camino dei fenicotteri

“Il Camino dei Fenicotteri”: il ricordo dell’Æmilia Ars nell'esposizione dei fratelli Casanova

Il Camino dei Fenicotteri”, a Bologna il ricordo dell’Æmilia Ars nell'esposizione dei fratelli Casanova

 

Camino dei fenicotteri

Finalmente l’arte torna a splendere e a godere della sua visibilità: dopo mesi di chiusura preventiva la cultura si riappropria dei suoi spazi e, seppur limitatamente, del suo pubblico. Così riprende anche il progetto espositivo dedicato all’Æmilia Ars, società che ha introdotto in Italia l’innovativa visione unitaria di arte, industria e artigianato, principio di modernizzazione del gusto diffusosi in Europa dal movimento “Arts & Crafts” di William Morris.

Giulio Casanova, Decorazione con fresie per vaso, Disegno a china e acquerello rosa, verde, blu, rosso su cartone, mm 340 x 270
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1195

Questa “Società protettrice di Arti e Industrie Decorative nella regione emiliana” fu fondata nel 1898 da un gruppo di artisti locali guidati da Alfonso Rubbiani e Francesco Cavazza, seguendo l’esempio delle gilde medievali ed innalzando l’immagine di Bologna tra le officine manifatturiere più all’avanguardia del periodo. Un gusto congiunto al progresso tecnico e scientifico che, seppur di breve durata, produsse svariate opere nel campo delle arti applicate, dell’ornamento e del restauro. Essa annovera tra i suoi progetti l’elegante “Camino dei Fenicotteri”, cui è attualmente intitolata una mostra nel capoluogo emiliano.

Achille Casanova, Cavaliere, Disegno a matita e pastelli su carta, mm 345 x 276, Collezione privata

Il Camino dei Fenicotteri. I disegni dei Casanova dall’Æmilia Ars alla Rocchetta Mattei” è infatti un’esposizione recentemente avviata, che avrebbe dovuto inaugurarsi il 14 marzo per poi rinviare l’apertura al 22 maggio. Curata da Paolo Cova, Mark Gregory D’Apuzzo e Ilaria Negretti, supportati da Renzo Zagnoni, la mostra si svolge a Bologna presso il Museo Civico d’Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini, in occasione del primo centenario della sua fondazione nel lontano 30 maggio del 1920. Francesco Malaguzzi Valeri, l’allora Soprintendente delle Belle Arti, voleva collezionarvi esempi dell’artigianato bolognese, così come effettuato dai musei europei di arte applicata e industria sin dall’Ottocento.

L’esposizione, di dimensioni contenute ma dagli esemplari di grande pregio esecutivo, conserva la memoria della storia culturale ed industriale della città. Si configura come una riflessione critica volta ad enfatizzare il disegno di progetto come processo centrale che coniuga la funzionalità moderna al decoro elegante, concretizzati dalla collaborazione con le locali botteghe artigiane.

Giuseppe De Col, Piattino portacenere, per il bando a premi Æmilia Ars concorso n. 23, Disegno su carta, 1899
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1198

L’itinerario espositivo propone un susseguirsi di diciassette pregiati disegni di Giuseppe De Col e dei fratelli Achille e Giulio Casanova, unitamente ad undici ferri battuti realizzati da Pietro Maccaferri e Sante Mingazzi: mentre questi ultimi appartengono alla raccolta permanente del museo Bargellini, i disegni sono stati raramente esposti (ed uno di essi viene mostrato al pubblico per la prima volta, poiché parte di una collezione privata). Appartenenti al fondo dell’Æmilia Ars insieme ad altri cinquecento esemplari realizzati in china, acquerello e matita, dopo una lunga trattativa biennale con la contessa Lina Bianconcini Cavazza nel 1936 sono stati inseriti nelle collezioni civiche del Comune di Bologna. I Musei Civici d’Arte Antica includono anche merletti e ricami, pizzi e ceramiche, opere lignee e in ferro battuto, manufatti vitrei o in cuoio, gioielli e vestiari, tutti ovviamente creati dalla Società Æmilia Ars particolarmente attenta ai prodotti di arredo e decoro.

Achille Casanova, Mobiletto porta-giornali, Disegno a china e acquerello verde e rosa su carta, mm 491 x 350, Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1149
Pietro Maccaferri, Cancello dei Melograni, Ferro battuto con decori traforati in lamiera, cm 139 x 135,5
Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/4292

Altri protagonisti della mostra sono i ferri battuti di Maccaferri e Mingazzi, con i quali collaboravano i membri della gilda, come dimostra la pregevole esecuzione del cancello ideato da De Col per l’Esposizione di Torino. Un cancello gradito alla critica, per l’abilità esecutiva di Maccaferri nella meticolosa decorazione dei melograni stilizzati, concretizzazione di una ricerca geometrizzante dei temi.

Sante Mingazzi, Portavaso decorato con rose, Ferro battuto, cm 121 x 57
Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/1868

Associati a quest’opera vi sono dei disegni progettuali a tema floreale, come quelli relativi a portacenere con orchidee decorative. Parimenti a Maccaferri, il mastro ferraio Mingazzi ha prodotto arredi in ferro battuto di ispirazione vegetale – come un portavaso dai lunghi rami cingenti ed ampie rose – dieci dei quali sono stati donati dalla figlia al Museo Bargellini. Capace di creare senza ricorrere ai disegni preparatori altrui, alcune sue produzioni appaiono arredi abbinabili, come una lampada ad alto stelo e un portavaso perfettamente coordinati.

Sante Mingazzi, Insegna dell’Officina Mingazzi, Ferro battuto, cm 108 x 245, Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/1844

Elemento focale della mostra è il manufatto di terracotta maiolicata da cui prende il nome, ossia il “Camino dei Fenicotteri” posto nella minuta sala della Rocchetta Mattei a Riola. Di forte impatto visivo, si fonda sulle figure slanciate e sinuose di due fenicotteri su sfondo floreale, che cingono i lati del camino e la raffigurazione di una vasca con dei pesci. L’immagine del fenicottero, comune soggetto d’arte paleocristiana, bizantina ed altomedievale come emblema di resurrezione, viene adoperata anche nell’ambito dell’Art Nouveau ove perde i suoi connotati religiosi per acquisire una funzione puramente estetica. Il manufatto di grande pregio presenta l’iscrizione latina su sfondo blu: “haec otia nobis sed libertatem mavimus aeris”, che può essere tradotta approssimativamente con “ci hanno dato tranquillità ma noi preferiamo la libertà dell’aria”.

Ritratto in foto, viene supportato documentalmente dal progetto ideativo dell’architetto, pittore e decoratore Giulio Casanova: un disegno preparatorio in penna ed inchiostro con rifinizioni in acquerello risalente agli anni 1898-1900. Lo schema progettuale mostra chiaramente la stretta cooperazione tra artisti ed artigiani, congiunzione innovativa di lavoro manuale e ideativo. Interessante esemplare del liberty emiliano, fu scelto tra le opere rappresentative della Società Bolognese nell’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna svoltasi nel 1902 a Torino. Probabilmente la sua acquisizione risale al 1904, anno dell’organizzazione di un’asta a Firenze in cui la Società fu costretta a liquidare i propri prodotti, mantenendo attiva solo la manifattura tessile.

Poco conosciuto dal grande pubblico, il camino si trova in un’area dell’edificio non ancora restaurata e quindi inaccessibile. La struttura, voluta dal conte Cesare Mattei, appartiene adesso alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e viene gestita dal Comune di Grizzana Moranti con la collaborazione dell’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese.

