grotta di Acquacadda Nuxis

Nuove ricerche e scavi dell’Università di Cagliari nella grotta di Acquacadda a Nuxis

Nuove ricerche e scavi dell’Università di Cagliari nella grotta di Acquacadda a Nuxis

grotta di Acquacadda NuxisIl 2 settembre a Nuxis, presso la grotta di Acquacadda prenderà avvio la prima campagna di scavo archeologico diretta dal Professor Riccardo Cicilloni, Docente e Ricercatore di Preistoria e Protostoria presso il Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni Culturali dell’Università degli Studi di Cagliari in collaborazione con la Prof.ssa Elisabetta Marini del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente. Lo scavo si svolgerà per tutto il mese di settembre.

Le attività di scavo e ricerca sono stare rese possibili grazie alla concessione di scavo da parte del MIBAC - Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e si svolgeranno con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna e del Comune di Nuxis, con il supporto tecnico dell’Associazione Speleo Club Nuxis, che gestisce l’area, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Oristano e Sud Sardegna.

grotta di Acquacadda NuxisL’importante sito preistorico della grotta di Acquacadda (o Grotta de Su Montixeddu), frequentato a scopo funerario almeno dall’età del Rame, è già noto in letteratura in quanto negli anni ’60 del secolo scorso fu oggetto di un primo saggio di uno scavo, ancora praticamente inedito, condotto dalla compianta Prof.ssa Maria Luisa Ferrarese Ceruti, afferente allora all’Università di Cagliari.

Da queste indagini si ricavò una delle prime datazioni radiocarboniche dell’archeologia sarda, che ha fatto sì che la grotta di Acquacadda sia stata citata in numerose pubblicazioni a carattere nazionale ed internazionale.

grotta di Acquacadda NuxisLa ricerca ricade nell’ambito di un progetto più ampio, portato avanti dalla Cattedra di Preistoria e Protostoria dell’Università di Cagliari, mirante all’investigazione delle fasi preistoriche antecedenti alla nascita della civiltà nuragica, con particolare riferimento alle attività di estrazione dei metalli ed alle attività metallurgiche che le popolazioni dell’età del Rame e poi del Bronzo effettuarono a partire dall’inizio del III millennio a.C. L’obiettivo principale delle indagini di scavo sarà quello di indagare il passaggio dalla cultura di Monte Claro (età del Rame) a quella di Bonnanaro (prima età del Bronzo), e capire quale ruolo quest’ultima abbia nella formazione della successiva civiltà nuragica.

La possibilità di riprendere le indagini archeologiche nella Grotta di Acquacadda ha da subito entusiasmato me ed il mio team di collaboratori. L’unione di intenti tra noi, l’amministrazione e lo Speleo Club è stata da subito importante per impostare un lavoro scientifico all’avanguardia e soprattutto duraturo” afferma Riccardo Cicilloni, direttore scientifico dello scavo.

Alla ricerca archeologica sul campo si alterneranno una serie di attività di tipo divulgativo, a cui prenderanno parte studiosi provenienti da più parti d’Europa, tra cui: Annaluisa Pedrotti dell’Università di Trento (31 agosto), di Fernando Molina Gonzalez, Juan Antonio Cámara Serrano e Liliana Spanedda dell’Universidad de Granada (4 settembre), di Valentina Matta dell’Università di Aarhus in Danimarca (11 settembre), di Sabrina Cisci, funzionaria archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Sud Sardegna e Oristano (17 settembre).

La giornata del 31 testimonia un passaggio molto importante nel progetto di valorizzazione delle risorse del territorio in cui l'Amministrazione Comunale ripone molta fiducia. Un percorso ancora lungo, nel quale crediamo e che abbiamo fortemente voluto, convinti possa aggiungere un tassello importante per lo sviluppo futuro delle nostre comunità” afferma Piero Andrea Deias, sindaco di Nuxis, “nutriamo molta fiducia e speranza nei risultati dello scavo, che sarà egregiamente coordinata e condotta dal Prof. Riccardo Cicilloni e dai suoi validissimi collaboratori e studenti, con l'indispensabile supporto logistico dello Speleo Club Nuxis”. “Chiedo ai cittadini e a tutte le Associazioni del nostro paese, in tanti lo hanno già fatto, di condividere, appoggiare e sostenere questo progetto, soprattutto in questa importantissima fase, che vorremmo diventasse, attraverso varie iniziative, un importante esperimento socioculturale per la comunità intera. Sono certo che saremo all'altezza” prosegue il primo cittadino di Nuxis. “Persone da più parti della Sardegna ma anche provenienti dal di fuori dell’isola risiederanno nella nostra comunità per un mese, e per noi anche questo aspetto sarà di fondamentale importanza”.

