Vittorio Gregotti, l'intellettuale dell'architettura

Nella giornata di ieri, 15 marzo 2020, è morto a Milano a 92 anni, per le complicazioni di una polmonite, l’architetto Vittorio Gregotti.

Foto Adriano Alecchi (Mondadori Publishers) - http://www.gettyimages.co.uk/detail/news-photo/italian-architect-and-designer-vittorio-gregotti-taking-news-photo/158745709

Grande maestro dell’architettura, saggista, teorico e critico, Gregotti nasce a Novara nel 1927 e, prima ancora di laurearsi a Milano nel 1952, lavora per qualche mese nel grande studio parigino dei fratelli Perret per poi continuare nello studio BBPR, accanto al suo riconosciuto maestro Ernesto Nathan Rogers. E’ proprio Rogers che lo chiama a collaborare con la rivista Casabella di cui diventerà redattore, caporedattore e poi direttore dal 1982 al 1996. Nel 1953 fonda gli Architetti Associati con Ludovico Meneghetti e Giotto Stoppino, un sodalizio professionale che durerà fino al 1968 dapprima con sede a Novara e poi, dal 1963, a Milano; sono anni molto prolifici tanto che l’archivio che è stato donato al Comune di Milano nel 2013 conta circa 250 progetti di urbanistica, architettura, arredamento e disegno industriale databili in questi anni.

Gli edifici progettati, come quelli di via Palmanova a Milano (1963-1965), si distinguono per una notevole modernità dei materiali e per alcune soluzioni di facciata innovative e specchio di una nuova cultura del costruire, mentre, quali esponenti del Neoliberty e di un concetto internazionale di nuova modernità, gli architetti disegnano la famosa poltrona Cavour per Poltrona Frau, nel 1960, considerata uno dei simboli del design italiano insieme alla piccola lampada basculante 537 disegnata per Arteluce.

Nel 1974 fonda la Gregotti Associati che negli anni, aggregando un folto gruppo di allievi e giovani professionisti, arriverà a realizzare migliaia di progetti in oltre 20 paesi del mondo con piani regolatori di grandi città, stadi, teatri, musei, edifici pubblici, chiese, università e centri di ricerca, banche, sedi di importanti aziende, quartieri residenziali, luoghi commerciali e spazi pubblici. Gregotti riesce a organizzare il lavoro del gruppo integrando le specifiche competenze in una filosofia professionale collettiva con uno specifico impegno intellettuale dei partner che abbinano all'esercizio disciplinare l'attività culturale, la pubblicazione di libri, la direzione di riviste e ricoprendo ruoli di insegnamento e di opinionisti.

Lo stesso architetto affiancherà alla progettazione il ruolo di maestro, insegnando Composizione Architettonica all’Università di Venezia, a Milano e Palermo, oltre che come visiting professor in Giappone, Stati Uniti, Argentina e Regno Unito.

Per oltre cinquant’anni Gregotti pubblica testi fondamentali di teoria e critica architettonica, da Il territorio dell’architettura a Dentro l’architettura, uscito nel 1991, e fino a Il mestiere dell’architetto pubblicato nel 2019.

Scegliere tra i mille progetti di Gregotti quello che meglio rappresenta una carriera poliedrica e lunga come quella del maestro è di sicuro arduo, anche perché ogni realizzazione si colloca nello specifico contesto storico e sociale; le grandi polemiche sorte intorno al quartiere ZEN di Palermo, da lui realizzato alla fine degli anni Sessanta, non tengono conto della mancata realizzazione delle strutture per servizi ad esso connesse e dimostrano quanto la critica di un’architettura così complessa non possa prescindere dalle diverse fasi che conducono da un ottimo progetto ad una pessima realizzazione. Vogliamo ricordarlo, piuttosto, per il Teatro degli Arcimboldi nella sua Milano, nell’area industriale della Bicocca; qui, quale eccezione morfologica che si distacca dall’impianto urbano regolare per orientarsi sull’andamento dell’antica struttura dei suoli agrari che caratterizzavano l’insediamento preindustriale, la città guadagna il suo secondo teatro lirico con un esempio magistrale di organismo insieme architettonico e acustico, grande prova di un grande architetto totale incardinato pienamente nel Secolo Breve.

“Con profonda tristezza apprendo della scomparsa del professor Vittorio Gregotti. Un grande architetto e urbanista italiano che ha dato prestigio al nostro paese nel mondo. Mi stringo alla famiglia in questa triste giornata”. Così in una nota il ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini.


Antico Egitto: scoperti resti di pinoli e un frammento raffigurante il muso di un leopardo

La Missione di scavo EIMAWA 2019 (Egyptian-Italian Mission at West Aswan) guidata dalla docente di Egittologia dell’Università Statale di Milano, Patrizia Piacentini, e dal Ministero Egiziano delle Antichità ha fatto importanti scoperte nella necropoli del deserto di Assuan, sulla riva occidentale del Nilo.

Leopardo pinoli La Statale Milano Patrizia Piacentini

Un anno fa, nella sepoltura AGH026 è stata rinvenuta una tomba che presentava una particolarità, o meglio, quasi un’eccezione: un coperchio in legno d’acacia di un sarcofago su cui era raffigurato il muso di un leopardo dai colori vivaci, simbolo di forza, in corrispondenza del punto in cui si trovava la testa del defunto per offrirgli, appunto, la forza durante il suo viaggio nell’oltretomba. La Professoressa Piacentini ha affermato che per salvare il disegno sul supporto ligneo, reso debole dalla sabbia infilatasi nelle fibre, sia stato necessario staccarne lo stucco.

I pezzi saranno ricomposti da Ilaria Perticucci e Rita Reale che, dopo un restauro virtuale,  inizieranno quello reale nei laboratori di Assuan. Inoltre, qualche mese fa si è diffusa la notizia della scoperta di una tomba all’interno della necropoli, contenente 35 mummie e diversi oggetti funerari (tra cui coperture per i corpi stuccate e dipinte con oro, un letto funerario, barelle, parti di sarcofagi e vasellame) e, nella stanza accanto a quella dove è stato trovato il famoso frammento, resti di pinoli dentro un contenitore, risalenti al I secolo d.C., importati dalla terra dei faraoni e il cui uso è attestato ad Alessandria d’Egitto per la preparazione di salse e piatti.

Leopardo pinoli La Statale Milano Patrizia Piacentini

La presenza di questa pianta nella AGH026 dimostra che le persone lì sepolte fossero benestanti. Nella prossima missione verranno effettuati accertamenti sulla dieta, le malattie e le cause di morte dei defunti inumati nella necropoli, le cui sepolture lì presenti coprono un vasto arco temporale (VII secolo a.C.-III secolo d.C.).

"Ci piace immaginare – commenta la professoressa Piacentini – che le persone sepolte nella tomba di Assuan amassero questo seme raro, tanto che i loro parenti deposero accanto ai defunti una ciotola che li conteneva affinché potessero cibarsene per l'eternità".

Le foto delle scoperte di pinoli e della raffigurazione di leopardo nella necropoli del deserto di Assuan sono dell'Università La Statale di Milano


Pietro Citati racconta il giovane favoloso Leopardi

  “La letteratura era stata, per lui, un dono sostitutivo, perché gli dei e la fortuna gli avevano concesso di scrivere, non di vivere. La malattia aveva cancellato, anno dopo anno, questo dono. Ora egli era diventato una cosa, [...] non poteva più leggere, né scrivere, né correggere i propri versi. Così anche la letteratura, l’unico conforto rimasto, era stata abolita [...], sebbene non si lamentasse della propria infelicità, perché era troppo grande.”

Tutti, nella nostra libreria, dovremmo avere Leopardi, la biografia del poeta recanatese scritta da Pietro Citati per Mondadori (pp. 436, €12.50). Se già amate il poeta recanatese, non farete altro che amarlo ancor di più; se, invece, al liceo, avete detestato il “depressissimo” Leopardi e le sue opere piene di “maiunagioia”, allora, forse, vi ricrederete.

Pietro Citati comincia a raccontare, con estrema precisione, tutti i dettagli dell’infanzia e dell’adolescenza di Leopardi: ci porta a Recanati, nella casa natìa di Giacomo. Nella biblioteca che il Conte Monaldo, “un uomo bizzarro ed estroso, insieme meschino e donchisciottesco”, allestisce per permettere al giovane Leopardi e ai suoi fratelli, Carlo e Paolina, di studiare senza mai dover abbandonare la casa e, soprattutto, Recanati.

Il borgo marchigiano, dirà a più riprese Citati, fu una vera e propria prigione per Leopardi, il quale più volte tenterà la fuga. Penserà di andare “chissà dove” già nel 1819. Quello fu un anno terribile per Giacomo.
Vessato sin dai primi anni della sua vita dalla malattia, la tubercolosi, che gli porterà indicibili sofferenze (dalla cecità, ai dolori articolari, ai dolori lancinanti allo stomaco), Giacomo non troverà altro rifugio se non nella letteratura e nel suo “studio matto e disperatissimo”.

È proprio nel 1819 che Leopardi pensa di essere ormai giunto alla fine della sua vita. Ci sono dei giorni in cui si sente talmente male che non riesce ad immaginare un futuro lungo e ancora tanti giorni davanti a sé. Vorrebbe solo andare via da quel borgo così limitato e scoprire il mondo. Vorrebbe viaggiare, anche se per quel poco tempo che sa benissimo di avere a disposizione. E invece, dopo aver ordito un astuto piano che avrebbe dovuto permettergli la fuga, il padre lo scoprirà e Giacomo si sentirà sempre costretto tra quelle quattro mura, la via di uscita gli sembrerà sempre qualcosa di inafferrabile, inarrivabile. Tornerà, quindi, ai suoi studi: in biblioteca con i suoi fratelli, fedeli compagni in quelle buie mattine di Giacomo. Ci regalerà, in quello stesso anno, l’Infinito.

Leopardi sa bene, però, che “l’educazione e l’istruzione erano una angustia, un timore, una fatica, una tortura [...], la distruzione e cancellazione della giovinezza.” Come dargli torto?
Fuori dalla biblioteca Giacomo avrebbe potuto vivere il mondo e le sue esperienze: dentro le mura paterne, invece, c’erano catene ed ombre. Le catene di quella prigione da cui, solo negli anni successivi, si sarebbe liberato e le ombre di chi vive una vita nella sofferenza, guardando faccia a faccia il dolore.