Camino dei fenicotteri
Giulio Casanova, Camino dei Fenicotteri, Disegno a china e acquerello su carta bianca, mm 493 x 690
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1277

Uno dei maggiori capolavori dell’Æmilia Ars viene così enfatizzato per un effettivo riconoscimento critico, con conseguente restauro che ne consenta la fruibilità. Nella progressiva riconsiderazione delle arti applicate in ambito europeo a cavallo tra XIX e XX secolo, sarebbe opportuno recuperare gli spazi della cosiddetta “industriartistica” bolognese.

La mostra vanta la collaborazione del Gruppo Studi Alta Valle del Reno, che a tal fine ha editato la pubblicazione n. 65 della collana Nuèter-Ricerche. Con il patrocinio della città metropolitana di Bologna, del Comune di Grizzana Morandi, della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e dell’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese, l’evento viene promosso dall’Istituzione Bologna Musei – Musei Civici d’Arte Antica.

In questi mesi di attesa per la riapertura ufficiale, Bologna Musei ha ugualmente tentato di mantenere vivo il rapporto col pubblico offrendo un’anticipazione della mostra con pillole video e la visita virtuale delle sale presso la pagina Facebook dei Musei Civici d’Arte Antica. Adesso che è possibile ammirarle dal vivo, si afferma un’organizzazione delle visite in totale sicurezza, per la tutela sia del personale che del pubblico. Per partecipare c’è tempo fino al 6 settembre, per un’estate all’insegna della riappropriazione dell’arte e dei musei.

Immagini dall'Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei

Il Camino dei Fenicotteri

I disegni dei Casanova dall’Æmilia Ars alla Rocchetta Mattei

A cura di Paolo Cova, Mark Gregory D'Apuzzo, Ilaria Negretti

In collaborazione con Renzo Zagnoni e Gruppo di Studi Alta Valle del Reno


22 maggio – 6 settembre 2020



#puntoeacapo

#puntoeacapo: comunicazione digitale per l'arte

Durante il lungo periodo di lockdown abbiamo assistito al proliferare di tantissime iniziative culturali da fruire esclusivamente online. Abbiamo avuto e abbiamo Christian Greco che fa da guida turistica su YouTube, tra le sale del Museo Egizio che dirige. Abbiamo avuto la celebrazione dei 500 anni di Raffaello con percorsi espositivi digitali e dirette video. Abbiamo i post quotidiani dalle pagine ufficiali delle fondazioni, i video virali degli Uffizi su TikTok, gli articoli su blog e testate giornalistiche. Gli hashtag a tema culturale.

In un contesto così vivo, proprio all’indomani della riapertura dei musei parte la nuova iniziativa esclusivamente social della casa editrice Electa dal titolo #puntoeacapo.

Da ieri, 19 maggio, Electa raccoglie sui propri profili una serie di brevi video (girati a casa) con protagonisti curatori, storici, archeologi, operatori in genere del mondo culturale. Nei video si parla di libri, mostre, progetti, percorsi museali (vecchi e nuovi), “cantieri” archeologici fino ad arrivare all’editoria e ai bookshop.

 

View this post on Instagram

 

In queste settimane sospese ci siamo fermati, come molti, per ripercorrere la nostra storia editoriale, attraverso gli anni recenti e il presente, per riprogettare il domani. Abbiamo quindi deciso di iniziare a pensare ad una Electa contemporanea e futura, iniziando dal progetto #puntoeacapo: una rubrica social, di racconti e testimonianze per proseguire con l’esperienza dell’Arte e della editoria illustrata, attraverso le voci e i volti di curatori, direttori di musei, archeologi, critici d’arte, artisti, architetti, designer, figure che lavorano e collaborano con la casa editrice, da prospettive e con ruoli diversi. La prima serie di video nasce dall’urgenza di rivisitare il #patrimonioitalia, di riconsiderare la nostra identità culturale e il nostro passato mentre ci prepariamo al futuro. Protagonista del primo contributo di oggi è Marcello Barbanera, professore di Archeologia e di Storia dell’Arte greca e romana a La Sapienza Università di Roma, che inaugura gli appuntamenti di #puntoeacapo con una riflessione su parchi archeologici e rovine come luoghi-sentinelle del passato. ____________ MARCELLO BARBANERA Autore di Metamorfosi delle rovine(Electa, 2013) e curatore di mostre Electa quali Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci con Antonio Pinelli e Mirella Serlorenzi(Roma, Crypta Balbi e Palazzo Massimo, 2018-2019) e La forza delle Rovine (Roma, Palazzo Altemps 2015-2016)

A post shared by Electa Editore (@electaeditore) on

L’obiettivo dichiarato dalla stessa casa editrice è quello di stimolare una riflessione diffusa sulle domande a cui il mondo della cultura deve rispondere. Quali offerte culturali proporre dopo la stagione dei blocchi e della fruizione telematica dei contenuti? A quale nuovo pubblico rivolgersi?

Il dialogo prende avvio dagli autori e dal ruolo di Electa come editore in questo ampio spettro. Anche se l’iniziativa coincide e insieme celebra i 75 anni di attività della casa editrice, non è però chiusa e rivolta solo alla propria offerta culturale. Al contrario, la rubrica è creata per essere condivisa sulle pagine di tutti coloro che intendono partecipare al dibattito in maniera costruttiva e critica.

La prima serie di video-racconti con cadenza settimanale a partire proprio dal 19 maggio ha come tema #patrimonioitalia. Un Grand Tour digitale attraverso i luoghi della cultura del nostro paese. Il primo ad affrontare l’argomento è Marcello Barbanera professore di Archeologia e di Storia dell’Arte greca e romana a La Sapienza Università di Roma. Nel suo discorso Barbanera riflette sulla forza profonda che hanno parchi archeologici o rovine di essere autentiche ancore di memoria. Posti speciali che instillano il rispetto del passato.

È con questo gusto del passato, e con la volontà di preparare la strada ad un nuovo modo di fare cultura che seguiremo #puntoeacapo nel corso della sua avventura digitale.

#puntoeacapo
Foto courtesy Electa Editore

Archeologia Invisibile, il Museo Egizio in digitale #restandoacasa

Scienza e archeologia, tra rivoluzione digitale e umanesimo al Museo Egizio, nella mostra “Archeologia Invisibile”, ovviamente #restandoacasa

In questo periodo di emergenza sanitaria il Museo Egizio si è fin da subito impegnato per incrementare la digitalizzazione delle sue sale e della sua collezione, già ben avviata da tempo ma resasi necessaria in questa delicata situazione.

Il Museo con la più importante collezione egizia fuori dal territorio egiziano si rende “vivo e attivo” e vicino più che mai al suo pubblico, attraverso pillole video dello staff scientifico, appuntamenti con le “passeggiate del Direttore” e visite virtuali.

Archeologia Invisibile

La mostra “Archeologia Invisibile” racconta il dialogo e la connessione tra egittologia e scienze naturali (fisica, chimica, biologia) che rendono finalmente possibile l’accesso alla biografia degli oggetti e alle conoscenze tecniche antiche che hanno permesso la trasformazione delle materie elementari in oggetti complessi. La mostra - inaugurata il 12 marzo 2019 e prorogata fino al 7 giugno 2020, ora visitabile on line - pone al centro dell’attenzione il reperto, la cui “biografia” diventa essenziale per svincolarlo dal semplicemente bello e farlo tornare a essere ciò che in realtà è: la manifestazione concreta di un pensiero che si è fatto materia.

A tal riguardo, l’esposizione ci sottolinea che l’archeologia non scopre oggetti ma contesti archeologici; il reperto, se privato del suo contesto archeologico, diventa un semplice oggetto. Ed è proprio durante lo scavo che il reperto si trasforma da oggetto d’uso a reperto archeologico ricevendo un nuovo interesse all’interno di un percorso di musealizzazione che dovrebbe tener conto del contesto archeologico che lo riguarda.

L’invisibilità di cui ci parla questa mostra del Museo Egizio di Torino è un’invisibilità che ha varie e differenti sfaccettature.
Riguarda l’indagine dell’invisibile che giace sotto i nostri piedi; è attinente all’invisibilità degli oggetti, al loro contenuto, al luogo di provenienza e alla loro produzione.

L’attuale rivoluzione digitale, la fotogrammetria, le indagini multispettrali, la spettroscopia e la modellazione 3D - astrusi tecnicismi "rubati" agli scienziati - mettono in grado gli archeologi di documentare l’intero processo di scavo e di ricostruirne i contesti anche dopo la loro rimozione, o di riprodurre un sarcofago con precisione, registrando tutte le sue fasi di realizzazione e di riutilizzo. La diagnostica per immagini, non invasiva, ci permette di scrutare all’interno di un vaso ancora sigillato e di sbendare virtualmente le mummie.
Sono lo scienziato e l’umanista a lavorare assieme nel mondo contemporaneo per conoscere i processi sociali tramite i quali la cultura materiale è prodotta e in che modo questa influenza l’esistenza umana, sostiene il direttore Christian Greco.

Così la materia di cui è fatto ogni oggetto comunica informazioni attraverso le diverse frequenze dello spettro elettromagnetico; alcune di esse generano dei colori e luce visibile che i nostri occhi riescono a percepire; altre invece ci risultano invisibili ed è quindi necessario andare “al di là della luce” con l’aiuto delle indagini multispettrali, che ci permettono di acquisire numerose informazioni sui reperti e di avvicinarci a una più ampia comprensione sulla natura dei pigmenti, sulle tecniche pittoriche utilizzate e sullo stato dei materiali.

Un esempio di questo approccio è fornito dall’analisi di oltre 400 reperti che compongono il corredo funerario della tomba di Kha (la TT8) - ritrovata intatta da Schiaparelli a Deir el-Medina nel 1906 - risalente alla seconda metà del Nuovo Regno (ca. 1425-1353 a.C.).


In questo caso tutti gli oggetti che presentano una pellicola pittorica sono stati sottoposti a riprese in UV (ultravioletto) per rilevare l’esistenza di restauri precedenti e lo stato di conservazione di questo strato; a riprese in IR (infrarosso) capace di rendere visibili eventuali disegni sottostanti, e VIL (visible-induced luminescence) tecnica atta a identificare il celebre “blu egizio” in pigmentazione primaria o come componente minore la cui chimica è resa comprensibile grazie a una collaborazione con il Massachussetts Institute of Technology (MIT). In questo video, presente nella playlist YouTube “Archeologia Invisibile” del Museo Egizio di Torino, è spiegata la composizione del blu egizio:

 

I reperti inoltre sono stati indagati con un tipo di analisi più recente chiamato MA-XRF (macro X-ray fluorescence), che mappa la distribuzione degli elementi chimici che compongono i colori utilizzati per decorare una superficie. È il caso di un cofanetto policromo con scena di offerta - presente in mostra - sul quale, grazie a quest’ultima tecnica di indagine, è stato possibile rilevare, accanto al più comune nerofumo, l’utilizzo di un secondo nero caratterizzato dalla presenza di ossido di manganese utilizzato per tracciare essenzialmente i geroglifici, le linee più sottili e tutte quelle esecuzioni che richiedevano una particolare accuratezza.

Tra gli oggetti della tomba vi sono anche sette vasi in alabastro che si presentano ancora oggi sigillati e pieni del loro contenuto. Per evitare di compromettere la loro integrità con una eventuale apertura, il materiale è stato analizzato attraverso radiografie neutroniche, poiché la tradizionale tecnica delle radiografie a raggi X non può essere applicata a qualsiasi tipologia di materiale; alcuni di questi, tra i quali gli oggetti in alabastro, assorbono quasi del tutto i raggi X e non permettono una diagnostica precisa del contenuto. Nelle radiografie/tomografie neutroniche i neutroni interagiscono con la materia in maniera diversa, possono facilmente attraversare spessi strati di metallo, mentre subiscono un’elevata attenuazione quando incontrano elementi leggeri come i composti organici.
Nel caso specifico di questi vasi le analisi sono state effettuate presso lo Science & Technologies Facilities Council di Oxford, importante centro di ricerca britannico.

Le indagini sulle mummie umane, che precedentemente avvenivano mediante la rimozione delle bende, degli amuleti e dei gioielli che accompagnavano il defunto - processo ai tempi alquanto invasivo e irreversibile -, sono state invece successivamente affiancate e sostituite dalle prime lastre radiologiche negli anni Sessanta e da scansioni mediante TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) a partire dagli anni Novanta del Novecento. Esse insieme al più recente sbendaggio virtuale hanno rivelato dati fondamentali sulle condizioni fisiche delle mummie e confermato varie ipotesi sulle tecniche utilizzate per la mummificazione dei corpi di Kha e Merit, rinvenute nel 1906 dall’egittologo italiano Ernesto Schiapparelli, il quale le salvò dal tradizionale sbendaggio, preservandole per le generazioni future.

I “facoltosi” coniugi, oltre a essere accompagnati da ricche parure di gioielli e amuleti - virtualmente estratti e riprodotti in modelli digitali, materializzati grazie alla stampa 3D ed esposti nel percorso mostra - e da una parrucca, nel caso di Merit, non furono eviscerati poiché polmoni e fegato sono ancora ben visibili insieme a reni e parte del cervello. Le condizioni della mummia di Merit si sono inoltre rivelate peggiori , forse per via di un processo di mummificazione non ottimale e a causa di pesanti danni post mortem.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Esami tomografici e archeometrici sono invece stati effettuati sulle mummie animali, evidenziando le diverse tecniche di mummificazione adottate, permettendo di datare i reperti e consentendo di avere una panoramica dei materiali utilizzati per l’imbalsamazione, oltre che per ricavare la specie di appartenenza, studiare i colori dei bendaggi e, in alcuni casi, riconoscere dei falsi. Due degli esemplari presi in esame, una mummia di gatto e una di coccodrillo, sono state sottoposte all’analisi dei filati che compongono l’involucro esterno e a TAC.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale
Nel caso del felino, al microscopio ottico è emersa la composizione delle bende, attraversate da un fascio di luce che ha restituito immagini ingrandite e dettagliate e ha permesso di ricostruire la bicromia originaria di colore rosso e marrone ormai sbiadita. La successiva TAC ha mostrato la tipica posizione “a birillo” dell’animale, e l’assenza degli organi interni.
La mummia di coccodrillo, il cui involucro esterno è realizzato in fibre vegetali, una volta sottoposta a TAC ha mostrato un esemplare di ben più modeste dimensioni rispetto a come appare a occhio nudo.

 

La terza sezione illustra il fondamentale ruolo dell’indagine archeometrica nello studio dei materiali e nella scelta delle tecniche da adottare per la conservazione e il restauro dei reperti più delicati.

La diagnostica applicata ai beni culturali ha un importante ruolo nell’ambito dei processi conservativi e di ripristino dei reperti, partendo dalle analisi dei materiali e del livello di degrado fino ad arrivare all’intervento di restauro e alla sua movimentazione. La mancanza di un’approfondita conoscenza degli aspetti materici può indurre a scelte improprie dei metodi o dei materiali nelle varie operazioni che caratterizzano un intervento di restauro. È il caso, ad esempio, delle pitture parietali che nel corso degli scavi della Missione Archeologica Italiana furono staccate e portate a Torino dalla tomba di Iti e Neferu a Gebelein, secondo una prassi all’epoca diffusa.