Alle attività in programma prenderà, infatti, parte un team di circa 30 studenti provenienti da diversi atenei europei e internazionali, oltre quello cagliaritano, le università di Bologna, Granada, Barcellona e Melbourne, coordinati sul campo dagli archeologi Marco Cabras e Federico Porcedda.

Tutto il progetto sarà caratterizzato dalla collaborazione interdisciplinare tra i dipartimenti di Lettere, Lingue e Beni Culturali e quello di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università degli Studi di Cagliari, ma non solo. Sono in progetto una serie di analisi archeometriche finalizzate alla ricostruzione della vita delle comunità del tempo. L’obiettivo è quello di ricavare dati sul DNA e sulla dieta delle popolazioni dell’età del Rame sardo, sulle cause di morte degli individui sepolti nella grotta di Acquacadda. Tramite le analisi polliniche si proverà inoltre a ricostruire l’ambiente antico di questa zona del Sulcis. Sui reperti che verranno rinvenuti saranno immediatamente portate avanti una serie di attività laboratoriali: catalogazione, studio dei reperti ceramici, malacologici e metallici, ma anche dei resti osteologici.

Grande importanza verrà data alla comunicazione. Alle attività di studio e ricerca infatti ne saranno affiancate altre finalizzate alla divulgazione dei risultati e ad una maggiore conoscenza del dato scientifico attraverso una serie di iniziative online e offline: social network, scavo aperto al pubblico, seminari e attività con la comunità locale.

Tutto ciò rientra nella cosiddetta “Terza Missione” dell’Università di Cagliari, la quale si pone come obiettivi quelli di favorire l'applicazione diretta, la valorizzazione e l'impiego della conoscenza per contribuire allo sviluppo sociale, culturale ed economico della società.

Per Roberto Curreli, presidente dell’Associazione Speleo Club Nuxis “lo scavo presso la grotta di Acquacadda consiste un quid in più nell’offerta di conoscenza che offre, già da anni, l’ex sito minerario di Sa Marchesa: un polo culturale che man mano si va perfezionando nella divulgazione degli aspetti geologici, speleologici e archeologici di quest’area del Sulcis”.

Conferenza stampa ed inaugurazione delle attività

31 AGOSTO DALLE ORE 10:30

presso sito geo speleo archeologico «Sa Marchesa»

Ex miniera Sa Marchesa – Acquacadda – Nuxis (SU) – incrocio: S.P. 78 km 0,2/S.S. 293 km 50,4

Plus code: 5QJ2+3F Acquacadda, Nuxis CI

Interventi:

Saluti delle autorità regionali e provinciali;

Piero Andrea Deias, Sindaco di Nuxis;

Tarcisio Agus, Presidente del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna;

Sabrina Cisci, Funzionario archeologo, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e per le Province di Sud Sardegna e Oristano;

Riccardo Cicilloni, Università di Cagliari, direttore scientifico dello scavo archeologico presso la Grotta di Acquacadda;

Elisabetta Marini, Università di Cagliari, Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente;

Salvatore Buschettu, Presidente Federazione Speleologica Sarda;

Roberto Curreli, Presidente Associazione Speleo-Club Nuxis;

Marco Cabras, archeologo;

Federico Porcedda, archeologo.

DALLE ORE 18:00

Conferenza a tema archeologico

Annaluisa Pedrotti (Professore associato - Università degli Studi di Trento), Ötzi, l’uomo venuto dai ghiacci: le novità della ricerca scientifica.

La conferenza costituisce il primo evento del Ciclo di Conferenze «Incontri di archeologia alla Grotta di Acquacadda. Cinquant’anni di ricerche nel Sulcis-Iglesiente» organizzato dall’associazione speleo club Nuxis.

