Il latino ai tempi della musica pop: il Certamen della Sapienza premia la satira intelligente

Nella competizione, aperta agli studenti dei licei e delle università italiane e straniere, entrano anche i successi di Sanremo. “Soldi” di Mahmood diventa “Pecunia”

La III edizione del Certamen Latinum “Nova humanitas” si è conclusa e anche quest'anno ha valorizzato il coraggio e la creatività dei giovani che vi hanno partecipato. Gli autori e i loro prodotti originali saranno premiati, alla presenza del rettore Eugenio Gaudio, martedì 5 novembre alle ore 16.45, presso l'aula Odeion della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza.

Il tema della gara di composizione latina, promossa dall’Area didattica di Lettere classiche, prende le mosse dai versi di Catullo e Virgilio, rispettivamente “O saeclum insipiens et infacetum” (“Ma che generazione senza gusto e senza spirito) e “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo” (“Nasce da capo una grande serie di secoli”) che invitano a interrogarsi sugli aspetti positivi e negativi del tempo presente, in un confronto tra vecchio e nuovo, antico e moderno.

foto di Stefania Sepulcri ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

La commissione, presieduta da Leopoldo Gamberale, docente emerito della Sapienza, e composta dai docenti Paolo Garbini, Michelina Panichi, Michela Rosellini e Francesco Ursini, ha assegnato il primo premio a Nicolò Campodonico, allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa e già vincitore della prima edizione, che ha scelto di interpretare il tema assegnato attraverso il confronto tra la “vecchia” e la “nuova” musica leggera.

Il vincitore si è cimentato nella traduzione latina di titoli e di versi di canzoni famose di Sanremo, da Balocchi e profumi di Claudio Villa, che diventa Crepundia et unguenta, a Soldi di Mahmood, che diventa Pecunia. Non mancano, poi, insieme a molte altre canzoni antiche e nuove, Grazie dei fiori di Nilla Pizzi (Grates propter flores) e Occidentali’s Karma di Francesco Gabbani (Occidentalium charma)

foto di Stefania Sepulcri ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

Anche gli altri partecipanti hanno veicolato, attraverso la poesia e la prosa, messaggi e dibattiti attuali, come la questione dell'uso e dell'abuso delle nuove tecnologie (smartphone, social media), ma anche temi legati alla guerra, all'immigrazione e all’ambiente.

Nel corso della cerimonia di premiazione Leopoldo Gamberale terrà la Lectio magistralis “Nel laboratorio compositivo di un poeta latino contemporaneo”, seguita dalla lettura di alcuni brani del componimento vincitore nell'originale latino e in traduzione italiana e da un breve concerto per pianoforte eseguito da Noemi Zaccagnino.

foto di Stefania Sepulcri ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

Focus sui tre vincitori

Il primo premio è andato a Nicolò Campodonico, allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa  con il componimento, intitolato Nova musica (satura) e dichiaratamente ispirato alle forme e ai modi della satira oraziana, l'autore racconta di una festa durante la quale polemizza con gli altri partecipanti che ammirano la musica leggera degli anni ’50 e ’60 e rifiutano quella più recente, con riferimento soprattutto alle canzoni vincitrici del Festival di Sanremo; lui invece difende la “buona” musica attuale, ma, non riuscendo a convincere i suoi interlocutori, abbandona infine la cena e prosegue in strada con pochi amici cantori.

Al secondo posto si classifica Emanuele Seretti, studente della Sapienza, con un carme in esametri intitolato Arruns, nel quale si racconta il coraggio di un agricoltore etrusco che si riprende dopo che una tempesta ha distrutto i suoi campi: la generazione moderna dovrebbe imitare il suo dimenticato esempio e non piangere le proprie presunte sventure, mentre d'altro canto cerca di superare i propri limiti nel tempo e nello spazio.

Gli altri due componimenti che hanno meritato una segnalazione si devono, rispettivamente, a Duncan Kampschuur, studente dell'Università di Leiden, e a Gabriele Bonini, studente del Liceo “Edoardo Amaldi” di Novi Ligure. Il componimento di Kampschuur, privo di titolo, è un dialogo fra un acceso sostenitore delle più moderne tecnologie, che esalta in modo acritico e ingenuo Wikipedia, gli smartphone e i social media, e un amante del passato, che elogia invece la natura, i viaggi culturali, la capacità di riflessione che oggi sembra scomparsa. Il componimento di Bonini, intitolato Ex adamante nihil, flores e fimo nascuntur, parla del cattivo uso che si fa dei nuovi mezzi tecnologici, soprattutto televisione e Internet, con abbondanza di citazioni classiche, umanistiche (Erasmo) e cristiane (Papa Francesco), e con accenni ai temi della guerra, dell'immigrazione e dell’ambiente.


Al Museo dei Fori Imperiali la mostra NEW DESIGN 2019

Il 6 e 7 il novembre 2019 i Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali ospiteranno la mostra “NEW DESIGN 2019. La creatività nell’istruzione artistica italiana”, legata al concorso nazionale ideato per celebrare la nuova identità del Liceo Artistico, luogo di manualità colta e di eccellenze.

L’esposizione, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca - Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e la Valutazione del Sistema Nazionale di Istruzione, che la sostiene, è organizzata dal Liceo Artistico Statale “Enzo Rossi” di Roma, con il supporto della Rete Nazionale dei Licei Artistici. Servizi museali Zètema Progetto Cultura.

La manifestazione verrà inaugurata il 5 novembre presso l’Auditorium dell’Hotel Parco Tirreno.  

La mostra esporrà le 86 opere finaliste provenienti da 55 licei italiani, guidando i visitatori alla scoperta della creatività e originalità dei lavori delle studentesse e degli studenti dell’ultimo triennio di studi, chiamati a confrontarsi sul tema: “Da Cosa Nasce Cosa, forma e funzione del passato nell’ottica del presente”, sollecitazione che li ha visti impegnati in un’esperienza di progettazione capace di portarli ad acquisire la consapevolezza delle radici della storia del design.

Questo progetto testimonia come le scuole artistiche in Italia abbiano sempre dimostrato una grande capacità di cambiamento, trasformandosi da luoghi di insegnamento/apprendimento di tecniche finalizzate in veri e propri laboratori di ricerca e di valorizzazione dei più svariati linguaggi espressivi.

L’allestimento espositivo nei suggestivi spazi della Grande Aula dei Mercati di Traiano non è casuale: esso costituisce infatti il punto di arrivo di un percorso condiviso, iniziato con la realizzazione del plastico del sito medievale di Cencelle, proseguito con lo svolgimento di progetti di Alternanza Scuola Lavoro e culminato nel 2016 nella mostra celebrativa dei 50 anni dell’Istituto “Arte in Cattedra nei Mercati di Traiano”.

La manifestazione “New Design 2019” rappresenta dunque un evento espositivo particolare, rivolto alla valorizzazione del museo e della scuola come luoghi privilegiati di formazione e di cultura.

Alle 55 scuole finaliste del concorso è stato assegnato il riconoscimento di un soggiorno premio a Roma per uno studente e un docente accompagnatore in rappresentanza dell’istituto partecipante.

Ai primi tre classificati, selezionati dal Comitato Tecnico-Scientifico istituito dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, verranno invece assegnate un’opera artistica originale prodotta dalla sezione vetraria del Liceo Artistico Statale Enzo Rossi e una Menzione Speciale. La premiazione verrà svolta il 7 novembre, dalle ore 10.30 alle 13.00, presso il MAXXI, il Museo delle Arti del XXI secolo.

Il Comitato Tecnico-Scientifico è composto da: Flaminia Giorda (Direzione Generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale d’istruzione), Marina Bonavia (architetto); Rolando Meconi (membro Nucleo di valutazione dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone), Daniela Ricci (Flower Designer), Roberto Borchia (docente e web designer), Francesco Branca (dirigente Miur); Paolo Tamborrini (Architettura e Design, Politecnico di Torino), Giacomo Molitierno (dirigente Miur); Alessandro Pedron (architetto), Rocco Fiano (Ateneo Veneto), Mariagrazia Dardanelli (presidente onorario ReNaLiArt, Rete Nazionale dei Licei Artistici Italiani).


