colonizzazione Tracia

I Greci in Tracia: la colonizzazione e il casus singularis di Anfipoli

La colonizzazione greca della Tracia: contestualizzazione storico-geografica e analisi delle fonti

Con questa rubrica inaugura su ClassiCult un nuovo filone legato alla figura dei colonizzatori, e in particolare in questa sede ripercorrendo i momenti decisivi che hanno caratterizzato la progressiva colonizzazione della Tracia, dal VII secolo fino al 437 a.C., anno della fondazione della colonia di Anfipoli.

La storia di questa città rappresenta il culmine di un articolato processo evolutivo, attraverso il quale i Greci sono progressivamente entrati in contatto con un mondo fino a quel momento assai poco conosciuto. La realizzazione di questa indagine è stata possibile grazie alla presenza di una pluralità di fonti antiche, che permettono di orientarsi all’interno del complesso quadro storico preso in esame.

Sulla base della lettura di alcuni passi di Erodoto e Tucidide è possibile stabilire un ordine cronologico, di modo da inquadrare con un certo criterio gli eventi che hanno caratterizzato le esperienze coloniali condotte sul vasto territorio trace. Da Pisitrato a Cimone, passando per Istieo e Aristagora di Mileto, i Greci hanno cercato di confrontarsi con una realtà differente dalla propria, maturando una visione sempre più nitida della Tracia. I vari tentativi di colonizzazione del ricco territorio delimitato dal Monte Pangeo e dal fiume Strimone, costituiscono gli episodi più importanti di questo ambizioso progetto coloniale.

Vista dall'Acropoli di Anfipoli col fiume Strimone sullo sfondo. Foto di Marsyas, CC BY-SA 3.0

Prima di poterci addentrare nelle dinamiche storiche che hanno scandito i vari progetti coloniali, è utile se non imprescindibile procedere con due operazioni preliminari: contestualizzare il contesto storico-geografico all’interno del quale agirono gli Elleni, e tracciare un quadro chiaro delle fonti analizzate. Originariamente la Tracia si estendeva ad est della Macedonia verso il Mar Nero e il Mar di Marmara, noto anticamente come Propontide, ed era delimitata a sud dal mar Egeo e a nord dal Danubio. Il fiume Strimone, noto per le preziose miniere d’oro della sua foce, delimitava il confine tra Macedonia e Tracia.

Il territorio che i Greci prima e i Romani in seguito definivano “Tracia” ha mutato la propria morfologia geografica nel corso dei secoli. Fino all’invasione persiana del 480-479, la zona ad ovest del fiume Assio (oggi Vardar), che circonda il Golfo di Salonicco, fu abitata dai Traci. Anche tutta la costa settentrionale del Mar Egeo apparteneva ai Traci, prima che gli Ateniesi si insediassero in quella zona durante il V secolo. Inoltre, la popolazione trace occupava il Chersoneso tracico (l’attuale penisola di Gallipoli), la riva settentrionale della Propontide, le terre immediatamente a sud dell’Ellesponto, oggi conosciuto come stretto dei Dardanelli, e parte dell’Anatolia nordoccidentale, compresa la Troade (denominazione storica della penisola di Biga).

L’affascinate storia di questo variegato territorio rappresenta un ricco bacino di notizie dal quale attingere per comprendere l’esperienza coloniale di Atene tra la metà del VI secolo e il V, e conoscere alcuni dei più importanti personaggi illustri della quale si resero protagonisti, come Pisistrato e Miliziade. La Θρᾴκη aveva un’importanza centrale per Atene, grazie alle risorse naturali e le vie strategiche, soprattutto quelle che avrebbero potuto condurre alle coste orientali e meridionali del Mar Nero, principale fonte di grano importato durante il V secolo.

Il controllo della rotta commerciale del Mar Nero era particolarmente importante per imporre dazi e gestire le attività dei marinai in viaggio. Tali elementi erano fondamentali per un impero che basava la propria forza sulla flotta e i traffici marittimi. Inoltre la Tracia, soprattutto per gli Ateniesi, rappresentò per diversi secoli un rifugio in cui i perseguitati politici trovavano asilo politico e opportunità. Per tutto il tardo periodo arcaico e il periodo classico, le fertili e selvagge terre dominate dai Traci spaventarono, incuriosirono e affascinarono la maggior parte dei Greci.

Come afferma Matthew A. Sears, uno dei principali studiosi della storia trace, il complesso scambio di interazioni tra barbari e popolazioni greche diede vita a una vera e propria storia d’amore tra culture differenti, durata oltre duecento anni di intrecci e commistioni. Dunque, i legami tra Atene e la dimensione trace, non furono soltanto di natura economica o politica, bensì anche culturale.

Peltasta trace da ceramica a figure rosse del V-IV secolo a. C. nella Harvard University, Arthur M. Sackler Museum, Robinson Collection 1959.219. Foto di Skanderbeg~commonswiki, pubblico dominio

Si diffuse soprattutto tra i principali esponenti dell’élite ateniese il desiderio di conformarsi ai canoni tradizionali della società trace, i cui era possibile aspirare ad uno stile di vita sublimato, pseudoeroico, evocando la dimensione epica dei Βασιλῆς descritti da Omero. Secondo Matthew A. Sears, Atene non fu più in grado di soddisfare le aspettative e le ambizioni della propria classe dirigente per un motivo legato alla struttura del suo stesso sistema sociale: l’ἔθος egualitario. Dunque tutti i cittadini di una πόλις democratica erano alla pari gli uni con gli altri, in senso politico e socio-culturale, per cui le pretese e le ostentazioni dell’aristocrazia erano represse e disapprovate.

