di pregio (Ovidio, Goldoni, Ibsen, Degas, Pirandello) a cadute interpretative (Amleto, Medea di Eschilo, il misunderstanding della figura anomica del teatro elisabettiano, l’analisi del ’68) o a sopravvalutazioni. Spesso mancano le ragioni della storia in questo crogiolo intertestuale ove l’affastellarsi degli episodi lede la misura e il centro del bersaglio.

Il linguaggio è un’interlinea fra soggettività e drammaturgia, talora la volontà di attualizzazione comporta l’uso di termini impropri e se lo studioso si fosse, di sua volontà, “amputato”, lungaggini, ovvietà e ridondanze non vi sarebbero.

E poi, come si fa a scrivere che “in ogni caso la donna appare più docilmente disposta dell’uomo a muoversi nell’ottica del desiderio di desiderio (...) si preoccupa di farsi attraente per l’altro”? Pur se questa riflessione fosse stata valida in passato, non è sostenibile oggi. L’immaginario di Marcello Snaporaz, protagonista della felliniana Città delle donne, si librava oniricamente, questa affermazione non vola.

Il femminile e il maschile sono due rappresentazioni differenti ed allora, come lo stesso autore con schiettezza esplicita, riemergono il fascino dell’actio in distans di Betsabea al bagno, quella lontananza di cui Derrida scrive circa la liaison fra Nietzsche e l’essere femminile, varie sfumature di horror vacui. Ma, in semplicità, sempre a detta di Alonge, il sogno tutto maschile di essere donna. E la paura dell’altro sesso secondo un andante purtroppo non smentito.

Scabroso infatti è un piano non liscio.

Roberto Alonge desiderio quotidiano
La copertina del libro di Roberto Alonge, Dacci oggi il nostro desiderio quotidiano, pubblicato da Edizioni di Pagina (2021) nella collana Duepunti

giuramento di Ippocrate

Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate

Il Giuramento di Ippocrate, fondamento dell’etica medica, è forse uno dei testi più attuali che dall’antichità sono giunti fino a noi. Preso a modello per lo studio e per la pratica della medicina nel corso dei secoli, esso costituisce uno di quei legami che ci tengono ben saldi alle origini della nostra cultura e della nostra civiltà, a quel mondo antico a cui dobbiamo molto di ciò che siamo oggi. Il volume di Stefania Fortuna, Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate, si propone pertanto di far luce su un documento come il Giuramento di Ippocrate, dimostrando come nei suoi principi si possa rintracciare un’innegabile attualità.

La copertina del saggio di Stefania Fortuna, Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate, pubblicato da Garzanti (2021) nella collana Grandi classici

Il saggio si apre con il testo greco del Giuramento di Ippocrate e la sua traduzione italiana, seguiti dalla Dichiarazione di Ginevra firmata dall’Associazione Medica Mondiale nel 1948 e nel 2017. A partire da questi testi l’autrice sviluppa un commento che ruota attorno al Giuramento stesso e alle questioni che lo riguardano, molte delle quali sono ancora oggi dibattute.

Nel primo capitolo, Perché il Giuramento, si riconosce in primo luogo l’attualità di questo testo: medici e operatori sanitari, in ogni parte del mondo, prima di iniziare a svolgere la propria professione devono infatti pronunciare delle dichiarazioni, e ognuna di queste riprende i diversi principi esposti nel Giuramento. Dichiarata la sostanziale vitalità di questo componimento, Stefania Fortuna ne ripercorre il contenuto, tenendo in considerazione la sua natura di ὅρκος (“giuramento”) e lasciando nel lettore una serie di interrogativi che saranno trattati nel corso del volume.

Frammento del Giuramento di Ippocrate, Papiro di Ossirinco 2547 (terzo secolo). Foto Wellcome Images [1] [2], CC BY 4.0

Se il primo capitolo ha un ruolo prettamente introduttivo, è con il secondo che si entra nel vivo della discussione sul Giuramento di Ippocrate. Si affrontano infatti questioni ancora dibattute, in primo luogo la paternità, mostrando come le varie opere del Corpus Hippocraticum sembrano essere state composte da diversi autori, alcuni contemporanei e altri successivi ad Ippocrate. Dopo aver ripercorso le fonti sulla vita del “padre della medicina”, si passano quindi in rassegna alcuni degli scritti più noti del Corpus, descrivendone brevemente il contenuto e riconoscendo le problematiche per individuare il loro autore. Stefania Fortuna riesce così a fare luce su una questione che dall’antichità è discussa ancora oggi e che, come riconosce lei stessa, “non è destinata a trovare soluzioni condivise almeno in tempi brevi”.

Busto di Ippocrate, Incisione di ignoto dalla 1881 Young Persons' Cyclopedia of Persons and Places, immagine in pubblico dominio

Il capitolo successivo, Giuramento ed etica ippocratica, che costituisce il cuore del volume, prende in esame il Giuramento dal punto di vista etico e deontologico. Partendo dalla massima primum non nocere (“la prima cosa è non essere di danno”), si cerca dunque di spiegare il compito della medicina, nonché di colui che la pratica. Attingendo a vari scritti del Corpus Hippocraticum e ad altre testimonianze antiche, si illustrano così tematiche che implicano necessariamente il ricorso a questioni etiche e religiose: dal comportamento del medico nei confronti del paziente al segreto professionale, dalla somministrazione di farmaci mortali all’aborto. Argomenti certamente attuali quelli trattati nel Giuramento e, in generale, nelle opere del Corpus Hippocraticum, cosa che dimostra ancora una volta la fortuna di questi testi e dei principi da essi sostenuti.

Proprio alla fortuna del Giuramento si rivolge l’ultimo capitolo, Conclusioni e fortuna del Giuramento. Si traccia in questo senso il percorso che dall’antichità ha portato questo testo fino a noi, arrivando alla Dichiarazione di Ginevra del 1948 e alla sua più recente versione del 2017: si illustrano dunque i vari punti ripresi dal Giuramento e quelli aggiunti rispetto ad esso, come la dignità e l’autonomia del paziente, presentando la medicina come qualcosa che unisce antichità e contemporaneità.

Per trarre delle riflessioni conclusive, il volume Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate costituisce un importante strumento per gli studi sulla medicina antica, in particolare su quella ippocratica. A partire dalle norme contenute nel Giuramento si abbracciano diverse questioni, non solo dal punto di vista filologico per quanto concerne il testo e la sua paternità, ma anche per l’etica da esso propugnata. Come in un filo che lega il mondo antico alla nostra quotidianità, Stefania Fortuna offre così un commento di ampio respiro e di larghe vedute, in cui anche le tematiche più delicate sono affrontate con precisione e imparzialità. Riprendendo il titolo della collana di cui questo saggio fa parte, possiamo dunque dire che si tratta davvero di un piccolo grande libro, uno strumento prezioso oggi più che mai necessario.


Beati gli inquieti Stefano Redaelli

Beati gli inquieti, psicosi della letteratura

Beati gli Inquieti di Stefano Redaelli - recensione

Impossibile addentrarsi nella squisita scrittura di Redaelli senza perdersi, in questo deserto di parole e attacchi di panico narrativi, il lettore è un granello di coscienza nell'infinito non-cognitivo.  L'autore dissemina in Beati gli Inquieti tutti i suoi studi specialistici sul rapporto tra follia e letteratura, tra il mondo della ragione e l'incanto della pazzia vitalistica, perché abbandonarsi alla disragione significa esplorare la realtà perché su un piano più squisitamente sottile il folle, nella sua dissennatezza, vede davvero; senza i paraocchi delle convenzioni sociali, spogliandosi dei costrutti mentali che inibiscono le verità dell'inconscio.

Antonio è uno scrittore e ricercatore universitario impegnato nella stesura del suo libro ed è intenzionato a documentarsi sulla follia e sul rapporto che lega la malattia mentale alla spiritualità. Antonio deve attraversare il deserto del peccato e della tentazione, sopravvivere ai suoi 40 giorni nel deserto mentale dove il senno non sembra germogliare per carpire ciò che nascondono i malati. Per compiere questo esodo nella mente delle persone Antonio si reca alla Casa delle Farfalle, centro di cure psichiatriche gestito dalla Dottoressa che lascerà ad Antonio il permesso di soggiornare nella sua struttura. Antonio fingerà di essere uno dei pazienti, una nuova incognita nella routine preconfezionata di Carlo, Marta, Cecilia, Simone e Angelo.

Pazienti, a volte totem di personalità allucinate, entità primigenie radicate in archetipi che sembrano personalità.  Carlo è l'uomo dei calli, della sostanza e del lavoro,  un discendente di Anteo, il gigante che trae la forza della terra e se allontanato da essa si indebolisce. Forse un golem rilegato alla Casa delle Farfalle, un frammento dei popoli abramatici che incidevano le parole sacre di Dio sull'argilla, sulla terra.  C'è Marta. una Maddalena dalla bellezza suadente, generosa nel corpo e negli atteggiamenti che profuma come la più atavica delle essenze ammalianti.  Cecilia invece è poesia su gambe, versificazione umana dell'arte espressiva, singolarità bipolarizzata poiché in lei convive molto di più oltre all'amore della scrittura.  Simone l'uomo fatto di libri e parole, Angelo che per contrasto vede i demoni della follia complottista ovunque, che vede oltre l'infinito delle nostre possibilità di ragionamento.

Beati gli Inquieti è poesia, declinata in uno scroscio ininterrotto di suggestioni, lampi d'ingegno, psicosi e tempeste emotive che lacerano il tessuto cerebrale e sentimentale di qualsiasi lettore. Beati gli inquieti è una costellazione di neo disseminati su un corpo nudo che si devono unire per formare triangoli scaleni, isosceli, rettangoli; così fanno alcuni dei pazienti. Servono coordinate, cateti ed ipotenuse per ricreare un teorema di Pitagora che calcola la profondità di quel deserto che annichilisce chiunque osi peregrinare nella mente degli inquieti. Malati eppure beati perché si cibano di una vera libertà, gli inquieti di Redaelli sono note musicali di un'esecuzione sinfonica che restituisce al lettore punti di vista diversificati per una vera polifonia dell'io narrante. Io narrante confusionario, alternato, decostruito e destrutturato dove la pazzia non è allucinazione prospettica della normalità ma lente di ingrandimento per sondare gli abissi del nostro ego.

Neo. Edizioni non pubblica solo un romanzo che a mio avviso è una summa accademica e professionale del professor Redaelli, ma un'opera poetica di altissima levatura che merita davvero la sua candidatura al Premio Strega, perché con delicatezza virulenta c'è un ritratto esemplare delle malattie mentali, della filosofia e dei mondi onirici. Questo romanzo è uno dei titoli più belli che chi scrive ha letto di recente, un testo invidiabile, una lezione di scrittura creativa di rara potenza che si manifesta in maniera distruttiva nella perfezione dell'epilogo.

Beati gli inquieti Stefano Redaelli
La copertina del romanzo Beati gli inquieti di Stefano Redaelli, pubblicato da Neo. Edizioni

Beati gli inquieti di Stefano Redaelli è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Il Commissario Ricciardi a fumetti

Letteratura a fumetti: il Commissario Ricciardi della Sergio Bonelli Editore

Letteratura a fumetti: il Commissario Ricciardi della Sergio Bonelli Editore

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Maurizio De Giovanni è forse l'autore italiano contemporaneo le cui opere si sono maggiormente prestate alla trasposizione filmica: dopo la serie televisiva ispirata ai suoi Bastardi di Pizzofalcone, andata in onda sulle reti Rai tra 2017 e 2019, l'anno corrente si è aperto con ben due telefilm dedicati rispettivamente a Mina Settembre e soprattutto al Commissario Ricciardi, quest'ultima conclusasi all'inizio di marzo dopo sei puntate premiate da critica e pubblico.

Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo. Foto Ufficio Stampa RAI

Ai lettori di più lunga data potrebbe apparire bizzarro che il personaggio-feticcio di De Giovanni abbia dovuto attendere così tanto per raggiungere il piccolo schermo, vedendosi addirittura preceduto dalle creazioni più recenti dell'autore; ciò è di certo dovuto, tra l'altro, alla difficoltà di adattare delle trame ricche di sfumature e suggestioni, ambientate peraltro in una Napoli degli anni '30 viscerale e contraddittoria, rievocata per mezzo di una sapiente gestione di immagini e parole. Forse è proprio per la preponderanza di questi elementi che, ben prima della serie televisiva, il Commissario Ricciardi è stato adottato dal mondo del fumetto.

La prima apparizione di Luigi Alfredo Ricciardi nella “nona arte” risale addirittura al 2010, quando la casa editrice indipendente Cagliostro E-press diede alle stampe Mammarella. Una storia a fumetti del Commissario Ricciardi, per i testi di Alessandro Di Virgilio e i disegni di Claudio Valenti. L'albetto presentava un racconto breve di De Giovanni, comparso in forma testuale in varie antologie. Per meglio comprendere la portata di questo esperimento, occorre appena ricordare che all'epoca la fama del malinconico Commissario era ben lungi dall'essere ampiamente diffusa: il suo primo romanzo, Le lacrime del pagliaccio, era stato pubblicato solo quattro anni prima dalla casa editrice Graus, per poi essere rieditato un anno dopo da Fandango con l'attuale titolo Il senso del dolore. Si era, in altre parole, agli albori del fenomeno mediatico che lo avrebbe visto protagonista negli anni a venire.

Questa sua prima sortita nel mondo delle nuvolette, tuttavia, già metteva in luce le possibilità espressive delle trame di De Giovanni: si optò infatti per un adattamento essenziale, con disegni particolarmente stilizzati e i colori ridotti a una scala di grigi acquerellata, che ben mettevano in risalto la natura chiaroscurale delle storie. Scelta peculiare, poi, quella di preferire la scrittura a mano (tipica delle prime fasi di lavorazione) al lettering computerizzato, quasi a voler simboleggiare il carattere work in progress del progetto – o forse l'anima irrisolta dello stesso Ricciardi.

Cinque anni dopo lo stesso sceneggiatore curò l'adattamento a fumetti di un altro racconto breve di De Giovanni, I vivi e i morti, uscito per i tipi di Star Comics: alle matite, stavolta, c'era Emanuele Gizzi, che scelse di dare alla storia una caratterizzazione più classica, con retinature pregnanti e un tratto deciso e spigoloso simile a quello che ha reso celebre il Dylan Dog bonelliano. I due episodi sceneggiati da Di Virgilio, pur confezionati con grande cura, costituirono di fatto un progetto estemporaneo, nato più che altro con scopi promozionali e senza alcuna pretesa di entrare di fatto nel corpus letterario del personaggio, all'epoca in piena formazione; tuttavia l'importanza di queste due storie è quantomai palese se si prende in esame la storia recente del Ricciardi a fumetti.

Il Commissario Ricciardi a fumetti
Il Commissario Ricciardi a fumetti, di Maurizio de Giovanni, presso Sergio Bonelli Editore

Nel novembre 2017 la Sergio Bonelli Editore lancia la testata trimestrale Le stagioni del Commissario Ricciardi, che propone l'adattamento a fumetti dei primi quattro romanzi della serie (il cosiddetto ciclo delle stagioni). Non è la prima volta che questa casa editrice sperimenta un connubio con la letteratura: la serie nasce come spin-off della collana I romanzi a fumetti, varata nel 2007 per il mercato delle edicole e successivamente traslata in quello di librerie e fumetterie; è inoltre opportuno ricordare Le Storie, testata chiusa nel dicembre 2020, che per 4 anni ha raccolto episodi autoconclusivi pertinenti a vari generi letterari. Le avventure proposte erano inedite e scritte sin dall'inizio come sceneggiatura di un fumetto; con il Commissario Ricciardi, invece, per la prima volta si è scelto di adattare dei testi nati per l'editoria.

Per l'occasione è stato formato un variegato cast di sceneggiatori e disegnatori campani, quasi a voler recepire in toto la “napoletanità” del personaggio e del suo autore; l'inizio dei lavori è stato preceduto da un lungo periodo di documentazione storica e grafica, allo scopo di rendere il mondo in cui Ricciardi si muove verosimile e affascinante. I primi quattro numeri sono usciti tra 2017 e 2018 in un'inedita formula: all'uscita degli albi nelle edicole è seguita, dopo poche settimane, la pubblicazione di un volume cartonato destinato alle librerie, che ripropone la storia in un formato più grande assieme a dei contenuti speciali. Anche in questo caso, come accadeva in Mammarella, si è scelto di ridurre la gamma cromatica delle storie a un solo colore, diverso per ciascuna storia e coerente con la stagione in cui essa si svolge: per Il senso del dolore (novembre 2017) è stato adoperato un freddo blu, per La condanna del sangue (marzo 2018) un verde tenue, per Il posto di ognuno (luglio 2018) un giallo festoso e infine per Il giorno dei morti (novembre 2018) un funebre violaceo. Seguendo la lunga tradizione di assegnare ai personaggi Bonelli i volti delle star cinematografiche, le fattezze del Commissario Ricciardi sono state ricalcate su quelle di un giovane Andy Garcìa (pare su indicazione dello stesso De Giovanni); altre facce note sono quelle del dottor Modo, che sfoggia il cipiglio di Vittorio De Sica, e le sembianze delicate ma aspre di Bambinella, in cui si riconosce Annibale Ruccello. Infine, per meglio raffigurare il fatto (la capacità di Ricciardi di vedere i morti di morte violenta negli ultimi istanti della loro vita), è stata elaborata un'ardita giustapposizione in trasparenza di figure evanescenti, nelle quali è ben riconoscibile il tratteggio a matita.

Gli esiti di questa operazione sono particolarmente felici: la sintesi di spazio e tempo con la quale si estrinseca il linguaggio fumettistico consente infatti di godere appieno dell'intensità delle trame, del fascino ambiguo dell'epoca, delle espressioni marcate dei personaggi. Col suo volto perennemente corrucciato e i suoi flussi di pensieri, Ricciardi sembra essere nato per far parte dell'Olimpo bonelliano, i cui personaggi possiedono sempre una notevole profondità psicologica.

Teatro delle avventure del Commissario è una Napoli splendidamente ricostruita, riconoscibile e credibile sia che si tratti delle zone monumentali che dei vicoli più anonimi. Proprio in questo la serie a fumetti si rivela perfino più efficace di quella televisiva: liberi dalle pastoie della macchina da presa, i disegnatori hanno potuto dar sfogo alle loro fantasie, dando a Napoli le connotazioni di un vero e proprio limbo caotico e gremito di persone vive e morte in egual misura; le visioni del Commissario sono rese con particolari raccapriccianti che mai avrebbero potuto trovar posto sullo schermo in prima serata, ma che sulle pagine degli albi vengono presentati con disimpegno ed eleganza, senza mai risultare gratuiti. Il Commissario Ricciardi bonelliano si muove quindi in perfetto equilibrio tra giallo e horror, indagine e sentimento, introspezione e brivido, senza contravvenire alle tematiche che stanno alla base della serie di De Giovanni, ma addirittura esaltandole e rendendole adatte al più ampio pubblico degli amanti del fumetto.

Il successo delle Stagioni ha consentito l'espansione del progetto: nel 2018 è stato varato il progetto del Commissario Ricciardi Magazine, uno speciale annuale che raccoglie storie brevi aventi come protagonisti Ricciardi e i suoi comprimari, sceneggiate a partire da racconti brevi di De Giovanni o da porzioni dei romanzi che, per ragioni di spazio, hanno dovuto essere tagliate. Nel secondo numero, uscito a maggio 2019, sono presenti anche i remake di Mammarella e I vivi e i morti, sceneggiati e disegnati dagli autori della serie Bonelli.

Il Commissario Ricciardi a fumetti
Il Commissario Ricciardi a fumetti: Per mano mia, pubblicato da Sergio Bonelli Editore (2020)

Dopo una serie di ritardi dovuti alla pandemia, a ottobre 2020 è uscito Per mano mia, primo capitolo della “trilogia delle festività”. Il filtro monocromatico dei primi quattro numeri è stato riproposto con una nuova formula che accosta sfumature vinaccia ad ombreggiature di nero particolarmente belle. Per il 25 marzo è attesa la pubblicazione del nuovo volume, Vipera, al quale con cadenza bimestrale faranno seguito tutte le restanti storie del Commissario; non mancherà l'appuntamento annuale col Magazine, in uscita a maggio, mentre nei mesi estivi dovrebbero vedere la luce anche gli albi destinati alle edicole.

fumetti Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi a fumetti: Vipera, pubblicato da Sergio Bonelli Editore (2021), in libreria e fumetteria dal 25 marzo

Ma la collaborazione tra Maurizio De Giovanni e la Bonelli non è che all'inizio: nel 2018 sono approdati nel mondo delle vignette anche i Bastardi di Pizzofalcone, le cui storie sono esclusivamente presenti in albi cartonati a colori; coraggiosa la scelta di presentare una Napoli popolata di animali antropomorfi. I Bastardi titolari della serie, componenti della squadra mobile di Pizzofalcone, guarda caso sono stati dotati di fattezze canine.


"Le indagini di Lolita Lobosco”, nuova serie diretta da Luca Miniero e con Luisa Ranieri

DOMENICA 21 FEBBRAIO IN PRIMA SERATA SU RAI UNO, ANDRÀ IN ONDA LA PRIMA DELLE QUATTRO PUNTATE DELLA SERIE TV “LE INDAGINI DI LOLITA LOBOSCO”, LIBERAMENTE TRATTO DAI ROMANZI DI GABRIELLA GENISI, DIRETTA DA LUCA MINIERO, CON LUISA RANIERI.   