I lavori di analisi e restauro condotti sulle pitture tentano di restituire a questi fragili elementi la loro biografia. Le pitture sono state infatti sottoposte a spettroscopia, tecnica non invasiva utilizzata per l’analisi superficiale dei materiali nella fase preliminare del restauro ottenendo informazioni utili per la scelta della migliore metodologia operativa. Le analisi spettroscopiche hanno inoltre consentito di riconoscere ricostruzioni erronee e di ipotizzare il disegno e la collocazione originale delle pitture, correggendo le precedenti sistemazioni.

Nella sezione dei papiri “patch-work” troviamo un unicum della collezione torinese: il “rattoppo” di un papiro funerario del Terzo Periodo Intermedio (XI-VII sec. a.C.) con frammenti di papiri di epoca ramesside (XII-XI sec. a.C.). Tale intervento è oggi un testimone prezioso della storia del restauro di questi fragili reperti e per questo - proprio per ragioni di etica del restauro conservativo - non è stato rimosso. Compito di una collezione museale è infatti di custodire e consolidare la memoria culturale: anche i restauri antichi fanno parte della biografia dell’oggetto e meritano di essere conservati in quanto testimonianze storiche.

Proseguendo nel percorso mostra è possibile ammirare un raro e inedito reperto tessile appartenente a un lotto di manufatti donati dal Museo del Cairo al Museo Egizio di Torino nei primi anni del Novecento, restaurato ed esposto lasciando visibili entrambi i lati del manufatto, data la particolarità delle due tecniche esecutive di cui si compone.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Tutto il percorso espositivo confluisce infine nell’ultima sala, dedicata proprio al momento in cui questi dati invisibili raccolti trovano una manifestazione materiale: l’esperienza condotta sul caso studio del sarcofago di Butehamon.

Le indagini diagnostiche, perlopiù non invasive, hanno fornito interessanti indizi sulla storia del manufatto e sulle tecniche di falegnameria utilizzate. Le radiografie hanno chiarito la struttura generale del coperchio - composto da 16 elementi - e della cassa - costituita da 11 pezzi -, confermando che solo gli elementi del primo sono stati assemblati per Butehamon, mentre quelli del secondo sono stati ricavati riutilizzando parti di almeno quattro sarcofagi diversi. La tecnica dei raggi X ha mostrato anche numerosi interventi eseguiti per rimodellare gli elementi di riuso, come le meni e il volto.

L’osservazione della pellicola pittorica, associata all’esame di alcune microstratigrafie, ha infine evidenziato almeno due strati pittorici sovrapposti; sul fianco destro e sulla testa della cassa queste due stesure pittoriche sono precedute da una terza più antica, che decorava originariamente un sarcofago a “vernice nera” dal quale provengono gli elementi usati per assemblare il lato destro e la testa.

Sul sarcofago esterno di Butehamon - scriba della necropoli reale vissuto tra la fine del Nuovo Regno e l'inizio del Terzo Periodo Intermedio (ca. 1069 a. C.) - il Politecnico di Milano ha realizzato in contemporanea due rilievi, il primo utilizzando un laser scanner, che raccoglie informazioni estremamente dettagliate della geometria dell’oggetto ma non fornisce dati sul colore, il secondo ottenuto tramite la tecnica fotogrammetrica che ha restituito sia il modello digitale dell’oggetto che la sua pigmentazione. Dal prototipo digitale l’immagine del reperto è stata convertita in un’esperienza tangibile attraverso una riproduzione con stampante 3D a grandezza naturale. È stato poi utilizzato un sistema di proiezioni (video mapping) per raccontare in modo dinamico le sue fasi costruttive, mostrando come il sarcofago fu concepito, dal legno al disegno preparatorio, allo strato pittorico, e poi restaurato, per provare ad analizzare quello che è il rapporto, ancora discusso, tra materiale e digitale: può un oggetto digitale sostituire in un museo un oggetto vero, reale?

 

Museo Egizio digitale

Archeologia Invisibile

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Archeologia Invisibile

  Archeologia InvisibileIn un oggetto si incontrano i significati di una cultura e l’abilità tecnica che hanno permesso al pensiero umano di trasformare semplici materie prime in testimoni insostituibili di una civiltà.

“La natura stessa dell’oggetto digitale non è quella di sostituire, non è quella di essere una replica, è in realtà quella di diventare un intermediario, un interprete che sia in grado di restituire la voce a un oggetto che per natura è muto e che noi però abbiamo la possibilità di interrogare”, afferma Enrico Ferraris curatore della mostra.

È così che i segreti custoditi per millenni in vasi sigillati, dietro papiri usurati e sotto strati di bende vengono svelati dalla tecnologia non invasiva, rispettando l’integrità del reperto, grazie alle numerose collaborazioni italiane e internazionali, con il MIT di Boston, il British Museum, il Politecnico di Milano, l’Università degli Studi di Torino, il Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale, l’Università Sapienza di Roma, i Musei Vaticani, con Tokyo, Cambridge e altre istituzioni.

Il MiBACT, nell’ambito dell’iniziativa del MiBACT “Gran Virtual Tour”, si impegna attraverso uno sforzo corale di tutti i propri istituti, a mostrare così non solo ciò che è abitualmente accessibile al pubblico, ma anche il “dietro le quinte” dei beni culturali con le numerose professionalità che si occupano di conservazione, tutela, valorizzazione del patrimonio culturale.

Tutte le foto della mostra Archeologia invisibile sono state scattate da Ilaria Lely


Paestum CINA Covid-19

Paestum riapre, per ora in Cina: un segnale di speranza per superare la pandemia del Covid-19

Paestum riapre, per ora in Cina.
Un segnale di speranza per superare la pandemia del Covid-19

Paestum CINA Covid-19È di ieri mattina la notizia della riapertura al pubblico della mostra “Paestum - una città del Mediterraneo antico”, inaugurata lo scorso 26 novembre a Chengdu, capoluogo della provincia del Sichuan, e chiusa all’indomani dell’emergenza sanitaria che ha messo in ginocchio la Cina.
A comunicare le importanti novità è stato Wei Quan, direttore del Sichuan Museum, che ha indirizzato una missiva a tutto il Parco Archeologico di Paestum, nella persona del direttore, Gabriel Zuchtriegel. Dalle parole del direttore cinese si colgono sentimenti di solidarietà e speranza verso l’Italia che, proprio in questi giorni, sta vivendo momenti drammatici a causa del COVID 19.
Un destino comune quello di Italia e Cina che, con la riapertura dei musei cinesi, sembra avviarsi verso un epilogo positivo.
Da oggi 18 marzo 2020 in Cina sarà nuovamente possibile ammirare i 134 reperti provenienti dai depositi di Paestum: la speranza è che anche il Parco Archeologico di Paestum e gli altri istituti culturali possano riaprire al più presto le porte ai visitatori per continuare a comunicare a tutti la storia e la cultura italiana.

Paestum CINA Covid-19Di seguito lo scambio epistolare tra il direttore del museo di Sichuan, Wei Quan, e il direttore del Parco Archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel.

 

Caro Direttore, caro staff del Museo del Sichuan,
Vi ringrazio di cuore per il messaggio di solidarietà e speranza che ci avete trasmesso. Siamo commossi dalla vicinanza
che ci state dimostrando in questo momento e dallo spirito umanitario che ha sempre contraddistinto i nostri
rapporti.
In questo frangente difficile per l'Italia, con il parco e il museo di Paestum chiusi per l'emergenza sanitaria, è un
immenso piacere apprendere che la mostra in Cina "Paestum - una città del Mediterraneo antico" riaprirà al pubblico.

Grazie alla collaborazione che abbiamo messo in campo sin dal 2018, possiamo dire che il rilancio di Paestum post-pandemia è partito, seppure da una sede lontana dal sito. Ciò ci riempie di speranza e di fiducia che tutti insieme potremo superare l'attuale difficoltà e uscirne più uniti e forti.
Grazie 谢谢
a presto

Gabriel Zuchtriegel, direttore
a nome dell'intero staff di Paestum

 

Testi e immagini dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Paestum.
Facebook: Parco Archeologico Paestum
Twitter: @paestumparco
Instagram: parcoarcheologicopaestum


Hera Vigna Nuova Crotone

Il santuario della dea Hera a Vigna Nuova di Crotone

Conversazione

Il santuario della dea Hera a Vigna Nuova di Crotone

Museo Archeologico Nazionale di Crotone

Martedì 3 marzo 2020 – Ore 17.00

santuario di Vigna Nuova Crotone HeraMartedì 3 marzo 2020, alle ore 17.00, a Crotone, presso il Museo Archeologico Nazionale di Crotone, diretto dal dottor Gregorio Aversa, afferente al Polo museale della Calabria, guidato dalla dottoressa Antonella Cucciniello, nell’ambito della mostra Il cavallo, compagno di viaggio. Equipaggiamento equino e arte della cavalleria presso gli antichi greci, si terrà una conversazione sul tema Il santuario della dea Hera a Vigna Nuova di Crotone.

Verrà tenuta dal dottor Roberto Spadea, già direttore del Museo Archeologico Nazionale di Crotone.

Sebbene poco noto, il santuario di Vigna Nuova risale ad età greca ed era dedicato al culto della principale divinità degli Achei, Hera. Da qui proviene la museruola in bronzo esposta lo scorso dicembre nel Museo archeologico nazionale di Crotone che l’ha ricevuta in consegna dal Comando del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale dopo un rocambolesco recupero. Del santuario di Vigna Nuova, dell’eccezionale contesto e dei suoi rinvenimenti parlerà, assieme al Direttore del Museo Gregorio Aversa, il dott. Roberto Spadea che negli anni '90 effettuò una campagna di indagine a Vigna Nuova ed ebbe l'opportunità di discutere dell’eccezionale reperto (che ha recentemente arricchito il museo archeologico nazionale di Crotone) con la grande archeologa francese Juliette de La Géniere, allora professore ordinario presso l'Università di Lille.

Gregorio Aversa - Direttore Museo Archeologico Nazionale di Crotone e Museo Archeologico Nazionale di Capo Colonna (Crotone)

Sarà un modo interessante per sentire dalla viva voce di uno dei protagonisti, quanto sia importante preservare e indagare con scrupolo e sistematicità contesti di assoluta rilevanza  quali appunto il santuario greco di Vigna Nuova, uno dei principali della grecità d'Occidente.

Leggere di più


Fronte Nazionale Naso Partenopeo: il partito utopico di Anna Raimondo

Un muro rosso evidenzia l’entrata della mostra personale “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” di Anna Raimondo; l’ingresso incornicia una stampa in bianco e nero: una donna senza veli indossa all’altezza del pube un megafono.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo
Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Una serie di bozzetti ritrae l’artista in posa, come una modella lascia catturare la sua immagine provocatoria e nuda. L’unico oggetto che la riveste è esposto proprio nella sala e da questo si propagano leggeri suoni misti tra l’organico e il sensoriale che accompagnano l’esplorazione dell’opera “Nada que declarar”. Il megafono esprime un linguaggio che si scaglia contro gli stereotipi di un idioma patriarcale diviene un mezzo di protesta veicolato col corpo, coinvolgendo la sfera sensoriale.

 

View this post on Instagram

 

Sul nostro canale YouTube e IGTV, Anna Raimondo e Marco Trulli raccontano la mostra ‘Fronte Nazionale Naso Partenopeo’ che ha inaugurato ad AlbumArte il 16 gennaio e sarà visitabile fino a sabato 29 febbraio. Il titolo della mostra trae spunto da una scritta letta per caso dall'artista sui muri di Napoli. Il controverso tema dell'identità, messo a nudo ironicamente da questa frase, è al centro della mostra dell'artista che propone una selezione eterogenea di lavori in cui riscontra una costante ricerca che, partendo dalla dimensione intima, affronta questioni centrali di carattere pubblico e politico, come la questione del diritto alla mobilità o la de-costruzione delle identità di genere. La mostra è dunque un itinerario liquido tra lavori sonori, progetti relazionali e atti performativi realizzati dall'artista in diverse parti del mondo. Buona visione!

A post shared by AlbumArte (@albumarte_roma) on

L’atmosfera nella seconda sala è un tuffo nella dimensione marina, dove luci cerulee e voci corali ti guidano in una narrazione a due toni dove tra preghiere e testi profani si sviluppa un dualismo poetico e dialettico che rievoca la profondità marina. Accompagnata da libelli da leggere seduti, la riproduzione si assiste come foste spettatori di un concerto.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Il trittico “Nel dubbio” si compone della rappresentazione fotografica di un collo, visibile nella fase iniziale e finale di un processo che viene svelato in un video. In questo caso è la vista che guida lo spettatore attraverso la ripetizione di movenze legate al gesto di indossare degli amuleti. Questi, accumulati, acquisiscono valore fino a divenire un rituale.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

La terza sezione prende vita da una suggestione dell’artista durante uno spostamento in funicolare nella sua terra natìa. “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” vuole essere la voce della trasformazione della società odierna, attraverso la costituzione di un partito apolitico mosso dalle volontà degli attori locali. Gli attivisti partenopei intervistati promuovono l’emancipazione e l’integrazione, sottolineando i diritti per un riconoscimento identitario che passa attraverso la fisionomia dell’individuo, il naso appunto, per giungere a riflessioni politiche e sociali. L’artista traspone materialmente le interviste e le rende manifesto con gadget e un carretto ambulante, simbolo di una propaganda mobile e polifonica, il cui motto pronuncia “Usa gli occhi – usa le orecchie – abbi naso”.

Anna Raimondo crea spazi polifonici e attraverso una pluralità di mezzi artistici (performance, video, sonoro) mette in connessione tempi e personalità, affrontando il tema tanto sociale quanto ostico dell’identità di genere.

Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

La mostra FNNP è in dialogo con l’installazione sonora presso il Sound Corner dell’Auditorium Parco della Musica. Nell’angolo del suono si riproduce il video “Mediterraneo” presentato ad Aprile, presso AlbumArte in “Mediterraneo Sensibile”. Entrambe visitabili fino al 29 Febbraio.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo
Foto Sebastiano Luciano, courtesy AlbumArte

Per le foto della mostra personale “Fronte Nazionale Naso Partenopeo” di Anna Raimondo si ringrazia l'Ufficio Stampa AlbumArte, foto di Sebastiano Luciano.

Anna Raimondo Fronte Nazionale Naso Partenopeo


Giulio Romano Experience: così Mantova ricorda il discepolo prediletto di Raffaello Sanzio

A quasi cinquecento anni dal suo arrivo a Mantova, nel lontano 1524 per volere del duca Federico II Gonzaga, Giulio Romano (Giulio Pippi de’ Jannuzzi, 1499 ca. – 1546) viene omaggiato dalla città che lo accolse negli ultimi vent’anni di vita. Allievo prediletto di Raffaello, urbanista e artista di corte, esponente dell’arte rinascimentale e manierista, ha costituito una figura di grande versatilità. Il pittore e architetto, romano di nascita e mantovano d’adozione, è attualmente oggetto di un programma di eventi e mostre avviato a settembre 2019 e terminante a giugno 2020.