Anche in ambito militare l’influenza trace ebbe delle pesanti e significative ripercussioni. Per alcuni valorosi greci che nutrivano ammirazione per i Traci, l’oplitismo soffocava le virtù belliche dei combattenti ispirati dall’eroismo atavico degli insigni predecessori. Molti Greci vedevano nei Traci il riflesso del proprio passato leggendario dominato, nelle rappresentazioni dei poeti epici, dalle figure di sovrani mitici e straordinari guerrieri. I tentativi degli Ateniesi di colonizzare l’universo trace furono principalmente dettati da esigenze di natura economica e territoriale, ma non si può trascurare il desiderio, in una visione anche un po’ romantica e romanzata, di voler ritrovare la propria identità smarrita.

La doppia erma di Erodoto e Tucidide. Foto dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Passando alle fonti, nonostante lo studio dell’argomento possa vantare un esteso repertorio di testimonianze, l’unico approccio resta atenocentrico poiché la Tracia non ha lasciato testimonianze scritte. Infatti, le principali fonti adoperate per la ricostruzione degli eventi storici esaminati, alle quali di seguito si fa riferimento, sono due autori greci: Erodoto e Tucidide. Dunque, è arduo discernere la percezione della Tracia che emerge dalle fonti letterarie da ciò che realmente fu questo territorio, ma non si può trascurare l’importanza di coloro che, da osservatori dirette delle vicende, narrarono gli episodi storici che si susseguirono.

In una dimensione dove l’identità etnica dei Greci è ormai saldamente radicata e l’immagine del barbaro tende ad essere enfatizzata attraverso ampollose rappresentazioni, Erodoto, discostandosi da questa visione, registra e documenta le caratteristiche peculiari della civiltà trace, mettendone in evidenza paure e aspirazioni, cultura e tradizione. Lo storico di Alicarnasso fornisce una descrizione dei Traci e delle vicende legate ad essi basata su un’impostazione etnografica, dalla quale trapela una saggia accettazione di un mondo differente dal proprio.

Nella descrizione erodotea i Traci rappresentano una categoria distinta di persone, i cui connotati non sono ascrivibili ad una popolazione straniera. Ci sono diversi fattori che hanno contribuito allo sviluppo di questa prospettiva in Erodoto. In primis la colonizzazione greca delle zone settentrionali del Mar Egeo; in secondo luogo la diffusione e il consolidamento dell’influenza ateniese sul suolo trace, che resero i legami tra autoctoni e colonizzatori sempre più stretti e frequenti; infine, non meno importante, l’assimilazione da parte della società greca di alcuni elementi mitologici appartenenti al πάνθεον trace. Basti pensare che Diomede, Orfeo e Dioniso hanno acclarate origini traci.

Erodoto, criticato aspramente da molti studiosi circa la veridicità dei suoi scritti, resta in ogni caso una delle fonti più attendibili per comprendere i legami esistenti tra Greci e Traci. Durante la permanenza dello storico ad Atene, è plausibile ma non del tutto certo che entrò in diretto contatto con alcuni soggetti traci che vivevano nella città. Sempre con scarsa sicurezza è possibile ipotizzare che si affidò a testimonianze ateniesi per quanto riguarda gli affari traci connessi con le zone del Chersoneso e del Mar Egeo.

Tra i suoi innumerevoli viaggi egli si sarebbe recato personalmente nelle zone dell’Ellesponto e dell’isola di Taso, dove gli scambi con i Greci e i Traci stanziati su quei territori gli avrebbero permesso di maturare una solida conoscenza del vasto e complesso mondo trace. Erodoto fornisce un’ampia e accurata descrizione della popolazione trace attraverso un excursus presente nelle prime pagine delle Storie. I Traci sono raffigurati come feroci e temibili combattenti, propensi alla guerra e alle angherie, organizzati in comunità dalla struttura arcaica. Le particolarità che lo storico seleziona e rappresenta sono per la maggior parte sconosciute ai Greci.

François Hartog, noto storico francese, prendendo in esame la descrizione erodotea sulla popolazione degli Sciti, affermò che lo storico di Alicarnasso si servì delle informazioni relative ai barbari per metterle in relazione con la cultura e la tradizione degli stessi Greci, con lo scopo di approfondire la natura dei rapporti tra culture differenti. Lo stesso modus operandi fu applicato per definire e delineare i primi contatti tra la cultura greca e i Traci. Il modello etnografico inaugurato da Erodoto ha ispirato, nel corso dei secoli, generazioni di storici che hanno proseguito le indagini sulla storia della Tracia.

A differenza di Erodoto, Tucidide propone un ritratto diverso dei popoli barbari, affermando che essi, in un passato non molto distante, erano impegnati con i Greci nelle medesime spedizioni navali. Talvolta questa collaborazione sfociava in veri e propri atti di pirateria e banditismo. Inoltre, lo storico osserva che gli antichi usi e costumi di alcuni Greci erano gli stessi dei popoli del suo tempo identificati come stranieri, e questo aspetto proverebbe l’esistenza di strette connessioni tra diverse culture apparentemente molto distanti.