Quando il paesaggio forma l'architettura

Da quanto si dica, si narri, o si dipinga, Napoli supera tutto: la riva, la baia, il golfo, il Vesuvio, la città, le vicine campagne, i castelli, le passeggiate… Io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli fa perdere i sensi!

(Johann Wolfgang Goethe)

Volete perdere i sensi anche voi come Goethe? Open House Napoli ve ne offre l’occasione e il prossimo weekend del 26 e 27 ottobre sarà possibile scoprire 100 luoghi nascosti, privati, sempre unici e normalmente non accessibili. È coinvolta tutta Napoli, dai centri alle periferie, e gli oltre 400 volontari guideranno i visitatori in un’esperienza unica e inedita, del tutto gratuita. Per il programma completo basta visitare il sito di Open House Napoli www.openhousenapoli.org dove, per ogni luogo da scoprire, sono indicati gli orari, l’accessibilità, la possibilità di portare gli amici animali o l’eventuale necessità di prenotazione.

Ebbene, tra questi luoghi abbiamo deciso di sceglierne alcuni che Goethe non può, di certo, aver visto - e capiremo il perché - ma che sembrano fatti apposta per fare perdere i sensi per la potenza del paesaggio che li circonda e non solo.

Casa Glo - la Gloriette. Foto: Open House Napoli

Siamo a Posillipo, sulla collina a picco sul Golfo dove la vista, prima di perdersi, spazia su Capri e Sorrento. Via Petrarca è la via a mezza costa che taglia la collina di Posillipo e in corrispondenza del civico 50, sulla sinistra venendo da Mergellina, una serie di tornanti scende ripida verso la costa; dopo un centinaio di metri si raggiunge Casa Glo-La Gloriette.

Ci sono luoghi in cui l’architettura è fatta di sensazioni visive e anche di valori civici e morali; non solo fatta di mattoni e cemento ma anche e soprattutto di pensiero e di storia, anche di storia recente e di cronaca e La Gloriette è uno di questi luoghi. Un luogo in cui è passata la storia quotidiana di un riscatto civile e il segno della vittoria della civiltà sulla barbarie della camorra. Per questo motivo non sono le linee e gli spazi di un edificio ampio, ma cupo e imprigionato tra mura e sistemi di difesa che gli anni non migliorano, quelle che trasformano in architettura un’edilizia corrente; non sono i vezzi di una ricchezza volgare e sciatta a fare l’architettura ma piuttosto le idee di una società civile che è riuscita nell’impresa di trasformare un edificio in un luogo dello spirito grazie alle attività e alle molteplici abilità di persone che la nostra società sbagliata chiama disabili. E in questo luogo, grazie a loro e alle attività del Centro polivalente La Gloriette - un servizio della Cooperativa Sociale L'Orsa Maggiore che accoglie persone vulnerabili con problemi di autonomia -, si esce da quelle mura cieche, da quelle recinzioni di guerra, da quella volgarità esibita, si trasfigura tutto e qui il paesaggio meraviglioso e struggente del Golfo usa i nostri occhi come porte per colpire l’anima e quasi farci svenire per l’emozione.

Casa Glo - la Gloriette. Foto: Open House Napoli

La gloriette era, nell’architettura storica, una struttura leggera per il belvedere ornata di piante, una parte del parco di una villa da dove godere il panorama, un luogo dello spirito dove dedicarsi al riposo e alla poesia. Scomparsa la struttura originaria ne è rimasto il toponimo finché, negli anni Ottanta, un boss del narcotraffico se ne appropriò facendone la residenza bunker per sé e per la propria famiglia: protetta da alti muri ciechi con feritoie per la difesa armata, schermata verso l’esterno da rampicanti di cui restano i graticci metallici di sostegno, difesa con recinzioni più adatte a una fortezza, la casa esprime ancora oggi la paura dei suoi proprietari per il mondo esterno e per il mondo civile; i volontari di Open House Napoli sapranno descrivervi questa paura anche attraverso la descrizione della follia che governa l’inquietante lastra di pietra incisa che orna la parete di un salone. La casa dimostra, in sostanza, la negazione per la straordinaria bellezza del paesaggio che la circonda, ma proprio questo paesaggio è quello che si è poi dimostrato vincente e questo paesaggio, insieme ai valori del riscatto sociale, è riuscito a disegnare una vera architettura.

Casa Glo - la Gloriette. Foto: Open House Napoli

Lo Stato ha impiegato quasi 35 anni per restituire La Gloriette alla società civile e oggi, la visita che ci offre Open House Napoli, è un’opportunità unica di scoperta di una parte della città che è tornata ad essere un luogo dello spirito dove il pensiero civile riporta alla luce splendida del sole di Napoli un’architettura celata, rapita e restituita alla collettività.

Info visita:

Via Francesco Petrarca, 50, 80123 Napoli NA

Sabato 10:00 > 11:00 | 11:00 > 12:00 | 12:00 > 13:00
Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 50
Accessibilità disabili: totale
Bambini: sì
Animali: no
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=24

A Casa Glo-La Gloriette abbiamo scoperto come l’edilizia si faccia architettura attraverso la rinascita civile e il paesaggio; a poca distanza da lì, riprendendo Via Petrarca e raggiungendo il civico 38, sempre sulla sinistra in direzione di Marechiaro, Open House ci fa scoprire un’altra sorpresa: questa volta una vera e propria architettura pensata, disegnata e costruita per fondere il linguaggio materico con il paesaggio circostante: si tratta di Casa Bianca.

CASA BIANCA - STUDIO PICA CIAMARRA ASSOCIATI. Foto: Open House Napoli

A partire da un vecchio casolare di famiglia immerso tra le frasche della collina, ormai degradato a edilizia priva di qualsiasi carattere espressivo, l’architetto Massimo Pica Ciamarra, nel 1964, nel doppio ruolo di committente e progettista, affronta il tema della casa e lo declina in un complesso multiforme e sfaccettato, poliedrico ma al tempo stesso fortemente unitario che recupera in parte la disposizione dell’edificio preesistente inglobandone alcuni elementi peculiari come la torre dei colombi, ambienti voltati, vecchi muri e, soprattutto e facendolo diventare il centro propulsore di tutto il complesso, un grande albero di noce centenario.

Il paesaggio è anche in questo luogo il protagonista che costruisce l’architettura e la stessa architettura prende corpo e matericità per formare un nuovo paesaggio che dialoga con gli scorci che, dall’interno delle abitazioni e attraverso i percorsi, i camminamenti, gli affacci, creano fluenti canali di paesaggio che esaltano la relazione organica tra esterno ed interno, tra casa e contesto circostante.

CASA BIANCA - STUDIO PICA CIAMARRA ASSOCIATI. Foto: Open House Napoli

La maestria dell’architetto sta nell’aver creato un cardine spaziale nella corte comune che ha a sua volta il suo fulcro nel vecchio noce; è, questo, un luogo collettivo che favorisce l’incontro e il confronto -quasi una riduzione in scala delle piazze del centro di Napoli- e da questo si irradiano tutti i percorsi che collegano i tre edifici, di cui uno, triangolare e a un solo piano, ospitava lo studio dell’architetto. La Casa Bianca si dispone su più livelli adeguandosi alla forma del terreno e le terrazze digradano verso l’orizzonte, come se anch’esse fossero attratte dallo spettacolo naturale dell’intorno; il paesaggio entra nelle abitazioni attraverso grandi vetrate e la luce brillante diventa un arredo fisso cangiante e multiforme, capace di inondare e trasformare gli spazi di abitazione. Lo stesso progettista ci può fare da guida nella descrizione: è un paesaggio architettonico multiforme e variegato: ora prolungato e disteso in volumi lavorati, tagliati, svuotati, giustapposti e comunque segnati dalle grandi aperture, ora raggrumato in anditi raccolti, in piccole logge, passaggi “segreti”.

