Cleopatra Livia Capponi

Cleopatra di Livia Capponi

La monografia Cleopatra, a cura di Livia Capponi, si propone di tracciare un ritratto dell’illustre regina Cleopatra VII, la cui personalità è stata fortemente distorta dalla propaganda augustea, nonché fraintesa da tutti coloro che in seguito hanno voluto lasciarle un posto nella loro opera, letteraria o cinematografica.

La scelta di trattare la figura di Cleopatra, come emerge sin dalla prefazione, è dovuta all’interesse attuale per alcune categorie che, oggi come nel mondo antico, sono e sono state messe da parte dalle narrazioni ufficiali: donne, sconfitti, perseguitati, vittime di damnatio memoriae e molte altre persone la cui memoria si è quasi perduta nell’inesorabile trascorrere del tempo.

Cleopatra è sicuramente una delle figure femminili più note dell’antichità, ma attorno a lei gravitano contemporaneamente storia e mito, tanto che risulta difficile ricostruire un ritratto oggettivo e privo di pregiudizi. La monografia di Livia Capponi cerca dunque di districarsi tra l’immagine reale e quella leggendaria di questa donna, con l’intento di offrire una verità quanto più storica e scientifica possibile.

Cleopatra Livia Capponi Editori Laterza
La copertina del saggio di Livia Capponi, Cleopatra, pubblicato da Editori Laterza (2021) nella collana: Storia e Società

 

A tale scopo, la narrazione delle vicende di Cleopatra è integrata con numerose fonti del tempo, sia letterarie che documentarie, contribuendo così a rendere più chiaro l’operato della regina: si ricorda, per esempio, il decreto del 41 a.C. con il quale, in un periodo di carestia per l’Egitto, si stabiliva l’esenzione della tassa denominata “corona” che prevedeva di donare una corona d’oro ai re.

Tuttavia, oltre a riferire gli avvenimenti prettamente storici, Livia Capponi riporta anche dicerie e aneddoti, come quelli relativi alla seduzione di Cleopatra nei confronti di Cesare prima e di Antonio poi: nel secondo capitolo, La dea salvata da Cesare, si fa riferimento al celebre episodio in cui Cleopatra, avvolta nella biancheria, si fece portare negli appartamenti di Cesare, il quale le aveva proposto il proprio sostegno nella lotta per il potere contro il fratello Tolomeo XIII (Plutarco, Caes., 49; Appiano, BC, 4.40); nel quarto capitolo, L’incontro con Antonio, si racconta come Antonio, per stupire la regina, avesse finto di aver pescato dei pesci, venendo però scoperto e ricompensato con un inganno pari a quello da lui attuato (Plutarco, Ant., 29, 5-7). Questi e altri racconti sui tentativi di seduzione di Cleopatra, per esempio nei confronti di Erode di Giudea o Sesto Pompeo, contribuiscono a tratteggiare l’immagine di una donna dominata dalla passione, dietro la quale tuttavia è inevitabile intravedere interessi personali e intenti politici.

Busto di Cleopatra VIII, Altes Museum di Berlino. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tra le fonti più interessanti prese in esame vi sono poi quelle iconografiche, soprattutto per quanto concerne la personificazione divina della regina e dei suoi figli. Si ricorda, a tale proposito, un dipinto del cubicolo 71 della Casa di Marco Fabio Rufo a Pompei, nel quale sono raffigurati una donna e un bambino, rappresentati con i tratti di Afrodite ed Eros e identificati con rispettivamente con Cleopatra e Cesarione, il figlio che la regina ebbe da Cesare; allo stesso modo, nelle pareti del tempio di Hathor a Dendera si trovano i medesimi soggetti nelle vesti di Iside e Horus.

Per quanto riguarda i figli nati dall’unione di Cleopatra e Antonio, Alessandro Helios e Cleopatra Selene, è significativo un gruppo scultoreo rinvenuto a Dendera all’inizio del XX secolo, in cui i due gemelli presentano i tratti dei fanciulli divini Shu e Tefnut, legati sia alla costellazione di Gemelli che al Sole e alla Luna. Alcune delle fonti iconografiche menzionate sono riportate nell’apparato iconografico collocato a metà del volume, nel quale si possono vedere immagini della regina - per esempio nella sua personificazione divina con Iside - , riproduzioni di documenti, ritratti, rilievi e particolari di varie opere del tempo: tra queste, spicca sicuramente l’obelisco del Kaisareion di Alessandria che oggi si erge a Central Park, a New York e che è noto comunemente con il nome “Ago di Cleopatra”.

L'Ago di Cleopatra di New York. Foto di Ekem, CC BY-SA 3.0

Nel vaglio delle diverse fonti l’autrice fa riferimento anche all’interpretazione che ne è stata data da parte di filologi, storici e altri studiosi del mondo antico, attuando anche interessanti confronti con l’intento di rendere chiaro ciò che a una prima analisi non lo è.

Questo aspetto emerge più volte nel corso del volume, ma uno dei capitoli in cui si nota maggiormente la volontà di ricostruire la storicità di Cleopatra in modo critico e oggettivo è forse il sesto, La prostituta e la vedova: menzionando infatti una serie di Oracoli Sibillini, Livia Capponi cerca di spiegare il loro contenuto ambiguo mostrando come essi potrebbero alludere alle vicende della regina, con interessanti confronti con la letteratura oracolare ebraica interpretata in chiave cristiana.

Cleopatra, opera di Leonardo Grazia, anche noto come Leonardo da Pistoia. Foto di Francesco Bini, Cortesy of Alessandra Di Castro - Roma, CC BY 3.0

Altro caso è l’ottavo capitolo, Non sarò portata in trionfo, in cui si ripercorrono gli aneddoti relativi alla morte di Cleopatra, evidenziando come le fonti differiscano circa l’ambientazione, le modalità e la sintomatologia del suicidio della regina, tanto che risulta difficile dire come siano andate effettivamente le cose.

Per trarre delle riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come la monografia Cleopatra di Livia Capponi riesca a raggiungere l’obiettivo di ricostruire la storicità di Cleopatra, facendolo in un modo critico e consapevole nonostante le difficoltà legate all’interpretazione e al vaglio delle diverse fonti. Dalle vicende precedenti alla nascita della regina a quelle successive alla sua morte, questo volume traccia un’immagine di Cleopatra che non mette al primo posto la sua eccezionalità e unicità: come afferma l’autrice nel capitolo conclusivo, non si tratta di riabilitare Cleopatra dalle accuse che le furono fatte o dai gesti di crudeltà da lei compiuti, quanto di contestualizzare il suo ritratto in modo oggettivo.

Tale approccio metodologico contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per lo studio di Cleopatra come personaggio storico, mettendo da parte le successive interpretazioni che potrebbero non far comprendere a pieno ciò che le fonti attestano. Questa monografia, pertanto, potrebbe essere un ottimo esempio per restituire un ritratto storico a molteplici personalità antiche fino ad ora fraintese o, in certi casi, trascurate dalla critica contemporanea, cercando di offrire loro un riscatto dai pregiudizi nati sul loro conto nel corso dei secoli.


La scuola cattolica

La scuola cattolica: il film con la trama sbagliata

La scuola cattolica è il titolo del nuovo film di Stefano Mordini, tratto dall'omonimo libro di Edoardo Albinati. La pellicola, presentata presso la 78esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, puntò la propria campagna pubblicitaria su quella che, in definitiva, è una sottotrama: il massacro del Circeo.

La scuola cattolica
La scuola cattolica, una produzione Warner Bros, Entertainment Italia e Picomedia

 

La storia

Il film inizia presentandoci colui che sarà il filo conduttore dell'intera narrazione: Edoardo Albinati (Emanuele Maria Di Stefano). Ci troviamo nella Roma del 1975. Un anno il 1975 noto per due atrici delitti: l'omicidio di Pier Paolo Pasolini e il Massacro del Circeo. Edoardo frequenta un istituto cattolico maschile (Il San Leone Magno) ed è circondato da compagni di classe ricchi di famiglia. I pariolini (nome affibbiato ai ragazzi che vivono nel ricco quartiere Parioli, sono il perno centrale su cui si concentra la narrazione di Edoardo.

Per raccontare, Mordini decide di optare per la voce fuori campo. Al San Leone Magno troviamo anche Salvatore Izzo (Leonardo Ragazzini) fratello minore di Angelo Izzo (Luca Vergoni) e altri adolescenti fragili figli di una borghesia che ha perso il fascino tanto decantato da Bunuel un paio d'anni prima.

Il film pare voler seguire due binari narrativi. Da una parte scopriamo l'educazione ricevuta dagli adolescenti presso l'Istituto San Leone Magno e dall'altra ci scontriamo con personaggi di contorno come Gianni Guido (Francesco Cavallo) e Andrea Ghira (Giulio Pranno) seguiti da Donatella Colasanti (Benedetta Porcaroli) e Rosaria Lopez (Federica Torchetti). Questi due binari, secondo l'intento iniziale del regista, dovrebbero condurci verso quello che fu il Massacro del Circeo.

La scuola cattolica
La scuola cattolica, una produzione Warner Bros, Entertainment Italia e Picomedia

 

La cronaca

La cronaca nera dell'epoca, descrisse il massacro del Circeo come uno degli omicidi più efferati del Novecento italiano. Le immagini di Donatella mentre cerca di abbandonare il cofano dell'auto degli aguzzini, fa parte della storia italiana contemporanea. A commettere il reato furono Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira. Rosaria Lopez, purtroppo, fu brutalmente uccisa e la Colasante si salvò fingendo la sua morte e restando in silenzio assoluto mentre i ragazzi riportavano l'auto di famiglia dal Circeo a Roma. L'impatto mediatico e giuridico di questa cupa pagina di storia, risiede in quella che fu una vera e propria rivoluzione. Difatti, dopo la condanna in primo grado per gli imputati, la Stato Italiano decise di aprire una riflessione riguardo al concetto di violenza carnale.

Nel 1975 i giovani erano vicini ai movimenti neofascisti, i tre aguzzini del Circeo si dichiaravano fascisti e camerati.
Secondo quanto raccontato da Donatella, stuprarono e torturano le due ragazze in quanto donne (quindi ritenute inferiori) e in quanto appartenenti ad una classe sociale inferiore (Donatella e Rosaria erano due "borgatare").

Tuttavia, per motivi non particolarmente convincenti, Stefano Mordini decide di eliminare tutto il background politico, rileggendo l'azione del massacro del Circeo a suo modo, ovvero puntando il dito verso un certo tipo di educazione ricevuta.

La locandina del film La scuola cattolica, una produzione Warner Bros, Entertainment Italia e Picomedia

La scuola cattolica: confusione e mancanze

La regia di Mordini, per quanto virtuosa ed un'unita ad una squisita fotografia, non riesce a penetrare l'animo di ciò che realmente fu il massacro del Circeo. E tutto ciò perché, come si evince nel libro di Albinati, il massacro del Circeo NON è l'elemento principale della storia. I due binari su cui si basa la narrazione cozzano continuamente tra di loro. Non riusciamo ad entrare pienamente nella vite di Edoardo e dei suoi compagni come - ahinoi - non riusciamo nemmeno a comprendere quale sia il ruolo di Izzo e degli altri.
Sarebbero il braccio armato dell'educazione sessista ricevuta? Il risultato di un'educazione parentale disattente e menefreghista?

Questi quesiti, tuttavia, creano un secondo ed enorme problema: anche se la produzione ha stigmatizzato "una censura operata su un film che denuncia la violenza sulle donne", più volte il film pare quasi giustificare la carneficina fatta al Circeo.

Il regista Stefano Mordini ha così ribattuto sul punto:

“Nella motivazione della commissione censura si lamenta il fatto che le vittime e i carnefici siano equiparati, con particolare riferimento a una lezione di un professore di religione, ma questo è esattamente il contrario di quello che racconta il film, e cioè che, provenendo dalla stessa cultura, è sempre possibile compiere una scelta e non deviare verso il male. Una delle due vittime, all’epoca, era minorenne e il nostro è un film di adolescenti interpretato da adolescenti. Trovo assurdo che oggi si vieti ai ragazzi anche solo di vedere, attraverso un libero mezzo di espressione, quello che due ragazze come loro anni fa hanno subito, questo atto censorio priva una generazione di una possibile presa di coscienza che potrebbe essere loro utile per difendersi da quella violenza spesso protagonista nella nostra cronaca.
E questo perché alcune delle ragioni di quella tragedia sono purtroppo ancora attuali.”

Come abbiamo letto ovunque, La scuola cattolica è un film vietato ai minori di 18 anni. In molti si sono chiesti il perché di questo divieto, pensando che forse la scena del Massacro fosse stata resa con eccesiva crudezza. Il divieto non è stato imposto per la violenza, bensì per una lezione in cui Golgota (Fabrizio Giufini) analizza un dipinto in cui Gesù viene flagellato. Golgota afferma che Gesù sia responsabile di tale azione quanto i suoi aguzzini. Risulta palese, quindi, che l'intento metaforico dietro questa affermazione sia quello di traslare la figura di Gesù sulle due giovani e quella dei flagellatori sui rampolli/aguzzini. Per tale motivo (e non per una questione religiosa) il film è stato vietato ai minori, poiché la sua riflessione è ritenuta alquanto ambigua.

Sfortunatamente, per quanto sicuramente l'intento di Mordini non sia quello di benedire i tre assassini, il suo film pare dirci le stesse parole di Golgota: "Per subire il male ci sarà pure bisogno di qualcuno che lo commetta". Peccato che il massacro del Circeo non fu solo un atto nato dal "male" ma figlio di un contesto sociale e politico ben più complesso rispetto a quello presentato nel film. La scelte di estromettere il movente politico e le condizioni psichiatriche dei tre uccisori, non fanno altro che incrementare il senso di parità che si vuol creare tra vittima e carnefice. Tutto ciò, oltre a non ricostruire la cronaca del tempo, risulta essere un messaggio pericoloso, specialmente in un clima come il nostro dove i femminicidi sono all'ordine del giorno.


Le Anarade: da ninfe marine a streghe antropofaghe

LE ANARADE: DA NINFE MARINE A STREGHE ANTROPOFAGHE

L’EVOLUZIONE STORICA DI UNA FIGURA MITOLOGICA

Anarade Nereidi
Dettaglio dalla cosidetto Ara di Domizio Enobarbo, Glyptothek di Monaco di Baviera. Foto di Bibi Saint-Pol, in pubblico dominio

La mitologia greca rappresenta un ricco serbatoio di figure e vicende fossilizzatesi nelle tradizioni e nelle storie di varie epoche. Un caso del tutto particolare interessa le cosiddette Nereidi, ninfe marine, figlie di Nereo e della Oceanina Doride, considerate immortali e di natura benevola. Alla stregua di altri personaggi mitologici, esse subirono, nel tempo, un’evoluzione, che le portò ad essere connotate in maniera estremamente differente rispetto all’età classica.

Due Nereidi su ippocampi che portano le armi di Achille, patera appula a figure rosse, cerchia del Pittore di Baltimora, 333 a. C. circa, Antikensammlung Kiel, inventario B 892. Foto di Marcus Cyron, CC BY-SA 3.0

Già Giovanni Canabutze, autore e cortigiano vissuto nel Quattrocento, nel suo Commentario a Dionigi di Alicarnasso dedicato al principe di Eno e Samotracia, riferiva della percezione delle Nereidi presso il popolo (specialmente presso le donne, storicamente portatrici di una cultura alternativa), fotografando altresì l’ampliamento semantico del termine, che passò ad indicare le ninfe in generale e non esclusivamente le ninfe marine. Inoltre, dall’opera sopracitata, emerge la trasformazione di questi esseri in demoni crudeli, accolti in un contesto cristiano, ma ancora fortemente impregnato di retaggi pagani. Anche Leone Allacci (1586-1669), teologo e studioso di chiara fama, in De Graecorum hodie quorundam opinationibus, parla delle Nereidi, attribuendo loro azioni esecrabili nei confronti degli umani. Nell’Ottocento, Ludwig Ross, archeologo classico, in Reisen auf den griechischen Inseln, riferisce una testimonianza inquietante riportata da una donna. La figlia di costei, una ragazza di dodici o tredici anni, era stata ammaliata dalle Nereidi, tanto da scappare costantemente dal suo villaggio per unirsi alle danze delle ninfe sui monti. Chiusa in casa dai genitori per evitare fuggisse nuovamente, la giovane si depresse e si ammalò fino a morire.

Non è solo la Grecia propriamente detta ad essere bacino di raccolta e conservazione di miti e storie provenienti dall’antichità e rimodulate nel corso dei secoli. Varianti ed evoluzioni significative dei miti sono radicate in tutte le aree storicamente ellenofone e custodi devote del proprio patrimonio folcloristico. La Calabria grecanica, nella fattispecie, conserva racconti e storie antropologicamente molto interessanti. Tra le tante leggende, si ritrova quella legata alle Anarade, creature mostruose con il corpo metà donna e metà asino. Queste dimoravano nei boschi intorno a Roghudi, borgo adagiato sulle pendici dell’Aspromonte e ormai completamente disabitato per ragioni geomorfologiche. Il rapporto tra la denominazione Anarade/Narade e Nereidi è pressoché ovvio ed intuibile, per cui non sussiste dubbio sul fatto che le Anarade siano l’evoluzione spaventosa e malsana delle ninfe della mitologia classica. Gli antropologi (G. Rohlfs, G. Rossi Taibbi, G. Caraucausi ed E. Guggino) hanno raccolto diverse testimonianze rivelatesi fondamentali per delineare un ritratto chiaro di questi mostri leggendari.

Roghudi Vecchio in Aspromonte. Foto di Motorpferd, in pubblico dominio

In primo luogo, le Anarade dimoravano nei boschi e nei crepacci attorno al paese, aspettando di cibarsi di uomini o bambini. Deambulavano principalmente nei pressi di contrada Ghalipò e preferivano muoversi di notte, a cavalcioni di un ramo di sambuco. Per appropriarsi degli uomini del villaggio e potersi accoppiare con loro, le Anarade architettavano vari stratagemmi. Attiravano sotto mentite spoglie le donne che si recavano al fiume per il bucato e le uccidevano. Pare si salvasse soltanto chi offriva loro dei latticini, di cui erano ghiotte. Da Testi neogreci di Calabria, apprendiamo che gli abitanti di Roghudi escogitarono un sistema efficacie per tenere queste creature lontane dal paese: «Le Anarade erano donne coi piedi di mula. Di giorno stavano coricate, la sera uscivano per mangiare le persone. Perciò a Roghudi la sera chiudevano la porta verso Agriddea e le Plache e così quelle non potevano entrare in paese. Le Anarade andavano a cavalcioni di un ramo di sambuco». Per proteggersi dalle Anarade, quindi, bastava chiudere i cancelli delle entrate di Agriddea e Plache, rendendo il paese sostanzialmente inaccessibile. Delle volte, le Anarade si accontentavano di stare vicino alle persone, bussando alle porte delle case o chiedendo favori ai passanti. Tratte in inganno dall’astuzia contadina, morivano spesso dirupate.

Si tratta soltanto di una delle centinaia di leggende tramandate nei paesi della Calabria e di tutto il Meridione italiano e legate al passato greco di questi territori. Storie cariche di mistero e meraviglia continuano ad essere trasmesse di generazione in generazione, mantenendo vivo il fuoco di un’anima antica e ancora tutta da indagare.

 


Mythos III

Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy

Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy

Il 30 e il 31 luglio, a Genzano di Roma, presso l’idilliaco contesto del parco e del palazzo Sforza Cesarini, si è tenuto il seminario “Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy”. L’iniziativa si inserisce all’interno di un percorso avviato nel 2019 dal Museo col fine di aprire un dibattito nel mondo accademico italiano circa la possibilità di analizzare la produzione di fantascienza e fantasy quale documento storico.

Sono stati presi in analisi romanzi fantasy considerati capisaldi della letteratura di questo genere come Queste oscure materie del geniale Philip Pullman, cui la ricercatrice Laura Bressan ha analizzato il substrato mitologico e quello religioso con riferimenti a Lucrezio e suggestioni provenienti dalla cosmogonia e cosmologia cristiana.

 

Mythos III
La locandina del seminario Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy

Le associazioni con il pensiero cristiano sono state prese in considerazione anche da Gloria Larini, la quale ha sottolineato l’importanza del sacrificio di Cristo e la sua diretta corrispondenza nella morte del leone Aslan nelle Cronache di Narnia. Paolo Pizzimento nell’affrontare l’opera immensa di Tolkien e nello specifico la profezia di Mandos ha suggerito dei precisi parallelismi con l’Apocalisse giovannea e con il Ragnarok della tradizione norrena. Tolkien ha avuto un grande spazio, grazie anche all’intervento di Roberto Arduini e Cecilia Barella, entrambi appartenenti all’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, i quali hanno presentato un volume da loro curato dal titolo Paesaggi della Terra di Mezzo. La natura nelle opere di Tolkien.

Ma non si è trattato solo dei classici della letteratura fantastica contemporanea. Infatti, durante la prima giornata, hanno preso la parola anche due scrittori: Livio Gambarini, che ha parlato della quadrilogia fantasy Eternal War, da lui ideata, sottolineando l’interdipendenza con il mondo dantesco; e Valerio La Martire che ha ricostruito attraverso i suoi romanzi una trasposizione contemporanea dei miti della città di Roma. Le affascinazioni dantesche sono state le protagoniste anche dell’intervento di Gianni F. Trapletti che è intervenuto sul romanzo Terre Divise di Francesco Gungui.

Gregorio Nazianzeno in un Carme sosteneva: “E il sommo Logos gioca in forme di ogni genere, giudicando il suo mondo come vuole, in un senso o in un altro”. Massimo il Confessore commenta questa frase dicendo che Dio introduce nel gioco la rivelazione di verità più alte. Il gioco, perciò, diventa lo strumento attraverso cui la divinità comunica con gli uomini. Qualcosa di apparentemente fino a sé stesso prende una dignità di natura celeste. In tal senso l’importanza del gioco è fondamentale. In un seminario incentrato sul fantasy non poteva venir meno un momento di studio su questo aspetto della vita e, infatti, gli ultimi due studiosi hanno incentrato le loro esposizioni su questo. Enzo Franchini ha preso in analisi la figura di Zeus e dei centurioni e la loro rilevanza nei videogame. Michele Campopiano, invece, ha parlato di un gioco da tavolo, Lex Arcana, il quale è stato concepito come una reinvenzione fantasy della religione romana.

Igor Baglioni, Direttore del Museo delle Religioni "Raffaele Pettazzoni"

Sono state giornate molto stimolanti, ricche di spunti di riflessione. Il clima come sempre è stato conviviale. I pasti sono stati consumati insieme e si è degustata la ricca cucina locale. L’estate purtroppo è giunta quasi al termine, così come gli appuntamenti di questa stagione del Museo delle Religioni, consiglio quindi di tutto cuore la partecipazione agli ultimi due. Il prossimo avrò luogo dal 9 al 12 settembre, sempre presso il palazzo Sforza Cesarini di Genzano e sarà la terza edizione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”; l’ultimo, ad ad Albano, sarà dal 23 e al 25 settembre e avrà come protagoniste Atena e Minerva.


Carnevale Abramo Isacco

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco

Recensione a cura di Laura Martorana a

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020, pp. 192.

Questo volume offre un approccio scientifico-analitico utile a chiunque abbia interesse a studiare l’episodio di Genesi 22 dal punto di vista documentario, filologico e storico. L’Autrice si propone di dipanare i fili che legano i personaggi del padre Abramo e del figlio Isacco, e le loro storie, partendo da due principi: l’obbedienza di un uomo – il patriarca delle religioni cosiddette abramitiche (giudaismo, cristianesimo e islam) – al Dio che gli ha promesso una progenie benedetta e numerosa; la violenza che accompagna l’ottemperanza alla prova, il sacrificio del primogenito Isacco – voluto dallo stesso Dio benefattore – che si configura quale capovolgimento parossistico della promessa fatta in precedenza al padre.

Laura Carnevale Obbedienza di Abramo sacrificio di Isacco
La copertina del saggio di Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020

Lo stile chiaro e lineare accompagna il lettore verso la ricerca di un senso e di una interpretazione della storia del sacrificio di Isacco, in termini non solo teologici, ma anche storici, attraverso l’analisi della sua ricezione nel giudaismo e nella esegesi cristiana, ma anche attraverso la ricerca topografica dei luoghi del racconto e il valore che essi assumono per ebrei, cristiani e musulmani. L’autrice, inoltre, non manca di considerare quanto il forte impianto mitopoietico dell’episodio abbia avuto “fortuna” nella cultura occidentale moderna e contemporanea: le arti figurative, drammatiche e cinematografiche, infatti, hanno attinto al racconto genesiaco che, nel tempo, è stato interpretato in termini valoriali, religiosi e politici nuovi e squisitamente moderni. In ogni luogo e in ogni tempo è stata percepita con forza la dicotomia tra la cieca e fedele abnegazione di un padre e l’orrore e la tragedia dell’immolazione ingiustificata di un figlio innocente1, non di rado richiamati quale metafora orrorifica delle grandi tragedie belliche della Postmodernità.

Matthias Stomer, Sacrificio di Isacco, Musée Fesch. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

La storia del patriarca ha inizio con la chiamata di Dio, che gli promette una nuova terra e una florida discendenza. L’anziano Abràm (questo il suo nome all’inizio) parte da Ur dei Caldei, con la moglie Sarai e i servi al seguito, e raggiunge la Terra di Canaan, ove si insedia e dove erige un altare al Signore (Gen 12,1-9). Segue una serie di vicissitudini, che raccontano anche la non facile relazione con i popoli limitrofi ma, anche, l’autorizzazione divina ad abitare il territorio di Canaan, avallata dalle benedizioni, dalle alleanze, dai riconoscimenti rivolti al patriarca dai capi delle popolazioni vicine (Gen 14,1-28; 18,16-33; 21,22-34). Dopo la nascita di Ismaele (effettivamente il primogenito figlio di Abramo), avuto da Agar, la serva di Sarai (Gen 16,1-16), Dio si ripresenta al patriarca e con lui stringe un patto. Abràm è rinominato Abramo, cioè “padre di una moltitudine di popoli”; viene stabilita la pratica della circoncisione; Sarai, il cui nome è sostituito in Sara, viene allietata dalla notizia di una gravidanza (Gen 17,1-27). La donna, però, vecchia e sterile, non crede alle parole dei tre uomini alle querce di Mamre, e la loro promessa le suscita il ben noto scoppio di risa (Gen 18,1-15). Quando Sara diventa madre di Isacco (Gen 21,1-7), avendo dato al patriarca il figlio promesso dal quale sarebbe stata generata la discendenza di Abramo, viene deciso l’allontanamento di Ismaele, il figlio illegittimo, e di sua madre Agar nel deserto (Gen 21,8-21). Passati pochi anni, il Signore vuole mettere alla prova Abramo e gli ordina il terribile sacrificio. Il patriarca obbedisce e organizza il viaggio verso la terra che Dio gli ha indicato come sede dell’offerta. Proprio nel momento in cui il coltello sta per ferire la carne di Isacco, un Angelo del Signore si manifesta e impedisce lo svolgimento dell’azione sacrificale. Abramo, allora, sostituisce la vittima umana con un ariete che, miracolosamente, si trova impigliato con le corna in un cespuglio lì vicino. Il Signore benedice Abramo e la sua progenie, per essersi dimostrato degno di una prova così ardua. Il patriarca, allora, compiuto il sacrificio sostitutivo, ritorna a Bersabea, dopo aver rinominato il luogo dove si è svolto il rituale “Dio vede” (Gen 22,1-19).

Genesi 22 si configura quale testo estremamente stratificato e complesso. Come osservato dalla Autrice, è necessario affidarsi ad una analisi filologica del racconto per cercare di risalire (almeno in parte) al carattere originario dell’episodio biblico e alla sua storia compositiva.

Giuseppe Vermiglio, Sacrificio di Isacco, Palazzo Bianco o Palazzo Doria Brignole - Musei di Strada Nuova. Foto di Matteo Bimonte, CC BY-SA 3.0

Il corpus genesiaco potrebbe essere stato messo per iscritto intorno al VII secolo a.C., tuttavia bisogna considerare che, sino a tale data, la maggioranza delle narrazioni in esso comprese è stata non solo soggetta a modifiche, ma anche a influenze culturali molteplici. Alle origini, la narrazione poteva essere una eziologia del passaggio dal sacrificio umano a quello animale, coincidente con il motivo antropologico della pratica dei sacrifici vicari (chiaramente in questo racconto delle origini non figuravano il nome di Abramo né quello di Isacco, mentre era presente, come è ovvio, il riferimento ad una divinità): si trattava di un racconto di probabili origini pre-israelitiche considerato che Israele conosceva la pratica del sacrificio umano, ma anche quella del sacrificio animale, dal contatto con le popolazioni limitrofe. In aggiunta a questo motivo, si ravvisa altresì un altro carattere, di tipo eziologico-cultuale, legato al racconto di un pellegrinaggio verso un luogo sacro: il luogo che fa da sfondo alla vicenda del sacrificio di Isacco sarebbe stato, infatti, un’area cultuale sin dalle origini, ancor prima di assumere un significato e un valore, anche topografico, per i culti abramitici2.

Alla fine del primo capitolo, l’Autrice si sofferma a distinguere due tipologie differenti di “sacrificio del figlio”: l’una riscontrabile nel mondo classico greco-romano, l’altra rappresentata dalla vicenda di Genesi 22. La grande diversità tra Agamennone e Abramo, ad esempio, sta nello scopo del rituale sacrificale: il capo degli Achei, infatti, decide di sacrificare Ifigenia per riconquistare il favore degli dèi nella guerra contro Troia. Il suo è un sacrificio in funzione del risanamento di una crisi che si abbatte sulla collettività, sulla fazione dei Greci, e ne determina la sfortuna militare e l’essere invisi agli dèi. Ifigenia è il pharmakos, il capro espiatorio attraverso cui sbarazzarsi della sfortuna che agisce nella storia. Sebbene i toni tragici e violenti dei due racconti si equivalgano, nell’episodio genesiaco Abramo è chiamato a rispondere a tutt’altra esigenza: egli non deve scongiurare, attraverso il sacrificio del suo unico figlio, l’abbattersi di una calamità in grado di mettere a rischio la vita della propria comunità, né può sfuggire all’ordine che gli è imposto. Ed è proprio la mancata realizzazione del sacrificio del figlio e il suo rovesciamento in sacrificio vicario, che dimostra il valore della prova del patriarca: una fede incrollabile e reverenziale in Dio.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio

La peculiarità del profilo del personaggio Abramo sta nell’espressione “Dio mise alla prova” (Gen 22,1), collocata nella cornice del racconto genesiaco che funge da motore dell’azione. È su questa espressione e sui presupposti della prova che viene a costruirsi la ricerca teologico-documentaria di provenienza pre-rabbinica, rabbinica e cristiana.

I capitoli secondo e terzo del volume, infatti, delineano la storia della ricezione di Genesi 22 nella esegesi giudaica e cristiana. Nel giudaismo del Secondo Tempio il sacrificio di Isacco assume già un valore salvifico ed espiatorio, che si intensifica progressivamente a seguito della distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C. Estrema attenzione è data, infatti, al motivo della prova di Abramo ma anche al personaggio di Isacco, fortemente legati al motivo della salvezza e della redenzione del popolo ebraico. Nel IV Libro dei Maccabei, ad esempio, è fornita una interpretazione martiriologica della vicenda di Abramo e Isacco, che giustifica il gesto sacrificale in senso soteriologico. Nel Libro dei Giubilei il racconto biblico è contestualizzato al momento della Pasqua ebraica; tale ambientazione verrà ripresa nella interpretazione di Genesi 22 del giudaismo rabbinico, in funzione fortemente anticristiana: in seguito, a partire dal principio dell’Era Volgare, mentre si ponevano le basi per fare di Isacco figura Christi della confessione cristiana, l’esegesi giudaica avvalora il racconto genesiaco collegandolo al tema della redenzione del popolo di Israele (si pensi all’interpretazione che del sacrificio di Isacco compie Flavio Giuseppe, per il quale il figlio di Abramo è un giovane uomo e, di conseguenza, responsabile e consapevole dell’azione sacrificale subita – esattamente come il padre lo è di quella inflitta).

Il carattere soteriologico di Genesi 22 assume, nella esegesi protocristiana e cristiana, un significato cristologico: serve a spiegare la morte di Gesù come sacrificio di redenzione dell’umanità. Già Paolo, ad esempio, che utilizza palesemente questo episodio per fondare la sua teologia, pur senza citarlo, spiega l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre, nonché l’obbedienza e la fede del credente, attraverso il racconto della ‘aqedah.

Filippo Brunelleschi, sacrificio di Isacco, formella per il concorso delle porte del Battistero di Firenze (1401), Museo del Bargello. Foto di Francesco Bini, CC BY 2.5

Abramo è, dunque, ancora una volta exemplum fidei, ma quale è l’interpretazione del personaggio di Isacco? Melitone ravvede in Isacco l’archetipo di Cristo: entrambi accettano volontariamente il sacrificio. Tertulliano – che considera l’impresa di Abramo non come una tentazione, né come una messa alla prova, ma piuttosto una dimostrazione di fede – associa Isacco (anche per l’autore consapevole del proprio destino di vittima sacrificale) a Cristo e si sofferma sull’analogia tra le corna dell’ariete e i bracci della croce. Origene, poi, considera Abramo alla stregua di un profeta, in grado di prefigurare la salvezza di suo figlio, e capostipite della stirpe da cui sarebbe nato Cristo. Isacco, per Origene, è vittima e sacerdote (assieme al padre) del sacrificio, consapevole e responsabilmente attivo della propria immolazione.

Il quarto capitolo si concentra sul fenomeno della sacralizzazione dei luoghi di Genesi 22, legata alla necessità di contestualizzare e avvicinare al lettore-fedele gli exempla e i loci della letteratura scritturistica. Il giudaismo riconduce il luogo in cui è ambientata la vicenda del sacrificio di Isacco al monte Moria in Gerusalemme, su cui è stato edificato il Tempio. La tradizione cristiana associa tale promontorio al Calvario, avvalendosi ancora una volta di una interpretazione cristologica della vicenda di Genesi 22. L’islam, che pure guarda ad Abramo nel ruolo di patriarca e prefigurazione del musulmano ideale, assimila l’episodio genesiaco modificandone uno dei protagonisti rispetto a giudaismo e cristianesimo antico: il figlio del sacrificio è Ismaele, avuto dalla schiava Agar, considerato il capostipite del popolo arabo, mentre il teatro del sacrificio del primogenito coincide con il luogo santo della Mecca.

Una serie di osservazioni, nel volume, si concentra in modo esclusivo intorno al correlativo ariete-figlio-cespuglio, particolarmente fortunato non solo per l’interpretazione che ne dà il primo cristianesimo, ma anche per l’interpretazione rabbinica. Se per le tradizioni giudaiche l’ariete, con cui si sostituisce Isacco, assume un valore e un carattere espiatorio e, a seconda delle tradizioni, è associato alla festa di Pesach o di Yom Kippur (mentre il cespuglio è raffigurato e descritto come un albero, tra i cui rami ab origine si sarebbe trovato l’ariete, generato dalla Creazione), per il cristianesimo la sostituzione del figlio con l’ariete spiega il segreto della incarnazione e il cespuglio è prefigurazione della croce. Un problema fondamentale affiora inoltre, come abbiamo visto, in relazione alla cultura coranica: la legittimità e l’identità del figlio. Questa è una questione che lega visceralmente le religioni abramitiche: del sacrificio di quale figlio Dio mette alla prova Abramo? Per la cultura giudaico-cristiana è Isacco, per quella coranica il figlio del sacrificio è Ismaele3.

Per concludere, come evidenziato nel titolo, un aspetto fondamentale da considerare dell’episodio biblico – che non scarso interesse ha raccolto soprattutto in età contemporanea – è la sua tensione violenta e tragica. Come si coniuga la violenza dell’episodio con la sua funzione sacrale? Se, ab origine, le tendenze aggressive e violente sono alla base del comportamento umano, per istinto di sopravvivenza o predisposizione biologica del sapiens nel momento in cui assume la posizione eretta (si pensi alle riflessioni sull’homo necans di Walter Burkert), ugualmente primigeni sono i tentativi, da parte dell’uomo, di ricondurre e convertire in ordine di senso il caos della violenza originale, attraverso la creazione di eventi violenti “controllati” mediante i quali eliminare catarticamente le pulsioni primordiali. È questo, secondo alcuni studiosi, la principale funzione del sacro ed è a questa funzione che assolve in ogni luogo e in ogni tempo, mutatis mutandis, il rituale sacrificale4.

Carnevale Abramo Isacco
Rembrandt, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1] in pubblico dominio

1 L’uomo moderno e contemporaneo, tenendo bene a mente i caratteri teologici e allegorici della ’aqedah, si sofferma spesso sul tema della messa a morte di un innocente, rivalutandone il precipuo carattere violento e terrorizzante. Pensando alla drammaturgia, ad esempio, Laura Carnevale richiama l’opera teatrale in tre atti di Ermanno Bencivenga, intitolata Abramo, un dramma in cui le aspirazioni al successo di padre Abramo si scontano contro un destino di solitudine e morte, legato all’atto violento e ingiustificato di un sacrificio compiuto e compreso solo in termini redditizi. A mio parere, nell’opera di Bencivenga il sacrificio di Isacco sottende in Abramo un ragionamento economico e capitalista ante litteram: il padre immola il proprio figlio credendo di ottemperare alla volontà del proprio Signore (si scopre solo in seguito che il patriarca è stato ingannato da tre impostori) aspirando, però, ad ottenere benefici e fortune smisurate al termine di tale prova. Alla logica del guadagno si accompagna una sorta di sindrome di Münchhausen che Abramo ammette solo alla fine del dramma: la paura che Isacco, risuscitato nell’ultimo atto, possa prendere il posto del padre non solo come capo della comunità, ma anche agli occhi di Dio. Cfr. E. BENCIVENGA, Abramo. Tragedia in tre atti, Nino Aragno Editore, Torino 2013. Un altro esempio menzionato nel volume è la mostra interattiva, inaugurata al Museo Ebraico di Berlino, di Peter Greenaway e Saskia Boddeke, intitolata Gehorsam: die Geschichte von Abraham, Isaak und Ismael, intesa a ripercorrere in chiave storica e attualizzante, passando in rassegna la ricezione del sacrificio di Isacco nelle religioni abramitiche, lo sviluppo del dramma umano di Abramo e Isacco (ma anche di Ismaele), ipostasi delle sofferenze di troppi padri e figli del mondo moderno segnato da guerre, tragedie e sacrifici inferti, richiesti e subìti. Per quanto concerne invece l’arte figurativa, tra i tanti esempi di riproduzione dell’episodio genesiaco (Brunelleschi, Rembrandt) desidero qui segnalare due dipinti del Caravaggio. Si tratta di due opere (una realizzata nel 1598, l’altra nel 1603) che rappresentano due facies diverse del racconto biblico: nella prima, i colori luminosi, la luce frontale, un’atmosfera di permissiva religiosità, restituiscono l’immagine pacificata di una offerta consenziente e rassicurante; nella seconda, il taglio obliquo della luce, la smorfia di paura e di dolore sul volto del giovane uomo Isacco, il braccio muscoloso dell’Angelo che blocca il polso del vecchio Abramo, il movimento laterale, quasi repentino (di certo meno statico e plastico di quanto appare nel dipinto precedente) su cui è costruita l’intera immagine, contribuiscono a rappresentare un’idea sofferta e sofferente dell’episodio genesiaco, intrisa di umanità e violenza.

2 Secondo l’analisi di Rudolf Kilian, Genesi 22 celerebbe almeno tre distinti motivi narrativi: il motivo eziologico del riscatto, espresso mediante la linearità della trama dell’episodio: un padre, per onorare la divinità, deve immolare suo figlio che, per magnanimità del dio, viene sostituito da un animale; il motivo del pellegrinaggio, che si compenetra con quello del riscatto ma, se analizzato distintamente, assolve quasi una funzione odeporica, descrivendo l’itinerario che un fedele compie per rendere un omaggio cultuale alla divinità; un motivo etimologico, che risponde alla eziologia legata al luogo di culto riportato nel testo: «Il Signore vede». Quest’ultimo motivo si spiega anche con una serie di trasformazioni legate al personaggio del padre che, essendo una figura dal profilo indistinto nelle prime fasi del racconto, quando esso viene inglobato nelle tradizioni israelitiche verrà identificato con Abramo. Questo avviene però solo in un secondo momento quando un redattore successivo identifica definitivamente le figure di Abramo e di Isacco nella cornice narrativa, anche legando la sede del sacrificio delle origini a quello del monte del Tempio di Gerusalemme. Cfr. R. KILIAN, Il sacrificio di Isacco, Paideia (Studi Biblici), Brescia 1976.

3 «Il caso del sacrificio di Isacco/Ismaele è una dimostrazione di come giudaismo, cristianesimo e islam, pur mantenendo la propria autonomia sul piano teologico, appaiano profondamente interdipendenti per quanto attiene le capacità di attingere a un comune giacimento culturale costituito da figure, luoghi ed eventi considerati fondanti nei testi sacri di riferimento e nelle tradizioni da essi generate»: in L. CARNEVALE, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco, cit., p. 158.

4 Per approfondire cfr. W. BURKERT, Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica, Boringhieri, Torino 1981; R. GIRARD, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1992; C. GROTTANELLI, Il sacrificio, Laterza, Roma-Bari, 1999.


Monte Athos mediobizantina archeologia Marco Muresu

Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia

Marco Muresu, Il monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia

Il Monte Athos, noto anche come Agion Oros (Santa Montagna), attira sin dell’Età Moderna religiosi, studiosi ed esploratori spinti dal desiderio di conoscere il patrimonio librario dei monasteri o di vivere un’esperienza fuori dal comune, fatta di meditazione e lavoro manuale. A questo luogo in cui il tempo sembra quasi essersi fermato, è dedicato il volume di Marco Muresu, Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia.

Come si può leggere nel capitolo introduttivo, si tratta del risultato di una ricerca sull’archeologia, la storia e la documentazione proveniente dai cenobi della Repubblica Monastica del Monte Athos (Αυτόνομη Μοναστική Πολιτεία Αγίου Όρους), situata in quella che un tempo era definita penisola di Akte e che oggi corrisponde alla lingua di terra più orientale della penisola calcidica. Tali studi sono stati compiuti attraverso l’esperienza diretta tramite due soggiorni nel 2011 e nel 2019, ai quali si fa via via riferimento per esaminare certe peculiarità dei monasteri. Come direbbero gli antichi Greci, il lavoro che ne risulta è sicuramente un perfetto esempio di autopsia, con l’autore che vaglia con i propri occhi le diverse fonti, considerando un’ampia letteratura di studi precedenti e proponendo allo stesso tempo nuove prospettive di ricerca.
Monte Athos Marco Muresu
La copertina del volume "Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia" di Marco Muresu, pubblicato da Volturnia Edizioni (2020), nella collana Studi Vulturnensi, 23

Il primo capitolo, Athos: fonti e storia, dopo aver passato in rassegna le testimonianze di età precristiana - tra le quali un aition che vede nel gigante Athos le origini del monte - si propone di ricostruire il contesto in cui si sviluppò il monachesimo athonita. Una certa attenzione, in particolare, è rivolta a personalità quali Pietro l’Athonita, primo asceta conosciuto, ed Atanasio. A quest’ultimo, nel 963 d.C., si deve la fondazione del monastero Megisti Lavra, che ben presto inizierà a rafforzare il proprio primato anche sugli altri, con conseguenti contrasti tra lo stesso Atanasio e alcuni monaci più conservatori.

Di questo si hanno due importanti testimonianze, il Tragos di Giovanni Tzimisce (972 d.C) e il Typikon di Costantino IX Monomaco (1045), volti a disciplinare molti tratti della vita monastica, talvolta con norme piuttosto singolari agli occhi di un lettore di oggi: si pensi, per esempio, al divieto per i religiosi di lasciare la montagna e di entrare in rapporto con i laici. Il capitolo si conclude ripercorrendo gli studi moderni e contemporanei relativi alla Santa Montagna: risultano interessanti, a riguardo, le illustrazioni del monaco russo Vassilij Grigorovic Barskij, utili per scoprire particolari dei monasteri oggi perduti o rimossi, nonché il catalogo Archives de l’Athos, iniziato a partire dagli anni ’30 per catalogare il patrimonio delle biblioteche athonite.

Il secondo capitolo, Athos in età mediobizantina: i luoghi, traccia un percorso che ha per protagonisti i principali monasteri e luoghi di culto del monte Athos dal IX all’XI secolo, rivolgendosi alla loro storia, alla loro evoluzione architettonica e alle fonti materiali e iconografiche da essi restituite. Iniziando dalla capitale Karyes - centro amministrativo, politico e culturale - sembra così di intraprendere un vero e proprio viaggio alla scoperta della penisola di Akte. Tra i luoghi più significativi vi è sicuramente Megisti Lavra, collocato all’estremità sud-est e oggi considerato un primus inter pares rispetto agli altri monasteri. Marco Muresu, dopo aver ripercorso le sue vicende storiche, esamina i vari edifici che costituiscono il monastero (la torre di Giovanni Tzimisce che ne protegge l’accesso oppure il katholikon dell’Annunciazione della Vergine, il refettorio, la phiale per conservare l’acqua benedetta, la chiesa cimiteriale) ed anche altre architetture quali la chiesa di S. Giovanni Crisostomo o il porto.

Nella descrizione di queste strutture si nota, da parte dell’autore del volume, una certa attenzione per i motivi floreali e animaleschi, illustrati anche attraverso proposte di interpretazione o tramite il confronto con simili attestazioni degli stessi tipi iconografici. La medesima precisione si rintraccia anche per gli altri monasteri, con la possibilità di conoscere anche aneddoti e curiosità: colpiscono, in particolare, le diverse leggende relative alla fondazione del monastero di Vatopedi, il sistema caldeo per scandire le ore ad Iviron oppure la creazione del falso Typikon Ktetorikon per il monastero di Koutloumousiou. Chiude il capitolo l’interessante monastero di Zygou, le cui rovine si trovano presso Frangokastro nella regione di Choromitsa, fuori dai confini dell’Athos, ma sono state identificate come parte del mondo athonita per via delle affinità dal punto di vista architettonico.

Katholikon, Megisti Lavra. Foto di Dimboukas, in pubblico dominio

L’ultimo capitolo, Athos nell’Impero Bizantino, si rivolge allo sviluppo e all’esito del monachesimo athonita, riprendendo allo stesso tempo questioni già accennate nei capitoli precedenti. Per quanto concerne il primo aspetto, dopo una breve introduzione sul fenomeno del monachesimo, si approfondiscono le strutture architettoniche ricorrenti nei monasteri, le abitudini alimentari e lo stile di vita dei monaci - a riguardo l’autore riporta una sintesi di alcuni paragrafi dell’Hypotyposis, una raccolta di disposizioni per la vita della comunità a opera di Atanasio - ed infine la peculiarità per la quale il monte Athos è maggiormente noto: il divieto d’accesso alle donne, dovuto alla consacrazione della penisola di Akte e della Repubblica Monastica alla Vergine.

In merito all’esito del fenomeno monastico, invece, si discutono le persistenze e trasformazioni nel paesaggio, il sistema dei collegamenti terrestri e marittimi, nonché l’artigianato artistico. Di quest’ultimo aspetto Marco Muresu nota la compresenza di spolia antichi accanto a manufatti di età mediobizantina, con un risultato finale di eclettismo. Sviluppo ed esito del monachesimo athonita concludono così un percorso alla scoperta del monte Athos, con l’apertura verso prospettive di ricerca future come la realizzazione di un catalogo digitale del repertorio scultoreo appartenente ai monasteri della Santa Montagna.

Il Monte Athos, vista dal Mar Egeo. Foto Flickr di michael clarke stuff, CC BY-SA 2.0

Per trarre delle riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come il volume Il monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia costituisca sia un punto di arrivo degli studi precedenti sul monachesimo athonita - al quale è stato dedicato anche un convegno nel 1963 in occasione del millenario - sia un punto di partenza per le ricerche future. Nel corso dei tre capitoli, infatti, si aprono più volte ipotesi che risultano il frutto di numerosi studi e riflessioni da parte dell’autore, segno di una coscienza critica che porta a vagliare ogni fonte nel modo più accurato possibile, senza lasciare nulla al caso.

Si riesce così ad offrire una ricca panoramica sul monte Athos e sui suoi monasteri approfondendo i più diversi aspetti, nonostante le riconosciute difficoltà nel fare ricerca sul posto, soprattutto per la paura della comunità monastica di perdere la propria intimità spirituale. La speranza, come auspicato da Marco Muresu, è che in futuro i monaci possano riconoscere l’unicità della loro penisola e diventare consapevoli della sua importanza dal punto di vista storico, artistico e culturale, permettendo anche a studiose e ricercatrici donne di godere della bellezza della Santa Montagna e di contribuire all’avanzamento degli studi.


yiddish

Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

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Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

yiddish Machezor Worms
Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

yiddish
La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


Caravaggio San Giovanni Battista

Il San Giovanni Battista di Caravaggio ai Musei Reali di Torino: il futuro delle mostre sostenibili

Il San Giovanni Battista di Caravaggio ai Musei Reali di Torino: il futuro delle mostre sostenibili

Arrivato a Torino pochissimi giorni prima che il Piemonte entrasse in zona rossa, il San Giovanni Battista di Caravaggio si potrà ammirare negli spazi della Galleria Sabauda ancora fino a fine maggio.

La presenza del dipinto è frutto di uno scambio con le Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma, che hanno ricevuto a loro volta in prestito la tavola di Hans Memling che raffigura la Passione di Cristo per la mostra L’ora dello spettatore. Come le immagini ci usano.

Caravaggio dipinge questo San Giovanni all’apice della sua carriera. Difficile riconoscere il Santo, che non esibisce i tradizionali attributi, in particolare la veste in peli di cammello.

Caravaggio San Giovanni Battista mostra sabauda
Caravaggio, San Giovanni Battista, 1604-6, Galleria Corsini - l'allestimento in Galleria Sabauda. Foto Credits: Musei Reali Torino

Appare invece, come in un’altra versione dello stesso Merisi, avvolto, o sarebbe meglio dire circondato, da un gran manto rosso. Sontuoso, nel colore come nella consistenza morbida ma robusta:‌ l’unico vero indizio dell’eccezionalità di questo ragazzo.

Per il resto quello che vediamo è un adolescente ostinatamente imbronciato, le mani indurite dall’asprezza nella vita del deserto e un evidente disinteresse per la cura del proprio aspetto. Questo ragazzo tutto concentrato in una profondità di pensiero che lo allontana da qualunque possibilità di interazione diventa riconoscibile come San Giovanni solo quando lo sguardo comincia a soffermarsi sui dettagli e scopre la croce di canne, la ciotola per l’acqua del battesimo.

Il tronco del cipresso alle sue spalle, come spesso accade nei dipinti di Caravaggio, emerge progressivamente dall’ombra, a mano a mano che gli occhi si abituano ad indagare l’oscurità. E una volta emerso si va a porre come comprimario, una figura con una propria identità, appena meno importante del protagonista in primo piano.


Caravaggio San Giovanni Battista
Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, San Giovanni Battista, in prestito dalle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma alla Galleria Sabauda di Torino. Foto Credits: Musei Reali Torino

In questi giorni il San Giovanni è in compagnia delle altre opere di scuola caravaggesca che appartengono alle collezioni permanenti della Galleria Sabauda.

Alle sue spalle occhieggia (un po' maligno) il San Pietro di Giovanni Baglione, mentre di fronte alla scandalosa gioventù del profeta caravaggesco si impone la veneranda vecchiezza esibita senza alcuna censura dal San Girolamo dipinto da Valentin de Boulogne.

Caravaggio San Giovanni Battista Galleria Sabauda Musei Reali di Torino
Foto Credits: Musei Reali di Torino

E nonostante i rapporti più immediati e caldi con l’opera di Caravaggio che viene dalle collezioni romane siano esplorati in questa sala, tutta la collezione permanente sembra riverberare nuovi significati grazie a questo arrivo.

Come un sasso gettato in uno specchio d’acqua, capace di increspare la superficie fino alle sponde.

 

E così torniamo ad ammirare le due tele di Giovanni Gerolamo Savoldo, l’Adorazione dei pastori in particolare. Curiosa quanto raffinata scelta quella di Savoldo per una collezione reale;‌ pittore di grande qualità ma non di così grande fama.
Oggi quella luce argentea, quell’umanità popolare che inscena la storia sacra senza un briciolo di retorica, quella verità spiazzante sulla natura umana non possiamo non leggerle come una lezione per il giovane Caravaggio. Anche se dovremmo piuttosto sorprenderci dell’intensa qualità di questo pittore e di una scuola lombarda cinquecentesca che ancora non ha conquistato il grande pubblico.

Guido Reni, San Giovanni Battista nel deserto, ca. 1632 - ca. 1637. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

Torniamo a considerare un altro celebre San Giovanni Battista, dipinto da Guido Reni trent’anni dopo l’opera caravaggesca. Reni risolve il soggetto ritraendo un giovane dalla bellezza idealizzata e molto più francamente erotizzata dell’adolescente scontroso e acerbo di Caravaggio. Ma nella verità accolta, seppur ammorbidita, nell’essenzialità della composizione, nella luce che costruisce l’anatomia e allo stesso tempo denuncia la presenza del sacro, continuiamo a leggere l’onda propagata dalla vicenda artistica del Merisi.

E infine come non celebrare la riunione tra amici di fronte all’Annunciazione di Orazio Gentileschi?
Un’opera che è allo stesso tempo un vanto e un biasimo per le collezioni di casa Savoia. Orazio la invia come prova della sua bravura, nella speranza e forse nella convinzione di trovare posto a Torino come pittore di corte.
Ma lo stigma del caravaggismo, di quell’amicizia ingombrante e di quello stile troppo poco consono alla propaganda di una casata che aspira a ritagliarsi un ruolo di primo piano nell’Europa dell’Ancient Régime gli preclude qualsiasi possibilità.

Orazio Gentileschi, Annunciazione, ante 1623. Foto di Paris Orlando, in pubblico dominio

Appare insomma evidente che l’inserimento anche di una sola opera, se ragionato, riesce a dare nuova vita e fresche chiavi di lettura alle collezioni permanenti.


Foto Credits: Musei Reali di Torino

Questi scambi tra musei sono segno di un dialogo tra istituzioni che porta sempre frutti di grande valore. Nello stesso tempo pare segnare un percorso verso nuove forme espositive. Lo suggerisce la direttrice dei Musei Reali di Torino, Enrica Pagella:

“Nonostante i mesi di lockdown, i Musei Reali non si sono mai fermati. L’emergenza che abbiamo vissuto e che stiamo tuttora vivendo ha evidenziato la necessità di offrire al pubblico proposte culturali inedite, misurate sulle attuali esigenze di fruizione e di sostenibilità, sviluppate anche in collaborazione con altre realtà nazionali. I Musei Reali si fanno promotori di un costante scambio e confronto con lo scenario nazionale, oggi essenziale per offrire al pubblico nuovi contenuti capaci di moltiplicare le opportunità di conoscenza e di esperienza”.

Moltiplicare la conoscenza con interventi mirati, a basso impatto.
Il sistema delle “grandi mostre” mostrava avvisaglie di crisi ben prima degli sconvolgimenti portati dalla pandemia. Ma si trattava di meccanismi che si auto-replicano quasi per inerzia, difficili da fermare in modo non traumatico.

Oggi, però, il trauma è evidente. Le dinamiche di turismo e fruizione sono destinate a cambiare in maniera radicale ed inevitabile.

Di fronte a questo scenario l’iniziativa in corso presso i Musei Reali pare indicare la possibilità di percorrere nuove strade. Che tornino a farci gustare la familiarità con collezioni ben note senza rinunciare a quelle opportunità di riflessione e conoscenza che le mostre temporanee hanno sempre offerto.

Perché‌ in fondo sono proprio le energie che sapremo mettere in campo a disegnare il futuro delle dinamiche anche di fruizione del patrimonio.


Messina Judaica di Giuseppe Campagna: la comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo

G. Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), prefazione di L. Scalisi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2020, pp. 246.

Recensione a cura di Elena Nicoletta Barile

Un nuovo tassello si aggiunge alla nostra conoscenza della storia ebraica in Italia. Il recente volume di Giuseppe Campagna, Messina Judaica, edito da Rubbettino Editore, restituisce infatti una sapiente ed efficace ricostruzione della comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo, esplicitandone l’indissolubile intreccio con le dinamiche sociali e politiche cittadine e del più ampio contesto mediterraneo. Inserendosi nel solco degli studi di Shlomo Simonsohn1 e Cesare Colafemmina2, grande attenzione è posta dall’Autore alla raccolta e alla sensibile integrazione della documentazione latina, pubblica e privata, conservata nei principali Archivi siciliani e nell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, pur nella consapevolezza delle ingenti perdite documentarie dovute al terremoto di Messina del 1908 e ai bombardamenti del 1943, durante l’ultimo conflitto europeo.

Iscrizione dalla Sinagoga di Messina, distrutta col terremoto del 1908. Foto di Michele Bassi, in pubblico dominio

L’esito di questa operazione di spoglio e analisi dei materiali di archivio è una ricostruzione puntuale dei molteplici aspetti della vita ebraica messinese nei due secoli considerati. È offerta infatti un’accurata descrizione del quartiere di residenza e dei luoghi di culto della comunità cittadina, la sua amministrazione interna, in particolare alla figura del dienchelele, giudice generale degli ebrei per le cause di diritto mosaico, lo status giuridico, il matrimonio e la condizione femminile, nonché gli aspetti linguistici e culturali, quali la mistica e la circolazione libraria. La ricostruzione proposta si avvale, all’occorrenza, del confronto con fonti di diversa tipologia e matrice culturale, tra cui la produzione epistolare ebraica, in particolare una lettera del rabbino Ovadyah da Bertinoro del 1487, contratti matrimoniali (ketubot), testimonianze epigrafiche in giudeo-arabo, oltre alla trattatistica cristiana di età moderna.

Un ampio e dettagliato prospetto illustra le professioni, le attività produttive e le reti commerciali della comunità messinese, profondamente inserita nel contesto dei traffici mediterranei, dei quali Messina è punto di partenza e di arrivo: flussi di merci, mercanti, maestranze ebraiche viaggiano da e per la Catalogna, Costantinopoli, Rodi, Tessalonica, passando per le sponde calabre e adriatiche, lasciando traccia nei documenti dei loro contatti con la comunità e con le autorità cittadine, che dall’Autore vengono individuati ed analizzati. Particolarmente suggestiva e precisa è inoltre la ricostruzione delle principali casate ebraiche messinesi dell’epoca, i loro esponenti, i legami parentali, le attività e i mestieri a cui esse devono il proprio prestigio, nonché le loro conflittualità interne ed esterne.

Messina
Messina prima della costruzione della grande palazzata del 1622. Immagine in pubblico dominio

Di carattere più evenemenziale, i capitoli conclusivi rievocano le conseguenze dell’editto di Granada del 1492, con cui i Re Cattolici decretano l’espulsione delle comunità ebraiche dai propri territori, tra cui, appunto, la Sicilia. Gli eventi messinesi subito successivi all’emanazione dell’editto sono esaminati dall’Autore, anche alla luce della più recente bibliografia, seguendo le vicende della comunità ebraica di Messina fino alla definitiva partenza dalla città e alla conseguente diaspora lungo le principali rotte del Mediterraneo, verso il Regno di Napoli, la Calabria, la Puglia (fino al 1541), ma soprattutto Roma, l’Italia centro-settentrionale e il Levante, nei territori dell’Impero Ottomano.

La matrice religiosa dell’editto di espulsione spinge l’Autore ad analizzare un particolare aspetto della storia ebraica e del suo rapporto con il mondo cristiano, ossia il fenomeno delle conversioni forzate. Ai conversos o nuovi cristiani è dedicato l’ultimo capitolo del volume, che accoglie stime quantitative, vicende di singoli esponenti e famiglie abbienti, aree di residenza, mestieri di una comunità divisa tra l’omologazione forzata, la perdita identitaria, la pratica nascosta del proprio culto manifestamente perseguitata dalle autorità cattoliche, ma anche, a volte, la convinta adesione alla nuova fede: una casistica assai eterogenea, e assai ricca di significati se considerata alla luce delle sue ricadute sui successivi rapporti ebraico-cristiani, che completa e arricchisce il presente volume.

Uno studio accurato, che rivela grande dimestichezza con la documentazione d’archivio, nonché con le dinamiche storiche che sono alla base della sua produzione, perdita e conservazione. Una particolare tipologia di fonti quantitativamente ingente, ma anche estremamente dispersa nelle sue diverse occorrenze, che lo studio di Giuseppe Campagna riesce pienamente a valorizzare, apportando un significativo contributo alla storia dell’ebraismo italiano.

Messina judaica Giuseppe Gabriele Campagna
La copertina del saggio di Giuseppe Gabriele Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), con prefazione di Lina Scalisi, pubblicato da Rubbettino Editore (2020)

1 S. Simonsohn, The Jews in Sicily, 18 vols., Brill, Leiden-Boston, 1997-2010.

2 C. Colafemmina, The Jews in Calabria, Brill, Leiden-Boston 2012.


Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia

Il volume di Marco Muresu, "Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia", è l’esito di una ricerca sull’archeologia, la storia e la documentazione materiale dei cenobi della Repubblica Monastica del Monte Athos (Αυτόνομη Μοναστική Πολιτεία Αγίου Όρους), dal IX all’XI secolo.
Il termine ‘Monte Athos’ identifica l’ultima delle tre lingue di terra che formano la penisola Calcidica, in Grecia. È un luogo unico al mondo, nonché uno dei più importanti santuari e mete di pellegrinaggio del cristianesimo ortodosso.
Monte Athos Marco Muresu
La copertina del volume "Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia" di Marco Muresu, pubblicato da Volturnia Edizioni (2020), nella collana Studi Vulturnensi, 23
I venti Sacri Monasteri dislocati nel suo territorio custodiscono ancora oggi alcune tra le migliori espressioni di arte sacra, architettura e pittura del panorama culturale del Mediterraneo orientale bizantino. Durante l’età medievale, Athos ha esercitato un ruolo forte ed influente verso la società del tempo, grazie al prestigio del suo fenomeno monastico, sviluppato dapprima in forma eremitica – a partire dalla prima metà del sec. IX – e successivamente divenuto comunitario e autonomo, grazie all’azione di figure cardine quali S. Atanasio di Megisti Lavra (~ 920 – 1000).
Lo studio delle principali testimonianze archeologiche, storiche e documentarie relative ai primi due secoli del monachesimo athonita, presentato in questa sede, permette di riconoscere la convergenza di interessi che hanno visto interagire imperatori, nobili, condottieri aspiranti monaci, mercanti, fino a ‘semplici’ fedeli e/o pellegrini, provenienti non solo dall’impero bizantino ma da tutto il bacino del Mediterraneo e dall’Europa continentale".