Melka Kunture impronte bambini

Bambini in acqua un milione di anni fa: scoperte impronte fossili umane in un fiume preistorico a Melka Kunture

Bambini in acqua un milione di anni fa: scoperte impronte fossili umane in un fiume preistorico a Melka Kunture

Nel sito di Melka Kunture, in Etiopia, la missione archeologica della Sapienza Università di Roma ha portato alla luce, fra le centinaia di orme fossili lasciate tra 1,2 milioni e 850.000 anni fa, le più antiche impronte di piede di bambino finora conosciute. Lo studio, che offre una rara immagine dell'infanzia nei periodi più remoti della preistoria, è pubblicato sulla rivista Quaternary Science Reviews

Impronte fossili di bambini e giovani. Credits Foto: Missione archeologica italiana a Melka Kunture (www.melkakunture.it)

Melka Kunture, 50 km a sud di Addis Abeba, è un importante complesso di affioramenti archeologici situato lungo il bacino superiore del fiume Awash, sull'altopiano etiopico. In quest’area, le ricerche archeologiche sono iniziate oltre 50 anni fa e dal 2011 sono condotte dalla missione italiana guidata da Margherita Mussi e dal suo team del Dipartimento di Scienze dell'Antichità della Sapienza Università di Roma.

Negli anni sono state individuate decine di affioramenti archeologici, rinvenuti soprattutto lungo le gole scavate dai torrenti della zona. In una di queste incisioni, la gola di Gombore, nel 2018 il team della Sapienza aveva già ritrovato numerose impronte umane di adulti e bambini, strumenti realizzati con pietre vulcaniche (come l'ossidiana e il basalto) e resti di ippopotami macellati dall’uomo. Questi rinvenimenti, sigillati da un tufo di 700.000 anni fa, permisero di ricostruire uno scenario in cui i bambini assistevano gli adulti impegnati nella scheggiatura della pietra e nella macellazione dei grossi animali, a dimostrazione che nell’ambiente preistorico l’acquisizione dei gesti e delle tecniche utili alla sopravvivenza iniziava sin dalla più tenera età.

Oggi, un nuovo studio sugli strati archeologici della gola di Gombore, risalenti alla fine del Pleistocene antico, offre un'altra rara immagine dell’infanzia nei periodi più antichi della preistoria. La ricerca, coordinata da Flavio Altamura e Margherita Mussi della Sapienza con la collaborazione di studiosi dell’Università di Cagliari, della Bournemouth University (UK) e del Urweltmuseum GEOSKOP (Germania), ha riguardato un altro sito della gola, ancora più antico, denominato Gombore II Open Air Museum dove sono state ritrovate, ai margini di quello che era un fiume preistorico, nuove impronte di bambini. I risultati del lavoro, che fanno ulteriore luce su comportamenti e abitudini dei nostri lontani progenitori, sono pubblicati sulla rivista scientifica Quaternary Science Reviews.

Gli archeologi al lavoro sulle impronte. Credits Foto: Missione archeologica italiana a Melka Kunture (www.melkakunture.it)

Gli scavi hanno documentato una sequenza di strati archeologici di circa 3 metri di spessore, che secondo gli studiosi dovrebbe essersi formata in un ambiente fluviale e paludoso, ciclicamente investito dalle ceneri eruttate da vulcani distanti alcune decine di chilometri. Proprio la presenza di tufi vulcanici ha permesso, con il metodo detto dell’Argon/Argon, di datare gli strati tra 1,2 milioni e 850.000 anni fa.

In particolare, gli scavi hanno riportato alla luce 18 superfici fossili con impronte lasciate da ippopotami, iene, alcuni erbivori simili agli attuali gnu, gazzelle e uccelli. Tre dei livelli hanno restituito anche impronte umane, quasi tutte riferibili a bambini e adolescenti delle specie umane preistoriche Homo erectus/ergaster o forse già Homo heidelbergensis arcaico.