A seguire intervento dal titolo: Archeologia e viticoltura, a cura dell’Associazione Italiana Sommelier. Per finire degustazione di vini della Cantina di Santadi e dell’Agricola Punica.

Previsto intrattenimento per bambini nel giardino del sito di Sa Marchesa.


La "globalizzazione alimentare" comincia dalla preistoria

Oggi non ci sorprendiamo di come molte delle attuali coltivazioni siano diffuse sull'intero globo, ma se buona parte di questa globalizzazione alimentare è il risultato delle moderne reti di scambio, le radici della stessa affondano però nel lontano passato preistorico.

Molti conoscono - almeno per il fatto di toccarne quotidianamente con mano gli effetti - lo scambio colombiano, che avvenne dopo il viaggio di Cristoforo Colombo e che determinò un vasto interscambio culturale, di piante e di animali tra il cosiddetto Vecchio Mondo e il Nuovo. Tuttavia, una globalizzazione dagli effetti non meno drammatici avrebbe avuto luogo in epoca preistorica: a sostenerlo e sottolinearlo è il professor Xinyi Liu - tra gli autori di un nuovo studio pubblicato su Quaternary Science Reviews.

globalizzazione alimentare

L'animazione mostra come quattro delle più antiche coltivazioni domesticate si siano diffuse nel Vecchio Mondo, nel periodo compreso tra 7.000 e 3.500 anni fa. Credits: per i dati Xinyi Liu; per l'animazione, Javier Ventura/Washington University in St. Louis.

Gli stessi archeologi hanno cercato le prove della domesticazione delle colture stesse sin dagli albori della disciplina. Si sono prodotti studi che hanno cercato di individuare quali fossero le aree dove è avvenuta la domesticazione di piante, e lo si è fatto - ad esempio - partendo dall'esame dei resti carbonizzati di frumento, orzo, miglio, riso, ritrovati nei focolari e nei fuochi da campo.

A partire proprio dalle prove di carattere archeologico, questo nuovo studio ha cercato di ricostruire le distanze "percorse" dalle coltivazioni cerealicole nel periodo compreso tra il 5.000 e il 1.500 a. C., realizzando una nuova cronologia e biogeografia di questa antica globalizzazione alimentare, che precedette di millenni le prime prove materiali di scambi all'interno dell'Eurasia (ad esempio, la stessa Via della Seta).

Frumento e orzo viaggiarono dall'Asia sud-occidentale verso l'Europa, l'India e la Cina, mentre il miglio e il panìco si mossero nella direzione opposta, dalla Cina verso occidente; il riso viaggio per tutta l'Asia, meridionale, orientale e sud-occidentale; il sorgo e specie di miglio proveniente dall'Africa si mossero lungo l'Africa sub-sahariana e l'Oceano Indiano.

C'è però un aspetto anche di carattere sociale. Come ha spiegato il professor Xinyi Liu, “il fatto stesso che la ‘globalizzazione alimentare’ nella preistoria abbia interessato più di tre millenni indica probabilmente che uno dei principali motori del processo fu il perenne bisogno dei poveri, piuttosto che le più effimere scelte culturali dei potenti nel Neolitico e nell'Età del Bronzo”. L'intero processo non ha implicato solo l'adozione di coltivazioni da parte delle comunità, ma anche il loro rifiuto, determinati questi da considerazioni di carattere economico o da conservatorismo culinario.

Orzo (Hordeum_vulgare), United States National Arboretum, foto di CliffCC BY 2.0

Lo studio From ecological opportunism to multi-cropping: Mapping food globalisation in prehistory, opera di Xinyi Liu, Penelope J. Jones, Giedre Motuzaite Matuzeviciute, Harriet V. Hunt, Diane L. Lister, Ting An, Natalia Przelomskaef, Catherine J. Kneale, Zhijun Zhaog, Martin K. Jones, è stato pubblicato su Quaternary Science Reviews, volume 206, 15 Febbraio 2019, pp. 21-28.