Info visita:

Via Francesco Petrarca, 38, 80123 Napoli NA

Sabato 10:00 > 11:00 | 11:00 > 12:00 | 12:00 > 13:00 | 13:00 > 14:00 | 14:00 > 15:00

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 20
Accessibilità disabili: si
Bambini: sì
Animali: no
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=83

C’è un altro luogo, e non è certo l’ultimo, tra quelli proposti da Open House Napoli nelle giornate del 26 e 27 ottobre, che possiamo raggiungere prima di scendere a Mergellina e tornando sui nostri passi; superiamo, sulla destra, l’ingresso della spettacolare Villa Doria d’Angri e imbocchiamo via Orazio: sulla destra, posta al di sotto del livello stradale e stretta tra la mezza costa, via Caracciolo, la fontana del Sebeto e il mare, si affaccia la Villa Oro di Luigi Cosenza e Bernard Rudofsky.

Gli schizzi dell’architetto conservati all’archivio Luigi Cosenza (1905-1984) ci immergono negli anni Trenta e, ancora una volta, nell’emozione del paesaggio del golfo in cui spicca un Vesuvio ancora fumante. A questo link per poterlo vedere: (https://www.archivioluigicosenza.it/it/6/villa-oro-napoli-1934-1937)

Villa Oro. Foto Open House Napoli

Mentre Cosenza collabora con le prestigiose riviste Domus e Casabella e avvia la collaborazione con l’architetto viennese Bernard Rudofky, dopo aver progettato il Mercato Ittico di piazza Duca degli Abruzzi, si avvicina al razionalismo europeo e nelle due case unifamiliari di Villa Oro e Villa Savarese, vicine tra loro a Posillipo, crea un linguaggio architettonico che all’oggettivismo mescola i caratteri dell’architettura mediterranea.

La villa è costruita su un costone di tufo esposto a mezzogiorno sulle meraviglie di via Caracciolo, Castel dell'Ovo, il Vesuvio, la penisola sorrentina e Capri. L’edificio si innalza su tre livelli che giocano tra spazi coperti e aree scoperte, riuscendo ad occupare il lotto di terreno stretto e lungo con un' alternanza di aperture verso il mare e schermature di protezione dal sole che creano giochi di ombre scure e profonde.

Villa Oro. Foto Open House Napoli

Sul basamento tufaceo e costruiti di blocchi dello stesso materiale sono realizzati gli ambienti tecnici, dei servizi, due camere, un bar e una taverna, mentre al livello intermedio si aprono gli ambienti di rappresentanza e al livello superiore, con volumi bianchi concatenati, erano disposte le camere da letto. I volumi presentano facciate bianche e tese, prive della retorica del Regime e più vicine, invece, ad un razionalismo europeo che si sposa perfettamente con il contesto e con il tema della villa sul mare.

Arredo e mobili, insieme al grande pavimento centrale in maiolica sul quale è disegnato il golfo di Napoli, rappresentano un ulteriore contributo alla qualità del progetto.

Villa Oro. Foto Open House Napoli

Luigi Cosenza elaborò il progetto di Villa Oro trascorrendo più di un anno, nel 1934, sull’isola di Procida e, affacciandosi sulle terrazze della villa, si comprende immediatamente quanto l’emozione del paesaggio del Golfo sia entrato intimamente a formare di sé un’architettura unica, raffinata e pienamente partenopea.

Info visita:

Via Orazio, 27, 80122 Napoli NA
Sabato 10:00 > 11:00 | 11:00 > 12:00 | 16:00 > 17:00 |

Domenica 10:00 > 11:00 | 11:00 > 12:00

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 10
Accessibilità disabili: no
Bambini: no
Animali: no
L’ingresso è su prenotazione

https://www.openhousenapoli.org/location/location.php?l=81

 

 

 


Riqualificazione e verde urbano. Alla scoperta del polmone verde della città di Napoli

Essere felici in città? Si può e tutti possono contribuire. Non servono studi scientifici a dirlo, ma gli spazi cittadini con molto verde aiutano a smaltire lo stress e a ridurre la depressione. Ritrovare se stessi immersi in una piacevole lettura, a respirare aria buona in mezzo ad alberi e fiori è possibile senza dover spostarsi di molto e andare in campagna. Come tutte le grandi città ad alta densità di popolazione e cementificazione, anche Napoli nasconde dei polmoni verdi dal grande valore paesaggistico. Spazi verdi, parchi e orti urbani che partono da un importante progetto di riqualificazione urbana e di zone dismesse aiuta moltissimo a migliorare la salute delle persone e della città, ripulendola dalle emissioni di CO2. Spesso le spese sono low cost e in molti casi è la soluzione perfetta per non consegnare all’oblio metri quadrati di territorio prezioso.

L’attenzione al verde, secondo recenti statistiche, è cresciuta molto ultimamente e se fino a pochi anni fa alcuni concetti erano in mano esclusivamente ad esperti del settore, ora si può parlare di cultura pop del verde.

Grazie all’evento Open House Napoli che nasce per diffondere bellezza e conoscenza del territorio, sarà possibile, passeggiare, nelle due giornate di sabato e domenica 26 - 27 ottobre, nello spazio verde di Napoli attraverso visite che, già da questa prima edizione, permetteranno di scoprire il “respiro nascosto della città”. Qualche esempio?Il Parco di Re Ladislao, splendido hortus conclusus a ridosso della Chiesa di San Giovanni a Carbonara e luogo di inestimabile valore architettonico o il Parco del Poggio sulla collina di Capodimonte, esempio di recupero di un’area inutilizzata e degradata, recuperata e sottratta all’edificazione degli anni ’60 e ’70. Ma soprattutto vera occasione sarà la possibilità di visita di Nisida che proprio per Open House Napoli aprirà in via eccezionale il suo parco letterario e i suoi suggestivi sentieri.

Scopriamo questo itinerario “verde” all’interno di Napoli!

Parco del Poggio. Foto: Open House Napoli

Parco del Poggio

Sorge nell’area residenziale dei Colli Aminei  nell'area adibita a campo container del dopo terremoto, che era occupata nella Napoli ottocentesca dal Parco della Villa del Marchese del Gallo, nota come Villa Regina Isabella, opera di Antonio Niccolini. Il progetto di riqualificazione dell’area nasce per sottrarre la zona dall’abbandono dopo l’intensa attività di sfruttamento di estrazione del tufo negli anni sessanta per l’edificazione di parte del vicino Rione Sapio. Terminata l’estrazione del tufo, l’area è rimasta per anni in stato di abbandono e si è reso necessario un intelligente progetto di recupero grazie alla costituzione di un parco urbano a cura del Servizio Progettazione e Valutazione Ambientale del Comune di Napoli. Nel parco vi è un’area giochi per bambini e presenta una perfetta commistione tra elementi antropici ed elementi naturali, tra cui un sistema di cascatelle d'acqua che confluisce in una grande vasca, su cui trova posto una piattaforma per spettacoli all'aperto, che da vari anni vede svolgersi una rassegna cinematografica estiva, e percorsi pedonali in tufo e battuto di lapillo che accompagnano ai due belvedere e al giardino di tufo. Le essenze inoltre sono state sapientemente scelte tra quelle autoctone, rendendo i costi di gestione e manutenzione del verde quasi inesistenti.

Info visita: Viale Poggio di Capodimonte, 53, 80131 Napoli NA

Sabato 10:00 > 14:00 | 16:00 > 18:00 | Domenica 10:00 > 14:00

Durata: 45 minuti

Numero di persone per visita: 30
Accessibilità disabili: 
Bambini: sì
Animali: 
L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato

Nisida Parco letterario. Foto: Open House Napoli

Nisida Parco Letterario

Dal greco "nisis" che significa isola, Nisida è straordinariamente caratterizzata da un’imparagonabile bellezza paesaggistica ricca di flora e fauna che ha ispirato sin dall’antichità decine di scrittori e poeti che non si sono solo limitati a descriverla ma che proprio da questo luogo hanno tratto le loro trame e personaggi più famosi. L’isola è bene del demanio dello Stato, di pertinenza del Ministero della Giustizia in quanto sede dell’importante Istituto penale Minorile, del centro studi sulla criminalità minorile e di altri servizi sempre relativi alla Giustizia Minorile.