Conclusasi la mostra trimestrale “Arte e Desiderio”, si è appena avviata l’esposizione multimediale “Giulio Romano Experience”: ideata da Punto Rec Studios e Visilab, consente di percepire direttamente l’esperienza artistica della sua bottega, toccandone i materiali adoperati, ascoltandone i suoni e avvertendone gli odori. La multimedialità interviene nel narrare la biografia del pittore/architetto attraverso varie tappe che fanno uso di schermi di realtà aumentata, visori di realtà virtuale, audio di prossimità e proiettori ad alta definizione, strumentazione finalizzata a ricreare l’atmosfera originaria della bottega e della corte in cui operava, una tra le più celebri del Rinascimento europeo. È perciò un itinerario espositivo insolito che esalta la maestria dell’artista ed il suo legame con la città di Mantova, luogo di adozione intermedio tra la natìa Roma e l’Europa.

Le sue opere riottengono così vita e volume attraverso la motion grafica di immagini rielaborate in post-produzione. Al centro di ciascuna sala sono inserite delle postazioni multimediali perfettamente integrate nell’ambiente, che illustrano aspetti insoliti e poco noti dell’operato di Romano, anche per i precedenti visitatori di Palazzo Te che ospita l’evento nelle sue sale monumentali. La scelta del sito non è casuale, in quanto l’edificio è stato realizzato proprio dall’artista per Federico II Gonzaga. Usufruendo della documentazione storica disponibile e delle innovative tecnologie applicabili ai beni culturali, si apprende la storia della struttura attraverso mappe tridimensionali che ne mostrano l’estetica e la planimetria originarie, antecedenti alle modifiche apportate dal tempo alla struttura e al paesaggio circostante.

La realtà virtuale è accostata ad effetti sonori che facilitano l’immersione spaziale, primo caso in eventi sui beni culturali; essa consente altresì di vedere il progetto originario dell’artista nello studio delle sue opere. Per esempio, la sala di Ovidio accoglie l’affresco di Palazzo Te rielaborato in un’immagine immersiva a 360° che ne mostra texture e pennellate, fornendo la sensazione di immersione nel paesaggio ventoso raffigurato. La camera dei Giganti riprende i disegni di Giove nell’atto di scagliare saette dall’Olimpo durante la caduta dei Giganti, immagini animate in post-produzione per immergersi pienamente nella scena.

Dunque, iniziando dalla descrizione della sua carriera si prosegue il percorso con l’analisi di Palazzo Te sino a giungere alla narrazione dell’impronta da lui lasciata su Mantova. Si susseguono, così, tre ambienti descrittivi differenti: uno tratta l’aspetto biografico con la formazione presso la bottega di Raffaello Sanzio (affiancato nelle sue maggiori commissioni), la fase mantovana con la realizzazione di opere di grande pregio sia in ambito pittorico che architettonico, e la successiva diffusione del suo stile nel contesto italiano ed europeo; l’altro esamina la location dell’evento, dallo stile innovativo benché caratterizzato da un’architettura di chiara ispirazione classica, associata ad elementi naturali e a rievocazioni archeologiche; l’ultimo illustra l’interconnessione tra Romano e la sua città d’adozione, visibile ad esempio negli affreschi dalle nuvolosità caratteristiche del mantovano. Qui egli ricevette importanti riconoscimenti, come le nomine di Prefetto delle fabbriche dei Gonzaga e di Superiore delle vie urbane, ossia sovrintendente di qualsiasi produzione artistica e architettonica di corte, adornando Mantova di decorazioni fastose e ingegnose che tutt’ora la caratterizzano.

Giulio Romano Experience

La mostra multimediale è inserita nel programma di eventi “Mantova: Città di Giulio Romano”, coinvolgente varie realtà culturali territoriali come la locale Camera di Commercio, della Fondazione Banca Agricola Mantovana, della Fondazione Comunità Mantovana Onlus. Organizzata in collaborazione con Electa Editore, è esito della promozione attuata proprio da Fondazione Palazzo Te e dal Comune di Mantova. Il programma espositivo e culturale “Giulio Romano è Palazzo Te”, di cui fa parte la suddetta mostra, è realizzato anche col contributo della Regione Lombardia, della Fondazione Cariverona e della Banca Monte dei Paschi di Siena. A supporto del progetto vi sono anche gli Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani, gli sponsor Aermec, Smeg Agroittica Lombarda e infine Trenitalia come travel partner.

Giulio Romano Experience

Un’ampia organizzazione a supporto di un progetto che propone un modo diverso e completo di ammirare una figura ingegnosa che ha segnato la città di Mantova. Un ravvicinato approccio all’arte che sarà disponibile sino al prossimo 30 giugno.

Giulio Romano Experience

Giorni e orari di apertura: lunedì 13.00 – 19.30, da martedì a domenica 09:00 – 19:30 (ora legale). Lunedì 13.00 – 18.30, da martedì a domenica 09:00 – 18:30 (ora solare).

Biglietto d’ingresso: 12 euro (intero), 9 euro (ridotto).

Per informazioni e prenotazioni: +39 0376 1979020; www.giulioromanomantova.it ; www.fondazionepalazzote.it ; www.electa.it

 

Foto Ufficio Stampa Mondadori Electa


Le pitture rupestri di Lascaux in mostra al MANN

Venerdì 31 gennaio, Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha inaugurato la mostra interattiva itinerante “Lascaux 3.0”, allestita nella Sala del Cielo stellato e nelle sale attigue, che sarà visitabile, per la prima volta in Italia, fino al 31 maggio 2020.

Le Grotte di Lascaux, che conservano al loro interno pitture rupestri - risalenti al Paleolitico superiore - e raffiguranti più di 6000 figure tra animali, umani e segni astratti, sono state inserite dal 1979 nella Lista UNESCO del Patrimonio Mondiale dell'Umanità.

Lascaux 3.0Situata nel piccolo centro di Montignac, le grotte furono scoperte l’8 settembre 1940 dal giovane Marcel Ravidat mentre passeggiava con il suo cane. Immediatamente questo rinvenimento eccezionale attirò un gruppo di studiosi che si adoperarono per documentarne il grande patrimonio. Per motivi conservativi il sito, noto come la Cappella Sistina della Preistoria, è stato interdetto alle visite dal 1963. Oggi è possibile ammirare le pitture rupestri grazie a una ricostruzione limitrofa al complesso “Lascaux II” aperta al pubblico nel 1983 e a una mostra itinerante “Lascaux 3.0”. Quest’ultima esposizione, nata da un accordo tra la Società pubblica “Lascaux – L’Esposizione Internazionale”, il Dipartimento Dorgone – Périgord e la Regione della Nouvelle Aquitaine, ha lo scopo di portare nel mondo gli ambienti principali della grotta riprodotti con la tecnica del velo di pietra introdotta nei primi anni 2000.

Lascaux 3.0 è una mostra che coniuga archeologia e nuove tecnologie, capace di emozionare il pubblico senza però trascurare l’aspetto scientifico. Grazie a un ricco apparato didattico interattivo, rigoroso ma coinvolgente, adatto a tutte le età, permette di approfondire la conoscenza non solo delle pitture rupestri ma anche di ricevere nozioni sull’epoca dell’uomo di Cro-Magnon.

Lascaux 3.0Il percorso di visita inizia con la riproduzione di una famiglia di uomini di Cro – Magnon realizzata dall’artista visuale Elizabeth Daynes, specializzata nella rappresentazione di esseri umani vissuti in epoche passate partendo dai resti fossili del cranio e dello scheletro. Grazie a quest’opera è possibile guardare in faccia gli antichi abitanti della grotta.

Nella prima sala, al centro, si trova il plastico in scala 1:10 degli ambienti della grotta di Lascaux con le relative pitture rupestri. Lungo le pareti della sala sono presenti postazioni multimediali con audio e video in cui le persone che hanno lavorato negli anni nella grotta raccontano il loro lavoro. Nella sezione chiamata l’atelier dei copisti, alcune postazioni interattive spiegano come sono stati realizzati i pannelli con le pitture presenti nella mostra.