 

 


vino Pompei

Il vino pregiato di Pompei, apprezzato sin dall'antichità

Terminata la consueta vendemmia a Pompei, facciamo un salto indietro e parliamo della città antica e della sua produzione vinaria. La vendemmia infatti era una delle attività più remunerative dell’area vesuviana, terra fertile e famosa sin dall’antichità per le uve pregiate e particolarmente redditizie. Nell’economia della città, oltre al garum, uno dei prodotti largamente diffusi era proprio il vino. I vini prodotti dalle viti coltivate sotto le pendici del Vesuvio dove il terreno ricco di acido fosforico favoriva la qualità e l’abbondanza dei raccolti erano particolarmente pregiati e richiesti. Anche il naturalista Plinio il Vecchio, celebre vittima dell’eruzione del 79 d.C. e ammiraglio della flotta di Capo Miseno ricorda la bontà dei vini prodotti proprio a Pompei che raggiungevano il massimo del pregio nell’arco dei 10 anni, anche se risultavano particolarmente pesanti tanto da procurare terribili mal di testa per ore. Una tipologia di vite, denominata Murgentina perché proveniente dalla città di Morgantina in Sicilia, fu trapiantata a Pompei e da lì in poi ebbe uno sviluppo tale da mutare addirittura il nome in Pompeiana. Altra varietà di vite, denominata Holconia e poi diffusa anche in Etruria, prendeva il nome da un’importante famiglia, quella degli Holconi, celebri viticoltori di origine pompeiana  vissuti in età augustea. Anche la fortuna di un’altra celebre famiglia pompeiana, gli Eumachi, dipendeva in buona parte dalla coltivazione della vite oltre che dell’olivo.

Foto Parco Archeologico di Pompei

La tecnica della viticoltura era particolarmente articolata, così come la disposizione delle viti che, secondo Plinio il Vecchio, doveva seguire delle regole ben precise. I filari erano così sostenuti da pergole (vitis compluviata) e posti ad una distanza regolare a poco meno di un metro e mezzo l’una dall’altro. L’archeologia a Pompei, oltre a restituire meravigliose strutture edilizie, ha anche riportato alla luce, grazie agli studi condotti dal Laboratorio di ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei,  le radici di alcune vigne, consentendo così di ricostruire la disposizione interna dei filari antichi. Gli scavi hanno permesso inoltre di identificare piante di legumi, in genere fave, piantate tra le viti, non solo perché arricchivano il raccolto ma anche perché fornivano al terreno sali minerali. Dopo il raccolto e la pigiatura con i piedi, i grappoli venivano portati tramite ceste al torchio dove si cercava di ricavare, attraverso la spremitura con la pressa, una maggiore quantità di succo. Il prodotto veniva poi raccolto in un canaletto e condotto nella cella vinaria sottostante. Il liquido, alla fine del processo, si conservava in orci di terracotta che venivano disposti su file e in parte interrati per evitare che gli sbalzi di temperatura potessero danneggiarne la fermentazione.

Ricostruzione di Torcularium. Foto Parco Archeologico di Pompei

Il commercio del vino prodotto andava ben oltre i confini della Campania. Trasportato in anfore, dotate di una parte terminale appuntita per facilitare l’inserimento nelle stive delle navi a file alternate,  il vino di Pompei è arrivato sulle tavole della Gallia Narbonense e dell’Africa settentrionale. Grazie proprio all’analisi dei bolli impressi sulle anfore, nel corso degli anni, è stato possibile ricostruire il commercio del vino. I prodotti agricoli dell’ager pompeianus erano diffusi  grazie ai rapporti d’affari tra viticoltori e negotiatores, i grandi commercianti, che portavano i loro traffici in tutto il bacino del Mediterraneo e ben oltre i confini nord italici. Bolli di viticoltori pompeiani sono stati rintracciati su anfore da trasporto in Gallia meridionale; famoso il caso- studio di Porcio, forse il M. Porcio ricordato da alcune iscrizioni per essere stato uno dei finanziatori per la costruzione dell’Anfiteatro di Pompei e dell’Odeion e grande affarista. Il commercio del vino di Porcio aveva addirittura un percorso molto interessante perché dalla Campania arrivava a Narbonne per poi giungere a Toulose e infine a Bordeaux. Il vino prodotto dagli Eumachi, della cui famiglia faceva parte anche la sacerdotessa Eumachia, arrivava invece sulle coste dell’Africa e in particolare a Cartagine dove sono stati ritrovati anche numerosi bolli anforari della famiglia che, oltre a produrre vino, era famosa anche per la fabbricazione di anfore da trasporto, attività nella quale era impegnata un’altra famosa famiglia pompeiana, quella dei Lassi.