“Come raccontano le ricordanze, la notte poteva essere un supplizio: ombre, larve, spettri, fantasmi, visioni, timori, tenebre, sudori freddi, orrori, lugubri immaginazioni, chimere, spasimi, apparizioni di un altro mondo”.
Tutta la prima parte del libro di Citati è quindi dedicata alla descrizione dei membri della famiglia Leopardi (lo spazio maggiore viene riservato al Conte Monaldo) e ai momenti che più hanno caratterizzato e poi influenzato la composizione poetica di Giacomo.

Giacomo Leopardi, ritratto ad opera di Ferrazzi, 1820 circa, attualmente presso Casa Leopardi a Recanati. Immagine in pubblico dominio

Citati, nella seconda parte del libro, passa all’analisi delle opere di Leopardi: l’Infinito, lo Zibaldone, le Operette Morali, alcuni dei Canti più famosi del “giovane favoloso”, simboli della sua poetica. L’autore di questa biografia non scinde mai la vita privata di Giacomo e le sue complesse vicende dalla trattazione delle opere che noi tutti, bene o male, conosciamo e che fanno parte della nostra cultura e del nostro essere italiani.

Diversi capitoli sono dedicati ai viaggi che intraprende il nostro Giacomo, quando finalmente riesce a scappare dalla tanto odiata Recanati: Citati ci parla del viaggio a Roma di Leopardi, intrapreso nel 1822 e della delusione che il poeta provò nei confronti della città e dei letterati romani: “erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in Paradiso”.
Giacomo si commosse solo visitando il sepolcro di Torquato Tasso nel 1823: “fu commosso dal contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura; e tra la magnificenza dei monumenti romani, che egli aveva osservato con assoluta indifferenza, e la piccolezza e la nudità di questo sepolcro.”

Poi il viaggio a Bologna, nel 1825, la partenza per Milano, il ritorno a Bologna e la sua permanenza in città, dove fu accolto molto bene dalla società di intellettuali del tempo.
Nel giugno 1827 Leopardi decide di recarsi a Firenze dove avrà la possibilità di conoscere nuovi intellettuali, i quali diventeranno suoi amici: amici che Leopardi, a Recanati, non ha mai avuto. Giacomo, sebbene continui ad avere innumerevoli disturbi fisici, è più sereno. Quando è in viaggio, lontano dal borgo dove è nato, le giornate sono più sopportabili.
Firenze non gli piacque abbastanza, quindi decide di andare a Pisa. Rimarrà colpito soprattutto dal clima della città toscana. Leopardi scriverà, infatti, di poter passeggiare molto anche in inverno, e lì gli inverni sono molto meno rigidi che a Recanati.

Quando farà ritorno a Recanati, a fine novembre del 1828, Leopardi vivrà diciotto mesi di inferno. Le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente ed il poeta si trova di nuovo rinchiuso nel carcere dove ha trascorso l’intera giovinezza.
Solo quando partirà nuovamente per Bologna e Firenze per non far mai più ritorno a Recanati il suo animo di rasserenerà, anche se Giacomo è ormai consapevole di non avere più molti anni davanti a sé.
Ormai quasi cieco, Leopardi riuscirà a dar vita all’edizione napoletana dei Canti, pubblicata nell’aprile del 1831 dall’editore Guglielmo Patti, di cui, però, non riesce a correggere le bozze.
Nel 1833 il suo ultimo viaggio per recarsi a Napoli insieme all’amico Antonio Ranieri, dove Leopardi morì qualche anno più tardi, il 14 giugno del 1837.

Leopardi di Pietro Citati è un “must have” nelle nostre librerie, perché è capace di narrare le complesse vicende dell’autore recanatese e qualche aneddoto riguardante il nostro “giovane favoloso” in maniera scorrevole, piacevole e mai scontata.

Pietro Citati Leopardi
La copertina del libro Leopardi di Pietro Citati, nell'edizione Oscar Bestsellers della Mondadori

Ove non indicato diversamente, la foto è stata scattata da Marika Strano.

Leopardi Pietro Citati


Cento anni di Emilio Vedova

In occasione del centenario della nascita di Emilio Vedova -artista che con il suo operato ha influenzato e tutt'ora influenza l'arte contemporanea- la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova  conclude il ciclo di eventi realizzati per l'occasione al Palazzo Reale di Milano. La mostra "Emilio Vedova", inaugurata il 6 dicembre 2019 e che resterà aperta fino al 9 febbraio 2020, è stata promossa dalla Fondazione in collaborazione con il comune di Milano e il Palazzo Reale.

La curatela di questo evento non poteva che essere affidata a Germano Celant. L'allestimento da lui ideato, realizzato insieme allo studio di architettura Alivisi-Kirimoto, mette in scena l'intera carriera artistica del Maestro, dai primi anni del momento figurativo e geometrico, passando poi per il periodo informale, fino ad arrivare ai tondi e ai dischi, dai caratteri spaziali più decisi, che lo hanno reso celebre.

Il percorso espositivo comincia nella sala del Piccolo Lucernario dove alcuni pannelli accompagnati da una selezione di opere, che vanno dagli anni quaranta fino ai novanta, raccontano la vita dell'artista.