La figura di Tucidide è strettamente legata alla Tracia, non solo in un’ottica letteraria, ma per la presenza di legami storici e biografici. Tucidide stesso fornisce alcune notizie interessanti riguardo il suo patronimico di origine trace: Oloro. Partendo da questo rarissimo nome è stato possibile ricostruire la genealogia del celebre storico ateniese, il quale era imparentato con la famiglia di Miliziade e di suo figlio Cimone.

L’indagine sull’identità di Tucidide passa anche per il nome della madre, Egesipile, lo stesso della moglie di Miliziade. Nell’ambito degli studi legati alla ricostruzione dell’immagine tucididea, la tradizione antica un’ulteriore conferma: la posizione della sua tomba collocata accanto a quella della famiglia di Cimone, proverebbe uno un legame diretto tra lo stesso politico e la celebre dinastia dei Filaidi.

Questa testimonianza giustificherebbe l’appalto delle miniere della zona della Tracia, antistante l’isola di Taso, per conto della città di Atene. Infatti, lo sfruttamento delle miniere d’oro del Pangeo permise al grande storico di conoscere alla perfezione le caratteristiche morfologiche del territorio, gli impianti urbanistici della città e il tipo di popolazione della maggior parte della località trace. Il nome del padre di Tucidide e lo sfruttamento delle miniere in Tracia sono confermati dallo stesso storico in alcuni passi della Guerra del Peloponneso (Thuc. IV, 104, 4 – IV, 105, 1).

Le ricchezze provenienti dalle attività minerarie gli permisero di ottenere potere e rispetto presso i principali esponenti dell’élite aristocratica. Basti pensare che Brasida, il generale spartano che nel 424 guidò la spedizione contro la colonia ateniese di Anfipoli, lo temeva per le sue grandi doti strategiche e militari e lo rispettava per l’immenso carisma politico. Infatti, la precisione e l’accuratezza del racconto tucidideo hanno indotto alcuni studiosi ad ipotizzare un contatto diretto tra Brasida e Tucidide, entrambi coinvolti nelle vicende che riguardarono Anfipoli:

Intanto Brasida, timoroso anche dell’aiuto della squadra navale proveniente da Taso, e informato che Tucidide possedeva il diritto di sfruttamento delle miniere d’oro in quei luoghi della Tracia e per questo fatto era tra i più influenti cittadini della terraferma, si affrettò per occupare la città prima di lui, se poteva. Voleva evitare che al suo arrivo la folla degli Anfipoliti, sperando che Tucidide li salvasse arruolando forze dalle isole e chiamando aiuti dalla Tracia, non fosse più a lui favorevole. (Thuc. IV, 105, 1)
Alla luce delle affermazioni precedentemente esposte, la narrazione di Tucidide sembra basarsi su una visione oggettiva degli eventi storici.

La tradizione letteraria non rappresenta l’unico canale praticabile per esaminare lo sconfinato repertorio di fonti. Non vanno trascurate le preziose testimonianze offerte dalla ricerca archeologica ed epigrafica. In molti casi le iscrizioni, come quella di Pistiro, rappresentano le sole e uniche tracce alle quali affidarsi quando le prove letterarie non sono presenti.

Anfipoli colonizzazione Tracia
Fortificazioni e ponte ad Anfipoli. Foto di Marsyas, CC BY-SA 3.0

Dove la storiografia tace, la ricerca archeologica ed epigrafica apre uno spiraglio di preziose notizie attraverso cui è possibile colmare le voragini lacunose della tradizione scritta. Il caleidoscopico scenario della futura area di Anfipoli si arricchisce di ulteriori elementi. In questo contesto si inserisce la scoperta di un’antica iscrizione rinvenuta nel tratto settentrionale delle mura di Anfipoli, che ha permesso di chiarire alcuni punti oscuri della mobilità greca in Tracia (IG II (2) 8397).

Si tratta della dedica di un monumento offerto dai Tasi a Tokes, eroe caduto in battaglia. Dunque, questa importante testimonianza storica attesta, in primo luogo, che i Tasi operarono attivamente nelle zone dell’Egeo settentrionale e sul continente trace; inoltre, il giovane a cui fu dedicata l’iscrizione ebbe chiaramente un nome di origini traci e ciò indicherebbe una commistione tra elementi greci e traci sullo stesso territorio.

Un’altra celebre testimonianza è rappresentata dalla celebre iscrizione di Pistiro, stazione commerciale tasia situata sul corso dell’Ebro, che rivela i tratti di una comunità commerciale di origini eterogenee, basata sulla convivenza e la cooperazione tra Greci e Traci. L’antico emporio di Pistiro fu fondato intorno alla metà del V secolo sul territorio che attualmente corrisponde alla città bulgara di Vetren, nei pressi della catena montuosa dei Rodopi e della valle Maritsa. Questa zona, abitata da alcune tribù traci, attirò gli interessi dei Greci per i ricchi giacimenti di metalli preziosi e le importanti vie di comunicazione.

Nonostante gli ambiziosi - forse velleitari - progetti coloniali dei Greci, in particolar modo degli ateniesi, il territorio di Anfipoli non fu mai del tutto sottomesso. Il caso appunto singolare di questa città mette in luce un aspetto nuovo della mobilità greca, non più basata su cruente occupazioni militari e stragi efferate, secondo la prassi coloniale, ma su forme sinecistiche di convivenza e collaborazione tra due diverse culture.