Vigneti presso l'Anfiteatro. Foto Parco Archeologico di Pompei

La noce moscata: un ingrediente alimentare già 3500 anni fa

La noce moscata è il seme decorticato dell'albero Myristica fragrans, originario delle isole Molucche, in Indonesia. Il nome col quale è nota da noi deriva però da quello della capitale dell'Oman, Mascate, da dove questa spezia veniva commercializzata.

Un nuovo studio, pubblicato su Asian Perspectives, ha descritto quello che sarebbe il primo utilizzo alimentare della preziosa spezia. Presso il sito di Pulau Ay si sono difatti ritrovati residui di noce moscata su frammenti ceramici, risalenti a 3500 anni fa: costituiva perciò un ingrediente alimentare ben duemila anni prima di quanto si ritenesse finora.

Il professor Peter Lape e il dottor Daud Tanudirjo al lavoro. Foto Credit: Andrew Lawless

Pulau Ay si trova nelle vulcaniche isole Banda (nel mare omonimo), che sono parte delle Molucche, a loro volta appartenenti al più vasto arcipelago malese (Insulindia). Due scavi (2007 e 2009) furono condotti qui, sotto la guida di Peter Lay, professore di antropologia dell'Università di Washington, e curatore archeologico del Burke Museum, in collaborazione con colleghi provenienti dall'Università indonesiana Gadjah Mada, dall'Università australiana del Nuovo Galles del Sud e da altre istituzioni.

Il sito di Pulau Ay fu occupato tra i 3500 e i 2300 anni fa, e vi si sono ritrovati oggetti in terracotta, strumenti litici, ossa animali, e stampi utilizzati possibilmente per la costruzione di edifici.

I manufatti provano come nel tempo gli abitanti abbiano utilizzato risorse alimentari dal mare, animali domestici e ceramiche. Nei primi 500 anni di occupazione del sito si passò da un dieta prevalentemente a base di pesce a una legata al consumo di suini domesticati. Anche le ceramiche si modificarono di conseguenza, con un incremento dello spessore delle pareti.

Frammento ceramico da Pulau Ay, con residui alimentari. Foto Credit: Peter Lape/University of Washington

Oltre alla noce moscata, sulle ceramiche si sono trovati residui di altre sei piante, compreso il sago (estratto dal midollo di piante del genere Metroxylon, Cycas e Phoenix) e l'igname viola (Dioscorea alata). Potrebbe trattarsi di piante selvatiche o anche coltivate.

L'importanza di questo sito - come spiega il professor Lape - è dunque legata al fatto che ci mostra come le popolazioni si siano adattate alla vita in queste piccole isole tropicali, oltre a un utilizzo così precoce della noce moscata, la preziosa spezia che alcune migliaia di anni dopo avrebbe cambiato il mondo e portato prestigio a queste isole.

Pulau Ay è una piccola isola, priva di acque superficiali e di mammiferi terrestri indigeni. Non sarebbe stato possibile viverci senza animali domestici o la capacità di immagazzinare acqua. Nonostante questo, doveva apparire attraente per le ricche risorse marine. Il suo abbandono, avvenuto 2300 anni fa, è ancora oggetto di indagini, e non vi sono altri siti nelle isole Banda ad esser stati popolati tra 2300 e 1500 anni fa.

Il Benteng (Forte) Nassau, costruito dagli olandesi nel 1609 sull'isola indonesiana di Banda Naira, per il controllo dei traffici di noce moscata. Foto Credit: Andrew Lawless

Lo studio New Data from an Open Neolithic Site in Eastern Indonesia, di Peter Lape, Emily Peterson, Daud Tanudirjo, Chung-Ching Shiung, Gyoung-Ah Lee, Judith Field, e Adelle Coster, è stato pubblicato su Asian Perspectives (volume 57, numeo 2, 2018, pp. 222-243, DOI: 10.1353/asi.2018.0015).


