Individuati resti di Neanderthal nella Grotta Guattari al Circeo

In seguito alle ricerche archeologiche sistematiche della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Frosinone e Latina in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, iniziate nell’ottobre del 2019, sono tornati alla luce 9 resti fossili di Homo Neanderthalensis. La grande scoperta a ottant'anni dall'individuazione della Grotta Guattari a San Felice Circeo (LT) segue quella già nota dei resti di altri due ominidi nel sito.

Grotta Guattari
Resti di Neanderthal (Homo Neanderthalensis) dalla Grotta Guattari. ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC Foto di Emanuele Antonio Minerva.

Una scoperta straordinaria di cui parlerà tutto il mondo nella Grotta di Guattari – ha dichiarato il Ministro della Cultura, Dario Franceschiniperché arricchisce le ricerche sull’uomo di Neanderthal. È il frutto del lavoro della nostra Soprintendenza insieme alle Università e agli enti di ricerca, davvero una cosa eccezionale”.

Grotta Guattari
Resti di Neanderthal (Homo Neanderthalensis) dalla Grotta Guattari. ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC Foto di Emanuele Antonio Minerva.

Infatti, la Grotta Guattari, risulta essere uno dei siti archeologici più interessanti al mondo per lo studio comportamentale e la ricostruzione storica della vita dell'Homo Neanderthalensis, che visse nel corso del Paleolitico Medio (200000-40000 anni fa).

Con questa campagna di scavo – ha detto Mauro Rubini, direttore del servizio di antropologia della SABAP per le province di Frosinone e Latina - abbiamo trovato numerosi individui, una scoperta che permetterà di gettare una luce importante sulla storia del popolamento dell’Italia. L’uomo di Neanderthal è una tappa fondamentale dell’evoluzione umana, rappresenta il vertice di una specie ed è la prima società umana di cui possiamo parlare”.

https://www.youtube.com/watch?v=DddSjH0PMJI&t=2s

Tra i reperti fossili dei 9 individui, 8 di questi sono databili tra i 50mila e i 68mila anni fa, mentre il più antico è databile tra i 100mila e i 90mila anni fa.

Sono tutti individui adulti – ha rilevato Francesco Di Mario, funzionario archeologo della SABAP per le province di Frosinone e Latina e direttore dei lavori di scavo e fruizione della grotta Guattaritranne uno forse in età giovanile. È una rappresentazione soddisfacente di una popolazione che doveva essere abbastanza numerosa in zona. Stiamo portando avanti gli studi e le analisi, non solo genetiche, con tecniche molto più avanzate rispetto ai tempi di Blanc, capaci di rivelare molte informazioni”.

https://www.youtube.com/watch?v=gNaqnrMXIeE

Inoltre, sono presenti anche resti di iene, di elefante, rinoceronte, orso delle caverne e dell’uro, il grande bovino estinto, che forniscono numerose informazioni paleozoologiche.

Gli studi geologici su Grotta Guattari

Lo studio geologico e sedimentologico di questo deposito - ha evidenziato Mario Rolfo, docente di archeologia preistorica dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata - ci farà capire i cambiamenti climatici intervenuti tra 120 mila e 60 mila anni fa, attraverso lo studio delle specie animali e dei pollini, permettendoci di ricostruire la storia del Circeo e della pianura pontina”.

https://www.youtube.com/watch?v=JDzsfhcuyWo&t=1s

Difatti, l'area di Grotta Guattari risulta eccezionale geologicamente, presentando le stesse condizioni ambientali di 50000 anni fa, permettendo la ricostruzione paleoclimatica e paleoambientale. Le ricerche genetiche e biologiche permetteranno di ricostruire la vegetazione, il clima e l’ambiente in cui vivevano questi ominidi, mentre, le analisi isotopiche permetteranno di ricostruire la dieta delle specie animali individuate, sulle cui ossa risultano presenti segni di rosicchiamento e l’alimentazione antica dell’uomo di Neanderthal.

Grotta Guattari
Paleosuperficie A con resti ossei di iena, Grotta Guattari. ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC.

L'INGV, CNR/IGAG, l'Università di Pisa, l'Università di Roma La Sapienza, stanno svolgendo studi interdisciplinari collaborando al fine di ricostruire il quadro paleoecologico della pianura Pontina tra i 125.000 e i circa 50.000 anni fa.

Inoltre, le indagini sono state estese sia in luoghi non ancora esaminati come il "Laghetto", dove si presuppone la presenza di acqua nei mesi invernali, qui sono stati rinvenuti diversi resti umani, tra cui una calotta cranica, un frammento di occipitale, frammenti di cranio , frammenti di mandibola, due denti, tre femori parziali e altri frammenti ossei.

Grotta Guattari
Zona "Laghetto" presso Grotta Guattari. Foto ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC.

Nuovi scavi anche all'esterno della Grotta Guattari dove sono state individuate stratigrafie e paleosuperfici di frequentazione databili tra i 60 mila e i 125 mila, grazie alle quali sarà possibile ricostruire la quotidianità degli ominidi, come dove si nutrivano o accendevano il fuoco. Individuati, infatti, resti di carbone e ossa combuste dove è possibile ipotizzare la presenza di un focolare.

https://www.youtube.com/watch?v=0e_TyHKyTZw

 

 

 


restauro mosaico Alessandro

Partono le attività di restauro del Mosaico di Alessandro al MANN

Partono le attività di restauro del Mosaico di Alessandro
Il Direttore del MANN, Paolo Giulierini: "Scriviamo una pagina importante per la storia del Museo
e la conservazione dei beni culturali"
La supervisione è dell'Istituto Centrale per il Restauro
Entro luglio 2021, sarà ultimato il cantiere, visibile al pubblico durante i lavori
Foto del Mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia (fine II/ inizi I sec. a.C.), partono le attività di restauro. Credits: Pedicini Fotografi

In rete per il “Gran Musaico”a fine mese, partirà la campagna di restauro del Mosaico della Battaglia di Isso, capolavoro che rappresenta un simbolo, universalmente noto, dei tesori custoditi dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il restauro, che sarà concluso a luglio, è realizzato con la supervisione dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR); le attività diagnostiche sono promosse in rete con l’Università del Molise (UNIMOL) ed il Center for Research on Archaeometry and Conservation Science (CRACS).

"Con l'avvio, nel 2021, del restauro del Mosaico di Alessandro, scriviamo insieme una pagina importante nella storia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e quindi della conservazione dei beni culturali. Sarà un restauro grandioso,  che si compirà sotto gli occhi del mondo. Un viaggio entusiasmante lungo sette mesi ci attende: dopo il minuzioso lavoro preparatorio, studiosi ed esperti  si prenderanno cura con le tecniche più avanzate  del nostro iconico capolavoro pompeiano, raffigurante la celebre battaglia di Isso. La tecnologia e le piattaforme digitali ci consentiranno di seguire le  delicatissime operazioni, passo dopo passo, in una sorta di 'cantiere trasparente', come mai accaduto prima.  Per realizzare  una  operazione così  ambiziosa e complessa è stata attivata dal MANN una rete di collaborazioni scientifiche e di partnership  di grande prestigio", commenta il Direttore del MANN, Paolo Giulierini.
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
Lo stato dell'arte: guardando indietro nel tempo, le ragioni del restauro.
Milioni di tessere ed una superficie di eccezionale estensione (5,82X 3,13 m): nella casa del Fauno di Pompei, il mosaico, che decorava il grande pavimento dell'esedra, era al centro di una ricca “architettura” iconografica. Agli occhi degli scopritori, nel 1831, il capolavoro non soltanto si rivelò nell'unicità e nelle dimensioni della scena rappresentata, ma anche nello stato sostanzialmente buono di conservazione: le ampie lacune riscontrate riguardavano, infatti, la sezione sinistra dell'opera, senza “intaccare” il fulcro della raffigurazione. Fu travagliata, in ogni caso, la decisione di distaccare il mosaico, per trasportarlo nel Real Museo Borbonico: dopo circa 12 anni di accesi dibattiti, una commissione espresse parere favorevole e l'opera, il 16 novembre 1844, fu messa in cassa e condotta lentamente da Pompei a Napoli, su un carro trainato da sedici buoi.
 Durante il tragitto, all'altezza di Torre del Greco, un incidente minacciò l'integrità del mosaico: l'opera fu sbalzata a terra e, soltanto nel gennaio del 1845, venne aperta la cassa per verificare l'integrità del capolavoro che, fortunatamente, non aveva subito danni. La prima collocazione della Battaglia di Isso fu, dunque, il pavimento della sala CXL, secondo il progetto iniziale di Pietro Bianchi; fu Vittorio Spinazzola, nel 1916, a definirne la nuova sistemazione a parete nelle riallestite sale dei mosaici. Da allora, in oltre un secolo, il “Mosaico dei record” ha catturato, con la sua bellezza magnetica, l'attenzione dei visitatori di tutto il mondo: dietro il fascino di un'opera senza tempo, si sviluppa il lavoro di scienziati ed esperti per garantire manutenzione e conservazione del nostro capolavoro. L'attività di restauro del mosaico è ontologicamente complessa: conservazione, collocazione, peso (verosimilmente sette tonnellate) e rilevanza storico-artistica del manufatto enfatizzano la necessità di un progetto esecutivo puntuale e delicatissimo. Il mosaico di Alessandro presenta, infatti, diverse criticità conservative, consistenti sostanzialmente in distacchi di tessere, lesioni superficiali, rigonfiamenti ed abbassamenti della superficie. In particolare, la zona centrale destra è affetta da una visibile depressione; rigonfiamenti puntuali sono presenti lungo il perimetro del mosaico, probabilmente dovuti a fenomeni di ossidazione degli elementi metallici dell’intelaiatura lignea posta in opera durante il trasferimento del 1916. Sono presenti, inoltre, microfratture ad andamento verticale e orizzontale, nonché una lesione diagonale, già oggetto di velinatura nel corso di precedenti restauri. Negli ultimi venti anni, la necessità di un restauro complessivo si è resa chiara grazie anche alle indagini diagnostiche eseguite: alle ragioni conservative si sono associate le esigenze di una migliore lettura organica dell'opera.
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi

Due i momenti significativi nell'iter diagnostico effettuato: nel 2015, con il contributo di IPERION CH.it e del CNR-ISTI di Pisa, si è documentato lo stato di fatto dell’opera, in relazione ai materiali costitutivi, distinguendoli da quelli riconducibili ai restauri effettuati in epoca antica e moderna. Nel 2018, con la partecipazione dell’Università del Molise e del CNR, è stato eseguito il rilievo di dettaglio del mosaico, mediante fotogrammetria ad alta risoluzione: al modello tridimensionale dell'opera si è aggiunta l’indagine tramite georadar per verificare le condizioni del supporto. Tali operazioni hanno consentito anche di mettere in evidenza fratture e fessurazioni non visibili ad occhio nudo, così come anomalie negli strati costitutivi il supporto.

restauro mosaico Alessandro
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
Il progetto: metodologia e fasi esecutive.
 Un percorso in fieri, tra diagnostica, tecnologia e restauro.
 Alla luce degli studi realizzati, sembra probabile che i fenomeni di deterioramento siano dovuti essenzialmente all’ossidazione dei supporti in ferro del mosaico ed al degrado delle malte: a questi fattori può attribuirsi l’accentuata depressione che interessa la parte centrale/destra del pannello musivo. Tale stato di fatto è certamente aggravato dal peso del mosaico e dalla posizione verticale, entrambe cause cui può essere ricondotto lo scorrimento verso il basso dello strato più superficiale di malta e tessere. Per avere un quadro esaustivo sulle effettive condizioni dell’opera, è stata prevista una nuova campagna di indagini diagnostiche, effettuate dall’Università del Molise e dal CRACS (Center for Research on Archaeometry and Conservation Science); le indagini interesseranno anche la fase esecutiva del restauro. Un'attenzione particolare riguarderà, inoltre, le condizioni microclimatiche ed ambientali, non soltanto per comprenderne l'eventuale incidenza nel processo di degrado del mosaico, ma soprattutto per individuare le migliori condizioni espositive future, in termini di illuminazione e parametri termoigrometrici. Il progetto di restauro, connotato dal principio del minimo intervento e finalizzato alla conservazione dell'integrità materiale dell'opera nello stato in cui si trova, si articolerà in due fasi diverse: tra i due momenti, sarà effettuata la movimentazione del mosaico. La movimentazione si rende necessaria per esplorare la parte retrostante la battaglia di Isso, verificare lo stato del supporto e definire compiutamente gli interventi conservativi complessivi da realizzare.
restauro mosaico Alessandro
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi

 

 PRIMA FASE (gennaio- febbraio 2021):
 L’intervento ipotizzato, da eseguirsi in situ mediante l’allestimento di un cantiere visibile, è finalizzato alla messa in sicurezza della superficie musiva prima della movimentazione dell’opera.
 In questa fase, il mosaico sarà oggetto di:
  • Accurata ispezione visiva e tattile di tutta la superficie, preliminare alla successive lavorazioni;
  • pre-consolidamento delle tessere e degli strati di malta distaccati;
  • pulitura;
  • velinatura con idonei bendaggi di sostegno su tutta la superficie attualmente visibile.
In un momento immediatamente successivo, previa apposizione di un tavolato ligneo di protezione, nonché di un'idonea intelaiatura metallica di sostegno, il mosaico sarà rimosso dall'attuale collocazione, mediante un sistema meccanico di movimentazione appositamente progettato. L’indagine diretta sarà accompagnata da ulteriori analisi strumentali, grazie alle quali si definiranno gli interventi di restauro ipotizzati nella prima fase della progettazione, stabilendo le azioni da eseguire sul supporto per garantire la conservazione del manufatto. 
restauro mosaico Alessandro
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
SECONDA FASE (aprile- luglio 2021):
La seconda ed ultima fase esecutiva del restauro, quindi, interesserà, innanzitutto, il supporto del mosaico: le lavorazioni saranno eseguite, dunque, sulla superficie retrostante dell'opera.
Per tutelare le tessere musive, che, in tale frangente, non saranno visibili perché coperte dal tavolato ligneo di protezione, un significativo contributo tecnologico sarà fornito dalla TIM: la realizzazione di appositi smart glasses, indossati direttamente dai restauratori, consentirà di monitorare costantemente la corrispondenza tra la zona di intervento e la relativa superficie non visibile.
Le strumentazioni permetteranno, con una metodologia assimilabile a quella utilizzata in chirurgia: 1) la proiezione in scala 1:1 della parte frontale del mosaico su una apposita superficie, che potrebbe essere una parete o un telo appositamente collocato in loco. La proiezione sarà non soltanto uno strumento di lavoro per i restauratori, ma renderà fruibile dal pubblico quanto accade nel cantiere; 2) l’associazione alla proiezione di una serie di parametri geofisici desunti dalle indagini: questi parametri potranno essere interrogati dagli operatori in tempo reale, analizzando tutti i dati inerenti al manufatto nel suo complesso (supporto e superficie). Terminato l'intervento sul supporto, si prevede la rimozione dei bendaggi posti durante la fase iniziale d'intervento ed il completamento del restauro con operazioni di pulitura, ulteriori ed eventuali consolidamenti, trattamento protettivo finale. Il progetto di restauro, così, diverrà un'occasione per valorizzare, anche nella percezione dei visitatori, non solo il complesso percorso di ricerca, ma anche la metodologia adottata: in questa esperienza, la dimensione progressiva, puntuale ed attenta delle diverse fasi di lavoro, sarà una componente essenziale per sottolineare l'interconnessione di contributi e professionalità, alla base di un evento di rilevanza internazionale. 
restauro mosaico Alessandro
Il Mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia (fine II/ inizi I sec. a.C.), partono le attività di restauro. Credits: Pedicini Fotografi
Testo e immagini dall'Ufficio Comunicazione MANN sulle attività di restauro del mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia. Crediti di tutti gli scatti: Pedicini Fotografi

Da Ercolano una nuova scoperta: neuroni umani in una vittima dell'eruzione

Nuove indagini su una vittima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. hanno portato ad una straordinaria scoperta.

Un team di studiosi guidati dall’antropologo forense Pier Paolo Petrone, responsabile del Laboratorio di Osteobiologia Umana  e Antropologia Forense presso la sezione dipartimentale di Medicina Legale dell’Università di Napoli Federico II, in collaborazione con geologi, archeologi, biologi, medici legali, neuro genetisti e matematici di Atenei e centri di ricerca nazionali, lo scorso 23 gennaio 2020 ha pubblicato sul  New England Journal of Medicine, massima rivista di medicina al mondo, i risultati di uno studio che, attraverso una serie di analisi biomolecolari ha permesso di scoprire all’interno di un frammento di cervello vetrificato di una vittima dell'eruzione una serie di acidi grassi tipici dei trigliceridi del cervello umano e anche dei capelli umani, ma soprattutto una serie di 7 proteine degli enzimi rappresentati in tutti i tessuti cerebrali umani (amigdala, cerebrocortex, ipotalamo e altri ancora).

Foto: Parco Archeologico di Ercolano

Lo scheletro di un giovane uomo è stato rinvenuto agli inizi degli anni ’60, esattamente nel 1961, nella Casa degli Augustali dal direttore dell’epoca Amedeo Maiuri all’interno di un letto ligneo completamento carbonizzato e sepolto dalle ceneri. Fortunatamente, questo prezioso reperto venne musealizzato permettendo così dopo 60 anni di scoprire che all’interno del cranio si sono preservati dei resti vetrificati di cervello.

Una scoperta unica al mondo in quanto mai prima d’ora, sia a livello archeologico che in ambito medico-forense, era mai stato scoperto un residuo del genere. La vetrificazione è nota in archeologia ma riguarda essenzialmente reperti vegetali.

Herculaneum_Brain axons from the human CNS
Foto: Parco Archeologico di Ercolano

Nuove ricerche pubblicate sulla prestigiosa rivista scientifica PLoS ONE rivelano oggi anche l’eccezionale scoperta di neuroni umani all'interno del frammento vetrificato di cervello.

Il rinvenimento di tessuto cerebrale in resti umani antichi è un evento insolito – spiega Petrone, coordinatore del teamma ciò che è estremamente raro è la preservazione integrale di strutture neuronali di un sistema nervoso centrale di 2000 anni fa, nel nostro caso a una risoluzione senza precedenti”.

La straordinaria scoperta ha potuto contare sulle tecniche più avanzate e innovative di microscopia elettronica del Dipartimento di Scienze dell’Università di Roma Tre, un’eccellenza italiana - spiega Guido Giordano, ordinario di Vulcanologia presso il Dipartimento di Scienze dell’Ateneo romanodove le strutture neuronali perfettamente preservate sono state rese  possibili grazie alla conversione del tessuto umano in vetro, che dà chiare indicazioni del rapido raffreddamento delle ceneri vulcaniche roventi che investirono Ercolano nelle prime fasi dell’eruzione.

neuroni Ercolano
Collegio degli Augustali. Foto: Parco Archeologico di Ercolano

I risultati del nostro studio mostrano che il processo di vetrificazione indotto dall'eruzione, unico nel suo genere, ha “congelato” le strutture cellulari del sistema nervoso centrale di questa vittima, preservandole intatte fino ad oggi”, aggiunge Petrone.

Le indagini sulle vittime dell’eruzione proseguono in sintonia tra i vari ambiti della ricerca. “La fusione delle conoscenze dell’antropologo forense e del medico-legale stanno dando informazioni uniche, altrimenti non ottenibili”, afferma Massimo Niola, ordinario e direttore della U.O.C. di Medicina Legale presso la Federico II.

neuroni Ercolano
Brain vitrified fragment_1_Petrone copyright 2020

Lo studio ha anche analizzato i dati di alcune proteine già identificate dai ricercatori nel lavoro pubblicato a gennaio scorso dal New England Journal of Medicine. “Un aspetto di rilievo potrebbe riguardare l'espressione di geni che codificano le proteine isolate dal tessuto cerebrale umano vetrificato” spiega Giuseppe Castaldo, Principal Investigator del CEINGE e ordinario di Scienze Tecniche di Medicina di Laboratorio della Federico II.

Tutte le trascrizioni geniche da noi identificate sono presenti nei vari distretti del cervello quali, ad esempio, la corteccia cerebrale, il cervelletto o l’ipotalamo”, aggiunge Maria Pia Miano, neurogenetista presso l'Istituto di Genetica e Biofisica del CNR di Napoli.

Le indagini sui resti delle vittime dell’eruzione non si fermano qui. Il Parco Archeologico ha inserito tra i temi di ricerca prioritari le indagini bioantropologiche e vulcanologiche per l’eccezionale interesse che possono avere non solo nello stretto ambito scientifico ma anche nel campo degli studi storici e del rafforzamento della capacità di gestire catastrofi come l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

"Gli straordinari risultati ottenuti – conclude Francesco Sirano, Direttore del Parco Archeologico di Ercolano – dimostrano l'importanza degli studi multidisciplinari condotti dai ricercatori della Federico II e l'unicità di questo sito straordinario, ancora una volta alla ribalta internazionale con il suo patrimonio inestimabile di tesori e scoperte archeologiche".

Le prossime ricerche porteranno gli studiosi ad un’analisi a ritroso delle varie fasi dell’eruzione con una valutazione attenta anche dell’esposizione alle alte temperature e al raffreddamento dei flussi; di grande valenza quindi non solo per l’archeologia e la bioantropologia ma soprattutto per la valutazione del rischio vulcanico in una zona così altamente sismica.


analisi biomolecolare arrivo Longobardi

L’arrivo dei Longobardi in Italia: un’analisi biomolecolare

L’arrivo dei Longobardi in Italia: un’analisi biomolecolare

Un nuovo studio coordinato dal Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia della Sapienza, in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Parma e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha ricostruito le dinamiche con cui i Longobardi arrivarono nella nostra penisola dopo la caduta dell’Impero Romano e si stanziarono sul territorio. I risultati del lavoro, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, sono stati ottenuti attraverso analisi biomolecolari su denti e ossa di individui rinvenuti nella necropoli longobarda di Povegliano Veronese (VR)

analisi biomolecolare arrivo Longobardi
Il sito di Povegliano Veronese, lungo la Via Postumia, utilizzata dai Longobardi nel loro ingresso verso la penisola. Nel grafico sono indicate le firme isotopiche dello stronzio; la fascia grigia corrisponde al range di stronzio “locale”.

La grande marcia dei Longobardi nella nostra penisola comincia nel 568 d.C., quando i guerrieri dalle lunghe barbe cominciarono a premere imponentemente alle porte delle Alpi alla conquista di nuove terre.

Seguendo l’antica via Postumia, fondarono una serie di insediamenti, tra i quali Povegliano Veronese (VR), la cui area sepolcrale è stata oggetto di numerose indagini durante gli scavi archeologici condotti fra gli anni ’80 e ’90.

Oggi, un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports, risultato di una missione coordinata da Mary Anne Tafuri del Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia della Sapienza, ha ricostruito le dinamiche con cui i Longobardi arrivarono nella nostra penisola dopo la caduta dell’Impero Romano e si stanziarono sul territorio.

Il lavoro, svolto in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Parma e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si è basato su analisi biomolecolari effettuate sui fossili di alcuni individui rinvenuti nella necropoli longobarda di Povegliano Veronese, con l’obiettivo di indagare la mobilità della popolazione germanica e gli aspetti socioculturali che ne sono conseguiti. Nello specifico, Mary Anne Tafuri e il suo team hanno esaminato la concentrazione di stronzio e ossigeno e dei loro isotopi stabili (atomi con numero di massa variabile) all’interno di ossa e denti di un “campione” di 39 individui inumati e 14 animali, selezionati fra i reperti emersi dalla necropoli.

L’ossigeno e lo stronzio, come tutti gli elementi naturali, hanno una distribuzione isotopica ben precisa che può però essere alterata da fattori biochimici e ambientali. L’aspetto interessante è che i valori relativi tali alterazioni risultano caratterizzanti per una determinata area geografica piuttosto che per un’altra.

“Rilevando questi dati biomolecolari - spiega Mary Anne Tafuri - abbiamo potuto evidenziare all’interno del campione una eterogeneità di valori ed effettuare una suddivisione statistica in tre “sotto-popolazioni”, distinte da firme geochimiche differenti: gli autoctoni, ovvero coloro che hanno trascorso a Povegliano Veronese tutta la vita; gli alloctoni, che arrivano nel Veronese nel corso della vita e gli outliers, individui con valori al di fuori della variabilità osservata nei primi due gruppi”.

I ricercatori hanno poi approfondito la provenienza e le dinamiche di mobilità di quella parte di comunità, circa il 26%, che non nacque a Povegliano ma vi migrò nel corso della vita, comparando i dati isotopici di questo gruppo con quelli di individui provenienti da altre necropoli longobarde.

I valori isotopici degli alloctoni di Povegliano sono risultati compatibili con quelli dei Longobardi sepolti nella necropoli ungherese di Szólád, una delle ultime località occupate dai Longobardi prima del loro arrivo in Italia, confermando la ricostruzione effettuata dagli studiosi.

Inoltre, grazie alle datazioni fornite dalle strutture tombali in cui sono rinvenuti gli individui e dagli oggetti di corredo, è stato possibile distinguere tra sepolture ascrivibili alla più antica fase d’uso della necropoli (fine VI – inizio VII secolo d.C.) e a quelle più recenti (prima metà VII – prima metà VIII secolo d.C.), cioè fra individui appartenenti alle prime generazioni di coloni e a quelle successive.

“Abbiamo dimostrato che tutti gli individui alloctoni rinvenuti nell’area sepolcrale di Povegliano Veronese appartenevano alle prime generazioni - aggiunge Mary Anne Tafuri - in quanto accompagnati da un corredo databile alla prima fase d'uso della necropoli, mentre quelli autoctoni, dunque nati e morti a Povegliano, sono caratterizzati da corredi più tardi”.

I risultati dello studio, che combina dati archeologici e isotopici, costituiscono un tassello importante nella ricostruzione delle dinamiche di insediamento e di mobilità dei Longobardi nel loro insieme, ma anche sulle modalità con cui questo popolo di guerrieri si è integrato nel contesto di una civiltà, dando vita a una cultura nuova, capace di coniugare la tradizione germanica con quella classica e romano-cristiana.

Riferimenti:

Strontium and oxygen isotopes as indicators of Longobards mobility in Italy: an investigation at Povegliano Veronese - Guendalina Francisci, Ileana Micarelli, Paola Iacumin, Francesca Castorina, Fabio Di Vincenzo, Martina Di Matteo, Caterina Giostra, Giorgio Manzi & Mary Anne Tafuri - Scientific Reports volume 10, Article number: 11678 (2020) DOI https://doi.org/10.1038/s41598-020-67480-x

 

Testo e immagine dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma sull'analisi biomolecolare relativa all'arrivo dei Longobardi in Italia.


Tempio dorico a Paestum. Ci sono novità grazie alle indagini del CNR

Dopo il ritrovamento – nel mese di giugno 2019 – di alcuni elementi smembrati di un tempietto dorico di V sec. a.C. presso le mura della città antica di Paestum in Campania, gli archeologi del Parco Archeologico, diretto da Gabriel Zuchtriegel, hanno acquisito nuovi dati che potrebbero portare all’ubicazione esatta dell’edificio – e allo scavo stratigrafico di quello che rimane nel sottosuolo di un monumento che è stato definito un “gioiello dell’architettura dorica tardo-arcaica”.

Capitello dorico. Foto: Parco archeologico di Paestum

Come il direttore insieme ai funzionari del Parco ha illustrato durante la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, svoltasi a Paestum dal 14 al 17 novembre, una prospezione geofisica, in grado di rilevare tracce sotterranee con metodi non-invasivi, ha permesso di individuare un’anomalia in corrispondenza al ritrovamento degli elementi in superficie, in via ipotetica identificabile con il tempio smembrato. La prospezione è stata condotta in collaborazione con il Parco e il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT), da un team multi-disciplinare dell’Istituto di metodologie per l’analisi ambientale (Imaa) e dell’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente (Irea) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), sotto la direzione scientifica di Enzo Rizzo e Francesco Soldovieri. Coinvolti i ricercatori Ilaria Catapano, Luigi Capozzoli, Gregory De Martino, Gianluca Gennarelli e Giovanni Ludeno.

Nelle elaborazioni prodotte dagli scienziati del Cnr si vede una struttura rettangolare di 6 x 12 m circa. “Dimensioni che andrebbero bene con quanto abbiamo ricostruito in base agli elementi trovati in superficie, i quali permettono di ipotizzare un intercolunnio di 1,68 m”, commenta il direttore del Parco. “Quello che ci ha sorpreso è la struttura interna che si intravede: ci sembra essere un corpo centrale, una cella, circondata da un portico. Ma un tale tipo di impianto, chiamato periptero in virtù del fatto che è completamente circondato da colonne, di solito non viene adottato per edifici così piccoli, ma solo per grandi templi come quello di Nettuno a Paestum. Pertanto solo uno scavo scientifico potrà dare risposte certe”.

Prospezioni con georadar. Foto: Parco archeologico di Paestum

“Il team multidisciplinare del Cnr, costituito da Imaa e Irea, che da diversi anni in stretta collaborazione si occupa di esplorazione del sottosuolo, ha lavorato secondo un approccio multidisciplinare andando da una indagine a grande scala, come quella geomagnetica che ha investigato per circa 2 ettari individuando le zone di maggiore interesse archeologico, ad una investigazione di dettaglio”, commenta Enzo Rizzo (Cnr -Imaa).  “In una di queste aree”, continua Francesco Soldovieri (Cnr – Irea), “è stata condotta una campagna di prospezioni georadar. L’analisi dei dati georadar grazie ad approcci di elaborazione sviluppati dall’Irea ha permesso di identificare la planimetria di un ipotetico tempietto e la sua profondità di circa un metro”.

Georadar. Foto: Parco archeologico di Paestum

Il direttore del Parco ha ringraziato per “l’ampio sostegno che abbiamo ricevuto da tutte le parti”, dalla Soprintendenza di Salerno e Avellino retta da Francesca Casule e dai proprietari del terreno su cui insiste la struttura, l’Opera Pia “Pompeo Lebano” presieduta da Franco De Feo, al consorzio Ganosis quale appaltatore dei lavori di restauro e manutenzione sulle mura di Paestum che hanno portato alla scoperta del monumento nonché ai funzionari del Parco che hanno collaborato nelle attività di recupero e indagine. Non ha dimenticato di ricordare che il Parco di Paestum ha lanciato una campagna di fundraising per il recupero del tempio recentemente scoperto sulla piattaforma Artbonus (https://artbonus.gov.it/2016-5-parco-archeologico-di-paestum.html).
“Oltre all’eccezionale valore scientifico”, conclude Zuchtriegel, “il rinvenimento è per noi anche un’occasione per creare coesione e sinergie intorno al patrimonio archeologico, dimostrando in questa maniera che tutela, ricerca e valorizzazione sono parte di un unico cerchio, un’archeologia ‘circolare’ appunto, attenta ai temi della conoscenza e della fruizione accessibile e inclusiva”.


Tornano leggibili alcuni papiri di Ercolano

Gioiello architettonico unico nel suo genere per bellezza e splendore, la Villa dei Papiri di Ercolano non sfuggì al tremendo destino di distruzione che colpì le città vesuviane nel 79 d.C.

Appartenuta ad un ricco personaggio della famiglia dei Pisoni, Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, fu costruita nel 60 a.C. a picco sul mare e da cui era possibile ammirare un paesaggio straordinario. Fu salotto di importanti intellettuali e filosofi e per la collezione di statue e sculture ritrovate durante gli scavi ha un immenso valore artistico e culturale. Ma ad impressionare maggiormente anche i circa 1800 papiri raccolti nella biblioteca della villa e contenenti in gran parte testi in greco del filosofo epicureo Filodemo di Gadara. La villa prende il nome proprio da questi ritrovamenti, scampati alla distruzione e carbonizzati, che riportavano scritti riguardanti l'etica, l'eloquenza, l'amore, la pazzia e redatti anche in lingua latina.

Scanning the papyrus. Foto: Cnr

Per molti secoli, diversi studiosi hanno cercato, vista la delicatissima modalità di conservazione e la fragilità dei reperti, di poterne leggere il contenuto, spesso con risultati alquanto disastrosi proprio per la fragilità del materiale. Adesso, questa impresa, grazie a tecnologie non invasive messe a sistema da un team internazionale guidato da Graziano Ranocchi dell’Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee del Consiglio nazionale delle ricerche, sembra possibile. Il gruppo di lavoro sembra essere arrivato a decifrare un testo greco nascosto sul verso della celebre Storia dell’Accademia (PHerc. 1691/1021) di Filodemo di Gadara (110 – 40 a.C.), rotolo che è sfuggito alla distruzione e che doveva essere parte di un’opera più ampia intitolata Rassegna dei Filosofi, la più antica storia della filosofia greca in nostro possesso.

La ricerca è stata pubblicata su Science Advances ed è frutto di un team di esperti specializzati in vari settori e che hanno coinvolto il personale di Iliesi e Nanotec del Cnr, del Cnrs/Museo di Storia Naturale di Parigi e il Dipartimento di fisica della Sapienza di Roma.

Scanning the papyrus. Foto: Cnr

“L’utilizzo dell’hyperspectral imaging che lavora con spettro infrarosso ad onda corta (swir, 970-2500 nm), associato a principal components analysis, ha rivelato per la prima volta diverse parti di testo greco”, ha dichiarato Graziano Ranocchia. “Le indagini effettuate sul rotolo papiraceo PHerc. 1691/1021, hanno svelato resti di ampie colonne appartenenti al medesimo testo vergato sul recto, destinate ad essere successivamente inglobate nella versione finale del libro”. Molto spesso i rotoli greco-egizi, venivano riutilizzati anche nel verso. “Dei 1840 papiri greco-ercolanesi, catalogati e custoditi presso l’Officina dei Papiri della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, solo otto sembrano avere questa caratteristica”, aggiunge il ricercatore. “La tecnica utilizzata riesce a penetrare in profondità negli strati di materiale, diversamente dalla fotografia a infrarossi a 950 nanometri finora messa in campo per questo tipo di studi”.

Unopened papyrus from Herculaneum. Foto: Cnr

“La lettura di centinaia di rotoli preservati a Ercolano dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e appartenenti all’unica biblioteca antica in nostro possesso, sono stati scoperti a metà del Settecento; questa straordinaria collezione ci trasmette opere inedite di illustri filosofi greci come Epicuro e Crisippo, solo in parte riportate alla luce, in grado di rivoluzionare le nostre conoscenze nel campo della filosofia antica e della letteratura classica”, conclude Ranocchia.

Ricerca pubblicata in Science Advances. Qui il link: https://advances.sciencemag.org/content/5/10/eaav8936


Caselle in Pittari

Riemerge a Caselle in Pittari un abitato del IV sec. a. C.

Riemerge a Caselle in Pittari un abitato del IV sec. a. C.

Si viveva in ampie case e si scriveva in greco e in osco

https://www.facebook.com/CaselleinPittariArcheologia/videos/498404513944810/

Nel luglio 2019 un’équipe dell’Università degli Studi di Salerno, coordinata da Antonia Serritella, ha condotto la terza campagna di scavo nel sito archeologico di Caselle in Pittari (SA), già individuato in loc. Laurelli agli inizi degli anni ’90 dall’allora Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno. Le indagini, in regime di concessione del MiBAC, si sono svolte in sinergia con i funzionari Anna Di Santo e Maria Tommasa Granese della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, diretta da Francesca Casule.

La soprintendente Francesca Casule

 

Allo scavo hanno partecipato con forte entusiasmo gli studenti della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici, della Magistrale in Archeologia e Culture Antiche e del Triennio in Beni Culturali  dell’Università degli Studi di Salerno. Un grande sostegno alla Missione Archeologica è stato offerto dall’Amministrazione Comunale, rappresentata dal sindaco Giampiero Nuzzo, e dall’intera comunità locale.

Le ricerche archeologiche, supportate da indagini geofisiche effettuate da Enzo Lapenna e Enzo Rizzo del CNR di Tito Scalo (PZ), hanno avuto l’obiettivo di approfondire le conoscenze dell’insediamento antico, attraverso l’acquisizione di dati utili alla ricostruzione dell’impianto generale dell’abitato e dello sviluppo planimetrico delle abitazioni.

L’insediamento si estende su un ampio pianoro, delimitato da due corsi d’acqua. Nel complesso sono state messe in evidenza cinque abitazioni di grandi dimensioni, ampie fra i quattrocento e i settecento metri quadri, e una piccola struttura. Gli edifici sono inseriti in un tessuto viario regolare costituito da almeno due grandi arterie stradali nord/sud, intersecate perpendicolarmente da assi viari più piccoli. Le case, in ottimo stato di conservazione, sono organizzate intorno a un cortile scoperto su cui si aprono ambienti di forma e dimensioni variabili. Allo stato attuale delle ricerche è possibile affermare che il sito sia sorto nel corso del IV sec. a.C. e abbandonato intorno alla fine del secolo successivo, probabilmente in relazione al nuovo assetto territoriale della valle del Bussento in età romana e alla fondazione sulla costa della colonia di Buxentum.

«Il dato più significativo – ha dichiarato Antonia Serritella, Direttore della Missione – è  senz’altro costituito dall’alto numero di frammenti ceramici che recano iscrizioni, relative a numerali e antroponimi resi in greco e in osco, lingua quest’ultima parlata dai LucaniTale dato, oltre a informarci sulla diffusa alfabetizzazione degli abitanti di questo centro antico, ci restituisce l’immagine di una comunità mista.»

Caselle in Pittari
area archeologica di Caselle in Pittari

Le attività del Caselle in Pittari Archeological Project possono essere seguite sulle piattaforme social:

Facebook https://www.facebook.com/CaselleinPittariArcheologia

Instagram https://www.caselleinpittari_archproject”.

Ulteriori informazioni sul sito web www.ambientesa.beniculturali.it

Testi e immagini dall'UFFICIO STAMPA Soprintendenza  ABAP di Salerno e Avellino. Foto di Giuseppe Caccetta Pellegrino e dell’équipe di scavo. Il trailer del documentario è stato realizzato da Giuseppe Jepis Rivello.


Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Individuata la terza misteriosa grande eruzione dei Campi Flegrei

Campi Flegrei eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei
La caldera dei Campi Flegrei vista da nord con la citta di Napoli e il Vesuvio sullo sfondo (immagine da Google Earth)

Attribuita ai Campi Flegrei l’origine di una misteriosa grande eruzione che 29mila anni fa ha ricoperto di ceneri l’area del Mediterraneo centrale. A svelarlo, uno studio condotto da Cnr, Ingv, università britanniche di Oxford, Durham, St Andrews, Cnrs francese e Università di California. Il lavoro è stato pubblicato su Geology

È stata la misteriosa grande eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei, sconosciuta fino a oggi, a ricoprire di ceneri 29.000 anni fa l’area del Mediterraneo centrale. A individuarne l’origine, un team internazionale di ricercatori dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igag), dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), delle Università britanniche di Oxford, Durham e St Andrews, del Cnrs francese e dell’Università di California. Il lavoro Evidence for a large magnitude eruption from Campi Flegrei caldera (Italy) at 29 ka è stato pubblicato su Geilogy.

“Il materiale vulcanico”, spiega Biagio Giaccio, ricercatore del Cnr-Igag, “proiettato nell’alta atmosfera durante le grandi eruzioni esplosive può raggiungere grandi distanze dal vulcano e, ricadendo al suolo, formare sottili coltri di ceneri che ricoprono enormi superfici, fino a milioni di km quadrati”. Sin dagli anni ’70 un livello di ceneri datato a circa 29.000 anni fa è stato ritrovato nei sedimenti lacustri e marini di un’ampia area del Mediterraneo centrale, fornendo la prova indiretta di una grande eruzione avvenuta nella regione. Nonostante questa considerevole evidenza regionale e la sua relativa giovane età, nessuna prova geologica di un simile evento era stata fino a oggi mai trovata nelle aree vulcaniche mediterranee.

“Attraverso indagini stratigrafiche, geochimiche e datazione di rocce vulcaniche dei Campi Flegrei, rinvenute nella periferia settentrionale di Napoli, è stato possibile identificarne l’origine dell’eruzione che distribuì le sue ceneri nell’area”, prosegue Roberto Isaia, ricercatore dell’Ingv-Osservatorio Vesuviano. “Inoltre, attraverso un’elaborazione al computer dei dati di dispersione delle ceneri, eseguita da Antonio Costa, ricercatore dell’Ingv-Bologna, è stato possibile ottenere un modello simulato dell’eruzione di Masseria del Monte dei Campi Flegrei e la stima della sua magnitudo”. Questi dati indicano che la magnitudo (M) dell’eruzione di Masseria del Monte fu 6.6, quindi molto simile a quella della più recente grande eruzione del Tufo Giallo Napoletano (circa 14mila anni fa, M=6.8) i cui depositi formano uno spesso banco di tufo nel sottosuolo della città di Napoli, cavato e utilizzato fin dall’età classica come pietra da costruzione.

“Quella del Tufo Giallo Napoletano”, continua Giaccio, “è la seconda più grande eruzione della storia eruttiva dei Campi Flegrei, inferiore solo all’enorme eruzione dell’Ignimbrite Campana di circa 40mila anni fa che ricoprì la Campania di una spessa coltre di tufo, e le cui ceneri sottili raggiunsero anche la Pianura Russa, a migliaia di km di distanza”. Con l’identificazione dell’eruzione di Masseria del Monte, si aggiunge quindi un terzo evento di grande magnitudo nella storia vulcanica flegrea, che dimezza il tempo di ricorrenza medio delle grandi eruzioni di questo vulcano.

“Questo studio mette in evidenza come, nonostante la lunga storia di ricerca condotta nei Campi Flegrei, le testimonianze geologiche di questo vulcano possano essere frammentarie, difficili da cogliere e non pienamente rappresentative della storia e intensità degli eventi del passato. Da qui l’importanza di un approccio multidisciplinare, che usa e integra dati da archivi sedimentari distali e delle aree vulcaniche, nonché modelli di dispersione delle ceneri, ai fini di una più dettagliata ricostruzione della storia e stima delle magnitudo e stili eruttivi, e quindi della pericolosità, di uno dei vulcani più produttivi dell’Europa”, concludono i due ricercatori.

 

Vedi anche:

 

Testo e immagine dal Consiglio Nazionale delle Ricerche