Anime Salve al PAN: personale fotografica di Jess Kohl

ANIME SALVE AL PAN
PERSONALE FOTOGRAFICA DI JESS KOHL

Anime Salve Jess KohlNapoli - Debutto partenopeo della fotografa e regista inglese Jess Kohl: le sale del Loft al Palazzo delle Arti Napoli (PAN - Via dei Mille, 60 – 80121 Napoli) si apriranno venerdì 11 settembre 2020 alla sua prima mostra fotografica italiana dal titolo “Anime Salve” e resteranno disponibili al pubblico fino a domenica 27 settembre 2020. Le opere fotografiche selezionate presenteranno al pubblico il suo ultimo progetto realizzato tra le vele di Scampia, un interessante e particolare sguardo dell’obiettivo aperto sulla comunità dei femminielli e delle sue contraddizioni.

La mostra personale di Jess Kohl nasce da un progetto di ShowDesk, un’organizzazione indipendente che dà supporto ai giovani artisti emergenti nella promozione del loro lavoro. Gratuità, spirito di condivisione e cooperazione sono i principi fondanti di questo progetto open source. 

La mostra è curata da Collettivo Zero: un collettivo curatoriale indipendente costituitosi nel 2019 tra i banchi dell’Istituto Europeo di Design a Roma, unendo dei giovani provenienti da diverse città italiane. Composto da Sveva Ventre, Gianluca Sensale, Andrea Pastore, Ilaria Lely, Rita Roberta Esposto, Chiara Di Giorgio, Enrica Mariani e Alice Broggini, è un gruppo eterogeneo di storici dell’arte, architetti, archeologi, educatori all’arte e laureati in Beni Culturali, accomunati da una forte passione per l’arte in ogni sua forma. La sua apertura ai più disparati temi, con una particolare attenzione alla visuale contemporanea, lo ha portato ad essere l’anima portante ed organizzatrice della personale di Jess Kohl.

L'artista negli ultimi anni si è occupata di raccontare, attraverso reportage fotografici e cortometraggi, alcune comunità considerate marginali, dai punk filippini agli Hijras indiani. Attraverso una scenografia ben definita e raccontata senza elementi superflui, le fotografie della personale al PAN rappresenteranno soggetti reali e lasceranno trapelare una realtà poco conosciuta nel suo aspetto più intimo e non ancora documentato. L’opera fotografica di Jess Kohl si allontana da modelli più volte abusati e noti per condurre chi guarda in un contesto quotidiano: un parco, un balcone e sullo sfondo, sempre riconoscibile, il complesso delle vele di Scampia.

«È tutto pronto e, dopo un intenso lavoro, riteniamo che la mostra sarà originale ed interessante – dichiarano gli 8 membri di Collettivo Zero – sotto certi aspetti sarà anche sorprendente. Con la mostra proponiamo un percorso che, allontanandosi dallo stereotipo, vuole avvicinare gli sguardi e la sensibilità di ciascuno a un quotidiano ricco di storie diverse, raccontate in un percorso tematico che sicuramente sveleremo e sarà svelato in modo chiaro ai visitatori. È una mostra che si racconta e si può raccontare, ma è soprattutto da vedere e godere. Vi invitiamo tutti al PAN».

Testo e foto da Collettivo Zero sulla personale fotografica “Anime Salve” di Jess Kohl.


#InviaggiocongliEtruschi: sulle orme dell'antica civiltà italica

#InviaggiocongliEtruschi

Sulle orme dell'antica civiltà italica.
Un accordo tra Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Museo Archeologico Nazionale di Napoli e Museo Civico Archeologico di Bologna.
Sconti in biglietteria per i visitatori dei tre Musei

#InviaggiocongliEtruschi

In questa estate italiana così particolare, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, perseguendo appieno la propria missione, sceglie l’alleanza con i Musei e sigla un accordo che invita a viaggiare attraverso il nostro Paese alla scoperta degli Etruschi, una delle civiltà più affascinanti del mondo antico, un popolo che è parte fondamentale della nostra storia.

#InviaggiocongliEtruschi, è il titolo della campagna che, dal 1 agosto, unirà idealmente lungo la Penisola, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Museo Civico Archeologico di Bologna. Uniti da Bologna a Napoli passando per Romatre città e tre luoghi della cultura affrontano questo momento particolare proponendo un itinerario turistico-culturale che è un viaggio identitario, un invito alla ricerca delle proprie radici.

I Rasna (così gli Etruschi chiamavano se stessi) hanno dominato il vasto territorio compreso tra la pianura padana del Po e le pendici del Vesuvio; le loro fertili terre producevano grano, olio, vino e fichi tanto famosi da attirare - secondo la leggenda - i barbari Galli che giunsero a saccheggiare persino Roma. Signori del Tirreno, i loro porti erano frequentati da commercianti che giungevano da tutto il Mediterraneo con merci esotiche, profumi, stoffe preziose, avori pregiati… La loro abilità artigianale è testimoniata anche da splendidi gioielli in oro, argento, bronzo, ambra e vetro che abbellivano le donne delle grandi famiglie aristocratiche; ancora oggi gli orafi più esperti cercano di riprodurre la raffinata tecnica della granulazione.

Oggi la storia e la cultura di questa affascinante civiltà sono l’occasione per percorrere il nostro Paese all’insegna della cultura e all'arte, partendo dal Museo Civico Archeologico di Bologna, che ospita, fino al 29 novembre, la mostra "Etruschi. Viaggio nelle terre dei Rasna" (etruschibologna.it), fermandosi a Roma ad ammirare le collezioni del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il più importante museo etrusco al mondo (museoetru.it), per giungere a Napoli al Museo Archeologico Nazionale che vi accoglierà con l’esposizione "Gli Etruschi e il MANN", una raccolta straordinaria di circa 600 reperti, di cui 200 visibili per la prima volta, acquisiti sul mercato collezionistico dal Museo in varie fasi della sua storia (museoarcheologiconapoli.it). Ad arricchire il percorso espositivo di entrambe le mostre ha contribuito con preziosi ed eccezionali prestiti il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

I visitatori che seguiranno le orme degli Etruschi avranno diritto alla riduzione del costo del biglietto di ingresso, presentando presso la biglietteria il ticket di uno dei tre istituti coinvolti.
Se si visita uno dei tre musei, si ha la possibilità, quindi, di accedere agli altri due con uno sconto sul costo del biglietto
: il costo di ingresso sarà di 10 euro (invece di 14) al Museo Civico di Bologna (qui la promo sarà valida sino al 29 novembre), di 7 euro (in luogo di 10) al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, di 8 euro (e non 10) al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

E durante il soggiorno romano si potrà approfittare dell’offerta culturale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: aperture straordinarie e visite guidate comprese nel costo del bigliettoPer il programma completo consultate il sito www.museoetru.it 

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia


Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Apertura: dal martedì alla domenica
Orari: 9-20 (ultimo ingresso ore 19; chiusura sale espositive alle 19.30)

 

Testo e foto #inviaggioconglietruschi dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

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Il Direttore Ovidio Maria Jacorossi spiega la chiusura di Musja

Di seguito la lettera di Ovidio Maria Jacorossi, Direttore di Musja, con la comunicazione della chiusura del Museo.

chiusura MusjaÈ con grande rammarico che ci troviamo costretti a comunicare la chiusura di Musja, un museo nato poco meno di un anno fa con l'obiettivo di condividere, con tutta la comunità, la vasta collezione del compianto fondatore Ovidio Jacorossi e di contribuire all’offerta del panorama artistico-culturale di Roma e dell'Italia con una programmazione dal respiro internazionale, sensibile alle tendenze più innovative dell'arte contemporanea.