I suoi percorsi, la sua struttura geofisica e le splendide caratteristiche della macchia mediterranea che accoglie, sono state raccontate attraverso le parole di Omero, Cicerone, Boccaccio, Sannazzaro, Caderon de la Barca, Cervantes, Dumas, solo per citarne alcuni. Le essenze vegetali presenti sull’isola, sono state oggetto di studi sin dall’antichità e numerosi testi ci hanno restituito alcune specie tipiche della macchia mediterranea. Tra tutti, il più noto è sicuramente il commento di Plinio il Vecchio, erudita, naturalista, studioso e comandante della flotta di Capo Miseno che portò aiuto alle città vesuviane durante l’eruzione del 79 d.C. Nella sua “Naturalis Historia”, infatti, ci parla della varietà di asparagi presenti sull’isola. La sistemazione dell’isola per sentieri e terrazzamenti risale invece al ‘600, quando un nobile napoletano, Vincenzo Macedonio, provvide ad esaltarne ulteriormente la bellezza favorendone anche un piccolo sfruttamento agricolo. Nisida come Parco Letterario e Naturale è stato immaginato come un percorso che consenta di godere dell’ambiente naturale, attraverso alcuni dei suggestivi sentieri che sono stati riaperti e che percorrono l'isola, come quello dedicato a Omero.

Info visita:

Via Nisida, 59, 80124 Napoli NA

Domenica 10:00 > 11:30 | 11:30 > 13:00 | 13:00 > 14:30 | 14:30 > 16:00

Durata: 90 minuti

Numero di persone per visita: 20
Accessibilità disabili: no
Bambini: sì
Animali: no

Parco re Ladislao. Foto: Open House Napoli

 Parco di Re Ladislao

È un piccolo gioiello posto alle spalle della Chiesa di San Giovanni a Carbonara, nel centro storico di Napoli, dichiarato nel 1995 patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per la grande varietà di opere che presenta. Il Parco di Re Ladislao è un giardino storico di 4.500 metri quadrati ed è un esempio tipico di hortus conclusus medioevale, nascosto alla vista  dalle mura. Incantevole il suo contenuto e i suoi profumi che nelle diverse stagioni scatenano i sensi: aranceti, nespoli, limoni, albicocchi e anche un piccolo vigneto.  Molto formale e geometrico, questo tipo di contesto, derivato direttamente dal modello romano, oscillava tra una finalità estetico-contemplativa e quella pratica e produttiva. Il Parco di Re Ladislao si connota infatti come giardino dei semplici, in cui i monaci coltivavano, nel rigore di una tecnica attenta e di un'antica sapienza, piante aromatiche e medicinali. Gli agrumeti fornivano un'integrazione preziosa alla dieta, creando nel contempo un ambiente di particolare, intima suggestione. Il parco prende il nome dal re di Napoli Ladislao d’Angiò – Durazzo vissuto tra la fine del 1300 e l’inizio del 1400 e passo alla storia per aver a lungo progettato, senza riuscirci, un’unificazione dell’Italia che doveva avere Napoli come capitale. Le sue spoglie sono conservate in una cappella monumentale fatta costruire nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara. Il parco ha subito un restauro nel 2001 con l’inserimento di nuovi innesti botanici e un abbellimento delle oasi di verde.

Info visita:

Via Cardinale Seripando, 80139 Napoli NA

Sabato 10:00 > 13:00 | Domenica 10:00 > 13:00

Durata: 45 minuti

Numero di persone per visita: 25
Accessibilità disabili: no
Bambini: 
Animali: sì
L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato

Giardino di Babuk. Foto: Open House Napoli

Giardino e ipogeo di Babuk

Fu la famiglia Caracciolo Del Sole a volere la realizzazione di quest’oasi di pace e bellezza. E protagonisti e gelosi abitanti sono i gatti. Il giardino, infatti, deve il nome proprio al gatto Babuk, il cui erede si aggira tra i cespugli insieme ad altri amici felini. Sono circa 1000 i metri quadrati di piante di limone, banani, fiori e un faggio antichissimo, databile intorno al XIV secolo che rendono ricco il giardino. Tra le aiuole si celano le tracce delle sepolture degli infanti delle suore del Convento dei Saponari, rimaste incinte per le brutalità dei soldati francesi entrati a Napoli nel 1799 al seguito di Championnet. L’ipogeo è costituito da un complesso di cavità, scavate nel XVII secolo per estrarre il tufo necessario a costruire il palazzo sovrastante. Nel corso degli anni fu poi adibito a cisterna d’acqua e durante la Seconda guerra mondiale a rifugio antiaereo, come testimonia un impianto elettrico degli anni ’40 realizzato con isolatori in porcellana. Nell’ipogeo sono incisi alle pareti segni esoterici come croci e salamandre ma lungo un muro, un piccolo incavo è decorato anche da un affresco risalente alla fine del ‘600 come testimonia un’iscrizione. Interessanti anche alcune tracce di difficile datazione e incerta finalità, costituite da uno scudo in rilievo in testa all’ultimo rampante e due nicchie scavate nell’angolo, in prossimità dello smonto della scala al piano cisterna.

 Info visite:

 Via Giuseppe Piazzi, 55 Cerca su Google Maps, 80137 Napoli NA

Sabato 10:00 > 11:00 | 11:00 > 12:00 | 12:00 > 13:00 | 14:00 > 15:00 | 15:00 > 16:00 | 16:00 > 17:00 | Domenica 10:00 > 11:00 | 11:00 > 12:00 | 12:00 > 13:00 | 14:00 > 15:00 | 15:00 > 16:00 | 16:00 > 17:00

Durata: 60 minuti

Numero di persone per visita: 30
Accessibilità disabili: no
Bambini: a partire dai 12 anni
Animali: no

 

 

 

 

 


Da Parthenope a Napoli. Con Open House alla scoperta delle radici greco-romane della città

Napoli è? Non basterebbero pagine per descrivere cosa Napoli rappresenti nell’immaginario antico e moderno di scrittori, artisti, cittadini e attori. Napoli è una sorta di omphalos, ombelico del mondo, perché a sé richiama popoli, culture, identità millenarie che ancora oggi dopo secoli si tramandano e conservano nei riti, feste e manifestazioni popolari così sempre largamente sentite e partecipate dalla comunità e dai turisti.

La sua storia si perde tra mito e storia a partire dal nome: Parthenope, Neapolis e poi Napoli, la città che custodisce segretamente tesori preziosi all’interno delle sue viscere e le rivela grazie a due giorni di aperture straordinarie il 26 e 27 ottobre. Ed è proprio dalla terra antica e dall’acqua che inizia questo percorso di visita di Open House Napoli. Un racconto che vuole volutamente partire dalla pancia per poi salire in quello che doveva essere il punto più sacro della città greca, l’acropoli, dove diversi edifici religiosi si sono imposti ai culti pagani.

Diverse le fonti che parlano di Napoli, una di queste riconduce a Strabone che nella sua opera intitolata Geografia (V 4,7) scrive: “Dopo Dicearchia c’è Neapolis, città dei Cumani, più tardi ricevette anche una colonia di Calcidesi e alcuni coloni da Pithecusa e da Atene, e per questo fu chiamata Neapolis. Viene indicata sul posto la tomba di una Sirena, Parhtenope, e vi si tiene un agone ginnico, secondo un antico oracolo…”.

Ulisse e le Sirene. Foto Alessandra Randazzo

Secondo le fonti archeologiche, la storia di Napoli si comincia a delineare verso la fine del IX – inizio VIII secolo a.C., grazie alla fondazione di una colonia commerciale da parte di navigatori di Rodi sulla collina di Pizzofalcone, ricadente fra il borgo Santa Lucia, il Chiatamone e Chiaia, e sull’isolotto di Megaride, l’odierno Castel dell’Ovo. L’iniziale punto d’appoggio fu successivamente trasformato dai Cumani intorno alla metà del VII secolo a.C. in un centro abitato, quindi una colonia denominata Parthenope la cui esistenza è stata confermata dal ritrovamento di una necropoli in via Nicotera che venne utilizzata già a partire dal 650 a.C., cioè durante il periodo di espansione cumana verso il golfo di Napoli. Ma chi era Parthenope e perché venne chiamata così questa zona?

