Scavi Regio V di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Amministrare Pompei. Tra vita politica ed elezioni

Dai numerosi documenti a nostra disposizione possiamo intuire quanto la politica appassionasse anche gli antichi Romani. Molte informazioni, ancora una volta, ci giungono da un sito campano che costituisce per gli studiosi moderni un pozzo prezioso di informazioni a 360 gradi: Pompei. Ma cosa sappiamo della vita politica pompeiana?

Prima dell’80 a.C. le informazioni sono molto scarse. Sappiamo che all’epoca delle guerre sannitiche la città faceva parte della lega delle città campane con a capo Nuceria (Nocera) e che questa lega prese parte agli scontri contro Annibale come alleata di Roma. Relativamente alla forma di governo si sa solo che le città sannite erano rette da un magistrato supremo chiamato meddix tuticus a cui spettava l’amministrazione della giustizia.

Solo dal II secolo a.C. in poi la documentazione epigrafica ci consente di sapere che la città era retta da magistrati eletti annualmente e da un consiglio formato da ex magistrati. Ma tra il 91 a.C. e l’89 a.C., dopo la cosiddetta guerra sociale combattuta contro Roma insieme ai soci italici per ottenere la cittadinanza, la situazione mutò nuovamente.

Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Pompei venne conquistata dalle truppe romane e divenne un municipium. I Pompeiani avevano tutti gli obblighi dei cittadini romani – per esempio fiscali e militari – ma non i diritti. Roma però lasciò una certa autonomia amministrativa locale affidata ad un collegio di quattro magistrati (quattuoviri), accanto ai quali vi era un questore. Nell’80 a.C. le cose però cambiarono. Silla fonda la Colonia Cornelia Veneria Pompeianorum e gli scenari politici crearono una serie di problemi soprattutto nell’amministrazione che ancora oggi vengono discussi. Il vecchio e il nuovo riuscirono a convivere con qualche modifica e ai quattuoviri municipali si sostituirono due coppie di duoviri. La più importante, quella costituita dai duoviri iure dicundo venne preposta all’amministrazione della giustizia. A questi duoviri spettava inoltre il compito di convocare e presiedere le assemblee che eleggevano i magistrati e il consiglio cittadino (ordo decuriorum) composto dagli ex magistrati. L’altra coppia di duoviri, definiti (duoviri viis aedibus sacris publicis procurandis) si occupava della cura delle vie, degli edifici sacri e pubblici, dei mercati e dell’ordine pubblico. Dopo gli anni 45 – 40 a.C. i duoviri vennero chiamati aediles (edili). Ogni cinque anni, al posto dei duoviri iure dicundo venivano eletti dei duoviri detti quinquennales a cui spettava il compito di censire i cittadini e aggiornare le liste del censo. A questi magistrati, paragonabili per funzioni ai censori romani, spettava inoltre l’aggiornamento dell’albo dei decurioni e bandire i comportamenti considerati poco consoni rispetto alla moralità pubblica.

Iscrizioni in via dell'Abbondanza, Pompei. See page for author [Public domain]
Iscrizioni in via dell'Abbondanza, Pompei. See page for author [Public domain]
Ogni anno, quindi, i cittadini erano impegnati con le votazioni e la campagna elettorale animava la città. Chi votare, il partito da seguire, i candidati dell’opposizione, meriti e demeriti venivano infatti discussi in quasi tutti i luoghi di Pompei, dalle strade alle tabernae. Un’eco della vita politica dell’antica città ci è rimasto anche nei numerosi manifesti elettorali variamente sparsi in diversi luoghi che invitavano i cittadini a votare questo o quel candidato.

 

Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Il termine “candidato” deriva proprio da una speciale toga bianca, candida, che nel periodo pre -elettorale indossavano i vari aspiranti al potere. Differentemente dai nostri manifesti elettorali fatti di carta, quelli di Pompei e delle antiche città romane venivano scritti direttamente sui muri. I “programmata”, questo il loro nome, venivano infatti dipinti sui muri di case o di edifici, non essendoci all’epoca spazi appositi destinati alla propaganda elettorale. I muri scelti venivano quindi predisposti ad ospitare le scritte grazie ad un’imbiancatura a calce affidata ad un dealbator, che di notte a lume di lucerna era aiutato da un lanternarius. I manifesti elettorali non erano opera del candidato, ma questo aveva cura di fare una buona campagna elettorale cercando con ogni mezzo di rendersi popolare, di cercare seguaci, anche con delle donazioni e di curare soprattutto le pubbliche relazioni.

Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Iscrizioni elettorali a Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Quando il politico doveva incontrare i suoi elettori, portava sempre con sé uno schiavo, chiamato nomenclator, che aveva lo specifico ruolo di ricordare al padrone i nomi dei personaggi che incontrava o che lo salutavano. Una curiosità è che a firmare i manifesti elettorali non erano i candidati ma… amici, familiari e parenti e anche le corporazioni cittadine! Abbiamo diverse testimonianze sparse per la città. I fullones (lavandai) chiedevano di votare per Olconio Prisco come duoviro e la scritta la si può leggere all’ingresso della fullonica di Stephanus. Gli aurifices, ovvero gli orefici, chiedevano invece di sostenere Caio Cuspio Pansa all’edilità sul muro dell’edificio di Eumachia e i venditori di focacce parteggiano invece per Trebio Valente come edile. Cosa c’era scritto in un manifesto? Di regola, dopo il nome del candidato e l’indicazione della magistratura a cui questo aspirava, si scriveva una formula breve che conteneva una sorta di invito a votarlo, un esempio è l’abbreviazione OVF (Oro Vos Faciatis, “vi prego di farlo, di votarlo”).

Inoltre, come buona regola per un politico, era opportuno che questo fosse lontano da scandali e pettegolezzi e che la sua immagine fosse quanto più “candida” possibile, come la sua veste. Quindi nei manifesti non era raro trovare un elenco di sue virtù come Dignum Rei Publicae, virumbonum, dignissimus, probissimus o optimus. A Pompei possiamo imbatterci in due tipologie di programmata: gli antiquissima e i recentiora. I primi risalenti al periodo precedente la fondazione della colonia (quindi prima dell’80 a.C.), mentre gli altri sono quelli che si datano agli ultimi 17 anni della vita della città. Anche se le donne non avevano diritto di voto, le pompeiane seguivano con molta passione la politica e capeggiavano animatamente per le varie fazioni. Dei 2.500 “manifesti” elettorali trovati, molti sono firmati da donne: in tutto 52 a sostegno di 28 candidati.

Non sempre le preferenze vertevano sulle qualità del candidato, piuttosto lo si seguiva per popolarità. Asellina che vendeva bevande nel suo thermopolium su via dell’Abbondanza, ospitava sul muro del suo esercizio un manifesto elettorale dove invitava a votare per Caio Lolio Fusco, candidato come “duoviro edibus sacris publicis procurandis”; con lei, a parteggiare per questo politico anche le Aselline, cioè le sue lavoranti.

Scavi Regio V di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Scavi Regio V di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Iscrizioni elettorali sono state ritrovate anche nei recenti scavi della Regio V e i candidati sono abbastanza noti in città:

Helvium Sabinum

Aedilem d(ignum) r(ei) p(ublicae)

v(irum) b(onum) o(ro) v(os) f(aciatis)

“Vi prego di eleggere Elvio Sabino edile, degno dello stato, uomo buono”.

Scavi Regio V di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Scavi Regio V di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

L(ucium) Albucium aed(ilem)

Gli Albucii, famiglia in vista della città, dovevano essere i proprietari della Casa delle Nozze d’Argento, abbastanza vicina al luogo di ritrovamento dell’iscrizione. Particolare che salta subito agli occhi, lo strato di pittura bianca su cui sono stati realizzati i “programmata”, steso forse dal dealbator  per coprire altre scritte elettorali e per assicurare una regolare superficie scrittoria.

 

 


Marco Minucio e l'imperium aequatum

L’articolo che segue mostra come dallo studio di una fonte epigrafica si possa confermare o negare informazioni che la tradizione storiografica pone come controverse.

L’iscrizione in questione (96 × 70 × 69 cm) proviene da un grande altare di pietra dei Colli Albani, sicuramente peperino, ritrovato nel 1862 a Roma, in via Tiburtina, presso la Basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, e oggi conservato nel Museo del Palazzo dei Conservatori (Musei Capitolini) di Roma[1].

 

Hercolei / sacrom / M(arcus) Minuci(us) C(ai) f(ilius) / dictator vov(it).

 

«Marco Minucio, figlio di Gaio, dittatore, votò [questo] sacro [donario] a Ercole».

Ercole Marco Minucio
Dedica votiva a Ercole da parte di M. Minucio (CIL VI, 284 (p. 3004, 3756) = CIL I, 607 (p. 918) = ILS 11 = ILLRP 118 (p. 319) = AE 1991, 211a). Base di donario, pietra peperino, ultimo quarto del III sec. a.C. Roma, Musei Capitolini. Foto di Marie-Lan Nguyen (User:Jastrow) 2009, CC BY 2.5

 

Come lascia intendere il titulus, l’altare doveva costituire un donario votato ad Ercole, divinità tutelare a cui molti generali romani, tra il III e il II secolo a.C., si rivolgevano per la buona riuscita delle proprie imprese all’estero.

Il nome della divinità (Hercoles) è posto enfaticamente all’inizio dell’iscrizione, in alto. Alcuni tratti notevoli del ductus del documento sono la r, che presenta l’occhiello non chiuso, e la l, che mostra l’asta orizzontale con un grado inferiore a 90° rispetto a quella verticale; quanto alla forma della m, essa risente dell’influenza etrusca.

L’uscita in -om, anziché in -um, dell’accusativo singolare dei nomi della seconda declinazione e degli aggettivi di prima classe, equivale a quella dell’accusativo greco in -ον e segnala che, nella seconda metà del III secolo a.C., il fenomeno fonetico e grafico dell’oscuramento non si era ancora verificato.

Alla r.3 compare la sequenza onomastica del dedicatario: M(arcus) Minuci(us) C(ai) f(ilius).

Nel commento alla scheda dell’ILLRP, Degrassi ha osservato che «in latere sinistro extat nota l i xxvi»[2]. Si tratterebbe di una marca: nei giacimenti di pietra (lapicedinae), infatti, era consuetudine presso i Romani contrassegnare il materiale estratto con un numero di serie relativo alla squadra di operai (brachium), preposta allo scavo, e al settore del fronte di taglio al quale gli operai erano stati assegnati. Il primo ad interessarsi a questo genere di marcature fu Bruzza: questi, in un contributo del 1870, affermò che Ritschl aveva inteso la sigla in esame come l(egiones) I (et) XXVI, ipotizzando che il reperto provenisse proprio da una cava assegnata a due reparti militari – cosa probabile! – e che fosse stato estratto dai soldati stessi dopo il congedo (ma ciò non è attestato!)[3]. Theodor Mommsen, invece, ritenne trattarsi della stima effettiva del donativo votato a Ercole dai soldati per tramite del dittatore, e, pertanto, sciolse l’abbreviazione in l(oricae) i(nlatae) XXVI. Più verosimile appare l’ipotesi avanzata da Henzen, il quale, intervenuto sul testo, interpretò la sigla come l(oco) i‹n(numero)› XXVI: la marca, a suo dire, indicava il numero di comparto da cui la lastra era stata estratta[4]. Più recente è stata la congettura dell’archeologo italiano La Regina, secondo il quale la sigla andrebbe interpretata come (in) l(ibro) I (loco) XXVI, cioè come numero del catalogo di opere d’arte esposte[5].

Quanto al nome gentilizio del dedicante, Kaimio ha mostrato che l’abbreviazione in Minuci del nominativo si spiega grazie al concorso combinato di ragioni di spazio, di ordine fonologico e di influssi etruschi[6].

Da un confronto con le fonti storiografiche, il personaggio in questione sarebbe Marco Minucio (Rufo), uomo politico romano vissuto verso la fine del III secolo a.C., che, malgrado le origini plebee, nel 221 divenne console e nel 216 morì combattendo a Canne[7].

Un aspetto poco chiaro della carriera politica di Marco Minucio è costituito dal titolo di dictator con cui egli si fregia nel titulus preso in esame. A questo proposito, Polibio è molto esplicito: egli informa che, nel 217, siccome i senatori accusavano e biasimavano Q. Fabio Massimo per la sua eccessiva prudenza nel gestire l’invasione annibalica, «avvenne allora quello che mai era accaduto: a Marco Minucio assegnarono i pieni poteri (αὐτοκράτορα γὰρ κἀκεῖνον κατέστησαν), convinti che avrebbe rapidamente condotto le cose a buon fine; in due, dunque, erano diventati i dittatori per le stesse operazioni, cosa che presso i Romani non era mai accaduta prima» (III 103, 4)[8].

Vale la pena di soffermarsi sul fatto che la testimonianza polibiana costituisca il tipico caso in cui un autore greco del II secolo a.C. trovasse difficoltà nel tradurre dal latino il nome di un’istituzione o di una carica pubblica romana. D’altronde, il dictator latino non aveva corrispondenza nel mondo greco, ma il termine che Polibio adottò, comunque, implicava l’idea di un individuo dotato di un potere esercitato per sé e da sé, senza essere eletto né nominato da un’assemblea, né tantomeno senza la consultazione di altri. È vero anche che la notizia riportata dallo storico megalopolita segnala un’alterazione: la dittatura romana, infatti, non era una magistratura collegiale, ma poteva essere affiancata, nel suo esercizio, da una figura subalterna, il magister equitum; colui che era chiamato ad assumere il mandato non era certamente eletto da un’assemblea popolare, ma veniva investito (dictus) dal console in carica. Si trattava, infine, di una magistratura straordinaria, necessaria solamente in casi di eccezionale gravita, quali la presenza sul territorio di un nemico, l’urgenza di sedare rivolte o rivoluzioni, e altre calamità politico-istituzionali che impedissero la regolare gestione della cosa pubblica. Il mandato durava normalmente sei mesi, tempo limite entro il quale il dictator doveva portare a termine tutti i provvedimenti e le soluzioni per i quali era stato indicato; in quel lasso di tempo, il prescelto deteneva il summum imperium e concentrava nelle proprie mani le prerogative di entrambi i consoli.

Il caso di Marco Minucio, stando dunque alla testimonianza polibiana, fu davvero eccezionale, un fatto senza precedenti: la gravità della situazione (Annibale era alle porte!) era tale da indurre ad alterare un’istituzione tanto rigida come la dictatura. Gli altri autori a disposizione per ricostruire la vicenda, tuttavia, non sono così espliciti, ma anzi sembrano, in un certo senso, contraddire quanto riportato da Polibio.

Ad esempio, Livio – o sarebbe meglio dire la sua fonte annalistica per il periodo, Fabio Pittore, il quale mostra di nutrire poca simpatia nei confronti di Marco Minucio Rufo –, riferisce che, in piena guerra annibalica, il comandante romano, mentre si trovava ad operare nel Sannio in qualità di magister equitum di Fabio Massimo, decise di assalire una parte dell’esercito punico intento a foraggiare. Ad un certo punto, il racconto liviano – o meglio la sua fonte annalistica – riferisce che, a seguito del confronto armato nei pressi di Gereonium, si contarono sex milia hostium caesa, quinque admodum Romanorum: per Minucio si trattò di una vittoria ottenuta al prezzo di numerose perdite, a ben guardare. Eppure – continua la fonte –, famam egregiae uictoriae cum uanioribus litteris magistri equitum Romam perlatam («il magister equitum in un suo dispaccio mendace fece pervenire a Roma la notizia millantatrice di una spettacolare vittoria»)[9]. Per mettere a tacere discussioni, critiche e voci dubbie sulla vicenda, Livio riproduce il discorso pubblico tenuto da uno dei tribuni della plebe, certo Marco Metilio, il quale, siccome Gaio Flaminio era caduto in combattimento al lago Trasimeno, l’altro console, Gneo Servilio Gemino era stato incaricato di fiaccare la flotta punica nel Tirreno e i due pretori erano occupati a presidiare Sicilia e Sardegna, avanzò la proposta de aequando magistri equitum et dictatoris iure: il conferimento di un aequatum imperium avrebbe comportato la piena parità di poteri fra Fabio Massimo e Marco Minucio[10]. Con buona pace della fonte liviana, che chiaramente parteggia per Massimo, nella figura di Metilio si potrebbe ravvisare la posizione condivisa fra quanti, all’interno del Senato, non gradissero la politica prudente del Cunctator. La testimonianza annalistica, alla fine, riversa tutto il proprio astio nei confronti di Minucio, stigmatizzando la sua arroganza (Livio connota l’atteggiamento del personaggio con le seguenti espressioni: grauitas animi, cum inuicto…animo, utique immodice immodesteque…gloriari), non appena quello fu raggiunto dalla lettera del Senato che lo informava dell’equiparazione dei comandi[11]. Ad ogni modo, considerando la versione liviana (o fabiana) a confronto con quella polibiana, l’autore patavino non nomina mai Minucio in qualità di dictator – anzi sembra quasi si astenga coscientemente dal farlo.

Una testimonianza simile, benché molto più audace, appare in Appiano, il quale riporta che il Senato, durante la guerra annibalica, diede disposizioni affinché il magister equitum, Minucio, detenesse un’autorità equiparata in tutto e per tutto a quella del dictator (ἴσον ἰσχύειν αὐτῷ τὸν ἵππαρχον)[12].

Contrariamente alla superiorità numerica delle fonti antiche che formano la tradizione secondo cui Minucio non sarebbe stato incaricato formalmente della dictatura (Nepote, Valerio Massimo, Cassio Dione, Zonara, e l’anonimo de viris illustribus), Dorey si è detto convinto che le prove materiali sembrano, tuttavia, confermare la testimonianza di Polibio: la dedica a Ercole, a suo dire, costituirebbe «a conclusive proof that Minucius was formally and officially appointed Dictator by the plebiscite of Metilius»[13]. Lo studioso, addirittura, ha ipotizzato che il documento in questione facesse riferimento a una possibile dittatura anteriore al 217[14].

La questione, però, si complica ulteriormente, confrontando la testimonianza di Plutarco (Vita Marcelli) e quella di Valerio Massimo, a proposito della dittatura del 220 a.C. Plutarco, infatti, racconta che il dittatore, Minucio, al momento di nominare il proprio magister equitum, Gaio Flaminio, si udì un topolino squittire: la folla dei cittadini interpretò tale coincidenza come un presagio ostile e costrinse i magistrati ad abbandonare le proprie cariche, perché fossero sostituiti da altri. L’episodio è esattamente ripreso da Valerio Massimo, ma con l’unica grande differenza che, al posto di Minucio, compare nientemeno che il Temporeggiatore[15].

L’indicazione offerta da Valerio Massimo, in effetti, trova conferma in Livio e nel cosiddetto Elogium Fabii, testimonianze che provano che Quinto Fabio Massimo sia stato dittatore prima del 217 a.C.[16]

Per Dorey, comunque, Marco Minucio fu nominato dictator comitiorum habendorum causa, per venire a capo del conflitto d’interesse fra i consoli per regolare la convocazione dei comitia, in vista delle elezioni dei magistrati per l’anno successivo. Jahn, al contrario, si è detto convinto che Minucio fosse stato realmente dittatore sia nel 220 sia nel 217 a.C.[17]

Càssola e Meyer sembrano avere colto meglio nel segno, inserendo tutta la vicenda di Minucio nel più ampio rapporto conflittuale fra il Senato e Fabio Massimo[18].

Quanto all’Elogium Fabii, esso testimonia che Q. Fabio Massimo fu davvero dittatore nell’anno 220 a.C. e si scelse C. Flaminio in qualità di subalterno. Tre anni dopo, però, allorché si presentò una nuova situazione d’emergenza, il Senato, per evitare che lo stesso Fabio potesse scegliersi come vice un altro fra gli outsider politici legati al proprio clan gentilizio, approvò l’aberrante rogatio elettiva del magister equitum. Tra l’altro, siccome l’unico console in vita, Gneo Servilio, conduceva le operazioni belliche sul mare e a causa di ciò non poteva essere in patria in quel momento per nominare un dictator, a Fabio Massimo fu conferito un imperium pro dictatore.

Elogium Fabii Quinto Fabio Massimo
Elogium Fabii (CIL XI 1828 = CIL I, p. 193 = ILS 56 = Inscr. It. XIII 3, 80 = AE 2003, +267 = AE 2011, +361). Tabula onoraria, marmo, 2 a.C. - 14 d.C., da Arezzo. Firenze, Museo Archeologico Nazionale. Foto di SailkoCC BY 2.5

 

La statua di Quinto Fabio Massimo nei giardini del Palazzo di Schönbrunn a Vienna. Monumento sottoposto a tutela col numero 114069 in Austria. Foto di Herzi PinkiCC BY-SA 4.0

Plutarco (Vita Fabii) riprende sostanzialmente la versione degli eventi fornita da Livio, riportando che il tribuno Metilio avanzò la proposta di equiparare i poteri di Minucio e di Fabio, perché in tal modo essi potessero condividere con pari diritto e pari dignità la conduzione della guerra annibalica[19]. Una conferma della promulgazione della rogatio deriva dallo stesso Elogium Fabii: alle rr. 9-12, infatti, si dice che magistro/ equitum Minucio quoius popu-/lus imperium cum dictatoris / imperio aequauerat.

Meyer, però, non nascondeva la propria perplessità circa la bontà della dedica a Ercole, ma si chiedeva se, in qualche modo, Minucio avesse voluto autorappresentarsi in maniera del tutto differente rispetto a quanto le fonti letterarie tramandano. Tuttavia, la posizione dello studioso appare infondata, perché è vero che, tendenzialmente, le fonti epigrafiche non contrastano con la fattualità del contesto storico che le ha prodotte. Al limite, forse, si potrebbe pensare che, a quei tempi, chiunque leggesse quella dedica sorridesse maliziosamente di fronte all’arrogante pretesa di Minucio nel fregiarsi di un titolo che non doveva affatto appartenergli[20].

Come, infine, ha puntualizzato Degrassi nella nota di commento all’iscrizione, Marco Minucio fu eletto collega di Fabio Massimo secondo le indicazioni della lex Metilia del 217 a.C. Quanto ai Fasti Capitolini, invece, non risulta alcuna menzione di una simile co-dittatura[21].

 

***

 

Note:

[1] Si tratta di una roccia magmatica (trachite o tefrite) caratterizzata da una colorazione grigia e macchiettata da piccoli granuli di biotite (mica), simili a grani di pepe, dai quali deriva il nome. L’indicazione del litotipo permettono di ricostruire la provenienza del materiale, il suo ruolo e la sua importanza a livello commerciale, la sua area di diffusione e la sua presenza sul mercato nell’antichità.

[2] Degrassi A., Inscriptiones Latinae liberae rei publicae (illrp), i, Firenze 19652, 90.

[3] Bruzza L., Iscrizioni dei marmi grezzi, Annali dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica 42, 1870, 114 (= Ritschl cit., IX).

[4] Cfr. ibid.

[5] La Regina A., Tabulae signorum urbis Romae, in Di Mino R.M. (ed.), Rotunda Diocletiani. Sculture decorative delle terme nel Museo Nazionale Romano, Roma 1991, 5, n.1: secondo lo studioso, il reperto, come altri, dovette godere almeno in età imperiale di una qualche forma di musealizzazione. L’ipotesi di per sé non è peregrina, dato il fatto che nel corso del II sec. d.C. in tutto il mondo romano si diffusero le scuole di retorica ispirate alla corrente della Seconda Sofistica, i cui metodi d’insegnamento e di apprendimento consistevano proprio nel cimentarsi in descrizioni di opere d’arte.

[6] Kaimio J., The nominative singular in -i of latin gentilicia, Arctos 6 (1969), 23-42.

[7] Münzer F., s.v. Minucius52, RE XV, 2 (1932), 1957-1962.

[8] Pol. III 103, 4.

[9] Liv. XXII 24, 11-14, in part. 14.

[10] Liv. XXII 25, 10.

[11] Liv. XXII 26, 5-6; 27, 1-2.

[12] App. Hann. III 12.

[13] Dorey T.A., The Dictatorship of Minucius, JRS 45 (1955), 92.

[14] Ibid.

[15] Cfr. Plut., Marcel. 5, 4, con Val. Max., I 1, 5. Dorey T.A., ibid., che riferisce che Scullard, convenendo con Münzer, ha sostenuto che il Μινουκίου di Plutarco si trattava di un errore della tradizione manoscritta e che si doveva emendare in Μαξίμου.

[16] Cfr. Liv. XXII 9, 7, e CIL XI 1828 = CIL I, p. 193 = ILS 56 = Inscr. It. XIII 3, 80 = AE 2003, +267 = AE 2011, +361.

[17] Jahn J., Interregnum und Wahldiktatur, Kallmuenz 1970, 113-115.

[18] Si vd. Càssola F., I gruppi politici romani nel III secolo a.C., Trieste 1962, 261-268, e Meyer E., Römische Annalistik im Lichte der Urkunden, ANRW I.2 (1972), 975-978.

[19] Plut., Fab. 10, 1.

[20] Per Meyer E., Römische Annalistik…, cit., tutte le fonti concordano nel descrivere Marco Minucio come un uomo particolarmente spavaldo e arrogante.

[21] L’assunto di Degrassi ha ispirato Meyer a ritenere che Minucio non fosse mai stato riconosciuto ufficialmente come dictator.


Venezia: convegno “La falsificazione epigrafica in Italia”

FAKE NEWS DEL PASSATO

A CA’ FOSCARI IL PIÙ IMPORTANTE CONVEGNO EUROPEO

A Venezia dal 10 al 13 ottobre oltre 50 specialisti nello studio dell’autenticità di iscrizioni e manoscritti antichi. Il caso: Da Arezzo a Baltimora sulle tracce del falsario Sententiosus

 

VENEZIA - La diffusione di informazioni false non inizia con il web: anche iscrizioni antiche, o apparentemente tali, possono ingannare. Una recente scoperta di due studiosi italiani, ad esempio, ha dimostrato che due reperti simili conservati in Italia e a Baltimora e ritenuti iscrizioni paleocristiane in realtà sono stati acquistati sul mercato antiquario romano ai primi del Novecento, opera di un falsario moderno e parte di una stessa serie.

“Questa importante scoperta  - commenta Lorenzo Calvelli, ricercatore di Epigrafia latina all’Università Ca’ Foscari Venezia e tra i principali studiosi del problema delle false iscrizioni nella storia - porterà auspicabilmente al riconoscimento di altri manufatti prodotti dalla stessa mano e disseminati in altre collezioni e musei d'Europa e del mondo”.

Per smascherare le fake news del passato sono infatti al lavoro da anni esperti di storia antica che, analizzando reperti posseduti dai antiquari, musei e collezioni private, riescono a verificare l’autenticità delle fonti.

Il problema della falsificazione storica e lo studio dei manoscritti, con particolare riferimento a quelli che tramandano il testo di iscrizioni antiche, genuine o inventate in tempi più recenti, ma 'spacciate' per autentiche saranno al centro di due convegni a Venezia dal 10 al 13 ottobre, tra cui il più importante convegno europeo di epigrafia romana, organizzato dall’Università Ca’ Foscari Venezia. Oltre 50 specialisti provenienti da Italia e Francia si riuniranno per confrontare le proprie ricerche.

Nel convegno “La falsificazione epigrafica in Italia” (www.unive.it/data/agenda/1/21789) saranno presentati importanti risultati che hanno consentito di smascherare la natura contraffatta di alcuni reperti considerati genuini, nonché di riconoscere che certi manufatti erano stati giudicati troppo severamente, essendo in verità autentici. Il convegno è organizzato nell’ambito del progetto triennale "False testimonianze" coordinato da Lorenzo Calvelli e finanziato da Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tra i progetti di interesse nazionale (Prin).

Una specifica sessione sarà infine dedicata al tema delle copie, che sono oggetti non creati a scopo di dolo, ma per fini conservativi o didattici. L'importanza delle copie, a volte risalenti anche a secoli fa, si sta rivelando sempre più significativa, dal momento che molti originali sono scomparsi nel corso del tempo o si trovano oggi in zone del mondo non più accessibili.

IL CASO

Da Arezzo a Baltimora: sulle tracce del falsario Sententiosus

Nella Casa Museo Ivan Bruschi di Arezzo (www.fondazioneivanbruschi.it/casa-museo) è conservata una misteriosa iscrizione latina, incisa su una piccola lastrina di marmo e finora completamente sfuggita agli occhi degli esperti. Le uniche informazioni note riguardano la provenienza del reperto: esso era un tempo conservato nella collezione privata della famiglia dei conti Vitali, anticamente esposta nella loro splendida villa a Fermo nelle Marche e oggi dispersa. La lastrina riporta una citazione di un salmo biblico "Erudimini qui iudicatis terram", cioè "Imparate, voi che giudicate la terra".

Lo studio del reperto, condotto da Andrea Raggi (Università di Pisa) e Carlo Slavich (Sapienza Università di Roma), getta nuova luce anche su un altro singolare manufatto iscritto, conservato presso il Johns Hopkins Archaeological Museum di Baltimora.

Fino a oggi quest'ultima iscrizione era stata universalmente accolta come genuina dalla critica e classificata come iscrizione sepolcrale cristiana. Una fortunata coincidenza consente di dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che i due reperti iscritti, entrambi acquistati sul mercato antiquario romano ai primi del Novecento, sono opera di un falsario moderno e parte di una stessa serie. Per il carattere edificante delle iscrizioni, il loro autore è stato definito dai due studiosi Sententiosus, cioè produttore di sentenze.

Testo e immagini dall'Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia