Le Civiltà e il Mediterraneo

Inaugurata lo scorso 14 febbraio, “Le Civiltà e il Mediterraneo” è una mostra che si divide tra il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari ed il Palazzo di Città, della rete dei Musei Civici del capoluogo isolano.

L’ambizioso progetto, curato da Yuri Piotrovsky (Museo Statale Ermitage) e Manfred Nawroth (Pre and Early History-National Museum di Berlino) con la collaborazione di Carlo Lugliè (Università di Cagliari), e che vede esposti circa 550 oggetti di straordinaria bellezza provenienti dai diversi musei partner*, intende mostrare al visitatore le connessioni e le compenetrazioni tra le diverse civiltà che si sono incontrate, e scontrate, nel Mediterraneo, tra il Neolitico e l’azione uniformatrice dell’Impero Romano.

L’elemento fondante della struttura narrativa viene individuato nel viaggio, declinato nelle sue diverse sfaccettature: viaggio come spostamento, incontro, scambio, confronto. Nei bei testi di Michela Migaleddu traspare non solo la posizione privilegiata della Sardegna nell’ambito del Mediterraneo, che ne fa un punto d’osservazione ideale per gli scambi e le relative influenze in antico, ma anche la ricchezza culturale e tecnologica cui queste connessioni hanno portato, con l’auspicio che la diversità culturale torni ad essere considerata una ricchezza anche nel presente.

A completare il quadro un allestimento che, nel concept di Angelo Figus, interpreta il Mediterraneo come possibilità e come limite, come via e come argine, fluido e contenimento, in un percorso che si sviluppa in sale emozionali nelle quali segni e colori cambiano continuamente, ad indicare non solo il trascorrere del tempo (i colori richiamano quelli dell’alba, dell’imbrunire e del tramonto), ma anche il mutare del paesaggio, slegando la narrazione dalla rigidità di una sequenza cronologica, e creando così un concetto di tempo astratto, che è contemporaneamente passato, presente e futuro. A fare da cornice a questo viaggio senza tempo, le citazioni di versi di Saba e Kavafis, e la presenza, nelle sale del Palazzo di Città, di testi nei quali il Mediterraneo fa da sfondo a diverse storie.

In questo contesto, la Sardegna rappresenta un punto strategico di osservazione non solo per via di idee, tecnologie e culture di importazione, ma anche in quanto terra interessata in particolar modo dalle emigrazioni; per questo motivo, viene spontaneo chiedersi come sarebbe stata la mostra se ci si fosse interrogati anche sui miti relativi ad antiche e nuove migrazioni, analizzando in parallelo col presente l’attuale situazione per cui il Mediterraneo è stato spesso protagonista, di recente, della politica e della cronaca italiane. Alla domanda su come mai non si sia stato indagato anche questo aspetto, la risposta del curatore Nawroth è stata che le motivazioni che spingono, oggi, le persone ad attraversare il mare siano diverse da quelle che spingevano ad un viaggio del genere in antico e che, inoltre, un argomento così complesso avrebbe meritato un approfondimento che lo spazio di una mostra temporanea non poteva dedicargli, e che questo compito sarebbe spettato agli eventi collaterali alla mostra.

Tuttavia, sarebbe bello se in futuro anche le mostre organizzate dai e per i musei archeologici non indagassero solo il passato, ma si interrogassero sul rapporto tra il passato ed il presente, cercando di avvicinarsi il più possibile al quotidiano (ed al noto) dei pubblici che intendono servire. Perché la rilevanza del patrimonio viene percepita soprattutto quando rappresenta qualcosa che conosciamo, e quando riesce a stimolare in noi un’emozione, un legame con quell’oggetto apparentemente tanto distante, in questo caso, almeno nel tempo. Sarebbe bello vedere mostre di questo tipo decostruire i pregiudizi relativi alle migrazioni ed a tecniche o iconografie che oggi diamo per scontate e identifichiamo come ‘nostre’, ma che in realtà potremmo aver assimilato secoli fa, dopo un lungo viaggio che le ha portate fino a noi sotto chissà quale forma.

*National Museum of Pre- and Early History, Berlin; Museo Archeologico Nazionale di Cagliari; Museo Archeologico Nazionale di Napoli; Museo Archeologico Nazionale di Nuoro; Museum of Thessaloniki; The State Hermitage Museum of Saint Petersburg; Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico di Sassari; Musée National du Bardo (Tunisi).


vino Pompei

Il vino pregiato di Pompei, apprezzato sin dall'antichità

Terminata la consueta vendemmia a Pompei, facciamo un salto indietro e parliamo della città antica e della sua produzione vinaria. La vendemmia infatti era una delle attività più remunerative dell’area vesuviana, terra fertile e famosa sin dall’antichità per le uve pregiate e particolarmente redditizie. Nell’economia della città, oltre al garum, uno dei prodotti largamente diffusi era proprio il vino. I vini prodotti dalle viti coltivate sotto le pendici del Vesuvio dove il terreno ricco di acido fosforico favoriva la qualità e l’abbondanza dei raccolti erano particolarmente pregiati e richiesti. Anche il naturalista Plinio il Vecchio, celebre vittima dell’eruzione del 79 d.C. e ammiraglio della flotta di Capo Miseno ricorda la bontà dei vini prodotti proprio a Pompei che raggiungevano il massimo del pregio nell’arco dei 10 anni, anche se risultavano particolarmente pesanti tanto da procurare terribili mal di testa per ore. Una tipologia di vite, denominata Murgentina perché proveniente dalla città di Morgantina in Sicilia, fu trapiantata a Pompei e da lì in poi ebbe uno sviluppo tale da mutare addirittura il nome in Pompeiana. Altra varietà di vite, denominata Holconia e poi diffusa anche in Etruria, prendeva il nome da un’importante famiglia, quella degli Holconi, celebri viticoltori di origine pompeiana  vissuti in età augustea. Anche la fortuna di un’altra celebre famiglia pompeiana, gli Eumachi, dipendeva in buona parte dalla coltivazione della vite oltre che dell’olivo.

Foto Parco Archeologico di Pompei

La tecnica della viticoltura era particolarmente articolata, così come la disposizione delle viti che, secondo Plinio il Vecchio, doveva seguire delle regole ben precise. I filari erano così sostenuti da pergole (vitis compluviata) e posti ad una distanza regolare a poco meno di un metro e mezzo l’una dall’altro. L’archeologia a Pompei, oltre a restituire meravigliose strutture edilizie, ha anche riportato alla luce, grazie agli studi condotti dal Laboratorio di ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei,  le radici di alcune vigne, consentendo così di ricostruire la disposizione interna dei filari antichi. Gli scavi hanno permesso inoltre di identificare piante di legumi, in genere fave, piantate tra le viti, non solo perché arricchivano il raccolto ma anche perché fornivano al terreno sali minerali. Dopo il raccolto e la pigiatura con i piedi, i grappoli venivano portati tramite ceste al torchio dove si cercava di ricavare, attraverso la spremitura con la pressa, una maggiore quantità di succo. Il prodotto veniva poi raccolto in un canaletto e condotto nella cella vinaria sottostante. Il liquido, alla fine del processo, si conservava in orci di terracotta che venivano disposti su file e in parte interrati per evitare che gli sbalzi di temperatura potessero danneggiarne la fermentazione.

Ricostruzione di Torcularium. Foto Parco Archeologico di Pompei

Il commercio del vino prodotto andava ben oltre i confini della Campania. Trasportato in anfore, dotate di una parte terminale appuntita per facilitare l’inserimento nelle stive delle navi a file alternate,  il vino di Pompei è arrivato sulle tavole della Gallia Narbonense e dell’Africa settentrionale. Grazie proprio all’analisi dei bolli impressi sulle anfore, nel corso degli anni, è stato possibile ricostruire il commercio del vino. I prodotti agricoli dell’ager pompeianus erano diffusi  grazie ai rapporti d’affari tra viticoltori e negotiatores, i grandi commercianti, che portavano i loro traffici in tutto il bacino del Mediterraneo e ben oltre i confini nord italici. Bolli di viticoltori pompeiani sono stati rintracciati su anfore da trasporto in Gallia meridionale; famoso il caso- studio di Porcio, forse il M. Porcio ricordato da alcune iscrizioni per essere stato uno dei finanziatori per la costruzione dell’Anfiteatro di Pompei e dell’Odeion e grande affarista. Il commercio del vino di Porcio aveva addirittura un percorso molto interessante perché dalla Campania arrivava a Narbonne per poi giungere a Toulose e infine a Bordeaux. Il vino prodotto dagli Eumachi, della cui famiglia faceva parte anche la sacerdotessa Eumachia, arrivava invece sulle coste dell’Africa e in particolare a Cartagine dove sono stati ritrovati anche numerosi bolli anforari della famiglia che, oltre a produrre vino, era famosa anche per la fabbricazione di anfore da trasporto, attività nella quale era impegnata un’altra famosa famiglia pompeiana, quella dei Lassi.

Vigneti presso l'Anfiteatro. Foto Parco Archeologico di Pompei

Oppiacei in un'anforetta della Tarda Età del Bronzo da Cipro

Tracce di oppiacei sono state ritrovate dai ricercatori del British Museum e dell'Università di York in un'anforetta con piede ad anello (base-ring juglet) risalente alla Tarda Età del Bronzo e proveniente da Cipro.

Recipienti come questo furono oggetto di intensi scambi nel Mediterraneo Orientale tra il 1650 e il 1350 a. C. circa. Nella loro forma ricordano una capsula di Papaverum somniferum rovesciata, alla base della produzione dell'oppio; a lungo hanno fatto discutere gli studiosi proprio per questa apparente connessione. Dei caratteristici recipienti con piede ad anello ne esistono diversi sotto tipi, e uno di questi è noto anche col nome gergale di bilbil, non sempre utilizzato propriamente.

Credit: British Museum

Torniamo alla ricerca in questione. Il fatto che il recipiente fosse sigillato ha permesso di preservarne il contenuto: le analisi iniziali hanno rivelato la presenza di un olio di origine vegetale, ma suggerendo la presenza di alcaloidi oppiacei.

Per dimostrare la presenza degli stessi in maniera conclusiva, c'era bisogno una nuova tecnica di analisi, che la dott.ssa Rachel Ward ha sviluppato al Centre of Excellence in Mass Spectrometry dell'Università di York. Gli alcaloidi che sono stati quindi rilevati in maniera rigorosa erano i più resistenti al deterioramento.

“Abbiamo ritrovato gli alcaloidi nell'olio vegetale deteriorato, perciò la domanda relativa a come l'oppio sia stato utilizzato in quest'anforetta rimane. Si trattava di un ingrediente tra altri in una miscela a base di olio, oppure l'anforetta è stata reimpiegata per accogliere l'olio dopo l'oppio, oppure è successo ancora qualcosa di completamente diverso?” Così la dottoressa Ward.

In passato, si è pure sostenuto che questi recipienti venissero utilizzati per contenere olio di papavero, contenente tracce di oppio, utilizzato per ungere o in un profumo. Secondo questa teoria, l'oppio avrebbe avuto un significato simbolico.

Ora la prossima sfida è quella di sviluppare nuove tecniche di analisi, in grado di rilevare gli oppiacei anche in resti più deteriorati, come sottolineato dalla professoressa Jane Thomas-Oates dell'Università di York.

Il fiore del Papaverum somniferum. Foto di Louise Joly di AtelierJoly

Lo studio Detection of opium alkaloids in a Cypriot base-ring juglet, di Rachel K. Smith, Rebecca J. Stacey, Ed Bergströmac e Jane Thomas-Oates, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Analyst (3 ottobre 2018, DOI:10.1039/C8AN01040D).

 


L'ambra siciliana arrivò prima di quella dal Baltico nell'Europa occidentale

Secondo un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, l'arrivo dell'ambra siciliana nell'Europa occidentale precedette quello dell'ambra dal Baltico di almeno 2.000 anni

L'ambra 'baltica" dalla Scandinavia è spesso considerata come uno dei materiali chiave a circolare nell'Europa preistorica. Un nuovo studio, pubblicato su PLOS ONE, presenta ora prove archeologiche provenienti dalla penisola iberica, che dimostrerebbero l'esistenza di estese reti di scambio del materiale nel Mediterraneo della tarda preistoria.

Esempio di veste con ambra e conchiglie dal tholos di Montelirio. Credits: M. Murillo-Barroso e Alvaro Fernandez Flores

La preziosa resina fossile dalla Sicilia avrebbe dunque viaggiato attorno al Mediterraneo occidentale almeno a partire dal quarto millennio a. C. e cioè almeno 2.000 anni prima dell'arrivo di qualsiasi ambra baltica in Iberia.

Credits: Murillo-Barroso et al., 2018

Secondo la dott.ssa  Mercedes Murillo-Barroso dell'Università di Granada, le nuove prove presentate nello studio permettono di rivedere le datazioni sull'approvvigionamento e lo scambio della resina fossile nell'Iberia preistorica, indicando l'arrivo di ambra siciliana almeno dal quarto millennio a. C.

Ed è interessante notare che i primi oggetti in ambra ad essere prodotti in Sicilia (qui nota come simetite, dal nome del fiume Simeto; si tratta di una varietà rara e pregiata) risalgano proprio a quell'epoca. Eppure non vi sono prove che indichino uno scambio diretto tra Sicilia e Iberia per quel periodo; tuttavia è nota l'esistenza di legami tra penisola iberica e Nord Africa. Parrebbe dunque plausibile che l'ambra siciliana sia arrivata in Iberia per questo tramite.

Credits: Murillo-Barroso et al., 2018

Per la dottoressa è anche importante notare che la resina fossile appaia in siti dell'Iberia meridionale, con una distribuzione simile a quella degli oggetti in avorio; entrambi i materiali potrebbero essere dunque arrivati grazie agli stessi canali.

Collocazione dei ritrovamenti della resina fossile. Credits: M. Murillo-Barroso

Per il professor Marcos Martinón-Torres, del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Cambridge, anche lui tra gli autori dello studio, solo a partire dalla tarda Età del Bronzo che l'ambra proveniente dal Baltico avrebbe raggiunto un gran numero di siti iberici. Pure lì appare più probabile sia arrivata attraverso il Mediterraneo, che non per il tramite di uno scambio diretto con la Scandinavia. A indicare il Mediterraneo sarebbe soprattutto l'associazione della resina fossile con ferro, argento e ceramiche.

A permettere agli studiosi di giungere a queste conclusioni è stata l'analisi effettuata con la spettroscopia infrarossa su 22 campioni di ambra portoghese e spagnola, datati tra il 4000 e il 1000 a. C.

L'ambra è una pietra preziosa, una resina fossile utilizzata già dalla Preistoria, con reti di scambio che precedenti studi hanno ricondotto al Tardo Paleolitico. Insieme ad altri materiali come giada, ossidiana e cristallo di rocca costituì un'importante materia prima per oggetti ornamentali.

Gli studiosi concludono che rimangono ancora aspetti inesplorati, meritevoli di investigazione futura, come la presenza della resina fossile in contesti nord-africani dello stesso periodo, oltre a quelli relativi all'introduzione e diffusione dell'ambra baltica in Iberia.

Credits: M. Murillo-Barroso and Alvaro Fernandez Flores

Testi dal Dipartimento di Archeologia dell'Università di Cambridge e dalla Public Library of Sciences.

Lo studio Amber in prehistoric Iberia: New data and a review, di Mercedes Murillo-Barroso, Enrique Peñalver, Primitiva Bueno, Rosa Barroso, Rodrigo de Balbín, Marcos Martinón-Torres, è stato pubblicato su PLOS ONE.