Nella Terra di Diana: II Edizione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni

NELLA TERRA DI DIANA

II EDIZIONE DEL FESTIVAL DI ANTROPOLOGIA E STORIA DELLE RELIGIONI

Articolo a cura di Sabrina Mall, Fausto Rinaldi e Sofia Uffreduzzi

Nella Terra di Diana seconda edizione
Il Direttore del Museo delle Religioni Raffaele Pettazzoni, Igor Baglioni, presenta il Festival "Nella Terra di Diana", giunto alla seconda edizione. Foto di Sofia Uffreduzzi e Fausto Rinaldi

Si è svolta a Nemi e Genzano di Roma l’iniziativa promossa dal Museo di Storia delle Religioni Raffaele Pettazzoni, coordinato dal direttore del museo Igor Baglioni, il Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”, giunto alla seconda edizione. L’evento ha interessato le giornate dal 3 al 6 settembre 2020 e ha accolto innumerevoli professori ed esperti invitati a dibattere riguardo alla discipline interessate, vale a dire l'antropologia e la storia delle religioni, coinvolgendo anche altre materie attinenti al tema centrale, quali la mitologia classica, la storia moderna e contemporanea.

Nella Terra di Diana seconda edizione
La professoressa Lia Giancristofaro a Genzano di Roma. Foto di Fausto Rinaldi

Quest'ultima disciplina è stata rappresentata al Festival dalla Professoressa Lia Giancristofaro nella giornata del 4 settembre nel comune di Genzano di Roma. Professoressa associata in materie demoetnoantropologiche presso l’Università di Chieti e allieva del compianto antropologo e storico delle religioni Alfonso Di Nola, Lia Giancristofaro si occupa di antropologia della memoria, politiche del patrimonio culturale e di società civile. Coautrice del libro “Patrimonio culturale immateriale e società civile” (Aracne, Roma 2020) e autrice di “Populisme et polarisations. Notes thèoriques sur le folklore dans les instituitions politiques” (L’Harmattan Italia, Torino 2020), ha esposto la difficoltà dei giovani antropologi e storici delle religioni a trovare lavoro oggigiorno in settori diversi da quelli scolastici e dell’importanza dello studio antropologico nella società odierna in quanto gli intellettuali stessi sembrano allontanarsi e non comprendere quasi più quel popolo che ha dato il nome alla disciplina che si occupa dello studio sull’uomo. Nella stessa giornata, a partire dalle ore 15.30, il Parco de palazzo Sforza Cesarini di Genzano ha ospitato la seconda sessione con l’Oriente come argomento centrale. L’esordio ha visto la presentazione dei libri di Murat Yazar “Shadows of Kurdistan. A Photographic resarch of aCultural Identity (Scienze e Lettere, Roma 2020) e di Massimo Vidale “La civiltà che non c’era” (Scienze e Lettere, Roma 2020), trainati da Adriano Rossi, iranista presso presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" e l’Associazione di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente.

Nella Terra di Diana seconda edizione
Il Direttore del Museo delle Religioni Raffaele Pettazzoni, Igor Baglioni, presenta il Festival. Foto di Sofia Uffreduzzi e Fausto Rinaldi

Nella giornata del 6 settembre 2020 alle ore 9:30 è stata inaugurata la quinta sessione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”, incentrata sull’antropologia e la sociologia. Tale sessione è iniziata alle ore 9:30, e si è tenuta nell’area antistante al Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma. Il primo studioso che è intervenuto è stato il professor Roberto Cipriani, che ha presentato il libro “Fenggang Yang, La religione nella Cina comunista. Dalla sopravvivenza al risveglio” curato da Emanuela Claudia Del Re e pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Franco Angeli Edizioni.

Durante il secondo intervento, la studiosa Marinella Linardos, presidente della “Comunità Ellenica di Roma e del Lazio”, ha intervistato il dottor Fabrizio Spagnol membro dell’“Associazione Italiana di Cultura Classica”, autore del libro “Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa” edito nel 2019 dalla casa editrice Meltemi. Nel terzo intervento della mattinata ha ripreso la parola il professore Roberto Cipriani, il quale ha parlato del suo libro, “L’incerta fede. Un’indagine quanti-qualitativa in Italia”, appena pubblicato, ma ricordando anche un'opera precedentemente pubblicata, “La religiosità in Italia” ed è basata su una ricerca cominciata nel 1994, essa fu pubblicata nel 1995 da Mondadori. È intervenuto, poi, il dottor Osvaldo Costantini. Egli ha presentato il suo libro “La nostra identità è Gesù Cristo. Pentecostalismo e nazionalismo tra gli eritrei e gli etiopici a Roma” edito dalla casa editrice Franco Angeli nel 2019. Il principale scopo del dottor Costantini è quello di analizzare come si pone il movimento pentecostale con i vari avvenimenti politici e storici avvenuti in Eritrea. Ha preso poi la parola la dottoressa Katiuscia Carnà assieme al professore Roberto Cipriani. Ella ha presentato il suo libro “Nuove identità di una società multietnica. Percorsi tra scuole, religioni, famiglie”, pubblicato dalla CLEUP nel 2020. La ricerca della Carnà si è incentrata su alcuni ambiti educativi legati alla comunità bangladese a Roma per capire come le nuove generazioni bangladesi crescessero in un territorio multietnico.Il quinto intervento è stato dedicato alla presentazione del libro “Santi in posa. L’influsso della fotografia sull’immaginario religioso”, pubblicato dalla casa produttrice Viella nel 2019 e curato da Tommaso Caliò. Il curatore ha presentato il libro, il quale è incentrato principalmente sulla fotografia devozionale e sull’influsso che quest’ultima ha avuto nel sentimento e nella pratica religiosa fino alla contemporaneità. A conclusione della quinta sessione del Festival è intervenuta la dottoressa Victoria Dos Santos, la quale ha illustrato il libro “Meaning-Making in Extended Reality. Senso e Virtualità” della casa editrice Aracne, edito nel 2020 e curato da Federico Briggio, Victoria Dos Santos e Gianmarco Thierry Giuliana. Nel pomeriggio, alle 15,30 all’interno del giardino del Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma, si è aperta la sesta ed ultima sessione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”.

Questa sessione riguardava le Fiabe, i Miti e la Stregoneria. La sessione pomeridiana è stata inaugurata dal dottor Andrea Maraschi, il quale ha presentato il suo libro, “Similia similibus curantur. Cannibalismo, grafofagia e “magia” simpatetica nel Medioevo (500-1500)”, pubblicato da CISAM nell’anno 2020. L’opera raccoglie una serie di casi riguardanti pratiche magiche, religiose e mediche in diverse aree dell'Occidente durante il medioevo.

Successivamente, la professoressa Alessandra Ciattini ha presentato il libro che ha curato, intitolato “Dalla magia alla stregoneria. Cambiamenti sociali e culturali e la caccia alle streghe”, della casa editrice La città del sole. Assieme alla professoressa Ciattini sono intervenuti anche la professoressa Maria Rosa Di Simone e Giangiacomo Gandolfi del Planetario e Museo Astronomico di Roma. I temi principali dell’opera sono le credenze, la magia, la stregoneria e come questi venivano trattati all’interno di differenti età storiche. Poi ha preso la parola la dottoressa Elisa Zanchetta, la quale ha curato, traducendo dall’ungherese all’italiano, l’opera “C’era una volta o forse non c’era... Fiabe cosmologiche ungheresi”, pubblicatadalla casa editrice Vocifuoriscena nel 2020. In questo libro vi sono 14 fiabe popolari ungheresi tratte dalla raccolta di Benedek Elek, etnologo, pedagogo, scrittore e giornalista ungherese. L’ultimo intervento del Festival ha riguardato il libro “Le fonti nordiche del Ring. La mitologia di Wagner”, scritto dal professore Francesco Sangriso e pubblicato da Vocifuoriscena nel 2018. Francesco Sangriso analizza il ciclo del Ring mettendo a confronto i libretti di Wagner con tre testi in particolare: l’Edda poetica; l’Edda in prosa di Snorri Sturluson e la saga dei Volsunghi, una saga norvegese del XIII secolo, la quale è la rappresentazione più compiuta della vicenda di Sigfrido e Brunilde. Il Festival ha avuto occasione di ospitare accademici e non in ciò che gli antichi definivano locus amoenus, dibattendo su argomenti inediti al grande pubblico, con l’impegno e la promessa di organizzare eventi di questo calibro per discutere di argomenti tutt’altro che inediti.

Panoramica del Lago di Nemi. Foto LPLT / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

 

Di seguito, alcune interviste ai protagonisti dell'evento.

 

Intervista alla professoressa Marina Caffiero, a cura di Fausto Rinaldi

Perché ha deciso di partecipare al Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”? Che impressioni Le ha lasciato la giornata del 4 settembre?

Ho deciso di accettare l’invito del Dottor Igor Baglioni per due ragioni. La prima è per aver già potuto conoscere Igor Baglioni durante la presentazione di “Donne e Inquisizione”, che ho curato, e di “Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna”. Il secondo motivo per cui ho partecipato è perché gli incontri nel Festival sono molto interessanti in quanto sono, innanzitutto, multidisciplinari ma anche perché trattano di periodi storici differenti che vanno dall’antichità alla contemporaneità. Inoltre, si parla anche di come i temi trattati influiscano i nostri giorni. Volevo sottolineare che è anche fondamentale che si parli di libri, poiché è importante che un intervento che viene fatto, sia ancorato ad uno studio che è stato condotto.

Quali sono state le fonti da cui ha attinto nella stesura dei suoi due libri, “Donne e Inquisizione” e “Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna”?

Le fonti che sono state consultate per “Donne ed inquisizione” sono, ovviamente, i documenti dell’inquisizione riguardanti i processi femminili contenuti all’interno dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, che si trova a Roma. È possibile raccogliere i documenti anche se non ci si trova nella Capitale, infatti vi sono 47 sedi periferiche dell’Inquisizione che oggi sorgono nelle città in cui una volta esisteva un Commissario per l’Inquisizione. Anche per “Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna” ho consultato una fonte inquisitoriale perché il fenomeno del profetismo femminile del 1700 preoccupava molto il papato e quindi fu organizzato un grande processo contro queste donne che durò due anni ma non ebbe alcun effetto. Gli inquisiti erano sia religiosi che laici e sia donne che uomini.

La donna veniva vista, dall’Inquisizione, come un elemento pericoloso per la società?

L’Inquisizione nei confronti della donna possiede una duplice percezione perché da un lato le donne inquisite, che sono numericamente inferiori agli uomini ad esclusione del fenomeno della magia e della stregoneria, venivano condannate per reati come omicidi, bigamia, infanticidio, stregoneria e giudaizzazione, nel caso in cui esse fossero ebree convertite. Tali capi d’accusa erano considerati dannosi per la società anche perché a “commettere” questi reati erano donne. Veniva rotto, dunque, uno schema che vedeva la donna subordinata alla società. Allo stesso tempo gli archivi della repressione sono “archivi della libertà” perché tramite i processi veniamo a conoscenza del comportamento di queste donne, delle loro scelte ed il fatto che esse non erano per nulla passive dinanzi alle varie vicende che le coinvolgevano. Spesso esse provavano a cercare risposte alle accuse, nel caso in cui non fossero donne aristocratiche in grado di permettersi una difesa, rifugiandosi dietro il paternalismo inquisitoriale. L’Inquisizione pensava, infatti, che oltre ad esser pericolose, le donne fossero anche intellettualmente inferiori e quindi meno colpevoli. Proprio per questo motivo le pene erano ridotte rispetto a quelle degli uomini che, al contrario delle donne, sapevano ciò che stavano compiendo. Attraverso le fonti vediamo, inoltre, che la duplice visione dell’Inquisizione circa le donne, viste da una parte come pericolose e dall’altra come plagiate, cozzano. Infatti, il luogo comune della donna “debole” viene accentuato dall’Inquisizione. In realtà, tale topos non corrispondeva alla realtà, infatti, le donne mettevano in atto una sorta di finzione strategica per sfuggire all’Inquisizione.

Intervista alla dottoressa Valeria Merola, a cura di Sabrina Mall

Cosa l’ha spinta a partecipare a questo particolare evento?

Innanzitutto l’invito che mi ha fatto molto piacere ricevere dal Dottor Igor Baglioni, che conosco molto bene e che organizza sempre eventi di grande interesse: mi fa quindi piacere parteciparvi. Inoltre per dare spazio a un libro che ho curato insieme ad altri studiosi, creatosi da un lavoro di gruppo di persone giovani e studiosi di varie discipline e mi sembrava che potesse avere la giusta vetrina in questo evento, una fusione di letteratura, cinema, arte e storia che si poteva integrare in modo specifico nella giornata di oggi.

Quale parte del lavoro ha scelto di mettere in evidenza rispetto ad altre nella presentazione del libro ‘Personaggi storici in scena’?

Mi sono concentrata soprattutto sulla metodologia che sta alla base del libro e dello spirito che appunto ha unito i studiosi, perché non essendo un mio libro volevo evidenziare il progetto l’idea del progetto che c’è dietro piuttosto che dare importanza ad un argomento rispetto ad un altro. Parlare in pochi minuti di un libro di 300 pagine ovviamente è difficile, ma ho cercato di fare qualche esempio di alcuni aspetti che mi sembravano più rappresentativi come lo spirito di comparazione e di sovrapposizione di codici, del linguaggio utilizzato e i punti chiave attraverso i quali sono riuscita a fare una selezione per esporre il lavoro dal punto di vista della metodica utilizzata. Ho sottolineato l’importanza della metodologia sulla quale si è basato l’intero progetto.

È possibile usare questo approccio metodologico, che lei ha usato nel progetto, con discipline delle varie branche che siano umaniste o scientifiche o anche per presentare entrambe?

Sicuramente la metodologia può essere un mezzo di confronto per le varie differenze linguistiche utilizzate nel campo umanistico che scientifico, concentrandosi soprattutto sul tipo di comunicazione e metodologia che si vuole utilizzare per mezzo dell’unione di più codici, simboli e tipo di linguistica. Valorizzare la capacità che c’è in questi studi anche di sfruttare di prendere qualcosa da una disciplina del tipo storica o letteraria e trasportarla nell’altra che può su base scientifica per poi esporla ad un pubblico specializzato in cambi differenti. È importante la metodologia per i nuovi mezzi di comunicazione e nel mio ambito accademico, nonostante le ricerche stanno andando più verso lo specialismo ma ha sempre una funzione rilevante. Necessaria anche per la divulgazione sia per nuove chiavi di lettura per essere in grado di mettere a confronto vari ambiti.

 

Intervista alla professoressa Emanuela Prinzivalli, a cura di Fausto Rinaldi

Perché ha deciso di partecipare al Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”? Che impressioni Le ha lasciato la giornata del 4 settembre?

Deve sapere che conosco il dottor Igor Baglioni sin da ragazzo poiché si è formato all’interno dell’allora dipartimento “studi storico religiosi” presso l’università “La Sapienza” di Roma. Per me è, inoltre, un piacere vedere sia la crescita di questo studioso che l’attività che fa sul territorio. Il luogo in cui ora ci troviamo, quello dei Castelli romani, è un posto ricco di storia che merita di essere valorizzato come sta facendo il Museo delle Religioni "Raffaele Pettazzoni” ed è quindi per questo che i docenti si sentono di dover sponsorizzare tale attività.

Per quanto riguarda il libro “Riforma/riforme: continuità o discontinuità? Sacramenti, pratiche spirituali e liturgia fra il 1450 e il 1600” che Lei ha curato insieme ad altri due Suoi colleghi, Fulvio Ferrario e Eduardo López-Tello García, volevo chiederLe, cosa si intende per “Riforma/riforme: continuità o discontinuità”?

In questo libro si vuole trattare la riforma che parte da Lutero, la quale si inserisce in una serie di tentativi di riforma che percorrono l’Occidente latino dal Medioevo in poi. Viene aperto, anche, un dibattito forte sul significato della Riforma rispetto agli altri tentativi di riforma. Inoltre, si vuole capire in che misura, la Riforma abbia costituito un momento fondamentale per la storia europea. Dunque, questo volume cerca di capire le modalità di questa cesura nell’ottica della continuità e della discontinuità.

Quali sono le fonti che sono state consultate nella stesura di questo volume?

Le fonti che sono state consultate vanno dal 1500 sino al 1700, ossia dal primo periodo della riforma luterana al periodo più tardo. La mole dei documenti consultati è difficili da quantificare, infatti, già solo gli scritti di Lutero rappresentano una massa “infinita”. Sono stati, inoltre, consultati atti processuali, fonti storiografiche sia protestanti che cattoliche, documentazione liturgica, le preghiere dei soldati di parte riformata e cattolica etc.

Perché il sottotitolo “Sacramenti, pratiche spirituali e liturgia fra il 1450 e il 1600”?

Questa opera è frutto di una collaborazione, che io reputo molto importante, fra università laiche come “La Sapienza” e due università confessionali, da una parte la “Facoltà Valdese di Teologia” e dall’altra il “Pontificio Ateneo Sant’Anselmo”, dunque parte evangelica e parte cattolica. Il volume si concentra su argomenti che toccano il vissuto quotidiano, come la liturgia o i sacramenti, visti da punti di vista particolari. Si trattano, inoltre, gli elementi di continuità o differenziazione fra le diverse confessioni circa l’atteggiamento di una persona religiosa in determinate situazioni come le preghiere dei soldati o il comportamento di una persona una volta fatto prigioniero da un popolo di confessione differente.

 

 

 

Il Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana” anche in questa seconda edizione ha coinvolto Associazioni e territorio, che è stato vissuto sotto diversi altri aspetti, come quello turistico ed enogastronomico. Alcune interviste di seguito.

Intervista a una volontaria dell'Associazione culturale di Ariccia, a cura di Sabrina Mall e Sofia Uffreduzzi

Di cosa si occupa lei e il personale qui presente?

Noi siamo un’associazione culturale di Ariccia del comune, siamo circa 60 volontari all’interno dell’associazione conosciuti anche come ‘Gli amici di palazzo Chigi e il palazzo Sforza Cesarini’ con sede ad Ariccia e forniamo servizio di custodia dei beni culturali e di visite guidate per palazzo Sforza Cesarini a Genzano e per il palazzo Chigi ad Ariccia.

Che ruolo ha avuto la vostra associazione in questo Festival?

Fondamentalmente organizzativo, in quanto c’è stata un’apertura straordinaria del palazzo, abbiamo aperto appositamente per il festival e ha avuto anche un esito positivo in quanto siamo riusciti a farlo visitare e conoscere ad alcuni ospiti interessati del festival. Abbiamo avuto ruolo organizzativo per l’evento e cura del luogo stesso, un appoggio per l’organizzazione generale.

Che particolarità ha questo palazzo sia al livello storico e turistico?

È un palazzo di età medievale con rilevanza storica importante noto come il palazzo Sforza Cesarini. Con struttura moderna e stratificata che poi diventa un polo urbano per la cittadina attorno alla quale si è sviluppata tutta Genzano. Dal punto di vista turistico è un polo d’attrazione anche se poco conosciuto e non ben sponsorizzato, infatti è aperto nel weekend solo da circa 5 anni; essendo proprietà del comune con nessun referente specifico necessita di una gestione più articolata.

 

Intervista alla Casina delle rose, a cura di Sabrina Mall, Fausto Rinaldi e Sofia Uffreduzzi

Risiede a Genzano?

Sì, naturalmente. Anche se in realtà le mie origini sono castellane, mia mamma è nata a Roma e i miei avi fanno parte di varie zone dei castelli romani, ma io ho deciso di vivere e d’investire in questo bel paese, ovvero, Genzano.

Cosa l’ha spinta alla decisione di rimanere in questa località?

Perché le radici sono importanti secondo la mia opinione sono un valore aggiunto. È importante rispettare il luogo, l’ambiente e il territorio nel quale si risiede e se c’è qualcosa che non va cercare nel tempo con la cultura di migliorare piuttosto che abbandonarla.

Ci può raccontare qualche particolarità storica del suo ristorante?

Il ristorante nasce nel 1894-96 abbiamo questa incertezza riguardante data precisa, in quanto sui fogli e sulle immagini che abbiamo ritrovato non si è molto chiara la data. Prima era una posta per cavalli poi si è trasformata una in trattoria e anche una pasticceria. Nel corso degli anni ha assunti vari ruoli in base alle abitudini e il cambio dei costumi che ci sono stati.

Cosa caratterizza questo locale?

Il ristorante sorge sui confini di due cittadine: la parte retrostante si affaccia su Ariccia e la parte frontale su Genzano. Propri per la sua localizzazione il locale è definita anche come una vera e propria località detta appunto Casina delle rose.

Quali sono i piatti e i prodotti tipici che si possono degustare?

Abbiamo le pappardelle al sugo di lepre, le pappardelle al ragù di cinghiale, le fettuccine ai porcini, ma con il tempo dai nostri viaggi e dalla conoscenza di altre culture, ci piace creare delle fusioni come ad esempio il cocò di funghi è una ricetta georgiana che noi abbiamo riveduto e corretto, un’altra novità sono gli spaghetti alla Gengis khan, la spezia di base, che viene utilizzata negli spaghetti, veniva usata da Gengis khan per essiccare la carne con un retrogusto piccante. Ci piace fondere tradizione e innovazione. Utilizziamo anche vari tipi di erbe selvatiche e aromatiche presenti nella natura genzanese con le quali condiamo le nostre minestre, le aggiungiamo nella pasta e negli arrosti e facciamo squisite bruschette. Uno dei prodotti tipici e più conosciuti di Genzano è il nostro pane, cotto con le fascine di castagno che da un altro sapore un altro aroma un’altra sofficità consistenza che lo rende così particolarmente buono.

Abbiamo un’ottima pasticceria secca, diciamo che affondiamo le nostre radici su questa ricchezza che il territorio ci offre che spesso si trascura.

Riguardo la cultura dei vini, un vino tipico dei castelli romani?

Ne abbiamo vari di vini tipici come ad esempio il ‘Cacchione’ vino molto pesante usato per dare consistenza ai più fragili come lo Chardonnay, abbiamo la ‘Malvasia puntinata’ e il ‘Trebbiano’.

 


Paolino di Nola

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

Il 15 maggio 1909, dopo quasi un millennio di assenza, le reliquie di Paolino facevano ritorno alla sua amata Nola. Queste erano state traslate – o forse sarebbe meglio dire trafugate – da Nola nel IX secolo da Sicardo di Benevento (†839): il Ducato di Benevento dalla metà del secolo precedente aveva avviato una politica di appropriazione di reliquie dai territori limitrofi, che se da un lato rispondeva al bisogno di salvare i corpora sanctorum da scorrerie saracene o incursioni e devastazioni barbariche, dall’altro era tesa al rafforzamento del prestigio della città e della sua Chiesa1.

Paolino di Nola Duomo reliquie
Urna con le reliquie di Paolino di Nola, presso il Duomo. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Sappiamo, infatti, che dall’VIII secolo in poi Benevento accumulò un ricco tesoro di reliquie tra cui vale la pena ricordare quelle di Massimo, vescovo di Nola, Gennaro, vescovo di Napoli, l’apostolo Bartolomeo, Deodato di Nola, vescovo dopo il nostro, Trofimena da Amalfi e Paolino2. Interessante il fatto che Benevento si riappropriasse del “suo” Gennaro e che fossero non pochi i santi nolani traslati. Mentre per altri santi possediamo un testo della translatio a Benevento, per il vescovo nolano purtroppo siamo sprovvisti di un racconto.

L’unica fonte che accerta la presenza del corpo di Paolino a Benevento è la Chronica monasterii Casinensis (II, 24), che riporta più o meno intorno all’anno 1000 la notizia del successivo trasferimento delle reliquie da Benevento a Roma.

Anno tertio abbatis huius, qui est millesimus ab incarnatione dominica, prefatus imperator Beneventum venit et causa penitentie, quam illi beatus Romualdus inuxerat, abiit ad montem Garganum. Reversusque consequenter Beneventum petiit a civibus corpus sancti Bartholomei apostoli. Qui nichil tunc ei negare audentes habito cum archiepiscopo, qui tunc eidem urbi presidebat, consilio corpus beati Paulini episcopi, quod satis decenter apud episcopium aiusdem civitatis erat reconditum, callide illi pro corpore apostoli obtulerunt, et eo sublato recessit huiusmodi fraude deceptus. Quod postquam rescivit, nimium indignatus corpus quidem confessoris, quod detulerat, honorifice satis ad Insulam Rome recondidit, evestigio autem Beneventum regressus obsedit eam undique per tempus aliquod, se d nichil adversus eam prevalens Romam reversus est3.

Leone di Ostia racconta che Ottone III, dopo il pellegrinaggio al santuario micaelico del Gargano, visitò Benevento e richiese il corpo dell’apostolo Bartolomeo. Non volendo perdere il prestigio di una così preziosa reliquia, il vescovo Alfano optò per una sostituzione di corpi: Paolino fu dato all’imperatore al posto di Bartolomeo! Ad Ottone III non sfuggì l’inganno ma preferì portare il corpo a Roma, deponendolo presso l’Isola Tiberina. Qui, secondo la tradizione successiva, Ottone avrebbe portato anche il corpo di Bartolomeo, e qui, per più di 8 secoli, le spoglie mortali di Paolino riposarono4.

Il 28 maggio 1900, in occasione del pellegrinaggio nolano a Roma per l’Anno Santo, il vescovo Agnello Renzullo rivolse a papa Leone XIII la richiesta per ottenere il Corpo del Santo. In realtà tale richiesta era stata già avanzata qualche anno prima dal vescovo Giuseppe Formisano a Pio IX5. La domanda del vescovo Renzullo fu accompagnata da un volume, che raccoglieva «i voti di tutto l’Episcopato Campano e dei fedeli della Diocesi raccolte per Parrocchia»6. L’11 marzo successivo Leone XIII ordinò la ricognizione del corpo in vista della restituzione7. In quell’occasione Luigi Ranieri, decano del capitolo della cattedrale, diede alle stampe la dissertazione sulla restituzione delle reliquie: De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio8.

La scomparsa di Leone XIII nel 1903, purtroppo, bloccò la faccenda che rimase in sospeso fino al 1908. Il 1 settembre il vescovo Renzullo si rivolse al nuovo pontefice Pio X; toccando la corda sentimentale in occasione del giubileo sacerdotale del pontefice, confortato dal comune desiderio dell’Episcopato campano e quasi desiderando il ritorno di Paolino come contrapposto per Giordano Bruno, cui allude alla fine della lettera, così gli scrisse:

Agnello Renzullo Vescovo di Nola espone e domanda alla Santità Vostra quanto segue. Possano i secoli ed il nome del gran Vescovo Paolino non si cancella dalla memoria di questo gregge Nolano, né scema in esso il vivo desiderio più che millenario di ricevere le amate ossa di Lui, rapite dai Longobardi e poscia da Benevento trasportate nell’alma Roma.
Fu tante volte fatto ricorso ai Romani Pontefici per la grazia della restituzione, ma vari ostacoli impedirono sempre l’esaudimento delle nostre preghiere.
Non è molto, all’immortale Vostro Predecessore furono presentate le suppliche di tutto l’Episcopato Campano, di molti Municipi della regione e di molti corpi morali; ma la sospirata grazia non poté essere concessa.
Ora, in quest’anno del Vostro Giubileo Sacerdotale, anno in cui l’Augusto e Magnanimo cuore vostro è disposto a dispensare le maggiori grazie, io, conscio dei voti dei miei Confratelli e dei miei figliuoli, raccolgo in me le preghiere di tutti e le umilio al Vostro Soglio Pontificio, implorando istantissimamente che concediate la grazia a maggior gloria di Dio, a maggior venerazione del gran Santo, a documento del Vostro Giubileo Sacerdotale, ad incremento della nostra pietà, a contrapposto solenne in questa città all’infausta memoria e monumento del frate apostata nolano9.
Nella ferma speranza di essere esaudito, mi prostro con la massima devozione al bacio dei Sacri Piedi ed imploro l’Apostolica Benedizione.10

Il papa accolse volentieri la richiesta e già il 10 settembre diede il consenso, apposto di sua mano in calce alla lettera di mons. Renzullo. Il 28 febbraio 1909 lo stesso vescovo ne diede lieto annuncio alla Diocesi, in una notificazione entusiastica in cui tesseva le sue lodi per Paolino, santo del Clero, dei Religiosi, del Laicato, dei Reggitori dei popoli, dei Nobili, degli Artisti, dei Letterati, dei Coniugati, dei Plebei, dei Poveri e degli Afflitti, sintetizzandone così il poliedrico spessore umano, intellettuale e spirituale11.

Alle ore 11,00 del 14 maggio 1909 avvenne in Vaticano la consegna delle ossa. Erano presenti accanto al vescovo di Nola gli allora vescovi di Piedimonte, Acerra, Castellammare di Stabia e Gaeta, i principi Filippo e Giuseppe Lancellotti, la marchesa Filiasi, il sindaco di Nola, dott. Felice De Sena e altri sindaci della Diocesi. Alle 17,05 del 15 maggio le reliquie di Paolino arrivarono a Nola su un treno speciale e furono accolte da una folla gioiosa, che le accompagnò fino alla Chiesa del Carmine dove rimasero per la notte. Il giorno successivo furono portate in Cattedrale, dopo una processione di circa quattro ore. In Cattedrale, tra l’altro riaperta dopo la ricostruzione proprio in quell’anno, le reliquie furono esposte alla venerazione fino al 23 maggio, giorno in cui furono richiuse nell’urna e processionalmente collocate nell’attuale cappella laterale12.

Duomo di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Fu notato che il definitivo ritorno di Paolino a Nola, dopo il suo primo arrivo come governatore della Campania e il successivo trasferimento dopo la conversione e l’ordinazione presbiterale, avvenne esattamente 1500 anni dopo la sua elezione a vescovo nel 40913. Tantissime furono le manifestazioni anche letterarie in occasione di tale evento, raccolte nel 1990 in un volume del Centro Studi e Documentazioni su Paolino di Nola, frutto di un convegno tenuto nel 1989 nell’ottantesimo anniversario della traslazione di Paolino14.

Paolino di Nola
Statua in cartapesta di San Paolino di Nola, sulla punta del giglio. Foto di Achille Battimelli, in pubblico dominio

Piace concludere con una curiosità e con qualche verso di Paolino. La curiosità. Quando il vescovo Renzullo inviò la sua richiesta al papa, la sua lettera fu accompagnata da altre 12 scritte da vescovi campani, nella quale si mostravano entusiasti della proposta di mons. Renzullo di proclamare Paolino protettore dei Seminari Campani15. La richiesta forse su solo un proposito, che per altre vie e in forme più grandi si sarebbe avverata nel 2016, quando Paolino fu proclamato patrono di tutta la Campania insieme a San Gennaro.

La basilica paleocristiana di Cimitile, con le tombe di san Felice e san Paolino di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

I versi. Paolino fu profondamente legato a Nola e, in particolare a Cimitile, tant’è che la preferì alla Gallia e alla Spagna e, quando poté celebrare il primo dies natalis dell’amato san Felice ricorda la tanta strada percorsa tra pericoli e amore per raggiungerlo. Queste le parole rivolte a Felice, che ce lo rendono umanissimo e vicinissimo, bramoso come tutti di tornare alla patria del cuore:

Ex illo qui me terraque marique labores
distulerint a sede tua procul orbe remoto,
nouisti; nam te mihi semper ubique propinquum
inter dura uiae uitaeque incerta uocaui.
Et maria intraui duce te, quia cura pericli
cessit amore tui, nec te sine; nam tua sensi
praesidia in domino superans maris aspera Christo;
semper eo et terris te propter tutus et undis. […]
Sis bonus o felixque tuis dominumque potentem
exores, liceat placati munere Christi
post pelagi fluctus mundi quoque fluctibus actis
in statione tua placido consistere portu.
Hoc bene subductam religaui litore classem,
in te conpositae mihi fixa sit anchora uitae.

Tu conosci quali peripezie per terra e per mare da quel tempo mi abbiano tenuto lontano dalla tua dimora in un paese remoto; infatti ti ho invocato sempre e dovunque a me vicino tre le asperità del viaggio e le incertezze della vita. E mi accinsi a percorrere i mari sotto la tua guida, perché la preoccupazione del pericolo cedette per amore di te, né senza il tuo aiuto; ho sentito infatti la tua protezione superando in Cristo Signore le insidie della navigazione; con la tua protezione sempre avanzo sicuro e per terra e per mare. […] Sii benigno e favorevole ai tuoi devoti e prega il Signore potente affinché sia concesso a noi, che dopo i flutti del mare placato per la grazia di Cristo, superati anche i flutti del mondo, ci fermiamo nella tua casa come in placido porto. A questo lido ho ormeggiato la mia nave felicemente giunta a riva16.

L'argomento è stato già trattato dall'autore sul sito della Diocesi di Nola.

1 Cf. G. Luongo, Alla ricerca del sacro. Le traslazioni dei santi in epoca altomedievale, in A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990, pp. 33-34.

2 Ivi, pp. 35-36.

3 MGH SS. 34, p. 208.

4 Filippo R. De Luca riporta la notizia di ben tre ricognizioni del corpo, avvenute rispettivamente nel 1711, nel 1806 e nel 1867 (cf. F.R. De Luca, I documenti relativi alla traslazione del corpo di S. Paolino conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Nola, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 41-42).

5 Presumibilmente tra il 1855 e il 1878.

6 De Luca, I documenti relativi…, p. 42.

7 Sappiamo che cardinale Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona e titolare della Basilica di S. Bartolomeo sull’Isola tiberina si era opposto, temendo di perdere così importanti reliquie; cf. De Luca, I documenti relativi…, p. 42 e p. 44.

8 L. Ranieri, De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 64-121.

9 Si tratta di Giordano Bruno.

10 Appello del vescovo Agnello Renzullo a Papa Pio X per la restituzione del corpo di S. Paolino in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 123-124.

11 Agnello Renzullo, Notificazione del ritorno del corpo di S. Paolino, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 141-145; l’elogio di Paolino si trova a p. 144.

12 Il resoconto di quelle giornate fu pubblicato nel «Bollettino religioso per la Diocesi di Nola» – Anno VIII – n. 86 – Giugno 1909, che si può leggere in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp.149-163.

13 Ivi, p. 163.

14 A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990.

15 De Luca, I documenti relativi…, p. 45.

16 Paul. Nol. carm. 13, vv. 10-17. 31-35; trad. italiana in A. Ruggiero, Paolino di Nola. I carmi, Strenae Nolanae 6, Marigliano 1996, pp. 214-217.


Nella Terra di Diana seconda edizione

"Nella Terra di Diana". Festival di Antropologia e Storia delle Religioni, seconda edizione

Nella Terra di Diana

Festival di Antropologia e Storia delle Religioni

3-6 settembre 2020

 

Manca pochissimo alla seconda edizione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana” (Genzano di Roma-Nemi, 3-6 settembre 2020). La manifestazione sarà presentata il pomeriggio di giovedì 3 settembre in piazza Umberto I a Nemi, alle ore 16:30, e si terrà dal 4 al 6 settembre presso il palazzo Sforza Cesarini di Genzano di Roma.

Il Festival è promosso dal Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni” e dai comuni di Genzano di Roma, Nemi e Velletri.

Collaborano all’organizzazione del Festival l’Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”, l’ISMEO - Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

Hanno conferito il loro patrocinio alla manifestazione il Centro Interdipartimentale di Studi AMA - Antropologia del Mondo Antico dell’Università degli Studi di Siena, la Consulta Universitaria per la Storia del Cristianesimo e delle Chiese, l’ICSOR - International Center for the Sociology of Religion, la Scuola di Specializzazione in Beni Demoetnoantropologici dell’Università degli Studi di Perugia, Simbdea - Società italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici, la Società Italiana di Storia delle Religioni.

L’iniziativa si terrà all’aperto e in rispetto delle norme di sicurezza. L’ingresso è libero e gratuito, ma è comunque necessario registrarsi come “uditori” entro il 2 settembre, scrivendo al seguente indirizzo di posta elettronica e riportando contestualmente i propri dati essenziali: [email protected]. Per dati essenziali si intendono nome, cognome, telefono, indirizzo di posta elettronica, giorno di possibile presenza.

Quanti avessero la necessità di soggiornare a Genzano di Roma o in Nemi nei giorni del Festival, possono usufruire delle strutture convenzionate a prezzo ridotto, scrivendo alla presidente dell’Associazione Calliope, la dott. Maria Paola De Marchis: [email protected]

Sarà presente un bookshop dove sarà possibile trovare le pubblicazioni presentate durante la manifestazione.

Di seguito, il programma e link utili per avere ulteriori informazioni.

Nella Terra di Diana. Festival di Antropologia e di Storia delle Religioni seconda edizione Locandina
La locandina per la seconda edizione: "Nella Terra di Diana. Festival di Antropologia e di Storia delle Religioni"

Nella Terra di Diana - 3 settembre 2020- ore 16:30

Piazza Umberto I - Nemi

Presentazione del Festival

 

Introduce:

Igor Baglioni, Direttore del Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni”

Saluti istituzionali:

Alberto Bertucci, Sindaco di Nemi

Orlando Pocci, Sindaco di Velletri

Serafina Mascolo, Commissario straordinario per Genzano di Roma

Maria Paola De Marchis, Consigliere comunale di Velletri

Intervengono:

Aroldo Barbieri, Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”

Gianluca De Sanctis, Centro Interdipartimentale di Studi AMA - Antropologia del Mondo Antico (Università degli Studi di Siena)

Roberto Cipriani, International Center for the Sociology of Religion - Roma

Adriano Rossi, ISMEO - Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente

Daniela De Angelis, Museo delle Navi Romane - Nemi

Simona Carosi, Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale

 

Ricordo di Enrico Comba e presentazione del libro

Le porte dell’anno: cerimonie stagionali e mascherate animali, a cura di Margherita Amateis - Enrico Comba, Accademia University Press, Torino 2019.

Intervengono:

Caterina Agus (Università degli Studi di Torino)

Margherita Amateis (Università degli Studi di Torino)

 

Tra l’ira delle Erinni e il rancore di Afrodite. Oreste e Ippolito prima di Nemi

Spettacolo del Laboratorio Teatrale Drammatico del Liceo Classico “Ugo Foscolo” di Albano Laziale

A cura di Marcella Petrucci (Liceo Classico “Ugo Foscolo” - Albano Laziale)

 

Nella Terra di Diana - 4 settembre 2020 - ore 9:30

Palazzo Sforza Cesarini (area antistante) - Genzano di Roma

Prima Sessione: dalla Tarda Antichità all’Età Contemporanea

 

Presentazione dei libri:

• Roberto Alciati, Monaci d’Occidente. Secoli 4.-9., Carocci, Roma 2018.

Interviene:

Roberto Alciati (Università degli Studi di Firenze)

• Francesco D’Angelo (a cura di), Pellegrini e crociati tra Europa del Nord e Mediterraneo (secoli XI-XIII), “RiMe. Rivista dell'Istituto di Storia dell'Europa Mediterranea” 6 (1), 2020.

Intervengono:

Francesco D’Angelo (Sapienza Università di Roma)

Luciano Gallinari (Istituto di Storia dell'Europa Mediterranea - Cagliari)

• Fulvio Ferrario - Eduardo López-Tello García - Emanuela Prinzivalli (a cura di), Riforma/riforme: continuità o discontinuità? Sacramenti, pratiche spirituali e liturgia fra il 1450 e il 1600, Morcelliana, Brescia 2019.

Interviene:

Emanuela Prinzivalli (Sapienza Università di Roma)

• Marina Caffiero - Alessia Lirosi (a cura di), Donne e Inquisizione, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2020; Marina Caffiero, Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna, Morcelliana, Brescia 2020.

Intervengono:

Marina Caffiero (Sapienza Università di Roma)

Fabrizio Conti (John Cabot University)

• Valeria Merola - Sabina Pavone - Francesco Pirani (a cura di), Personaggi storici in scena, EUM - Edizioni Università di Macerata, Macerata 2020.

Intervengono:

Valeria Merola (Università degli Studi dell’Aquila)

Sabina Pavone (Università degli Studi di Macerata)

• Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, Viella, Roma 2015; Francesca Sbardella, Etnologia del sacro. Religione e modernità nella riflessione francese, Pàtron, Bologna 2019.

Intervengono:

Lia Giancristofaro (Università degli studi “Gabriele d’Annunzio” Chieti-Pescara)

Francesca Sbardella (Alma Mater Studiorum - Università di Bologna)

• Lia Giancristofaro - Valentina Lapiccirella Zingari, Patrimonio culturale immateriale e società civile, prefazione di Pietro Clemente, Aracne, Roma 2020; Lia Giancristofaro, Populisme et polarisations. Notes théoriques sur le folklore dans les institutions politiques, introduction de Laurent Sébastien Fournier, L’Harmattan Italia, Torino 2020

Intervengono:

Lia Giancristofaro (Università degli studi “Gabriele d’Annunzio” Chieti-Pescara)

Francesca Sbardella (Alma Mater Studiorum - Università di Bologna)

 

Nella Terra di Diana - 4 settembre 2020 - ore 15:30

Parco del palazzo Sforza Cesarini - Genzano di Roma

Seconda Sessione: verso Oriente

 

Presentazione dei libri:

• Murat Yazar, Shadows of Kurdistan. A Photographic Resarch of a Cultural Identity, Ist. Kurdo/ISMEO - Scienze e Lettere, Roma 2020.

Intervengono:

Adriano Rossi (ISMEO - Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente)

Murat Yazar (MEFSAD - Mezopotamya Fotoğraf ve Sinema Amatörleri Derneği)

• Massimo Vidale (a cura di), Jiroft. La civiltà che non c’era, ISMEO - Scienze e Lettere, Roma 2020.

Interviene:

Davide Salaris (Macquarie University - Sydney)

Massimo Vidale (Università degli Studi di Padova)

• Fabio Scialpi (a cura di), Gandhi nel 150° anniversario della nascita, ISMEO - Scienze e Lettere, Roma 2020.

Intervengono:

Mario Prayer (Sapienza Università di Roma)

Fabio Scialpi (Sapienza Università di Roma)

Visita guidata al borgo di Nemi

 

Nella Terra di Diana - 5 settembre 2020 - ore 9:30

Palazzo Sforza Cesarini (area antistante) - Genzano di Roma

Terza Sessione: tra Storia del Cristianesimo ed Etnografia

 

Presentazione dei libri:

• Luca Arcari, Vedere Dio. Le apocalissi giudaiche e protocristiane (4. sec. a.C.-2. sec. d.C.), Carocci, Roma 2020.

Intervengono:

Luca Arcari (Università degli Studi di Napoli “Federico II”)

Francesco Berno (Sapienza Università di Roma)

• Andrea Annese, Il Vangelo di Tommaso. Introduzione storico-critica, Carocci, Roma 2019.

Intervengono:

Andrea Annese (Sapienza Università di Roma)

Daniele Tripaldi (Alma Mater Studiorum - Università di Bologna)

• Francesco Berno, L’Apocrifo di Giovanni. Introduzione storico-critica, Carocci, Roma 2019.

Intervengono:

Francesco Berno (Sapienza Università di Roma)

Daniele Tripaldi (Alma Mater Studiorum - Università di Bologna)

• Stefano Beggiora (a cura di), Il cosmo sciamanico. Ontologie indigene fra Asia e Americhe, FrancoAngeli, Milano 2019.

Intervengono:

Stefano Beggiora (Università Ca’ Foscari - Venezia)

Davide Torri (Sapienza Università di Roma)

• Emily Pierini, Jaguars of the Dawn. Spirit Mediumship in the Brazilian Vale do Amanhecer, Berghahn Books, New York-Oxford 2020.

Interviene:

Emily Pierini (Sapienza Università di Roma)

• Davide Torri, Landscape, Ritual and Identity among the Hyolmo of Nepal. The Buddha and the Drum, Routledge, London-New York 2020.

Intervengono:

Stefano Beggiora (Università Ca’ Foscari - Venezia)

Davide Torri (Sapienza Università di Roma)

 

Nella Terra di Diana -  5 settembre 2020 - ore 15:30

Parco del palazzo Sforza Cesarini - Genzano di Roma

Quarta Sessione: dall’Antichità Classica al Medioevo

 

Presentazione dei libri:

• Giulio Guidorizzi - Silvia Romani, In viaggio con gli dei. Guida mitologica della Grecia, Raffaello Cortina, Milano 2019.

Intervengono:

Giulio Guidorizzi (Università degli Studi di Torino)

Silvia Romani (Università degli Studi di Milano)

• Aglaia McClintock (a cura di), Storia mitica del diritto romano, Il Mulino, Bologna 2020.

Interviene:

Aglaia McClintock (Università degli Studi del Sannio - Benevento)

• Renata Salvarani, The Body, the Liturgy and the City. Shaping and Transforming Public Urban Spaces in Medieval Christianity (Eighth-Fourteenth Centuries), Edizioni Ca’ Foscari, Venezia 2020.

Intervengono:

Renata Salvarani (UER - Università Europea di Roma)

Lucina Vattuone (Musei Vaticani)

 

Premio “James G. Frazer”

La Delegazione “Antico e Moderno” dell’Associazione Italiana di Cultura Classica e il Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni” conferiscono il premio “James G. Frazer” per l’anno 2020 a Giulio Guidorizzi (Università degli Studi di Torino).

Intervengono:

Igor Baglioni (Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni”)

Emanuele Lelli (Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”)

Simone Beta (Università degli Studi di Siena)

Silvia Romani (Università degli Studi di Milano)

Francesca Salvatori (Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”)

Valentina Zanusso (Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”)

Visita guidata al centro storico di Genzano di Roma

 

Nella Terra di Diana -  6 settembre 2020 - ore 9:30

Palazzo Sforza Cesarini (area antistante) - Genzano di Roma

Quinta Sessione: tra Antropologia e Sociologia

 

Presentazione dei libri:

• Fenggang Yang, La religione nella Cina comunista. Dalla sopravvivenza al risveglio, a cura di Emanuela Claudia Del Re, presentazione di Roberto Cipriani, FrancoAngeli Edizioni, Milano 2020.

Interviene:

Roberto Cipriani (Università degli Studi Roma Tre)

• Osvaldo Costantini, La nostra identità è Gesù Cristo. Pentecostalismo e nazionalismo tra gli eritrei e gli etiopici a Roma, Franco Angeli, Milano 2019.

Interviene:

Osvaldo Costantini (Sapienza Università di Roma)

• Roberto Cipriani, L’incerta fede. Un’indagine quanti-qualitativa in Italia, FrancoAngeli Edizioni, Milano 2020.

Intervengono:

Roberto Cipriani (Università degli Studi Roma Tre)

Cecilia Costa (Università degli Studi di Roma Tre)

• Katiuscia Carnà, Nuove identità di una società multietnica. Percorsi tra scuole, religioni, famiglie, CLEUP, Padova 2020.

Intervengono:

Katiuscia Carnà (Università degli Studi Roma Tre)

Roberto Cipriani (Università degli Studi Roma Tre)

• Tommaso Caliò (a cura di), Santi in posa. L’influsso della fotografia sull’immaginario religioso, Viella, Roma 2019.

Interviene:

Tommaso Caliò (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”)

• Federico Biggio - Victoria Dos Santos - Gianmarco Thierry Giuliana (a cura di), Meaning-Making in Extended Reality. Senso e Virtualità, Aracne, Roma 2020.

Interviene:

Victoria Dos Santos (Università degli Studi di Torino)

• Fabrizio Spagnol, Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa, Meltemi, Milano 2019.

Intervengono:

Marinella Linardos (Comunità Ellenica di Roma e del Lazio)

Fabrizio Spagnol (Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”)

 

Nella Terra di Diana - 6 settembre 2020 - ore 15:30

Sesta Sessione: Fiabe, Miti e Stregoneria

 

Presentazione dei libri:

• Andrea Maraschi, Similia similibus curantur. Cannibalismo, grafofagia e “magia” simpatetica nel Medioevo (500-1500), CISAM, Spoleto 2020.

Interviene:

Andrea Maraschi (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”)

• Alessandra Ciattini (a cura di), Dalla magia alla stregoneria. Cambiamenti sociali e culturali e la caccia alle streghe, La città del sole, Napoli 2018.

Intervengono:

Alessandra Ciattini (Sapienza Università di Roma)

Maria Rosa Di Simone (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”)

Giangiacomo Gandolfi (Planetario e Museo Astronomico di Roma)

• Benedek Elek, C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi, a cura di Elisa Zanchetta, Vocifuoriscena, Viterbo 2020.

Interviene:

Elisa Zanchetta (Università degli Studi di Padova)

• Francesco Sangriso, Le fonti nordiche del Ring. La mitologia di Wagner, Vocifuoriscena, Viterbo 2018.

Interviene:

Francesco Sangriso (Università degli Studi di Genova)

Visita al santuario di Diana Nemorense

 

Il Festival è promosso dal Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni” e dai comuni di Genzano di Roma, Nemi e Velletri.

Collaborano all’organizzazione del Festival l’Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”, l’ISMEO - Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

Hanno conferito il loro patrocinio alla manifestazione il Centro Interdipartimentale di Studi AMA - Antropologia del Mondo Antico dell’Università degli Studi di Siena, la Consulta Universitaria per la Storia del Cristianesimo e delle Chiese, l’ICSOR - International Center for the Sociology of Religion, la Scuola di Specializzazione in Beni Demoetnoantropologici dell’Università degli Studi di Perugia, Simbdea - Società italiana per la Museografia e i Beni Demoetoantropologici, la Società Italiana di Storia delle Religioni.

L’iniziativa si terrà all’aperto e in rispetto delle norme di sicurezza. L’ingresso è libero e gratuito, ma è comunque necessario registrarsi come “uditori” entro il 2 settembre, scrivendo al seguente indirizzo di posta elettronica e riportando contestualmente i propri dati essenziali: [email protected] Per dati essenziali si intendono nome, cognome, telefono, indirizzo di posta elettronica, giorno di possibile presenza.

Quanti tra voi avessero la necessità di soggiornare a Genzano di Roma o in Nemi nei giorni del Festival, possono usufruire delle strutture convenzionate a prezzo ridotto, scrivendo alla presidente dell’Associazione Calliope, la dott. Maria Paola De Marchis: [email protected]

Sarà presente un bookshop dove sarà possibile trovare le pubblicazioni presentate durante la manifestazione.

In basso, trovate il programma e link utili per avere ulteriori informazioni.

Info

Per informazioni sul Festival: [email protected]

Per informazioni su accoglienza e soggiorno: [email protected]

Per informazioni sul bookshop: [email protected]


A lu cielu chianau

A lu cielu chianau, per la regia di Daniele Greco e Mauro Maugeri, racconta della comunità di Randazzo, che ogni anno sfila per il 15 agosto, festa dell'Assunzione della Vergine Maria.

Ne parleremo a Piazza San Paolo di Palazzolo Acreide, domenica 23 agosto 2020, durante la manifestazione Riflessi: riti dal passato e immagini del presente, organizzata dall'associazione Meraki e Archeoclub d'Italia di Palazzolo Acreide.

A lu cielu chianau

Nazione: Italia

Regia: Daniele Greco, Mauro Maugeri

Durata: 11'

Anno: 2015

Produzione: Associazione culturale “Scarti”

A lu cielu chianau

SinossiRandazzo, borgo medievale ai piedi del Monte Etna. Venticinque bambini, vestiti da angeli e santi, sono sollevati su un palo di legno di 18 metri. Per centinaia di anni, l'intera comunità ogni anno sfila per il 15 agosto, festa dell'Assunzione della Vergine Maria.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

    • Short Film Corner di Cannes, 2015
    • Apchat International Film Festival, ed. 2015
    • Festival Traces de Vies, ed. 2015
    • Festival del cinema di frontiera di Marzamemi (SR), ed. 2015
    • Corti di sabbia, Quercianella (LI), ed. 2015
    • Corto di sera, Itala (ME), ed. 2015
    • Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica di Licodia Eubea (CT), ed. 2017

Premi e riconoscimenti:

    • Premio migliore regia a Corti di sabbia, Quercianella (LI), ed. 2015
    • Premio A.P.P.A.C.U.V.I. al Cerano Film Festival (CO), 2015
    • Menzione speciale della giuria al Festival del Cinema di Frontiera di Marzamemi (SR), 2015
    • Premio "Giovannello da Itala" a Corto di Sera, Itala (ME), ed. 2015
    • Menzione speciale al XXV Festival Traces de Vies, 2015
    • Menzione speciale premio “I love Gai”, Festival del cinema di Venezia, ed. 2016

I registi:

Daniele Greco è un videomaker e fotoreporter freelance. Nato nel 1980, ha sviluppato una speciale passione per il documentario pur continuando a lavorare nella realizzazione di video aziendali e industriali e nel campo della formazione ai linguaggi cine-televisivi. Dopo gli studi universitari si è dedicato inizialmente al giornalismo, lavorando come filmmaker a due edizioni del programma tv “Tetris”, andato in onda su La7. È impegnato da anni anche in ambito fotografico, con una ricerca sul rapporto tra l’estetica metropolitana e gli individui che la vivono. Ha collaborato anche con diverse agenzie fotografiche, pubblicando le sue foto su l'Espresso, Panorama, Tempi, La Stampa, Il Sole 24 ore, La Repubblica, Oggi, Il Giornale, Libero, Metro. Dal 2005 è il responsabile della comunicazione esterna del festival Magma - mostra di cinema breve.

Mauro Maugeri è nato a Catania nel 1981 ed è l’autore di diversi documentari brevi di carattere sociale e antropologico con i quali ha partecipato a festival nazionali e internazionali. Neis uoi lavori si occupa di tutti gli aspetti produttivi, in particolar modo della scrittura, della regia e della fotografia. Dal 2005 è socio dell’associazione culturale “Scarti”, promotrice di Magma – mostra di cinema breve, di cui è stato Direttore Tecnico dal 2006 al 2010. Si occupa anche di formazione al cinema e alla comunicazione, attraverso laboratori di produzione audiovisiva per adulti e ragazzi e la realizzazione di documentari partecipati. Ha collaborato con RAI, Mediaset, Sky, Fondazione Vodafone Italia, ENI-Snam, Centro Sperimentale di Cinematografia e Fondazione con il Sud. È il responsabile delle attività culturali del Comitato Territoriale dell’ARCI Catania e membro della Presidenza Nazionale di UCCA (Unione Circoli Cinematografici dell’ARCI).

Produzione:

www.associazionescarti.com

Scheda a cura di: Fabio Fancello


El Cid Campeador

Cantar de mio Cid, dal poema epico alle tensioni storico culturali

Il Cantar de mio Cid è il primo, cronologicamente, e il migliore dei poemi della produzione epica iberica. Molti degli altri elaborati componimenti sono andati perduti, ma sappiamo di certo grazie alle cronicas storiche che esistettero altri cantari, usati come fonti per la registrazione di eventi storici. Il Cid è una forma di epos biografico, nato a livello embrionale dalle recitazioni orali di giullari e poeti erranti, che narra l'epopea di Don Rodrigo Díaz de Vivar il quale venne ingiustamente accusato di sottrarre i tributi al suo re Alfonso VI e punito con l'esilio.

Cantare del Cid
La copertina del Cantare del Cid, pubblicato da Garzanti i grandi libri, con testo a fronte e introduzione, traduzione e note di Andrea Baldissera

Il Cid (probabilmente il suo nome deriva da un dialetto arabo andaluso che significa “signore”), è un cavaliere atipico animato da due immense forze vitali: l'orgoglio cavalleresco (fedeltà al sovrano) e la pietas cristiana. Non stupiscono queste considerazioni, pochi sono i nobili cavalieri che restano fedeli al proprio sovrano anche dopo accuse ingiuste. Il Cid è un prototipo di eroe completamente diverso da quelli dei cicli francesi, la primitiva forza impulsiva è domata dalla razionalità e dalla fede, il condottiero spagnolo non si lascia prendere dagli impulsi bensì ragiona e medita tutte le sue azioni e scelte.

Cantar de mio Cid
Cantar de mio Cid, f. 1r. Foto in pubblico dominio

 Preferisco soffermarmi sul retroterra storico-culturale del Cantar de mio Cid. Nel 711 gli Arabi guidati dal capo berbero Ṭāriq ibn Ziyād al-Laythī, conosciuto in Spagna come Taric el Tuerto (il Guercio), approdò sulle coste spagnole, dopo aver oltrepassato il breve braccio di mare che in suo onore prese il nome di Gibilterra (Gabal Tariq) e fagocitò in breve tempo il regno dei Visigoti, già indeboliti da conflitti dinastici, con i successi ottenuti sulle sponde del Rio Barbate, dove annientò l'esercito nemico.

 

Cartina degli sbarchi degli Arabi. Immagine opera di Bonas, CC BY-SA 3.0

Una volta assoggettata gran parte della Spagna, gli Arabi iniziarono a chiamare questa terra “Al-Andalus”. Secondo Marco di Branco è erroneo ricercare l'etimologia del nome dell'Andalusia con il nome di Vandalicia (denominazione dei Vandali data alla Spagna Betica) ma in un termine visigotico che definiva la Spagna. Dal gotico ricaviamo l'espressione “landahlauts” traslitterata poi in arabo in Andalus, poi preceduta dall'articolo determinativo al-.

Soltanto una striscia di terra a settentrione della penisola iberica rimase in mano ai cristiani, per tre secoli la Spagna sarà governata dal florido califfato ommayade di Cordova, fino a quando nella prima metà dell'XI secolo venne meno l'unità amministrativa favorendo la nascita di piccole unità territoriali, regni minori chiamati taifas, dal termine arabo che corrisponde a fazioni. Lo smembramento del califfato ommayade getterà le fondamenta per la Reconquista cristiana della Penisola Iberica, processo che si concluse dopo quasi 5 secoli nel 1492.

Cantar de mio Cid
Francisco Pradilla Ortiz, Resa di Granada. Immagine in pubblico dominio

Questo sfaccettato panorama storico, arricchito dalla presenza di forti nuclei di tutte le popolazioni “abramitiche”, ebrei, cristiani, musulmani, porterà alla nascita della fervida cultura iberica.

I gruppi si mescolano o convivono, secondo diversi gradi di tolleranza: dai mozàrabes (cristiani che vivono sotto il dominio musulmano, mantenendo la propria fede) ai mudéjares (al contrario, musulmani che possono sotto un dominio cristiano) sino ai diversi tipi di convertiti (conversos dall'ebraismo o dall'Islam; muladìes, dal cristianesimo all'Islam), che spesso mantenevano occultamente la propria religione (come i marranos ebrei).

Corano andaluso. Foto in pubblico dominio

Quel che mi preme sottolineare, parlando del Cid, è che il poema non cerca di mitizzare o di abbondare con gli stereotipi. I nemici degli spagnoli non sono selvaggi invasori che vengono da terre barbare ma sono visti come dei loro pari, anzi c'è una profonda invidia o solenne rispetto per il nemico musulmano. Il Cid tratta i mori senza enfasi religiosa o non animato da qualche spirito crociato sanguinario, anzi a volte sono gli avversari della stessa religione che incorrono nella sua ira.

Gli arabi, al contrario delle chansons, non sono strumentalizzati per arricchire di elementi pittoreschi la narrazione, essi sono il nemico reale e storico della cultura spagnola del tempo. Molto più interessante è l'antisemitismo del protagonista, gli ebrei sono sempre descritti con i soliti stilemi degli avari, dei viscidi cospiratori e dei bugiardi; e tutto ciò si riscontrerà nelle tensioni storico-politiche che sfoceranno nel 1492 con l'esilio coatto delle popolazioni sefardite e ashkenazite (tribù ebraiche).


barbari

I Barbari del Nord agli occhi dei Romani

Gli antichi Greci utilizzavano il termine onomatopeico “barbaro” (in greco antico: βάρβαρος, bárbaros), letteralmente "balbuziente", per indicare lo straniero. La sfumatura dispregiativa, “quello che non sa parlare (e pensare)”, presente fin dall’origine, si accentuò ulteriormente dopo lo scontro con i Persiani. Durante l’età ellenistica, quando il mondo greco si dilatò a causa delle conquiste ad opera di Alessandro Magno, arrivando così ad inglobare vasti territori e nazioni panelleniche, i Greci si ritrovarono a dover riconsiderare il Barbaro in una visione cosmopolita e di scoprire aspetti morali e qualità non presi in considerazione fino a quel momento: i Barbari colti, fondatori della filosofia, della religione e dell’arte. Da quel momento infatti, ogni uomo che parlava, leggeva e scriveva in greco entrava legittimamente a far parte del mondo e della cultura greca

I Romani avevano, assistendo alle commedie di Plauto, riso della definizione greca che includeva anch’essi nel concetto di barbaro. Tale termine entrò a far parte del loro vocabolario, e a partire dal sacco di Roma del 387 a.C. ad opera dei Galli Senoni guidati da Brenno, iniziarono a chiamare Barbari, con ben altro significato rispetto a quello originario greco, questi nuovi nemici provenienti dal Nord, così diversi dai popoli italici e mediterranei con cui si erano scontrati fino a quel momento. Per tutto il II secolo a.C. i successori di quei Galli, i Cimbri e i Teutoni, continuarono a rappresentare una temutissima minaccia per i Romani. L’alterità provata nei loro confronti è visibile nelle rappresentazioni figurate (es. fregio di Civitalba, di Talomone) e nei testi letterari, in cui i Romani riproducono, accentuandoli, i caratteri di diversità di questi popoli: i lunghi capelli incolti, la corporatura gigantesca, le armi inusuali, l’uso di calzoni (bracae). Tale alterità insieme al terrore che ne derivava provocarono una reazione alquanto feroce da parte dei Romani. Si ricorda ad esempio il rito di seppellire all’interno del Forum Boarium una coppia di Galli e una di Greci - seppellimento documentato per gli anni 228, 216 e 114 - questi ultimi rei un tempo di essersi alleati con i primi, oppure la pratica dello sterminio, teorizzata come necessaria per la salvezza di Roma e dell’Italia. E ancora, se i Barbari avevano l’inmanis ac barbara consuetudo dei sacrifici umani e delle teste tagliate, Roma reagiva adottando il medesimo costume, come dimostrano alcune scene raffigurate sulla colonna Traiana che mostrano i soldati romani intenti a decapitazioni di massa, o a combattere con le teste mozzate del nemico tenute tra i denti per i capelli, o ad ornare le palizzate dei loro castra di teste mozzate (Figg. 1-3).

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Fig. 1 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con la raffigurazione di due ausiliari intenti a mostrare all’Imperatore le due teste mozzate di importanti capi dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Con la successiva romanizzazione della Gallia e al conseguente graduale mutamento della cultura celtica, i Romani rivalutarono i loro antichi nemici. Cesare e Cicerone arrivarono a considerare i Galli “consanguinei dei Romani”, mentre Timagene (I sec. a.C.) li ricollegò ad una mitica origine troiana, come riprese anche nel IV secolo d.C. lo storico Ammiano Marcellino nel suo Res gestae, dove riportò: “Aiunt quidam paucos post excidium Troiae fugitantes Graecos ubique dispersos loca haec occupasse tunc vacua” (Liber XIV, 1, 9, 5). Dall’altro lato anche le popolazioni di origine gallica iniziarono a fregiarsi di questa fraternitas con i Romani, come paiono testimoniare alcuni panegirici ad opera degli Edui, realizzati durante l’ultima epoca repubblicana e la prima età imperiale, in cui è attestata una tradizione verosimilmente originatasi contestualmente alle prime spedizioni di Roma nell’entroterra gallico, nel momento in cui gli Edui si erano a avvalsi dei successi romani per rovesciare i rapporti di forza con gli avversari Arverni1. Tale tradizione, orgogliosamente coltivata negli ambienti letterari, non priva di deformazioni un po’ tendenziose seppur interessati, enfatizzava più volte il legame di fraternitas con il popolo romano (IV, 21, 2; V, 4, 1; VII, 22, 4; VIII, 2, 4 e 3, 1), arrivando addirittura ad affermare che tale forte legame fosse stato, anche se poco credibilmente, sancito dallo stesso senato che diede agli Edui oltre all’appellativo di fratres, anche quello di consanguinitatis nomen (vd. VIII, 2, 4 e 3, 1), che li faceva distinguere dalle altre nationes galliche.

Fig. 2 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con soldato che combatte tenendo tra i denti la testa decapitata di uno dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Partendo dall’età augustea si assistette pertanto allo slittamento del termine “Barbaro” verso coloro che vivevano al di là del Reno e che fino a quel momento avevano avuto solo contatti sporadici con i Romani, i Germani.

Il primo romano ad attraversare il Reno fu Cesare nel 55 a.C., e a lui si devono le prime e sommarie notizie sui Germani e sulle altre tribù della medesima stirpe, dei quali descrisse i costumi rudi e feroci, tenendoli accuratamente distinti dai Galli, per i quali maturava un diverso e lungimirante progetto politico. Altre informazioni sugli antichi Germani erano raccolte nella perduta opera di Plinio il Vecchio, Bella Germaniae, di cui tuttavia si conservano memorie all’interno della Germania di Tacito2. All’interno di questa, l’autore fu tra i primi ad esaltare il coraggio in battaglia di questi popoli, la semplicità dei loro costumi, l'alto valore che davano all'ospitalità e di cui peraltro ammirava la conseguente sanità morale e austerità dei loro costumi barbari mettendoli in netto contrasto con l'immoralità dilagante e la decadenza dei costumi romani.

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Fig. 3 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, dove si vedono delle teste di Daci impalate nei pressi dell’insediamento romano. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Neanche la sanguinosa battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., che vide le tre legioni comandate da Publio Quintilio Varo annientate da una coalizione di tribù germaniche guidata dal principe cherusco Arminio, servì a sminuire il valore attribuito a questi popoli, anzi le loro abilità di combattenti furono ulteriormente enfatizzate.

Il coraggio e la bellicosità, insieme alla lealtà personale, furono le qualità che resero questi “Barbari del Nord” dei mercenari ideali agli occhi dei Romani; e guardie del corpo barbare, Germani, insieme a Galli e ad Iberi furono ingaggiati da diversi “signori della guerra” di origine romana. Allo stesso modo molti di essi furono impiegati come gladiatori, un uso che li rese popolari, confermandone però la fama di barbari pericolosi. Non solo, con il tempo molti Germani entrarono a far parte delle truppe ausiliarie dell’esercito romano e in alcuni cari arrivarono a rivestire il ruolo di magister militum e di consoli.

Ma come vedevano i Romani questi Barbari? Il loro aspetto ci è noto attraverso l’arte ufficiale romana che si ricollegava ovviamente all’ambito militare e di conseguenza alla guerra.

Fig. 4 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, raffigurante la fine della prima guerra dacica, in cui si hanno i due trofei di guerra, composti da un cumulo di armi tolte al nemico; al di sopra di queste si scorge il palo sul quale era ricostruita un'intera armatura dace. Si possono riconoscere le tipiche corazze loricate, i totem a testa di lupo e gli elmi ogivali tipici dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco.

Conosciamo le diverse politiche di propaganda messe in atto per i trionfi militari dei generali romani sui popoli barbarci. Queste prevedevano che il vincitore si fregiasse del cognomen del popolo vinto (es. Germanico, Britannico, Dacico, Sarmatico, Gotico, etc.) e che si attuassero tutta una serie di celebrazioni e intitolazioni di monumenti figurati (archi, altari, templi, statue, monete), sui quali venivano rappresentati i barbari vinti legati sotto a un trofeo composto delle loro armi, un modo da imprimere nella mente dei sudditi dell’Impero la memoria della potenza di Roma (Fig. 4).

Fig. 5 - La Gemma Augustea di Vienna. Immagine di Gryffindor, CC BY 2.5

I modelli figurativi cui attinsero i Romani in queste loro prime rappresentazioni dei Barbari provenivano dell’arte pergamena che aveva creato, sul tema della vittoria dei Greci contro i Galati (all’epoca dell’invasione dell’Asia avvenuta nel 279 a.C.), i capolavori dei donari dedicati a Pergamo dai re vincitori, Attalo I e Eumene II. I Galli erano stati visti dagli artisti pergameni senza disprezzo, rappresentati in modo fiero e selvaggio, pervasi di nobiltà. Pur discendendo da questa tradizione, derivante dell’idea stoica del rispetto nei confronti del vinto, le rappresentazioni romane mostrano al contrario una caratterizzazione più accentuata della diversità ed una più diretta rappresentazione della superiorità dei Romani. Sono andate perdute le porte eburnee del tempio di Apollo Palatino, raffiguranti la sconfitta dei Galati a Delfi, ma una serie di altri importanti monumenti e manufatti (la lorica dell’Augusto di Prima Porta, la Gemma Augustea di Vienna, il Gran Cammeo di Francia, etc.) (Figg. 5-6) ci trasmettono una certa immagine codificata dei barbari sottomessi, rappresentati con fluenti capelli, barbe incolte, brache, a busto spesso nudo, talvolta recanti il torques al collo, spesso in presenza delle loro donne, in atteggiamento dismesso.

Fig. 6 - Il Gran Cammeo di Francia. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, modificata da Janmad, CC BY-SA 3.0

Un richiamo alla propaganda attuata si aveva anche nei fori di tutte le città romane, nella decorazione degli edifici pubblici, come mostrano i trofei di armi della Schola Armaturarum di Pompei, ma anche nei monumenti privati, come nel caso di un “eques pompeianus” a Porta di Nocera, in cui si ha la rappresentazione di uno scudo in stucco il cui umbone è caratterizzato dalla presenza di una testa di Barbaro (Fig. 7).

Fig. 7 - La Tomba 13 ES, monumento funerario dell'“eques pompeianus”, presso Porta di Nocera a Pompei. Foto di Alessandra Randazzo. Si può vedere un particolare dell’umbone a p. 335 del testo di M. Castiglione, Modelli urbani per forme di auto rappresentazione locale. Il monumento funerario di un eques pompeianus a Porta di Nocera, all'interno di Arte-Potere. Forme Artistiche, Istituzioni, Paradigmi Interpretativi. Atti del convegno di studio tenuto a Pisa Scuola Normale Superiore, 25-27 Novembre 2010, a cura di M. Castiglione e A. Poggio.

Da Traiano in poi, con l’intensificarsi delle operazioni militari ai confini, le rappresentazioni di barbari si fanno sempre più numerose, ne sono un esempio monumenti famosi come il Tropaecum Traiani di Damklissi (109 d.C.) (Fig. 8), la colonna Traiana o le grandi statue di Daci in porfido. In essi, e soprattutto nella colonna Traiana, il sentimento di ammirazione per la virtus romana convive con quello di rispetto per lo sfortunato eroismo dei vinti. A partire da Marco Aurelio, con la colonna Aureliana, questo sentimento si conserva, ma vira sul patetico, allontanandosi da quel residuo di compostezza ellenistica ancora percepibile nella colonna Traiana. Un’evoluzione che per altro si osserva anche in momenti privati, come su alcuni sarcofagi con scene di battaglia, come ad esempio quello Amendola, di Portonaccio o il più tardo Ludovisi (Figg. 9-10).

Fig. 8 - Il Tropaecum Traiani di Damklissi. Immagine di CristianChirita, modificata da Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

Quest’evoluzione in senso drammatico rifletterebbe il fragile equilibrio del limes renano-danubiano.

Da Marco Aurelio, in poi, all’interno dell’Impero, la parola Barbaro acquisì un valore sempre più sinistro, legato al tema della distruzione. In questo periodo infatti diverse incursioni germaniche superarono il confine arrivando ad oltrepassare sempre più di frequente i claustra Italiae. Queste provocarono le cosiddette guerre marcomanniche, un lungo periodo di conflitti militari combattuti tra l'esercito romano e le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale (167-189 ca.), rappresentante il preludio alle grandi invasioni barbariche di III-V secolo che portarono alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e al formarsi dei regni romano-barbarici.

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Fig. 9 - Sarcofago Amendola; immagine da R. Banchi Bandinelli e M. Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976. Pubblico dominio

Le fonti tardoantiche presentano questi Barbari attraverso il nuovo filtro creatosi dalla polemica tra paganesimo e cristianesimo e successivamente tra cristianesimo e arianesimo, sicché ne risulta spesso un giudizio discorde. Prevalse, specialmente dopo il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti guidati da Alarico dei Balti e la conquista dell’Italia con la deposizione del giovane imperatore Romolo Augusto del 476 da parte del re degli Eruli, Odoacre, un certo senso di disprezzo nei confronti di questi popoli. Un disprezzo al quale i Barbari rispondevano ribaltando le ingiurie con toni non meno aspri.

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Fig. 10 - Grande Ludovisi Altemps (III secolo d. C.) Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Tale astio non parve chetarsi se ancora secoli dopo, l’imperatore bizantino Niceforo II Foca apostrofò con "Vos non Romani, sed Langobardi estis [Voi non siete Romani, siete Longobardi]" il vescovo di Cremona Liutprando, che era stato inviato come ambasciatore alla corte bizantina dall’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone I, per combinare un matrimonio e dirimere il difficile contenzioso tra i due imperi, relativamente all'Italia meridionale. Al suo ritorno, il longobardo raccontò d'avere replicato come segue allo sprezzante ospite: “Romulum fratricidam, ex quo et Romani dicti sunt, porniogenitum, hoc est ex adulterio natum, chronographia innotuit, asylumque sibi fecisse in quo alieni aeris debitores, fugitivos servos, homicidas ac pro reatibs suis morte dignos suscepit, multitudinemque quandam talium sibi ascivit, quos Romanos appellavit; ex qua nobilitate propagati sunt ipsi, quos vos kosmocratores, id est imperatores, appellatis. Quos nos, Langobardi, scilicet Saxones, Franci, Lotharingi, Bagoarii, Suevi, Burgundiones, tanto dedignamur [coloro che son detti Romani], ut inimicos nostros commoti nil aliud contumeliarum, nisi: Romane! dicamus, hoc solo, id est Romanorum nomine quicquid ignobilitatis, quicquid timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est, comprehendentes". 'Romano!', quindi, per "nos Langobardi" [la storia ci ha fatto sapere che il fratricida Romolo, dal quale i Romani traggono il nome, era un pomiogenito, cioè nato da un adulterio, sappiamo anche che creò un luogo d’asilo e vi accolse i debitori insolventi, gli schiavi fuggitivi, gli omicidi… Da questa nobile stirpe discendono coloro che voi chiamate Cosmocrati, ossia imperatori. Noi, poi, e cioè i Longobardi, Sassoni, Franchi, Lotaringi, Bavari, Svevi, Borgognoni, li abbiamo in tanto sdegno che quando siamo in collera e dobbiamo dire qualcosa di offensivo ad un nostro nemico, gli gridiamo “tu sei Romano”, intendendo con questo appellativo di Romano tutto quanto vi è nel mondo di più ignobile, di più vile, di più avido, di più corrotto, di più falso, e in una parola, tutti i vizi esistenti…]3 per cui il termine “Romano” veniva impiegato in senso dispregiativo in quanto raccoglieva in sé l’espressione di diversi vizi quali: ignobilità, pavidità, avarizia, lussuria, mendacio e così via.

Tuttavia proprio la formazione dei regni romano-barbarici dimostra come le nuove élites al potere cercarono di fondere le due culture, quella germanica e quella romana. Uno dei primi esempi di tale politica è riportato dal'apologeta cristiano Orosio nel suo Historiarum adversus paganos libri septem. Orosio riferendosi al re ariano Ataulfo dei Balti scrisse che seppur il sovrano mantenesse un rapporto conflittuale con la cultura romana: “Referre solitus esset: se inprimis ardenter inhiasse, ut oblitterato Romano nomine Romanum omne solum Gothorum imperium et faceret et vocaret essetque, ut vulgarites loquar, Gothia quod Romania fuisset, et fieret nune Athaulfus quod quondam Caesar Augustus, at ubi multa experiential probavisset naque Gothos ullo modo parere legibus posse propter effrenatam barbariem neque reipublicae interdici leges oportere, sine quibus respublica non est respublica, elegisse saltim, ut gloriam sibi de restituendo in integrum augendoque Romano nomine Gothorum viribus quaereret habereturque apud posteros Romanae restitutionis auctor, postquam esse non potuerat immutator.” [Egli era solito dire di avere sopra ogni cosa ardentemente desiderato che, cancellato e dimenticato il nome di Roma, tutto il suo impero diventasse di nome e di fatto impero dei Goti, e che fosse Gothia, per dirlo in volgare, quello che era stata la Romania, e che ora Ataulfo diventasse quel che era stato una volta Cesare Augusto. Ma poiché si era reso conto per lunga esperienza sia che i Goti in nessun modo si sarebbero piegati a obbedire alle leggi per la loro sfrenata barbarie, si era scelto almeno la gloria di riportare con le armi dei Goti il nome romano al suo antico prestigio e di accrescerlo, e di essere ricordato dai posteri come restauratore della grandezza romana, giacché non gli era riuscito di esserne il distruttore]4.

Da tali parole si evince che sebbene Ataulfo avesse voluto convertire i territori romani in gotici, si rese conto che la struttura della società gotica non avrebbe potuto garantire la stessa governabilità di uno Stato come quello romano. Per cui decise, probabilmente anche grazie all'influenza della consorte Galla Placidia, di mutare strategia: avrebbe portato avanti una politica di fusione fra Goti e Romani, affinché la forza dei primi rinforzasse la cultura e il nome dei secondi.

Fig. 11 - Il mausoleo di Teodorico a Ravenna. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tale commistione di elementi romani e germanici è anche percepibile nella scelta di alcuni sovrani barbarici di rappresentarsi quali eredi dell’Impero romano d’Occidente, attraverso l’adozione di simboli di potere propri dell’ambito romano. È il caso ad esempio del re goto Teodorico, che cresciuto presso la corte imperiale di Bisanzio, scelse come sua ultima dimora un mausoleo che esteticamente si rifaceva alla tradizione dei mausolei imperiali tardo antichi ma che tuttavia mostrava elementi decorativi “a tenaglia” propri dell’oreficeria gota (Fig. 11). Un ulteriore emblematico esempio è rappresentato dall’anello sigillare rinvenuto a Tournai nella tomba del re dei Franchi Salii Childerico (Fig. 12). Su questo si ha il nome del sovrano e la sua raffigurazione. Il re è rappresentato con elementi tipici della tradizione romana, quali la lorica e il paludamentum, accanto a questi si hanno tuttavia particolari propri dell’ambito germanico, infatti il sovrano presenta i capelli lunghi, un privilegio proprio della dinastia reale dei Salii, e la lancia, un tipico simbolo di potere presso i popoli germanici.

Fig. 12 - Riproduzione dell’anello sigillare di Childerico I. Foto da Gallica, pubblico dominio

Da questo momento iniziò la fusione iconografica, politica e religiosa tra i Barbari del Nord e i Romani che porterà come già accennato alla formazione dei regni romano-barbarici e a un primo definirsi di quelli che in futuro diverranno gli stati europei.

 

 

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1 Sull’origine e gli sviluppi del tema della fraternitas fra Edui e Romani e fondamentale Luiselli 1978, pp. 89-103; vd. anche Luiselli 1992, pp. 642-646; da ultimo cfr. Hofeneder 2008, pp. 291-295. Per la ricorrenza del tema nei panegirici cfr. Lassandro 1992. Sulla conquista romana della Gallia meridionale e le sue conseguenze sugli equilibri politici nell’ambito della Comata vd. Jullian 1993, vol. 1, lib. III, pp. 431-444; Hatt 1959, pp. 35-47; Ferdiere 2005, pp. 57-59 e 61; Zecchini 2009, pp. 67-78.

2 Tacito non visitò mai direttamente le terre e i popoli di cui parlò nella sua opera e le informazioni impiegate per la sua stesura furono probabilmente molteplici: il De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare, la Geografia di Strabone, Diodoro Siculo, Posidonio, Aufidio Basso e interviste a mercanti e soldati.

3 Liudprandi Cremonensis, Relatio de legatione Constantinopolitana, in ID., Antapodosis, Homelia Pascalis, Historia Ottonis, Relatio de legatione Constantinopolitana, cura et studio P. Chiesa, Turnholti 1998 (Corpus Christianorum, Continuatio mediaevalis, 156), pp. 192-193, n. 12.

4 Orosius, Historia contra paganos (History aga the pagans), 7.45: C. Zangemeister, ed., CSEL 5 (Vienna, 1882), p. 413.


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Lavoro, trasporto e commercio nel Medioevo a Roma: le attaccaglie, parcheggi ante litteram

Nell’Alto Medioevo, precisamente durante il secondo quarto dell’VIII secolo, la grande crisi politica che portò al distacco di Roma dall’Impero Bizantino causò una grande trasformazione della struttura economica della città. La disputa iconoclasta si concluse con la confisca delle proprietà della Chiesa di Roma in Italia Meridionale e in Sicilia, bloccando l’afflusso delle rendite in oro e natura, utili per il sostentamento dell’ecclesia. Il ripiegamento su scala regionale delle attività economiche della Chiesa non permise la sopravvivenza dei circuiti commerciali mediterranei e dei mercati cittadini.

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Veduta del Foro di Augusto. Foto L. Andreola

Questa grande trasformazione della struttura economica e sociale della città di Roma, portò ad un cambiamento dell’assetto topografico e del paesaggio cittadino anche attraverso una capillare ruralizzazione dello spazio urbano, sintomo delle nuove forme di autarchia e auto sostentamento. Così molti cittadini romani poterono coltivare e vendere i prodotti delle loro fatiche nei mercati, come quelli presenti nell’antico centro della città, in corrispondenza del Foro Romano; per il lavoro dei campi, anche per quello domestico e per il trasporto delle derrate agricole, probabilmente utilizzarono vari tipi di animali da tiro e da soma (spesso equidi), che, a bisogno, legarono per soste di breve o lunga durata. Traccia materiale di queste probabili attività di lavoro, trasporto e commercio sono le attaccaglie: fori per lo stazionamento di animali da tiro, da soma ed eterogenei di piccola taglia rintracciabili su edifici per lo più limitrofi alla viabilità antica.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Come per tutte le epoche, anche per il Medioevo la viabilità costituisce il naturale tessuto connettivo della storia:  lo studio del documento dell’epoca di Paolo I (757- 767), noto come «Itinerario di Einsielden», una raccolta di dieci percorsi attraverso la città di Roma, descritti facendo riferimento alle chiese e ai monumenti accanto ai quali passavano, ha permesso di identificare gli edifici di interesse archeologico nel centro storico dell’Urbe da censire e sottoporre ad un’indagine analitica ed interpretativa.  Nel  Portico in peperino del Foro Olitorio sono state rilevati 9 fori di stazionamento, 6 nei Mercati Traianei, 1 nel  Foro di Cesare, 3 nel Foro di Augusto, 17 nel Foro di Nerva, 1 nel Foro di Traiano, 24 nel Teatro Marcello; nelle aree del Foro della Pace, in quella Sacra di Sant’Omobono e dell’insula Volusiana e nel Ludus Magnus  non si sono registrate evidenze  di interesse, mentre  nel Foro Romano il censimento parziale, relativo alla sola indagine autoptica non analitica, non ha permesso un adeguato studio del monumento.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino della superficie S/O del muro perimetrale dell’emiciclo. Foto L. Andreola

Nel saggio Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea R. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma 2002 (pp. 186 – 217), lo studioso Stefano Antonetti individua nel Colosseo ben 296 fori, collocati soprattutto nel settore settentrionale lungo gli ambulacri I – II, con altezze varianti, eseguiti nella quasi totalità dei casi in prossimità degli spigoli dei pilastri.

Questi parcheggi ante litteram spesso sono riconosciuti su blocchi di pilastri o di altre strutture, limitrofe o inserite in zone di passaggio: botteghe, fornici, ruderi su strade, archi, stipiti, soglie dove, qualora la presenza di fonti documentarie e archeologiche attendibili ne permetta il riconoscimento, sarebbe ipotizzabile lo stazionamento di animali da soma o eterogenei di piccola taglia piuttosto che da tiro.

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Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sul condotto a clessidra dal foro A dell’attaccaglia XV, cm +134 sulla superficie occidentale di un blocco dell’alzato in peperino a sud nella facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico

La realizzazione di una attaccaglia potrebbe risultare estremamente semplice: determinata l’altezza dal suolo del punto prescelto, si pratica con subbia o scalpello (strumenti maggiormente attestati) una doppia perforazione nella superficie del supporto, creando due conoidi che, incontrandosi, formano una sorta di condotto arcuato a clessidra che rende facile l’inserimento di una fune. La maggior parte delle evidenze censite sono realizzate in blocchi tufacei di riuso, materiale considerato inaffidabile ma di facile lavorabilità; il 20% nel travertino, di cui si evitano faglie, porosità e giunture. La realizzazione di un foro di stazionamento ex novo, ossia perforando un piano che non sia contiguo a quello di giacitura di un foro già eseguito per altri fini, si differenzia da quelli di riuso, dove si  risparmia  la doppia perforazione  iniziale  del  blocco,  poiché  vengono  utilizzati sia fori per l’incastro di strutture lignee poi dismesse, sia i cavi eseguiti per l’asportazione di perni di ferro piombati.

Foro di Augusto, esedra meridionale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia I, cm +337 su blocco angolare in peperino. Foto L. Andreola

Esiste uno stretto legame tra la funzione dell’attaccaglia e la distanza dal suolo della stessa: questa misura certamente non varia in maniera casuale e deve seguire una logica ben precisa. L’osservazione è emersa da una serie di confronti tra i valori censiti dall’ Antonetti nel Colosseo e analoghe situazioni documentate in edifici storici urbani e a carattere rurale, dove si è accertato il legame tra i fori di stazionamento e la presenza di animali a essi relativi. Lo studioso si riferisce all’abbondante materiale tuttora reperibile in quelle strutture rurali in cui, dato il persistere fino a tempi recenti di un tipo di vita legato a economie tradizionali, è ben documentato l’uso di tali elementi di ancoraggio per alcune tipologie di animali domestici, caratterizzati non solo dai fori conoidi ma anche dalla presenza di un anello metallico a cui assicurare la legatura.

Dalla sua ricerca è emerso che il criterio di scelta dell’altezza del punto in cui assicurare l’animale rispetto al suolo, è strettamente legato alle caratteristiche di durata ed impiego di un eventuale stazionamento forzoso. Tutto questo richiede anche una conoscenza etologica degli animali, al fine di preservare la loro integrità fisica ed ottenere una conseguente resa massimale. Antonetti riscontra come, sia nelle attaccaglie in pietra che in quelle con anello metallico, la scelta dell’altezza dal suolo registri valori pressappoco comuni e come questi, individuati in situazioni ancora esistenti, siano confrontabili con la presenza di una o più specie animali custodite in un determinato spazio. Egli, analizzando i valori numerici raccolti nel Colosseo, delinea alcune fasce d’uso, riferite ovviamente al piano di calpestio antico, al fine di capire se esistesse all’epoca un criterio standard di valutazione nello scegliere l’altezza dal suolo. Le tre fasce altimetriche individuate sono le seguenti:

  1. una compresa tra cm 80÷180 di altezza dal suolo, relativa ad animali di grande taglia (cavalli: cm +160÷178; muli: cm +140÷160; asini: cm +80÷140);
  2. una fascia intermedia variante tra cm +65÷78, pertinente probabilmente ad ovini e caprini;
  3. una serie di valori minimi non costituenti una vera e propria classe, pertinenti ad animali eterogenei di piccola taglia, ruotante mediamente intorno ai cm +60.

Nel caso di pastura alla mangiatoia gli animali si tengono generalmente più bassi e ‘corti’, impedendo a due soggetti contigui di venire a contatto, legandoli ad una altezza di cm +90÷110, in locali individuabili come stalle e ricoveri. I muli - largamente usati nei trasporti su lunghe e medie distanze, rispetto agli asini, più utilizzati in ambito familiare per i piccoli trasporti e come cavalcatura – per la loro forza e docilità sono spesso, per quanto concerne l’epoca tardo antica e medievale, attestati tra gli animali da carico. Antonetti conclude affermando che per gli altri animali domestici documentati in ambito antico (ovini, caprini, suini), generalmente si ricorreva all’allevamento libero extra-muraneo, tranne nei casi in cui il limitatissimo numero di capi permetteva una coesistenza con animali di grande taglia (stabulaggio misto). I parametri altimetrici elaborati dallo studioso attraverso l’equivalenza dei materiali di indagine, anche se riferiti a situazioni recenti, potranno essere in futuro integrati con ulteriori fattori di correzione provenienti dagli studi zoometrici ed osteologici.

Foro di Nerva, settore occidentale. Attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico Foto L. Andreola

La storia stratigrafica della quasi totalità dei monumenti indagati finora, rimane sconosciuta a causa degli sterri risalenti al XX secolo: così le quote rilevate non possono essere rapportate ad un livello di calpestio antico, riferito al periodo medievale. Unica eccezione è la domus  solarata a portico del IX secolo, per cui è stata registrata una crescita del livello del piano di calpestio di circa +40 cm. In questo edificio è probabile la presenza di due equidi (asini) e di due animali eterogenei di piccola taglia, di cui uno potrebbe essere un cane poiché sono stati attestati dei resti di probabili ciotole.

attaccaglie
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XVII, cm +145 nell’angolo nord-orientale di un blocco in peperino del pilastro di un arco nella facciata est della domus solarata altomedievale con portico. Foto di L. Andreola
Foro di Nerva, settore occidentale. Particolare sui fori A e B dell’attaccaglia XIV, cm +95 sull’angolo sud-occidentale di un blocco dell’alzato in peperino della facciata ovest della domus solarata altomedievale con portico. Foto L. Andreola

Bibliografia sulle attaccaglie

Antonetti S. 2002, Lo stazionamento degli animali: “le attaccaglie”, in Rea S. (a cura di), Rota Colisei. La valle del Colosseo attraverso i secoli, Roma, pp. 186 – 217.

Coarelli F. 2003, Roma, Roma.

Giusberti P. - Meneghini R. - Rizzo S. - Santangeli Valenzani R. 1999, Fori Imperiali, in Archèo 15, 12 dicembre 1999, Roma pp. 28-53.

Meneghini R. - Santangeli Valenzani R. 2004, Roma nell’altomedievo: topografia e urbanistica della città dal V al X secolo, Roma.

Montanari M. 2006, Storia Mediaevale, Bari - Roma 2006.

Nocera D. 2016, La Porticus Absidata e Rabirio: una nuova ricostruzione e una iotesi di Rabirio, , in La Rocca E. - Meneghini R. - Parisi Presicce C. (a cura di), Il foro di Nerva. Nuovi dati dagli scavi recenti. Scienze dell’antichità 21.3 – 2015, Roma pp. 139-170.

Rockwell P. 1989, Lavorare la pietra. Manuale per l’archeologo, lo storico dell’arte e il restauratore, Roma

Santangeli Valenzani R. 2014, <Itinerarium Einsidlense>. Probleme und neue Ansätze der Forchung, in Erhart P. – Kuratli Hüeblin J. (a cura di), Vedi Napoli e poi muori – Grand Tour der Mönche, St. Gallen pp. 33-37.


Maramonte

La vicenda di Tommaso Maramonte, chierico e bandito, nel Salento medievale

La vicenda di Tommaso Maramonte, chierico e bandito, nel Salento medievale

Maramonte
Interno della cattedrale di Otranto, che ai tempi dei Maramonte doveva apparire ben diversa. Foto di Lupiae, CC BY-SA 3.0

È il 20 febbraio 1305. Disposti su doppie file di seggioloni di legno a ridosso delle pareti della sala grande della residenza vescovile di Otranto si assiepavano una ventina di canonici con i loro abiti corali ricamati a balze di seta colorata. Assiso nel mezzo su un piccolo trono marmoreo, l’arcivescovo Giacomo Maramonte sedeva vestito di abiti sfarzosi, una tunica violacea ricamata con fili dorati e azzurri e il saturno ricamato con oro e seta rossa, le chiroteche violacee e dorate alle mani, il pallio bianco che spiccava sul petto e sulle spalle. La sala non era molto grande e buona parte delle pareti restavano al buio, nonostante la luce pallida del sole invernale salentino. Le pareti erano affrescate con teorie di santi secondo lo schematico stile bizantino. L’aria era tesa mentre l’avvocato della curia e della chiesa otrantina sciorinava le formule di rito. Tutti attendevano con paziente silenzio che si giungesse alla determinazione della sentenza.

Finalmente furono pronunciate le fatidiche parole: scomunicato. La soddisfazione iniziò a circolare sul volto di alcuni; qualcuno tra i presenti borbottò nel suo greco salentino parole di soddisfazione. Nulla, invece, dal lato del condannato, il cui seggio era e rimase vacante per tutto il tempo. L’avvocato della curia continuò impassibile la lettura del dispositivo di sentenza e comunicò l’adozione del divieto per il condannato di godere di ogni carica e di ogni beneficio ecclesiastico. Un altro sottile mormorio di soddisfazione accolse quelle parole.

Particolare del mosaico della Cattedrale di Otranto, con l'immagine di un uomo legato all'inferno e Satana. Foto di Palickap, CC BY-SA 4.0

Ancora qualche minuto e tutto si concluse. A quel punto, Giacomo diede l’ordine al notaio di apporre il proprio sigillo verde sulla pergamena dove era stata vergata la sentenza. Era a suo modo soddisfatto, anche se un certo disagio sembrava adombrare la sua risolutezza. Quel processo gli sembrava l’unica soluzione per uscire dal caos nel quale il condannato, Tommaso Maramonte, aveva fatto precipitare la chiesa otrantina e mezzo Salento1.

Così si consumava la giustizia della Chiesa contro un uomo, Tommaso, qui dicitur archidiaconus Brundusinus (cioè che si definisce arcidiacono di Brindisi) e si metteva fine a una vicenda che ha a tratti dell’incredibile per la pervicacia della violenza che la caratterizzò. La chiesa otrantina scomunicava quest’uomo e ne deplorava il comportamento con una gelida diminutio dallo stato clericale resa con una relativa dubitativa (si dice che sia arcidiacono, ma non è sicuro!) che in qualche modo fa vacillare ogni certezza sullo scomunicato. Chi è questo Tommaso? E soprattutto, cosa aveva commesso per ricevere tale dura condanna dal plenum della chiesa otrantina?

La minuziosità e il puntiglio solito delle carte processuali medievali ci aiuta a ricostruire le vicende andando indietro di oltre dieci anni, periodo nel quale tale Tommaso ebbe modo di forgiare la sua carriera criminale. Sappiamo dagli atti che questi apparteneva alla famiglia dell’arcivescovo e che godeva di un canonicato nel capitolo della cattedrale di Otranto. È piuttosto probabile che questi era stato nominato e consacrato proprio da Giacomo, a sua volta asceso al soglio arcivescovile di Otranto nel 1284 per iniziativa del potentissimo delegato papale Gerardo Bianchi2.

La fine della via Appia, segnalata da una colonna, in corrispondenza del Porto di Brindisi. Foto di Jeronimus72, CC BY-SA 3.0

Nonostante il favore del potente parente, Tommaso non dimostrò la giusta propensione per la vita religiosa, anzi. La sua carriera criminale iniziò molto presto, poiché veniamo a sapere che mise insieme una banda di facinorosi suoi pari coi quali molestava le donne in pubblico, picchiava gli stranieri e si dedicava ad attività contrarie al suo status religioso. L’apice di quel primo periodo di malefatte fu il brutale omicidio del portolano di Otranto, Hugo Gallicus, picchiato e seviziato a tal punto da spirare dopo pochi giorni. Il fatto fece scalpore, perché a morire era stato un ufficiale regio, per di più ultramontano (cioè proveniente dai domini francesi della famiglia reale del tempo, gli Angiò).

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Carlo II d'Angiò, detto lo zoppo, sovrano ai tempi dei Maramonte. Immagine in pubblico dominio

Se fino a quel momento tutti avevano finto di non vedere, dinanzi a quel fatto la curia otrantina fu costretta a muoversi, con molto cautela (cautius) come si precisa nel documento. Nel settembre 1291 l’istruttoria giunse a compimento e fu emanata una prima sentenza di scomunica, valida per sette anni; contemporaneamente Tommaso fu spogliato di qualsiasi beneficio, tra cui il titolo di canonico e la relativa rendita di una masseria, Castrignano. La condanna divenne immediatamente operativa, per cui Tommaso si ritrovò improvvisamente senza appoggi e senza rendita.

Per rifarsi, decise di lasciare Otranto e riparò a Brindisi, dove gli effetti della scomunica non l'avrebbero raggiunto. Qui riuscì ad attirarsi il favore dell’arcivescovo locale, Adenolfo, grazie al quale divenne canonico della sua cattedrale. Non sappiamo come riuscì nell’impresa, eppure Tommaso si considerava ormai al sicuro.

La notizia giunse a Otranto, dove Giacomo credeva di essersi liberato di quell’imbarazzante parente e, invece, fu costretto a riprendere in mano la questione. Era intollerabile che un omicida scomunicato potesse condurre una vita agiata e continuare a godere della protezione ecclesiastica. L’arcivescovo scrisse missive al suo omologo, ma invano. Adenolfo non ne voleva sapere di rimuovere il chierico scomunicato. Fu una decisione scellerata: Tommaso, infatti, sfruttò quell’insperata protezione per riorganizzare la propria banda di malviventi e organizzò una spedizione punitiva contro Castrignano; depredò tutti i beni mobili e portò via gli animali. In seguito, s’impossessò dei beni dell’arcidiacono di Oria, città soggetta all’arcivescovo di Brindisi, il quale aveva lasciato alcuni suoi beni ai canonici otrantini.

Maramonte
La Cattedrale di Brindisi oggi. Foto di Mentnafunangann, CC BY-SA 4.0

Il salto di qualità giunse con l’arrivo alla cattedra di Brindisi del capuano Andrea Pandone. Questi nominò Tommaso arcidiacono della cattedrale, mettendolo di fatto alla guida del capitolo e destinandogli una ricca rendita. Così facendo Andrea rafforzava la propria posizione nel contesto locale, in quanto Tommaso gli garantiva la sua mano armata per controllare la diocesi.

Quest’accresciuta forza, però, infiammò di nuovo le mire violente dell’arcidiacono. Al centro di tutto c’era la vendetta contro quei canonici della cattedrale di Otranto che avevano sostenuto la sua scomunica e il suo esilio. I suoi uomini assalirono prima il ricco monastero greco di S. Nicola di Casole, a pochi chilometri dalla città. Fu un gesto del tutto gratuito, ma utile a creare un senso di insicurezza a Otranto e nel resto della regione.

La sua tattica serviva a colpire i suoi avversari a Otranto, ma anche a lanciare un messaggio chiaro ai suoi nemici di Brindisi, dove nel frattempo si era aperto un vuoto di potere dopo il trasferimento dell’arcivescovo Pandone a Capua. Lì, infatti, era intento a modificare radicalmente gli equilibri di potere all'interno del capitolo a tutto svantaggio delle famiglie locali, come l'episodio del 1298 aveva chiaramente dimostrato. In quell'occasione, Tommaso aveva tentato di liberarsi degli obblighi pecuniari verso i propri confratelli canonici e, ovviamente, le loro famiglie3. Nonostante queste tensioni a Brindisi, l'arcidiacono riuscì a organizzare due spedizioni punitive contro la cattedrale di Otranto. Nel giorno di Pasqua del 1304 entrò nel palazzo arcivescovile assieme ai suoi sgherri e portò via i beni asportabili; nell’inverno successivo assalì la cattedrale, dove penetrò armato e ferì con frecce di balestra due canonici.

Era troppo.

Dopo la prima sentenza di scomunica del 1291, estintasi ormai da qualche anno, il tribunale diocesano rinnovò la decadenza a divinis e la scomunica. Giacomo e il capitolo sottoscrissero e bollarono il documento. Questa volta la scomunica doveva fermare Tommaso e privarlo di qualsiasi supporto economico, cogliendo l’occasione del suo isolamento a Brindisi. L’arcidiacono, infatti, era stato denunciato dalle famiglie brindisine e aveva prodotto una prima reazione della corona angioina, stanca di tollerare le scorrerie e le violenze di quest’uomo4.

La curia, però, aveva bisogno di un appiglio giuridico per poter intervenire, dato che le costituzioni del regno di Sicilia vietavano agli ufficiali del re di perseguire gli ecclesiastici, a meno che un’autorità religiosa non ne censurasse il comportamento. Fu così che si giunse alla scomunica, la quale metteva in dubbio l’appartenenza di Tommaso allo stato clericale sin dall’inizio del suo dispositivo, ne ricostruiva minuziosamente i crimini e si chiudeva con le massime censure ecclesiastiche possibili.

Così facendo si veniva a costruire quella solida impalcatura  di accuse necessaria per giustificare il perseguimento dell’autorità laica contro Tommaso. Soltanto a questo punto, dunque, il potentissimo arcidiacono di Brindisi fu costretto a fare ammenda delle proprie colpe. Fu necessaria la sinergia tra i vertici della Chiesa otrantina, l’élite brindisina e la curia regia per riuscire a fermare la forza di un solo uomo, in grado di mobilitare una comitiva di uomini d’armi tanto potente da mettere a ferro e fuoco mezzo Salento, penetrare nella cattedrale d’Otranto, devastare i patrimoni di diverse famiglie e chiese.

Il finale di questa vicenda, però, ha dell’incredibile: dopo aver minacciato e ferito i canonici di Otranto, quegli stessi uomini cinque anni dopo lo scelsero come nuovo arcivescovo, successore del parente Giacomo5.

Anche la Basilica di Santa Maria Maggiore a Santa Maria Capua Vetere è oggi molto diversa che ai tempi dei Maramonte: a partire dal sedicesimo secolo fu completamente rinnovata. Foto di Miguel Hermoso Cuesta, CC BY-SA 3.0

Non conosciamo le procedure che portarono alla sua ascesa e, quindi, quali ragioni o quali manovre consentirono questa soluzione. Siamo più fortunati per quanto riguarda le reazioni a quell’elezione: pochi mesi dopo, infatti, il notaio estensore del documento di scomunica, il canonico Pietro, fuggì da Otranto portando con sé la copia autentica della sentenza e ne fece produrre una copia a Santa Maria Capua Vetere6. Fu probabilmente il gesto di un uomo che non voleva lasciar cadere nell’oblio le vicende e le gravi colpe di quell’uomo, il quale nel frattempo era diventato arcivescovo e aveva ordinato la distruzione di tutte le carte riguardanti i suoi processi di scomunica.

La vicenda di Tommaso dimostra la grande forza e la grande debolezza della Chiesa medievale: da una parte, la capacità di mobilitare uomini e mezzi per una missione; dall’altra, l’incapacità di risolvere da sé i problemi di controllo della disciplina dei propri membri. Sopra ogni cosa, a dominare le scelte e le azioni furono le capacità di intessere relazioni dei singoli attori, ciascuno artefice del proprio successo o del proprio fallimento. Questo spiega come mai Tommaso riuscì a resistere alle scomuniche incrociate dei molti suoi nemici così a lungo e, alla fine, a diventare pastore di quella chiesa che tanto aveva fustigato.

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Satana nel mosaico della Cattedrale di Otranto. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

1 Archivio Apostolico Vaticano, Instr. Misc. 382. Le vicende riportate di seguito fanno riferimento a questo documento, seppure in forma regestata e tradotta.

2 Domenico Vendola, Documenti tratti dai registri vaticani, I: Da Innocenzo III a Nicola IV, Trani 1940, pp. 319-320.

3 A. De Leo, Codice diplomatico brindisino, vol. I: 492-1299, a cura di G.M. Monti, Brindisi 1940, pp. 210-211

4 A. De Leo, Codice diplomatico brindisino. II: 1304-1397, a cura di M. Pastore Doria, Trani 1964, pp. 6-8.

5 Domenico Vendola, Documenti tratti dai registri vaticani, II: Da Bonifacio VIII a Clemente V, Trani 1963, pp. 122-124.

6 Il documento Instr. Misc. 382 è, infatti, non l’originale della scomunica, ma la copia fatta produrre dal canonico e notaio Pietro Iohannis.


Il monastero di San Zaccaria: l'unione (delle donne) fa la forza

Una storia di donne forti e influenti nello studio di Anna Maria Rapetti (Università Ca Foscari)

IL MONASTERO FEMMINILE DI SAN ZACCARIA A VENEZIA: L'UNIONE (DELLE DONNE) FA LA FORZA (ANCHE NEL MEDIOEVO

Lo spunto da un antico documento notarile del 1195

La facciata della chiesa di San Zaccaria a Venezia. Foto Flickr di Leandro Neumann Ciuffo, CC BY 2.0

VENEZIA – La splendida chiesa di San Zaccaria a Venezia è sempre stata studiata per la magnificenza architettonica dei suoi marmi rinascimentali e per i tesori che custodisce, Bellini, Tiziano, Tintoretto, Palma il Giovane, ma altrettanto interessante è la storia della comunità monastica femminile che abitò il vicino chiostro.

Di questo si è occupata Anna Maria Rapetti, docente di storia medievale e di storia della chiesa medievale all’Università Ca’ Foscari, nel suo articolo Uscire dal chiostro. Iniziative di riforma e percorsi di autonomia di un monastero femminile (Venezia, XII secolo) pubblicato sulla rivista Reti medievali.

“La ricerca-  spiega Anna Maria Rapetti, del Dipartimento di Studi Umanistici - mostra l'importanza della presenza e dell'azione femminile nelle società del passato, anche in culture che il sentire comune ritiene fortemente misogine, e in particolare il ruolo propulsivo della componente femminile del monachesimo medievale non solo in ambito religioso e spirituale, ma anche sociale e politico”.

I documenti conservati presso l’Archivio di Stato appartenenti a San Zaccaria ci parlano in particolare di una operazione fondiaria e della partecipazione diretta delle monache, guidate con mano sicura ed energica dalle loro badesse, alle iniziative di riforma del monastero nella seconda metà del XII secolo e rivelano l'intraprendenza di un gruppo di donne vissute all'interno di questo grande ed antico monastero femminile veneziano, che era solito ospitare per tradizione le figlie dell’aristocrazia del dogado, ma non solo.

“In un ambiente regolato da rigide norme – continua Rapetti - che limitavano la libertà di iniziativa e persino di movimento delle donne che avevano preso il velo e, per amore o per forza, erano diventate monache, e in un'epoca considerata, non a torto profondamente misogina, vediamo agire queste donne come comunità organizzata e coordinata di persone di cui conosciamo spesso nomi e cognomi (ed è un elemento molto raro per quest'epoca)”. I documenti ci parlano della badessa Casota Caisolo che agisce a nome dell’ente e della comunità delle monache e di altre quattro monache che la assistono Emerienziana, Celestina, Calandria, Imilia, persone in carne ed ossa che prendono nuova vita dalle pergamene facendoci intuire episodi di vita reale.

Queste donne trovano la propria realizzazione non individualmente, nella preghiera e nel silenzio che ci si aspetta da chi si è ritirato tra le mura di un chiostro, ma nel progetto condiviso e perseguito collettivamente di accrescere il prestigio e l'influenza della propria comunità monastica anzitutto attraverso il collegamento alla potentissima abbazia borgognona di Cluny e l'adozione delle sue Consuetudini”.

Nel periodo che seguì questa affiliazione, le monache furono in grado di costruire una rete di appoggio, una tela di relazioni sociali con uomini potenti, ecclesiastici e laici, vicini e lontani: il doge, il patriarca, alcuni aristocratici veneziani, ma anche l'abate di Cluny, e persino - forse - il papa. Rapetti sottolinea come furono le monache le vere artefici di quel progetto di rilancio del loro San Zaccaria, che pianificarono con cura, intelligenza e attenzione agli aspetti della comunicazione.

Le ritroviamo citate infatti nei documenti notarili relativi ad una importante operazione fondiaria (riguardante dei fondi situati nel territorio dell’odierno Ronco allAdige, nel distretto veronese) che le monache avevano trattato e concordato con un interlocutore di tutto rispetto, vale a dire il comune di Verona, città molto importante in quel periodo.

Il documento del 22 dicembre 1195 ha colpito la studiosa perché in un epoca in cui le donne non avevano spazi politici, in cui si riteneva che le monache avessero, nella migliore delle ipotesi, solo limitate possibilità di movimento e influenza, le religiose di San Zaccaria si rivelano invece vere artefici del rilancio del monastero, presentandosi di persona la badessa e quattro monache a Verona e infrangendo, se necessario, anche lobbligo della clausura che le confinava nei limiti delle mura monastiche. Trattano direttamente con il podestà di Verona e con le principali autorità comunali, giudici e consoli, affiancate dalla delegazione veneziana, riuscendo a concludere un accordo che ha grande importanza non solo per San Zaccaria, ma anche, sul piano politico e strategico, per Venezia.

Dimostrano una capacità progettuale, unautonomia di azione ed una abilità imprenditoriale che si credeva appannaggio del solo mondo maschile, sanno trattare direttamente i loro affari, anche in contesti complessi, hanno capacità di gestione economica dei beni del monastero e di rinnovamento nell’amministrazione.

“In tale documento – conclude Rapetti - si ravvisa dunque il percorso di consolidamento compiuto dall’antico cenobio e la sua raggiunta capacità di porsi come autorevole soggetto politico tra altri soggetti, a difesa e promozione anzitutto dei propri interessi specifici, ma anche di quelli della madrepatria”.

Testo dall'Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia

Le news di Ca’ Foscari: news.unive.it


trionfo del cristianesimo Ehrman

Il trionfo del cristianesimo spiegato da Bart D. Ehrman

Il contributo offerto da Bart D. Ehrman nell’ambito degli studi sul cristianesimo primitivo e sulla storicità della figura di Gesù giunge al grande pubblico per la prima volta con la pubblicazione, nel maggio 2001, del suo primo best seller Jesus, Apocalyptic Prophet of the New Millennium: da allora,  il suo approccio è diventato ormai inconfondibile nella sua semplicità, rendendo la fruizione sempre accessibile, anche a chi non possiede quell’infarinatura storica, letteraria e filologica per poter affrontare in piena consapevolezza un’indagine sul cosiddetto “Gesù storico”. Uno dei suoi saggi più recenti, Il trionfo del cristianesimo. Come una religione proibita ha conquistato il mondo, pubblicato nel 2019 da Carocci Editore, conserva questa caratteristica fondamentale.

Punto di partenza di questa disamina sono le figure emblematiche di Costantino e di Paolo di Tarso: queste due biografie ci offrono un affresco di quali dinamiche storiche e politiche hanno permesso alla religione cristiana, che fino ad allora aveva vissuto nascosta e oppressa, di passare in primo piano, prendendo il posto di un paganesimo che aveva già da tempo perso consistenza. Ed è da qui, dal concetto di “paganesimo”, che Ehrman vuole iniziare.

Il termine “pagano” infatti è stato coniato proprio dalla comunità cristiana delle origini. Siamo abituati a pensare che gli uomini e le donne dell’epoca si definissero tali, che si identificassero come “appartenenti alla religione pagana”: nulla di più fuorviante. Basti pensare che bisognerà addirittura aspettare il secolo XIII per avere la prima attestazione del termine “religione”! Diversamente da quanto accade al giorno d’oggi infatti, la religione affondava le sue radici in ogni sfera della quotidianità – l’autore la definisce "onnipresente” – e il numero delle divinità che il paganesimo romano accoglieva era indefinito: non dobbiamo dimenticare che l’integrazione dei popoli vinti passava anche attraverso l’assimilazione, l’inclusione delle divinità locali nel pantheon imperiale.

Ai culti diffusi in tutte le città (come il culto della triade capitolina, composta da Giove, Giunone e Minerva), ogni individuo era libero di accostarne di nuovi a seconda delle necessità, e adorare divinità legate ai luoghi di provenienza oppure al ruolo ricoperto nella società; divinità in grado di proteggere la famiglia, i campi, il bestiame. Inoltre, era ampiamente diffusa e accettata l’idea che una religiosità giusta si trovasse tanto più negli atti di culto tradizionali – come, per esempio, i sacrifici o la divinazione – che nella professione di fede nei confronti di una (o più) divinità. Nella loro diversità di manifestazioni, tutti questi culti avevano quindi alcune caratteristiche comuni, che Ehrman mette in evidenza in quanto saranno poi gli ingredienti alla base del rapido decadimento del paganesimo a favore della religione cristiana: «tutti aderivano ad una concezione politeista e si basavano su azioni rituali […] Per questo erano molto inclusivi: nessuno rivendicava che il proprio dio fosse l’unico, né che lo si dovesse adorare in ogni luogo allo stesso modo».

Il Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Foto The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distribuita da DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202. [1], in pubblico dominio
Qui la sfida di Ehrman ha inizio: dimostrare come il cristianesimo sia riuscito in meno di tre secoli ad allargare una comunità che contava una ventina di adepti fino a raggiungere, nell'ipotesi più sfavorevole, 3 milioni di seguaci. Arrivati a questo punto, comprendiamo la ragione alle spalle dei numerosi inviti da parte dell'autore alla riflessione sul concetto di “conversione”, da preferire nel contesto cristiano al concetto di “adesione”, prettamente pagano. La conversione infatti implica una concezione religiosa esclusiva, diametralmente opposta all'inclusivismo del paganesimo romano. Esemplare l'interpretazione fornita a questo proposito dallo storico Ramsay MacMullen: nel caso in cui due individui decidessero di promuovere di fronte a un centinaio di politeisti uno il culto di Asclepio, l'altro il culto di Gesù, avendo entrambi ugualmente successo, cosa si verificherebbe? Secondo MacMullen (ed Ehrman condivide pienamente): «Se i due predicatori sono ugualmente convincenti, il paganesimo perde cinquanta fedeli e non ne ottiene neanche uno, mentre il cristianesimo ha guadagnato cinquanta fedeli senza perderne neanche uno».

trionfo del cristianesimo Ehrman
La copertina del saggio di Bart D. Ehrman, Il trionfo del cristianesimo. Come una religione proibita ha conquistato il mondo, pubblicato nel 2019 da Carocci Editore nella collana Sfere

 

Dettaglio della Resurrezione di Piero della Francesca, Museo Civico di Sansepolcro; Immagine Web Gallery of Art in pubblico dominio