Un approccio sperimentale al consumo di carne nel passato

2 Agosto 2016

Segni prodotti da umani su ossa. Credit: Antonio J. Romero / UPV/EHU
Segni prodotti da umani su ossa. Credit: Antonio J. Romero / UPV/EHU

Interpretare alcuni elementi presenti nei siti del passato può non essere facile. È questo il caso delle ossa, sulle quali possono ritrovarsi i segni dei denti, lasciati durante il consumo della carne. I cacciatori raccoglitori del Paleolitico, ad esempio, potevano lasciare simili resti di cibo durante i loro spostamenti, ma allo stesso modo facevano pure i predatori che si spostavano.

Un nuovo modo di esaminare quei resti è quello di analizzare i segni che i moderni umani lasciano oggi sulla carne. In uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports, si sono riferiti i risultati di una ricerca sperimentale: novanta ossa di agnello sono state studiate, dopo che alcuni volontari avevano mangiato la carne attorno alle stesse, utilizzando solo mani e denti. La carne è stata consumata cruda, arrostita e bollita. È risultato che i segni lasciati dagli umani sono caratteristici e si differenziano da quelli prodotti da altri animali. Anche se gli uomini lasciano più segni delle donne, non è ancora possibile differenziarli. I segni sui campioni arrostiti o bolliti appaiono poi in maniera più regolare.

Secondo gli autori dello studio (provenienti da Università spagnole), questa ricerca potrà costituire un importante passo avanti per comprendere meglio quali tipologie di carne mangiavano gli ominidi.

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Differenze tra Neanderthal e moderni umani nella dieta dell'Era Glaciale

27 Aprile 2016

Molare umano fossilizzato utilizzato nello studio. Credit: Sireen El Zaatari PLOS ONE e0153277
Molare umano fossilizzato utilizzato nello studio. Credit: Sireen El Zaatari PLOS ONE e0153277

Il clima fluttuante durante l'Era Glaciale alterava gli habitat: in questo contesto, moderni umani e Neanderthal avrebbero adattato differentemente la loro dieta.
Queste le conclusioni di un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, che ha esaminato la microusura di molari fossilizzati (52 da Neanderthal e moderni umani del Paleolitico Superiore), al fine di esaminare gli aspetti della dieta degli ominidi dell'epoca, nell'Eurasia occidentale.
I Neanderthal si sarebbero adattati all'ambiente della fredda steppa, mangiando principalmente carne e utilizzando come supplemento alla dieta piante, semi, nocciole. I moderni umani, al contrario, mantennero nella loro dieta una porzione relativamente grande di cibo da vegetali, nonostante i lievi cambiamenti climatici. Sireen El Zaatari, tra gli autori dello studio, spiega che per farlo avranno utilizzato strumenti per estrarre gli elementi della loro dieta dall'ambiente.
Come nota conclusiva, lo studio non ci informa peraltro la competizione tra Neanderthal e moderni umani del Paleolitico Superiore, visto che gli individui esaminati non combaciano temporalmente. Nonostante questo, queste differenze comportamentali potrebbero aver contribuito al declino dei Neanderthal e alla sopravvivenza della nostra specie.
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Attività casearie sulle Alpi cominciarono almeno 3000 anni fa

22 Aprile 2016
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La scoperta di grassi del latte su ceramiche può indicare attività casearie sulle Alpi già 3000 anni fa, secondo un nuovo studio, pubblicato su PLOS One.
Le attività casearie sono da sempre un'importante tradizione economica e culturale sulle Alpi, ma si sa poco di come si siano originate. Anche se solo pochi frammenti ceramici erano disponibili per le analisi, a causa delle condizioni di conservazione a tali altitudini, il recupero di grassi caseari da tre siti dell'Età del Ferro suggerisce che queste attività cominciarono almeno 3000 anni fa. Gli archeologi avevano già suggerito che le strutture in pietra comparse attorno a tremila anni fa sono associate con un'occupazione stagionale più intensa delle Alpi.
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La raccolta delle noci dell'albero del burro almeno dall'anno 100 dell'era volgare

21 Marzo 2016

Noci dell'albero del burro. Credit: Courtesy of Daphne Gallagher
Noci dell'albero del burro. Credit: Courtesy of Daphne Gallagher