“Queste impronte - commenta Margherita Mussi, direttore della Missione archeologica a Melka Kunture - sono tra le più antiche al mondo e le prime in assoluto riferibili a bambini. Ulteriore prova della presenza umana nei pressi del fiume sono i numerosi strumenti di pietra ritrovati: alcune schegge di ossidiana sono state probabilmente calpestate dagli ippopotami, che le hanno fatto sprofondare nel fango sul fondo delle loro impronte, indicando la compresenza dell’uomo e di questo pericoloso pachiderma”.

Impronte fossili di molluschi. Credits Foto: Missione archeologica italiana a Melka Kunture (www.melkakunture.it)

In molti livelli ricorrono anche delle particolari impronte formate da scie curvilinee con piccoli avvallamenti a forma di mandorla, le tipiche tracce di molluschi bivalvi simili alle cozze di acqua dolce, che vivono ancorati sul fondo di fiumi e laghi con acqua corrente pulita e ben ossigenata. La loro presenza costituisce un ottimo indicatore per la ricostruzione del paleo-ambiente e permette anche di confermare indirettamente l'esistenza di pesci, dai quali i molluschi dipendono per il loro ciclo riproduttivo.

Le impronte dei bambini vicine a quelle degli erbivori e dei molluschi dimostrano che i piccoli ominini entravano in acque basse e pulite, così come facevano gli altri animali. “Probabilmente, anche un milione di anni fa, - spiega Flavio Altamura, che ha condotto gli scavi - i bambini entravano in acqua per ragioni molto simili a quelle che potremmo aspettarci oggi: per bere, per lavarsi o per cercare di catturare a mani nude pesci e molluschi da mangiare. Oppure più semplicemente per giocare”.

“I risultati di questo studio, realizzato grazie ai finanziamenti dei Grandi scavi di Ateneo della Sapienza - conclude Mussi - restituiscono un’istantanea dell’infanzia nella preistoria e confermano che l’attrazione dei bambini per gli ambienti umidi e gli specchi d'acqua – pozzanghere incluse! – ha radici antichissime nel comportamento umano. Si tratta, in un certo senso, dei primi “bagni” fatti da bambini di cui si abbia una prova scientifica diretta”.

Riferimenti:


Ichnological and archaeological evidence from Gombore II OAM, Melka Kunture, Ethiopia: an integrated approach to reconstruct local environments and biological presences between 1.2-0.85 Ma - Flavio Altamura, Matthew R. Bennett, Lorenzo Marchetti, Rita T. Melis, Sally C. Reynolds, Margherita Mussi - Quaternary Science Reviews 244, 106506 https://doi.org/10.1016/j.quascirev.2020.106506

Melka Kunture impronte bambini
Ricostruzione artistica. Credits Foto: Missione archeologica italiana a Melka Kunture (www.melkakunture.it)

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma sulle impronte dei bambini di un milione di anni fa da Melka Kunture. Credits Foto: Missione archeologica italiana a Melka Kunture (www.melkakunture.it)


Necropoli di Sant'Angelo Muxaro: nuovi ritrovamenti del IV millennio a.C.

Novità di grande interesse archeologico giungono dalla Necropoli di Sant'Angelo Muxaro nell'agrigentino: non si sono fatte attendere dopo la recente ripresa della campagna di scavi. Le ricerche in località Monte M'pisu le tombe a pozzetto dell'insediamento neolitico risalenti al IV millennio a.C. hanno permesso di portare alla luce numerosi resti scheletrici, che nei prossimi giorni verranno sottoposte ad analisi isotopiche per ottenere informazioni sul tipo di alimentazione della popolazione, e anche notevoli esempi di vasi, su cui verranno condotti esami per comprendere per che tipo di contenuto fossero destinati.
Parallelamente agli scavi di Sant'Angelo Muxaro si stanno portando avanti anche importanti studi sul Monte Castello, che ha già condotto a ritrovamenti di primaria rilevanza: da un'analisi in profondità si è potuta constatare la presenza di un insediamento umano riconducibile a 5000 anni prima di Cristo. La ricerca, inoltre, ha condotto al ritrovamento di ceramiche a decoro dipinto e inciso, oltre a notevoli reperti in ossidiana di Lipari e Pantelleria, testimoniando la potenzialità del commercio ad ampio raggio già nel Neolitico.
Monte Castello rappresenta un unicum per quanto riguarda la continuità abitativa della zona, che risulta ininterrotta dal V millennio a.C. fino al Medioevo, legandosi addirittura a leggende che ruotano intorno alla figura del cretese Minosse e del re sicano Kokalos.
Il ritrovamento dalla Necropoli di Sant'Angelo Muxaro è stato possibile grazie al finanziamento della Regione Siciliana, che ha consentito di avviare otto cantieri nelle province di Palermo, Catania, Agrigento, Trapani, Enna, Ragusa e Messina. Si tratta di alcune tra le zone della Sicilia fino a questo momento più trascurate per quanto riguarda i finanziamenti per la ricerca.
A questo proposito Nello Masumeci, presidente della Regione Siciliana, ha evidenziato la prioritaria importanza della valorizzazione del patrimonio locale. «La valorizzazione del nostro patrimonio archeologico - ha affermato - è una delle priorità del mio governo. Quello di Sant'Angelo Muxaro è uno degli otto cantieri che abbiamo attivato in tutta l'Isola, dopo un'interruzione di oltre dieci anni, per aprire una nuova stagione che consentirà alla nostra terra di ottenere un duplice risultato: da un lato arricchire l'offerta del nostro immenso giacimento culturale a turisti, studiosi e curiosi, dall'altro conservare la nostra memoria».
Alberto Samonà, assessore dei Beni culturali e dell'identità siciliana, ha commentato: «Le attività di ricerca e di scavo archeologico negli ultimi decenni sono state condotte da Università e Istituti privati ed è stata precisa volontà del governo regionale, sotto impulso dell’assessore Sebastiano Tusa, quella di ricominciare a finanziare campagne in tutta la Sicilia affidandole alle professionalità che operano all’interno dell’assessorato dei Beni culturali. I risultati ci confortano e rafforzano la consapevolezza che le Soprintendenze siciliane, dotate di eccellenti archeologi e tecnici, hanno la potenzialità di continuare in quell’attività di ricerca che ci ha reso famosi nel mondo. Riprendere le campagne di scavo, inoltre è il modo per riappropriarsi di una tradizione scientifica indispensabile per lo studio e la conservazione della nostra memoria».
Muxaro Necropoli di Sant'Angelo Muxaro
Foto dalla Regione Siciliana.

Sardinia Archeo Festival

Sardinia Archeo Festival. Al via la seconda giornata

Sardinia Archeo FestivalSabato 20 luglio il programma del Sardinia Archeo Festival - Rotte e Approdi, organizzato dall’associazione Itzokor, sarà dedicato nella prima parte agli scambi commerciali e culturali e alle rotte che li hanno permessi.

Aprirà la giornata Massimo Cultraro, docente di Preistoria e Protostoria presso l’Università degli Studi di Palermo parlando di “mare inquieto”, in riferimento al Mediterraneo centro-occidentale, che alla fine del II millennio a. C. diventa luogo di intense dinamiche di scambio e/o scontro fino a mettere in crisi i grandi imperi transnazionali, l’Egitto, il regno Ittita, il mondo miceneo, ecc.. Chiuderà il suo intervento con una riflessione sul fatto che l’archeologia, attraverso la nuova “Archeologia delle Migrazioni” possa offrire strumenti di lettura della realtà contemporanea.

Seguirà Carlo Tronchetti, già funzionario archeologo e Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, che parlerà di “Mediterraneo come elemento fisico che unisce e divide, soprattutto come elemento culturale che riunisce e mescola tutte le componenti che vi si affacciano, facendo nascere nuove culture che continuano ad intrecciarsi in un processo che non ha fine”.

Dopo tanto navigare per mare, si arriva ad un approdo, quello offerto dal nuraghe Sirai di Carbonia, laddove gli scavi archeologici stanno mettendo in luce un intenso rapporto di incontri tra genti di tradizione nuragica e genti provenienti da fuori. Sarà Carla Perra, Direttore Scientifico degli scavi al complesso del nuraghe Sirai, a illustrare i risultati delle ricerche. Altro approdo Broglio di Trebisacce in Calabria, luogo di incontro tra le genti del luogo, gli Enotri, e i gruppi umani provenienti dalla Grecia (Micenei prima, Achei poi), soggetto del filmato Eravamo Gente Felice. Enotri di Flaviano Pizzardi, realizzato dal Comune di Trebisacce. Se ne parlerà con l’archeologo Alessandro Vanzetti in collegamento Skype.

Con le archeologhe e animatrici museali Giulia Balzano e Cristina Ciccone si andrà in viaggio lungo le rotte dell’ossidiana del Monte Arci, i cui percorsi antichi si intrecciano con le dinamiche moderne connesse alla gestione del Museo dell’Ossidiana di Pau in un’ottica di promozione del territorio e di stimolo culturale. Si andrà alla riscoperta dei percorsi dell’acqua e della sua distribuzione nelle tradizioni mediterranee nelle città e nei campi in epoca medievale con l’architetto Marco Cadinu, docente di Storia dell’Architettura e Storia della Città Medievale all’Università degli Studi di Cagliari, mentre con Angela Simula, archeologa con la passione per gli archivi, si ricostruiranno le vicende di un naufragio avvenuto a Porto Conte nel 1606, dai retroscena legati alla nascita di un’economia preindustriale del Granducato di Toscana, la produzione della seta.

Un altro filone del Festival si ripropone di indagare la concezione mentale di isole e isolamento. Su questo argomento le relazioni di Stefano Tedde, archivista che ha lavorato presso l’archivio della colonia penale di Tramariglio e dell’Asinara, che riferirà della Sardegna vista come “isolapenitenziario”, mentre il contributo del docente di Storia Moderna Giampaolo Salice verterà sullo scardinamento degli stereotipi letterari relativi ad alcune isole del Mediterraneo.

A termine serata l’intervento della giornalista e scrittrice Elena Stancanelli, che presenterà il suo libro Venne alla spiaggia un assassino, dove racconta la sua esperienza sulle navi ONG. Si chiude con la proiezione del documentario Funtaneris di Massimo Gasole, con Marco Cadinu, dedicato alle fontane e al loro ruolo centrale nelle comunità sarde del passato.
Al serale musica con Gianfranco Maxia, Max Messesi e Matteo Pisanu, mentre Francesca Mulas e Giulia Balzano con il dialogo Diversamente archeologhe: sguardi sulla società contemporanea. Sardinia Archeo Festival è organizzato dall’associazione Itzokor in collaborazione di Radio Brada, grazie al contributo della Fondazione di Sardegna. Partecipano al Festival in qualità di patrocinatori diversi enti pubblici e diversi media partner.

Sardinia Archeo Festival

Nasce dalla volontà di creare uno spazio fisico e mentale destinato al ragionamento, allo scambio e all’incontro intorno ai macrotemi dell’archeologia e del Mediterraneo: sarà un’occasione per cercare di capire come questa grande distesa d’acqua sia stata e sia tuttora teatro di tante vite in movimento e di tanti approdi.

Rotte e Approdi è, appunto, il titolo di questa prima edizione: il racconto delle due grandi anime di questo mare, quella dinamica, degli spostamenti, dei popoli in cammino, e quella statica, di chi decide di stare (in un posto o in un altro), facendosi tramite di conoscenze, tecnologie, saper fare, tradizioni, culture.

Sardinia Archeo Festival sarà una riflessione collettiva sul significato di patrimonio culturale, un’opportunità per conoscere progetti di salvaguardia culturale in paesi non pacificati o in stato di difficoltà economica e di instabilità politica, uno strumento per indagare incontri e scambi avvenuti sulle rotte del Mediterraneo nel corso della storia, ma anche importante occasione per volgere lo sguardo all’attualità di quel mare e ai problemi sociali ed etici che essa pone.

Attraverso conferenze, presentazioni di libri, proiezioni di docu-film, musica si svolgerà il filo delle rotte mediterranee, antiche e moderne.