Vesuvio. Foto: Alessandra Randazzo

In un luogo in mezzo al mare, battuto dalle correnti e dalle onde, su uno scoglio, dimoravano le Sirene, tremende creature dal volto bellissimo di donna e dal corpo di volatile. La loro caratteristica era quella di ammaliare con il canto per trarre in inganno e condurre a morte gli sprovveduti navigatori. Omero, nell’XII libro dell’Odissea, ci narra che Circe mise in guardia Ulisse proprio da queste creature e dal loro canto, poiché lui e i suoi compagni avrebbero dovuto attraversare la dimora delle Sirene durante il loro nostos, il viaggio di ritorno verso casa. Per sfuggire alle creature, l’arguto Ulisse turò le orecchie dei compagni con della cera, ma non le sue. L’uomo dal multiforme ingegno preferì resistere alla tentazione legandosi all’albero della nave per poter sentire quel melodioso canto che faceva innamorare gli uomini portandoli alla follia e alla morte. Umiliate da tale strategia, tre sorelle sirene cercano la morte: Parthenope la vergine, Leucosia la bianca e Ligea dalla voce chiara. Il mito narra ancora che il corpo di Parthenope venne portato dalle correnti sull’isolotto di Megaride e i pescatori quando videro quel bellissimo volto ormai privo di vita, decisero di seppellirla a protezione della città che stava sorgendo. Secondo un’altra leggenda, invece, è dal corpo di Parthenope che prese forma il Golfo di Napoli con il capo della sirena ad oriente, sull’altura di Capodimonte e i piedi ad occidente, verso il promontorio di Posillipo.

Non esiste una versione univoca del mito, ma tante storie concorrono a raccontare l’origine della città e dei suoi abitanti che tutt’oggi conservano nel nome il collettivo sinonimo della città stessa: partenopei.

Intorno al 470 a.C. e dopo lo scontro con gli Etruschi nel 524 a.C., i Cumani fondarono Neapolis ad oriente del primo impianto di Parthenope che assunse il nome di Palepoli, la città vecchia. A partire dal IV secolo, la città rientrò nell’orbita di interesse di una potenza che sul suolo italico stava man mano prendendo piede: Roma. In epoca augustea, Napoli raggiunse il suo massimo splendore grazie alla presenza di poeti e scrittori come Virgilio, Catullo, Orazio e alla presenza di aristocratici che proprio sulla costa partenopea costruirono le più belle residenze di villeggiatura.

Stazione Municipio. Foto: Open House Napoli

La città greco-romana ricalca in parte tutto il centro storico e la continuità dell’impianto urbanistico è una delle caratteristiche più peculiari che Napoli può vantare. Il circuito delle mura è stato ricostruito grazie al rinvenimento di molti tratti che attraversano la collina di Sant’Aniello a Caponapoli fino a concludersi a Piazza Cavour, mentre altri rinvenimenti archeologici hanno permesso di identificare la parte alta della città e l’agorà, la zona monumentale e civile dislocata su due terrazze a causa della pendenza della collina che andava da via Anticaglia (terrazza superiore) fino a via San Biagio ai Librai (terrazza inferiore) e avente funzione commerciale come dimostrano i resti archeologici del mercato nel Complesso di San Lorenzo Maggiore.

Il nostro percorso di Open House Napoli toccherà tre punti salienti della città di particolare interesse storico e archeologico, in quanto bacini di informazioni preziose per delineare ulteriormente tratti e aree dell’antica Neapolis che ancora oggi sfuggono agli studiosi.

Stazione Municipio, ritrovamenti archeologici. Foto: Metropolitana di Napoli

Cantiere Metro Municipio

La visita speciale al cantiere della Stazione Municipio, progettata dagli architetti portoghesi Àlvaro Siza ed Eduardo Souto de Moura, grande nodo di interscambio tra le stazioni delle Linee 1 e 6 della metropolitana e principale porta della città per chi arriva via mare, avrà una guida d’eccezione: l’Ingegner Antonello De Risi, direttore tecnico di Metropolitana di Napoli che accompagnerà i visitatori alla scoperta della stazione che verrà. Durante questo tour che porterà verso la stazione Marittima sarà possibile avere informazioni sull’avanzamento dei lavori e scoprire la stratigrafia di Napoli. Proprio grazie agli scavi condotti dalla Società Metropolitana sono emersi importantissimi reperti sulla storia antica della città. La zona Municipio altro non era, soprattutto in epoca romana quando Napoli fa sentire forte la sua vocazione marinara, che il porto della città da cui sono emersi quantitativi straordinari di materiali relativi al porto. L’insenatura marina compresa fra Parthenope e Neapolis è stata localizzata fra piazza Municipio e piazza Bovio ed è delimitata da Castel Nuovo e dal rilievo di Santa Maria di Porto Salvo. La grande insenatura formava un bacino chiuso e protetto che gli scavi hanno messo in evidenza con una continuità di utilizzo che andava dal III secolo a.C. al V secolo d.C. Straordinario il rinvenimento di diverse imbarcazioni affondate e la cui giacitura fa supporre uno stato di abbandono più che di affondamento.

Stazione Municipio, il porto di Neapolis. Foto: Metropolitana di Napoli

Le imbarcazioni, denominate A e C, appartenenti alla stessa epoca, fine I secolo d.C., e B databile tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C., sono state realizzate utilizzando il metodo classico della costruzione navale geco – romana detto a “mortase e tenoni”. I relitti A e B dovevano essere delle navi commerciali, onerariae, di medio tonnellaggio per un commercio medio/piccolo di cabotaggio, mentre la barca C, un’horeia, veniva utilizzata per la servitù portuale, per il carico e scarico di merci o per attività di pesca. Per la fragilità dei reperti e per la profondità dello scavo, agli addetti ai lavori è emerso subito l’impossibilità di tenere in loco i relitti e le infrastrutture portuali lignee. Per queste motivazioni si è elaborato un programma di recupero delle imbarcazioni, reso possibile grazie alla collaborazione con la Soprintendenza e a vari specialisti nel campo del restauro, del rilievo e dei beni culturali che in 5 mesi hanno provveduto al sollevamento e allo stoccaggio delle imbarcazioni presso un capannone climatizzato allestito appositamente nell’area adibita al deposito dei treni metropolitani di Secondigliano – Piscinola dove tutt’ora sono conservati in apposite vasche la cui temperatura e acqua vengono costantemente monitorate per un’adeguata conservazione dei legni. Sette in tutto le imbarcazioni rinvenute tra il 2004 e il 2015, con datazioni che arrivano fino al III secolo d.C., in piena epoca imperiale.

Durante il sopralluogo interverranno le Architette Roberta de Risi e Alessia de Michele, autrici del volume “Napoli metro per metro”, un racconto insolito della città che parte dalle Stazioni dell’arte della Metropolitana.

 Info visita:

Numero di persone per visita: 20

Accessibilità disabili: no

Bambini: a partire dai 10 anni

Animali: piccola o media taglia, muniti di guinzaglio e museruola

Piazza Municipio, 80133 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:30

Durata 60 minuti

Acquedotto del Serino. Foto: Open House Napoli

Acquedotto augusteo del Serino

Il percorso nella Napoli antica continua con un altro gioiello archeologico, l’acquedotto romano del Serino scoperto casualmente nel 2011 nel piano interrato dello storico Palazzo Peschici Maresca e costruito in epoca augustea intorno al 10 d.C. per risolvere il problema idrico della città. L’opera ingegneristica doveva essere davvero imponente sin dal suo tratto d’origine. Oltre 100 chilometri che partivano dalla sorgente del Serino, sull’altopiano irpino nei pressi del monte Terminio per giungere fino alla Piscina Mirabilis di Miseno. Lungo il suo percorso attraversava i più importanti centri urbani dell'epoca, tra cui Neapolis. Dopo il terremoto del 62 d.C. e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., l’acquedotto fu restaurato con l’inserimento di alcuni tratti o tratti interi paralleli a quelli già esistenti per coprire le maggiori richieste idriche delle città coinvolte dai disastri.