 

AMBIENTATA E GIRATA PRINCIPALMENTE A BARI (LE RIPRESE SI SONO TENUTE ANCHE NELLE CITTÀ DI MONOPOLI, FASANO, POLIGNANO A MARE E PUTIGNANO), DAL 13 LUGLIO AL 25 NOVEMBRE 2020 PER 12 SETTIMANE, LA SERIE TV RAI VEDE COME PROTAGONISTI LUISA RANIERI, FILIPPO SCICCHITANO, GIOVANNI LUDENO, JACOPO CULLIN E CON LA PARTECIPAZIONE DI LUNETTA SAVINO. PRODOTTA DA ANGELO BARBAGALLO E LUCA ZINGARETTI PER BIBI FILM TV E ZOCOTOCO IN COLABORAZIONE CON RAI FICTION, “LE INDAGINI DI LOLITA LOBOSCO” È STATA REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO DI APULIA FILM FUND DI APULIA FILM COMMISSION E REGIONE PUGLIA. 

Luisa Ranieri

La Puglia nuovamente protagonista in prima serata su Rai Uno. Accadrà domenica 21 alle 21.25 con la prima delle quattro puntate della nuova serie “Le indagini di Lolita Lobosco”, diretta da Luca Miniero con protagonista Luisa Ranieri. Liberamente tratto dai romanzi della scrittrice Gabriella Genisi (editi da Sonzogno e Marsilio Editori), la serie vede come protagonisti, oltre a Luisa Ranieri, Filippo ScicchitanoGiovanni LudenoJacopo Cullin e con la partecipazione di Lunetta Savino.

Le indagini di Lolita Lobosco
Luisa Ranieri e Lunetta Savino

Ambientata e girata principalmente a Bari (le riprese hanno coinvolto anche le città di Monopoli, Fasano, Polignano a Mare e Putignano), dal 13 luglio al 25 novembre 2020 per 12 settimane, la serie racconta le vicende di Lolita, una donna del Sud, mediterranea, vivace, empatica e single in carriera. È vicequestore del commissariato di polizia a Bari, sua città natale dov’è appena tornata dopo un lungo periodo di lavoro nel Nord Italia. A capo di una squadra di soli uomini, per essere autorevole Lolita non ha bisogno di castigare la sua innata sensualità. In un mondo ostinatamente governato dai maschi come quello dell’investigazione e della giustizia, Lolita sceglie di rimanere sé stessa, un prezioso mix di esplosiva bellezza e un pizzico di malizia che le permette non solo di affermarsi sui colleghi uomini, ma anche di combattere il pregiudizio di alcune donne. Lolita però, nonostante sprigioni fascino e bellezza, non ha mai avuto una storia importante.

Le indagini di Lolita Lobosco
Luisa Ranieri

Prodotta da Angelo Barbagallo e Luca Zingaretti per Bibi Film Tv e Zocotoco in collaborazione con Rai Fiction, “Le indagini di Lolita Lobosco” è stata realizzata con il contributo di Apulia Film Fund di Apulia Film Commission e Regione Puglia (586.885 euro) a valere su risorse del POR Puglia FESR-FSE 2014/2020. Per la realizzazione della serie sono state impegnate oltre 75 unità lavorative pugliesi, tra cast artistico e troupe.

Luisa Ranieri

Testo e foto da Apulia Film Commission

Le indagini di Lolita Lobosco
Luisa Ranieri

Gherardo Colombo Anche per giocare regole Costituzione

L'ultimo saggio di Gherardo Colombo, omaggio alla Costituzione

Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole: un libro che è omaggio alla Costituzione

Nonostante la Storia ci insegni che ci sono cose che è meglio non fare, ogni giorno e in ogni parte del globo anche se possiamo avere persino una accurata previsione di come andrà, ci ritroviamo a replicare quella determinata azione incuranti di quello che il passato aveva tentato di ricordarci.

Così dopo anni in Italia lottiamo ancora per i diritti civili, contro le discriminazioni e la violenza, come se non avessimo ben chiare le regole di partenza e per questo ci muovessimo disorientati nello spazio sociale.

L’approccio che l’ex magistrato Gherardo Colombo affronta in Anche per giocare servono le regole è allora ancor più decisivo, inaugurando Ri-Creazioni (il nuovo progetto editoriale di Chiarelettere), apre infatti le porte al significato della Costituzione e della consapevolezza di essere e di diventare cittadini.

La divulgazione e l’approfondimento di queste materie, oggetto della sua professione ma anche della sua vita etica e morale, si rivolge agli studenti fin dalle prime battute del libro con un linguaggio chiaro che ricalca, in qualche misura, gli obiettivi dell’associazione 'Sulle regole' da lui fondata e con cui da tempo si dedica all’educazione alla legalità nelle scuole.

Gherardo Colombo. Foto di Stefano Bolognini, CC BY-SA 3.0

“La nostra Costituzione riconosce che ciascuno di noi ha caratteristiche peculiari – genere, etnia, religione, lingua, opinioni, condizioni personali e sociali – e stabilisce che essere non possono creare discriminazione”,

così egli scrive spronando soprattutto i giovani a pensare con cognizione della Storia e della giustizia in poco più di centocinquanta pagine. In particolare fa riferimento al principio cardine su cui si fondava la Repubblica dopo le due guerre mondiali, ossia l’universalità della dignità umana.

“Tutto l’impianto della Costituzione è diretto a realizzare questo punto di partenza. Il principio della pari dignità universale costituisce il legame tra tutti gli articoli, che ne discendono a cascata; è la chiave di lettura che serve per capire, anzitutto, i motivi che hanno spinto i Costituenti a lasciarci questo testo”.

Mentre leggiamo comprendiamo che per vivere insieme agli altri e per relazionarsi con il mondo che ci circonda, come egli ricorda, abbiamo bisogno di regole che ci indichino la via su ciò che si può, si deve e non si deve fare, spiegando sia il contesto per cui la Costituzione è nata sottoscritta dalle persone in tutti i suoi 139 articoli sia la relazione che intercorre tra diritto e dovere di ognuno. Riprende:

“Questo testo non è un cumulo di norme complicato e inaccessibile, ma un documento vivo, le cui disposizioni definiscono ciò che ciascuno di noi può essere”.

Un esplicito atto di responsabilità civica.

 

Gherardo Colombo Anche per giocare servono le regole
La copertina del libro di Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole. Come diventare cittadini, pubblicato da Chiarelettere Ri-Creazioni (2020), p. 176, Euro 14.

Gherardo Colombo, Anche per giocare servono le regole. Come diventare cittadini, Chiarelettere Editore 2020, p. 176, Euro 14.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi

Il Commissario Ricciardi, dai romanzi alla fiction

Il personaggio del commissario Luigi Alfredo Ricciardi nasce dalla penna del prolifico scrittore napoletano Maurizio de Giovanni, romanziere, saggista, sceneggiatore e drammaturgo, che ha dato vita anche ad altri grandi personaggi, ma che a questo in particolare ha legato il suo esordio, la sua passione per il giallo unito al noir, la sua anima più introversa e malinconica.

Al trentenne commissario di polizia, di nobili origini ma impiegato, senza alcun interesse per la posizione sociale e la carriera, presso la Squadra mobile della Regia Questura di Napoli, nel pieno regime fascista degli anni Trenta, l’autore ha dedicato una serie di romanzi.

I primi quattro rientrano nel cosiddetto “ciclo delle stagioni” (Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi, 2007, già pubblicato con il titolo Le lacrime del pagliaccio un anno prima; La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, 2008; Il posto di ognuno. L'estate del commissario Ricciardi, 2009; Il giorno dei morti. L'autunno del commissario Ricciardi, 2010); seguono, poi, il “ciclo delle festività” (Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi, 2011; Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi, 2012, attinente alla Settimana Santa; In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi, 2014, ambientato nel periodo dei festeggiamenti in onore della Madonna del Carmine) e il “ciclo della canzone”, ancora una trilogia (Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi, 2015; Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi, 2016; Rondini d'inverno. Sipario per il commissario Ricciardi, 2017). A queste si aggiungono ulteriori pubblicazioni fuori collana, dedicate al medesimo personaggio.

La copertina del romanzo di Maurizio de Giovanni, Il Pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi, pubblicato da Einaudi (2019) nella collana Stile Libero Big

All’affascinante scrittura di De Giovanni si devono, anche, altre serie di romanzi di pari successo, con protagonisti altrettanto incisivi: basti citare, tra i tanti, l’ispettore Giuseppe Lojacono de I bastardi di Pizzofalcone, l’assistente sociale Mina Settembre e, ancora, l’ex dipendente dei Servizi Segreti Sara Morozzi.

La peculiarità del personaggio di Ricciardi, nato nel Cilento nel 1900 dai baroni di Malomonte e rimasto orfano fin da ragazzo, accudito dalla sua tata e divenuto un uomo asociale, silenzioso e misterioso, sta nel suo “dono”, in realtà una condanna, ossia ciò che lui definisce il Fatto: Ricciardi vede i fantasmi, o meglio è in grado di percepire l’ultima immagine lasciata dai defunti, proiettata come una breve sequenza reiterata, una sorta di inquietante loop.

"Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo di tempo che rifletteva l’estrema emozione, l’energia improvvisa dell’ultimo pensiero.

Le parole sospese nell’ultimo pensiero della vittima non sono un vero e proprio indizio per il commissario – sarebbe troppo facile! – e talvolta possono risultare addirittura fuorvianti (“aveva imparato a sue spese come il Fatto sviasse dalla verità molto più spesso di quanto avvicinasse alla soluzione”), perché quasi mai sono didascalicamente connesse alle circostanze, alle cause e agli artefici della morte. Sono, più che altro, un elemento con cui Ricciardi dovrà trovare coerenza nel momento in cui cercherà di tirare le somme delle sue indagini.

Al Fatto si ricollegano tutte le caratteristiche comportamentali del protagonista: è ombroso e inquieto perché costantemente angosciato dalla visione di cadaveri orrendamente sfigurati, presenti ovunque lungo le strade della Napoli degli anni Trenta; rifugge l’approfondimento di ogni contatto umano, che sia di amore o di amicizia, perché convinto, in virtù di quello che gli rivelano i “fantasmi”, che ogni male provenga da una degenerazione dei sentimenti (“il delitto è la faccia oscura del sentimento: la stessa energia che muove l’umanità la devia, fa infezione e suppura esplodendo poi nell’efferatezza e nella violenza”); sceglie di rimanere scapolo per evitare di trasferire ai figli la sua “condanna del sangue”, come la madre ha fatto con lui; riconduce la causa di ogni azione delittuosa a due moventi essenziali, l’amore e la fame, e di conseguenza coltiva, da un lato, un affetto platonico per una donna che si limita a osservare da dietro i vetri di una finestra e, dall’altro, soffre profondamente per le ingiustizie sociali, che condannano i miseri a restare tali, senza possibilità di riscatto.

Quest’ultimo elemento, strettamente connesso con l’avversione per le classi al potere, regola la sua relazione con i suoi superiori, in particolare con l’arrivista vicequestore Angelo Garzo, nei confronti del quale Ricciardi non mostra mai la dovuta deferenza, non ritenendolo meritevole di considerazione, né sul piano umano, né su quello professionale.