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Consulta il programma: https://www.sardiniarcheofestival.it/


Non furono i conflitti a determinare il collasso di Rapa Nui

16 Febbraio 2016

Diversi mata'a. Credit: Carl Lipo, Binghamton University
Diversi mata'a. Credit: Carl Lipo, Binghamton University

Fino ad oggi, si pensava che i manufatti triangolari ritrovati sulle coste di Rapa Nui (in Cile) fossero punte di lancia. Un nuovo studio li ha analizzati, smentendo questa ipotesi e affermando che si tratta invece di strumenti dai molteplici utilizzi. L'ipotesi che la civiltà sull'Isola di Pasqua sia stata spazzata via da conflitti e guerre viene quindi a perdere un fondamentale elemento di prova.
Tradizionalmente si spiega che, prima dell'arrivo degli Europei, i notevoli conflitti tra gli abitanti (e il conseguente collasso di quell'antica civiltà) furono determinati dall'esaurimento delle risorse sull'isola. Come prova di questa spiegazione ci sarebbero mata'a, oggetti triangolari in ossidiana ritrovati a migliaia sull'isola. Secondo lo studio si tratterebbe in realtà di strumenti multiuso, in grado sì di tagliare ma utilizzati nella coltivazione, a scopi rituali (ad esempio, tatuaggi), nella lavorazione delle piante. 
L'ossidiana è un vetro vulcanico molto tagliente: finora si era perciò ritenuto che i mata'a fossero stati utilizzati come armi. Il nuovo studio ha analizzato oltre quattrocento di questi strumenti, caratterizzandone la forma da un punto di vista quantitativo. Sulla base delle differenze rispetto ad altre armi tradizionali, si è concluso che non potevano essere utilizzati nei conflitti, e d'altra parte sarebbero stati pessimi per lo scopo. Per Carl Lipo dell'Università di Binghamton , basta guardarli per rendersi conto che non sembrano affatto delle armi, e d'altra parte sono effettivamente diversi rispetto a qualsiasi altro strumento utilizzato in guerra, quale che sia la provenienza.
L'idea che i mata'a fossero armi utilizzate nei conflitti che portarono al collasso di questa società sarebbe insomma una tarda interpretazione europea, e non qualcosa che trova riscontro da un punto di vista archeologico. Quelle popolazioni sarebbero dunque vissute con successo sull'isola, fino all'arrivo degli Europei.
Cartina del Pacifico che indica Rapa Nui. Credit: Carl Lipo, Binghamton University
Cartina del Pacifico che indica Rapa Nui. Credit: Carl Lipo, Binghamton University

Le spiegazioni riguardanti il declino demografico dell’Isola di Pasqua sono tendenzialmente due: una che ritiene che gli abitanti abbiano causato la fine del proprio ambiente, con conseguenze gravissime per la popolazione; l’altra invece ritiene responsabili gli Europei, arrivati nel 1722, che avrebbero portato le malattie che uccisero i Rapa Nui.
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Lo studio "Weapons of war? Rapa Nui mata'a 1 morphometric analyses", di Carl P. Lipo, Terry L. Hunt, Rene Horneman e Vincent Bonhomme, è stato pubblicato su Antiquity.
Link: AntiquityEurekAlert! via Binghamton University; Daily Mail.
La foto, opera di Makemake, ritrae due ahu a Hanga Roa. Sullo sfondo Ahu Ko Te Riku (con un pukao in testa), da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da KAMiKAZOW,


Un massacro preistorico estende la storia dei conflitti

20 Gennaio 2016

Prove di un massacro preistorico estendono la storia della guerra

Lo scheletro di quest'uomo fu ritrovato mentre giaceva prono tra i sedimenti della laguna. Il teschio presenta lesioni multiple sulla fronte e sul lato sinistro, coerentemente con ferite da uno strumento contundente, come una clava. Credit: Marta Mirazon Lahr
Lo scheletro di quest'uomo fu ritrovato mentre giaceva prono tra i sedimenti della laguna. Il teschio presenta lesioni multiple sulla fronte e sul lato sinistro, coerentemente con ferite da uno strumento contundente, come una clava. Credit: Marta Mirazon Lahr

Resti scheletrici di un gruppo di foraggieri massacrati attorno a 10.000 anni fa sulle rive di una laguna sono la prova unica di un violento scontro tra gruppi di antichi cacciatori raccoglitori in conflitto, e suggerisce la “presenza della guerra” nelle tarde società foraggiere dell'Età della Pietra.