La breve ma intensa esperienza di Musja si conclude però con un grande successo: la  mostra “The Dark Side – Chi ha paura del buio?”, a cura di Danilo Eccher, con la quale è stato inaugurato a ottobre 2019 il palinsesto espositivo. In pochi mesi abbiamo accolto oltre 10 mila visitatori, il cui entusiastico riscontro ci ha dato forza, ha confermato la validità del progetto e dimostrato la necessità di simili iniziative.

Purtroppo le misure restrittive dovute all'emergenza sanitaria da Covid-19 non hanno consentito al Museo di riaprire le sue porte. I limiti agli accessi e le numerose prescrizioni sanitarie non combaciano, infatti, né con le caratteristiche di una mostra ricca di grandi installazioni site-specific né con la particolarissima struttura dello spazio, ricavato in un edificio che sorge nel cuore di Roma, sulle antiche rovine del Teatro di Pompeo e che nei secoli ha visto stratificarsi elementi architettonici di epoche diverse, dall'età romana sino al Rinascimento.

Custode di un patrimonio così prezioso, la famiglia Jacorossi ha deciso nel 2017 di intervenire con un’importante opera di restauro che ha tutelato lo spazio, preservandone le peculiarità, e rendendolo adatto ad aprirsi al pubblico. Da qui è nato 'Musia', un laboratorio di sperimentazione multidisciplinare che nel tempo è cresciuto per poi trasformarsi in 'Musja', un vero e proprio museo, innovativo, aperto al dialogo con il pubblico e ispirato dalla profonda convinzione di Ovidio Jacorossi sulla centralità della persona umana. Un principio che gli ha permesso - nel corso della sua lunga attività - di considerare arte e impresa come un binomio inscindibile, individuando proprio nell’arte quel punto d'incontro tra il perseguimento del profitto e l'interesse collettivo.

Purtroppo l'esperienza di Musja termina qui. Per quanto motivati a rimboccarci le maniche e desiderosi di contribuire alla ripartenza del settore culturale, per una piccola realtà privata come la nostra, il momento non è dei più felici. I procedimenti eccessivamente burocratizzati, i pochi incentivi per la ripartenza e la grande incertezza per ciò che avverrà, non ci consentono di impostare una programmazione per i prossimi mesi. Eppure, l'arte e la cultura guardano al futuro, lo immaginano e contribuiscono a delinearne i contenuti. Nell'assenza di prospettive si spegne la loro luce, le si rende impotenti e si priva la comunità di un valore imprescindibile.

La mostra “The Dark Side – Chi ha paura del buio?” affrontava proprio questo tema: 13 artisti di rilievo internazionale presentavano la loro personale interpretazione di quel sentimento e di come superarlo. Ci auguriamo che questo buio svanisca presto e che l'arte possa tornare quanto prima a svolgere il proprio ruolo di luce e di guida.

Ovidio Maria Jacorossi
Direttore di Musja


macchina volante museo roberta barsanti

Tornare a Vinci: conversazioni leonardesche con Roberta Barsanti

Leonardo da Vinci: un nome che oggi porta con sé molto più della figura storica di una delle personalità emblematiche del Rinascimento. Un nome che ormai fa parte della cultura "pop" e intorno a cui gravita un piccolo universo di significati e suggestioni. Un nome da cui non si è mai staccato quello del suo borgo natale, di quello scorcio di Toscana che sentiamo avere tanta parte nel suo percorso. 

  • Museo Leonardiano Roberta Barsanti Leonardo da Vinci

Chi oggi ne ripercorre la tracce fino a Vinci trova una bella realtà: il Museo Leonardiano. Un'istituzione vivace e fluida; diverse sedi che punteggiano il territorio offrono al visitatore diverse tipologie di opere e testimonianze. Un'esperienza che ha tutte le sfaccettature dell'avventura umana e intellettuale di Leonardo. Dal nucleo originario, il Castello dei Conti Guidi donato al comune nel 1919 in cui sono esposte le ricostruzioni delle macchine di Leonardo realizzate da IBM, passando attraverso la Palazzina Uzielli che si affaccia sulla piazza ridisegnata dagli interventi di Mimmo Paladino, fino alla Villa del Ferrale, tutta dedicata alla pittura, e alla presunta casa natale di Leonardo ad Anchiano. C’è anche una biblioteca che fa da centro studi: un punto di riferimento per chi voglia ricostruire le tracce lasciate dalle vicende biografiche e intellettuali di questa figura del tutto singolare.

La dottoressa Roberta Barsanti, storica dell'arte, è oggi alla guida di questa istituzione complessa e vitale; in un momento in cui tutti facevamo fatica a sollevare lo sguardo abbiamo pensato sarebbe stato bello amplificare il racconto di queste realtà piccole e preziosissime. Ne è nata una bella chiacchierata sul museo, su Leonardo e sulle prospettive del patrimonio culturale italiano in questo periodo tanto complesso.

 

macchina volante Museo Leonardiano Roberta Barsanti Leonardo da Vinci

 

Il museo ha più sedi, sparse sul territorio. Ci racconta come si integra il museo in una valorizzazione territoriale, qual è il valore aggiunto che può portare al contesto e quale invece può ricevere da questo rapporto?

Il Museo rappresenta una forte attrattiva sul territorio. Il Museo è dedicato ad illustrare l’attività di Leonardo quale esperto di meccanica, ingegnere, cartografo, studioso di anatomia, scienziato. Al contempo la Casa Natale di Leonardo ad Anchiano, luogo della memoria per eccellenza del suo legame con la città natale, evidenzia il suo legame con il territorio e insieme alla sezione di pittura ospitata nella vicina Villa del Ferrale consente di approfondire il suo operato artistico.

La visita a Vinci vede oggi più che mai il Museo come  volano principale per invitare i visitatori ad esplorare la terra dell’infanzia e della gioventù di Leonardo. Il paesaggio delle colline di Vinci, ancora oggi, richiama l’immagine di una Toscana rinascimentale, con le tipiche coltivazioni della vite e dell’olivo. In un contesto come questo, è facile immaginarsi un giovanissimo Leonardo che esplora la campagna, guarda con attenzione ai “nichi”, i fossili, che è così facile trovare, osserva i numerosi ruscelli che solcano le valli, osserva attento il movimento delle ruote idrauliche che azionavano i mulini, iniziando a costruire quel substrato di interessi e conoscenze che guiderà la sua attività di artista, ingegnere, scienziato.