Nella sala seguente, la sezione Il mestiere dell’archeologo, seguendo le ricerche degli studiosi che dal 1940 a oggi si sono occupati di Lascaux, approfondisce alcuni specifici aspetti della professione tra cui “cercare”, “analizzare”, “datare”, “fotografare” e“filmare”. In un’altra sezione della sala, sono presenti postazioni multimediali che svelano le tecniche pittoriche usate dagli artisti di Lascaux.

Lascaux 3.0

Nella terza sala sono esposte le riproduzioni di strumenti legati alla caccia, all’alimentazione, all’abbigliamento e alle abitazioni che permettono di scoprire alcuni aspetti della vita quotidiana degli uomini di Cro – Magnon.

Infine, dopo un video introduttivo si entra nell’ambiente immersivo che permette di passeggiare all’interno della grotta, vivendo le stesse emozioni dei primi scopritori della grotta. Questo effetto è ottenuto grazie all’istallazione di sottilissime pareti artificiali che riproducono fedelmente non solo le pitture ma anche l’effetto visivo della pietra su cui sono state dipinte. Inoltre, l’ambiente è arricchito e reso ancora più spettacolare dalla presenza di un’altra opera della Daynes raffigurante una donna di Cro – Magnon con la sua bambina.

Con Lascaux 3.0 si inaugura la stagione 2020 delle grandi mostre del MANN e si annuncia l’imminente riapertura della sezione “Preistoria e Protostoria” prevista per il prossimo 28 febbraio.

Tutte le foto scattate dalla mostra interattiva Lascaux 3.0 sono di Teresa Pergamo.


FRAMMENTI. Le fotografie di Stefano Cigada

La serie “FRAMMENTI”, realizzata dal fotografo Stefano Cigada, potrebbe sembrare, ad un primo sguardo, una raccolta di fotografie in bianco e nero su soggetti di statuaria classica; in realtà se ci soffermiamo con maggiore attenzione esse ci rivelano altro.

Quella allestita dalla curatrice Jill Silverman van Coenegrachts, nel Museo di Roma in Trastevere (Piazza di Sant’Egidio), è la prima mostra personale del fotografo autodidatta che, dopo aver viaggiato per raccontare il resto del mondo ritorna nel suo paese ritrovando una vecchia passione: quella per la classicità e per l’antico, riportata in vita dalla conoscenza del mercante di antichità David Cahn a Basilea.

Non si tratta in questo caso di voler fotografare le statue e i reperti prodotti dalle civiltà classiche nella loro perfezione formale, bensì di catturare la loro forma attuale, quella che il passare del tempo ha modificato, rendendole appunto incompleti “frammenti”.

 

Il percorso mostra presenta una nuova serie di ventuno stampe in bianco e nero che permettono allo sguardo di posarsi su alcuni particolari delle sculture prese in esame, ponendone in risalto le parti danneggiate, ferite e mancanti; un nucleo coerente di opere il cui soggetto è molto più ampio di quanto successivamente esposto.

Alla maniera di Monet che affittò una stanza appositamente per osservare i cambiamenti che la luce naturale provocava sulla facciata ovest della cattedrale di Rouen e raffigurarla nelle diverse sfumature cromatiche che questa assumeva, Cigada durante il suo processo creativo manifesta la necessità di visitare più volte uno stesso museo, un determinato oggetto. Come il fotografo racconta, si tratta di una vera e propria ossessione che lo ha portato, e lo porta, ad aggirarsi per le stanze di vari musei e a visitare più volte uno stesso luogo o un oggetto, senza mai stancarsi; un’ossessione che allo stesso tempo crea un profondo mutamento nello stato d’animo di colui che osserva.

Le fratture e l’incompletezza cambiano al cambiare dell’incidenza della luce sulle superfici e all’alternarsi delle stagioni, - ci spiega Cigada stesso - in momenti differenti del giorno e dell’anno. La materia è colpita e accarezzata dalla luce ed è in un determinato istante, che il fotografo percepisce qual è l’attimo perfetto da afferrare e sa che proprio quel momento è IL momento. “Non appena prima, non un secondo dopo.”

Tutto questo rende il lavoro di Cigada un lavoro non “sulle statue” ma sul tempo e sul movimento, che nell’esaltare i frammenti di statue attraverso frammenti fotografici ci restituisce un’indagine raffinata e colta sull’ambivalenza e sull’incompletezza dell’esistenza stessa.

Il percorso espositivo è suddiviso in tre ambienti e le stampe sono realizzate con sofisticate tecniche di stampa in Fine Art, una lavorazione che soddisfi precisi requisiti e garantisca una serie di specifiche quali la durata nel tempo senza decadimenti qualitativi e il massimo rendimento nella stampa, dove nulla viene lasciato al caso; sono poi contornate da cornici di colore nero - per le quali il fotografo si è affidato all’atelier di Bartoli (RE).

 

Neppure i passepartout vengono utilizzati, ma il vetro è di tipo antiriflesso e non risulta a contatto con l’immagine; è invece posizionato a circa 0,5 cm dalla fotografia - e non entra in contatto con essa - per cercare di aggirare il riflesso dell’illuminazione artificiale.

Tutte queste soluzioni ci rivelano la vera vocazione dell’opera: quella di essere contemplata sotto la luce naturale.

 

 

 

        

 

 

La mostra sarà visitabile dal 22 gennaio al 15 marzo 2020 al Museo di Roma in Trastevere.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ed è curata da Jill Silverman van Coenegrachts.
L’ingresso è gratuito per i possessori della MIC Card.

Tutte le foto della mostra FRAMMENTI di Stefano Cigada sono scattate da Ilaria Lely.


Andrea Mantegna

Mantegna come Steve Jobs: la modernità come obiettivo, l’antico come pretesto in mostra a Torino in Palazzo Madama

Tuffarsi di testa in un’epoca sfrenata: di geni, truffatori, poeti, capitani di ventura, banchieri, raffinati umanisti. Un’età di bronzo, di marmo, d’oro. Di pietre colorate e terracotta.

Una stagione intricata come le acconciature dipinte da Crivelli, che ancora oggi si rifiuta di lasciarsi dipanare a una prima occhiata. Nessuna superficiale faciloneria scalfirà la durissima superficie della produzione artistica fiorita nell’Italia del Nord-Est intorno alla metà del Quattrocento.

Di sicuro non lo farà la mostra organizzata da Civita e allestita all’interno del Museo Civico d’Arte Antica di Torino, visitabile fino al 4 maggio 2020.
Ma se ci si tuffa, come anticipavo, con una piccola dose d’incoscienza, questo percorso offre la possibilità di sentire la forza ribollente di uno dei momenti incandescenti dell’arte italiana.

La figura-guida scelta per accompagnarci in questo piccolo e movimentato universo è quella di Andrea Mantegna. Un vero diamante: lucido, splendido, duro e perfettamente sfaccettato, prodotto dal magma del periodo storico che ha attraversato.

Lo incontriamo subito a confronto con la bizzarra figura del suo primo maestro; e padre adottivo, e sfruttatore, e “impresario”. Quel Francesco Squarcione che somiglia un po’ al Mangiafuoco di Collodi; che raccoglie intorno a sé talenti delle più varie provenienze. Per educarli, sfruttarli, spillare loro soldi o lavoro, a seconda delle capacità; perfetta guida una “banda di desperados, come Longhi descrive la massa di pittori che esce dalla sua bottega per occupare con un’arte nuova la chiesa degli Eremitani.
In quella che appare una sapida sfida allievo-maestro vediamo Mantenga e Squarcione impegnati ad indagare lo stesso soggetto: l’austera figura di fra’ Bernardino da Siena, da pochissimo proclamato Santo e che probabilmente entrambi avevano conosciuto. Squarcione si abbandona a un’analisi impietosa del vecchio predicatore e fa emergere tutto “quell'umoresco non certo ridevole” (ancora Longhi) che è forse la sua più interessante eredità. Mantegna, al contrario, conferisce alla figura un sereno distacco. Una sorta di composta lontananza, accentuata dal profilo pieno e dalla scelta di rappresentare l’aureola come un disco che isola dal fondo la testa della figura.

In pratica un ritratto che somiglia a una moneta antica: il rapporto con un mondo che stava emergendo e che affascina il giovane Andrea.

Andrea Mantegna
Mantegna: particolare della Santa Eufemia - 1454 - e ritratto di San Bernardino da Siena - ca 1460 - a confronto con quello realizzato da Squarcione - ca 1450

Quell’antichità, romana ma anche no, che è tutto e il suo contrario, a seconda di chi la guarda e di che pezzo se ne esamina. Mantegna la incontra attraverso Donatello, che lavora a Padova nei suoi stessi anni, e Jacopo Bellini, a capo di una delle più fortunate botteghe del nord Italia, ingombra di reperti.

Questo mondo immaginato, sognato, interpretato, intravisto diventa per il giovane pittore terreno su cui far crescere una personalissima interpretazione di quell’arte che non si poteva conoscere nella sua interezza.

Lo dimostra l’imponente Santa Eufemia: se la materia pittorica ha perso la sua integrità, l’idea non ne subisce troppo danno. Severa, monumentale, vera e vicina ma al tempo stesso fissa, come scolpita in una varietà di pietre dure e marmi preziosi. Chiusa tra archi, colonne e ghirlande, citazione di romanità tarda e opulenta, decadente come il pugnale che si conficca nel fianco senza turbare la serena compostezza del volto. Come fosse niente più di un prezioso orpello.

Nella Santa Eufemia emerge la ferma libertà di Mantegna: punto di partenza su cui seppe costruire il suo formidabile successo.

Intelligente, colto e accorto: non sbaglia una mossa. Sposa la figlia di Jacopo Bellini: esce dalla scomoda influenza di Squarcione ed entra a far parte di quella che possiamo definire la più fortunata e strutturata impresa nel campo dell’arte padana quattrocentesca. Così il genero Jacopo diventa suo sponsor e il cognato Giovanni suo alleato, invece che suo concorrente. Li vediamo duettare sul tema della Madonna col Bambino: un dialogo che li accompagnerà nelle loro carriere e che arricchisce la produzione di entrambi.

Andrea Mantegna
Mantegna cita e si lascia citare dai Bellini: Madonna col Bambino e i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa, 1455 ca

Questa dimensione di apertura, scambio, continua permeabilità emerge molto bene dal percorso: Mantegna non si chiude mai in una solitaria ricerca di perfezione. Piuttosto si lascia contaminare e provocare: dall’antichità, da altre tecniche artistiche (come le fusioni in bronzo della bottega padovana di Donatello, da cui impara la bellezza dei riflessi e delle patine), da colleghi e vie diverse al Rinascimento.

Andrea Mantegna

Il San Giorgio di Mantegna esibisce allo stesso modo i boccoli biondi da reclame dello shampoo e la lancia spezzata, il cui moncone è ancora incastrato nella gola del drago. Più serioso di quello di Cosmè Tura, che stretto in una calzamaglia rosa brandisce uno spadone rosso. Entrambi però esercitano una colorata libertà memore della stagione tardogotica, cui paiono non sentire l’esigenza di rinunciare per entrare a pieno diritto nel Rinascimento.

Il gusto per il confronto che anima Mantegna non si spegne neppure quando Ludovico Gonzaga lo vuole al suo servizio, e inventa per lui un ruolo che ancora non esisteva: quello di “pittore di corte”. Al contrario la rete di relazioni della corte mantovana, che si estendeva anche oltralpe, e la vivace vita culturale che vi si svolgeva (come il Concilio del 1459) crea nuove occasioni di contaminazione. Il presunto ritratto di Carlo de’ Medici rivela, per realismo, severità e qualità scultorea, la frequentazione con l’ambiente fiorentino.

Dialoghi: Mantegna si lascia contaminare dalla monumentalità fiorentina, e si confronta con il siciliano-nordico Antonello, gemma della collezione permanente di palazzo madama. Sullo sfondo di tutto colte letture da umanisti

Mantegna produce e al tempo stesso colleziona: incontriamo opere antiche che l’artista aveva acquistato per sé e che hanno ispirato uno dei suoi capolavori, i “Trionfi”, infinitamente ammirati copiati e citati per secoli. E, nella stessa sala, con grande intelligenza incontriamo le sue incisioni, in particolare quelle ispirate alla classicità.

Il classicissimo ritratto del cardinale Ludovico Trevisan si lascia contaminare dal verismo fiammingo nell'ombra di barba rasata

Opere di superba qualità, ma che rivelano anche la sapiente costruzione di una carriera, di un business di successo: copiata dai tedeschi l’idea di creare incisioni come prodotti autonomi, Mantegna fiuta la possibilità data da questa tecnica di fornire non soltanto un riscontro economico immediato, ma soprattutto garantire ai suoi discendenti una fonte di reddito sicura. A dimostrazione che l’era della riproducibilità tecnica è un fenomeno che l’arte ha affrontato ben prima del Novecento, e che porta sempre con sé una visione imprenditoriale della produzione artistica.

Mantegna costruisce pezzo per pezzo un modello di gestione così solido da resistere ai committenti più esigenti: una piccola sezione, organizzata come una collezione rinascimentale, ci racconta del suo rapporto con Isabella d’Este. Lei granitica nelle sue arzigogolate richieste, lui pragmatico e preparato; capace di soddisfare la passione per le iconografie sovra-significanti senza perdere la direzione della sua ricerca.

Bottega di Mantegna, "Il seppellimento di Cristo". Bulino datato tra il 1465 e il 1480

Strepitose le prove di pittura sacra, in cui emerge con forza il gusto prezioso e raffinatissimo per il colore, quello smagliante del Medioevo tardo a cui non rinuncia, ma che sa traghettare in un mondo di forme nuove. E quello per una solidità mai banale, che non si lascia imbrigliare nelle facili geometrie fiorentine, ma che cattura l’occhio persino quando l’equilibrio delle tinte contraddice la forma.

Andrea Mantegna
Mantegna, Madonna dei Cherubini, 1485

Una sorta di caleidoscopico basso e bassissimo rilievo, come fosse ancora lo stiacciato donatelliano ma tradotto in pittura. Che esercita un fascino irresistibile per un altro irregolare di successo, che la mostra suggerisce erede dell’avventura mantegnesca: lo spericolato Correggio.

A chiudere il percorso un’intenso e tecnicamente perfetto “Ecce homo: una composizione di sole teste eseguita negli stessi anni in cui Leonardo si affanna sulle “arie di testa” dell’Ultima Cena. Un’opera in cui non leggiamo neppure un briciolo di imbarazzo o ansia per il confronto, e neppure un tentativo di avvicinamento. Piuttosto una forte affermazione di distanza e differenza.

Perché Mantegna, nella sua bravura artistica, culturale, imprenditoriale, ci insegna che il Rinascimento non è certo stato uno solo, che la ricchezza di quell’epoca non può essere contenuta nello spazio angusto di poche banalità (riscoperta dell’antico, costruzione prospettica dell’immagine, culto del genio), e che fare grandissima arte non implica per forza scegliere l’emarginazione.

Il percorso ha di certo qualche ombra, alcune incongruenze e significative assenze, ma la forza del contatto con l’avventura di questo artista riesce a restituire tutta la vivace spericolatezza della sua carriera.

 

 

Le immagini delle opere in mostra sono state realizzate da me e sono pubblicate con licenza Creative Commons
Licenza Creative Commons
Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.