Le ossa fossilizzate di un gruppo di cacciatori raccoglitori preistorici, che furono massacrati attorno a 10.000 anni fa, sono state dissotterrate a 30 km ad ovest del Lago Turkana, in Kenya, in un luogo chiamato Nataruk.
Ricercatori dal Leverhulme Centre for Human Evolutionary Studies (LCHES) dell'Università di Cambridge hanno scoperto i resti parziali di 27 individui, comprendenti almeno otto donne e sei bambini.

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Iran: tombe preistoriche e ossidiana da Pileh-Chai

21 Novembre 2015
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Sepolture preistoriche sono state scoperte nella regione di Pileh-Chai, a nord della città di Namin, nella provincia iraniana di Ardebil. Oltre alle tombe in pietra, si sono ritrovati strumenti in ossidiana.
Link: IRNA
La provincia iraniana di Ardebil, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Nima Farid (Original work by Uwe Dering. Highlighted by Dr. Blofeld - Based on File:Iran location map.svg).
 


La vita a Joya de Cerén, la Pompei delle Americhe

3 Novembre 2015
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Il sito di Joya de Cerén (o anche semplicemente Cerén) comprendeva una comunità agricola Maya preispanica che fu seppellita dall'eruzione del vulcano Loma Caldera, nel 600 d. C. circa.
Attività umane sono state rilevate nell'area già attorno al 1200 a. C. In seguito alle attività del vulcano del Lago Ilopango, il villaggio fu evacuato e poi occupato nuovamente. Non troppo tempo dopo, attorno al 660 d. C., l'eruzione di un altro vulcano, il Loma Caldera, ha seppellito per sempre Cerén, preservandola fino a noi con uno strato di cenere. Da quanto appare nel sito, gli abitanti furono almeno in grado di salvarsi per tempo, scappando verso sud.
Il paragone con le nostre Pompei ed Ercolano è immediato (spesso ci si riferisce a Cerén come alla "Pompei delle Americhe"), e in effetti anche qui siamo di fronte a una straordinaria capsula temporale, che già dal 1993 rientra nella Lista dei Siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO.
Un nuovo studio ha potuto così esaminare la vita al tempo della comunità preispanica. Si ritiene abitassero qui 200 abitanti, e dodici strutture sono state finora oggetto di scavi: magazzini, abitazioni, cucine, laboratori, una sauna comunitaria e ovviamente edifici religiosi. In ogni casa c'era un'ascia in giada, più dura del ferro, utilizzata per lavorare il legno o per costruire. Gli abitanti scambiavano il surplus agricolo (si coltivava soprattutto manioca) per questi strumenti, o per coltelli di ossidiana. Di grande interesse anche il sacbe, la strada bianca che per 150 metri connetteva la città dal villaggio verso San Andres.
Joya de Cerén si trova nel Dipartimento La Libertad nello stato di El Salvador.
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Messico: geopolitica e ossidiana a Tlaxcala

25 Marzo 2015
Arrowhead
Una nuova ricerca si è occupata del rapporto di relazioni tra Stati, diplomazia, commercio e forniture di merci nella Mesoamerica del Tardo Postclassico (l'epoca degli Aztechi). L'oggetto della ricerca è stata la città di Tlaxcala, che al tempo dell'arrivo degli Spagnoli era ancora impegnata nelle guerre rituali e continue con gli Aztechi, necessarie per rifornire i templi di sacrifici umani. L'oggetto della ricerca è però l'ossidiana, un vetro di origine vulcanica utilizzato ad esempio nelle armi dell'epoca.Leggere di più