 

Bibliografia
David Asheri, Herodotus on Thracian Society and History, in Hérodote et les peuples non grecs: neuf exposés suivis de discussions, W. Burkert, G. Nenci and O. Reverdin (eds.), Ginevra 1990, 132-133.
François Hartog, Lo specchio di Erodoto, Milano 1992.
Luciano Canfora, Tucidide: la menzogna, la colpa, l’esilio, Bari 2016.
Matthew A. Sears, Athens, Thrace, and the shaping of Athenian Leadership, Cambridge 2013.


Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba

Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba
Letteratura al femminile, una realtà non solo bizantina

La Graphe.IT si è distinta recentemente per la cura che dedica alle sue collane saggistiche, in particolare quella dedicata ai grandi protagonisti delle imprese belliche medievali e non (I Condottieri), e al titolo che oggi ho il piacere di presentare: Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba.

Il testo della professoressa Svetlana Tomin è volto a colmare diverse lacune nell'ambito accademico e divulgativo. In primis in Italia uno studio scientifico sul mondo culturale serbo è quasi del tutto assente, se escludiamo alcune pubblicazioni specialistiche e pressoché escluse dal circuito delle librerie. Inoltre, per una contingenza storico-culturale è opportuno - oltre che interessante - (ri)scoprire l'importanza delle figure femminili in seno alle corti ortodosse-slave, così da ridimensionare il monopolio letterario delle aristocratiche romane dell'Impero Romano d'Oriente.

Sono stati dedicati diversi studi al medioevo “bizantino” e alle opere nate in questo contesto da mano femminile, in particolare l'attenzione si è soffermata spesso su Casia (IX° secolo) e la principessa Anna Comnena (XI°- XII° secolo). Giudicando quest'ultime con un'ottica contemporanea, ovvero con una griglia di valori socio-morali figli del nostro pensiero, le figure sopracitate ci sembreranno pallide rappresentati del genere femminile poiché spesso incarnano valori materni, domestici e religiosi. Questa inclinazione è ovviamente sbagliata se non dannosa, le aristocratiche bizantine oltre ad essere delle avvenenti dame di corte detengono anche il massimo livello di istruzione possibile ai tempi, la loro formazione culturale veniva perennemente sostenuta dagli insegnamenti e dalle lezioni di maestri, monaci e tutori di livello.

Ciò è evidente nella Alessiade della principessa Anna Comnena (cfr. Anna la poetessa, Jaca Book), in cui viene celebrato in chiave epica il padre-imperatore, Alessio I Comneno. In questo testo sembra essere lontano e addirittura destrutturato le stereotipo della donna dedita alle letture agiografiche e alle sacre scritture, e anzi tra le righe appare una donna forte e caparbia, capace di riflettere sulle aspre realtà storico-culturali del tempo e sulla situazione geopolitica coeva alla sua vita, ovvero il complicato scacchiere della Terra Santa ai tempi della prima spedizione crociata.

Anna è una figura atipica, capace di giudicare una donna forte solo se in lei sono assenti le tipiche caratteristiche del gentil sesso (delicatezza, pietà, amore materno, dedizione etc etc), de facto l'Alessiade è un poema infuocato e guerresco figlio di un buio momento della aspra vita di Anna Comnena costretta a pagare con l'esilio in un monastero il suo tradimento contro il nuovo imperatore Giovanni I. In questa occasione sembrò proprio lei una delle figure più controverse ad organizzare la congiura, tant'è che suo marito Niceforo Briennio abbandonò le torbide manovre di deposizione e Anna esclamò “La Natura ha sbagliato i nostri sessi: avrebbe dovuto essere lui la donna”. Con questa breve panoramica ci rendiamo conto quanto nel mondo bizantino fosse importante il ruolo della donna all'interno del palazzo e della corte imperiale, non mancarono infatti altre letterate e abili politiche che si sobbarcarono numerose sfide come l'imperatrice Irene.

In egual mondo anche il mondo serbo presentò altrettante figure femminili di spicco: del resto era una della realtà politiche nell'orbita della cultura e del potere dell'Impero Romano d'Oriente e tali rapporti erano cementificati dalla comune religione ortodossa. In questo senso il mondo balcanico-carpatico si sentì sempre un figlio (a volte illegittimo) dell'aurea imperiale romana come del resto fecero la 'Rus e Kiev, al punto di vedere in questi regni una Terza Roma (Roma, Bisanzio, Mosca). I rapporti geo-politici tra gli stati slavi e Costantinopoli furono sempre altalenanti a causa di scaramucce, invasioni e periodi di pace. L'Impero Romano d'Oriente fu sempre attaccato verso i suoi confini, specialmente in Oriente da quando la sconfitta di Manzikert del 1071 sancì lo sgretolamento del potere romano in Anatolia e poi l'occupazione medio-orientale del Libano, delle terre di Canaan e della Siria per mano di crociati e selgiuchidi li scacciò dal quel prezioso quadrante. Per rimpinguare le casse e recuperare onore, gloria e terra Costantinopoli cercò di rintuzzare le scorrerie serbo-bulgare e albanesi e di ripagare gli invasori con altrettante razzie.

Questo è il mondo in cui le donne delle corti serbe furono allevate, ascoltando i racconti di gesta dai loro padri o tutori e imparando le preghiere e i precetti religiosi dalle loro nonne o monache di corte.
C'è da precisare che al pari del mondo bizantino, anche il regno serbo era di stampo cavalleresco e fomentato dai romanzi eroici. In particolare, la Serbia medievale fu pesantemente vessata dai nemici ottomani che invasero i suoi territori e ciò comportò una travolgente carrellata di cambiamenti. Per arginare lo strapotere turco, gli zar serbi e bosniaci misero insieme una coalizione e mobilitarono un esercito dalle notevoli dimensioni.

A fronteggiare il sultano Murad I ci furono diversi nobili condottieri dello scacchiere balcanico tra cui il Knez Lazar Hrebeljanović, Vuk Branković e Vlatko Vuković. Nella battaglia del Campo dei Merli (Kosovo Polje) del 1389, il fiore della nobiltà serba fu violentemente calpestato dallo stivale del neo sultano Bayazid il Fulmine che vinse repentinamente la battaglia e disgregò l'armata dei cavalieri crociati. Sul campo di battaglia morì anche il re-paladino Lazar Hrebeljanović, sancendo la disgregazione della potenza serba sul territorio e sconquassando gli equilibri tra Croazia, Montenegro, Albania, Bulgaria e la stessa Costantinopoli.

La sconfitta del 1389 scosse il mondo slavo-bizantino non solo sul piano politico militare ma anche su quello ideologico e poetico, se la “nobile sconfitta” dei cavalieri crociati ispirò numerosi componimenti epici allo stesso modo provocò un profondo trauma nel modus vivendi della nobiltà serba; tale sconfitta a favore degli infedeli sanciva la debolezza dell'arma medievale per eccellenza, ovvero la cavalleria medievale. Sul finire del XIV° secolo il cavaliere dei Balcani riflette sull'inefficienza della cavalleria e sul confusionario orgoglio che porta a una carica disperata e inutile; Kosovo Polje come la battaglia di Crécy del 1346, segna il tramonto della cavalleria medievale ma non arresta completamente il fervore crociato.

Milica di Serbia in un affresco dal Monastero di Ljubostinja, vicino Trstenik in Serbia. Opera di pittore serbo del XV° secolo, immagine in pubblico dominio

Bisogna tornare sull'armatura infangata e macchiata di sangue di Lazar Hrebeljanović per continuare a parlare di letteratura femminile serba, sarà la moglie del deceduto re serbo, Milica Nemanjić Hrebeljanović, a prendere le redini di un regno sull'orlo della distruzione. La capacità di Milica di districarsi tra le insidie degli Ottomani e le pressioni degli Ungheresi le conferisce subito un'aurea di pragmatica competenza politica che si traduce anche nel dare sua figlia Mileva in sposa al sultano vincitore Bayazid.

Del resto combattere era inutile, visto che l'esercito era stato letteralmente annientato dagli infedeli. Secondo la professoressa Tomin, Milica e Lazar simboleggiarono anche i due mondi del maschile e del femminile del Medioevo, da un lato il pater-dux artefice della gloria e della disfatta dei propri sudditi, su un altro piano la mater protettrice della vita e del focolare domestico. Analisi perfetta in questo caso.

Milica governò con saggezza e senso della misura e risollevò l'economia del regno stabilendo floridi legami con Ragusa e gli stati limitrofi, anche quando suo figlio Stefan divenne il sovrano legittimo lei continuò a dipanare i suoi ordini da dietro le quinte e garantì alla Serbia un periodo di tranquillità e ripresa. Inoltre fu una fervida religiosa che adempì ai suoi doveri di perfetta nobile cristiana, finanziando la costruzione di monasteri e sostenendo le opere pie. Inoltre fornì alle strutture ecclesiastiche diversi volumi e opere agiografiche. L'amore per i libri, la religione e la letteratura fu ereditato da sua figlia Jelena Balšić.

Jelena Balšić
Car Lazar i njegova porodica ("Lo Tsar Lazaro e la sua famiglia"), riproduzione di data ignota di una litografia datata al 1860, opera di Pavle Čortanović. Jelena Balšić è nel gruppo sulla sinistra, al centro, coi capelli scuri. Immagine in pubblico dominio

Sciorinare tutta la vita e la carriera di Jelena Balšić è certamente compito del libro analizzato in questa sede e non mio, perciò credo sia più consono limitarmi a citare alcune delle opere più interessanti della principessa e regnante serba Jelena Balšić.

Il manoscritto di Gorica fu scoperto nel 1902 nella capitale macedone Skopje da Svetozar Tomić e rappresenta uno dei testi più significativi per conoscere la regina serba, infatti è anche una fonte per apprendere i gusti letterari di Jelena Balšić. Il manoscritto è anche uno dei più importanti componimenti della Zeta medievale, ovvero l'odierno Montenegro e simboleggia l'importanza della religione ortodossa-bizantina nelle terre slave. Il testo fu scritto dalla mano del padre spirituale di Jelena ovvero Nikon il Gerosolomitano, in lingua servo-slava e con l'ortografia di Resava (semionciale corsivo).

Il testo, suddiviso in tre macro-parti, è una raccolta di epistole che furono scambiate tra Nikon e la sua regina Jelena e trattano i più disparati argomenti: dalla storia delle chiese e degli eremi di Gerusalemme alla geografia, per passare alla cosmografia o alle appassionate agiografie, fino alla geometria o allo studio delle regole monastiche. Perciò Il manoscritto di Gorica rientra nella nomenclatura dei codici medievali di natura miscellanea e enciclopedica.

Lo studio di questa forte regnante è affascinante perché ci porta a debellare i pallidi cliché che ancora ristagnano nei libri di storia, dove le figure femminili di questo livello sono occultate o deliberatamente snobbate. Infatti Jelena Balšić non fu solamente un'abile scrittrice e devota studiosa, ma riuscì con il suo carisma e la sua mente a influenzare l'intero mondo slavo, fino a trasmettere le sue volontà all'indipendente Ragusa; per alcuni momenti fu nel mirino degli Ottomani perché troppo “ribelle”.

Lo studio di questo saggio permette di conoscere il meraviglioso mondo slavo-ortodosso in tutte le sue implicazioni storiche, militari e culturali. Svolge così un ruolo di spartiacque tra la predominanza della cultura romano orientale e l'oblio per gli studi serbi: tale risultato è splendido e si concretizza nell'analisi storico letteraria di tutte le donne che hanno plasmato la forza culturale della Serbia.

Jelena Balšić
Copertina del libro Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba, edito da Graphe.IT

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Bulgaria, nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo

Il Mar Nero restituisce un relitto di 2400 anni fa

A 2 km di profondità nel mar Nero, al largo della costa della Bulgaria, gli archeologi hanno ritrovato un relitto rimasto incredibilmente intatto dopo 2.400 anni. La nave di legno si compone di elementi strutturali, fra cui l’albero e i banchi per i rematori, che prima di questa scoperta non erano mai stati trovati in altri esemplari, attestando così il relitto bulgaro come uno dei più completi ritrovati sino ad oggi. La scoperta è stata annunciata lo scorso anno dagli esperti del Black Sea Maritime Archaeology Project che nel corso di varie esplorazioni nel Mar Nero durate tre anni hanno già scoperto più di 60 relitti storici.

La nave raggiunge una lunghezza di circa 23 metri ed è stata attentamente documentata grazie ad un sottomarino a comando remoto dotato di telecamere. Un piccolo frammento di relitto è stato analizzato con il metodo del radiocarbonio ed è databile al V secolo a.C., epoca in cui le poleis greche avevano intensi e proficui rapporti commerciali lungo il Mediterraneo e con le coste del Mar Nero. Dalle immagini acquisite, inoltre, l’imbarcazione appare simile a quelle riprodotte su molti vasi greci.

Bulgaria, nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo
Bulgaria, nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo

L’eccezionale stato di conservazione si deve alla composizione chimica dell’acqua, piuttosto insolita, e alla mancanza di ossigeno al di sotto dei 180 metri di profondità che ha così permesso la conservazione della nave che ha appunto circa 2.400 anni. Questo stato chimico dell’acqua, cioè privo di ossigeno, ha  evitato il decadimento degli organici e così la conservazione dopo tutti questi secoli.

L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” è l’unico riconoscimento mondiale dedicato agli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio.

Il Direttore della Borsa Ugo Picarelli e il Direttore di Archeo Andreas Steiner hanno condiviso questo cammino in comune, consapevoli che “le civiltà e le culture del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante assumono oggi sempre più un’importanza legata alla riscoperta delle identità, in una società globale che disperde sempre più i suoi valori”. Il Premio, dunque, si caratterizza per divulgare uno scambio di esperienze, rappresentato dalle scoperte internazionali, anche come buona prassi di dialogo interculturale.

La Cerimonia di Consegna si svolgerà venerdì 15 novembre in occasione della XXII BMTA, a Paestum dal 14 al 17 novembre 2019.

Inoltre, sarà attribuito online uno “Special Award” alla scoperta archeologica che avrà ricevuto il maggior consenso dal grande pubblico attraverso la pagina Facebook della Borsa dal 17 giugno al 30 settembre.

Le cinque scoperte archeologiche del 2018 candidate per la vittoria della quinta edizione sono:

  • Bulgaria: nel Mar Nero il più antico relitto intatto del mondo;
  • Egitto: a sud del Cairo un laboratorio di mummificazione;
  • Giordania: il pane più antico del mondo;
  • Italia: iscrizione e dimore di pregio scoperte a Pompei;
  • Svizzera: la più antica mano in metallo ritrovata in Europa.

Insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso

Gli archeologi trovano insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso in Bulgaria, nel Mar Nero

Pubblicato su Archaeology in Bulgaria il 23 agosto 2018 da Ivan Dikov; traduzione italiana ad opera di Margherita Guccione

Le rovine di un piccolo monastero medievale (angolo in alto a destra) sono state scoperte tra strutture tracie, bizantine, sulla minuscola isola nel Mar Nero, al largo della costa bulgara. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

Un antico insediamento tracio, un insediamento del primo periodo bizantino e un piccolo monastero tardo medioevale sono stati scoperti dagli archeologi nella piccola isola di San Tommaso (Snake Island) in Bulgaria, nel Mar Nero.

Le strutture archeologiche sull'isola di San Tommaso sono state scoperte nel giugno 2018, durante la prima fase della prima ricerca archeologica condotta sull’isola, guidata dal Prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia.

Nella seconda fase della ricerca, nell'agosto 2018, il team di Hristov ha effettuato una spedizione di archeologia subacquea.

È stata scoperta una fortezza, ormai affondata, dell’Antica Tracia nelle acque tra l’isola e la terraferma bulgara, o quello che un tempo era un istmo, mentre l'isola di San Tommaso era una penisola fino al Medioevo.

I resti archeologici che, invece, sono stati scoperti adesso sull'isola di San Tommaso, comprendono i resti di un antico insediamento tracio risalente alla Prima Età del Ferro, antiche fosse rituali traci e un insediamento Proto Bizantino (Tardo-romano) del V-VI secolo d.C. , e un piccolo monastero medioevale, più precisamente del XII-XIV sec., periodo del Secondo Impero Bulgaro (1185 - 1396/1422).

L'isola di San Tommaso è collocata a nord della foce del fiume Ropotamo, nella Baia di Arkutino, ed è attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

L'esplorazione archeologica dell'isola di San Tommaso nel Mar Nero è stata effettuata secondo i severi requisiti del Ministero dell'Ambiente e delle Acque della Bulgaria, poiché l'isola fa parte della Ropotamo Natural Preserve.

L'isola di San Tommaso giace a sole 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma bulgara, al largo della costa di Primorko, sul Mar Nero. Foto: Municipalità di Sozopol

L'esplorazione stessa dell'isola e la ricerca archeologica subacquea nella Baia di Arkutino sono finanziate dal Ministero della Cultura della Bulgaria.

"Circa un secolo fa, l'isola è stata fotografata da un aero e le foto mostravano i contorni del piccolo monastero", ha detto su Air TV il subacqueo Tencho Tenev, che è stato responsabile della spedizione subacquea.

Il Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, ipotizza che probabilmente ci sono più antiche fosse rituali traci sull'isola di San Tommaso, al largo della costa del Mar Nero, in Bulgaria, Primorsko, oltre alle due che sono state scoperte.

Frammenti di antiche anfore rinvenute nelle fosse indicano che furono utilizzate dagli antichi Traci per rituali sacrificali a partire dal V secolo a.C.

"I reperti esposti indicano che un grande santuario marittimo si trovava sull'isola di San Tommaso", dice il Museo, riferendosi a quella che era una piccola penisola del Mar Nero in quel momento.

"Il posto è stato scelto per una precisa ragione, dal momento che si trovava proprio al largo dell’antica strada che collegava Sozopol (Apollonia Pontica, Sozopolis) a Costantinopoli (all’epoca antica colonia greca di Byzantium o Byzantion)", aggiunge il Museo.

Le rovine recentemente dissotterrate del piccolo monastero che esisteva nel dodicesimo-quattordicesimo secolo sull'isola di San Tommaso. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

La prima e unica precedente spedizione archeologica sull'isola di San Tommaso, in Bulgaria, nel Mar Nero iniziò nel 1955.

Allora gli archeologi portarono alla luce le rovine di una piccola chiesa e alcuni edifici ausiliari. Ora, la spedizione archeologica del 2018 ha ipotizzato, sulla base di quella ricerca, le rovine di quello che era un piccolo monastero medievale.

L'isola di San Tommaso si trova al largo della costa della località bulgara del Mar Nero di Primorsko (che più recentemente ha fatto notizia per la scoperta dell'Antico tesoro tracio d'oro di Primorsko).

L'isola di San Tommaso nel Mar Nero ha un territorio totale di 0,012 chilometri quadrati (12 ettari o 3 acri).

Si trova a soli 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma e a nord della foce del fiume Ropotamo, nella baia di Arkutino, attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve.

È anche conosciuta come Snake Island/Isola dei Serpenti (da non confondere con la Snake Island ucraina - o Serpent Island - nel Mar Nero settentrionale) a causa del gran numero di serpenti d’acqua grigi che la abitano.

La Bulgaria conta solo alcune piccole isole al largo delle sue coste nel Mar Nero (sei, sette o otto a seconda della definizione di un'isola e se le isole ora artificialmente collegate alla terraferma vengono contate.)

Molte di queste erano apparentemente delle penisole, e praticamente tutta la costa del Mar Nero in Bulgaria vanta straordinarie scoperte archeologiche sottomarine, proprio grazie all’inabissamento parziale o totale della costa nella preistoria, nell'antichità e nel medioevo.

Altrimenti, la più notevole delle isole bulgare del Mar Nero, negli ultimi anni, è stata l'isola di Sant'Ivan al largo della costa di Sozopol, che è conosciuta per il suo monastero Paleocristiano/Proto Bizantino dove nel 2010 furono rinvenute le reliquie di San Giovanni Battista, e l'isola di Sant'Anastasia vicino a Burgas con il suo monastero tardo medievale.

Un'altra intrigante storia di archeologia subacquea recentemente collegata al Mar Nero, è stata l'ipotesi che una grande isola affondata esistesse nella zona sud-occidentale, vicino alla costa odierna della Bulgaria e della Turchia.

Un’antica nave romana affondata 2000 anni fa, è stata recentemente scoperta sul fondo del Mar Nero in acque territoriali bulgare dalla spedizione internazionale “M.A.P.”, oltre a diverse dozzine di altri relitti di Età antica, medievale e moderna.

L'antica fortezza tracia affondata, recentemente scoperta presso l'isola di San Tommaso aggiunge un altro grande punto di riferimento archeologico sottomarino per la costa del Mar Nero bulgaro.

Il prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, è un ricercatore di lunga data di siti archeologici lungo la costa bulgara del Mar Nero, tra cui un certo numero di insediamenti e fortezze completamente o parzialmente affondati.

Recentemente ha pubblicato un libro basato su 8 anni di ricerche sul campo di fortezze e insediamenti sulla costa meridionale del Mar Nero della Bulgaria odierna, o quella che una volta era Haemimontus, provincia di Bisanzio.

Il libro è intitolato "Mare Ponticum. Fortezze costiere e zone portuali nella Provincia di Haemimontus, V-VII secolo d.C.", e tratta la provincia di Haemimontus del primo Impero bizantino nella Tarda Antichità e nell'Alto Medioevo.


La linea genetica materna di Ötzi, oggi estinta

14 Gennaio 2016

Ricostruzione di Kennis © Museo Archeologico dell'Alto Adige, Foto Ochsenreiter
Ricostruzione di Kennis © Museo Archeologico dell'Alto Adige, Foto Ochsenreiter

Il profilo genetico di Ötzi, che visse sulle Alpi Orientali attorno al 3250 a. C., nel Calcolitico, era risultato finora elusivo per gli scienziati. In particolare, se da un punto di vista paterno i geni della mummia di Similaun possono ancora essere ritrovati presso le popolazioni oggi esistenti, dubbi sussistevano sui geni provenienti dal lato materno di Ötzi, che non sono invece presenti negli odierni gruppi umani.
Un nuovo studio sul mtDNA (cioè, il DNA mitocondriale, che si trasmette da parte di madre) ha evidenziato come la linea genetica materna (indicata con l'aplogruppo K1f) sia assente o rara nelle moderne popolazioni. Riguardo la sua origine, gli scienziati ritengono che si sia originata a livello locale sulle Alpi almeno 5300 anni fa, e suggeriscono che possa essersi estinta a causa di eventi demografici verificatisi in Europa 5000 anni prima del tempo presente.
Il DNA mitocondriale era già stato analizzato, anzi, era stato il primo ad essere analizzato, nel 1994. Non era però chiaro se l'incapacità di ricollegarlo alle popolazioni attuali fosse dovuta al limitato numero di campioni considerati per il confronto o piuttosto a una reale estinzione.
Mummia_uomo_del_Similaun_sulle_Alpi_italiane_1991
Il padre di Ötzi era invece nativo dell'Europa centrale (provenendo dal Vicino Oriente) e trova nei contadini di Svezia e Bulgaria le maggiori analogie da un punto di vista genetico. I due genitori, insomma, provenivano da contesti diversi dell'Europa preistorica.Leggere di più


Completata la prima stagione del Black Sea M.A.P.

23 Dicembre 2015
Black_Sea_map
Completata la prima stagione (di tre) del Black Sea Maritime Archaeology Project (Black Sea M.A.P). I rilevamenti hanno coperto quest'anno 1000 km² nel Mar Nero.

Link: Novinite
Il Mar Nero, di User:NormanEinstein, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Ahmet Gürsakal.

Bulgaria: un altare trace in creta del quarto secolo a.C.

29 Novembre 2015
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Un altare trace in creta del quarto secolo a. C. è stato ritrovato presso le Miniere Orientali di carbone Maritsa, vicino Radnevo, nella provincia bulgara di Stara Zagora. Le decorazioni sono tipiche del mondo trace-ellenico, e l'altare ha base cilindrica, con la parte superiore che è rettangolare. La creta è ritenuta di alta qualità, e si tratta del primo altare di questo genere ad essere ritrovato in Bulgaria.
I reperti sono stati ritrovati presso un nuovo insediamento, risalente ai Traci e ad epoca romana: la scoperta segue quella di vicine strutture Bizantine e dell'Impero Bulgaro, risalenti alla tarda antichità e al Medio Evo, e ritrovate presso la miniera settentrionale di Troyanovo.
Testo sintetizzato e tradotto da: Archaeology in Bulgaria
La provincia di Stara Zagora, di NordNordWest, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Пакко.
 


Bulgaria: un pendente da Solnitsata il più antico gioiello in oro europeo

24 Novembre 2015
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Un pendente in oro da Solnitsata, datato a 6300 anni fa, è il più antico gioiello in oro lavorato europeo. Del peso di 2 grammi, è fatto di oro a 23-24 carati.
Solnitsata, che col suo nome fa riferimento al sale che era lì lavorato già in epoca preistorica, è ritenuto il più antico insediamento europeo. Si trova nei pressi della città di Provadia, nella provincia bulgara di Varna.
Oltre al gioiello in oro, si sono ritrovate centinaia di altri reperti. La necropoli di Solnitsata è datata al 4300 a. C., e cioè al Tardo Calcolitico, ma il prof. Vasil Nikolov ritiene che il pendente possa essere di duecento-trecento anni precedente.
Sintesi e traduzione da: Archaeology in Bulgaria
Link ulteriori: The History Blog
La provincia di Varna in Bulgaria, di NordNordWest, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Пакко.
 


Bulgaria: dieci sepolture dalla necropoli vicino Baley

27 Ottobre 2015
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Dieci tombe da una necropoli della Tarda Età del Bronzo ed esordi dell'Età del Ferro da Baley, nel distretto bulgaro di Vidin. Apparterrebbero alla cosiddetta Cultura della Ceramica Incrostata del Basso Danubio.
I ritrovamenti appartengono a tre diverse fasi, dal 1600 al 1100 a. C.
Sintesi da Archaeology in Bulgaria.
La provincia di Vidin, in Bulgaria, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da MrPanyGoff (Vidin_Oblast_map.png: Original uploader was Ljubo at bg.wikipedia derivative work: MrPanyGoff - Vidin_Oblast_map.png).