Il karité, o albero del burro (Vitellaria paradoxa) è un albero diffuso in Africa, le cui noci forniscono il principale olio per cucinare della regione (sotto forma di burro di color avorio), oltre che un sapone vegetale e la materia prima per altri prodotti (creme idratanti, lozioni, ecc.).
Un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Ethnobiology, ha esaminato i frammenti carbonizzati dei gusci di noce della pianta, ritrovati in contesti domestici presso il sito di Kirikongo, nel Burkina Faso: questi ultimi erano caratterizzati da strati costruiti uno sopra l'altro per 1600 anni.
Si è concluso che le noci dovevano essere raccolte almeno dal 100 dell'era volgare, e cioè mille anni prima di quanto ritenuto finora. Il sito testimonia pure l'uso continuativo della pianta fino al 1500.
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Polonia: uno sguardo ai piatti regionali di Warmia e Masuria

14 Marzo 2016

Uno sguardo più attento ai piatti regionali di Warmia e Masuria

Barszcz,_pasztecik,_Borgowo

Contrariamente alla credenza popolare, la cucina tradizionale di Warmia e Masuria non era né troppo salata né troppo grassa; il suo valore calorico era dovuto agli alti fabbisogni energetici dei residenti che lavoravano sodo nei campi e in fattoria - Così hanno determinato i ricercatori da Olsztyn.
La dott.ssa Jadwiga Spiel del Centro Scientifico per la Buona Nutrizione, dell'Università di Warmi e Masuria a Olsztyn ha condotto una ricerca dettagliata sul cibo regionale e tradizionale di Warmia e Masuria.
"Cominciai la mia ricerca collezionando vecchie ricette e leggendo libri di cucina. Ho anche ottenuto ricette dalle biblioteche di Olsztyn, dal Centro di Ricerca Scientifica Kętrzyński a  Olsztyn, dalle organizzazioni di contadine e dai vecchi abitanti di queste terre. Le ricette erano scritte sia in Polacco che in Tedesco. In totale, ho ritrovato 825 ricette. Nel corso della verifica ho rigettato, ad esempio, le ricette che utilizzavano condimenti come il Vegeta, o alimenti trasformati come filetti di pesce, pesche in scatola, ecc.  Alla fine, avevo 447 ricette originali" - Così ha sottolineato la dott.ssa Jadwiga Spiel.
Infine, la ricercatrice ha selezionato 12 piatti regionali per degli studi dettagliati. Ha analizzato gli ingredienti dei pasti, il loro valore nutrizionale, il contenuto di ingredienti potenzialmente salutari (principalmente antiossidanti), proprietà organolettiche (apparenza, colore, consistenza, sapore e odore), accettabilità dei cibi.
"Secondo le ricette che ho ricreato i piatti comprendono, ad esempio, zuppa d'orzo su brodo di carne con grano saraceno, szmurkul (cavolo stufato), zuppa di funghi con noodles, lombo di maiale brasato con prugne, anatra arrosto con mele, zuppa fredda della Masuria, pancake di patate chiamato plince, strisce di pasta fritte chiamate ali d'angelo, carote della Masuria bollite nel latte con la farina, dzyndzałki - ravioli con ripieno di manzo crudo" - così elencati dalla ricercatrice.
Secondo la ricercatrice si credeva e probabilmente si crede ancora che la cucina regionale polacca, compresa quella della Warmia e della Masuria, sia salata e grassa. "La mia ricerca contraddice in parte questa ipotesi. In confronto alla pratica nutrizionale odierna, la cucina della regione non è più salata. L'ammontare di cloruro di sodio attualmente aggiunto ai cibi e persino utilizzato nelle nostre case è molto più elevato. Non solo di solito mettiamo sale nei piatti, ma aggiungiamo pure condimenti pronti, anch'essi contenenti sale" - ha spiegato.
Ha aggiunto che il "grasso" dei piatti tradizionali risultava dalla domanda di ingredienti dall'alto valore energetico, da parte del corpo. La gente lavorava duro nei campi o nella propria fattoria.
"La dose giornaliera di energia richiesta fluttuava attorno alle 3.500 kcal e non era affatto eccessiva. Sia le donne che gli uomini avevano bisogno di una colazione piena, ricca di calorie per andare nei campi per molte ore e avere l'energia per lavorare" - ha sottolineato la dott.ssa Jadwiga Spiel.
Nella cucina regionale di 100 anni fa, non c'erano le bevande zuccherate e addizionate con anidride carbonica che abbiamo oggi, e le bevande erano ottenute da prodotti naturali. La gente consumava succhi di frutta, composte, e tra le bevande alcoliche principalmente la birra.
"Le donne che vivevano in campagna intuitivamente sapevano cosa bisognava aggiungere ai cibi per assicurarne proprietà salubri. Le popolazioni della regione mangiavano verdure fresche d'estate, e in inverno trattavano verdure come cetrioli, cavoli, rape sott'olio. Le donne usavano erbe dai loro giardini: levistico, salvia, menta, maggiorana. La carne era una prelibatezza, che si mangiava in occasioni speciali, e gli affettati tenuti a stagionare negli attici o nelle capanne, attiravano bambini che avrebbero colto ogni occasione per rubare un morso" - così sottolinea la dott.ssa.
Oggi i bambini bramano dolci, nel passato con lo stesso desiderio attendevano opportunità per provare le carni. I piatti di ogni giorno erano patate coperte da bacon o da grasso sciolto dal lardo. Le patate erano anche mangiate in forma di noodles o ravioli, e la dieta comprendeva cereali: miglio, grano saraceno e orzo perlato. Era relativamente facile produrre una torta regionale, perché le donne si procuravano tutti gli ingredienti di cui avevano bisogno per cuocerle nelle loro fattorie: farina, uova, latte, grasso, formaggio in fiocchi - così spiega la ricercatrice.
Ha affermato che un menu regionale poteva essere così: per colazione, pane di segale con prosciutto, pomodori o cetrioli. Per pranzo, una fetta di pane di farina integrale con burro e un bicchiere di latte o succedanei del caffé ricavati da cereali. Per cena, la contadina avrebbe preparato dzyndzałki (ravioli) con grano saraceno e ciccioli. Potevano anche essere with dzyndzałki della Warmia con ripieno di manzo crudo. Per zuppa, il borscht della Masuria, fatto con carne e brodo vegetale. La merenda pomeridiana sarebbe stata un pezzo di Baumkuchen della Masuria o torta cobblestone, biscotti duri simili al pan di zenzero e succedanei del caffé ricavati da cereali. Per spuntino serale - miglio dolce con sciroppo di ciliegia.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland, di Agnieszka Libudzka. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
Borsch, crocchetta e cetriolo sott'olio, foto di MOs810, da WikipediaCC BY-SA 3.0.