Acquedotto del Serino. Foto: Open House Napoli

Nel corso dei secoli, i due ponti-canale rinvenuti, in tufo e laterizi, furono prima interrati a seguito dell’innalzamento del livello di calpestio, poi utilizzati come fondamenta per la costruzione del palazzo, nell'epoca in cui la città si espandeva al di fuori delle mura, nel Cinquecento, con la nascita dell’attuale area Vergini-Sanità. Gli spazi disegnati dai grandi archi, oggi nel sottosuolo, sono stati adibiti in tempi più recenti a cantina e deposito, rifugio durante le ultime guerre, poi trasformati in discarica e quindi abbandonati. Negli ultimi anni il sito è stato oggetto di un’importante azione di sgombro, ripulitura e messa in sicurezza, ad opera dell'Associazione VerginiSanità in collaborazione con la proprietà e con associazioni del territorio, per attività finalizzate alla conservazione, valorizzazione e fruizione. Il Palazzo, che ospita al suo interno una porzione di acquedotto, agli inizi dell’Ottocento apparteneva alla famiglia Peschici, di nobile stirpe, ma secondo alcune ricerche condotte nell’archivio dell’Arciconfraternita dei Pellegrini per tutto il Settecento, la proprietà era dei Maresca, importante famiglia di armatori.

Info visita:

Numero di persone per visita: 30

Accessibilità disabili: no

Bambini: sì

Animali: no

Via Arena della Sanità, 5, 80137 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:15 | 12:00 > 12:45 | Domenica 10:30 > 11:15 | 12:00 > 12:45

Durata percorso: 45 minuti

Dalle viscere della terra uscimmo a rivedere le stelle, parafrasando Dante e così il percorso giunge fino alle vette della città antica, l’acropoli.

Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli

La Chiesa sorge nell’area che anticamente ospitava la destinazione religiosa della Napoli pagana con i numerosi templi in marmo dedicati ad Apollo, Demetra e Diana il cui edificio sacro è stato identificato con l’attuale chiesa di Santa Maria della Pietrasanta. Alcuni saggi hanno messo in evidenza, durante gli anni ’60, tre allineamenti murari della città greca del IV-III secolo a.C. nella navata e nel transetto. Tra i ritrovamenti, anche muri romani in opus reticulatum del I secolo d.C. assieme a tombe altomedievali. Accurati rilievi e attente schedature hanno permesso di ricomporre il complesso puzzle archeologico dell’area su cui poi si è originata la chiesa. Il sito urbano di Caponapoli corrisponde al punto più alto della città greca, e le successive trasformazioni di questa parte dell’antica Neapolis sono da intendere intimamente collegate all’importanza geografica e naturale del sito e alle vicende storiche che l’hanno interessato nel corso dei secoli. Le origini dovettero essere improntate alla necessità di difesa, come sembrano testimoniare le mura di epoca greca ritrovate sotto il piano di calpestio della chiesa, orientati secondo una direttrice nord - ovest/ sud-est, parallelamente all’incirca all’attuale via Foria. In quest’area dovevano infatti concentrarsi i templi più importanti della città dedicati agli dei olimpici e dovevano svolgersi solenni riti con processioni e sacrifici. In epoca romana, la zona fu scelta da numerose famiglie patrizie per la costruzione di dimore sfarzose e la presenza di giardini e frutteti rigogliosi che tuttavia non si sono conservati nel corso dei secoli.

Chiesa di Sant'Aniello a Caponapoli. Foto: Open House Napoli

La fondazione della Chiesa risale al VI secolo ed è strettamente connessa al nome del santo a cui è votata. La tradizione vuole che presso l’acropoli vi fosse custodita un’immagine della Madonna ritenuta miracolosa a cui presto il piccolo Agnello, o Aniello, si avvicinò per dedicare la sua vita alla solitudine e preghiera. Alla sua morte, Aniello fu sepolto nella stessa chiesa e il suo culto si diffuse in tutto l’alto e basso medioevo. La chiesa ha subito danni ingentissimi nel tempo, per i bombardamenti del 1944 e il terremoto del 1980. Il crollo del tetto e i dissesti comportarono fenomeni di spoliazione e saccheggio. Sul finire degli anni ’80 partì un processo di restauro, con l’impegno unitario delle tre Soprintendenze, ai Beni Archeologici, Beni Architettonici e Beni Storico-Artistici. Si è optato per un restauro, progettato dagli architetti Ugo Carughi e Luigi Picone, che consentisse di valorizzare le preesistenze archeologiche, creando un vuoto nella navata centrale contornato, mediante un gradino intermedio, da una passerella continua in vetro strutturale, collocata lungo il perimetro interno. Così si è resa sincronicamente visibile all’interno della chiesa l'intera vicenda storica della città, dall’epoca di fondazione a quella contemporanea, attraverso i reperti di epoche lontane nel tempo, ma vicine nello spazio. La conclusione dei lavori di restauro riguardanti l’altare, nel 2014, ha consentito la riapertura al pubblico della Chiesa, grazie alla collaborazione tra Legambiente Campania e la Curia Arcivescovile di Napoli.

Info visita:

Numero persone per visita: 35

Accessibilità disabili: no

Bambini: sì

Animali: no

L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato

Vico Sant'Aniello a Caponapoli, 9, 80138 Napoli NA

Sabato 09:00 > 13:00

Durata della visita 45 minuti

Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo.

(Stendhal)

 

 


Il prossimo weekend de Le Vie dei Tesori. Tutte le "esperienze" da prenotare

Guardare, ammirare, ascoltare, assaggiare. è il leitmotiv de Le Vie dei Tesori. Che mai come quest’anno propone “esperienze”. Questo secondo weekend - da venerdì 11 a domenica 13 ottobre - ci sarà veramente da dover scegliere: visite teatralizzate in costume, tour in un quartiere che rinasce con l’arte, concerti preziosi. Apriranno le porte sia Prefettura che la Banca d’Italia, e sarà una delle poche occasioni possibili per visitare le sorgenti da cui si trae l’acqua che arriva in città. Da venerdì a domenica, ogni giorno emozioni diverse: da prenotare su www.leviedeitesori.it

Oratorio di San Lorenzo. Foto di Igor Petyx

Andiamo con ordine. Perché oltre ai 160 luoghi che apriranno di nuovo le porte – a Palermo e Catania il festival durerà ancora quattro weekend, nel Ragusano solo due -  si potrà sedere al fianco di Delia, l’ultima Whitaker, per sentirla raccontare del tè delle cinque e della servitù in livrea, a Villa Malfitano; o ascoltare Minicu, poeta per disgrazia che appare dai saloni di Palazzo delle Aquile. Si potrà sorseggiare un calice di bianco Planeta osservando i minuscoli velivoli allineati come soldatini nell’immenso hangar dell’aeroporto di Boccadifalco: siamo al tramonto, e se non amate gli aerei, raggiungete invece Palazzo Asmundo per un aperitivo elegante guardando da vicino la Cattedrale. Dopo la visita e il calice, correte all’Orto Botanico perché di notte le piante sembrano bisbigliare. Ve le farà scoprire il direttore dell’Orto in persona, Rosario Schicchi. Il secondo dei concerti preziosi nei “tesori” si svolgerà all’oratorio di San Lorenzo e si srotolerà sulle note del tango dei duo Sambossa (flauto e chitarra); si scoprirà Danisinni che sta risorgendo tramite l’arte: un tour tra la “fattoria sociale” con gli animali da cortile, in un fazzoletto verde tra i palazzi, Danisinni Circus sotto un tendone colorato, le esperienze di teatro di comunità con il Massimo, il pranzo sociale la domenica su un unico tavolo affacciato sugli orti.

Vasca Orto Botanico. Foto di Igor Petyx

Tra i tantissimi siti disponibili, ce ne sono alcuni che apriranno solo questo weekend, e su prenotazione, e non bisogna lasciarseli scappare: pochissimi posti per l’ottocentesca Villa Whitaker, in via Cavour (da non confondere con Villa Malfitano Whitaker in via Dante) si camminerà sui passi di Joss Whitaker per scoprire saloni e giardini di quella che oggi è la Prefettura. E se non riuscite a visitarla, prenotate subito la visita a Villa Pajno, la residenza del Prefetto che sarà invece disponibile il prossimo fine settimana (18-20 ottobre e non 25-27 come annunciato in un primo tempo). Sarà aperta – per questo unico weekend – la Banca d’Italia dove vi racconteranno la strana storia di un ordigno che si incastrò nel solaio sotto il bombardamenti del ’43 e non esplose mai. Infine, si potranno raggiungere le sorgenti del Gabriele, un luogo dell’anima, stranissimo e del tutto sconosciuto a parecchi palermitani: qui sgorga ancora acqua limpidissima, la stessa che alimenta l’acquedotto della città.