A scalfire la corazza dell’introverso Ricciardi, pochi personaggi di particolare spessore: la tata Rosa, che si prende cura di lui con dedizione (“Era nata assieme all’Italia, ma non se n’era accorta, né allora né dopo: per lei la patria era sempre stata la Famiglia, di cui era custode forte e decisa”); Enrica Colombo, la timida dirimpettaia con cui scambia fugaci e appassionati sguardi; l’affidabile brigadiere Raffaele Maione, uomo integerrimo e buon padre di famiglia, ciecamente fedele al commissario; don Pierino Fava, il viceparroco amante dell’opera lirica, che riesce a penetrare la coltre di dolore di cui Ricciardi è ammantato e ad arrivare alla sua essenza più profonda; il medico legale Bruno Modo, imprudente antifascista (“Ricciardi e Modo avevano una strana e ruvida amicizia; il dottore era l’unico che si poteva permettere di dare del ‘tu’ al commissario ed era l’unico in grado di afferrarne l’ironia”); l’affascinante femme fatale Livia Vezzi, da cui è inevitabilmente attratto, pur non nutrendo per lei l’affetto puro che ha per Enrica.

Un’altra caratteristica del personaggio sta nel suo personalissimo senso della giustizia, che se da un lato lo porta a lavorare con ossessiva determinazione su ogni caso fino al raggiungimento della verità, dall’altro lo vede spesso percorrere vie non del tutto legali, manipolare le prove, contraffare la ricostruzione dei fatti, se si tratta di fare la cosa umanamente più giusta e di agevolare le classi deboli e bisognose.

Il metodo che contraddistingue il lavoro d’indagine di Ricciardi è racchiuso in quella che l’autore definisce geografia delle emozioni: “Lui lavorava così: creava uno schema, una geografia delle emozioni che incontrava. Quello che coglieva mediante il Fatto, i sentimenti di chi interrogava, la meraviglia, l’orrore dei presenti. Poi cercava di riconoscere l’anima della vittima: i lati chiari e i lati oscuri; dalle parole, dagli sguardi di quelli che l’avevano conosciuta. Non elaborava le parole dei testimoni […] ma fissava nella memoria l’atteggiamento, l’espressione, la passione di chi parlava; l’emozione che emergeva e soprattutto quella che rimaneva sotto la superficie. Sentiva, insomma, più che ascoltare”.

Questi, in linea di massima, sono i punti fermi e l’impianto narrativo dei romanzi, all’interno dei quali, poi, si svolge di volta in volta l’intreccio relativo al caso da risolvere, un’indagine che si apre e si conclude nell’ambito di ogni volume, così come avviene negli episodi della fiction in programmazione su Rai 1 a partire dal 25 gennaio 2021.

Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo. Foto Ufficio Stampa RAI

Girata tra Taranto e Napoli con la regia di Alessandro D’Alatri (già autore della fiction I bastardi di Pizzofalcone), la serie prodotta da Rai Fiction e Clemart ha tra i suoi sceneggiatori lo stesso Maurizio de Giovanni, insieme a Salvatore Basile, Doriana Leondeff e Viola Rispoli. La collaborazione dell’autore alla trasposizione televisiva è, di per sé, una garanzia di aderenza allo spirito con cui i romanzi sono stati concepiti, eppure qualcosa si perde fatalmente dal testo all’immagine, qualcosa resta tra le pagine e fa fatica ad emergere al di là da esse.

Tre fattori sono fisiologici e non aggirabili: è normale che una resa visiva univoca non possa coincidere con la molteplicità di soluzioni generate dal personale immaginario di ogni singolo lettore; è inevitabile che i tempi dilatati del romanzo non possano che risultare compressi all’interno di quelli televisivi, vincolati alla durata di una puntata; è impossibile trasporre nelle azioni recitative tutto il sommerso delle riflessioni, delle digressioni, delle osservazioni, dei ricordi e delle sensazioni espresse dai personaggi e dalla stessa voce narrante, lungo tutta una linea parallela al racconto stesso.

Prescindendo, dunque, da tutto ciò, al netto di quello che oggettivamente un film non può rendere rispetto a un libro (a meno che non si dedichi un’intera serie ad ogni singolo volume), restano diverse valutazioni da fare in merito a questo ottimo lavoro, svolto con uno staff tecnico e attoriale di tutto rispetto.

Gli episodi proposti per questa prima serie sono sei e coincidono con i quattro libri del suddetto “ciclo delle stagioni” (Il senso del dolore; La condanna del sangue; Il posto di ognuno; Il giorno dei morti), più il secondo e il terzo della “trilogia delle festività” (Vipera; In fondo al tuo cuore). Il primo volume della trilogia (Per mano mia), i cui diritti sono stati acquistati da Riccardo Scamarcio e Valeria Golino, è stato saltato.

Protagonista della serie è Lino Guanciale, che nei panni del commissario Ricciardi risulta credibilissimo dal punto di vista estetico. Il personaggio, infatti, è così descritto nel romanzo: “Luigi Alfredo Ricciardi era di statura media, magro. Scuro di carnagione, gli occhi verdi che spiccavano nel viso; i capelli neri, pettinati all’indietro e fissati con la brillantina, liberavano talvolta un ciuffo che gli attraversava la fronte e che lui, distrattamente, metteva a posto con un gesto secco. Il naso era diritto e sottile, come le labbra. Le mani piccole, quasi femminili: nervose, sempre in movimento. Le teneva in tasca, consapevole del fatto che tradivano la sua emozione, la tensione”.

Tutti questi tratti, compresi l’uso del soprabito grigio e il rifiuto di indossare il cappello (che, all’epoca, era considerato un carattere distintivo per tutti gli uomini benestanti) sono puntualmente rintracciabili nella fiction.

Meno intellegibile risulta, invece, il tormento interiore che Ricciardi esprime attraverso la sua costante tristezza di sottofondo e la ritrosia nel relazionarsi con gli altri. Nel romanzo, infatti, tale meccanismo è chiaro e sembra anche immediatamente giustificabile, visto l’orrore a cui è costretto costantemente ad assistere: i fantasmi martoriati sono ad ogni angolo di strada e descritti con una certa truculenza, pertanto si intuisce l’impossibilità del commissario di avere un’esistenza normale, una quotidianità non contaminata da infiniti scenari di violenza. Nel film, invece, si è scelto, per ovvie ragioni, di non insistere troppo su tale aspetto, che sarebbe potuto risultare eccessivamente distante dal genere poliziesco e pericolosamente vicino allo splatter. Gli “spettri”, dunque, sono presenti quasi esclusivamente sulle scene dei crimini, non aggiungendo ulteriore dolore o raccapriccio allo scempio in carne ed ossa che è già sotto gli occhi di tutti. Non si spiega abbastanza, quindi, il taedium vitae del personaggio, il suo “disgusto dell’esistenza”: gli atteggiamenti bruschi e schivi del protagonista, non trovando immediata e adeguata correlazione, sembrano dettati da arroganza e senso di superiorità, più che da uno stato di profondo sconforto e avvilimento psicologico.

Molto convincenti si rivelano i ruoli interpretati dal bravissimo Antonio Milo nei panni di Maione (giusta resa del binomio tra stazza possente e animo fragile, umiltà e grandezza di cuore, modi spicci e occhi che rivelano una dolcezza di fondo); da Enrico Ianniello nelle vesti del dottor Modo (ironico, efficiente, sfrontato nella sua dichiarata avversione per il fascismo); da Fabrizia Sacchi, che ci restituisce un’ottima Lucia (la moglie di Maione, sopraffatta dal dolore per la morte del primogenito eppure disperatamente ancorata alla vita); da Nunzia Schiano come tata Rosa, che sommerge il commissario di attenzioni e affetto, espressi, però, attraverso continue lamentele e rimbrotti; da Nicola Acunzo, perfetto come usciere Ponte (il buffo ometto incapace di guardare le persone negli occhi per innato servilismo e, nel caso del commissario, per “un po’ di superstizioso timore”).

Altrettanto adeguati i ruoli affidati a Serena Iansiti (Livia), Susy Del Giudice (madre di Enrica) e, soprattutto, Massimo De Matteo, il comprensivo ed empatico padre di Enrica.

Maria Vera Ratti nei panni di Enrica è calzante esteticamente e caratterialmente, tranne in alcuni passaggi che sembrano delle forzature, come nell’incontro con Ricciardi in Chiesa (primo episodio), dove la sua postura, il suo aspetto e il suo atteggiamento risultano parossisticamente goffi, da clichè dell’imbranata, quasi una macchietta (non si sa per quale motivo); poco credibile anche nelle scene in cui ricama, perché passa dei punti a caso pasticciando il tessuto come mai farebbe chi davvero ama tale attività, ritenuta un rilassante svago ma anche un lavoro utile e produttivo (Enrica, del resto, sta ricamando il proprio corredo, pur chiedendosi se mai le servirà a qualcosa).

L’interpretazione dell’ottimo Peppe Servillo (apprezzatissimo cantante degli Avion Travel) nel ruolo di Don Pierino risente, purtroppo, di quel gap oggettivamente incolmabile che si crea quando, come ho già accennato, nel romanzo il personaggio è presentato attraverso lunghe digressioni sul suo passato, particolari approfondimenti psicologici, focus sulle sue riflessioni e le sue sensazioni: tutto ciò non può essere reso nei tempi e nelle modalità di un episodio televisivo. Probabilmente è un personaggio che verrà fuori col tempo.

Il brillante Adriano Falivene nel ruolo di Bambinella (il “femminiello” a cui si rivolge spesso Maione per avere qualche soffiata in grado di agevolare le indagini), risulta efficace pur discostandosi dalla descrizione fatta nel romanzo, dove il personaggio pare abbia a tutti gli effetti l’aspetto di una bella donna, tradito solo a volte da un’ombra di ricrescita della barba: “Maione aveva conosciuto Bambinella un paio d’anni prima, quando avevano fatto irruzione in un bordello clandestino a San Ferdinando, uno di quei posti a basso prezzo dove esercitavano abusivamente la professione femmine d’età o ragazze di campagna. Tra tutte le ‘signorine’ brutte, storte e vecchie, spiccava questa bellezza dagli occhi a mandorla; quando presero le generalità, uscì il difetto”. Nel film, invece, si presenta visibilmente come un uomo, con tanto di petto villoso lasciato in bella vista e truccato in maniera teatrale. Insomma, non avrebbe certamente bisogno di dichiarare le proprie generalità perché se ne indovini la natura. Nonostante la divergenza di versioni, resta un bel personaggio.

Indovinata è la scelta di Mario Pirrello nel ruolo di Angelo Garzo: l’attore riesce molto bene a rendere la mellifluità del personaggio, con la sua tendenza a soverchiare i sottoposti e a lusingare in maniera affettata le personalità influenti. C’è, tuttavia una discrepanza rispetto al romanzo, dove ciò che caratterizza particolarmente il vicequestore è il suo continuo dibattersi tra il bisogno di affermare la propria autorità, di farsi rispettare, e la necessità di blandire – suo  malgrado – l’ostico Ricciardi, di mantenere con lui un atteggiamento accondiscendente e adulatorio, dal momento che il commissario è la sua gallina dalle uova d’oro: risolve brillantemente ogni caso (come lui non sarebbe in grado di fare) e, soprattutto, è del tutto disinteressato agli onori o all’avanzamento di grado, tanto da lasciare che il superiore si attribuisca i meriti dei suoi successi. Nel Garzo del film questa continua lotta interiore non c’è: s’impone, rimprovera, dà ordini e svilisce il lavoro di Ricciardi senza farsi problemi, salvo fare un passo indietro e assecondare le richieste del commissario quando questi, manipolandolo astutamente, gli fa credere che sta agendo per salvaguardare l’immagine della Questura o di qualche personaggio influente.

Un’altra dissomiglianza sta nella rappresentazione del Fatto: nel romanzo i “fantasmi” di coloro che sono deceduti di recente sono perfettamente visibili agli occhi di Ricciardi, poi diventano man mano sempre più evanescenti, fino a svanire del tutto, col passare del tempo, indipendentemente dal fatto che qualcuno risolva o meno le questioni lasciate in sospeso nella loro vita terrena, cosa a cui si allude, invece, nel primo episodio. Le ultime parole del defunto che il commissario percepisce, inoltre, sono quasi sempre un fraseggio mesto (un canto “a voce sommessa” nel caso del tenore Vezzi; un “flebile sussurro” nel caso della cartomante Carmela Calise) o, comunque, un suono simile a quello che poteva essere stato nella realtà, mentre nel film diventano un roboante effetto sonoro a voci moltiplicate e sovrapposte, con un'eco che rende, tra l’altro, poco comprensibili le parole pronunciate, il che è un peccato, viso che sono, in qualche modo, un importante riferimento.

Certamente anche la trama degli episodi differisce sensibilmente in più punti, soprattutto in relazione al caso su cui s’indaga, presentando nel romanzo una pluralità di sospetti e di indizi, di piste da seguire e di confronti, di flashback e di storie parallele che nel film vengono meno; ma ciò è comprensibilmente riconducibile, come già detto, alla necessità di adeguarsi ai tempi televisivi, che obbligano a una semplificazione dell’intreccio e degli approfondimenti.

Torna spesso, nei romanzi come nella serie televisiva, l’ambientazione del teatro, dove “le passioni vere e quelle finte si confondono. Da segnalare, nel secondo episodio, l’assenza di un suggestivo dettaglio presente nel libro: la velata allusione alla compagnia di Eduardo de Filippo, dove il brusco capocomico “aveva il viso bianco di cipria e due macchie di belletto rosato all’altezza degli zigomi, il colletto sollevato alla moda di dieci anni prima, la cravatta larga e colorata, la giacca con una evidente toppa su un fianco. Ad onta dell’abbigliamento ridicolo, l’espressione era cupa: i baffetti e le labbra sottili, un sopracciglio molto arcuato sotto la fronte larga divisa da un’unica ruga verticale”; il fratello e la sorella (Peppino e Titina) sono descritti, rispettivamente, come un uomo cordiale e disponibile, rassegnato a sopportare i rimbrotti del maggiore, e “una donna di eccezionale bruttezza ma di grande bravura”.

Ciò che maggiormente affascina e conquista di questa godibile fiction sono le scenografie, le ambientazioni, la fotografia, la preparazione degli esterni e l’allestimento degli interni, la resa del fascino del passato, il clima perfettamente ricostruito di una città bellissima e decadente al tempo stesso, luogo di miserie estreme e di altrettanto sfarzoso benessere: “a valle, la città ricca, dei nobili e dei borghesi, della cultura e del diritto. A monte, i quartieri popolari, al cui interno vigeva un altro sistema di leggi e norme, altrettanto o forse ancora più rigido. La città sazia e quella affamata, la città della festa e quella della disperazione”.

I luoghi ricorrenti del racconto sono presentati con una cura estrema: la casa di Ricciardi, elegante ma sobria, dove regna sovrana l’anziana Rosa; il noto e sfavillante Gambrinus, tempio della Belle Époque napoletana, dove Ricciardi s’intrattiene spesso a colazione; la casa modesta di Maione, resa accogliente dalla presenza dei numerosi figli; l’abitazione e il negozio di cappelli della famiglia di Enrica, espressioni di una piccola borghesia agiata; e poi ancora la Questura, la Chiesa di don Pierino, il Teatro San Carlo, il quartiere equivoco di Bambinella, la Trattoria, i vicoli brulicanti di bambini cenciosi e di ambulanti con i carretti, contrapposti al lusso degli ambienti frequentati dall’alta società.

Tutto ciò conferisce notevole attrattiva alla fiction che, al di là dei confronti con i romanzi, risulta senz’altro un’operazione riuscita e che, certamente, andrà via via acquisendo maggior spessore con il prosieguo della serie.

I racconti e i romanzi dedicati al commissario Ricciardi hanno conosciuto, anche, altre interessanti versioni, come l’adattamento a fumetti proposto da diversi editori, fino al progetto completo realizzato da Sergio Bonelli, che ha pubblicato i seguenti titoli: Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Dieci centesimi e altre storie, Quando si dice il destino e altre storie.

Anche in questa versione illustrata, di grande qualità ed efficacia, Luigi Alfredo Ricciardi ha riscosso un buon successo di pubblico, dimostrando, ancora una volta, che quello evocato dalla felice penna di Maurizio De Giovanni è un personaggio che non lascia indifferenti e che sa ritagliarsi uno spazio ben preciso e ben caratterizzato, nell’ambito del ricchissimo filone poliziesco a cui si legano tanti altri famosi ispettori, tenenti e commissari.

Un personaggio che non ha una vita normale ma che anela ad essa, che non conosce il calore di una famiglia ma che sa ponderarne l’immenso valore:

Non sono io che ti posso dire come funziona in una famiglia. Lo sai, io una famiglia non ce l’ho e non ce l’ho avuta nemmeno da piccolo. Io sono cresciuto con la mia tata, e ancora sto con lei. Le voglio bene, ma non è una famiglia. Lo sai che penso? Che è facile stare insieme quando va tutto bene. Il difficile è quando si devono superare le montagne, fa freddo e tira vento. Allora, forse, per trovare calore, uno si deve fare un poco più vicino. Te lo dice uno che campa nel freddo. E che non ha nessuno per trovare calore.”


Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi

Lino Guanciale è il "Commissario Ricciardi"

Lino Guanciale è il "Commissario Ricciardi"

Sei prime serata su Rai1 da lunedì 25 gennaio
Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo

Lino Guanciale torna protagonista su Rai1 nell’attesissima serie tv “Il Commissario Ricciardi”, sei prime serate tra poliziesco, noir, mystery e melò, tratte dagli omonimi romanzi di Maurizio de Giovanni (editi da Einaudi), in onda in prima visione da lunedì 25 gennaio.

Una coproduzione Rai Fiction-Clemart srl, prodotta da Massimo Martino e Gabriella Buontempo, per la regia di Alessandro D’Alatri e sceneggiature firmate dallo stesso scrittore napoletano Maurizio de Giovanni insieme a Salvatore Basile, Viola Rispoli e Doriana Leondeff.

Un viaggio a ritroso nel tempo in una Napoli degli anni Trenta, teatro di crimini efferati e assassini difficili da assicurare alla giustizia, ma anche territorio d’azione di Luigi Alfredo Ricciardi, giovane e integerrimo commissario della Regia Questura nel capoluogo campano. Introverso e solitario, Ricciardi ha un intuito e una determinazione particolari per le indagini, una vera ossessione alimentata da quello che lui chiama “il Fatto”, una particolare dote ereditata dalla madre che tiene segreta a tutti. È in grado di vedere gli spettri delle vittime di morte violenta che gli svelano, ripetendo ossessivamente, l’ultima frase detta o pensata prima di essere uccisi. Un “dono” pesante che se da una parte gli consente di portare a termine il suo lavoro di poliziotto come nessun altro, dall’altra, nella vita privata, si dimostra una vera e propria dannazione.

Nel cast: Antonio Milo, nel ruolo del brigadiere Maione, amico e uomo fidato di Ricciardi; Enrico Ianniello in quello dell’anatomopatologo Bruno Modo; Serena Iansiti nei panni Livia, una ricca e bellissima ex cantante lirica determinata a conquistare il cuore del commissario e Maria Vera Ratti in quelli di Enrica, la dolce e timida vicina di casa di Ricciardi, una bellezza non appariscente ma intrigante per l’introverso poliziotto. E ancora, Mario Pirrello è l’ambizioso e arrivista vicequestore Garzo; Nunzia Schiano interpreta Rosa, l’anziana tata che si occupa di Ricciardi come un figlio; Fabrizia Sacchi veste i panni di Lucia, la moglie del brigadiere Maione; Adriano Falivene quelli di Bambinella, confidente di Maione, Marco Palvetti è Falco e Peppe Servillo Don Pierino.

NOTE DI REGIA

Quando iniziai l’avventura Ricciardi dichiarai che sarebbe stato il progetto più complesso della mia carriera. Avevo ragione. Devo però ringraziare il commissario Luigi Alfredo per avermi mostrato quanto sia importante non arrendersi mai e che sarebbe stato sufficiente fidarsi di lui e restare fedeli a sè stessi davanti alle avversità. La sua flemma nella solitudine, lo sguardo attento, le poche ma risolutive parole nell’azione, nonostante i rischi, sono diventate mie linee guida. Lo ringrazio.

Credo che per un regista non ci sia esperienza migliore come la condivisione con i personaggi.
È stata un’esperienza unica vivere giorno per giorno quel fascino e magnetismo grazie alla generosa interpretazione di Lino Guanciale: spettacolo era già vederlo aggirare sul set pensieroso, elegantemente sofferente, distante dalla nostra modernità per poi ritrovarlo perfettamente a suo agio nelle ambientazioni dell’epoca.

Un percorso reso ancor più gradevole dalla compagnia di una moltitudine di attori quanti i colorati personaggi generati dalla penna di Maurizio de Giovanni. Li ringrazio profondamente, poiché il loro “calore” ha restituito ulteriore vita a tutta la serie. Un coinvolgimento emotivo, non frequente, cui la troupe si è lasciata andare rendendo possibile una indimenticabile sinergia artistica tra i reparti: location, arredi, costumi, trucco, pettinature, fotografia, suono, e tutti quei collaboratori che non appaiono mai nelle cronache ma che sono determinanti per la buona resa del progetto hanno interagito sempre nel nome di Luigi Alfredo Ricciardi: e quando ne parlavano era un “Lui” pieno di entusiasmo e rispetto. Posso affermare che il propellente più importante di questa serie mi sembrò l’entusiasmo. Un sentimento che percepii già nel maggio 2018 quando mi arrivarono le prime stesure delle sceneggiature e che riscontrai sin dalle prime riunioni con la Produzione e la
struttura di Rai Fiction.

Molti sarebbero gli aneddoti da raccontare rispetto a questo lungo viaggio, ma se c’è una cosa che non potrò mai dimenticare è la quantità di straordinari avvenimenti che hanno trasformato un personaggio di fantasia in una presenza “vivificata”. È allora che ho capito che l’energia che ha reso possibile tutto questo non può chiamarsi semplicemente entusiasmo: bensì amore. Ricciardi ci ha ricambiato ogni giorno vivendo grazie a quell’amore. Lo stesso che verrà consegnato al pubblico.
Concludo citando proprio un suo dialogo sull’amore:

LIVIA
E in che cosa credete?
RICCIARDI
(un tempo)
Alla fame e all'amore. Ma soprattutto alla fame.
LIVIA
Eppure non sembrate né affamato, né innamora- to. Soltanto triste.
RICCIARDI
Non si tratta di ciò che vivo, ma di ciò per cui vedo
vivere; e soprattutto morire.
LIVIA
Non si muore per amore, ma per mancanza
d'amore.

Alessandro D’Alatri

I PERSONAGGI

LUIGI ALFREDO RICCIARDI
Cilentano, commissario di Polizia nella Napoli degli anni ‘30. Una capacità investigativa fuori dal comune, basata sulla comprensione delle vite e delle passioni umane e su una profonda empatia. La sua strana dote (che nessuno conosce): vedere l'ultimo istante delle vittime di morte violenta e ascoltare il loro ultimo pensiero. Una maledizione che lo ha costretto a chiudere le porte all'amore. Vive una vita solitaria, accudito dalla vecchia tata, Rosa, che lo ama come se fosse un figlio.

ENRICA
Abita nel palazzo di fronte a quello di Ricciardi. Giovane, slanciata, dai lineamenti delicati e di una bellezza non appariscente, ama Ricciardi, anche se lo vede solo attraverso la finestra del suo appartamento. Con silenzioso pudore, attende la prima mossa del commissario e, intanto, gli è fedele, come gli fosse promessa. A nulla valgono le insistenze di sua madre che si ostina a presentarle nuovi pretendenti nel tentativo di darle marito.
Enrica sa che Ricciardi la ama, anche se non capisce per quale motivo non si faccia avanti. Il suo confidente e alleato è suo padre, l'unico ad aver intuito l'amore silenzioso che la lega al misterioso dirimpettaio.

LIVIA
Bellissima, affascinante soprano ritiratasi dalle scene, Livia si traferisce a Napoli dopo aver conosciuto Ricciardi in occasione dell'indagine condotta dal commissario sull'omicidio di suo marito, il celebre tenore Arnaldo Vezzi. Livia vuole conquistare Ricciardi ad ogni costo ed è sicura di riuscirci per via della sua bellezza travolgente e del suo carattere volitivo.
Ben inserita nel jet set romano, vanta amicizie potenti tra gli esponenti del regime fascista: è una donna abituata a ottenere tutto, ma nasconde una profonda fragilità.

ROSA
È la vecchia tata di Ricciardi, che lo ha visto nascere e crescere. Lo ha accudito sin da piccolo e se ne è fatta carico dopo la morte della madre, che di fatto glielo ha affidato. Si ostina a preparargli pesanti cene cilentane e lo incita a trovarsi una moglie, perché una brava ragazza dovrà pur occuparsi del suo "figlioccio" quando lei non ci sarà più.

RAFFAELE MAIONE
Brigadiere, è l'ombra fidata di Ricciardi. Alto, grosso, un po' goffo, è un uomo dal cuore d'oro e dalla battuta sagace. Ha vissuto il dolore più grande: la morte del figlio primogenito, Luca, agente di polizia ucciso in servizio. Una perdita che ha portato il dolore e il silenzio nella sua famiglia, perché sua moglie Lucia da quel giorno ha smesso di sorridere. Maione, però, riuscirà a cambiare le cose.
Ammira Ricciardi per come conduce le indagini e per l’empatia che lo anima e gli è profondamente devoto. Fu proprio il commissario a scovare i colpevoli della morte del figlio e a rivelargli che Luca lo amava tanto da dedicargli il suo ultimo pensiero. Maione non si è mai chiesto come facesse il commissario a saperlo. Ma gli ha creduto.

BRUNO MODO
Anatomopatologo, antifascista dai modi cinici, ironici e schietti. È amico fidato di Ricciardi, che stima profondamente, anche se non capisce per quale motivo il commissario conduca una vita così appartata e non sorrida quasi mai. Amante del vino e delle belle donne, non disdegna di frequentare i bordelli napoletani e non resiste a esternare battute ironiche nei confronti di Mussolini, suscitando la preoccupazione di Ricciardi. In qualità di anatomopatologo, nel corso delle indagini è un valido e fidato alleato del commissario, che ammira
l’umanità e il profondo rispetto con cui “studia” i morti.

GARZO
È il diretto superiore di Ricciardi. Arrivista e legato al regime, sopporta a stento l'autonomia del commissario e la sua incorruttibilità, che lo spingono spesso a indagare su personaggi dell'alta società che lo stesso Garzo teme e ossequia, nel tentativo di fare carriera. Allo stesso tempo, però, si ammanta dei successi del commissario per mettersi in vista con le autorità e si circonda di figure mediocri che non possano intralciarlo, come Ponte, il suo servile usciere.

BAMBINELLA
“Femminiello” napoletano, è confidente fisso del brigadiere Maione che, per averlo “graziato” durante una retata, lo consulta all’occorrenza durante le indagini. Bambinella sa sempre tutto di tutti e con la sua parlantina e la sua affettuosità irriverente, che riversa sul brigadiere facendolo imbufalire, è una miniera di informazioni.

RAI Fiction

presenta

Lino Guanciale in Il Commissario Ricciardi

Regia di
Alessandro D’Alatri

una coproduzione Rai Fiction-Clemart srl

Serie tv in 6 episodi da 100’
in prima visione su Rai1
dal 25 gennaio

 

Per ulteriori approfondimenti si veda il link NewsRai dedicato.

 

Testo e foto dall'Ufficio Stampa RAI


Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide, secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Articolo a cura di Francesca Barracca e Chiara Rizzatti

Simon Vouet, Enea e suo padre abbandonano Ilio, olio su tela (circa 1635), The San Diego Museum of Art. Foto Wmpearl  CC0

Quando si parla di Eneide, non sempre abbiamo ben chiaro l’apporto straordinario di quest’opera e la risonanza che ha avuto nel corso dei secoli. Si tende, piuttosto, a collocarla nel filone dei poemi epici precedenti, e a sottoporla ad un ingiusto confronto con Iliade e Odissea, con cui ha in comune molto meno di quanto si possa pensare, a partire dal protagonista.

Ben lontano dall’eroe che combatte per il proprio κλέος come Achille o da una figura scaltra come Odisseo, Enea ha subito le impietose critiche di una letteratura romantica che esaltava l’azione mossa da un sentimento dirompente; in questa luce, Enea è stato bollato come un personaggio passivo, semplice esecutore della volontà del fato.

È una considerazione senz’altro superata, ma che poggia le sue ragioni in alcune incongruenze del carattere di Enea, che da una parte si fa carico dei piani del destino, ma dall’altra è permeato di dubbi, sciolti solo dall’intervento divino.

Se la critica ottocentesca ha visto in Enea un personaggio “artisticamente fallito” è perché non è stata colta la profonda essenza della struttura virgiliana, che va intesa nel suo insieme, non per singoli episodi.

Abbracciando tutta l’opera, infatti, si può facilmente notare che le opposizioni logiche del personaggio sono frutto di una duplice funzione di Enea: egli risponde ad un doppio statuto letterario, in cui il punto di vista soggettivo dell’Enea personaggio convive con quello oggettivo del realizzatore del Fato.
Enea sa che non ha scelta se non assecondare la sorte a lui destinata, anche se questo va contro la sua identità di personaggio, che tuttavia non è mai annullata del tutto. Essa vive nelle pause della narrazione, nelle attese in cui il meccanismo del destino lo dispensa dal richiedergli un nuovo sacrificio.

L’elogio di Enea è quello di una pietas lontana dalla nostra sensibilità, ma di cui ci colpisce l’assoluta devozione, che sfocia più nella tragedia che nell’epica. Proprio come un eroe tragico, Enea paga il prezzo di un destino a cui è talmente devoto da non disobbedire, anche quando gli chiede di rinunciare ad amore e felicità per plasmare un futuro che non sarà mai suo.

Per ritornare ancora una volta sull’Eneide e sulla sua risonanza nel corso dei secoli, si è pensato di condurre un confronto tra La lezione di Enea di Andrea Marcolongo ed Enea, lo straniero di Giulio Guidorizzi, soffermandoci su come alcuni temi pregnanti dell’opera virgiliana – quali l’amore, il fato, le reinterpretazioni moderne – sono stati trattati dai due studiosi.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

La vicenda di Enea si snoda su binari prestabiliti dal volere superiore del Fato, e lo designa come artefice di un futuro da cui dipenderà la successiva gloria di Roma. Virgilio mette in chiaro il duplice ruolo di Enea, di personaggio – dotato di un suo punto di vista relativo – e di non-personaggio, in quanto rappresentante di una forza divina, che lo rende partecipe di un punto di vista soggettivo.

Nel testo di Guidorizzi questo aspetto è ben presente, e anzi si enfatizza lo scarto apprezzabile tra la visione assoluta del Fato e la conoscenza – niente affatto assoluta – del personaggio Enea. Questo significa che da una parte Enea contribuisce a realizzare il progetto del Fato, ma dall’altra non ha mai davanti agli occhi il piano nella sua interezza. L’autore mette in evidenza la conseguenza più significativa di questo dislivello tra soggettività e oggettività, ovvero la “sospensione” dell’Enea-personaggio. Se prendiamo sempre come riferimento il testo virgiliano, fa prevalere volutamente il risvolto soggettivo; in effetti si tratta di una scelta che risponde ad un’esigenza precisa, e che strizza l’occhio a un lettore contemporaneo che non ha familiarità con la figura stratificata di Enea: mettendo l’accento sui sentimenti di Enea, risulta ancora più grande il divario tra ciò che vuole e ciò che deve fare.

Ma se il conflitto interiore che vive Enea non può essere espresso in una esternazione drammatica, può trovare modo di realizzarsi con l’incertezza e il dubbio, che nell’Eneide vengono allontanati da frequenti epifanie di divinità, il cui ruolo è interrompere i momenti di riflessione e richiamare l’eroe all’azione. In Enea, invece, non c’è traccia degli dèi, e gli elementi sovrannaturali sono ridimensionati per dar modo alle ragioni di Enea di avere una voce, per quanto limitata alla sfera interiore. Emerge al massimo grado la natura delle incertezze di Enea, dovute non tanto al dover compiere una scelta, quanto al bisogno di una conferma di qualcosa che è già stato deciso.

Guidorizzi fa in modo di mostrare il valore della pietas antica e il sacrificio che Enea compie per onorarla: se accettasse di trovare per sé un futuro diverso da quello determinato, Enea tradirebbe la sua missione, allontanandosi dall’ideale della norma romana. Enea deve compiere, quindi, una spoliazione di sé, della sua personalità individuale per fondersi con il volere del Fato, almeno dal punto di vista formale.

“Insensibile sensibilità” è l’ossimoro che meglio riassume lo stato d’animo di Enea di fronte alle difficili scelte che deve compiere. La narrazione che Guidorizzi fa in prima persona aiuta a comprenderlo meglio, e a esplicitare quella doppia facies di Enea che Virgilio lasciava intravedere solo a intervalli, limitatamente ai momenti in cui l’Enea personaggio, con la sua soggettività, poteva permettersi di affacciarsi nel racconto.
Un esempio particolarmente riuscito di questa prospettiva riguarda il libro IV, dedicato all’incontro di Didone. Non è un caso che Guidorizzi si sia soffermato a lungo su questo celebre incontro: la fine dell’amore con la regina cartaginese è stata oggetto di una delle critiche più aspre relative al personaggio di Enea, dipinto come un individuo freddo, incapace di riconoscere (e ricambiare) la passione.

L’autore, invece, fa in modo di proiettare il lettore nelle vesti dell’eroe, di vivere la sua angoscia in quanto profugo in una terra straniera, di percepire la sua riconoscenza per essere stato accolto, e soprattutto di avere una panoramica di come Enea si rapportasse a Didone, donna pulcherrima.

Ne emerge un Enea per certi versi inedito, profondamente innamorato e desideroso di essere riamato da Didone; e soprattutto di trattenersi a Cartagine con lei, accarezzando l’idea di godere a pieno del proprio sentimento, che supera anche il ricordo della prima moglie, Creusa.

Il distacco da Didone è raccontato in modo da far partecipi dei veri pensieri di Enea, che sono ben lungi dall’essere privi di umanità, anzi: Enea è smarrito, dilaniato da un dolore intenso ma impossibile da esternare. Si esprime al massimo grado la tensione dell’Enea-personaggio e il Fato di cui è portatore, e che non può manifestarsi in nessun modo se non nella sfera più intima.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Didone è una vittima del fato, così come ce ne sono moltissime sul percorso di Enea, a partire dalla caduta rovinosa di Troia. Virgilio si soffermava su di esse, intervenendo nella narrazione con una sorta di commento sulle ingiuste circostanze che avevano portato a una fine prematura. Il poeta esprimeva
συμπάθεια, partecipazione per la sorte dei personaggi, elaborando una deformazione dell’oggettività epica tradizionale: pur rimanendo onnisciente, il narratore si soffermava anche sulle ragioni dei vinti.
Mentre nell’Eneide la συμπάθεια del narratore arriva a fondersi con il punto di vista di Enea, che perde così la propria empatia individuale, Guidorizzi unifica da subito questa contrapposizione, col risultato di accentuare un tema molto caro al poema augusteo, quello della mors immatura.
Esso si esprime al massimo grado nella sezione relativa alla guerra in Lazio, che vede in particolare la morte della vergine guerriera Camilla, di Pallante e di Turno, personificazioni di ideali non meno virtuosi di quelli che ricopre Enea stesso.

Guidorizzi, inoltre, prende in considerazione la figura evanescente di Lavinia, la silenziosa fanciulla che si trova promessa a un uomo diverso da quello a cui era destinata, Turno. L’autore sottolinea subito il dispiacere di Enea per lo stato d’animo della giovane, tacitamente sconvolta per essere costretta a unirsi a un estraneo, avanti con gli anni, e per dover rinunciare all’uomo che ama.

Una particolarità dell’opera di Guidorizzi è la mancanza – quantomeno esplicita – di riferimenti con la modernità. Tuttavia questa “lacuna” fornisce l’occasione per riconsiderare l’Eneide come capolavoro letterario e per percepirne la complessa ideologia di fondo, senza doversi affrettare a ricercare paralleli più recenti.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea che, profugus, si avventura in un viaggio incerto: sebbene il viaggio fosse già stato un argomento utilizzato dall’epica per descrivere il ritorno di Odisseo, il poema latino rovescia drasticamente la prospettiva. Per quanto gravoso, il viaggio di Odisseo determinava un ritorno a casa, a ciò che è noto; Enea, al contrario, abbandona la sua patria per fondare una nuova città, per gettarsi in un futuro oscuro in cui non esistono porti sicuri.

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio, fatti di dèi silvani e riti agresti, gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

 

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

Nel contesto delle numerose interpretazioni contemporanee che sono state fatte di Enea, ne La lezione di Enea Andrea Marcolongo cerca di fornire un quadro più o meno obiettivo, analizzando una serie di aspetti che contribuiscono a illuminare l’Eneide e il personaggio di Enea. Che si tratti di un tentativo di liberarlo dai numerosi cliché che si sono sempre accompagnati alla figura dell’eroe virgiliano o di un’interpretazione ex-novo per presentare Enea in una nuova veste, resta indubbiamente apprezzabile lo scopo ultimo dell’opera di Andrea Marcolongo: rendere accessibile a chiunque la conoscenza e la comprensione di una figura e di un’opera da sempre ritenuta controversa e troppo spesso esclusivo appannaggio dei classicisti.

Bisogna innanzitutto considerare che la storia di Enea era già conosciuta attraverso i poemi omerici, ma se in Omero Enea è un eroe come tanti altri, quasi “anonimo” se messo a confronto con Achille o Ulisse, capo dei Dardani, alleati dei Troiani, che riesce a scampare alla morte poiché padre che ha il dovere di prendersi cura del figlio, in Virgilio Enea si presenta in prima persona con queste parole: “Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus; Italiam quaero patriam ”.

Risulta chiaro, allora, che Enea non cerca un regno da governare, come la maggior parte degli eroi omerici, ma una patria, sebbene Enea non sembri propriamente l’uomo di cui potersi fidare e al quale affidare una nazione. Eppure, è ciò che gli viene richiesto e ciò che fa senza indugi. Se in Omero, inoltre, c’è una dimensione eroica collettiva, Enea si muove invece da solo nello spazio del fato: è lui stesso un fato profugus, laddove con “fato” ci si riferisce a una categoria completamente romana, una legge che esiste e basta cui non sfuggono neppure gli dei e che riveste notevole importanza nella prospettiva in cui si guarda non a cosa accadrà, ma come. Enea infatti sa già cosa accadrà, perciò quello che dovrebbe sorprendere è scoprire come reagirà ai colpi che il fato gli assesterà, perché ha necessità di reagire e rialzarsi.

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La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

A questo punto, alla lecita domanda che potrebbe sorgere, e cioè che “se tutto è già scritto, allora Enea non sceglie mai?”, la scrittrice fa notare che Enea non fa nulla spontaneamente e questo perché l’Eneide non è certo il poema della forza o dell’istinto, piuttosto nasconde un significato più evanescente: nessuno resiste se non è costretto. Ed Enea è proprio costretto a resistere, non può fare altrimenti. Se l’Eneide risulta oggi noiosa a molti, ci dice Andrea Marcolongo, è perché, forse, abbiamo sempre sbagliato a leggere, ricercando un obiettivo diverso da quello necessario, sempre orientati alla ricerca dell’effetto sorpresa. Risulta conseguenziale, allora, che Enea diventi un eroe passivo, soltanto un burattino nelle mani del fato. Eppure, ciò non significa che Enea non provi emozioni, che non abbia desiderato restare a Cartagine con Didone, per esempio. Enea fa quel che deve e, al contempo, resiste. In questo sta la sua misura eroica: non cedere, né ribellarsi mai. Quella di Enea si profila, così, come un’accettazione consapevole, dal momento che non c’è assolutamente nulla di meccanico in ciò che fa. Il fato è, infatti, un obbligo di cui non si conosce né motivo né mutamento, ma al quale non ci si può sottrarre. Per questo anche gli dei soccombono ad esso, sono in questo vicini ai mortali, dai quali si distinguono solo per la loro immortalità, in quanto non danno neppure grandi esempi di virtù, ma fanno anche loro quello che devono e possono.

Diverse sono state le ipotesi relative alla rappresentazione degli dei: da semplice strumento narrativo a riflesso di un’impossibilità di credere in qualcosa quando tutto va male o un ateismo di fondo da parte di Virgilio. Eppure, secondo Marcolongo, non si è riusciti a comprendere la loro presenza perché, nell’analisi, sono sempre state applicate categorie moderne: a questo proposito occorre ricordare che, nonostante l’indifferenza degli dei, nell’Eneide, li si prega ugualmente. E ciò perché la fede negli dei è quanto il fato ha concesso agli uomini che hanno bisogno di sperare per continuare a vivere.

Il pregio maggiore di Enea diventa, quindi, non il suo essere “pius”, ma la sua resistenza in virtù del destino incontrovertibile a lui assegnato con un’accettazione totale della propria condizione che non fornisce alternative: Enea non fa ciò che vuole, perché a quel punto sarebbe già morto eroicamente per salvare Troia, ma fa ciò che deve.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che Enea non ha grandi qualità, se non la pietas, da non intendere come “pietà” in senso moderno, cioè devozione verso la divinità, quanto piuttosto “senso del dovere” strettamente connesso alla moralità e a uno scopo da perseguire. L’espressione, l’atteggiamento che Enea mostra nel corso di tutta la vicenda è sempre chiaro, saldo, piuttosto che perplesso o inetto e ciò contribuisce a darne un’immagine quasi sempre coerente.

Persino nell’episodio di Didone, infatti, dove viene espressamente detto che Enea soffre e prova emozioni reali, non si assiste ad alcun cedimento vero e proprio, perché il dovere di sbarcare nel Lazio è la priorità che Enea non perde mai di vista, sebbene il suo desiderio più grande non sia mai stato questo. Il suo diventa allora un vero e proprio sacrificio e la sua personalità acquista tratti sempre più umani e simili ai nostri. Per Marcolongo la mors immatura di Didone, inoltre, viene indagata da un nuovo punto di vista. La scrittrice sembrerebbe allontanare da Enea la colpa del suicidio, liberando l’eroe dalle accuse di vigliaccheria e indolenza che nei secoli gli sono state rivolte, contribuendo piuttosto a restituirne una figura più corrispondente alla realtà oggettiva. Enea, infatti, non è del tutto colpevole nei confronti di Didone perché non ha più una moglie, né fa promesse di un futuro insieme. Certo Enea non manca di goffaggine e superficialità (nel VI libro si mostra addirittura sorpreso del fatto che la propria partenza abbia causato dolore!), ma lungi dal condannare Enea come vigliacco e demonizzarlo per questo come si è sempre fatto. Didone soffre perché aveva già sofferto prima con la perdita del primo amore. Il suo, dunque, non è altro che un dolore irrisolto e il vero conflitto quello interiore che la regina mostra di avere con se stessa. Ne emerge, quindi, un punto di vista singolare che merita di essere approfondito, poiché cerca di sbarazzarsi di numerosi cliché relativi alla “questione femminile” e alle varie interpretazioni dell’episodio di Didone che sono state fatte nel corso dei secoli. Del resto, la scrittrice ricorda che c’è una sola ragione per cui Enea e Didone non possono vivere il loro lieto fine ed è che i fati lo vietano. Allo stesso tempo fa notare come anche le figure femminili di Creusa, che scompare alla vista di Enea e alla vita in maniera poco chiara, e Lavinia, che addirittura non pronuncia parola in tutta la vicenda, siano solo funzionali a un disegno più ampio: la fondazione di Roma.

Altro punto di vista meritevole di riflessione è quello che emerge in relazione ai luoghi dell’Eneide e al rapporto che gli Italiani, in quanto popolo moderno, hanno avuto ed hanno tutt’ora con il poema. Non sono luoghi troppo lontani quelli che fanno da sfondo alla storia di Enea. Eppure, secondo la scrittrice, gli Italiani non se ne vantano abbastanza: rari sono infatti sul territorio nazionale i monumenti che celebrano il capostipite degli Italiani, rara anche l’iconografia se messa a confronto con quella degli eroi omerici. Tra i luoghi reali che prendono “vita” nell’Eneide, in quanto ad essi vengono dedicati veri e propri miti eziologici sono, ad esempio, Gaeta, Capo Miseno, Palinuro, mentre gli altri sono evanescenti e funzionali alla trama. Del resto, Virgilio non si preoccupava di descrivere minuziosamente l’Italia, piuttosto voleva mettere in evidenza la sua bellezza, semplice e rustica.

Bisogna allora non fermarsi alla superficie, alle incongruenze geografiche, alle invenzioni di sana pianta, perché l’Italia dell’Eneide è quella idealizzata che Virgilio vorrebbe definire “patria” nella stressa accezione di Enea che, una volta approdato nel Lazio, la saluta con queste parole: “Qui è la patria, questa è a casa”.

Tra gli italici, però, Enea non viene subito accolto favorevolmente. In essi, infatti, contadini latini parchi e operosi, vi è il disprezzo per l’educazione e la cultura greca. Nell’Eneide gli Italiani ai quali Enea si lega per sempre non sono la parte “buona”, semmai quelli che, pur praticando agricoltura e allevamento, oscillano tra durezza e violenza: “vivono di prede e di rapine”. Potremmo dire che non siano ancora del tutto civilizzati prima dell’arrivo di Enea. Per questo Marcolongo non va cauta con le accuse, quando si tratta di dover condannare le misinterpretazioni del Fascismo, ma è indubbio che esso abbia creato un nuovo Enea, l’emblema del conquistatore che sottomette senza scrupoli, tutto ciò che Enea non è, per giustificare un presunto dovere ereditario di sottomettere con la forza il resto del mondo. Nell’ideologia del Fascismo Enea perde i suoi tratti più caratteristici ed umani, la pietas e le sue inquietudini di uomo sventurato. Si tace, per lo più, della sua condizione di profugo e, quindi, di straniero, proprio ciò su cui si insiste maggiormente in tempi moderni, per farne il vero cittadino romano E a quanti obiettano che Enea stesso dimostra, alla fine del poema, di essere violento, quando uccide a sangue freddo il re dei Rutuli Turno nonostante il vacillamento iniziale, la scrittrice propone un’interpretazione che non si può non prendere in considerazione: quello che, in apparenza, potrebbe risultare un gesto incoerente rispetto alla personalità di Enea perché per la prima volta Enea sperimenta un istinto mai avuto, è in realtà il primo gesto di un Enea già “meticcio”, che sta già acquistando quelle caratteristiche del popolo con cui sta per unirsi, segno di una sorta di adattamento naturale ai nuovi costumi. Emerge, quindi, il nuovo Enea mediterraneo.

Sembra evidente, allora, che il Fascismo abbia volutamente ignorato il più grande merito di Enea, riassumibile nella seguente “equazione”: l’unione dello spirito troiano con quello italico dà vita alla cultura romana e di qui all’italiana e, infine, europea.

Per quel che riguarda la “fortuna” di Enea e dell’Eneide nei secoli successivi alla sua stesura, va detto che si passa dal considerare Virgilio un semplice burattino nelle mani di Augusto, e quindi sminuire la sua opera, a farne un vero e proprio santo. Con la collocazione di Enea tra i magni spiriti del limbo, Dante ne riconosce la portata e la magnificenza, in quanto fondatore dell’alma Roma per volere divino. Attualmente dell’Eneide vengono spesso menzionate e riproposte scene in ambito politico per giustificare pretese razziste e puriste, per non parlare dell’interpretazione tutta contemporanea di Enea quale migrante, funzionale a ricordare il dovere di accogliere chi, profugo e vinto proprio come Enea, arriva in Italia dal mare. Giorgio Caproni, invece, scorse in Enea la condizione dell’uomo contemporaneo e la sua solitudine nel dolore, linea sulla quale si pone anche Marcolongo, che non a caso sceglie una selezione di tali poesie per aprire i capitoli del suo saggio. In effetti, Enea resiste nonostante l’incertezza del futuro, proprio come noi.


Enea e la sua lezione

La lezione di Enea, Andrea Marcolongo - recensione di Francesca Barracca

Cos’è che, dai remoti angoli della nostra memoria, fa subito capolino quando i nostri occhi o le nostre orecchie incontrano la parola “Eneide”?

La maggior parte dei nostri ricordi, in prima analisi, si concentra per lo più su due elementi significativi: la fuga di Enea da Troia e la tragica storia d’amore con Didone. Eppure, non sembra così superfluo dover precisare che l’Eneide non è soltanto questo. Certamente Andrea Marcolongo, nel suo ultimo libro La lezione di Enea, uscito quest’ottobre per Laterza, non ha dato nulla per scontato.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

I pregiudizi che da sempre accompagnano lo studio dell’Eneide e, di conseguenza, la figura di Enea, troppo spesso eclissata rispetto a quella dei ben più familiari eroi omerici, sono il punto di partenza per una nuova riflessione sul poema virgiliano. Sintetizzarne in poche righe la trama potrebbe risultare compito arduo e indegno, ma Marcolongo si premura di fornire, al termine del libro, due appendici: l’una cerca di fornire un breve riassunto dell’Eneide, l’altra una descrizione, nonché presentazione di Enea, corredata di una mappa genealogica che, a partire dal padre Anchise e dalla madre Venere, illustra la discendenza della gens Iulia fino alla nascita di Romolo e Remo, dai quali avrà origine, infine, Roma.

Le fondamenta per la nascita di Roma, però, le pone Enea e la scrittrice invita a non sottovalutare questo dato. Non è singolare, infatti, che in tutta Italia monumenti dedicati a Enea siano piuttosto esigui? In tal senso, anche la scelta di Marcolongo di dedicare il libro all’Italia, il “suo” paese, non è casuale. L’autrice va fiera di potersi dire italiana soprattutto perché in qualche misura discendente di una cultura le cui basi vengono poste dalla commistione tra Enea e le popolazioni che per prime abitavano i territori dove sorgerà la futura Roma. È proprio a noi italiani, quindi, che Andrea Marcolongo si rivolge, nella speranza di un insegnamento nuovo e una rivalutazione collettiva, più utile che mai in un periodo particolare della storia della umanità come quello che stiamo vivendo.

L’occasione per rivedere il testo virgiliano e scandagliare i pregiudizi ad esso legati è stata fornita all’autrice proprio dall’isolamento forzato imposto dall’emergenza Covid-19. Si stabilisce così una sorta di parallelismo che, come raramente accade quando si ha a che fare con l’ambito dell’antichità classica, non disturba: così come Virgilio scriveva della fatica di Enea e nel frattempo cercava di mantenere salda la fede nelle sue certezze politiche mentre Roma “sollevava la testa tra le macerie della Repubblica”, così l’Eneide è stata d’aiuto per la Marcolongo e, forse, potrebbe esserlo per tutti perché l’Eneide è un testo adatto ai tempi difficili, piuttosto che a quelli sereni. Enea, in fondo, è più simile di quanto si possa immaginare a un uomo moderno. Non a caso è “l’eroe della ricostruzione” e la sua lezione va ricercata proprio nella sua stessa essenza.

“Solo una cosa significa essere Enea: alla distruzione rispondere ricostruzione”

Partendo dalla riflessione sulla presenza piuttosto esigua sul suolo italiano di statue dedicate a Enea, Andrea Marcolongo fornisce una serie di prove per trovare conferma del fatto che, una volta letta l’Eneide per puro obbligo scolastico, in quanto parte integrante dei programmi ministeriali, subito ci si dimentica di essa e del suo protagonista. Chiaramente, la scrittrice si rivolge a una fetta di pubblico piuttosto ampia, ma con particolare attenzione nei confronti di chi non ha orientato i propri studi verso la letteratura classica. Ciò risulta evidente soprattutto quando vengono fornite informazioni che, se per i classicisti possono risultare radicate e scontate, danno a tutti la possibilità di avere un contesto di riferimento più preciso in cui inserire le riflessioni.

Così, nei primi capitoli, si percorre la biografia di Virgilio e con essa parte della storia di Roma che si intreccia con la sua vita, il rapporto con Ottaviano, prima profondamente ammirato, poi quasi trascurato in un distanziamento dalla personalità tale da arrivare a considerare Ottaviano e Augusto quasi due persone diverse; e ancora il peso dell’impegno della scrittura di un poema che, commissionato da Ottaviano stesso nel 29 a.C, doveva essere la sua celebrazione, ma due anni dopo, nel 27 a. C., Ottaviano divenne Augusto e Virgilio si ritrovò in una posizione piuttosto scomoda: celebrare l’imperatore mentre era ancora in vita con tutte le responsabilità e i rischi in cui sarebbe potuto incorrere. Certo è che Virgilio riesce comunque a mantenere una propria originalità e non solo rispetto ad Augusto, che figura esplicitamente nel testo soltanto tre volte, ma anche rispetto a un argomento che a Roma era già ampiamente conosciuto.

La storia di Enea, infatti, era familiare fin dalla narrazione omerica. Quello che fa la differenza, quindi, è il modo in cui la stessa storia viene narrata e che è strettamente legato al fato, in quanto è questo a decidere in che modo Enea dovrà affrontare la missione affidatagli, nota fin da subito al lettore quanto a Enea.

La lezione di Enea Andrea Marcolongo
La copertina del libro di Andrea Marcolongo, La lezione di Enea, pubblicato da Editori Laterza (2020) nella collana i Robinson / Letture

Tra i capitoli del saggio che offrono maggiori spunti di riflessione figurano, naturalmente, quello dedicato ad Enea, obiettivamente analizzato in tutti i suoi tratti caratteristici; quello in cui l’autrice si concentra sulla riscrittura del mito di Enea a fini propagandistici effettuata dalle ideologie ad hoc del Fascismo, ma anche gli ultimi in cui Andrea Marcolongo analizza lo stile virgiliano in maniera tecnica, con riferimenti alla struttura dell’esametro e alla fortuna riscontrata nelle successive tradizioni: basti pensare, ad esempio, all’influenza esercitata su Ovidio o sugli altri autori latini o sulla letteratura cristiana, fino ad arrivare a Dante che fa del poeta la propria guida nel viaggio ultraterreno della Commedia.

È proprio in questi ultimi capitoli che Marcolongo dà maggiori prove di conoscenza profonda degli argomenti riuscendo ad essere chiara, concisa e incisiva all’insegna del messaggio di fondo che dà il titolo al saggio: la lezione di Enea è più accessibile e contemporanea che mai. Non deve trarre in inganno il fatto che a fornircela sia un eroe antico, perché proprio come noi Enea cade, più e più volte, ma trova sempre il modo per rialzarsi e resistere.

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La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca