Milano: la mostra “Nudo armato” di Stefano Iannuso

01 Ottobre - 23 Dicembre 2020

Marset showroom, via dell’Annunciata, 29, Milano dal lunedì al venerdì h: 9 - 13 / 14.30 - 18.30

Vernissage:

01.10.2020 a partire dalle 17:00h

Nel rispetto delle norme anticovid, l’ingresso è consentito ad un massimo di 10 persone per volta.

Le visite si terranno con turni alle h: 17:00, 18:00, 19:00, 20:00.

Si prega di prenotare via whatsapp al numero 349-2664771 (Angelo De Grande) indicando il totale dei partecipanti e l’orario di visita.

Stefano Iannuso Nudo armatoDopo mesi di paure e incertezze, in attesa di riprendere il progetto Art in Light, Marset Italia e Sudestasi contemporanea continuano la loro collaborazione e presentano Stefano Iannuso - “Nudo armato”, personale fotografica dell’artista siciliano con base a Milano, a cura di Sarah Campisi nello showroom Marset in via dell’Annunciata, 29.

Più di ogni altra cosa, questo periodo ci ha fatto riflettere intensamente sul concetto di casa, l’importanza dello spazio che ci costruiamo intorno e sul ruolo che investe nella nostra vita e nella serenità della nostra esistenza.

Nudo armato” indaga e cerca di sviscerare queste sensazioni tramutate in convinzioni, mettendo in relazione due tipologie di fotografia apparentemente opposte, ma in realtà molto, forse troppo, simili.

Il minimalismo delle architetture, le geometrie asettiche delle facciate, la sinuosità dei corpi nudi, l’intimità delle curve, trovano il loro spazi all’interno dei saloni marset dove i contrasti del bianco e nero delle fotografie trovano piena armonia con il light design dell’azienda catalana.

 

Stefano Iannuso

Siracusano con base a Milano, inizia la sua ricerca fotografica nel 2013 da autodidatta. Con un linguaggio espressivo basato sull’uso del bianco e nero, dai contrasti forti e definiti, trova il suo spazio a Milano, dove vive e lavora, dopo 5 anni passati a Londra.

La sua produzione spazia dalla street photography, all’architettura, ai ritratti per arrivare ai nudi rigorosamente senza volto.

I dettagli di palazzi, corpi, volti, familiari all’immaginario collettivo, si decontestualizzano nel minimalismo della composizione e diventano specchio di quel sentimento di spaesamento alla perenne ricerca della bellezza in una società in profondo mutamento che riflette le nuove generazioni.

 

Si ringrazia l'organizzazione per locandina e comunicato stampa della mostra “Nudo armato” di Stefano Iannuso


Rigoletto, scacco al re al Teatro Nuovo di Spoleto

“Necessariamente l’orchestra doveva essere in scena, quindi vedendo che c’era una pedana quadrata, non volevo rinunciare a quella che è la missione del Lirico Sperimentale - ovvero trasformare i cantanti in interpreti - e così ho pensato a una partita a scacchi, anche perché Giuseppe Verdi giocava a scacchi, erano le sue pubbliche relazioni” nell’introdurre allo spettacolo la regista Maria Rosaria Omaggio non lascia adito a dubbi: il Rigoletto che vedremo rappresentato al Teatro Nuovo di Spoleto avrà una scacchiera.

Rigoletto scacchi
Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

 

E così è stato ieri sera, alla prima. Anche avere l’orchestra in scena e non in buca ha destato sorpresa e compiacimento, ma anche qualche difficoltà. “Le distanze sono gigantesche e questo crea dei problemi di assestamento e di ritardo del suono – mi aveva spiegato il direttore d’orchestra Marco Boemi – l’orchestra è sui due lati della scacchiera ed è geniale perché in questo modo tutto quello che nelle recite normali è un corrispettivo solo uditivo, qua vedo tutto il pensiero che c’è dietro”. Si riferisce, ad esempio, al flauto che da simbolo di purezza e candore nelle varie arie canta con Gilda (interpretata a rotazione nelle repliche da Zuzana Jeřábková, Vittoria Magnarello e Yulia Merkudinova), il clarinetto che canta con Rigoletto (il ruolo a rotazione di Luca Bruno, Luca Simonetti e Alan Starovoitov), o quando il violoncello, il contrabbasso e il corno inglese colorano la musica di note scure per dedicarsi alla vendetta, all’inganno e al dolore.

Il COVID-19 ha costretto il Teatro Lirico Sperimentale ad un nuovo allestimento, non più definito da Andrea Stanisci come era in principio ma affidato alla Omaggio che racconta il lavoro svolto con i ragazzi durante le prove, perché potessero sentirsi presenti a sé stessi: “Era molto difficile perché non avrebbero potuto appoggiarsi a un tavolo, non avrebbero potuto bere da un bicchiere vero, non avrebbero avuto una sedia dove sedersi, non avrebbero potuto toccarsi perché dovevano mantenere le distanze e quindi la gestualità diventava ancora più difficile, a cavallo di uno scacco, di un personaggio ma anche nelle relazioni fra loro”. Dopo le prime tre anteprime svoltesi in settimana però ensemble, interpreti e il coro diretto dal maestro Mauro Presazzi, sembrano aver acquisito scioltezza nei movimenti e padronanza del testo. Gli intermezzi di applausi parlano chiaro.

Ma l’idea degli scacchi è casuale? Chiedo, anche perché la partita che si gioca in scena con pedine viventi è reale ed è stata studiata appositamente dagli istruttori della Federazione Scacchistica Italiana. “Mio padre giocava molto bene a scacchi e anche mio fratello, quindi dedico a loro questa idea - risponde la Omaggio con un sorriso, poi riprende – Verdi non era un grande scacchista, ma veniva accolto molto volentieri soprattutto nel salotto della contessa Maffei a Milano”. La passione che il compositore nutriva per gli scacchi sembrerebbe provata in un articolo francese datato 1855 nel quale la polizia aveva redatto un verbale per aver trovato ubriaco nel Café de la Regence di Parigi Alfred De Musset caduto in terra per eccesso d’assenzio “mentre giocava a scacchi con un italiano, tale Giuseppe Verdi”. Passione che sembra dal gioco aver trasposto anche ne La donna è mobile perché, come precisa la regista “la regina degli scacchi può andare in ogni direzione e quindi la donna è mobile in tutti i sensi”.

Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

Una capacità di astuzia che tuttavia non le porterà fortuna: l’amore ingenuo che Gilda prova per il Duca (a rotazione con Nicola Di Filippo, Pablo Karaman e Giacomo Leone) subirà la provocazione di Maddalena (Dyana Bovolo, Silvia Alice Gianolla, Magdalena Urbanowicz) e l’inganno di un sicario (Giordano Farina, Ferruccio Finetti) prima di cedere al padre l’ironia e al sé stesso giullare grezzo la disperazione.

Rigoletto scacchi
Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

Non solo la partitura ma anche il libretto di Francesco Maria Piave rendono l’opera complessa, a tal punto da dover fare un passo indietro, uno studio interiore sul personaggio e sulla parola. Durante le prove Boemi parla ai ragazzi e per spiegare il concetto porta l’esempio del baritono spagnolo Carlos Álvarez, oggi uno dei Rigoletto di riferimento. “Quando aveva 27 anni il maestro Muti gli chiese di cantare Rigoletto alla Scala e lui gli disse maestro io non lo posso fare: innanzi tutto sono troppo giovane, ma non è tanto il fatto vocale, non posso capire a fondo la psicologia di Rigoletto il personaggio perché non ho figli e perché il concetto del dolore, della sofferenza che ho io non è quello che può avere un padre ultra quarantenne”.

Ma insomma, Verdi cosa ne penserebbe? “Sarebbe contento perché era una persona con delle idee e convinzioni molto radicate, con una sua etica assoluta, ma era molto aperto alle novità sia musicali che sceniche – risponde senza mezzi termini Boemi - La cosa che qui viene fuori è un rispetto pressoché assoluto di tutto quello che lui ha scritto, ma anche in termini di scene lo sarebbe perché sulla scacchiera ogni personaggio è quello che deve essere”.

Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

Potrete constatarlo voi stessi nelle repliche di questa sera 19 Settembre, sempre al Teatro Nuovo, alle ore 20.30 e domenica 20 Settembre alle ore 17.

Rigoletto scacchi

Tutte le foto sono di Valentina Tatti Tonni.

Rigoletto scacchi


Daniele De Rossi Daniele Manusia

Daniele De Rossi, o dell'arrivare sempre dopo

Sono romanista, da quando ero bambina. Avevo il poster della Roma campione d'Italia 1983 appeso in camera. Mio padre è romano e romanista. Trapiantato a Milano.

Ho vissuto a Roma 12 anni, in un quartiere dove per sapere che la Roma aveva segnato o aveva preso un gol non c'era nemmeno bisogno di guardare la partita. Bastavano i vicini di casa.

Non mi è mai successo a Milano, eppure anche a Milano ho sempre vissuto in posti dove si possono sentire tranquillamente le urla dei vicini, per qualunque cosa.

Non per Milan e Inter.

Per questo mi ha sempre affascinato il legame stretto che passa tra i romani romanisti de Roma e l'AS Roma.

Foto Flickr di John Dobson, CC BY-SA 2.0

È un legame che non capisco, è lontano da me. È legato in un certo senso anche al modo di fare romano che ho percepito negli anni passati nella capitale.

Ed è il legame che racconta questa strana biografia di Daniele De Rossi, scritta da Daniele Manusia, un romanista innamorato della Roma che alla Roma riesce a perdonare qualunque cosa, pure le sconfitte imperdonabili.

Daniele De Rossi arriva in prima squadra dopo l'ultimo scudetto. È il 2001. Me lo ricordo, quello scudetto. L'ho vissuto da lontano. Mi sarebbe piaciuto viverlo da vicino, ma per me il calcio non è mai stato un elemento decisivo come per i veri tifosi. Soprattutto quelli romanisti.

De Rossi invece nasce romanista, ai confini dell'Urbe, a Ostia (è una cosa ricorrente. Totti è di Porta Metronia. Sta addirittura dentro le mura. De Rossi è di Ostia. Ostia per quanto uno si sforzi è Ostia, non è Roma. Anche se ci si avvicina).

Cresce con la Roma di Totti, come tifoso. Comincia a giocare nella Roma di Totti, sì, va bene, c'è altra gente, ma è la Roma di Totti. Sarà la Roma di Totti sempre, quando ci sarà Totti, fino al giorno in cui saluta l'Olimpico in lacrime accompagnato dalla musica di Ennio Morricone. I grandi momenti chiamano grandi colonne sonore.

Sarà la Roma di Totti per l'immaginario collettivo.

C'è spazio nella Roma di Totti per un Daniele De Rossi?

Io sinceramente non sono riuscita a capirlo.

Foto di Biser Todorov, modificata da Mess, CC BY 3.0

Questa biografia in cui Daniele De Rossi è una scusa per raccontare cosa è Roma per i romani romanisti parla tanto dei ricordi, belli, brutti, anche interessanti, di un romanista che individua in un certo modo di essere la filosofia non solo di chi è romanista, ma di chi a Roma nasce, muore e non si sogna nemmeno per un giorno di andarsene.

Daniele De Rossi non c'è, in questa biografia. Sì, è vero, si parla di lui. Ci sono episodi che raccontano una persona, più che un personaggio. C'è una strana rabbia, insoddisfazione, un senso di incompiuto che dura anni.

E la sensazione che De Rossi arrivi sempre e comunque troppo tardi.

Arriva dopo l'ultimo scudetto.

Nasce addirittura pochi mesi dopo lo scudetto del 1983.

Anche quando decide di ritirarsi, arriva dopo Totti.

Arriva a segnare gol belli ma mai decisivi. Arriva sempre dopo.

Daniele De Rossi con la maglia della Nazionale, dove invece arriva in tempo per riuscire a vincere un mondiale, nel 2006. Foto Football.ua, CC BY-SA 3.0

C'è molto 'poteva essere altro, ma ha scelto di restare qui'. Come se chi è della Roma, di Roma, fosse destinato a non essere altro finché non se ne va.

Daniele De Rossi è un pretesto per raccontare cosa è essere romani a chi romano non è e probabilmente non lo capirà mai.

Io per esempio mi sono accorta leggendo questa biografia che non posso capire cosa sia, essere romani, non solo romanisti.

Mi manca tutto quel senso di incompiuto, di ineluttabile, che sembra parte integrante del corredo genetico ricevuto da chi si trova H501 nel codice fiscale e ne è pure orgoglioso perché sa di appartenere a qualcosa o qualcuno.

E se appartieni a qualcosa o qualcuno non hai nemmeno bisogno di vincere, come i tifosi romanisti. O i romani. Hai la tua memoria. Possono essere le vittorie del passato o i fasti dell'Impero ormai cristallizzato nei libri di storia.

Conti perché sei della Roma e di Roma.

Bello, eh, Ma non ci vivrei,

Daniele De Rossi Daniele Manusia amore reciproco
Foto Football.ua, CC BY-SA 3.0

Il libro Daniele De Rossi o dell'amore reciproco è nella collana Vite inattese di quell'editore meraviglioso che è 66and2nd. Sono tutte vite di sportivi. Ecco, quella di Daniele De Rossi è la più inattesa. Forse inattesa persino da lui che si ritrova a fare quello che tutti i ragazzini di Roma (anche se Ostia non è Roma ma ci prova) e romanisti vorrebbero fare. Giocare nella Roma.

Ma arriva dopo. Sempre dopo.

Daniele De Rossi
La copertina del libro Daniele De Rossi o dell'amore reciproco, di Daniele Manusia, pubblicato da 66thand2nd nella collana Vite inattese

Tutte le foto di Daniele De Rossi in Nazionale si riferiscono agli Europei del 2012.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Di amore e di rondini ai tempi del telefono fisso

Claudia ha ventidue anni e una famiglia. Quella di sangue, in cui spiccano Gianluca, un fratello maggiore scapestrato e due fratelli più piccoli da nutrire a pane e nutella - e quella allargata, sparsa tra scale, balconi e pianerottoli del palazzo in cui vive. Siamo in un quartiere popolare di Milano, in anni non definiti ma privi di telefonini; ogni abitante del condominio ha le sue stranezze; ci sono Stefano, amico di infanzia sbalestrato e in rotta con il padre, e Federico – presenza silenziosa, solitaria, da incontrare a un davanzale presso cui sta in attesa di vedere tornare ogni anno le rondini.

Per quest’anno le rondini non tornano Giuliana Dea
Foto ClassiCult: tutti i diritti riservati

Succede che i confini di questo microcosmo, improvvisamente, cominciano a rompersi. Come un rigagnolo che poi diventa torrente e infine diventa fiume, la vita si insinua dall’esterno, con le sue pretese; c’è un bambino che Gianluca e la sua compagna scoprono di aspettare, per Stefano ci sono conflitti familiari che non si possono più sostenere e una ragazza che compra un libro al giorno, per Claudia c’è Sasha – amico di Gianluca mai incontrato prima, per il quale mettere in discussione un’esistenza senza vere scosse.

In tutto questo Federico è là, sul suo balcone, in ascolto; è il punto attraverso cui passano tutte le rette delle vite degli altri personaggi, ma un giorno non si affaccia più. La vita è arrivata a lambire anche lui, e a lui chiede più che a tutti gli altri e gli altri dovranno fare i conti con un cambiamento irreparabile.

Eccoci qui: siamo nel pieno di un romanzo di formazione, che ci parla in un linguaggio diretto, ruvido ma preciso, proprio come Claudia e i suoi (troppi) pensieri; vediamo i personaggi cambiare sotto i nostri occhi con una trasparenza che si potrebbe scambiare per eccessiva semplicità, ma che invece è la forza di questo libro. È un libro che coinvolge ed emoziona perché mentre i suoi personaggi cercano – e forse trovano – la loro strada per maturare senza perdere le proprie peculiarità, restando fedeli a se stessi, questo libro ci mostra la vita com’è: quando è banale e quando spariglia le carte, quando non sappiamo esprimere i nostri sentimenti e quando troviamo le parole, quando vorremmo essere altrove e quando – finalmente, come alla fine accade a Claudia, sentiamo di essere esattamente dove vorremmo stare.

Per quest’anno le rondini non tornano Giuliana Dea
Il romanzo Per quest'anno le rondini non tornano, di Giuliana Dea, con lo sfondo del cielo di Roma. Foto ClassiCult: tutti i diritti riservati

 

La copertina del romanzo Per quest’anno le rondini non tornano di Giuliana Dea, pubblicato da Bookabook

Febbre Jonathan Bazzi

"Febbre": l'esordio dissacrante di Jonathan Bazzi

Il libro di Jonathan Bazzi, Febbre, è chiaro fin dal titolo. Nessun mistero su ciò di cui si parlerà, è tutto cristallino e stranamente semplice. Letterale. Non febbre illusoria, immaginaria o metaforica, ma una febbre reale, viscerale, la protagonista silenziosa di questa cruda autobiografia.

Tre anni fa mi è venuta la febbre e non è più andata via.

La storia di Jonathan inizia in un momento cruciale della vita, quando inizia ad avere la febbre. Una cosa di poco conto, pensa all'inizio, come ne succedono tante. La sua vita di insegnante di yoga laureato in filosofia continua assecondando la malattia, appoggiandosi al compagno Marius. Ma la febbre non passa. Una stanchezza prepotente diventa ben presto l'unica sensazione che prova, insieme a freddo, caldo, sofferenza.
L'ansia divora lentamente Jonathan, che occupa le sue sempre più scarse energie in lunghe ricerche su internet. Fa propria ogni informazione, dalla più attendibile alla più favolistica con la devozione di chi attende un responso oracolare. Almeno finché non arriva il verdetto di sieropositività. Com'è successo?

La vita di Jonathan Bazzi inizia a Rozzano, cencioso 'ghetto' alle porte di Milano a cui non sente mai di appartenere. Si vergogna della casa popolare in cui vive, del quartiere decadente in cui abitano solo ex carcerati, prostitute, tossici, i derelitti della società. Auspica ad una vita a Milano, e quando alla fine la raggiunge, si trova a contemplare come dietro ad un vetro un mondo dei ricchi, degli snob, che gli ricordano in ogni momento da dove viene, quanto sia diverso.
La sua infanzia è vissuta tra i tradimenti del padre, il bullismo a scuola, e con la sensazione di non poter contare su nessuno esclusa sua madre Tina, l'unica a rimanergli vicina, sacrificando sé stessa più e più volte.

Il racconto si svolge su due linee temporali parallele, presente e passata, che si alternano tra loro in una narrazione senza alcun filtro, potente e verace ad ogni costo, anche a patto di essere fastidiosa. I frammenti della  giovinezza traviata sono l'anticamera alle lunghe digressioni sulla malattia, che lascia terreno fertile alla sua ansia innata ("Cosa avrò? Perché questa febbre non va via? Avrò un tumore? La SLA?"). Un'ansia che paradossalmente si attenua con la scoperta di aver contratto l'HIV. Almeno ora la febbre ha un nome, richiede una procedura precisa, concede un po' di rigorosa tranquillità all'immaginazione ipocondriaca di Jonathan.

Ad un certo punto del romanzo, l'HIV, la febbre, i sintomi sembrano quasi non avere più importanza, e fanno nascere la sensazione che tutti questi risvolti 'fisici' non siano che un pretesto dell'autore per ragionare su se stesso. Infatti nel momento in cui viene scoperta, la malattia finisce in secondo piano, mentre ciò che prima era sullo sfondo ora urla attenzione: i fantasmi di un passato ingiusto superano le angosce attuali, e si muovono sullo scenario di una società implacabile, così profondamente infetta che pare quasi un'estroflessione della condizione di Jonathan.

Jonathan Bazzi firma così un esordio feroce, a cui è difficile rimanere indifferenti. Scuote e sconvolge il lettore dalle prime pagine con il ritmo  frenetico di chi non ha tempo, deve andare subito al punto. Ogni ipocrita censura nel parlare di morte, sangue, sesso è bandita. Non servono eufemismi per questo, così come non servono per ricercare la causa di una malattia di cui non si conosce l'origine, o per accettare se stessi.

Febbre Jonathan Bazzi
La copertina del libro autobiografico Febbre di Jonathan Bazzi, pubblicato da Fandango Libri

 

Febbre di Jonathan Bazzi è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Si ringrazia Fandango Libri per le foto di Jonathan Bazzi.


osteria promessi sposi coronavirus

L'osteria dei Promessi Sposi ai tempi del coronavirus

Sulla stampa e sui social network, in tanti hanno già provato a stabilire un parallelismo tra la non facile situazione odierna e alcuni passi dell’opera manzoniana. Data la limitata possibilità di muoversi fisicamente, speriamo che il presente girovagare, seppur in maniera esegetica, rappresenti una possibilità di evasione, per quanto breve. Mai come in questo periodo, infatti, c’è bisogno di spostarsi per recuperare se stessi: una peregrinatio tra le pagine della monumentale opera di uno dei codificatori della lingua italiana, la stessa peregrinazione alla quale furono costretti i giovani protagonisti della storia, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, per recuperare la quotidianità perduta, potrà forse aiutare anche noi stessi oggi a riconquistare la nostra. Il ripetersi dell’aggettivo “stesso” in queste righe introduttive potrebbe già suggerire la serie di assonanze che ho rintracciato nella breve analisi che sto per esporre: una ripetitività che suggella un legame atavico tra il presente e un presente “vecchio” di duecento anni.

Prenderemo quindi in esame una serie di capitoli, quelli successivi al nucleo-cerniera relativo al personaggio della Monaca di Monza, ovvero i capitoli XI, XII, XIII, e XIV, dove Manzoni cinematograficamente sposta l’inquadratura su Renzo. Narra così le incredibili vicissitudini di un umile filatore di seta di provincia, che giunge in una metropoli in preda ai tumulti: Milano. Una ricetta vincente che non può non ricondurre il lettore ai fatti attuali, destando un’intrigante curiosità.

I rivoltosi nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L’11 novembre 1628, data in cui l’autore colloca la scena presa in esame, il capoluogo lombardo è afflitto dal tumulto di San Martino, una sommossa popolare denominata anche “rivolta del pane”. Questi disordini sociali erano frutto di un evento di maggiore portata storica: la carestia. Chiunque conosca i Promessi Sposi sa che queste pagine sono topiche, emblematiche, e per la prima volta l’autore, attraverso le sue consuete e dettagliate digressioni storiche, rivolge un’inedita attenzione esplicita alla carestia e, allestendo un’intelaiatura saggistica, rischiara al lettore le reali cause dell’evento, fino a quel punto soltanto accennate tinteggiando qua e là scene-simulacro. Lo scarso raccolto del 1628 e lo spreco delle risorse agricole causato dalla guerra del Monferrato generarono una situazione tremenda e il rincaro dei prezzi fu solo la goccia che fece traboccare rabbia e disperazione. E prende forma un personaggio multiforme, allo stesso tempo prevedibile e complesso: la massa. Lo studio del comportamento della folla inferocita che assalta i fornai, induce chiunque a riflettere con sorpresa e impegno: la paura genera irrazionalità, la stessa che ha travolto e trascinato noi tutti a compiere gesti insensati nelle scorse settimane. E anche ai nostri giorni la gente si è riversata nei supermercati per fare incetta di beni di prima necessità; l’egoismo e l’inclinazione alla sopravvivenza sono tratti che accomunano l’uomo di ogni luogo e di ogni epoca, e questo Manzoni lo aveva capito bene, con una maturata rassegnazione.

Renzo, spettatore ignaro, subisce il corso della storia e viene risucchiato dal flusso caotico delle peripezie, suscitando nel lettore istanti di tenerezza: Milano non è il paese della cuccagna, dell’opulenza e dello spreco, ma è la città delle contestazioni e dei malumori, scaturiti da un’errata e superficiale gestione politica. La visione liberista dello scrittore milanese bolla negativamente la disposizione del calmiere da parte del demagogo Ferrer, confermando le carenze di una classe dirigente inadeguata. Ma il gran cancelliere spagnolo, tra i personaggi d'autorità descritti da Manzoni, rivela una personalità più complessa e articolata, caratterizzata dal bilinguismo e dalla dissimulazione, le armi adoperate per sedare gli animi aizzati di rivoltosi e affamati. Infatti, con autorevolezza, astuzia e una sapiente dose di teatralità, atteggiandosi a istrione, si eleva sul pulpito e comincia a recitare, e con la sua performance salva il pusillanime vicario di Provvisione da un ingiusto linciaggio, riuscendo addirittura ad apparire come un eroe salvatore. Il consenso plenario, che si configura come il giubilo della menzogna, conferma che la massa popolare, irriflessiva e veemente, è dominata dalla capziosità del potere.

Renzo e il sedicente Ambrogio Fusella (di professione spadaio, in realtà un "bargello travestito") arrivano all'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L’inizio della quarantena, la “quiete” dopo la tempesta, il passaggio dall’aperto al chiuso, dalle strade all’osteria, dalla voce civile e pubblica al sospiro introspettivo. Il giovane e baldanzoso protagonista, dopo aver arringato i facinorosi con la sua prima orazione pubblica a sostegno della mobilitazione di massa, un "debol parere" che avrà invece vigorose ripercussioni sulle scene seguenti, logorato dall'andamento incalzante della giornata, va alla ricerca di un luogo dove rifocillarsi. L'ingresso nella locanda della Luna piena, frequentata dai "compagnoni", dai delinquenti, dai loschi avventori, simboleggia lo spartiacque narrativo del capitolo e, di fatto, una sorta di rituale di iniziazione per Lorenzo Tramaglino.

osteria promessi sposi coronavirus
L'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

Il topos dell’osteria potrebbe richiamare le mura domestiche, il focolaio familiare che abbiamo riscoperto nell’ultimo periodo. È il luogo dei bisogni elementari, il luogo protetto dove si riverberano le voci del mondo esterno, dove si consuma la degradazione da animale sociale ad essere sensibile e istintivo. Ma il senso non è spregiativo, anzi, riflette una condizione umana che sancisce il recupero di vecchie consuetudini, a lungo trascurate. Renzo, proiettato nello spazio di una dimensione di autocoscienza e riflessione, ripercorre la memoria e rimugina sul passato, lasciandosi andare al traviamento.

Renzo continua a parlare nell'osteria della Luna Piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

Il giovane è circondato da «compagnoni», da figure losche, da ignoti sgherri, che evocano i prepotenti e i birboni che lo hanno tormentato nel recente passato; la recrudescenza dell’umanità è visibile in ogni oscuro meandro dell’angusta locanda, e chi passa da quell’«usciaccio» è consapevole che si ritroverà davanti i propri demoni, pronto a un rituale di iniziazione. L’osteria è un locus multōrum, deputato alla collettività, al ludico e faceto assembramento; ma è anche lo spatium del personale annichilimento, delle aporie, della privata consapevolezza. La carestia, come il morbo, penetra ovunque, nella carne e nelle menti, sovvertendo gli equilibri e riallineandoli, rovesciando le gerarchie fittizie di pensiero e gli schemi di comportamento.

Renzo Tramaglino oramai ubriaco nell'osteria, la locanda della Luna piena, nell'illustrazione di Francesco Gonin, dall'edizione del 1840: I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII di Alessandro Manzoni. Tip. Guglielmini e Radaelli. Immagine Internet Archive in pubblico dominio

L’attualità dell’opera manzoniana permette di fare speculazioni in tempo di isolamento, di ragionare sulla realtà e la storia; leggere queste pagine apre nuove porte e delinea nuovi orizzonti dell’ego. Il viaggio del giovane protagonista si configura come un iter di formazione, e rivela l’intento pedagogico e moralistico di Manzoni, a distanza di secoli ancora capace di trasmetterci insegnamenti.

Bibliografia

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, con commento di Romano Luperini e Daniela Brogi, Milano, 2013.

Enzo Noè Girardi, Il tumulto di San Martino, in Manzoni “reazionario”, pp. 19 ss., Bologna 1972;

Cesare Angelini, L'osteria della Luna piena, in Capitoli sul Manzoni vecchi e nuovi, pp. 236-239, Milano 1966.

Sandro Modeo, Dalla peste al Coronavirus: la «seconda volta» della Lombardi, Corriere della Sera, 21 marzo 2020.


Vittorio Gregotti, l'intellettuale dell'architettura

Nella giornata di ieri, 15 marzo 2020, è morto a Milano a 92 anni, per le complicazioni di una polmonite, l’architetto Vittorio Gregotti.

Foto Adriano Alecchi (Mondadori Publishers) - http://www.gettyimages.co.uk/detail/news-photo/italian-architect-and-designer-vittorio-gregotti-taking-news-photo/158745709

Grande maestro dell’architettura, saggista, teorico e critico, Gregotti nasce a Novara nel 1927 e, prima ancora di laurearsi a Milano nel 1952, lavora per qualche mese nel grande studio parigino dei fratelli Perret per poi continuare nello studio BBPR, accanto al suo riconosciuto maestro Ernesto Nathan Rogers. E’ proprio Rogers che lo chiama a collaborare con la rivista Casabella di cui diventerà redattore, caporedattore e poi direttore dal 1982 al 1996. Nel 1953 fonda gli Architetti Associati con Ludovico Meneghetti e Giotto Stoppino, un sodalizio professionale che durerà fino al 1968 dapprima con sede a Novara e poi, dal 1963, a Milano; sono anni molto prolifici tanto che l’archivio che è stato donato al Comune di Milano nel 2013 conta circa 250 progetti di urbanistica, architettura, arredamento e disegno industriale databili in questi anni.

Gli edifici progettati, come quelli di via Palmanova a Milano (1963-1965), si distinguono per una notevole modernità dei materiali e per alcune soluzioni di facciata innovative e specchio di una nuova cultura del costruire, mentre, quali esponenti del Neoliberty e di un concetto internazionale di nuova modernità, gli architetti disegnano la famosa poltrona Cavour per Poltrona Frau, nel 1960, considerata uno dei simboli del design italiano insieme alla piccola lampada basculante 537 disegnata per Arteluce.

Nel 1974 fonda la Gregotti Associati che negli anni, aggregando un folto gruppo di allievi e giovani professionisti, arriverà a realizzare migliaia di progetti in oltre 20 paesi del mondo con piani regolatori di grandi città, stadi, teatri, musei, edifici pubblici, chiese, università e centri di ricerca, banche, sedi di importanti aziende, quartieri residenziali, luoghi commerciali e spazi pubblici. Gregotti riesce a organizzare il lavoro del gruppo integrando le specifiche competenze in una filosofia professionale collettiva con uno specifico impegno intellettuale dei partner che abbinano all'esercizio disciplinare l'attività culturale, la pubblicazione di libri, la direzione di riviste e ricoprendo ruoli di insegnamento e di opinionisti.

Lo stesso architetto affiancherà alla progettazione il ruolo di maestro, insegnando Composizione Architettonica all’Università di Venezia, a Milano e Palermo, oltre che come visiting professor in Giappone, Stati Uniti, Argentina e Regno Unito.

Per oltre cinquant’anni Gregotti pubblica testi fondamentali di teoria e critica architettonica, da Il territorio dell’architettura a Dentro l’architettura, uscito nel 1991, e fino a Il mestiere dell’architetto pubblicato nel 2019.

Scegliere tra i mille progetti di Gregotti quello che meglio rappresenta una carriera poliedrica e lunga come quella del maestro è di sicuro arduo, anche perché ogni realizzazione si colloca nello specifico contesto storico e sociale; le grandi polemiche sorte intorno al quartiere ZEN di Palermo, da lui realizzato alla fine degli anni Sessanta, non tengono conto della mancata realizzazione delle strutture per servizi ad esso connesse e dimostrano quanto la critica di un’architettura così complessa non possa prescindere dalle diverse fasi che conducono da un ottimo progetto ad una pessima realizzazione. Vogliamo ricordarlo, piuttosto, per il Teatro degli Arcimboldi nella sua Milano, nell’area industriale della Bicocca; qui, quale eccezione morfologica che si distacca dall’impianto urbano regolare per orientarsi sull’andamento dell’antica struttura dei suoli agrari che caratterizzavano l’insediamento preindustriale, la città guadagna il suo secondo teatro lirico con un esempio magistrale di organismo insieme architettonico e acustico, grande prova di un grande architetto totale incardinato pienamente nel Secolo Breve.

“Con profonda tristezza apprendo della scomparsa del professor Vittorio Gregotti. Un grande architetto e urbanista italiano che ha dato prestigio al nostro paese nel mondo. Mi stringo alla famiglia in questa triste giornata”. Così in una nota il ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini.


Antico Egitto: scoperti resti di pinoli e un frammento raffigurante il muso di un leopardo

La Missione di scavo EIMAWA 2019 (Egyptian-Italian Mission at West Aswan) guidata dalla docente di Egittologia dell’Università Statale di Milano, Patrizia Piacentini, e dal Ministero Egiziano delle Antichità ha fatto importanti scoperte nella necropoli del deserto di Assuan, sulla riva occidentale del Nilo.

Leopardo pinoli La Statale Milano Patrizia Piacentini

Un anno fa, nella sepoltura AGH026 è stata rinvenuta una tomba che presentava una particolarità, o meglio, quasi un’eccezione: un coperchio in legno d’acacia di un sarcofago su cui era raffigurato il muso di un leopardo dai colori vivaci, simbolo di forza, in corrispondenza del punto in cui si trovava la testa del defunto per offrirgli, appunto, la forza durante il suo viaggio nell’oltretomba. La Professoressa Piacentini ha affermato che per salvare il disegno sul supporto ligneo, reso debole dalla sabbia infilatasi nelle fibre, sia stato necessario staccarne lo stucco.

I pezzi saranno ricomposti da Ilaria Perticucci e Rita Reale che, dopo un restauro virtuale,  inizieranno quello reale nei laboratori di Assuan. Inoltre, qualche mese fa si è diffusa la notizia della scoperta di una tomba all’interno della necropoli, contenente 35 mummie e diversi oggetti funerari (tra cui coperture per i corpi stuccate e dipinte con oro, un letto funerario, barelle, parti di sarcofagi e vasellame) e, nella stanza accanto a quella dove è stato trovato il famoso frammento, resti di pinoli dentro un contenitore, risalenti al I secolo d.C., importati dalla terra dei faraoni e il cui uso è attestato ad Alessandria d’Egitto per la preparazione di salse e piatti.

Leopardo pinoli La Statale Milano Patrizia Piacentini

La presenza di questa pianta nella AGH026 dimostra che le persone lì sepolte fossero benestanti. Nella prossima missione verranno effettuati accertamenti sulla dieta, le malattie e le cause di morte dei defunti inumati nella necropoli, le cui sepolture lì presenti coprono un vasto arco temporale (VII secolo a.C.-III secolo d.C.).

"Ci piace immaginare – commenta la professoressa Piacentini – che le persone sepolte nella tomba di Assuan amassero questo seme raro, tanto che i loro parenti deposero accanto ai defunti una ciotola che li conteneva affinché potessero cibarsene per l'eternità".

Le foto delle scoperte di pinoli e della raffigurazione di leopardo nella necropoli del deserto di Assuan sono dell'Università La Statale di Milano


Pietro Citati racconta il giovane favoloso Leopardi

  “La letteratura era stata, per lui, un dono sostitutivo, perché gli dei e la fortuna gli avevano concesso di scrivere, non di vivere. La malattia aveva cancellato, anno dopo anno, questo dono. Ora egli era diventato una cosa, [...] non poteva più leggere, né scrivere, né correggere i propri versi. Così anche la letteratura, l’unico conforto rimasto, era stata abolita [...], sebbene non si lamentasse della propria infelicità, perché era troppo grande.”

Tutti, nella nostra libreria, dovremmo avere Leopardi, la biografia del poeta recanatese scritta da Pietro Citati per Mondadori (pp. 436, €12.50). Se già amate il poeta recanatese, non farete altro che amarlo ancor di più; se, invece, al liceo, avete detestato il “depressissimo” Leopardi e le sue opere piene di “maiunagioia”, allora, forse, vi ricrederete.

Pietro Citati comincia a raccontare, con estrema precisione, tutti i dettagli dell’infanzia e dell’adolescenza di Leopardi: ci porta a Recanati, nella casa natìa di Giacomo. Nella biblioteca che il Conte Monaldo, “un uomo bizzarro ed estroso, insieme meschino e donchisciottesco”, allestisce per permettere al giovane Leopardi e ai suoi fratelli, Carlo e Paolina, di studiare senza mai dover abbandonare la casa e, soprattutto, Recanati.

Il borgo marchigiano, dirà a più riprese Citati, fu una vera e propria prigione per Leopardi, il quale più volte tenterà la fuga. Penserà di andare “chissà dove” già nel 1819. Quello fu un anno terribile per Giacomo.
Vessato sin dai primi anni della sua vita dalla malattia, la tubercolosi, che gli porterà indicibili sofferenze (dalla cecità, ai dolori articolari, ai dolori lancinanti allo stomaco), Giacomo non troverà altro rifugio se non nella letteratura e nel suo “studio matto e disperatissimo”.

È proprio nel 1819 che Leopardi pensa di essere ormai giunto alla fine della sua vita. Ci sono dei giorni in cui si sente talmente male che non riesce ad immaginare un futuro lungo e ancora tanti giorni davanti a sé. Vorrebbe solo andare via da quel borgo così limitato e scoprire il mondo. Vorrebbe viaggiare, anche se per quel poco tempo che sa benissimo di avere a disposizione. E invece, dopo aver ordito un astuto piano che avrebbe dovuto permettergli la fuga, il padre lo scoprirà e Giacomo si sentirà sempre costretto tra quelle quattro mura, la via di uscita gli sembrerà sempre qualcosa di inafferrabile, inarrivabile. Tornerà, quindi, ai suoi studi: in biblioteca con i suoi fratelli, fedeli compagni in quelle buie mattine di Giacomo. Ci regalerà, in quello stesso anno, l’Infinito.

Leopardi sa bene, però, che “l’educazione e l’istruzione erano una angustia, un timore, una fatica, una tortura [...], la distruzione e cancellazione della giovinezza.” Come dargli torto?
Fuori dalla biblioteca Giacomo avrebbe potuto vivere il mondo e le sue esperienze: dentro le mura paterne, invece, c’erano catene ed ombre. Le catene di quella prigione da cui, solo negli anni successivi, si sarebbe liberato e le ombre di chi vive una vita nella sofferenza, guardando faccia a faccia il dolore.

“Come raccontano le ricordanze, la notte poteva essere un supplizio: ombre, larve, spettri, fantasmi, visioni, timori, tenebre, sudori freddi, orrori, lugubri immaginazioni, chimere, spasimi, apparizioni di un altro mondo”.
Tutta la prima parte del libro di Citati è quindi dedicata alla descrizione dei membri della famiglia Leopardi (lo spazio maggiore viene riservato al Conte Monaldo) e ai momenti che più hanno caratterizzato e poi influenzato la composizione poetica di Giacomo.

Giacomo Leopardi, ritratto ad opera di Ferrazzi, 1820 circa, attualmente presso Casa Leopardi a Recanati. Immagine in pubblico dominio

Citati, nella seconda parte del libro, passa all’analisi delle opere di Leopardi: l’Infinito, lo Zibaldone, le Operette Morali, alcuni dei Canti più famosi del “giovane favoloso”, simboli della sua poetica. L’autore di questa biografia non scinde mai la vita privata di Giacomo e le sue complesse vicende dalla trattazione delle opere che noi tutti, bene o male, conosciamo e che fanno parte della nostra cultura e del nostro essere italiani.

Diversi capitoli sono dedicati ai viaggi che intraprende il nostro Giacomo, quando finalmente riesce a scappare dalla tanto odiata Recanati: Citati ci parla del viaggio a Roma di Leopardi, intrapreso nel 1822 e della delusione che il poeta provò nei confronti della città e dei letterati romani: “erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in Paradiso”.
Giacomo si commosse solo visitando il sepolcro di Torquato Tasso nel 1823: “fu commosso dal contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura; e tra la magnificenza dei monumenti romani, che egli aveva osservato con assoluta indifferenza, e la piccolezza e la nudità di questo sepolcro.”

Poi il viaggio a Bologna, nel 1825, la partenza per Milano, il ritorno a Bologna e la sua permanenza in città, dove fu accolto molto bene dalla società di intellettuali del tempo.
Nel giugno 1827 Leopardi decide di recarsi a Firenze dove avrà la possibilità di conoscere nuovi intellettuali, i quali diventeranno suoi amici: amici che Leopardi, a Recanati, non ha mai avuto. Giacomo, sebbene continui ad avere innumerevoli disturbi fisici, è più sereno. Quando è in viaggio, lontano dal borgo dove è nato, le giornate sono più sopportabili.
Firenze non gli piacque abbastanza, quindi decide di andare a Pisa. Rimarrà colpito soprattutto dal clima della città toscana. Leopardi scriverà, infatti, di poter passeggiare molto anche in inverno, e lì gli inverni sono molto meno rigidi che a Recanati.

Quando farà ritorno a Recanati, a fine novembre del 1828, Leopardi vivrà diciotto mesi di inferno. Le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente ed il poeta si trova di nuovo rinchiuso nel carcere dove ha trascorso l’intera giovinezza.
Solo quando partirà nuovamente per Bologna e Firenze per non far mai più ritorno a Recanati il suo animo di rasserenerà, anche se Giacomo è ormai consapevole di non avere più molti anni davanti a sé.
Ormai quasi cieco, Leopardi riuscirà a dar vita all’edizione napoletana dei Canti, pubblicata nell’aprile del 1831 dall’editore Guglielmo Patti, di cui, però, non riesce a correggere le bozze.
Nel 1833 il suo ultimo viaggio per recarsi a Napoli insieme all’amico Antonio Ranieri, dove Leopardi morì qualche anno più tardi, il 14 giugno del 1837.

Leopardi di Pietro Citati è un “must have” nelle nostre librerie, perché è capace di narrare le complesse vicende dell’autore recanatese e qualche aneddoto riguardante il nostro “giovane favoloso” in maniera scorrevole, piacevole e mai scontata.

Pietro Citati Leopardi
La copertina del libro Leopardi di Pietro Citati, nell'edizione Oscar Bestsellers della Mondadori

Ove non indicato diversamente, la foto è stata scattata da Marika Strano.

Leopardi Pietro Citati


Cento anni di Emilio Vedova

In occasione del centenario della nascita di Emilio Vedova -artista che con il suo operato ha influenzato e tutt'ora influenza l'arte contemporanea- la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova  conclude il ciclo di eventi realizzati per l'occasione al Palazzo Reale di Milano. La mostra "Emilio Vedova", inaugurata il 6 dicembre 2019 e che resterà aperta fino al 9 febbraio 2020, è stata promossa dalla Fondazione in collaborazione con il comune di Milano e il Palazzo Reale.

La curatela di questo evento non poteva che essere affidata a Germano Celant. L'allestimento da lui ideato, realizzato insieme allo studio di architettura Alivisi-Kirimoto, mette in scena l'intera carriera artistica del Maestro, dai primi anni del momento figurativo e geometrico, passando poi per il periodo informale, fino ad arrivare ai tondi e ai dischi, dai caratteri spaziali più decisi, che lo hanno reso celebre.

Il percorso espositivo comincia nella sala del Piccolo Lucernario dove alcuni pannelli accompagnati da una selezione di opere, che vanno dagli anni quaranta fino ai novanta, raccontano la vita dell'artista.

Emilio VedovaCiò che stupisce maggiormente è l'ingresso nella scenografica Sala delle Cariatidi. Progettata nella metà del Settecento come simbolo del potere politico, subisce nel Novecento i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Solo nel 2000 si comincia un'operazione di restauro per recuperare e consolidare le parti originali. Per le sue caratteristiche architettoniche la Sala delle Cariatidi è il luogo ideale dove incontrare il linguaggio spaziale e scenografico, ma al tempo stesso essenziale, di Emilio Vedova. Le opere qui selezionate da Germano Celant sono separate da un muro grigio antracite alto 5 metri, che crea un percorso in cui accompagnare e guidare il visitatore. In questo contesto l'intervento minimale dello studio Alivisi-Kirimoto, che consiste nell’inserimento di una struttura rettangolare in tubi metallici sospesa, permette la perfetta illuminazione delle opere. Ulteriore fattore a rendere ancora più spettacolare la sala è la presenza di numerosi specchi posti al posto delle finestre, ciascuna incrniciata da due cariatidi da cui prende il nome la sala. La creazione del riflesso delle opere negli specchi permette al visitatore di entrarvi dentro e farne parte.

Emilio Vedova Emilio VedovaEmilio VedovaCosì con la selezione di opere che vanno dal ‘55 al ‘65, in particolare con il ciclo Absurdes Berliner Tagebuch '64, il visitatore, insieme all'opera, mette in atto sentimenti di rabbia e tensione che preannunciano i temi ribelli del 68'. Al contrario i dischi e i tondi degli anni ‘80 annunciano un principio di ordine e perfezione individuato nella forme circolari. La parte finale del percorso con le opere degli anni ‘90 – emblematica la struttura Chi brucia un libro, brucia un uomo, che riproduce pagine movibili di un libro nero, bruciato, strappato - rappresentano la denuncia dell'artista contro una società inerte che assiste al declino e alla distruzione della memoria.

Emilio Vedova

Tutte le foto sono di Rita Roberta Esposito.

Emilio Vedova