tommaso lisa

Memorie dal sottobosco di Tommaso Lisa

Uno dei libri più strani e atipici del mio 2021 e sicuramente una delle letture più sorprendenti. Parlo di Memorie dal sottobosco di Tommaso Lisa, edito da una realtà culturale davvero interessante come Exòrma Edizioni, per la collana Scritti Traversi.

Difficile incasellare il titolo in questione in una griglia valutativa e di codificazione, forse basta dire che il libro di Tommaso Lisa è in bilico tra il memoir e la autofiction, ma soprattutto abbraccia con uno stile personalissimo e ispirato (con piglio saggistico) il mondo degli insetti. Lisa ci accompagna in un viaggio nel suo subworld entomologico, un pellegrinaggio caleidoscopico attraverso i luoghi della memoria; un continuo fluttuare in una galassia primigenia fatta di Tenebrionidi, coleotteri misteriosi dei funghi.

tommaso lisa
Foto di adege

Lisa è un demiurgo degli spazi interiori, tellurico e sotterraneo, un esploratore di profondità arcane e misteriche. Le sue ricerche sul mondo degli insetti, in particolare del nostro protagonista Diaperis boleti, si connaturano di vedute filosofiche di caratura introspettiva ma anche empirica, come se Lisa fosse un antico naturalista che cerca di far convivere la scienza con le sue sorelle umanistiche. E ci riesce benissimo.

Diaperis boleti, foto di Didier Descouens, CC BY-SA 3.0

Tommaso Lisa è un nuovo Dostoevskji che sonda il sottosuolo/sottobosco alla ricerca non solo delle 350mila specie di coleotteri, di cui si fa apologeta e divulgatore, ma di un vitalismo silenzioso e appartato come se la natura diventasse eremita della propria condizione. L'autore unisce razionalità e confusione, voli pindarici e dati scientifici, crea un'osmosi del contatto con i coleotteri a dir poco originale e ci spinge a riflettere sul significato profondo dello studio dei microcosmi. Un libro incantevole e di ampio respiro, che rinnova seriamente un panorama editoriale asettico e scoraggiante.

Tommaso Lisa Memorie del sottobosco
La copertina del libro di Tommaso Lisa, Memorie dal sottobosco. Un coleottero dei funghi, pubblicato da Exòrma Edizioni (2021) nella collana Scritti Traversi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Festa nazionale francese del 14 luglio con restituzioni di beni culturali da un versante all’altro delle Alpi

Festa nazionale francese del 14 luglio - Restituzioni di beni culturali da un versante all’altro delle Alpi

14 luglio restituzioni Francia

In occasione delle cerimonie del 14 luglio 2021, che si sono tenute a Palazzo Farnese a Roma, Christian Masset, Ambasciatore di Francia in Italia, ha restituito i beni culturali rubati alla Repubblica italiana, rappresentata dal Generale di Brigata Roberto Riccardi, Comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), che a sua volta ha restituito i beni culturali che erano stati sottratti alla Repubblica francese. Queste opere, recuperate dai militari del Reparto specializzato dell’Arma, sono state esposte nella Galleria di Murano a Palazzo Farnese per un giorno.

14 luglio restituzioni Francia

Arturo Dazzi (1881-1966), “Sogno di bimba”, scultura in marmo, 36x122x60 cm, 1926

Asportata a Roma l’8 aprile 2006 dalla cappella di una villa privata, sequestrata in Francia il 22 aprile 2006 e rimpatriata a luglio 2021

La scultura in marmo raffigurante “Sogno di bimba”, scolpita nel 1926 dall’artista Arturo Dazzi (1881-1966), era stata trafugata presso la cappella di una villa privata di campagna a Roma. Il suo recupero è stato possibile grazie a un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma e condotta dalla Sezione Archeologia del Reparto Operativo TPC. Nell’aprile del 2006, personale della dogana di Port-Vendres (Francia) ha rinvenuto la scultura, insieme ad altri reperti, nel bagagliaio di un’autovettura condotta da un cittadino italiano, che non era stato in grado di giustificarne il possesso e la provenienza. Gli accertamenti condotti sia in Francia che in Italia hanno permesso di identificarla. Le operazioni, svolte in collaborazione con il Servizio di cooperazione di sicurezza presso l’Ambasciata di Francia a Roma e la Direzione Regionale delle Dogane Francesi di Perpignan (Francia), ne hanno consentito il rimpatrio da Port-Vendres.

Bottega campana del XVII secolo, Angeli capo altare, sculture in marmo, 82x43x27 cm e 78x42x25 cm

Asportate il 13 dicembre 1989 dalla Chiesa di San Sebastiano di Guardia Sanframondi (BN). Spontaneamente restituite in Francia e rimpatriate a luglio 2021

Le due sculture marmoree di angeli da capo altare, speculari tra loro, con drappo di foglie e frutta, opera di una bottega campana del XVII secolo, erano state trafugate nel 1989 da un altare barocco della Chiesa di San Sebastiano di Guardia Sanframondi (BN). Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Benevento e condotte dalla Sezione Antiquariato del Reparto Operativo TPC, hanno avuto inizio dal controllo capillare che viene effettuato costantemente sulle case d’asta, nei mercati internazionali, nei siti internet e nel mercato antiquario online. Nel 2019 i Carabinieri TPC, insieme ai colleghi di Roma-San Pietro, hanno individuato i beni, in vendita sul sito web di un’importante galleria antiquaria francese. Le successive indagini, una volta informato il collaterale servizio della polizia francese Office Central de lutte contre le trafic des Biens Culturels (OCBC), hanno consentito di accertare che le due sculture erano state affidate in conto vendita da un cittadino inglese, nel frattempo emigrato in Portogallo. Di concerto con la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Benevento, è stato interpellato il possessore delle opere che ha manifestato la sua disponibilità a restituirle spontaneamente. Le sculture, in collaborazione con il Servizio di cooperazione di sicurezza presso l’Ambasciata di Francia a Roma, sono state rimpatriate da Bagnols-Sur-Cèze (Francia).

4 volumi di testo in marocchino rosso - LA PEROUSE Jean-François (1741-1788) Voyage de La Pérouse autour du monde. Paris: L’imprimerie de la République 1797

Trafugati il 1° dicembre 1987 presso la Biblioteca municipale di Provins (Francia);

14 luglio restituzioni FranciaL’indagine che ha consentito il recupero dei beni librari è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo TPC di Genova, coordinati dalla Procura della Repubblica di Milano, e ha avuto origine nel dicembre 2018 a seguito della segnalazione dell’Ufficio Esportazione della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Genova e le Province di Imperia, La Spezia e Savona, a cui i preziosi manufatti erano stati presentati per il rilascio dell’attestato di libera circolazione.

L’attenta consultazione da parte dei militari della “Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti” gestita dal Comando TPC, in cui sono inserite le immagini e le informazioni sulle opere d’arte rubate, ha permesso di riscontrare che i beni librari segnalati erano quelli trafugati 34 anni fa dalla biblioteca di Provins.

14 luglio restituzioni Francia

I Carabinieri, dopo aver appurato che la domanda per il rilascio dell’attestato di libera circolazione era stata avanzata da una società con sede a Ventimiglia (IM) per conto di una donna incensurata della provincia di Milano, hanno proceduto al sequestro dell’atlante e dei quattro volumi.

La conferma ulteriore sull’origine e sull’autenticità delle opere è stata ottenuta attraverso il loro definitivo riconoscimento da parte del Conservatore Capo del patrimonio di Provins, dott. Luc Duchamp. È stato importante anche il risultato dell’expertise compiuto dai funzionari della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Liguria, che hanno rilevato la presenza di abrasioni e cancellature, verosimilmente eseguite dai ladri con l’intento di rendere più difficoltosa l’individuazione dei beni.

Il dettagliato quadro probatorio fornito all’Autorità Giudiziaria milanese ha infine determinato l’emissione del provvedimento di dissequestro e di restituzione dei beni.

San Rocco e l’Angelo”, altezza 54 cm, scultura in legno policromo

Trafugata il 23 febbraio 1973 presso il Museo comunale “Le Prieuré Du Vieux Logis” di Nizza (Francia)

Riproduzione fotografica dell’opera inserita nella “Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti” del Comando TPC

Nel settembre 2019, all’esito di un controllo amministrativo effettuato a carico di un noto mercante di antiquariato, poi deceduto, i militari del Nucleo TPC di Napoli hanno accertato il possesso di tre opere di provenienza illecita, tra cui una scultura in legno policromo raffigurante “San Rocco e l’Angelo” che, grazie agli approfonditi accertamenti svolti presso la “Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti”, è stata ricondotta al furto avvenuto il 23 febbraio del 1973 presso il Museo comunale “Le Prieuré Du Vieux Logis” di Nizza.

L’opera, di inestimabile valore, è stata successivamente riconosciuta dalle Autorità Francesi interessate nell’ambito della cooperazione internazionale di polizia (INTERPOL).

Fotografia dell’opera al momento del recupero

I responsabili del Ministero della Cultura Francese e del Museo, riconoscendola come quella asportata al Museo di Nizza, ne hanno richiesto la restituzione.

Il 17 maggio 2021 è stato emesso il relativo decreto di dissequestro e restituzione dell’opera alle autorità transalpine.

San Leonardo”, altezza 88 cm, scultura in legno

Rubata il 4 dicembre 2004 dalla Chiesa di Saint-Pierre di Couin (Francia)

Riproduzione fotografica dell'opera inserita nella Banca dati P.SY.C.HE.

Il 23 gennaio 2020, i militari del Nucleo TPC di Venezia, a seguito di segnalazione INTERPOL, hanno sequestrato ad Arzignano (VI), presso un esercizio commerciale di settore, la statua lignea raffigurante "San Leonardo” posta in vendita per circa 2.800 euro. L’ufficio interforze di polizia francese OCBC ha rappresentato che la scultura policroma, alta 88 cm e risalente al XVIII secolo, censita nella banca dati P.SY.C.HE. di INTERPOL, risultava parziale provento di furto di una delle otto statue rubate il 4 dicembre 2004 dalla Chiesa Saint-Pierre di Couin nel dipartimento del Pas de Calais (Francia), bene annoverato dal 12 gennaio 1966 nel patrimonio nazionale della Francia.

La successiva attività d'indagine, svolta con la decisiva collaborazione del Servizio di cooperazione di sicurezza presso l’ambasciata di Francia a Roma, ha permesso di eseguire il formale riconoscimento dell’opera da parte del Sindaco di quel Comune, consentendo così all'Autorità Giudiziaria italiana di disporre il dissequestro e la restituzione della statua che potrà così ritornare, dopo 17 anni, nel luogo di culto da cui era stata asportata.

Fotografia dell’opera dopo il recupero

Testi e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Il pane perduto di Edith Bruck: un pugno nello stomaco

Edith Bruck, Il pane perduto, La nave di Teseo - recensione

Il pane perduto Edith Bruck
La copertina del libro di Edith Bruck, Il pane perduto, pubblicato da La nave di Teseo (2021) nella collana Oceani

Come si fa a recensire un libro come Il pane perduto?

Me lo sto chiedendo da più di un mese, da quando ho chiuso questa opera (letta in meno di ventiquattro ore) e ho lasciato che mi sedimentasse dentro.

Parlare della Shoah è sempre un’operazione complessa, perché si rischia di cadere nella retorica vuota delle frasi di rito. Ed è ancora più difficile farlo parlando di un libro che non è narrativa, ma un libro di memorie.

“Io volevo tornare nella pancia della mamma e non nascere mai più” (p. 32) racconta l’autrice, descrivendo se stessa bambina nel momento in cui, caricata a forza su un treno, viene strappata alla sua casa per essere rinchiusa nel ghetto. Ecco, credo che frasi come questa, di cui è pieno questo libro, siano il pugno nello stomaco che ricorda a noi lettrici e lettori, “sicuri nelle nostre case”, la specificità dell’Olocausto.

L’autrice racconta la propria esperienza attraverso capitoli brevi, ma quello che colpisce è che l’attenzione non è tanto (o non è solo) sull’esperienza nell’universo concentrazionario, ma su quello che succede dopo la liberazione. Su quel processo di rimozione collettiva che ha silenziato per anni le persone sopravvissute ai campi di lavoro e di sterminio, talvolta stringendole in una morsa autodistruttiva,

L’esperienza del campo ci investe immediatamente a partire dal secondo capitolo, nel quale Edith Bruck si concentra nel guidare il lettore attraverso la perdita di identità e di umanità subita dalla protagonista e dalle sue compagne. Il numero identificativo, 11152, che dà il titolo al capitolo assurge a simbolo di questa metamorfosi: il racconto è scarno, crudo, nudo e senza orpelli. Proprio per questo, pur se le vicende sono in qualche modo prevedibili perché già note, la tessitura letteraria non perde di vigore.

Come dicevo prima, la parte più lunga del libro è legata a quello che succede dopo e mi pare, per questo, ancora più rilevante per il nostro presente, dove il concetto di memoria è speso confuso e labile come quello di opinione e in un paese come il nostro che non riesce a costruirsi una memoria storica del Novecento che non siano frasi imbalsamate per le giuste occasioni (si chiede a un certo punto l’autrice, riferendosi ai riconoscimenti ottenuti “Tutto questo è per la scrittrice o il risarcimento  alla sopravvissuta da chi non mi deve niente?” p. 118), ma fonte di crescita civile.

“Niente pianti, niente parole. Avanti!” … Per raccontare c’è tempo.” sono le parole della sorella della protagonista, Miriam, che impone, per non sconvolgere il figlio e soprattutto per salvare se stessa da un orrore a cui è per caso scampata.

Una censura che da prima è la negazione stessa di un’esperienza, da parte di chi ascolta, perché troppo dolorosa, da parte di chi vorrebbe parlare, che invece vuole solo fuggire. Edith Bruck trova quasi subito le parole, ma queste stesse parole sono il motore di un’inquietudine perenne, che la porta raminga per il mondo fino all’approdo definitivo in Italia e alla scelta dell’italiano come lingua della memoria.

Il pane perduto, dunque, non è solo quello che è mancato nei campi di concentramento, ma è anche la metafora della memoria, nutrimento di una cittadinanza attiva, che perdiamo (o gettiamo via), senza quasi rendercene conto.

Mi piace terminare con un augurio che l'essere tra i finalisti dello Strega possa essere il volano per catturare anche quei lettori che non sceglierebbero un libro così intenso e così poco romanzesco.

Il pane perduto Edith Bruck
La copertina del libro di Edith Bruck, Il pane perduto, pubblicato da La nave di Teseo (2021) nella collana Oceani

Il pane perduto di Edith Bruck ha vinto il Premio Strega Giovani 2021 ed è stato finalista alla LXXV edizione del Premio Strega.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Nella tana del serpente Michele Navarra

Tana per il serpente - intervista a Michele Navarra

Nella Tana del serpente di Michele Navarra - recensione e intervista

È considerato un quartiere difficile Corviale, il Serpentone, nella periferia romana tra Casetta Mattei e Colli Portuensi. Un grattacielo orizzontale, silenzioso, che misura quasi un chilometro di lunghezza, con due tipologie di cittadini a vivere a stretto contatto: da una parte, quelli perbene che cercano di tirare avanti come meglio possono facendo infiltrare legalità e non delinquenza, dall’altra separati da un semplice tramezzo le bande, le gang che cercano rispetto con la violenza e con lo spaccio di droga, ampiamente documentata dalla cronaca e dalle operazioni delle Forze dell’Ordine.

Foto Flickr di Henrik Schulte, CC BY 2.0

E dire che il progetto dell’architetto Mario Fiorentino, ormai definito “un’utopia fuori tempo massimo”, era di tutt’altro genere. Doveva essere inclusivo, di aggregazione sociale, come anche ha provato a ricordare la professoressa Guendalina Salimei con il progetto di riqualificazione del Kilometro Verde.

"Per me Corviale non è un quartiere peggiore o migliore di altri, è un quartiere unico dal punto di vista architettonico perché in realtà non è un quartiere, è un palazzo gigantesco che ha lo stesso numero di abitanti di un paese di medie dimensioni, tutto condensato",

mi dice Michele Navarra, avvocato penalista e scrittore di romanzi noir. L’ho raggiunto al telefono per parlare del suo settimo libro, edito da Fazi nella collana Darkside, Nella tana del serpente, che vede sullo sfondo proprio il Corviale.

La sua scrittura, con evidente padronanza della lingua e della cognizione dello spazio-tempo in cui i suoi personaggi si trovano a vivere, è levigata, precisa, tiene conto della normalità ma anche del limite in cui essi versano, prendendo spunto probabilmente dalle interviste che mi dice aver ascoltato e da ciò che ha visto al Serpentone e nella sua carriera di penalista.

 

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"Ha un fascino che ti attrae e che ti inquieta allo stesso tempo", commenta Navarra riflettendo sui soldi facili della droga che troppo spesso richiamano nelle sue fila coloro i quali pensano di scavalcare le difficoltà imposte dalla vita con arroganza e finta popolarità, barattandoli con il pericolo reale di perderla quella vita quando va bene in carcere e quando va male assassinati da qualche rivale nelle piazze di spaccio.

 

Foto Flickr di Umberto Rotundo, CC BY 2.0

Ma non è solo un romanzo di formazione sociale il suo, perché è fin troppo realistico e c’è tutto quello che viviamo ogni giorno. C’è il traffico, la droga, le case popolari, il crimine, l’amore, l’abusivismo, la disperazione, i barconi rovesciati in mare, la guerra, la morte, la speranza. Il punto di vista che può fare tutta la differenza del mondo lo fa, ed è nelle mani di Alessandro Gordiani, suo alter-ego narrativo che con i quattro colleghi amici “moschettieri della legge” e in sella a una Vespa scassata, tenterà di risolvere il caso di omicidio che gli è stato presentato.

Ma perché proprio questa storia? - Chiedo.

"Avevo cominciato a scrivere e sto continuando a scrivere perché ritenevo che, attraverso la scrittura e attraverso il romanzo, avrei potuto raggiungere degli obiettivi che avevo: uno, era quello di sfogare in qualche modo l’insofferenza che cominciavo a provare per la professione; tra le tante cose che non mi piacevano, che non mi piacciono, e che io come avvocato non posso dire o comunque devo stare attento a dire perché chiaramente molto spesso dobbiamo confrontarci con i nostri interlocutori, dobbiamo tutelare la posizione del nostro assistito, non è che si può avere quel coraggio che invece avrei potuto regalare a un avvocato di carta",

prende a raccontare l’autore Navarra e rinforza,

"Quindi Alessandro Gordiani mi 'serviva' per poter dire quello che secondo me non andava bene nel Pianeta Giustizia generale. E poi un’altra cosa che volevo fare e che ho sempre pensato, che continuo tuttora a pensare, è che il processo penale italiano è incredibilmente avvincente, contrariamente a quello che si può pensare".

Ed ecco che poco dopo, nell’intervista, conosciamo oltre all’autore anche l’avvocato Navarra e il suo amore per il Diritto:

"Noi vediamo il processo come una cosa noiosa, burocratica, bizantina, il che è tutto vero eh, perché per molti aspetti è così, però bypassando o riuscendo a incapsulare questi aspetti un po' più prosaici uniformandoli, armonizzandoli con quello che è lo scoppiettio del dibattimento, perché il pathos che sprigiona da una testimonianza resa davanti a un giudice, da un controinterrogatorio, dal pubblico ministero che incalza il povero difensore che cerca di opporsi, si creano delle dinamiche anche dialettiche e anche una tensione che se riesci a raccontarla bene è fantastica, non ha niente da invidiare a quelle cose anche molto belle americane che siamo abituati a vedere".

Nonostante questi ultimi romanzi siano meno processuali, come da sua stessa ammissione, si richiamano sempre a un certo grado di autenticità. La creazione dell’avvocato Alessandro Gordiani ha già trovato riscontro nel pubblico dei lettori che spesso tende a identificarlo con il suo autore: "Più quello che sono, Alessandro Gordiani è diventato un Me-aspirazionale, quello che vorrei essere" si giustifica Navarra in proposito,

"Lui su alcuni aspetti è molto più coraggioso di quello che potrei mai essere e soprattutto ha la fortuna di muoversi tra le pagine di un romanzo, quindi se lui commette un errore a pagina 80 può tornare indietro con il cursore e sistemare l’errore oppure può far sì che a pagina 150 esce fuori un documento che gli risolve la situazione, mentre io nella realtà questo non lo posso fare".

Eppure una cosa la sappiamo: se il Serpentone, come nel libro diceva Alessandro al suo assistito,

“tra le sue tante caratteristiche, ha anche la capacità di inglobare le persone nella sua struttura di cemento, facendole quasi scomparire”,

lo scrittore invece, richiamandosi a Pasolini, con l’inchiostro potrà sempre far risplendere le loro virtù dimenticate.

Nella tana del serpente Michele Navarra
Michele Navarra, la copertina del romanzo Nella tana del serpente, pubblicato da Fazi Editore (2021) nella collana Darkside

Michele Navarra, Nella tana del serpente, Fazi Editore 2021, Collana Darkside, pagg. 312, prezzo cartaceo 16€, prezzo e-book 7,99€


Religione e ribellione, il ritorno dell'Outsider di Colin Wilson

Carbonio Editore continua a sorprendere la sua cerchia di lettori con nuove opere fondamentali, tra queste impossibile non segnalare Religione e ribellione di Colin Wilson. Avevamo già incontrato l'autore britannico tramite l'analisi delle sue opere narrative, ma in questo caso siamo al cospetto di un opus saggistico-visionario di rara potenza, il sequel del famoso The Outsider. Religione e Ribellione infatti è il secondo titolo che compone il ciclo dell'Outsider, espande la coscienza dei lettori e riscrive la figura dell'Outsider in chiave salvifica e non solo anarchica e marginale.

Wilson trova lacune logiche nell'Esistenzialismo filosofico del suo tempo, teorizza infatti che l'umanità non può sopravvivere nelle epoche future senza una nuova religione capace di rispondere ai quesiti più profondi dell'esistenza. Religione e ribellione è anche una summa immaginifica e letteraria, filosofica, che analizza il panorama cognitivo dei pensatori otto/novecenteschi (e anteriori). Un vero catalogo di profeti ed esegeti del viaggio che l'uomo deve compiere oltre il reale per avvicinarsi alle istanze che detengono la verità. Colin Wilson continua la sua codificazione dell'outsider tra esperienze mistiche, poetiche, antimoderne e visionarie, portando l'umanità sull'abisso salvifico di una Nuova Religione.

Religione e ribellione Colin Wilson
La copertina del saggio di Colin Wilson, Religione e ribellione, pubblicato da Carbonio Editore (2021) con traduzione di Nicola Manuppelli nella collana Zolle

La creazione di una religione non può passare senza i contributi di personaggi come Jacob Böhme, Nicholas Ferrar, Blaise Pascal, Emanuel Swedenborg, William Law, John Henry Newman, Søren Aabye Kierkegaard, Bernard Shaw, Ludwig Wittgenstein e Alfred North Whitehead (ad ognuno è dedicato un capitolo del saggio). Interessante l'esclusione di figure femminili, forse l'Outsider si aggancia troppo all'archetipo del superuomo; o forse Wilson ha semplicemente operato una selezione delle sue preferenze.

Colin Wilson nel 1984. Foto di Tom OrdelmanCC BY-SA 3.0

Il volume inoltre ha un'introduzione firmata proprio da Colin Wilson, anzi una doppia introduzione: retrospettiva e autobiografica. Il volume, tradotto da Nicola Manuppelli, presenta anche un apparato bibliografico per districarsi nel mare magnum citazionistico e culturale dell'autore.

Edvard Munch, Friedrich Nietzsche (1906). Immagine The Munch Museum, CC BY 4.0 International

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


"Divinità dell'Antico Egitto": un'introduzione al pantheon egizio

"Divinità dell'Antico Egitto", manuale a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli

"Divinità dell'Antico Egitto" è il terzo volume pubblicato dal Museo Egizio di Torino, preceduto da "Amuleti dell'Antico Egitto" e "Bellezza nell'Antico Egitto", con i quali i lettori vengono condotti alla scoperta dell'affascinante mondo egizio.

divinità antico Egitto manuale
"Divinità dell'Antico Egitto" e "Amuleti dell'Antico Egitto", pubblicati da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio. Foto di Gaia Anna Longobardi

Il libro non si propone come un testo di studio specialistico, ma come un utile manuale introduttivo al grande pantheon egizio. Difatti, ciò è dimostrato dalle sue dimensioni ridotte e compatte (13,5 x 17 cm, 192 pagine), per fungere da lettura interessante e di svago per tutti, ma anche come testo da consultare durante una visita al Museo, per poter vivere al meglio l'esperienza della conoscenza.

Gli autori Paolo Marini e Martina Terzoli, curatori presso lo stesso Museo Egizio di Torino, hanno definito la pubblicazione come l'"Atlante delle Divinità Egizie". Infatti, l'organizzazione interna del testo con le divinità disposte in ordine alfabetico, sembra dar vita ad un vero e proprio atlante.

antico Egitto
"Divinità dell'Antico Egitto", a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio, sullo sfondo riproduzione moderna su papiro di Iside e Osiride. Foto di Gaia Anna Longobardi

Nonostante il titolo anticipi il contenuto, al suo interno è possibile trovare non solo i dettagli riguardanti  le divinità egizie, ma anche notizie riguardanti la cultura egizia e in particolar modo la religione. Una religione che da secoli affascina coloro che con essa vengono a contatto, a partire dallo storico Erodoto di Alicarnasso nel V secolo a.C., che nelle sue Storie, dedica interamente il secondo libro dell'opera all'Egitto, concentrandosi soprattutto sulla religione e definendo gli antichi egizi il popolo più devoto agli dèi, "assai più di tutti gli altri uomini" (Storie II, 37).

La religione e la mitologia egizia continuano tutt'oggi a suscitare notevolissimo interesse in studiosi e non, e proprio a tal motivo giunge questo testo, che ha inizio con una valida introduzione all'essere religiosi nel mondo egizio. Infatti, nulla viene lasciato al caso, e i dettagli di culti, miti e magie vengono precedentemente introdotti in questa prima sezione, anticipata da una schematica cronologia storica. Si troverà la spiegazione ai molti culti animali, per comprendere poi al meglio le caratteristiche zoomorfe delle oltre sessanta divinità presenti nella seconda sezione, ma anche le caratteristiche del periodo amarniano, della rivoluzione monoteista nella religione egizia.

Da apprezzare, in particolar modo, la volontà degli autori di descrivere l'ambiente ove si svolgevano riti e feste che seguivano l'accesso alle diverse e numerose sale del tempio, ognuna di esse dedicata ad un'azione rituale specifica.

L'ampia introduzione vuole far sì che il tema possa essere apprezzato anche da coloro che per la prima volta entrano in contatto con un pantheon decisamente complesso, numero o mutevole nel corso di tutta la storia dell'Antico Egitto.

A partire dalla pagina 56 ha inizio la vera e propria sezione dedicata alle divinità, ognuna descritta in maniera sintetica ma precisa, riportandone sia le caratteristiche celesti, che quelle cultuali, storiche, delle rappresentazioni antropomorfe o zoomorfe, corredandole da un'immagine esplicativa in alta risoluzione. Inoltre, una caratteristica che colpisce il lettore è la presenza del nome della divinità indicata con il proprio geroglifico,  così da poter calarsi fino in fondo nel mondo dell'antico Egitto.

antico Egitto
Il nome della Dea Iside, in caratteri latini e in geroglifico, dal testo "Divinità dell'antico Egitto". Foto di Gaia Anna Longobardi

In conclusione, questo breve manuale - così come i precedenti - può essere, come detto, utile ed apprezzato da qualsivoglia lettore che, affascinato dalla visita al Museo o interessato all'argomento, desideri leggerne senza inciampare in testi troppo impegnativi e complessi.

divinità antico Egitto manuale
La copertina del manuale "Divinità dell'Antico Egitto", a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio.

Uno su infinito Cristò

Uno su Infinito di Cristò, anarchia della numerologia

TerraRossa Edizioni rilancia una delle opere più atipiche del panorama letterario italiano, ovvero Uno su infinito di Cristò, già  pubblicato da due editori diversi col titolo That's (im)possible. Dalla sua singolare storia editoriale la novella di Cristò si presenta come un testo proteiforme nel nome e anarchico e deragliante nel contenuto.

Uno su Infinito è un lungo racconto corale, una polifonia di personaggi, ossessioni, segreti, idiosincrasie e speranze. Cristò procede attraverso delle interviste, brevi e taglienti, talvolta illuminanti che ci guidano attraverso il mondo televisivo del programma That's (im)possibile, una lotteria pantagruelica in cui i partecipanti devono indovinare un numero da uno all'infinito. La storia ha un incipit locale, l'emittente televisiva può giusto garantire un montepremi modesto al vincitore. Tutto viene stravolto quando il passaparola proietta Bruno Marinetti (ideatore del format) e tutto lo staff, a partire dal conduttore Luigi Conte e i cameraman, verso un successo mondiale.

Oltre a un'impostazione narrativa quasi surreale è la volontà dei partecipanti di sfidare l'ignoto delle probabilità numeriche e relazionali a rendere Uno su infinito una novella magnetica. L'autore alterna l'anarchia numerologica che impossessa gli scommettitori alle staffilate interiori che mutilano le vicende familiari più oscure. Il racconto procede su entrambi i binari del monologo interiore e del sensazionalismo della lotteria. Il mondo è fatto di individui impazziti che corrono a spedire bigliettini con le loro scommesse, in sintesi.

Uno su infinito
Foto di Steen Møller Laursen

Una narrazione cadenzata in poco più di 70 pagine rende lo storytelling denso di richiami extra-testuali che si allacciano ad altre creazioni di Cristò. Per esempio il medico Tancredi e un Moebius da La Carne. La storia si dimena in un contro-canto di voci che evocano il fenomeno trans-globale della lotteria televisiva; questi echi sembrano la visione schizofrenica di una divinità incatenata a una dimensione numerologica dove la matematica è vittima dell'irrazionalità invece che padrona della logica.

Cristò gioca con le plausibilità narrative e non solo dell'azzardo perché fa coesistere in Bruno Marinetti i deliri psico-numerici e ideologie romantiche e anti-capitaliste. Abbiamo così una figura proiettata su un orizzonte degli eventi dove si concretizza una sacra missione rivoluzionaria. Uno su infinito è una summa teosofica e probabilistica, un crocevia di idee e illusioni, un tubo catodico che (non)proietta il possibile e l'impossibile. É un azzardo o forse più semplicemente il tentativo dell'autore di indagare la conoscenza stessa dell'uomo con la più efficiente delle lenti di ingrandimento: l'assurdo e la bellezza dell'improbabile che può avverarsi. 

uno su infinito Cristò
La copertina di Uno su infinito di Cristò, pubblicato da TerraRossa Edizioni

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Roberto Alonge, Dacci oggi il nostro desiderio quotidiano

 Roberto Alonge, DACCI OGGI IL NOSTRO DESIDERIO QUOTIDIANO, Edizioni di Pagina, Bari 2021

Recensione a cura di Esther Celiberti

Sottraendosi ad un genere definito, il libro di Alonge mette a fuoco il tema del desiderio e ne analizza alcune varianti generalmente oscure e censurate. Dalla introduzione si passa alla declinazione della figura materna al motivo del desiderio triangolare, dal “fascino discreto della pedofilia” sino al “mostro dell’incesto”.

Eppure il titolo cita la nota preghiera del Padre Nostro, ma non vi è contraddizione, le sirene cattoliche del desiderio sono legate all’albero maestro del peccato. Un catalogo di trasgressioni, tassonomia di tentazioni e perversioni, “fornicazioni” tra molteplici codici espressivi. Una ars meccanica sadiana che si concentra sulla scena verbale, non verbale, iconica dunque dipinta. Alla radice la cosiddetta scena primaria, una incalzante scopofilia o magari nulla di tutto questo, forse l’intenzione/tensione compulsiva di passare in rassegna i misteri del desiderio, monumento o memento per allontanare la morte, the dark side dell’eros.

Il corposo testo è, per assunti e tesi, parzialmente riuscito o a causa della mole del duello intrapreso o per la natura sfuggente degli argomenti o per un telaio che ogni tanto cede.

Gustav Klimt, Judith II (Salome), olio su tela, International Gallery of Modern Art. Foto Flickr di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Tra pruderie e slanci, iperdeterminando l’oggetto, Alonge svolge il filo in un amalgama che allinea affondi esegetici di pregio (Ovidio, Goldoni, Ibsen, Degas, Pirandello) a cadute interpretative (Amleto, Medea di Eschilo, il misunderstanding della figura anomica del teatro elisabettiano, l’analisi del ’68) o a sopravvalutazioni. Spesso mancano le ragioni della storia in questo crogiolo intertestuale ove l’affastellarsi degli episodi lede la misura e il centro del bersaglio.

Il linguaggio è un’interlinea fra soggettività e drammaturgia, talora la volontà di attualizzazione comporta l’uso di termini impropri e se lo studioso si fosse, di sua volontà, “amputato”, lungaggini, ovvietà e ridondanze non vi sarebbero.

E poi, come si fa a scrivere che “in ogni caso la donna appare più docilmente disposta dell’uomo a muoversi nell’ottica del desiderio di desiderio (...) si preoccupa di farsi attraente per l’altro”? Pur se questa riflessione fosse stata valida in passato, non è sostenibile oggi. L’immaginario di Marcello Snaporaz, protagonista della felliniana Città delle donne, si librava oniricamente, questa affermazione non vola.

Il femminile e il maschile sono due rappresentazioni differenti ed allora, come lo stesso autore con schiettezza esplicita, riemergono il fascino dell’actio in distans di Betsabea al bagno, quella lontananza di cui Derrida scrive circa la liaison fra Nietzsche e l’essere femminile, varie sfumature di horror vacui. Ma, in semplicità, sempre a detta di Alonge, il sogno tutto maschile di essere donna. E la paura dell’altro sesso secondo un andante purtroppo non smentito.

Scabroso infatti è un piano non liscio.

Roberto Alonge desiderio quotidiano
La copertina del libro di Roberto Alonge, Dacci oggi il nostro desiderio quotidiano, pubblicato da Edizioni di Pagina (2021) nella collana Duepunti

giuramento di Ippocrate

Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate

Il Giuramento di Ippocrate, fondamento dell’etica medica, è forse uno dei testi più attuali che dall’antichità sono giunti fino a noi. Preso a modello per lo studio e per la pratica della medicina nel corso dei secoli, esso costituisce uno di quei legami che ci tengono ben saldi alle origini della nostra cultura e della nostra civiltà, a quel mondo antico a cui dobbiamo molto di ciò che siamo oggi. Il volume di Stefania Fortuna, Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate, si propone pertanto di far luce su un documento come il Giuramento di Ippocrate, dimostrando come nei suoi principi si possa rintracciare un’innegabile attualità.

La copertina del saggio di Stefania Fortuna, Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate, pubblicato da Garzanti (2021) nella collana Grandi classici

Il saggio si apre con il testo greco del Giuramento di Ippocrate e la sua traduzione italiana, seguiti dalla Dichiarazione di Ginevra firmata dall’Associazione Medica Mondiale nel 1948 e nel 2017. A partire da questi testi l’autrice sviluppa un commento che ruota attorno al Giuramento stesso e alle questioni che lo riguardano, molte delle quali sono ancora oggi dibattute.

Nel primo capitolo, Perché il Giuramento, si riconosce in primo luogo l’attualità di questo testo: medici e operatori sanitari, in ogni parte del mondo, prima di iniziare a svolgere la propria professione devono infatti pronunciare delle dichiarazioni, e ognuna di queste riprende i diversi principi esposti nel Giuramento. Dichiarata la sostanziale vitalità di questo componimento, Stefania Fortuna ne ripercorre il contenuto, tenendo in considerazione la sua natura di ὅρκος (“giuramento”) e lasciando nel lettore una serie di interrogativi che saranno trattati nel corso del volume.

Frammento del Giuramento di Ippocrate, Papiro di Ossirinco 2547 (terzo secolo). Foto Wellcome Images [1] [2], CC BY 4.0

Se il primo capitolo ha un ruolo prettamente introduttivo, è con il secondo che si entra nel vivo della discussione sul Giuramento di Ippocrate. Si affrontano infatti questioni ancora dibattute, in primo luogo la paternità, mostrando come le varie opere del Corpus Hippocraticum sembrano essere state composte da diversi autori, alcuni contemporanei e altri successivi ad Ippocrate. Dopo aver ripercorso le fonti sulla vita del “padre della medicina”, si passano quindi in rassegna alcuni degli scritti più noti del Corpus, descrivendone brevemente il contenuto e riconoscendo le problematiche per individuare il loro autore. Stefania Fortuna riesce così a fare luce su una questione che dall’antichità è discussa ancora oggi e che, come riconosce lei stessa, “non è destinata a trovare soluzioni condivise almeno in tempi brevi”.

Busto di Ippocrate, Incisione di ignoto dalla 1881 Young Persons' Cyclopedia of Persons and Places, immagine in pubblico dominio

Il capitolo successivo, Giuramento ed etica ippocratica, che costituisce il cuore del volume, prende in esame il Giuramento dal punto di vista etico e deontologico. Partendo dalla massima primum non nocere (“la prima cosa è non essere di danno”), si cerca dunque di spiegare il compito della medicina, nonché di colui che la pratica. Attingendo a vari scritti del Corpus Hippocraticum e ad altre testimonianze antiche, si illustrano così tematiche che implicano necessariamente il ricorso a questioni etiche e religiose: dal comportamento del medico nei confronti del paziente al segreto professionale, dalla somministrazione di farmaci mortali all’aborto. Argomenti certamente attuali quelli trattati nel Giuramento e, in generale, nelle opere del Corpus Hippocraticum, cosa che dimostra ancora una volta la fortuna di questi testi e dei principi da essi sostenuti.

Proprio alla fortuna del Giuramento si rivolge l’ultimo capitolo, Conclusioni e fortuna del Giuramento. Si traccia in questo senso il percorso che dall’antichità ha portato questo testo fino a noi, arrivando alla Dichiarazione di Ginevra del 1948 e alla sua più recente versione del 2017: si illustrano dunque i vari punti ripresi dal Giuramento e quelli aggiunti rispetto ad esso, come la dignità e l’autonomia del paziente, presentando la medicina come qualcosa che unisce antichità e contemporaneità.

Per trarre delle riflessioni conclusive, il volume Il dovere della cura. Giuramento di Ippocrate costituisce un importante strumento per gli studi sulla medicina antica, in particolare su quella ippocratica. A partire dalle norme contenute nel Giuramento si abbracciano diverse questioni, non solo dal punto di vista filologico per quanto concerne il testo e la sua paternità, ma anche per l’etica da esso propugnata. Come in un filo che lega il mondo antico alla nostra quotidianità, Stefania Fortuna offre così un commento di ampio respiro e di larghe vedute, in cui anche le tematiche più delicate sono affrontate con precisione e imparzialità. Riprendendo il titolo della collana di cui questo saggio fa parte, possiamo dunque dire che si tratta davvero di un piccolo grande libro, uno strumento prezioso oggi più che mai necessario.


Beati gli inquieti Stefano Redaelli

Beati gli inquieti, psicosi della letteratura

Beati gli Inquieti di Stefano Redaelli - recensione

Impossibile addentrarsi nella squisita scrittura di Redaelli senza perdersi, in questo deserto di parole e attacchi di panico narrativi, il lettore è un granello di coscienza nell'infinito non-cognitivo.  L'autore dissemina in Beati gli Inquieti tutti i suoi studi specialistici sul rapporto tra follia e letteratura, tra il mondo della ragione e l'incanto della pazzia vitalistica, perché abbandonarsi alla disragione significa esplorare la realtà perché su un piano più squisitamente sottile il folle, nella sua dissennatezza, vede davvero; senza i paraocchi delle convenzioni sociali, spogliandosi dei costrutti mentali che inibiscono le verità dell'inconscio.

Antonio è uno scrittore e ricercatore universitario impegnato nella stesura del suo libro ed è intenzionato a documentarsi sulla follia e sul rapporto che lega la malattia mentale alla spiritualità. Antonio deve attraversare il deserto del peccato e della tentazione, sopravvivere ai suoi 40 giorni nel deserto mentale dove il senno non sembra germogliare per carpire ciò che nascondono i malati. Per compiere questo esodo nella mente delle persone Antonio si reca alla Casa delle Farfalle, centro di cure psichiatriche gestito dalla Dottoressa che lascerà ad Antonio il permesso di soggiornare nella sua struttura. Antonio fingerà di essere uno dei pazienti, una nuova incognita nella routine preconfezionata di Carlo, Marta, Cecilia, Simone e Angelo.

Pazienti, a volte totem di personalità allucinate, entità primigenie radicate in archetipi che sembrano personalità.  Carlo è l'uomo dei calli, della sostanza e del lavoro,  un discendente di Anteo, il gigante che trae la forza della terra e se allontanato da essa si indebolisce. Forse un golem rilegato alla Casa delle Farfalle, un frammento dei popoli abramatici che incidevano le parole sacre di Dio sull'argilla, sulla terra.  C'è Marta. una Maddalena dalla bellezza suadente, generosa nel corpo e negli atteggiamenti che profuma come la più atavica delle essenze ammalianti.  Cecilia invece è poesia su gambe, versificazione umana dell'arte espressiva, singolarità bipolarizzata poiché in lei convive molto di più oltre all'amore della scrittura.  Simone l'uomo fatto di libri e parole, Angelo che per contrasto vede i demoni della follia complottista ovunque, che vede oltre l'infinito delle nostre possibilità di ragionamento.

Beati gli Inquieti è poesia, declinata in uno scroscio ininterrotto di suggestioni, lampi d'ingegno, psicosi e tempeste emotive che lacerano il tessuto cerebrale e sentimentale di qualsiasi lettore. Beati gli inquieti è una costellazione di neo disseminati su un corpo nudo che si devono unire per formare triangoli scaleni, isosceli, rettangoli; così fanno alcuni dei pazienti. Servono coordinate, cateti ed ipotenuse per ricreare un teorema di Pitagora che calcola la profondità di quel deserto che annichilisce chiunque osi peregrinare nella mente degli inquieti. Malati eppure beati perché si cibano di una vera libertà, gli inquieti di Redaelli sono note musicali di un'esecuzione sinfonica che restituisce al lettore punti di vista diversificati per una vera polifonia dell'io narrante. Io narrante confusionario, alternato, decostruito e destrutturato dove la pazzia non è allucinazione prospettica della normalità ma lente di ingrandimento per sondare gli abissi del nostro ego.

Neo. Edizioni non pubblica solo un romanzo che a mio avviso è una summa accademica e professionale del professor Redaelli, ma un'opera poetica di altissima levatura che merita davvero la sua candidatura al Premio Strega, perché con delicatezza virulenta c'è un ritratto esemplare delle malattie mentali, della filosofia e dei mondi onirici. Questo romanzo è uno dei titoli più belli che chi scrive ha letto di recente, un testo invidiabile, una lezione di scrittura creativa di rara potenza che si manifesta in maniera distruttiva nella perfezione dell'epilogo.

Beati gli inquieti Stefano Redaelli
La copertina del romanzo Beati gli inquieti di Stefano Redaelli, pubblicato da Neo. Edizioni

Beati gli inquieti di Stefano Redaelli è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.