Impatto della carne e del trattamento del cibo sulla masticazione

9 Marzo 2016
Homo_erectus
I nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé, impiegano quasi la metà della loro giornata a masticare il cibo. Una quantità di tempo ben più elevata di quella utilizzata dai moderni umani.
Schimpanse_Zoo_Leipzig
Secondo un nuovo studio, pubblicato su Nature, questo divario si sarebbe venuto a creare a partire tra 2 e i 3 milioni di anni fa. A fare la differenza sarebbe stata l'aggiunta di carne alla dieta, contestualmente all'utilizzo di strumenti litici per trattare il cibo.
In questo modo, non solo gli umani impiegavano meno tempo a masticare, ma ricavavano persino più energie. Si determinarono inoltre dei cambiamenti evolutivi - con specie come l'Homo erectus - che ci portano ad avere oggi denti più piccoli, volti più piccoli e intestini più piccoli. Lo studio ha pure preso in considerazione le caratteristiche del cibo trattato con tecnologie del Paleolitico Inferiore.
Il trattamento del cibo riduce drasticamente lo sforzo della masticazione, oltre a renderla molto più efficace. Affettare la carne, cucinarla e pestare i vegetali, sono tutte operazioni che rendono di molto inferiore lo sforzo muscolare richiesto. Il masticare è caratteristico dei mammiferi: i rettili, come altri animali, si limitano ad ingoiare il cibo. Questo permette di ricavare molte più energie dal cibo.
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