La stessa mostra del 2019, anniversario dei 500 anni dalla morte di Leonardo, “Leonardo a Vinci. Alle origini del genio” ha voluto mettere in risalto il forte legame fra l’artista scienziato e la sua terra d’origine. Fra l’altro, una delle sedi del Museo è la Rocca dei Conti Guidi che con la sua mole domina il borgo e il territorio circostante rappresentandone un elemento identificativo di assoluto valore. In questo contesto, Leonardo costituisce da sempre un “genius loci” di primaria importanza e lo stesso borgo di Vinci è andato configurandosi nel tempo come luogo della memoria per eccellenza della biografia leonardiana, accentuando i caratteri medievali e, in tempi recenti, prestandosi ad inserimenti di arte contemporanea tesi a valorizzarne il contesto urbano. 

 

 

Lei si trova a dirigere un museo “piccolo” in un momento storico davvero complicato. A suo parere le dinamiche innescate dalla pandemia porteranno a una riscoperta del patrimonio “eccentrico” (cioè, decentrato) e innescheranno nuove modalità di fruizione oppure la necessità di rispettare prassi legate alla sicurezza finiranno per favorire le istituzioni più grandi e più strutturate?

È ancora forse troppo presto per azzardare previsioni in tal senso. Si può immaginare che un museo collocato in un ambiente paesaggistico e naturalistico interessante e piacevole, in cui è facile muoversi con mezzi propri, svolgere attività all’aria aperta, in un anno come questo, risulti particolarmente attrattivo. 

 

Il confronto con la figura di Leonardo. Di sicuro si tratta di uno dei personaggi più stimolanti con i quali confrontarsi, ma nella sua esperienza per un direttore di museo è più facile fare divulgazione dal momento che si parte da una conoscenza condivisa o sono maggiori le insidie legate a cliché, luoghi comuni, aspettative del pubblico?

La figura di Leonardo è una delle più celebri e conosciute al mondo ma, al contempo, risente più di altre di luoghi comuni e soprattutto del mito che la circonda finendo il più delle volte per offuscarne il reale portato. La missione del Museo Leonardiano è proprio quella di contestualizzare l’operato di Leonardo dal punto di vista tecnico e scientifico nel mondo tardo medievale e rinascimentale.

Non è raro che, nello sfatare qualche luogo comune, il visitatore abbia modo di scoprire come la realtà possa essere addirittura più affascinante e più complessa di quello che solitamente ha sentito narrare intorno alla figura di Leonardo e alle sue invenzioni.  

 

 

Il rapporto tra arte e scienza: Leonardo è stato uno degli intellettuali che nella storia ha forse meglio rappresentato la possibile e anzi fruttuosa convivenza tra questi ambiti. Come viene affrontato questo tema all’interno del museo? A suo parere ancora oggi è possibile trarre dall’eredità leonardesca stimoli per far incontrare questi mondi che oggi paiono essere diventati così distanti?

Arte e scienza in Leonardo trovano una perfetta unione. Fondamentale, a tale proposito, è la sua padronanza del disegno, strumento primario per indagare la natura e per dare forma alle sue idee, ai suoi progetti artistici e scientifici. I suoi disegni di meccanica, per esempio,  rivelano una grande bellezza e una estrema efficacia proprio grazie alla sua padronanza delle tecniche espressive maturate nell’ambito della sua attività d’artista.

Nel Museo, questo connubio tra arte e scienza viene evidenziato non solo nelle parti relative alla meccanica,  ma anche nella sezione dedicata agli studi anatomici di Leonardo con ceroplastiche tratte dai suoi disegni, nella sezione di pittura presso la Villa del Ferrale con riproduzioni a grandezza naturale e in altissima definizione delle sue opere pittoriche, nell’esplorazione digitale di alcune di queste nella Casa Natale ad Anchiano. Attualmente, la Sala del Podestà nel Castello dei Conti Guidi, ospita la mostra “Leonardo, l’anatomia dei disegni", che dà conto della grande abilità grafica di Leonardo consentendo un’esplorazione interattiva di alcuni dei suoi disegni più belli. 

All’eredità di Leonardo possiamo oggi fare riferimento quale modello per instaurare un dialogo costruttivo fra discipline diverse per una visione più completa e profonda dell’uomo e della natura. 

Qual è il suo personale rapporto con la figura e l’opera di Leonardo? 

Si tratta di un rapporto estremamente coinvolgente che richiede continuo studio e grandissima attenzione per non cadere nella superficialità e nei luoghi comuni. D’altra parte Leonardo non finisce mai di stupire per la sua complessità e per la profondità del suo pensiero.

 

 

Ci racconta un episodio curioso della vita del museo o che le è rimasto impresso per un motivo particolare?

Ricordo la volta in cui il Museo fu la destinazione segreta di un viaggio aziendale. La visita fu  organizzata, con la complicità dei nostri Uffici, da una compagnia olandese che si occupa di tecnologia. Proprio in virtù del legame dell’azienda con il mondo della tecnica, essa volle celebrare il decennale della propria attività accompagnando per un weekend a sorpresa i propri dipendenti nella terra di Leonardo. Un episodio reale che si racconta di quale sia il ruolo di Leonardo nell’immaginario collettivo mondiale. 

Uno dei momenti più emozionanti, direi anzi il più emozionante, è rappresentato dalla vista del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che il 15 aprile del 2019 ha inaugurato le celebrazioni leonardiane per i 500 anni dalla morte di Leonardo a Vinci e ha presenziato all’inaugurazione della mostra “Leonardo a Vinci. Alle origini del genio” presso il Museo Leonardiano.

 

NB: tutte le immagini sono state realizzate durante la campagna fotografica di Google Arts&Culture e sono di proprietà del Museo Leonardiano di Vinci, che ringraziamo per avercene concesso l'utilizzo.


camino dei fenicotteri

“Il Camino dei Fenicotteri”: il ricordo dell’Æmilia Ars nell'esposizione dei fratelli Casanova

Il Camino dei Fenicotteri”, a Bologna il ricordo dell’Æmilia Ars nell'esposizione dei fratelli Casanova

 

Camino dei fenicotteri

Finalmente l’arte torna a splendere e a godere della sua visibilità: dopo mesi di chiusura preventiva la cultura si riappropria dei suoi spazi e, seppur limitatamente, del suo pubblico. Così riprende anche il progetto espositivo dedicato all’Æmilia Ars, società che ha introdotto in Italia l’innovativa visione unitaria di arte, industria e artigianato, principio di modernizzazione del gusto diffusosi in Europa dal movimento “Arts & Crafts” di William Morris.

Giulio Casanova, Decorazione con fresie per vaso, Disegno a china e acquerello rosa, verde, blu, rosso su cartone, mm 340 x 270
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1195

Questa “Società protettrice di Arti e Industrie Decorative nella regione emiliana” fu fondata nel 1898 da un gruppo di artisti locali guidati da Alfonso Rubbiani e Francesco Cavazza, seguendo l’esempio delle gilde medievali ed innalzando l’immagine di Bologna tra le officine manifatturiere più all’avanguardia del periodo. Un gusto congiunto al progresso tecnico e scientifico che, seppur di breve durata, produsse svariate opere nel campo delle arti applicate, dell’ornamento e del restauro. Essa annovera tra i suoi progetti l’elegante “Camino dei Fenicotteri”, cui è attualmente intitolata una mostra nel capoluogo emiliano.

Achille Casanova, Cavaliere, Disegno a matita e pastelli su carta, mm 345 x 276, Collezione privata

Il Camino dei Fenicotteri. I disegni dei Casanova dall’Æmilia Ars alla Rocchetta Mattei” è infatti un’esposizione recentemente avviata, che avrebbe dovuto inaugurarsi il 14 marzo per poi rinviare l’apertura al 22 maggio. Curata da Paolo Cova, Mark Gregory D’Apuzzo e Ilaria Negretti, supportati da Renzo Zagnoni, la mostra si svolge a Bologna presso il Museo Civico d’Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini, in occasione del primo centenario della sua fondazione nel lontano 30 maggio del 1920. Francesco Malaguzzi Valeri, l’allora Soprintendente delle Belle Arti, voleva collezionarvi esempi dell’artigianato bolognese, così come effettuato dai musei europei di arte applicata e industria sin dall’Ottocento.

L’esposizione, di dimensioni contenute ma dagli esemplari di grande pregio esecutivo, conserva la memoria della storia culturale ed industriale della città. Si configura come una riflessione critica volta ad enfatizzare il disegno di progetto come processo centrale che coniuga la funzionalità moderna al decoro elegante, concretizzati dalla collaborazione con le locali botteghe artigiane.

Giuseppe De Col, Piattino portacenere, per il bando a premi Æmilia Ars concorso n. 23, Disegno su carta, 1899
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1198

L’itinerario espositivo propone un susseguirsi di diciassette pregiati disegni di Giuseppe De Col e dei fratelli Achille e Giulio Casanova, unitamente ad undici ferri battuti realizzati da Pietro Maccaferri e Sante Mingazzi: mentre questi ultimi appartengono alla raccolta permanente del museo Bargellini, i disegni sono stati raramente esposti (ed uno di essi viene mostrato al pubblico per la prima volta, poiché parte di una collezione privata). Appartenenti al fondo dell’Æmilia Ars insieme ad altri cinquecento esemplari realizzati in china, acquerello e matita, dopo una lunga trattativa biennale con la contessa Lina Bianconcini Cavazza nel 1936 sono stati inseriti nelle collezioni civiche del Comune di Bologna. I Musei Civici d’Arte Antica includono anche merletti e ricami, pizzi e ceramiche, opere lignee e in ferro battuto, manufatti vitrei o in cuoio, gioielli e vestiari, tutti ovviamente creati dalla Società Æmilia Ars particolarmente attenta ai prodotti di arredo e decoro.

Achille Casanova, Mobiletto porta-giornali, Disegno a china e acquerello verde e rosa su carta, mm 491 x 350, Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1149
Pietro Maccaferri, Cancello dei Melograni, Ferro battuto con decori traforati in lamiera, cm 139 x 135,5
Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/4292

Altri protagonisti della mostra sono i ferri battuti di Maccaferri e Mingazzi, con i quali collaboravano i membri della gilda, come dimostra la pregevole esecuzione del cancello ideato da De Col per l’Esposizione di Torino. Un cancello gradito alla critica, per l’abilità esecutiva di Maccaferri nella meticolosa decorazione dei melograni stilizzati, concretizzazione di una ricerca geometrizzante dei temi.

Sante Mingazzi, Portavaso decorato con rose, Ferro battuto, cm 121 x 57
Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/1868

Associati a quest’opera vi sono dei disegni progettuali a tema floreale, come quelli relativi a portacenere con orchidee decorative. Parimenti a Maccaferri, il mastro ferraio Mingazzi ha prodotto arredi in ferro battuto di ispirazione vegetale – come un portavaso dai lunghi rami cingenti ed ampie rose – dieci dei quali sono stati donati dalla figlia al Museo Bargellini. Capace di creare senza ricorrere ai disegni preparatori altrui, alcune sue produzioni appaiono arredi abbinabili, come una lampada ad alto stelo e un portavaso perfettamente coordinati.

Sante Mingazzi, Insegna dell’Officina Mingazzi, Ferro battuto, cm 108 x 245, Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/1844

Elemento focale della mostra è il manufatto di terracotta maiolicata da cui prende il nome, ossia il “Camino dei Fenicotteri” posto nella minuta sala della Rocchetta Mattei a Riola. Di forte impatto visivo, si fonda sulle figure slanciate e sinuose di due fenicotteri su sfondo floreale, che cingono i lati del camino e la raffigurazione di una vasca con dei pesci. L’immagine del fenicottero, comune soggetto d’arte paleocristiana, bizantina ed altomedievale come emblema di resurrezione, viene adoperata anche nell’ambito dell’Art Nouveau ove perde i suoi connotati religiosi per acquisire una funzione puramente estetica. Il manufatto di grande pregio presenta l’iscrizione latina su sfondo blu: “haec otia nobis sed libertatem mavimus aeris”, che può essere tradotta approssimativamente con “ci hanno dato tranquillità ma noi preferiamo la libertà dell’aria”.

Ritratto in foto, viene supportato documentalmente dal progetto ideativo dell’architetto, pittore e decoratore Giulio Casanova: un disegno preparatorio in penna ed inchiostro con rifinizioni in acquerello risalente agli anni 1898-1900. Lo schema progettuale mostra chiaramente la stretta cooperazione tra artisti ed artigiani, congiunzione innovativa di lavoro manuale e ideativo. Interessante esemplare del liberty emiliano, fu scelto tra le opere rappresentative della Società Bolognese nell’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna svoltasi nel 1902 a Torino. Probabilmente la sua acquisizione risale al 1904, anno dell’organizzazione di un’asta a Firenze in cui la Società fu costretta a liquidare i propri prodotti, mantenendo attiva solo la manifattura tessile.

Poco conosciuto dal grande pubblico, il camino si trova in un’area dell’edificio non ancora restaurata e quindi inaccessibile. La struttura, voluta dal conte Cesare Mattei, appartiene adesso alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e viene gestita dal Comune di Grizzana Moranti con la collaborazione dell’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese.

Camino dei fenicotteri
Giulio Casanova, Camino dei Fenicotteri, Disegno a china e acquerello su carta bianca, mm 493 x 690
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1277

Uno dei maggiori capolavori dell’Æmilia Ars viene così enfatizzato per un effettivo riconoscimento critico, con conseguente restauro che ne consenta la fruibilità. Nella progressiva riconsiderazione delle arti applicate in ambito europeo a cavallo tra XIX e XX secolo, sarebbe opportuno recuperare gli spazi della cosiddetta “industriartistica” bolognese.

La mostra vanta la collaborazione del Gruppo Studi Alta Valle del Reno, che a tal fine ha editato la pubblicazione n. 65 della collana Nuèter-Ricerche. Con il patrocinio della città metropolitana di Bologna, del Comune di Grizzana Morandi, della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e dell’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese, l’evento viene promosso dall’Istituzione Bologna Musei – Musei Civici d’Arte Antica.

In questi mesi di attesa per la riapertura ufficiale, Bologna Musei ha ugualmente tentato di mantenere vivo il rapporto col pubblico offrendo un’anticipazione della mostra con pillole video e la visita virtuale delle sale presso la pagina Facebook dei Musei Civici d’Arte Antica. Adesso che è possibile ammirarle dal vivo, si afferma un’organizzazione delle visite in totale sicurezza, per la tutela sia del personale che del pubblico. Per partecipare c’è tempo fino al 6 settembre, per un’estate all’insegna della riappropriazione dell’arte e dei musei.

Immagini dall'Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei

Il Camino dei Fenicotteri

I disegni dei Casanova dall’Æmilia Ars alla Rocchetta Mattei

A cura di Paolo Cova, Mark Gregory D'Apuzzo, Ilaria Negretti

In collaborazione con Renzo Zagnoni e Gruppo di Studi Alta Valle del Reno


22 maggio – 6 settembre 2020



#puntoeacapo

#puntoeacapo: comunicazione digitale per l'arte

Durante il lungo periodo di lockdown abbiamo assistito al proliferare di tantissime iniziative culturali da fruire esclusivamente online. Abbiamo avuto e abbiamo Christian Greco che fa da guida turistica su YouTube, tra le sale del Museo Egizio che dirige. Abbiamo avuto la celebrazione dei 500 anni di Raffaello con percorsi espositivi digitali e dirette video. Abbiamo i post quotidiani dalle pagine ufficiali delle fondazioni, i video virali degli Uffizi su TikTok, gli articoli su blog e testate giornalistiche. Gli hashtag a tema culturale.

In un contesto così vivo, proprio all’indomani della riapertura dei musei parte la nuova iniziativa esclusivamente social della casa editrice Electa dal titolo #puntoeacapo.

Da ieri, 19 maggio, Electa raccoglie sui propri profili una serie di brevi video (girati a casa) con protagonisti curatori, storici, archeologi, operatori in genere del mondo culturale. Nei video si parla di libri, mostre, progetti, percorsi museali (vecchi e nuovi), “cantieri” archeologici fino ad arrivare all’editoria e ai bookshop.

 

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In queste settimane sospese ci siamo fermati, come molti, per ripercorrere la nostra storia editoriale, attraverso gli anni recenti e il presente, per riprogettare il domani. Abbiamo quindi deciso di iniziare a pensare ad una Electa contemporanea e futura, iniziando dal progetto #puntoeacapo: una rubrica social, di racconti e testimonianze per proseguire con l’esperienza dell’Arte e della editoria illustrata, attraverso le voci e i volti di curatori, direttori di musei, archeologi, critici d’arte, artisti, architetti, designer, figure che lavorano e collaborano con la casa editrice, da prospettive e con ruoli diversi. La prima serie di video nasce dall’urgenza di rivisitare il #patrimonioitalia, di riconsiderare la nostra identità culturale e il nostro passato mentre ci prepariamo al futuro. Protagonista del primo contributo di oggi è Marcello Barbanera, professore di Archeologia e di Storia dell’Arte greca e romana a La Sapienza Università di Roma, che inaugura gli appuntamenti di #puntoeacapo con una riflessione su parchi archeologici e rovine come luoghi-sentinelle del passato. ____________ MARCELLO BARBANERA Autore di Metamorfosi delle rovine(Electa, 2013) e curatore di mostre Electa quali Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci con Antonio Pinelli e Mirella Serlorenzi(Roma, Crypta Balbi e Palazzo Massimo, 2018-2019) e La forza delle Rovine (Roma, Palazzo Altemps 2015-2016)

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L’obiettivo dichiarato dalla stessa casa editrice è quello di stimolare una riflessione diffusa sulle domande a cui il mondo della cultura deve rispondere. Quali offerte culturali proporre dopo la stagione dei blocchi e della fruizione telematica dei contenuti? A quale nuovo pubblico rivolgersi?

Il dialogo prende avvio dagli autori e dal ruolo di Electa come editore in questo ampio spettro. Anche se l’iniziativa coincide e insieme celebra i 75 anni di attività della casa editrice, non è però chiusa e rivolta solo alla propria offerta culturale. Al contrario, la rubrica è creata per essere condivisa sulle pagine di tutti coloro che intendono partecipare al dibattito in maniera costruttiva e critica.

La prima serie di video-racconti con cadenza settimanale a partire proprio dal 19 maggio ha come tema #patrimonioitalia. Un Grand Tour digitale attraverso i luoghi della cultura del nostro paese. Il primo ad affrontare l’argomento è Marcello Barbanera professore di Archeologia e di Storia dell’Arte greca e romana a La Sapienza Università di Roma. Nel suo discorso Barbanera riflette sulla forza profonda che hanno parchi archeologici o rovine di essere autentiche ancore di memoria. Posti speciali che instillano il rispetto del passato.

È con questo gusto del passato, e con la volontà di preparare la strada ad un nuovo modo di fare cultura che seguiremo #puntoeacapo nel corso della sua avventura digitale.

#puntoeacapo
Foto courtesy Electa Editore

Archeologia Invisibile, il Museo Egizio in digitale #restandoacasa

Scienza e archeologia, tra rivoluzione digitale e umanesimo al Museo Egizio, nella mostra “Archeologia Invisibile”, ovviamente #restandoacasa

In questo periodo di emergenza sanitaria il Museo Egizio si è fin da subito impegnato per incrementare la digitalizzazione delle sue sale e della sua collezione, già ben avviata da tempo ma resasi necessaria in questa delicata situazione.

Il Museo con la più importante collezione egizia fuori dal territorio egiziano si rende “vivo e attivo” e vicino più che mai al suo pubblico, attraverso pillole video dello staff scientifico, appuntamenti con le “passeggiate del Direttore” e visite virtuali.

Archeologia Invisibile

La mostra “Archeologia Invisibile” racconta il dialogo e la connessione tra egittologia e scienze naturali (fisica, chimica, biologia) che rendono finalmente possibile l’accesso alla biografia degli oggetti e alle conoscenze tecniche antiche che hanno permesso la trasformazione delle materie elementari in oggetti complessi. La mostra - inaugurata il 12 marzo 2019 e prorogata fino al 7 giugno 2020, ora visitabile on line - pone al centro dell’attenzione il reperto, la cui “biografia” diventa essenziale per svincolarlo dal semplicemente bello e farlo tornare a essere ciò che in realtà è: la manifestazione concreta di un pensiero che si è fatto materia.

A tal riguardo, l’esposizione ci sottolinea che l’archeologia non scopre oggetti ma contesti archeologici; il reperto, se privato del suo contesto archeologico, diventa un semplice oggetto. Ed è proprio durante lo scavo che il reperto si trasforma da oggetto d’uso a reperto archeologico ricevendo un nuovo interesse all’interno di un percorso di musealizzazione che dovrebbe tener conto del contesto archeologico che lo riguarda.

L’invisibilità di cui ci parla questa mostra del Museo Egizio di Torino è un’invisibilità che ha varie e differenti sfaccettature.
Riguarda l’indagine dell’invisibile che giace sotto i nostri piedi; è attinente all’invisibilità degli oggetti, al loro contenuto, al luogo di provenienza e alla loro produzione.

L’attuale rivoluzione digitale, la fotogrammetria, le indagini multispettrali, la spettroscopia e la modellazione 3D - astrusi tecnicismi "rubati" agli scienziati - mettono in grado gli archeologi di documentare l’intero processo di scavo e di ricostruirne i contesti anche dopo la loro rimozione, o di riprodurre un sarcofago con precisione, registrando tutte le sue fasi di realizzazione e di riutilizzo. La diagnostica per immagini, non invasiva, ci permette di scrutare all’interno di un vaso ancora sigillato e di sbendare virtualmente le mummie.
Sono lo scienziato e l’umanista a lavorare assieme nel mondo contemporaneo per conoscere i processi sociali tramite i quali la cultura materiale è prodotta e in che modo questa influenza l’esistenza umana, sostiene il direttore Christian Greco.

Così la materia di cui è fatto ogni oggetto comunica informazioni attraverso le diverse frequenze dello spettro elettromagnetico; alcune di esse generano dei colori e luce visibile che i nostri occhi riescono a percepire; altre invece ci risultano invisibili ed è quindi necessario andare “al di là della luce” con l’aiuto delle indagini multispettrali, che ci permettono di acquisire numerose informazioni sui reperti e di avvicinarci a una più ampia comprensione sulla natura dei pigmenti, sulle tecniche pittoriche utilizzate e sullo stato dei materiali.

Un esempio di questo approccio è fornito dall’analisi di oltre 400 reperti che compongono il corredo funerario della tomba di Kha (la TT8) - ritrovata intatta da Schiaparelli a Deir el-Medina nel 1906 - risalente alla seconda metà del Nuovo Regno (ca. 1425-1353 a.C.).


In questo caso tutti gli oggetti che presentano una pellicola pittorica sono stati sottoposti a riprese in UV (ultravioletto) per rilevare l’esistenza di restauri precedenti e lo stato di conservazione di questo strato; a riprese in IR (infrarosso) capace di rendere visibili eventuali disegni sottostanti, e VIL (visible-induced luminescence) tecnica atta a identificare il celebre “blu egizio” in pigmentazione primaria o come componente minore la cui chimica è resa comprensibile grazie a una collaborazione con il Massachussetts Institute of Technology (MIT). In questo video, presente nella playlist YouTube “Archeologia Invisibile” del Museo Egizio di Torino, è spiegata la composizione del blu egizio:

 

I reperti inoltre sono stati indagati con un tipo di analisi più recente chiamato MA-XRF (macro X-ray fluorescence), che mappa la distribuzione degli elementi chimici che compongono i colori utilizzati per decorare una superficie. È il caso di un cofanetto policromo con scena di offerta - presente in mostra - sul quale, grazie a quest’ultima tecnica di indagine, è stato possibile rilevare, accanto al più comune nerofumo, l’utilizzo di un secondo nero caratterizzato dalla presenza di ossido di manganese utilizzato per tracciare essenzialmente i geroglifici, le linee più sottili e tutte quelle esecuzioni che richiedevano una particolare accuratezza.

Tra gli oggetti della tomba vi sono anche sette vasi in alabastro che si presentano ancora oggi sigillati e pieni del loro contenuto. Per evitare di compromettere la loro integrità con una eventuale apertura, il materiale è stato analizzato attraverso radiografie neutroniche, poiché la tradizionale tecnica delle radiografie a raggi X non può essere applicata a qualsiasi tipologia di materiale; alcuni di questi, tra i quali gli oggetti in alabastro, assorbono quasi del tutto i raggi X e non permettono una diagnostica precisa del contenuto. Nelle radiografie/tomografie neutroniche i neutroni interagiscono con la materia in maniera diversa, possono facilmente attraversare spessi strati di metallo, mentre subiscono un’elevata attenuazione quando incontrano elementi leggeri come i composti organici.
Nel caso specifico di questi vasi le analisi sono state effettuate presso lo Science & Technologies Facilities Council di Oxford, importante centro di ricerca britannico.

Le indagini sulle mummie umane, che precedentemente avvenivano mediante la rimozione delle bende, degli amuleti e dei gioielli che accompagnavano il defunto - processo ai tempi alquanto invasivo e irreversibile -, sono state invece successivamente affiancate e sostituite dalle prime lastre radiologiche negli anni Sessanta e da scansioni mediante TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) a partire dagli anni Novanta del Novecento. Esse insieme al più recente sbendaggio virtuale hanno rivelato dati fondamentali sulle condizioni fisiche delle mummie e confermato varie ipotesi sulle tecniche utilizzate per la mummificazione dei corpi di Kha e Merit, rinvenute nel 1906 dall’egittologo italiano Ernesto Schiapparelli, il quale le salvò dal tradizionale sbendaggio, preservandole per le generazioni future.

I “facoltosi” coniugi, oltre a essere accompagnati da ricche parure di gioielli e amuleti - virtualmente estratti e riprodotti in modelli digitali, materializzati grazie alla stampa 3D ed esposti nel percorso mostra - e da una parrucca, nel caso di Merit, non furono eviscerati poiché polmoni e fegato sono ancora ben visibili insieme a reni e parte del cervello. Le condizioni della mummia di Merit si sono inoltre rivelate peggiori , forse per via di un processo di mummificazione non ottimale e a causa di pesanti danni post mortem.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Esami tomografici e archeometrici sono invece stati effettuati sulle mummie animali, evidenziando le diverse tecniche di mummificazione adottate, permettendo di datare i reperti e consentendo di avere una panoramica dei materiali utilizzati per l’imbalsamazione, oltre che per ricavare la specie di appartenenza, studiare i colori dei bendaggi e, in alcuni casi, riconoscere dei falsi. Due degli esemplari presi in esame, una mummia di gatto e una di coccodrillo, sono state sottoposte all’analisi dei filati che compongono l’involucro esterno e a TAC.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale
Nel caso del felino, al microscopio ottico è emersa la composizione delle bende, attraversate da un fascio di luce che ha restituito immagini ingrandite e dettagliate e ha permesso di ricostruire la bicromia originaria di colore rosso e marrone ormai sbiadita. La successiva TAC ha mostrato la tipica posizione “a birillo” dell’animale, e l’assenza degli organi interni.
La mummia di coccodrillo, il cui involucro esterno è realizzato in fibre vegetali, una volta sottoposta a TAC ha mostrato un esemplare di ben più modeste dimensioni rispetto a come appare a occhio nudo.

 

La terza sezione illustra il fondamentale ruolo dell’indagine archeometrica nello studio dei materiali e nella scelta delle tecniche da adottare per la conservazione e il restauro dei reperti più delicati.

La diagnostica applicata ai beni culturali ha un importante ruolo nell’ambito dei processi conservativi e di ripristino dei reperti, partendo dalle analisi dei materiali e del livello di degrado fino ad arrivare all’intervento di restauro e alla sua movimentazione. La mancanza di un’approfondita conoscenza degli aspetti materici può indurre a scelte improprie dei metodi o dei materiali nelle varie operazioni che caratterizzano un intervento di restauro. È il caso, ad esempio, delle pitture parietali che nel corso degli scavi della Missione Archeologica Italiana furono staccate e portate a Torino dalla tomba di Iti e Neferu a Gebelein, secondo una prassi all’epoca diffusa.

I lavori di analisi e restauro condotti sulle pitture tentano di restituire a questi fragili elementi la loro biografia. Le pitture sono state infatti sottoposte a spettroscopia, tecnica non invasiva utilizzata per l’analisi superficiale dei materiali nella fase preliminare del restauro ottenendo informazioni utili per la scelta della migliore metodologia operativa. Le analisi spettroscopiche hanno inoltre consentito di riconoscere ricostruzioni erronee e di ipotizzare il disegno e la collocazione originale delle pitture, correggendo le precedenti sistemazioni.

Nella sezione dei papiri “patch-work” troviamo un unicum della collezione torinese: il “rattoppo” di un papiro funerario del Terzo Periodo Intermedio (XI-VII sec. a.C.) con frammenti di papiri di epoca ramesside (XII-XI sec. a.C.). Tale intervento è oggi un testimone prezioso della storia del restauro di questi fragili reperti e per questo - proprio per ragioni di etica del restauro conservativo - non è stato rimosso. Compito di una collezione museale è infatti di custodire e consolidare la memoria culturale: anche i restauri antichi fanno parte della biografia dell’oggetto e meritano di essere conservati in quanto testimonianze storiche.

Proseguendo nel percorso mostra è possibile ammirare un raro e inedito reperto tessile appartenente a un lotto di manufatti donati dal Museo del Cairo al Museo Egizio di Torino nei primi anni del Novecento, restaurato ed esposto lasciando visibili entrambi i lati del manufatto, data la particolarità delle due tecniche esecutive di cui si compone.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Tutto il percorso espositivo confluisce infine nell’ultima sala, dedicata proprio al momento in cui questi dati invisibili raccolti trovano una manifestazione materiale: l’esperienza condotta sul caso studio del sarcofago di Butehamon.

Le indagini diagnostiche, perlopiù non invasive, hanno fornito interessanti indizi sulla storia del manufatto e sulle tecniche di falegnameria utilizzate. Le radiografie hanno chiarito la struttura generale del coperchio - composto da 16 elementi - e della cassa - costituita da 11 pezzi -, confermando che solo gli elementi del primo sono stati assemblati per Butehamon, mentre quelli del secondo sono stati ricavati riutilizzando parti di almeno quattro sarcofagi diversi. La tecnica dei raggi X ha mostrato anche numerosi interventi eseguiti per rimodellare gli elementi di riuso, come le meni e il volto.

L’osservazione della pellicola pittorica, associata all’esame di alcune microstratigrafie, ha infine evidenziato almeno due strati pittorici sovrapposti; sul fianco destro e sulla testa della cassa queste due stesure pittoriche sono precedute da una terza più antica, che decorava originariamente un sarcofago a “vernice nera” dal quale provengono gli elementi usati per assemblare il lato destro e la testa.

Sul sarcofago esterno di Butehamon - scriba della necropoli reale vissuto tra la fine del Nuovo Regno e l'inizio del Terzo Periodo Intermedio (ca. 1069 a. C.) - il Politecnico di Milano ha realizzato in contemporanea due rilievi, il primo utilizzando un laser scanner, che raccoglie informazioni estremamente dettagliate della geometria dell’oggetto ma non fornisce dati sul colore, il secondo ottenuto tramite la tecnica fotogrammetrica che ha restituito sia il modello digitale dell’oggetto che la sua pigmentazione. Dal prototipo digitale l’immagine del reperto è stata convertita in un’esperienza tangibile attraverso una riproduzione con stampante 3D a grandezza naturale. È stato poi utilizzato un sistema di proiezioni (video mapping) per raccontare in modo dinamico le sue fasi costruttive, mostrando come il sarcofago fu concepito, dal legno al disegno preparatorio, allo strato pittorico, e poi restaurato, per provare ad analizzare quello che è il rapporto, ancora discusso, tra materiale e digitale: può un oggetto digitale sostituire in un museo un oggetto vero, reale?

 

Museo Egizio digitale

Archeologia Invisibile

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Archeologia Invisibile

  Archeologia InvisibileIn un oggetto si incontrano i significati di una cultura e l’abilità tecnica che hanno permesso al pensiero umano di trasformare semplici materie prime in testimoni insostituibili di una civiltà.

“La natura stessa dell’oggetto digitale non è quella di sostituire, non è quella di essere una replica, è in realtà quella di diventare un intermediario, un interprete che sia in grado di restituire la voce a un oggetto che per natura è muto e che noi però abbiamo la possibilità di interrogare”, afferma Enrico Ferraris curatore della mostra.

È così che i segreti custoditi per millenni in vasi sigillati, dietro papiri usurati e sotto strati di bende vengono svelati dalla tecnologia non invasiva, rispettando l’integrità del reperto, grazie alle numerose collaborazioni italiane e internazionali, con il MIT di Boston, il British Museum, il Politecnico di Milano, l’Università degli Studi di Torino, il Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale, l’Università Sapienza di Roma, i Musei Vaticani, con Tokyo, Cambridge e altre istituzioni.

Il MiBACT, nell’ambito dell’iniziativa del MiBACT “Gran Virtual Tour”, si impegna attraverso uno sforzo corale di tutti i propri istituti, a mostrare così non solo ciò che è abitualmente accessibile al pubblico, ma anche il “dietro le quinte” dei beni culturali con le numerose professionalità che si occupano di conservazione, tutela, valorizzazione del patrimonio culturale.

Tutte le foto della mostra Archeologia invisibile sono state scattate da Ilaria Lely


Paestum CINA Covid-19

Paestum riapre, per ora in Cina: un segnale di speranza per superare la pandemia del Covid-19

Paestum riapre, per ora in Cina.
Un segnale di speranza per superare la pandemia del Covid-19

Paestum CINA Covid-19È di ieri mattina la notizia della riapertura al pubblico della mostra “Paestum - una città del Mediterraneo antico”, inaugurata lo scorso 26 novembre a Chengdu, capoluogo della provincia del Sichuan, e chiusa all’indomani dell’emergenza sanitaria che ha messo in ginocchio la Cina.
A comunicare le importanti novità è stato Wei Quan, direttore del Sichuan Museum, che ha indirizzato una missiva a tutto il Parco Archeologico di Paestum, nella persona del direttore, Gabriel Zuchtriegel. Dalle parole del direttore cinese si colgono sentimenti di solidarietà e speranza verso l’Italia che, proprio in questi giorni, sta vivendo momenti drammatici a causa del COVID 19.
Un destino comune quello di Italia e Cina che, con la riapertura dei musei cinesi, sembra avviarsi verso un epilogo positivo.
Da oggi 18 marzo 2020 in Cina sarà nuovamente possibile ammirare i 134 reperti provenienti dai depositi di Paestum: la speranza è che anche il Parco Archeologico di Paestum e gli altri istituti culturali possano riaprire al più presto le porte ai visitatori per continuare a comunicare a tutti la storia e la cultura italiana.

Paestum CINA Covid-19Di seguito lo scambio epistolare tra il direttore del museo di Sichuan, Wei Quan, e il direttore del Parco Archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel.

 

Caro Direttore, caro staff del Museo del Sichuan,
Vi ringrazio di cuore per il messaggio di solidarietà e speranza che ci avete trasmesso. Siamo commossi dalla vicinanza
che ci state dimostrando in questo momento e dallo spirito umanitario che ha sempre contraddistinto i nostri
rapporti.
In questo frangente difficile per l'Italia, con il parco e il museo di Paestum chiusi per l'emergenza sanitaria, è un
immenso piacere apprendere che la mostra in Cina "Paestum - una città del Mediterraneo antico" riaprirà al pubblico.

Grazie alla collaborazione che abbiamo messo in campo sin dal 2018, possiamo dire che il rilancio di Paestum post-pandemia è partito, seppure da una sede lontana dal sito. Ciò ci riempie di speranza e di fiducia che tutti insieme potremo superare l'attuale difficoltà e uscirne più uniti e forti.
Grazie 谢谢
a presto

Gabriel Zuchtriegel, direttore
a nome dell'intero staff di Paestum

 

Testi e immagini dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Paestum.
Facebook: Parco Archeologico Paestum
Twitter: @paestumparco
Instagram: parcoarcheologicopaestum


Hera Vigna Nuova Crotone

Il santuario della dea Hera a Vigna Nuova di Crotone

Conversazione

Il santuario della dea Hera a Vigna Nuova di Crotone

Museo Archeologico Nazionale di Crotone

Martedì 3 marzo 2020 – Ore 17.00

santuario di Vigna Nuova Crotone HeraMartedì 3 marzo 2020, alle ore 17.00, a Crotone, presso il Museo Archeologico Nazionale di Crotone, diretto dal dottor Gregorio Aversa, afferente al Polo museale della Calabria, guidato dalla dottoressa Antonella Cucciniello, nell’ambito della mostra Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci, si terrà una conversazione sul tema Il santuario della dea Hera a Vigna Nuova di Crotone.

Verrà tenuta dal dottor Roberto Spadea, già direttore del Museo Archeologico Nazionale di Crotone.

Sebbene poco noto, il santuario di Vigna Nuova risale ad età greca ed era dedicato al culto della principale divinità degli Achei, Hera. Da qui proviene la museruola in bronzo esposta lo scorso dicembre nel Museo archeologico nazionale di Crotone che l’ha ricevuta in consegna dal Comando del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale dopo un rocambolesco recupero. Del santuario di Vigna Nuova, dell’eccezionale contesto e dei suoi rinvenimenti parlerà, assieme al Direttore del Museo Gregorio Aversa, il dott. Roberto Spadea che negli anni '90 effettuò una campagna di indagine a Vigna Nuova ed ebbe l'opportunità di discutere dell’eccezionale reperto (che ha recentemente arricchito il museo archeologico nazionale di Crotone) con la grande archeologa francese Juliette de La Géniere, allora professore ordinario presso l'Università di Lille.

Gregorio Aversa - Direttore Museo Archeologico Nazionale di Crotone e Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna (Crotone)

Sarà un modo interessante per sentire dalla viva voce di uno dei protagonisti, quanto sia importante preservare e indagare con scrupolo e sistematicità contesti di assoluta rilevanza  quali appunto il santuario greco di Vigna Nuova, uno dei principali della grecità d'Occidente.

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Fronte Nazionale Naso Partenopeo: il partito utopico di Anna Raimondo

Un muro rosso evidenzia l’entrata della mostra personale “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” di Anna Raimondo; l’ingresso incornicia una stampa in bianco e nero: una donna senza veli indossa all’altezza del pube un megafono.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo
Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Una serie di bozzetti ritrae l’artista in posa, come una modella lascia catturare la sua immagine provocatoria e nuda. L’unico oggetto che la riveste è esposto proprio nella sala e da questo si propagano leggeri suoni misti tra l’organico e il sensoriale che accompagnano l’esplorazione dell’opera “Nada que declarar”. Il megafono esprime un linguaggio che si scaglia contro gli stereotipi di un idioma patriarcale diviene un mezzo di protesta veicolato col corpo, coinvolgendo la sfera sensoriale.

 

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Sul nostro canale YouTube e IGTV, Anna Raimondo e Marco Trulli raccontano la mostra ‘Fronte Nazionale Naso Partenopeo’ che ha inaugurato ad AlbumArte il 16 gennaio e sarà visitabile fino a sabato 29 febbraio. Il titolo della mostra trae spunto da una scritta letta per caso dall'artista sui muri di Napoli. Il controverso tema dell'identità, messo a nudo ironicamente da questa frase, è al centro della mostra dell'artista che propone una selezione eterogenea di lavori in cui riscontra una costante ricerca che, partendo dalla dimensione intima, affronta questioni centrali di carattere pubblico e politico, come la questione del diritto alla mobilità o la de-costruzione delle identità di genere. La mostra è dunque un itinerario liquido tra lavori sonori, progetti relazionali e atti performativi realizzati dall'artista in diverse parti del mondo. Buona visione!

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L’atmosfera nella seconda sala è un tuffo nella dimensione marina, dove luci cerulee e voci corali ti guidano in una narrazione a due toni dove tra preghiere e testi profani si sviluppa un dualismo poetico e dialettico che rievoca la profondità marina. Accompagnata da libelli da leggere seduti, la riproduzione si assiste come foste spettatori di un concerto.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Il trittico “Nel dubbio” si compone della rappresentazione fotografica di un collo, visibile nella fase iniziale e finale di un processo che viene svelato in un video. In questo caso è la vista che guida lo spettatore attraverso la ripetizione di movenze legate al gesto di indossare degli amuleti. Questi, accumulati, acquisiscono valore fino a divenire un rituale.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

La terza sezione prende vita da una suggestione dell’artista durante uno spostamento in funicolare nella sua terra natìa. “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” vuole essere la voce della trasformazione della società odierna, attraverso la costituzione di un partito apolitico mosso dalle volontà degli attori locali. Gli attivisti partenopei intervistati promuovono l’emancipazione e l’integrazione, sottolineando i diritti per un riconoscimento identitario che passa attraverso la fisionomia dell’individuo, il naso appunto, per giungere a riflessioni politiche e sociali. L’artista traspone materialmente le interviste e le rende manifesto con gadget e un carretto ambulante, simbolo di una propaganda mobile e polifonica, il cui motto pronuncia “Usa gli occhi – usa le orecchie – abbi naso”.

Anna Raimondo crea spazi polifonici e attraverso una pluralità di mezzi artistici (performance, video, sonoro) mette in connessione tempi e personalità, affrontando il tema tanto sociale quanto ostico dell’identità di genere.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

La mostra FNNP è in dialogo con l’installazione sonora presso il Sound Corner dell’Auditorium Parco della Musica. Nell’angolo del suono si riproduce il video “Mediterraneo” presentato ad Aprile, presso AlbumArte in “Mediterraneo Sensibile”. Entrambe visitabili fino al 29 Febbraio.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo
Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Per le foto della mostra personale “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” di Anna Raimondo si ringrazia l'Ufficio Stampa AlbumArte, foto di Sebastiano Luciano.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo