I premi letterari sono il Male. Partendo da questo curioso assunto, che rappresenta la posizione ufficiale del Lettore Appassionato Che non Soggiace alle Leggi di Mercato (altrimenti detto LACNSALDM), dovremmo forse curarci poco del fatto che sabato 15 settembre, alle 20.45 (in diretta su Rai5) sarà trasmessa dal Teatro La Fenice di Venezia la cerimonia di proclamazione del vincitore del Premio Campiello 2018. Eppure, e lo dico da LACNSALDM, in questa particolare circostanza, la cinquina dei finalisti ha catturato totalmente la mia attenzione al punto da indurmi a non voler neppure trovare alibi (“sai, sono capitata su Rai5 sperando trasmettessero un documentario sulla teoria dei quanti o la biografia di Teofilo Folengo e invece ho trovato la finale del Campiello…”), come quando fingo di non guardare programmi trash o intellettualmente imbarazzanti nei momenti di crisi della ragione e di necessità di sospendere le mie dissertazioni eterne sulle magnifiche sorti e progressive. Quest’anno sono particolarmente emozionata e coinvolta perché nella cinquina dei finalisti ci sono tre romanzi che, per un verso o per l’altro, hanno fatto parte del mio percorso di lettrice e di aspirante scrittrice inesistente. Uno dei quali, a mio avviso, dovrebbe essere il vincitore assoluto e indiscusso, ma taccio per un misto di scaramanzia e rassegnazione alla inevitabile, direi quasi inesorabile, fallacia delle mie premonizioni.

Partiamo dal primo, comprato impulsivamente e a scatola chiusa, come un appuntamento al buio: si tratta de Le vite potenziali di Francesco Targhetta, autore – l’ho scoperto dopo – di un romanzo in versi intitolato Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012) che ha preceduto di ben quattro anni il caso letterario Stefano Massini (Qualcosa sui Lehman, Mondadori 2016, vincitore della Selezione Giuria dei Letterati del Premio Campiello 2017). Un romanzo, quello in concorso, che offre al lettore, con uno stile asciutto, essenziale ma al tempo stesso penetrante, l’immagine di una realtà contemporanea sospesa tra le potenzialità insite in un futuro indistinto e carico di promesse vaghe, puntualmente disilluse, e la rassicurante e deprimente concretezza del cemento dei grigi sobborghi della provincia veneta. E che interroga al tempo stesso proprio la mia generazione, quella dei trentacinque-quarantenni nati nei terribili anni ’80, anagraficamente adulti ma ancora incompiuti, indefiniti, incapaci di dare e darsi risposte convincenti.

Sull’onda del mio amore per la sua prosa così particolare (leggete, se non lo avete ancora fatto, Le rondini di Montecassino, Guanda 2010), ho letto avidamente La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (Guanda 2017). Vincitore del premio Strega 2018, il romanzo è incentrato sulla figura straordinaria di Gerda Taro, prima fotografa caduta su un campo di battaglia e compagna di Robert Capa. Non un memoriale o una biografia, ma una vicenda umana sapientemente ricostruita basandosi su fonti e documenti originali attraverso cui l’autrice restituisce al lettore l’affresco di una intera generazione, quei ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, con l’avvento del nazismo, con quelle cicatrici della Storia che non si rimargineranno mai.

Sul comodino, in attesa di essere letto, il volume di Davide Orecchio intitolato Mio padre la rivoluzione (Minimum fax), una raccolta di racconti, ritratti, biografie impossibili che ruotano attorno alla storia e al mito della rivoluzione russa. Sfogliandolo si è catturati da uno stile originalissimo, caustico, irriverente, che mi ha ricordato la prosa del Vladimir Vojnovic di Vita e straordinarie avventure del soldato Ivan Čonkin. Lo leggerò con la consueta avidità, mi incuriosisce moltissimo.

Altro volume in attesa, sulla mia scrivania stavolta (l’ubicazione dei volumi nel mio habitat ha un particolare significato) è il romanzo della scrittrice Rosella Postorino, Le assaggiatrici (Feltrinelli): ambientato nell’autunno del ’43, narra la storia di un gruppo di donne destinate a fare le assaggiatrici del cibo da servire al Führer. Tra esse spicca la figura di Rosa, attorno alla quale si dipana una complessa trama di alleanze, amicizie, rivalità sulla quale aleggia, convitato di pietra che mai appare, l’ombra greve di Hitler. Una situazione estrema nella quale l’autrice mette in scena, senza pudore o remore di sorta, le reazioni tutte umane alla violenza, la lotta per la sopravvivenza, le contraddizioni di chi vuole, a qualunque costo, restare vivo.

Chiude la cinquina di finalisti Ermanno Cavazzoni con La galassia dei dementi (La nave di Teseo 2018), la vera sorpresa di questa edizione del Campiello. Un romanzo solo apparentemente di fantascienza (si veda la recensione di Stefano Tonietto al seguente link), voluminoso, eccentrico e surreale, denso di vicissitudini spassose ambientate tuttavia in un futuro desertificato e angosciante, nel quale la tecnologia ha preso totalmente il sopravvento sullo sparuto gruppo di umani sopravvissuti, tutti obesi e dediti ad attività velleitarie e del tutto prive di senso. Un mondo di robot che ben presto dimostrano di avere le stesse tare degli umani, dall’inclinazione per la delinquenza ai difetti di fabbricazione che determinano comportamenti imprevedibili e bizzarri. Una fantascienza che non ha bisogno di pianeti lontani o di astrusi codici alfanumerici: i personaggi, dai nomi classicheggianti (la Dafne, il Piteco, lo Xenofon, l’Ippia minore) si muovono in una pianura nebbiosa tra l’Emilia e il Veneto, uno spazio reso irriconoscibile dalla Grande Devastazione che ha lasciato dietro di sé solo macerie e distruzione. Con il suo consueto stile asciutto e surreale, ironico e struggente, Cavazzoni ci regala un capolavoro delirante, un potenziale poema epico contemporaneo, nel quale ritrovare le nostre piccole ossessioni, le manie, i desideri, le aspirazioni, i timori, le angosce, le contraddizioni. Un romanzo, infine, nel quale sentirci curiosamente a casa.

Ho promesso di non fare pronostici. L’ultimo, risalente ad un tragico campionato dell’Inter conclusosi beffardamente il 5 maggio di un anno da dimenticare, mi è costato il bando sempiterno dall’Inter club della mia città e non vorrei rischiare ulteriori radiazioni da albi immaginari ed altrettanto improbabili. Ma spero che vinca la Scrittura, con la S volutamente maiuscola, quella ancora capace di dire qualcosa di nuovo, di vivo, di potenzialmente inesauribile.