Emilio VedovaCiò che stupisce maggiormente è l'ingresso nella scenografica Sala delle Cariatidi. Progettata nella metà del Settecento come simbolo del potere politico, subisce nel Novecento i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Solo nel 2000 si comincia un'operazione di restauro per recuperare e consolidare le parti originali. Per le sue caratteristiche architettoniche la Sala delle Cariatidi è il luogo ideale dove incontrare il linguaggio spaziale e scenografico, ma al tempo stesso essenziale, di Emilio Vedova. Le opere qui selezionate da Germano Celant sono separate da un muro grigio antracite alto 5 metri, che crea un percorso in cui accompagnare e guidare il visitatore. In questo contesto l'intervento minimale dello studio Alivisi-Kirimoto, che consiste nell’inserimento di una struttura rettangolare in tubi metallici sospesa, permette la perfetta illuminazione delle opere. Ulteriore fattore a rendere ancora più spettacolare la sala è la presenza di numerosi specchi posti al posto delle finestre, ciascuna incrniciata da due cariatidi da cui prende il nome la sala. La creazione del riflesso delle opere negli specchi permette al visitatore di entrarvi dentro e farne parte.

Emilio Vedova Emilio VedovaEmilio VedovaCosì con la selezione di opere che vanno dal ‘55 al ‘65, in particolare con il ciclo Absurdes Berliner Tagebuch '64, il visitatore, insieme all'opera, mette in atto sentimenti di rabbia e tensione che preannunciano i temi ribelli del 68'. Al contrario i dischi e i tondi degli anni ‘80 annunciano un principio di ordine e perfezione individuato nella forme circolari. La parte finale del percorso con le opere degli anni ‘90 – emblematica la struttura Chi brucia un libro, brucia un uomo, che riproduce pagine movibili di un libro nero, bruciato, strappato - rappresentano la denuncia dell'artista contro una società inerte che assiste al declino e alla distruzione della memoria.

Emilio Vedova

Tutte le foto sono di Rita Roberta Esposito.

Emilio Vedova


Conversazione in Sicilia

“Conversazione in Sicilia”, capolavoro di Elio Vittorini

“Conversazione in Sicilia” è un romanzo di Elio Vittorini ambientato nell’Italia fascista di fine anni ’30 e inizio anni ’40, in una Sicilia che l’autore stesso definisce tale «solo per avventura; perché il nome Sicilia suona meglio del nome Persia o Venezuela».

Il protagonista della storia è Silvestro Ferrauto, uomo ormai trentenne che, da Milano, decide di fare ritorno verso*(1) la sua terra d’origine, la Sicilia per l’appunto, in occasione del compleanno della madre.  Il viaggio di Silvestro ha come ultimo obiettivo quello di indagare a fondo le cause del suo malessere e di un’ira non del tutto identificabile, dovuta alla presa di coscienza della situazione di non ritorno in cui l’Italia è versata. Nonostante Vittorini non manifesti la causa del dolore che affligge Silvestro e l’intero genere umano, il riferimento ai regimi totalitari e alla sanguinosa guerra di regime spagnola è presente nell’intero romanzo, in maniera implicita per via dei rigidi controlli da parte della censura che costringono tutti gli scrittori e gli intellettuali dell’epoca a raccontare l’avversione al fascismo attraverso espressioni allusive e forme di linguaggio cifrate. Da qui deriva la necessità di costruire l’intero racconto tramite un susseguirsi di immagini allegoriche e riferimenti mitici, che fungono da schermo per importanti messaggi culturali e politici che esprimono la drammaticità del periodo storico a loro contemporaneo. “Conversazione in Sicilia” non ottenne, infatti, gli stessi risultati editoriali raggiunti dagli altri romanzi dell’autore, proprio per la difficoltà nell’interpretare quello che Vittorini stesso definisce “parlar figurato”. Per riuscire in questo intento, Vittorini recupera la forma magica-mitologica, che la rivoluzione scientifica ha in parte distrutto ma che riesce a sopravvivere attraverso le forme allegoriche. Tutto il romanzo è strutturato in questo modo: nulla di ciò che Silvestro vede durante il suo viaggio è realistico.

Elio Vittorini
Elio Vittorini, foto dalla copertina di Conversazione in Sicilia. Milano, BUR, 1986

 

La scelta del recupero di forme mitiche si accompagna al ripristino della dimensione fiabistica oltre che teatrale. In particolare, attingendo alla famosa fiaba del pifferaio magico che libera la città dai topi suonando lo strumento musicale, Vittorini allude ai giorni dell’infanzia di Silvestro che sono ormai diventati “scuri e informi” come topi, e il suono del piffero che avverte dentro di sé corrisponde metaforicamente al viaggio verso la regione natìa.

“un piffero suonava in me e smuoveva in me topi e topi che non erano precisamente ricordi. Non erano che topi, scuri, informi, trecentosessantacinque e trecentosessantacinque, topi scuri dei miei anni, ma solo dei miei anni in Sicilia, nelle montagne, e li sentivo smuoversi in me, topi e topi fino a quindici volte trecentosessantacinque, e il piffero suonava in me, e così mi venne una scura nostalgia come di riavere in me la mia infanzia”

L’intero romanzo è costruito attorno al tema del recupero di un’infanzia dimenticata e di un tempo perduto*(2):

“Poi aspettando vidi venire su dalla valle un aquilone, e lo seguii con gli occhi passare sopra a me nell’alta luce, mi chiesi perché, dopotutto, il mondo non fosse sempre, come a sette anni, Mille e una notte.

[...]

Uno, a sette anni, ha miracoli in tutte le cose, e dalla nudità loro, dalla donna, ha la certezza di esse, come suppongo che lei, costola nostra, l’ha con noi. La morte c’è, ma non toglie nulla alla certezza; non reca mai offesa, allora, al mondo Mille e una notte. Ragazzo, uno non chiede che carta e vento, ha solo bisogno di lanciare un aquilone.

[...]

Dopo, uno conosce le offese recate al mondo, l’empietà, e la servitù, l’ingiustizia tra gli uomini, e la profanazione della vita terrena contro il genere umano e contro il mondo. Che farebbe allora se avesse pur sempre certezza?”

Attraverso l’immagine dell’aquilone che si innalza al cielo, Vittorini concretizza la purezza di un’infanzia primigenia che non è ancora stata infettata dal mondo ingiusto e servile degli adulti – processo inevitabile di crescita e di scontro con la realtà che comporta lo svanire delle certezze infantili e una matura presa di coscienza da parte dell’individuo. L’unica via di salvezza consiste nel recupero della memoria, attraverso l’esperienza: per esprimere questo concetto Vittorini insiste sull’esistenza di una quarta dimensione, che non contempla l’idea del tempo né dello spazio, ma solo del “ricordo e l’in più di ora” – ovvero coincide con il recupero del passato e la vita che scorre nel presente.

“Era questo, mia madre; il ricordo di quella che era stata quindici anni prima, venti anni prima quando ci aspettava al salto del treno merci, giovane e terribile, col legno in mano; il ricordo, e l’età di tutta la lontananza, l’in più d’ora, insomma due volte reale.”

Silvestro scompone l’immagine della madre e la vede reale due volte, ovvero la donna che era nel passato sommata alla donna che è diventata nel presente.

La dimensione ideata da Vittorini rasenta un universo immaginario e mitico, che trascende il mondo reale e ne evoca uno fantastico, recuperando dalla sfera del passato simboli e significati che tornano a vivere in un nuovo presente. In questa nuova dimensione, ogni cosa si abbandona al fascino di una lontananza in cui tutto è enigmatico e atavico:

“”Ma guarda, sono da mia madre”, pensai di nuovo, e lo trovavo improvviso, esserci, come improvviso ci si ritrova in un punto della memoria, e altrettanto favoloso, e credevo di essere entrato a viaggiare in una quarta dimensione.”

Nel corso del viaggio di ritorno in Sicilia, Silvestro ascolta i consigli di Calogero, Ezechiele, Porfirio e Colombo, “personaggi-funzione” che attraverso la loro esperienza singola e concreta riflettono l’umano sentire.  Le voci dei quattro interlocutori confermano in Silvestro la consapevolezza del mondo offeso e lo aiutano a recuperare lo strumento garante di salvezza, al fine di stabilire una nuova sintonia con il luogo in cui tutto è iniziato.

Nonostante l’utilità degli insegnamenti impartiti e benché “la ruota del viaggio” fosse ripartita, a permettere la rigenerazione traumatica di Silvestro (“topi e topi che non erano precisamente ricordi”) è il fantasma del fratello Liborio, morto probabilmente durante la guerra in Spagna. L’incontro con l’ex soldato dà origine a un dialogo scandito da una sola interiezione e quasi impossibile da interpretare, da cui il protagonista comprende l’impossibilità di pronunciare certe parole in determinate situazioni e la necessità di sostituirle con i fatti.

All’assenza della parola si aggiunge poi la mancata logica spazio-temporale che distingue il passato dal presente, rendendo l’incontro col fratello una situazione surreale in cui le due sfere temporali sono paritetiche.

Il ricorso al parlar figurato, la messa in scena di una quarta dimensione, i rimandi a una sfera mitica e fiabesca, l’indagine cromatica che alterna luci e ombre, colori e buio, e che mette in scena una terra vivace ma allo stesso tempo fatta di cenere e devastazione: tutto ciò spiega la complessità ma anche la meraviglia del romanzo.

Conversazione in Sicilia
Copertina dell'edizione Bompiani del 1942. Il libro fu precedentemente pubblicato dalla rivista Letteratura nel 1938-39, e quindi da Parenti nel 1941 col titolo di Nome e Lagrime. Fair use

*(1) Il titolo “Conversazione in Sicilia” è scelto appositamente dall’autore.

*(2) Si noti che, negli stessi anni, Marcel Proust pubblicò il suo capolavoro maturando la stessa idea di un recupero di qualcosa che sembra essere perduta per sempre.

Fonti:

  1. "Conversazione in Sicilia", BUR

Napoli svelata. Open House Napoli racconta la città tra architettura e spazi privati

Napoli si svela e racconta il suo immenso patrimonio artistico antico e moderno in due giorni di visite gratuite grazie all’evento Open House Napoli, in programma nella città partenopea nelle giornate di sabato e domenica 26-27 ottobre 2019.

L’evento Open House non è nuovo in Italia, infatti, già Milano, Torino e Roma, ospitano da qualche anno aperture tra cantieri, case private, studi di architettura e spazi rigenerati. Il primo festival Globale dell’Architettura nasce a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e testimoniare quanto un’adeguata progettazione possa influenzare in meglio la qualità della vita.

Open House Napoli
Conferenza stampa Open House Napoli. In foto: Alessandra Thomas, Luigi De Magistris e Stefano Fedele

Saranno cento gli edifici aperti al pubblico e già 400 volontari hanno accettato la sfida di raccontare ai napoletani e ai tanti affezionati di open house edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, cantieri attivi, luoghi sacri, infrastrutture, spazi verdi, residenze private, factory creative ma anche eventi e percorsi nei diversi quartieri della città.

Protagonisti gli architetti che arricchiranno l’esperienza attraverso curiosità tecniche e particolari che il più delle volte possono sfuggire ad occhi non allenati. E allora Studio Gnosis Progetti, X Studio Architettura, Casa Bianca – Studio Pica Ciamarra Associati e Studio Veneziatre apriranno le porte dei loro studi e racconteranno i loro progetti e le loro visioni, spesso surreali e innovative, per la città del futuro. Occasione unica e in esclusiva per la Prima edizione di Open House Napoli anche la visita a Villa Oro, progettata negli anni ’30 da due grandi architetti, Luigi Cosenza e Bernard Rudofsky e meta assolutamente imperdibile.

Conferenza Stampa di Open House Napoli

Protagonista sarà anche il verde urbano con visite esclusive al Parco di Re Ladislao, splendido esempio di hortus conclusus a ridosso della Chiesa di San Giovanni a Carbonara e luogo di assoluto fascino architettonico, o il Parco del Poggio, sottratto all’edificazione degli anni ’60 e ’70 ed esempio di recupero di un’area cava. Ma aperto eccezionalmente per Open House Napoli ci sarà anche Nisida con il suo Parco Letterario e alcuni dei suggestivi sentieri che la percorrono fino a Porto Paone.

Per chi invece fosse interessato ai palazzi storici e alle chiese, ricordiamo che diversi saranno aperti proprio per l’occasione. Uno di questi è la Sede della Banca d’Italia, luogo conosciuto e spesso ignorato ma dall’immenso valore architettonico, oppure il Palazzo delle Poste, anch’esso luogo di passaggio ma perfetto esempio di avanguardia espressiva e tecnologica.

Open House Napoli
Foqus Fondazione Quartieri Spagnoli- Open House Napoli

Tanti ancora i luoghi fruibili giorno 26 e 27 ottobre ma non vogliamo svelarvi proprio tutto. Per i più curiosi è possibile consultare il programma a questo link: https://www.openhousenapoli.org/images/OHN/OHN_Programma_web.pdf

Open House Napoli può considerarsi un’esperienza semplice ed efficace che già a livello internazionale ha riscosso un enorme successo, un modo di presentare a tutti, liberamente e gratuitamente, l’architettura spesso sconosciuta delle nostre città. Open House Napoli, attraverso il suo messaggio invita tutti ad esplorare e scoprire il valore di un ambiente ben costruito e che ha una storia tutta da scoprire. Curiosare tra gli studi, luoghi spesso non fruibili al pubblico, l’edificio sotto casa di cui spesso ignoriamo la storia, palazzi, paesaggi nascosti trasmetterà ai cittadini un senso di appartenenza ancora più forte del territorio.

L’esperimento Open House Napoli ha inoltre permesso una proficua collaborazione tra pubblico e privato, aprendo a tutti la rete di ascolto con le istituzioni. Napoli si mostra così come un’opera aperta e un laboratorio di continua sperimentazione così come è intrinseca nella sua cultura e nella sua gente.

Maggiori informazioni sul sito dell'evento: https://www.openhousenapoli.org/

 


Ultimi giorni per votare: libera l'arte!

Ultimi giorni per votare l’opera che verrà restaurata da Sanex! Libera l'arte!

Otto sculture di cinque differenti regioni si sfidano per aggiudicarsi il concorso speciale promosso da Sanex, azienda del gruppo Colgate Palmolive, per premiare la statua più votata dal pubblico telematico, che verrà restaurata da Sanex e restituita al pubblico entro gennaio 2020. L’iniziativa è promossa in collaborazione con Fondaco Italia, società di consulenza che opera mediante progettazione e gestione di interventi di restauro, manifestazioni ed eventi.

Le otto competitrici del concorso non privilegiano di una stanza all’interno di un sontuoso albergo a 4 stelle ma godono dell’alloggio in prestigiose dimore storiche: la splendida Statua di Artemide, copia moderna in marmo bianco da originale greco di inizio IV sec. a.C. collocata nella Corte d’onore di Palazzo Reale di Torino; l’inflessibile figura femminile orante, alloggiata presso il Castello Sforzesco di Milano, detta “Madonna del Coazzone”, termine che richiama la lunga treccia che scende sul dorso, molto in voga tra le dame milanesi del tardo Quattrocento; l’ignota ottocentesca copia in gesso della Venere di Milo ospitata all’Accademia di Belle Arti di Firenze; la meravigliosa Statua di Pomona, opera di Jean-Baptiste Boudard del 1757 in marmo bianco, collocata davanti al Palazzo Ducale di Parma; l’anonima cinquecentesca Fontana del Delfino sita in Piazza del Delfino a Bergamo, probabilmente commissionata da una famiglia locale; La vivace Madonna con Bambino custodita nella Chiesa di Sant’Egidio ad Amatrice, una statua processionale di bottega italiana del XX secolo; la settecentesca e anonima Statua di giovane donna, collocata sotto l’Arengario di Monza; la raffinata Statua di Santa Teresa facente parte del complesso scultoreo collocato nella Basilica di Santa Maria in Montesanto detta ‘Chiesa degli Artisti’ a Roma.

Fino a mercoledì 9 ottobre chiunque potrà votare la preferita delle otto ‘concorrenti’ sul sito www.liberalarte.org, contribuendo così a valorizzare lo splendido patrimonio del nostro Paese e, chissà, incentivando, in maniera più o meno in diretta, iniziative affini.

libera l'arte
Immagine dalla Pagina Facebook Libera l'arte

Ulisse. Alberto Angela celebra il genio di Leonardo

Alberto Angela presenta la seconda puntata della nuova stagione di Ulisse, il piacere della scoperta.

In occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci, il programma di divulgazione scientifica celebra il genio italiano con una puntata interamente dedicata alle sue creazioni e alla sua straordinaria esistenza.

Il viaggio comincerà in Francia, ad Amboise, sulle rive della Loira, nei luoghi dove Leonardo Da Vinci trascorse gli ultimi anni di vita. Con Alberto Angela, immergendosi nelle atmosfere rinascimentali, si scoprirà la genesi di tantissime opere leonardesche e si seguiranno le sue orme, cercando di svelare l’enigma di Leonardo: chi era davvero quell’uomo geniale che fu artista, scienziato, ingegnere, pittore, musicista, scultore e architetto al tempo stesso?

Alberto Angela

Dal maniero che gli donò il Re di Francia, Francesco I, ci si sposterà poi a Firenze, dove il giovane Leonardo andò a bottega da un maestro d’eccezione: Andrea del Verrocchio, uno degli artisti più rappresentativi del suo tempo.

E in questa perla del Rinascimento, Alberto Angela dal suo museo più celebre, gli Uffizi, condurrà il pubblico in una visita nella Sala Leonardo, laddove sono esposti i primi capolavori del Genio toscano.

Da Firenze a Milano: è qui che Leonardo visse per ben 17 anni, dal 1482, presso la corte di Ludovico il Moro. Questo ambiente, pieno di fermento culturale, fu per lui di ispirazione per moltissime opere, una fra tutte, il meraviglioso Cenacolo. Un’opera tra le più visitate d’Italia, simbolo della potenza economica della Milano dell’epoca e della prosperità culturale ed artistica di una città che poteva gareggiare, per cultura, con Venezia e con la Firenze del Rinascimento.

Tra i molteplici aspetti dell’ingegno di Leonardo Da Vinci, si scoprirà la sua passione per la musica e per l’occasione si ascolterà un brano, il cui testo fu scritto dallo stesso Leonardo, musicato originalmente da Roman Vlad, riarrangiato per l’occasione da Fabio Visocchi, interpretato da Giorgia, una delle più belle voci italiane.

Tra i grandi ospiti della serata, si ritroverà Gigi Proietti che, attraverso le sue magistrali interpretazioni, darà voce a storie e personaggi dell’epoca.

E ancora un altro grande interprete farà parte di questa puntata eccezionale: Roberto Benigni. Una grandissima presenza quella dell’artista toscano, che entra nel racconto della vita del genio italiano come solo lui sa fare, regalando al pubblico un momento di spettacolo e approfondimento unico.


Arriva Canova alla Galleria d'Arte Moderna di Milano

Dal 25 ottobre 2019, la Galleria d’Arte Moderna di Milano presenta la mostra Canova. I volti ideali, che ricostruisce la genesi e l’evoluzione della tipologia di busti femminili realizzati dallo scultore all’apice della sua carriera.

Curata da Omar Cucciniello e Paola Zatti, con la collaborazione di Fernando Mazzocca, l’esposizione è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Galleria d’Arte Moderna di Milano e dalla casa editrice Electa.

Antonio Canova
Busto di Beatrice, 1812
Gesso, cm 74 x 45 x 30
Gypsotheca e Museo Antonio Canova,
Possagno

Negli ultimi dodici anni della sua attività, quando è lo scultore vivente più famoso e più richiesto d’Europa, Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822) elabora una tipologia di busti che ha immediata fortuna tra i contemporanei, sia tra la committenza che tra la critica dell’epoca e che chiamò “teste ideali”. Un filone fortunatissimo di cui l’esposizione ricostruisce per la prima volta la genesi e l’evoluzione attraverso circa 30 opere, di cui oltre 20 di Canova, provenienti da musei internazionali.

Si tratta di una serie di volti esclusivamente femminili, molti dei quali realizzati senza commissione, nati forse con l’occasione di un ritratto idealizzato, quello di Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella di Napoleone. I volti non effigiano personaggi reali, ma indagano le infinite variazioni della bellezza femminile, basate sull’equilibrio perfetto tra l’idealizzazione, derivante dalla scultura classica e lo studio della natura. Sottoposti a sottili, raffinatissime variazioni nelle acconciature, nelle espressioni, nella resa virtuosistica del marmo, questi volti giungono a una progressiva semplificazione formale ed espressiva che trova il suo culmine nella Vestale.

Realizzata tra il e 1818 e il 1819, fu replicata in tre marmi: se il più noto è conservato proprio alla GAM di Milano, gli altri due sono alla Fondazione Calouste Gulbenkian di Lisbona e al J. Paul Getty Museum di Los Angeles, e sono per la prima volta riuniti in occasione della mostra e messi a confronto in un dialogo inedito, al centro del percorso espositivo.

Immagine di copertina:

Antonio Canova
Vestale
1818-1819
marmo di Carrara
cm 58 x 31 x 23
Galleria d’Arte Moderna, Milano


“Fedeltà”: la ri-educazione sentimentale di Marco Missiroli

Nella cinquina finalista del Premio Strega 2019 ci arriva, tra i favoritissimi, Fedeltà, l’ultima fatica letteraria di Marco Missiroli, uno degli scrittori italiani più apprezzati (e apprezzabili) di questi anni ’10. Il suo penultimo romanzo, Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015), uno dei casi editoriali di quell’anno, ha consacrato Missiroli nell’alveo (non nutritissimo) dei migliori talenti italiani contemporanei. In Atti osceni, Missiroli raccontava la storia di Libero Marsell, della sua lacerante e progressiva scoperta dell’amore e di sé. Imparare ad amare, a vivere la propria sessualità e le proprie relazioni sentimentali sono una scoperta quotidiana, faticosa, fatta di inciampi, incomprensioni e furori. Libero vive la sua vita da adolescente e da adulto, diviso a metà tra Milano e Parigi. Ed è proprio in Francia che sua madre inizia a tradire suo padre. Da quell’evento prende avvio questo romanzo di formazione, questa vera e propria educazione sentimentale e intellettuale, in cui Libero cresce pagina dopo pagina, seguendo i suoi modelli di riferimento, le sue letture, le sue canzoni, i suoi film, grazie ai quali scopre a poco a poco la propria individualità e la propria ‘libertà’. In Atti osceni, Libero, come tutti noi, impara la grammatica della vita.

Fedeltà, invece, va oltre, entrando a gamba tesa nella carne viva della contemporaneità. Se Atti osceni era ambientato tra gli anni ’70 e ‘80 prevalentemente nella Parigi di Sartre, le duecento pagine di Fedeltà, invece, hanno come sfondo la Milano a metà tra gli anni della crisi del 2008 e i giorni nostri. Fedeltà si configura quasi come un romanzo corale, fatto di storie e vite che si intrecciano a ragnatela. Il nucleo di questa matassa è una giovane coppia sposata: Carlo, aspirante scrittore ma non particolarmente dotato, e Margherita, agente immobiliare. Carlo insegna scrittura creativa all’Università, grazie alle conoscenze di suo padre. Ma è lì che Carlo ‘inciampa’ nel «malinteso»: è stato sorpreso, infatti, nei bagni in compagnia di una sua studentessa, Sofia. Come in Atti osceni, anche qui è un tradimento ad innescare gli eventi.

Grazie ai suoi personaggi, Missiroli indaga la vita di coppia, il senso profondo della monogamia, e della monogamia alla fine di questi anni ’10: cosa vuol dire essere fedeli a qualcuno, cosa vuol dire tradire, cosa vuol dire oggi la parola matrimonio, come si può inseguire una stabilità relazionale in un mondo per sua stessa costituzione instabile (o ‘flessibile’), in cui latitano certezze economiche e lavorative. Carlo e Margherita hanno gli stessi problemi di tutte le coppie di trentenni-quarantenni di oggi: un mutuo (spropositato) con cui pagarsi una casa al di sopra delle proprie possibilità, un figlio e una stabilità economica da ritrovare (perché Carlo arriverà anche a perdere il lavoro).

Le stesse pulsioni centripete che porteranno Carlo a desiderare una relazione con la sua studentessa Sofia, agiteranno però anche la vita di Margherita, che vedrà nel fisioterapista dalla doppia vita, Andrea, una via di fuga (anche solo momentanea) dal proprio matrimonio.

Fedeltà è stato definito un romanzo ‘maturo’: per la tematica, evidentemente, in quanto i protagonisti sono degli adulti già ‘formati’ (sebbene oggi queste differenze tra età della vita siano sempre più sfumate, e Missiroli dimostra di saperlo), ma anche e soprattutto, aggiungerei, per lo stile. La penna di Missiroli è decisa, consapevole dei propri mezzi e dei propri modelli (la grande letteratura ebraico-americana del ‘900), ‘matura’, appunto, quasi ai limiti dell’autocompiacimento. Missiroli, che è un grande (de)scrittore di ‘donne’, si muove abilmente nei ritratti, ma rispetto ad Atti osceni, qualcosa non gira come dovrebbe: il finale, forse, è troppo affrettato, e alcuni personaggi avrebbero richiesto un maggiore approfondimento. Anche le citazioni di film e romanzi, che in Atti osceni erano estremamente significanti dal punto di vista simbolico-narrativo, in Fedeltà, in alcuni casi, sembrano solo un orpello decorativo che nulla aggiunge e nulla sposta (eccezion fatta per lo splendido Sylvia di Leonard Michaels).

Fedeltà è un’opera più necessaria che bella: Missiroli ha il merito di aver concepito un romanzo fondato essenzialmente sul tema dell’infedeltà coniugale (tema letterario antico almeno quanto la guerra di Troia) attraverso, però, attualissimi strumenti interpretativi. Le pagine più significative sono quelle in cui i protagonisti si interrogano sul senso di ciò che stanno facendo e sul significato stesso della fedeltà. A partire da queste riflessioni, che scaturiscono sempre dal rapporto tra i protagonisti e il proprio corpo, Missiroli riscrive la ‘sua’ grammatica relazionale. “Che vuol dire essere infedeli nel momento in cui si è fedeli a sé stessi?”, sembra chiedersi l’autore. «Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento. Rispetto a cosa avrebbe tradito?», si chiede Carlo. Solo il tempo può insegnare ad una coppia a ri-amarsi, per continuare ad amarsi. Solo attraverso un nuovo codice, una ri-educazione sentimentale, una coppia può sopravvivere a sé stessa.

Fedeltà Marco Missiroli Giulio Einaudi editore