Orari, date, luoghi e disponibilità su www.leviedeitesori.it


Napoli svelata. Open House Napoli racconta la città tra architettura e spazi privati

Napoli si svela e racconta il suo immenso patrimonio artistico antico e moderno in due giorni di visite gratuite grazie all’evento Open House Napoli, in programma nella città partenopea nelle giornate di sabato e domenica 26-27 ottobre 2019.

L’evento Open House non è nuovo in Italia, infatti, già Milano, Torino e Roma, ospitano da qualche anno aperture tra cantieri, case private, studi di architettura e spazi rigenerati. Il primo festival Globale dell’Architettura nasce a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e testimoniare quanto un’adeguata progettazione possa influenzare in meglio la qualità della vita.

Open House Napoli
Conferenza stampa Open House Napoli. In foto: Alessandra Thomas, Luigi De Magistris e Stefano Fedele

Saranno cento gli edifici aperti al pubblico e già 400 volontari hanno accettato la sfida di raccontare ai napoletani e ai tanti affezionati di open house edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, cantieri attivi, luoghi sacri, infrastrutture, spazi verdi, residenze private, factory creative ma anche eventi e percorsi nei diversi quartieri della città.

Protagonisti gli architetti che arricchiranno l’esperienza attraverso curiosità tecniche e particolari che il più delle volte possono sfuggire ad occhi non allenati. E allora Studio Gnosis Progetti, X Studio Architettura, Casa Bianca – Studio Pica Ciamarra Associati e Studio Veneziatre apriranno le porte dei loro studi e racconteranno i loro progetti e le loro visioni, spesso surreali e innovative, per la città del futuro. Occasione unica e in esclusiva per la Prima edizione di Open House Napoli anche la visita a Villa Oro, progettata negli anni ’30 da due grandi architetti, Luigi Cosenza e Bernard Rudofsky e meta assolutamente imperdibile.

Conferenza Stampa di Open House Napoli

Protagonista sarà anche il verde urbano con visite esclusive al Parco di Re Ladislao, splendido esempio di hortus conclusus a ridosso della Chiesa di San Giovanni a Carbonara e luogo di assoluto fascino architettonico, o il Parco del Poggio, sottratto all’edificazione degli anni ’60 e ’70 ed esempio di recupero di un’area cava. Ma aperto eccezionalmente per Open House Napoli ci sarà anche Nisida con il suo Parco Letterario e alcuni dei suggestivi sentieri che la percorrono fino a Porto Paone.

Per chi invece fosse interessato ai palazzi storici e alle chiese, ricordiamo che diversi saranno aperti proprio per l’occasione. Uno di questi è la Sede della Banca d’Italia, luogo conosciuto e spesso ignorato ma dall’immenso valore architettonico, oppure il Palazzo delle Poste, anch’esso luogo di passaggio ma perfetto esempio di avanguardia espressiva e tecnologica.

Open House Napoli
Foqus Fondazione Quartieri Spagnoli- Open House Napoli

Tanti ancora i luoghi fruibili giorno 26 e 27 ottobre ma non vogliamo svelarvi proprio tutto. Per i più curiosi è possibile consultare il programma a questo link: https://www.openhousenapoli.org/images/OHN/OHN_Programma_web.pdf

Open House Napoli può considerarsi un’esperienza semplice ed efficace che già a livello internazionale ha riscosso un enorme successo, un modo di presentare a tutti, liberamente e gratuitamente, l’architettura spesso sconosciuta delle nostre città. Open House Napoli, attraverso il suo messaggio invita tutti ad esplorare e scoprire il valore di un ambiente ben costruito e che ha una storia tutta da scoprire. Curiosare tra gli studi, luoghi spesso non fruibili al pubblico, l’edificio sotto casa di cui spesso ignoriamo la storia, palazzi, paesaggi nascosti trasmetterà ai cittadini un senso di appartenenza ancora più forte del territorio.

L’esperimento Open House Napoli ha inoltre permesso una proficua collaborazione tra pubblico e privato, aprendo a tutti la rete di ascolto con le istituzioni. Napoli si mostra così come un’opera aperta e un laboratorio di continua sperimentazione così come è intrinseca nella sua cultura e nella sua gente.

Maggiori informazioni sul sito dell'evento: https://www.openhousenapoli.org/

 


Come nascono gli archeogioielli: intervista a Marilisa "MedeART"

Una ragazza siciliana, un'archeologa, amante della moda, della storia antica e dei gioielli. Un giorno durante i suoi viaggi studio tra musei decide di seguire le sue passioni e di creare bijoux artigianali e accessori moda ispirati al mondo classico. Ecco la storia di Marilisa Lo Pumo, in arte MedeART, che ci racconta come è iniziata la sua passione per i gioielli archeologici e il mondo antico.

Ci racconti la tua bio e la tua esperienza nel mondo dell’archeologia?

Un po’ come tutti i nati negli anni ’80, anche io sono una “vittima” dei documentari di Piero e Alberto Angela che, sin da piccola, guardavo insieme alla mia famiglia, lasciandomi suggestionare da racconti storici e ammaliare da stupende immagini d’arte e archeologia. Del resto, l’arte ha sempre fatto parte della mia vita: in famiglia siamo un po’ tutti artisti e musicisti, quindi, è stato naturale per me avvicinarmi dall’arte all’archeologia. A 19 anni, quindi, ho iniziato gli studi universitari presso il corso di laurea in Beni Culturali Archeologici dell’Università di Palermo, nella sede distaccata di Agrigento; da quel momento, è stato tutto un crescendo: vivere in quella che fu definita “la più bella città dei mortali”, vicino ad un santuario delle divinità ctonie e a pochi passi dalla Valle dei Templi, non poteva che accrescere la mia passione per l’archeologia e, in particolar modo, per quella siciliana. Le dinamiche dei rapporti instauratisi tra i Greci e gli Indigeni d’Italia meridionale e Sicilia nel periodo della colonizzazione greca, hanno stimolato la mia curiosità nel corso dei miei studi universitari, tanto da spingermi ad approfondire l’argomento, per ben due volte, nelle tesi delle lauree triennale e magistrale, conseguite con il Prof. N. Allegro. Nel frattempo, ho partecipato a varie campagne di scavo, a laboratori e a ricognizioni archeologiche, specialmente in territorio siciliano (ad Agrigento, Himera, Rocca Nadore, Case Bastione, ecc.) e ho conseguito l’attestato di guida Geopark di uno dei due geoparchi siciliani, il “Rocca di Cerere Geopark”. Subito dopo la laurea magistrale in Archeologia, sono entrata nel direttivo dell’associazione Hisn al-Giran, dedicandomi, per un anno intero, alla gestione e alla valorizzazione di un’area di interesse archeo-naturalistico, sita nel centro della Sicilia, a Calascibetta (Enna), il Villaggio Bizantino di Vallone Canalotto. Nel frattempo, creavo già archeogioielli.

archeogioielli Medeart Marilisa Lo Pumo

Come nasce la passione per i gioielli e la voglia di crearli?

La passione per i gioielli artigianali, l’interesse per la moda e la voglia di creare, penso si possano considerare mie attitudini naturali, essendo cresciuta da una madre che cuciva abiti sartoriali, realizzava accessori, dipingeva e si dedicava ad artigianato e bricolage. L’idea di creare “archeogioielli”, però, credo mi sia venuta in mente nel 2011, durante un viaggio in Magna Grecia fatto con l’Università, mentre camminavo tra le sale del MArRC o del MARTA, incantata dalla bellezza e dall’importanza dei reperti in essi contenuti e, in particolare, man mano che andavo accumulando souvenirs acquistati nei vari bookshops museali. Desiderosa di portare con me non tanto un ricordo “turistico” dei luoghi visitati, quanto qualcosa da indossare, un monile magari, che rievocasse quanto ammirato e appreso, nel corso di quel viaggio-studio, mi domandavo come mai nessuno vendesse quelli che io poi chiamai “archeogioielli”. E non mi riferisco a costose riproduzioni fedeli di meravigliosi gioielli dell’antichità, di cui avevo già contemplato pregevoli e bellissimi esemplari, realizzati da maestri orafi italiani; io volevo qualcosa che, non solo fosse accessibile alle mie finanze di studentessa universitaria ma che, soprattutto, mi ricordasse la storia e i significati degli “oggetti” racchiusi in quei musei: le loro scene figurate, i motivi decorativi, i miti che raccontavano, i personaggi che rappresentavano e, soprattutto, la potenza simbolica che sprigionavano. Io desideravo qualcosa da portare sempre con me. Qualche anno dopo, esattamente nel 2014, con l’aiuto di mia madre, iniziai a creare i miei primi (sgangherati) monili a tema archeologico e artistico, pensando che potessero, forse, interessare anche ad altre donne amanti dell’archeologia e dell’arte. Mi rimboccai le maniche per apprendere pazienti tecniche artigianali, mai messe in pratica prima di allora, e per creare un prodotto bello, accattivante e di qualità. A poco a poco, però, rendendomi conto della curiosità che i miei archeogioielli destavano anche in coloro che non ne conoscevano assolutamente i contenuti (uomini e bambini compresi), il mio piccolo progetto di “archeofashion” assunse un fine più grande, divulgativo e didascalico. Fu in quel momento che nacque ufficialmente MedeART, un nuovo brand di gioielli artigianali e di accessori-moda di soggetto archeologico e artistico dalla valenza comunicativa e culturale.

A quali temi ti senti maggiormente legata?

Sicuramente ai temi mitico-religiosi di ambito greco-romano. Miti, dei, simboli di periodo classico, anche per formazione, direi che sono da sempre “il mio pane quotidiano”.

archeogioielli Medeart Marilisa Lo Pumo

Preferisci il mondo greco o romano e perché?

Vivo nell’isola in cui per primi arrivarono i Greci e nel territorio, la provincia di Enna, in cui pare abbia avuto origine il mito di Demetra e Kore: la grecità è il mio mondo. Essendo siciliana, per me, l’archeologia greca assume anche un valore fortemente identitario.

Quali sono i gioielli maggiormente richiesti dalle tue clienti e con quali ispirazioni?

I gioielli con i soggetti pompeiani sono, indubbiamente, i più richiesti dalle archeologhe italiane e dalle amanti dell’arte. Per quanto riguarda l’arte moderna, invece, Van Gogh è, certamente, l’artista più amato.

Ci presenti le tue collezioni?

Da sempre cerco di variare, creando archeogioielli dedicati un po’ a tutto il repertorio archeologico da cui posso attingere, dando particolare attenzione all’archeologia del Mediterraneo. Oltre ai singoli pezzi, mi piace creare collezioni tematiche, dedicate ad una civiltà, ad un aspetto di essa, oppure ad una corrente artistica. Per quanto riguarda le collezioni di archeogioielli ho prodotto: “Romanitas”, con soggetti tratti dal repertorio figurativo pompeiano e più, in generale, romano; “Emblemata”, incentrata esclusivamente sui simboli; “Minoika” dedicata all’arte cretese e dell’isola di Thera; “Sicula Tempe”, un omaggio alla città da cui provengo e, la più recente, “Heroines”, ispirata al teatro greco antico. Ho anche realizzato collezioni di gioielli d’arte moderna e contemporanea dedicate a Klimt, all’Art Nouveau, al Neoclassicismo e alla Pop Art. Parallelamente, ho prodotto collezioni esclusive per bookshop museali e bazar turistici, come ad esempio, una linea di archeogioielli per CoopCulture, esposta al Museo Salinas di Palermo e al Chiostro del Duomo di Monreale e una collezione dedicata al Giardino della Kolymbethra per il Fondo Ambiente Italiano.

archeogioielli Medeart Marilisa Lo Pumo

Con quale brand di moda ti piacerebbe collaborare un giorno e che senti particolarmente vicino alle tue creazioni?

Wow, che domandona lusinghiera! Difficile rispondere, dato che penso che per collaborare con un brand di moda, dovrei prima studiare e imparare tante cose che, ovviamente, non so. Vengo da un mondo completamente diverso, fatto di bibliografie e pantaloni sporchi di terra, forse inconciliabile con quello delle passerelle e dei lustrini. Ma tutto è possibile, sognare si può…Quindi, azzardo che sarebbe bello collaborare con quei brand che, come me, soprattutto negli ultimi tempi, si sono lasciati ispirare dal mondo dell’arte e dell’archeologia per creare i loro prodotti. Sono tanti, oggi, gli stilisti di alta moda che hanno dedicato delle collezioni al mondo antico. Penso, ad esempio, a Chanel, a Valentino, a Versace e, ovviamente, ai miei conterranei Dolce & Gabbana, che nella loro ultima collezione credo si siano superati in quanto ad “archeofashion”.

Quale è stata la tua prima creazione?

Non ricordo bene. Credo un paio di orecchini con una scena figurata tratta da un vaso attico a figure rosse di V sec. a.C., con Eracle e Athena.

Nuovi progetti?

Da circa tre settimane, in collaborazione con la disegnatrice Giovanna Scordo, è uscita Heroines, la nostra nuova collezione. Un progetto a quattro mani che ci ha viste impegnate a lungo, per creare una linea di collane dedicate a cinque eroine del teatro antico: Alcesti, Antigone, Medea, Cassandra e Andromaca. Un omaggio a cinque donne del mito, a cinque mortali dalle storie immortali, icone e modello per il genere femminile. La collezione è disponibile sul nostro shop online MedeARTarcheofashion, aperto da pochissimo. Nei prossimi mesi, infatti, saremo impegnate ad arricchirlo con nuovi archeogioielli e gioielli d’arte di nuovissima ideazione.

 


Alessandro Melis nominato curatore Mostra Internazionale di Architettura di Venezia del 2020

Sarà Alessandro Melis il curatore del Padiglione Italia alla 17. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia del 2020”. Lo rende noto il Ministro per i beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli che fa sapere come il nome di Melis sia stato individuato al termine di una procedura di selezione a cui sono stati invitati a partecipare cinque nomi rappresentativi del panorama nazionale. Il progetto è stato scelto dal Ministro nell'ambito dell’istruttoria effettuata dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanea e Periferie urbane.

Credits La Biennale.org

Tra le proposte presentate, tutte molto attente ad esplorare le tendenze attuali di crescita e di sviluppo delle aree urbane italiane, tenendo in considerazione i grandi mutamenti ai quali stiamo assistendo, è stato selezionato il progetto di Alessandro Melis che presenta una riflessione sulle urgenze dell’architettura in Italia, e suggerisce prospettive future per le periferie italiane ed opportunità per la ridefinizione del ruolo strategico e multidisciplinare dell’architettura.

'Il progetto Comunità Resilienti di Alessandro Melis - ha detto Bonisoli - affronta temi di grande urgenza come il cambiamento climatico e la resilienza delle comunità. Si tratta di un percorso di mostra molto divulgativo e coinvolgente, il Padiglione Italia sarà un’occasione per riflettere su come rispondere positivamente in futuro alla pressione sociale ed ambientale attualmente in atto.”

Alessandro Melis, Cagliari (1969), architetto di formazione, è oggi Direttore della Cluster for Sustainable Cities, e fondatore del Media Hub, il primo open lab della University of Portsmouth, nato con l’obiettivo di studiare l’innovazione tecnologica nel campo della progettazione climatica ed ambientale.

I suoi temi di ricerca riguardano l’innovazione nel campo della sostenibilità ambientale, della resilienza e della rigenerazione del tessuto urbano, sui quali è stato curatore e key speaker in numerose conferenze e simposi presso istituzioni come il MoMA a New York, e la China Academy of Art.

Tra le innovazioni di carattere accademico per cui è riconosciuto: l’introduzione in architettura dei cosiddetti “Hybrid tecahing methods” (High Education Fellowship 2018) e l’integrazione di BIM, computazione, e fluidodinamica nella progettazione climatica. Attualmente coordina progetti di ricerca internazionali sulla resilienza in architettura, finanziati da fondi di ricerca internazionali sulla pianificazione urbana attraverso il nexus cibo-energia-acqua e sul riciclo della plastica come strumento di ripensamento infrastrutturale della città del futuro.

La selezione dei curatori è stata eseguita tenendo conto delle esperienze maturate in campo nazionale e internazionale, garantendo la presenza di giovani ed affermati curatori.​