Da Parthenope a Napoli. Con Open House alla scoperta delle radici greco-romane della città

Napoli è? Non basterebbero pagine per descrivere cosa Napoli rappresenti nell’immaginario antico e moderno di scrittori, artisti, cittadini e attori. Napoli è una sorta di omphalos, ombelico del mondo, perché a sé richiama popoli, culture, identità millenarie che ancora oggi dopo secoli si tramandano e conservano nei riti, feste e manifestazioni popolari così sempre largamente sentite e partecipate dalla comunità e dai turisti.

La sua storia si perde tra mito e storia a partire dal nome: Parthenope, Neapolis e poi Napoli, la città che custodisce segretamente tesori preziosi all’interno delle sue viscere e le rivela grazie a due giorni di aperture straordinarie il 26 e 27 ottobre. Ed è proprio dalla terra antica e dall’acqua che inizia questo percorso di visita di Open House Napoli. Un racconto che vuole volutamente partire dalla pancia per poi salire in quello che doveva essere il punto più sacro della città greca, l’acropoli, dove diversi edifici religiosi si sono imposti ai culti pagani.

Diverse le fonti che parlano di Napoli, una di queste riconduce a Strabone che nella sua opera intitolata Geografia (V 4,7) scrive: “Dopo Dicearchia c’è Neapolis, città dei Cumani, più tardi ricevette anche una colonia di Calcidesi e alcuni coloni da Pithecusa e da Atene, e per questo fu chiamata Neapolis. Viene indicata sul posto la tomba di una Sirena, Parhtenope, e vi si tiene un agone ginnico, secondo un antico oracolo…”.

Ulisse e le Sirene. Foto Alessandra Randazzo

Secondo le fonti archeologiche, la storia di Napoli si comincia a delineare verso la fine del IX – inizio VIII secolo a.C., grazie alla fondazione di una colonia commerciale da parte di navigatori di Rodi sulla collina di Pizzofalcone, ricadente fra il borgo Santa Lucia, il Chiatamone e Chiaia, e sull’isolotto di Megaride, l’odierno Castel dell’Ovo. L’iniziale punto d’appoggio fu successivamente trasformato dai Cumani intorno alla metà del VII secolo a.C. in un centro abitato, quindi una colonia denominata Parthenope la cui esistenza è stata confermata dal ritrovamento di una necropoli in via Nicotera che venne utilizzata già a partire dal 650 a.C., cioè durante il periodo di espansione cumana verso il golfo di Napoli. Ma chi era Parthenope e perché venne chiamata così questa zona?

Vesuvio. Foto: Alessandra Randazzo

In un luogo in mezzo al mare, battuto dalle correnti e dalle onde, su uno scoglio, dimoravano le Sirene, tremende creature dal volto bellissimo di donna e dal corpo di volatile. La loro caratteristica era quella di ammaliare con il canto per trarre in inganno e condurre a morte gli sprovveduti navigatori. Omero, nell’XII libro dell’Odissea, ci narra che Circe mise in guardia Ulisse proprio da queste creature e dal loro canto, poiché lui e i suoi compagni avrebbero dovuto attraversare la dimora delle Sirene durante il loro nostos, il viaggio di ritorno verso casa. Per sfuggire alle creature, l’arguto Ulisse turò le orecchie dei compagni con della cera, ma non le sue. L’uomo dal multiforme ingegno preferì resistere alla tentazione legandosi all’albero della nave per poter sentire quel melodioso canto che faceva innamorare gli uomini portandoli alla follia e alla morte. Umiliate da tale strategia, tre sorelle sirene cercano la morte: Parthenope la vergine, Leucosia la bianca e Ligea dalla voce chiara. Il mito narra ancora che il corpo di Parthenope venne portato dalle correnti sull’isolotto di Megaride e i pescatori quando videro quel bellissimo volto ormai privo di vita, decisero di seppellirla a protezione della città che stava sorgendo. Secondo un’altra leggenda, invece, è dal corpo di Parthenope che prese forma il Golfo di Napoli con il capo della sirena ad oriente, sull’altura di Capodimonte e i piedi ad occidente, verso il promontorio di Posillipo.

Non esiste una versione univoca del mito, ma tante storie concorrono a raccontare l’origine della città e dei suoi abitanti che tutt’oggi conservano nel nome il collettivo sinonimo della città stessa: partenopei.

Intorno al 470 a.C. e dopo lo scontro con gli Etruschi nel 524 a.C., i Cumani fondarono Neapolis ad oriente del primo impianto di Parthenope che assunse il nome di Palepoli, la città vecchia. A partire dal IV secolo, la città rientrò nell’orbita di interesse di una potenza che sul suolo italico stava man mano prendendo piede: Roma. In epoca augustea, Napoli raggiunse il suo massimo splendore grazie alla presenza di poeti e scrittori come Virgilio, Catullo, Orazio e alla presenza di aristocratici che proprio sulla costa partenopea costruirono le più belle residenze di villeggiatura.

Stazione Municipio. Foto: Open House Napoli

La città greco-romana ricalca in parte tutto il centro storico e la continuità dell’impianto urbanistico è una delle caratteristiche più peculiari che Napoli può vantare. Il circuito delle mura è stato ricostruito grazie al rinvenimento di molti tratti che attraversano la collina di Sant’Aniello a Caponapoli fino a concludersi a Piazza Cavour, mentre altri rinvenimenti archeologici hanno permesso di identificare la parte alta della città e l’agorà, la zona monumentale e civile dislocata su due terrazze a causa della pendenza della collina che andava da via Anticaglia (terrazza superiore) fino a via San Biagio ai Librai (terrazza inferiore) e avente funzione commerciale come dimostrano i resti archeologici del mercato nel Complesso di San Lorenzo Maggiore.

Il nostro percorso di Open House Napoli toccherà tre punti salienti della città di particolare interesse storico e archeologico, in quanto bacini di informazioni preziose per delineare ulteriormente tratti e aree dell’antica Neapolis che ancora oggi sfuggono agli studiosi.

Stazione Municipio, ritrovamenti archeologici. Foto: Metropolitana di Napoli

Cantiere Metro Municipio

La visita speciale al cantiere della Stazione Municipio, progettata dagli architetti portoghesi Àlvaro Siza ed Eduardo Souto de Moura, grande nodo di interscambio tra le stazioni delle Linee 1 e 6 della metropolitana e principale porta della città per chi arriva via mare, avrà una guida d’eccezione: l’Ingegner Antonello De Risi, direttore tecnico di Metropolitana di Napoli che accompagnerà i visitatori alla scoperta della stazione che verrà. Durante questo tour che porterà verso la stazione Marittima sarà possibile avere informazioni sull’avanzamento dei lavori e scoprire la stratigrafia di Napoli. Proprio grazie agli scavi condotti dalla Società Metropolitana sono emersi importantissimi reperti sulla storia antica della città. La zona Municipio altro non era, soprattutto in epoca romana quando Napoli fa sentire forte la sua vocazione marinara, che il porto della città da cui sono emersi quantitativi straordinari di materiali relativi al porto. L’insenatura marina compresa fra Parthenope e Neapolis è stata localizzata fra piazza Municipio e piazza Bovio ed è delimitata da Castel Nuovo e dal rilievo di Santa Maria di Porto Salvo. La grande insenatura formava un bacino chiuso e protetto che gli scavi hanno messo in evidenza con una continuità di utilizzo che andava dal III secolo a.C. al V secolo d.C. Straordinario il rinvenimento di diverse imbarcazioni affondate e la cui giacitura fa supporre uno stato di abbandono più che di affondamento.

Stazione Municipio, il porto di Neapolis. Foto: Metropolitana di Napoli

Le imbarcazioni, denominate A e C, appartenenti alla stessa epoca, fine I secolo d.C., e B databile tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C., sono state realizzate utilizzando il metodo classico della costruzione navale geco – romana detto a “mortase e tenoni”. I relitti A e B dovevano essere delle navi commerciali, onerariae, di medio tonnellaggio per un commercio medio/piccolo di cabotaggio, mentre la barca C, un’horeia, veniva utilizzata per la servitù portuale, per il carico e scarico di merci o per attività di pesca. Per la fragilità dei reperti e per la profondità dello scavo, agli addetti ai lavori è emerso subito l’impossibilità di tenere in loco i relitti e le infrastrutture portuali lignee. Per queste motivazioni si è elaborato un programma di recupero delle imbarcazioni, reso possibile grazie alla collaborazione con la Soprintendenza e a vari specialisti nel campo del restauro, del rilievo e dei beni culturali che in 5 mesi hanno provveduto al sollevamento e allo stoccaggio delle imbarcazioni presso un capannone climatizzato allestito appositamente nell’area adibita al deposito dei treni metropolitani di Secondigliano – Piscinola dove tutt’ora sono conservati in apposite vasche la cui temperatura e acqua vengono costantemente monitorate per un’adeguata conservazione dei legni. Sette in tutto le imbarcazioni rinvenute tra il 2004 e il 2015, con datazioni che arrivano fino al III secolo d.C., in piena epoca imperiale.

Durante il sopralluogo interverranno le Architette Roberta de Risi e Alessia de Michele, autrici del volume “Napoli metro per metro”, un racconto insolito della città che parte dalle Stazioni dell’arte della Metropolitana.

 Info visita:

Numero di persone per visita: 20

Accessibilità disabili: no

Bambini: a partire dai 10 anni

Animali: piccola o media taglia, muniti di guinzaglio e museruola

Piazza Municipio, 80133 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:30

Durata 60 minuti

Acquedotto del Serino. Foto: Open House Napoli

Acquedotto augusteo del Serino

Il percorso nella Napoli antica continua con un altro gioiello archeologico, l’acquedotto romano del Serino scoperto casualmente nel 2011 nel piano interrato dello storico Palazzo Peschici Maresca e costruito in epoca augustea intorno al 10 d.C. per risolvere il problema idrico della città. L’opera ingegneristica doveva essere davvero imponente sin dal suo tratto d’origine. Oltre 100 chilometri che partivano dalla sorgente del Serino, sull’altopiano irpino nei pressi del monte Terminio per giungere fino alla Piscina Mirabilis di Miseno. Lungo il suo percorso attraversava i più importanti centri urbani dell'epoca, tra cui Neapolis. Dopo il terremoto del 62 d.C. e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., l’acquedotto fu restaurato con l’inserimento di alcuni tratti o tratti interi paralleli a quelli già esistenti per coprire le maggiori richieste idriche delle città coinvolte dai disastri.

Acquedotto del Serino. Foto: Open House Napoli

Nel corso dei secoli, i due ponti-canale rinvenuti, in tufo e laterizi, furono prima interrati a seguito dell’innalzamento del livello di calpestio, poi utilizzati come fondamenta per la costruzione del palazzo, nell'epoca in cui la città si espandeva al di fuori delle mura, nel Cinquecento, con la nascita dell’attuale area Vergini-Sanità. Gli spazi disegnati dai grandi archi, oggi nel sottosuolo, sono stati adibiti in tempi più recenti a cantina e deposito, rifugio durante le ultime guerre, poi trasformati in discarica e quindi abbandonati. Negli ultimi anni il sito è stato oggetto di un’importante azione di sgombro, ripulitura e messa in sicurezza, ad opera dell'Associazione VerginiSanità in collaborazione con la proprietà e con associazioni del territorio, per attività finalizzate alla conservazione, valorizzazione e fruizione. Il Palazzo, che ospita al suo interno una porzione di acquedotto, agli inizi dell’Ottocento apparteneva alla famiglia Peschici, di nobile stirpe, ma secondo alcune ricerche condotte nell’archivio dell’Arciconfraternita dei Pellegrini per tutto il Settecento, la proprietà era dei Maresca, importante famiglia di armatori.

Info visita:

Numero di persone per visita: 30

Accessibilità disabili: no

Bambini: sì

Animali: no

Via Arena della Sanità, 5, 80137 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:15 | 12:00 > 12:45 | Domenica 10:30 > 11:15 | 12:00 > 12:45

Durata percorso: 45 minuti

Dalle viscere della terra uscimmo a rivedere le stelle, parafrasando Dante e così il percorso giunge fino alle vette della città antica, l’acropoli.

Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli

La Chiesa sorge nell’area che anticamente ospitava la destinazione religiosa della Napoli pagana con i numerosi templi in marmo dedicati ad Apollo, Demetra e Diana il cui edificio sacro è stato identificato con l’attuale chiesa di Santa Maria della Pietrasanta. Alcuni saggi hanno messo in evidenza, durante gli anni ’60, tre allineamenti murari della città greca del IV-III secolo a.C. nella navata e nel transetto. Tra i ritrovamenti, anche muri romani in opus reticulatum del I secolo d.C. assieme a tombe altomedievali. Accurati rilievi e attente schedature hanno permesso di ricomporre il complesso puzzle archeologico dell’area su cui poi si è originata la chiesa. Il sito urbano di Caponapoli corrisponde al punto più alto della città greca, e le successive trasformazioni di questa parte dell’antica Neapolis sono da intendere intimamente collegate all’importanza geografica e naturale del sito e alle vicende storiche che l’hanno interessato nel corso dei secoli. Le origini dovettero essere improntate alla necessità di difesa, come sembrano testimoniare le mura di epoca greca ritrovate sotto il piano di calpestio della chiesa, orientati secondo una direttrice nord - ovest/ sud-est, parallelamente all’incirca all’attuale via Foria. In quest’area dovevano infatti concentrarsi i templi più importanti della città dedicati agli dei olimpici e dovevano svolgersi solenni riti con processioni e sacrifici. In epoca romana, la zona fu scelta da numerose famiglie patrizie per la costruzione di dimore sfarzose e la presenza di giardini e frutteti rigogliosi che tuttavia non si sono conservati nel corso dei secoli.

Chiesa di Sant'Aniello a Caponapoli. Foto: Open House Napoli

La fondazione della Chiesa risale al VI secolo ed è strettamente connessa al nome del santo a cui è votata. La tradizione vuole che presso l’acropoli vi fosse custodita un’immagine della Madonna ritenuta miracolosa a cui presto il piccolo Agnello, o Aniello, si avvicinò per dedicare la sua vita alla solitudine e preghiera. Alla sua morte, Aniello fu sepolto nella stessa chiesa e il suo culto si diffuse in tutto l’alto e basso medioevo. La chiesa ha subito danni ingentissimi nel tempo, per i bombardamenti del 1944 e il terremoto del 1980. Il crollo del tetto e i dissesti comportarono fenomeni di spoliazione e saccheggio. Sul finire degli anni ’80 partì un processo di restauro, con l’impegno unitario delle tre Soprintendenze, ai Beni Archeologici, Beni Architettonici e Beni Storico-Artistici. Si è optato per un restauro, progettato dagli architetti Ugo Carughi e Luigi Picone, che consentisse di valorizzare le preesistenze archeologiche, creando un vuoto nella navata centrale contornato, mediante un gradino intermedio, da una passerella continua in vetro strutturale, collocata lungo il perimetro interno. Così si è resa sincronicamente visibile all’interno della chiesa l'intera vicenda storica della città, dall’epoca di fondazione a quella contemporanea, attraverso i reperti di epoche lontane nel tempo, ma vicine nello spazio. La conclusione dei lavori di restauro riguardanti l’altare, nel 2014, ha consentito la riapertura al pubblico della Chiesa, grazie alla collaborazione tra Legambiente Campania e la Curia Arcivescovile di Napoli.

Info visita:

Numero persone per visita: 35

Accessibilità disabili: no

Bambini: sì

Animali: no

L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato

Vico Sant'Aniello a Caponapoli, 9, 80138 Napoli NA

Sabato 09:00 > 13:00

Durata della visita 45 minuti

Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo.

(Stendhal)

 

 


Melo da Bari. Tra Impero, Papa e Normanni

Articolo a cura di: Federico Marinelli

Bari, 1009. Melo è membro di una delle famiglie baresi più ricche e influenti, nonché 'esponente dell'èlite longobarda barese, che mai si era piegata ai nuovi dominatori e che era vessata da una pressione fiscale eccessiva e da poche autonomie concesse dal governo di Costantinopoli ad una città in piena crescita economica e commerciale. Questi sono i motivi della rivolta.

Enrico II tra due vescovi, Seeoner Pontifikale. Bamberga, Biblioteca di Stato di Bamberga, Msc.Lit.53, fol. 2v (miniatura dell'XI secolo)
User:Henricus [Public domain]
Le fonti sono piuttosto certe: il 9 Maggio 1009 Melo e suo cognato Datto, con il favore popolare, assediano e conquistano Bari. Ma non si fermano qui. Approfittando della morte del catapano (governatore), infliggono una serie di sconfitte pesanti ai Bizantini, tanto da conquistare in meno di un anno la Puglia centro-settentrionale e importanti centri quali Trani, Ascoli Satriano e Bitonto.

Ma nel marzo del 1010, con l'arrivo del nuovo catapano Basilio Mesardonite, la situazione si capovolge: con l'aiuto del partito filo-greco ancora presente in città, Bari è riconquistata. Melo, sentendosi braccato, fugge precipitosamente. Basilio, dopo aver preso in ostaggio moglie e figlio, lo bracca e fa terra bruciata attorno a lui, che si rifugia a Capua.

Mantello di Melo donato all'imperatore, conservato nel Museo Diocesano di Bamberga
User:Henricus [Public domain]
Tra 1011 e il 1016 ci sono riorganizzazioni e incontri, i primi due a Roma con il papa Benedetto VIII e con l'imperatore Enrico II appena incoronato. Nonostante non avesse ricevuto aiuti militari dai Longobardi ma solo aiuti economici dall'imperatore, durante un pellegrinaggio al santuario di San Michele, Melo assolda un uomo, Gilberto Buatère, assieme a circa 250 avventurieri e nobili senza terra provenienti dalla Francia che offrono protezione dietro compenso. Inizia così la storia Normanna in Italia.

La spedizione del 1017-1020 sarà ancora infelice per Melo, nonostante l'ottimo inizio. Egli si rifugerà dall'Imperatore a Bamberga portando in dono lo splendido mantello ancora ammirabile e dove morirà improvvisamente nel 1020.

L'imperatore e Melo riposano tutt'ora a pochi metri di distanza nel Duomo di Bamberga.

 


Idi di marzo 44 a.C. Cesare veniva ucciso nella Curia di Pompeo

Era il 15 marzo del 44 a.C. quando Cesare pronunciò, prima di cadere, le sue ultime parole famose: «καὶ σύ, τέκνον;» “Anche tu figlio?”Alle idi di marzo, in largo Argentina, dove duemila anni fa si trovava la Curia di Pompeo, sede provvisoria del Senato distrutto dopo un incendio, accadde uno degli omicidi più efferati della storia.  Nell’opera “De vita Caesarum”, Svetonio racconta l’episodio dell’assassinio di Giulio Cesare, un evento tragico preceduto da numerosi prodigi che, se capiti, forse avrebbero evitato l’efferato delitto.

Musei Vaticani (Stato Città del Vaticano) [Public domain]
Svetonio, Le vite dei dodici Cesari. Vita di Giulio Cesare, capp. 81-82.

“Pochi mesi prima, i coloni condotti a Capua in virtù della legge Giulia stavano demolendo antiche tombe per costruirvi le loro case. Lavoravano con tanto ardore che, esplorando le tombe, trovarono molti vasi di antica fattura. Nel sepolcro in cui si diceva fosse sepolto Capi, il fondatore di Capua, rinvennero una tavoletta di bronzo che recava una scritta in lingua e caratteri greci; il senso era questo: “Quando saranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo morirà per mano di consanguinei e ben presto sarà vendicato da terribili disastri dell’Italia.” Questo episodio, perché qualcuno non lo consideri fantasioso o inventato, è stato riferito da Cornelio Balbo, intimo amico di Cesare. Negli ultimi giorni Cesare venne a sapere che le mandrie di cavalli che aveva consacrato quando attraversò il Rubicone, e che lasciava libere di correre, senza guardiano, si rifiutavano di nutrirsi e piangevano continuamente. Per di più, mentre faceva un sacrificio, l’aruspice Spurinna lo ammonì di “fare attenzione al pericolo che si sarebbe presentato non oltre le idi di marzo”.

Il giorno prima delle idi un piccolo uccello, con un ramoscello di lauro nel becco, entrò volando nella curia di Pompeo; subito volatili di genere diverso, levatisi dal bosco vicino, lo raggiunsero e lo fecero a pezzi sul luogo stesso.

Nella notte che precedette il giorno della morte, Cesare stesso sognò di volare al di sopra delle nubi e di stringere la mano di Giove. La moglie Calpurnia sognò invece che crollava la sommità della casa e che suo marito veniva ucciso tra le sue braccia; poi, d’un tratto, le porte della camera da letto si aprirono da sole.

In seguito a questi presagi, ma anche per il cattivo stato della sua salute, rimase a lungo indeciso se restare in casa e differire gli affari che si era proposto di trattare davanti al Senato; alla fine, poiché Decimo Bruto lo esortava a non privare della sua presenza i molti senatori che lo stavano aspettando da un po’, verso la quinta ora uscì. Camminando, prese dalle mani di uno che gli era venuto incontro un biglietto che denunciava il complotto, ma lo mise insieme con gli altri, come se volesse leggerlo più tardi.

Dopo aver fatto quindi molti sacrifici, senza ottenere presagi favorevoli, entrò in curia, passando sopra ogni scrupolo religioso, e si prese gioco di Spurinna, accusandolo di dire il falso, perché le idi erano arrivate senza danno per lui. Spurinna, però, gli rispose che erano arrivate, ma non erano ancora passate.

Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico di dare il segnale, gli si fece più vicino, come per chiedergli un favore. Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa a un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: “Ma questa è violenza bell’e buona!” uno dei due Casca lo ferì, colpendolo poco sotto la gola.

Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con lo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita.

Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, con anche la parte inferiore del corpo coperta. Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: “Anche tu, figlio?”, tu quoque, Brute, fili mi?

Rimase lì per un po’ di tempo, privo di vita, mentre tutti fuggivano, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva fuori, fu portato a casa da tre schiavi.

Secondo quanto riferì il medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto. I congiurati avrebbero voluto gettare il corpo dell’ucciso nel Tevere, confiscare i suoi beni e annullare tutti i suoi atti, ma rinunciarono al proposito per paura del console Marco Antonio e del comandante della cavalleria Lepido”.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/eb/Vincenzo_Camuccini_-_La_morte_di_Cesare.jpg

Ma quali furono gli antefatti che portarono a tale efferatezza? Cesare, dopo aver annientato le truppe di Pompeo a Farsalo nel 48 a.C. e aver celebrato a Munda nel 45 a.C. l’ultimo di cinque trionfi ottenuti contro popoli e re stranieri, era di fatto il nuovo padrone di Roma. Era fermamente convinto, inoltre, che la res publica ormai aveva definitivamente esaurito la sua funzione, (“la repubblica è un fantasma senza corpo”) e che fosse necessario dare a Roma un tipo di ordinamento monarchico, esautorando definitivamente il Senato dai suoi privilegi che da troppo tempo avevano privato l’Urbe di un adeguato governo. Dal 49 al 44 a.C. si fece eleggere console quattro volte e contemporaneamente si fece nominare dittatore, fino a quando, nel 44, divenne dictatora vita. In quanto patrizio, Cesare non poteva ricoprire il tribunato della plebe, ma si fece assegnare ugualmente alcune delle prerogative tipiche della carica, come l’inviolabilità e il diritto di veto nei confronti del senato e di altri magistrati della res publica;  era inoltre pontifex maximus, pontefice massimo, ovvero ricopriva la massima carica religiosa a Roma. Di fatto, Cesare aveva, a pieno titolo, i poteri di un monarca.

Tra le importanti riforme che attuò, portò il numero dei senatori da 600 a 900, immettendo un gran numero di suoi seguaci provenienti da molte regioni dell’Impero e allargò di conseguenza la base del ceto dirigente. Questo comportò l’abbassamento delle qualifiche censitarie necessarie per l’ingresso nell’ordine equestre e uno svuotamento dell’importanza delle magistrature; molti magistrati infatti erano nominati da Cesare stesso e per periodi brevissimi. Da sempre si era schierato nella fazione dei populares e coerente su questa scia fece approvare provvedimenti in favore dei debitori, stabilendo il condono di un anno di affitto per gli inquilini morosi. Le chiari proteste degli optimates furono espresse qualche tempo dopo da Cicerone:

Devono forse gli uomini vivere gratis nelle proprietà d’altri? […] io ho comprato o costruito una casa, la mantengo a mie spese, e tu dovresti godertela senza il mio consenso? […] Che cos’altro sarebbe questa cancellazione dei debiti se non che tu acquisti un terreno col mio denaro e che tu ti tieni il terreno, mentre io il denaro non ce l’ho più?”

Cesare procedeva dunque verso una riforma radicale dello Stato; gli fu concessa la possibilità di portare in testa una corona d’alloro e di assumere in permanenza il titolo di imperator (concesso solo ai generali nel giorno del trionfo); una delibera del Senato stabilì inoltre la sua divinizzazione dopo la morte e in suo onore il nome del mese Quintilis fu cambiato in Iulius, “luglio”.

La somma dei poteri straordinari che Cesare aveva acquisito non allarmarono soltanto i senatori tradizionalisti, ma anche alcuni suoi seguaci che pensarono fosse sconveniente che Roma avesse un re. Alle idi di marzo del 44 a.C., 15 marzo, una congiura guidata da Marco Giunio Bruto e Gaio Crasso colpì Cesare che cadde trafitto dai pugnali dei congiurati mentre stava per entrare in Senato.

«καὶ σύ, τέκνον;» “Anche tu figlio?”

Dopo l’uccisione di Cesare, Augusto fece murare la Curia e quel luogo divenne un locus sceleratus.


Un ritratto di Alessandro il Grande nella Casa del Fauno a Pompei

Il 333 a.C. rappresenta una data importante per la storia greca. Nel mese di novembre, infatti, l’esercito di Alessandro Magno sfidò quello del Gran Re di Persia Dario III nella famosa battaglia di Isso.

La regione è quella dell’Anatolia meridionale, e il luogo dello scontro era al confine tra la Cilicia e la Siria. Già Filippo II aveva inteso la guerra contro la Persia come una grande opportunità per espandere il proprio regno verso Oriente, ma lo scontro inevitabile era stato presentato ai Greci come una sorta di campagna punitiva contro gli scempi che Serse aveva compiuto durante la seconda guerra persiana (480-479 a.C.) e come un’impresa di liberazione delle città greche dell’Asia Minore sotto il dominio barbaro. Il figlio Alessandro ereditò questo compito e si impose come nuovo liberatore a capo della lega ellenica, accentuando con forza gli aspetti ideologici della conquista.

Battaglia di Isso. Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

I preparativi furono ultimati nella primavera del 334 a.C. quando l’esercito macedone attraversò l’Ellesponto. Il primo scontro avvenne presso il fiume Granico, in Frigia, nel giugno del 334 a.C. ma fu una vittoria abbastanza semplice con poche perdite macedoni. Si narra che Alessandro inviò dopo la battaglia vinta 300 armature persiane ad Atene perché fossero offerte alla dea in dono.

La dedica diceva: “Alessandro figlio di Filippo e i Greci, eccetto gli Spartani, dai barbari che vivono in Asia”. L’esercito avanzò senza troppi problemi lungo le coste dell’Asia Minore conquistando le città greche e sottomettendo le popolazioni locali. Solo Mileto e soprattutto Alicarnasso gli opposero resistenza, in quanto erano diventate avamposti persiani che il Gran Re aveva affidato al comandante rodio Memnone.

Ma Alessandro, forte di un esercito potente e deciso, proseguì lungo la costa attraverso la Licia e la Panfilia, per poi dirigersi verso l’interno per stabilire a Gordio, antica capitale dei Frigi, gli accampamenti invernali.

In questa città, narrano le fonti, recise un nodo (il famoso nodo di Gordio) che legava un giogo ad un carro, un gesto mistico che gli avrebbe assicurato, secondo una profezia, la conquista sull’Asia.

Con queste premesse divine, il condottiero macedone non ebbe troppi intoppi nella sua conquista dell’Asia. L’improvvisa morte di Memnone agevolò l’azione di conquista, spostando il combattimento nel novembre del 333 a.C. ad Isso. Già gli antichi storici in un’attenta analisi militare ritenevano il campo di battaglia di Isso sfavorevole per un esercito numeroso come quello persiano, favorendo quindi le forze macedoni più ridotte e agili. Il numero di uomini in campo, esagerato secondo la storiografia moderna, si doveva attestare con schieramenti di uomini  tra i 100.000-120.000 per i persiani e circa 30.000 uomini per i macedoni.

Battaglia di Isso/wikipedia commons -ph Marie Lan Nguyen

Di quello che avvenne in battaglia, un’immagine rivive scolpita nel tempo nel celebre e bellissimo mosaico chiamato “Battaglia di Isso” o “Mosaico di Alessandro”. L’originale è esposto oggi presso il Museo Archeologico di Napoli e la copia presso la Casa del Fauno di Pompei in cui Alessandro è raffigurato sul suo cavallo mentre raggiunge il re persiano che cerca invano di colpirlo con la lancia. Il mosaico romano si data attorno al 100 a.C., misura circa 582 × 313 cm e venne trovato nella sua posizione originale nella pavimentazione dell’esedra della casa del Fauno il 24 ottobre del 1831.

La ricchezza del mosaico non è altro che l’eco dello splendore generale dell’intera domus che risulta essere fra le case più sontuose dell’intera città, tanto da occupare un intero isolato ed estendendosi all’incirca su un’area di 3.000mq. L’abitazione nelle forme attualmente visibili è il risultato di due fasi costruttive risalenti al II sec. a.C.

Casa del Fauno, Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Tra gli ambienti più celebri per la ricchezza della decorazione, l’esedra distila aperta sul lato settentrionale della domus, famosa proprio per il ritrovamento del celebre mosaico di Alessandro. Il mosaico consta di circa 1 milione e mezzo di tessere e risulta essere una copia di un celebre dipinto realizzato dal pittore greco Filosseno di Eretria. Probabilmente i proprietari della domus dovevano avere rapporti con un atelier di origine alessandrina che si occupò anche dell’esecuzione dei restanti mosaici della casa, mentre una tesi poco accreditata vuole il mosaico un originale alessandrino saccheggiato dalla Grecia e portato a Roma.

Battaglia di Isso. Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

La scena si apre su un campo di battaglia completamente piatto e disseminato di resti del combattimento. Nella parte sinistra un albero morto, unico elemento paesistico, e nella parte centrale la scena principale occupata dai combattenti con al centro il carro da guerra di Dario. Alessandro irrompe a cavallo in un’apparizione quasi mistica da sinistra, i capelli risultano scomposti e divisi sulla fronte nella classica caratterizzazione del sovrano macedone, l’anastolè, e i grandi occhi spiritati  esprimono decisione. Lo sguardo porta uno sconquassamento nell’esercito nemico. Il campo di battaglia sembra lasciare spazio al passaggio del figlio di Zeus e Dario non può che guardarlo atterrito, indicando l’apparizione con la destra protesa. Molti persiani sono caduti e il carro non può che volgere alla fuga.

Battaglia di Isso. Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo
Battaglia di Isso. Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Sembra uno scenario completamente atemporale, quasi divino. Il cielo vuoto è solcato da lunghe saette che mostrano come la situazione stia per cambiare. La disposizione delle varie figure in armi sembra dare quasi un senso di prospettiva su un fondo neutro e la vivacità viene data dal colore delle tessere che rimbalza di continuo sui volti, sui corpi dei personaggi, dei cavalli e delle armature.

Nella motivazione del committente sicuramente una voglia di imitazione di qualche corte ellenistica, motivata anche dal ritrovamento nella casa di una corniola con testa di Alessandro. È forte il desiderio di imitazione dei grandi saloni ellenistici a cui rimandano altre scene decorative con soggetto nilotico.

Nel settembre del 1843 il mosaico fu trasferito a Napoli.


Insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso

Gli archeologi trovano insediamenti traci, bizantini, e un monastero medievale sull'isola di San Tommaso in Bulgaria, nel Mar Nero

Pubblicato su Archaeology in Bulgaria il 23 agosto 2018 da Ivan Dikov; traduzione italiana ad opera di Margherita Guccione

Le rovine di un piccolo monastero medievale (angolo in alto a destra) sono state scoperte tra strutture tracie, bizantine, sulla minuscola isola nel Mar Nero, al largo della costa bulgara. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

Un antico insediamento tracio, un insediamento del primo periodo bizantino e un piccolo monastero tardo medioevale sono stati scoperti dagli archeologi nella piccola isola di San Tommaso (Snake Island) in Bulgaria, nel Mar Nero.

Le strutture archeologiche sull'isola di San Tommaso sono state scoperte nel giugno 2018, durante la prima fase della prima ricerca archeologica condotta sull’isola, guidata dal Prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia.

Nella seconda fase della ricerca, nell'agosto 2018, il team di Hristov ha effettuato una spedizione di archeologia subacquea.

È stata scoperta una fortezza, ormai affondata, dell’Antica Tracia nelle acque tra l’isola e la terraferma bulgara, o quello che un tempo era un istmo, mentre l'isola di San Tommaso era una penisola fino al Medioevo.

I resti archeologici che, invece, sono stati scoperti adesso sull'isola di San Tommaso, comprendono i resti di un antico insediamento tracio risalente alla Prima Età del Ferro, antiche fosse rituali traci e un insediamento Proto Bizantino (Tardo-romano) del V-VI secolo d.C. , e un piccolo monastero medioevale, più precisamente del XII-XIV sec., periodo del Secondo Impero Bulgaro (1185 - 1396/1422).

L'isola di San Tommaso è collocata a nord della foce del fiume Ropotamo, nella Baia di Arkutino, ed è attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

L'esplorazione archeologica dell'isola di San Tommaso nel Mar Nero è stata effettuata secondo i severi requisiti del Ministero dell'Ambiente e delle Acque della Bulgaria, poiché l'isola fa parte della Ropotamo Natural Preserve.

L'isola di San Tommaso giace a sole 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma bulgara, al largo della costa di Primorko, sul Mar Nero. Foto: Municipalità di Sozopol

L'esplorazione stessa dell'isola e la ricerca archeologica subacquea nella Baia di Arkutino sono finanziate dal Ministero della Cultura della Bulgaria.

"Circa un secolo fa, l'isola è stata fotografata da un aero e le foto mostravano i contorni del piccolo monastero", ha detto su Air TV il subacqueo Tencho Tenev, che è stato responsabile della spedizione subacquea.

Il Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, ipotizza che probabilmente ci sono più antiche fosse rituali traci sull'isola di San Tommaso, al largo della costa del Mar Nero, in Bulgaria, Primorsko, oltre alle due che sono state scoperte.

Frammenti di antiche anfore rinvenute nelle fosse indicano che furono utilizzate dagli antichi Traci per rituali sacrificali a partire dal V secolo a.C.

"I reperti esposti indicano che un grande santuario marittimo si trovava sull'isola di San Tommaso", dice il Museo, riferendosi a quella che era una piccola penisola del Mar Nero in quel momento.

"Il posto è stato scelto per una precisa ragione, dal momento che si trovava proprio al largo dell’antica strada che collegava Sozopol (Apollonia Pontica, Sozopolis) a Costantinopoli (all’epoca antica colonia greca di Byzantium o Byzantion)", aggiunge il Museo.

Le rovine recentemente dissotterrate del piccolo monastero che esisteva nel dodicesimo-quattordicesimo secolo sull'isola di San Tommaso. Foto: Museo Nazionale di Storia della Bulgaria

La prima e unica precedente spedizione archeologica sull'isola di San Tommaso, in Bulgaria, nel Mar Nero iniziò nel 1955.

Allora gli archeologi portarono alla luce le rovine di una piccola chiesa e alcuni edifici ausiliari. Ora, la spedizione archeologica del 2018 ha ipotizzato, sulla base di quella ricerca, le rovine di quello che era un piccolo monastero medievale.

L'isola di San Tommaso si trova al largo della costa della località bulgara del Mar Nero di Primorsko (che più recentemente ha fatto notizia per la scoperta dell'Antico tesoro tracio d'oro di Primorsko).

L'isola di San Tommaso nel Mar Nero ha un territorio totale di 0,012 chilometri quadrati (12 ettari o 3 acri).

Si trova a soli 0,2 miglia nautiche (circa 370 metri) dalla terraferma e a nord della foce del fiume Ropotamo, nella baia di Arkutino, attualmente parte della Ropotamo Natural Preserve.

È anche conosciuta come Snake Island/Isola dei Serpenti (da non confondere con la Snake Island ucraina - o Serpent Island - nel Mar Nero settentrionale) a causa del gran numero di serpenti d’acqua grigi che la abitano.

La Bulgaria conta solo alcune piccole isole al largo delle sue coste nel Mar Nero (sei, sette o otto a seconda della definizione di un'isola e se le isole ora artificialmente collegate alla terraferma vengono contate.)

Molte di queste erano apparentemente delle penisole, e praticamente tutta la costa del Mar Nero in Bulgaria vanta straordinarie scoperte archeologiche sottomarine, proprio grazie all’inabissamento parziale o totale della costa nella preistoria, nell'antichità e nel medioevo.

Altrimenti, la più notevole delle isole bulgare del Mar Nero, negli ultimi anni, è stata l'isola di Sant'Ivan al largo della costa di Sozopol, che è conosciuta per il suo monastero Paleocristiano/Proto Bizantino dove nel 2010 furono rinvenute le reliquie di San Giovanni Battista, e l'isola di Sant'Anastasia vicino a Burgas con il suo monastero tardo medievale.

Un'altra intrigante storia di archeologia subacquea recentemente collegata al Mar Nero, è stata l'ipotesi che una grande isola affondata esistesse nella zona sud-occidentale, vicino alla costa odierna della Bulgaria e della Turchia.

Un’antica nave romana affondata 2000 anni fa, è stata recentemente scoperta sul fondo del Mar Nero in acque territoriali bulgare dalla spedizione internazionale “M.A.P.”, oltre a diverse dozzine di altri relitti di Età antica, medievale e moderna.

L'antica fortezza tracia affondata, recentemente scoperta presso l'isola di San Tommaso aggiunge un altro grande punto di riferimento archeologico sottomarino per la costa del Mar Nero bulgaro.

Il prof. Ivan Hristov del Museo Nazionale di Storia della Bulgaria, a Sofia, è un ricercatore di lunga data di siti archeologici lungo la costa bulgara del Mar Nero, tra cui un certo numero di insediamenti e fortezze completamente o parzialmente affondati.

Recentemente ha pubblicato un libro basato su 8 anni di ricerche sul campo di fortezze e insediamenti sulla costa meridionale del Mar Nero della Bulgaria odierna, o quella che una volta era Haemimontus, provincia di Bisanzio.

Il libro è intitolato "Mare Ponticum. Fortezze costiere e zone portuali nella Provincia di Haemimontus, V-VII secolo d.C.", e tratta la provincia di Haemimontus del primo Impero bizantino nella Tarda Antichità e nell'Alto Medioevo.


Rocca di Cambio. Dinosauri a Monte Cagno

ROCCA DI CAMBIO (AQ). DINOSAURI A MONTE CAGNO
Riconosciuto il notevole interesse culturale del sito che conserva le impronte del più grande dinosauro teropode rinvenute sul territorio italiano.

Si è concluso pochi giorni fa l'iter con il quale, su proposta della Soprintendenza per L'Aquila e cratere, è stato dichiarato il notevole interesse culturale del sito paleontologico caratterizzato dalle impronte di un grande dinosauro, su una parete calcarea sub verticale del Monte Cagno, nel comune di Rocca di Cambio (AQ).
L’eccezionale scoperta, fatta dai ricercatori Fabio e Giulio Speranza risale al 2006, ma solo nel 2017, grazie alla tecnologia della fotogrammetria digitale con drone, è stato possibile completare lo studio scientifico realizzato da un team di tecnici dell’INGV e da paleontologi esperti in icnologia della Sapienza - Università di Roma.
Le impronte appartengono a uno o più teropodi, dinosauri bipedi carnivori che risalgono al Cretacico inferiore, più precisamente all’Aptiano, circa 125-113 milioni di anni fa.
L’impronta di un dinosauro “accovacciato” in posizione di riposo, di circa 135 cm di lunghezza, ha permesso di valutare la dimensione del teropode: un esemplare enorme, il più grande di quelli oggi noti in Italia.
Sulla superficie dello strato sub verticale si riconoscono numerose altre impronte tra cui quelle lasciate da un esemplare in movimento.
Le orme di Monte Cagno aprono importanti novità sulle specie di dinosauri presenti nel territorio italiano, sulla loro ecologia e le possibili rotte di migrazione. Le impronte dei dinosauri sono la testimonianza infatti di migrazioni dei dinosauri dal grande continente di Gondwana (che riuniva Africa, Sud America, Antartide, India e Australia) verso le piattaforme carbonatiche intraoceaniche (ambienti simili alle attuali Bahamas) presenti nell'oceano Tetide.
"I passi successivi - afferma la Soprintendente Alessandra Vittorini - vedranno il lavoro congiunto della Soprintendenza, della Regione Abruzzo, del Comune di Rocca di Cambio, dell’Ente Parco Naturale Regionale Sirente-Velino e dei ricercatori dell’INGV e della Sapienza-Università di Roma che hanno condotto gli studi specifici. Già nei mesi scorsi si erano attivati i primi contatti istituzionali, in base ai quali la Soprintendenza aveva preso l'impegno di attivare il percorso di riconoscimento di interesse culturale, che si è rapidamente concluso. Ora lavoreremo tutti insieme per un progetto finalizzato alla valorizzazione e alla fruizione del sito, anche in funzione delle potenzialità divulgative e turistiche.".
Il decreto di dichiarazione di notevole interesse culturale è stato emanato dal Segretariato regionale, a seguito delle valutazioni e dell'approvazione della Commissione regionale MIBACT per il patrimonio culturale dell’Abruzzo.
L'istruttoria e la proposta di dichiarazione sono state curate dal funzionario paleontologo Maria Adelaide Rossi e dal funzionario geologo Silvano Agostini (della Soprintendenza ABAP Abruzzo), nell'ambito della collaborazione attivata con la Soprintendenza per L'Aquila e cratere.
Per saperne di più:
P. Citton, M. Romano, R. Carluccio, F. D’Ajello Caracciolo, I. Nicolosi, U. Nicosia, E. Sacchi, G. Speranza and F. Speranza - The first dinosaurtrack site from Abruzzi Monte Cagno, Central Apennines, Italy, in CretaceousResearch
January 2017 DOI: 10.1016/j.cretres.2017.01.002
INGV - Abruzzesi le nuove impronte di Dinosauro https://www.youtube.com/watch?v=oVzIZsviu9o 
Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone

Ritrovamenti strutture sotterranee ad Accumoli

Ritrovamenti strutture sotterranee ad Accumoli

"Durante i lavori per la realizzazione della pista di cantiere necessaria alla rimozione delle macerie nel comune di Accumoli (RI) sono state rinvenute strutture sotterranee nella parte alta del centro storico.

L'Unità di Crisi regionale del Lazio e la Soprintendenza archeologia Belle Arti e paesaggio stanno verificando le corrette modalità di intervento per la salvaguardia del ritrovamento, assicurando al contempo la continuità delle operazioni di rimozione macerie".

Come da MiBACT, redattore Giovanni Coviello


Ricordo del prof. Mario Sabattini, sinologo

È scomparso lo scorso 20 dicembre, all’età di 73 anni, Mario Sabattini, figura autorevole di sinologo, protagonista della crescita in Italia degli studi sulla Cina e Professore Emerito dell’Università Ca’ Foscari.

Primo tra gli studiosi della sua generazione, Sabattini seppe intuire fin dagli anni Settanta l’importanza che la società, la cultura e l’economia della Cina avrebbero assunto di lì a pochi anni sulla scena mondiale, riuscendo a cogliere la necessità di predisporre contenuti e percorsi di studio adeguati alla realtà futura.

Dopo aver insegnato a Roma, dove si era formato, Mario Sabattini giunse a Venezia nel 1970: grazie al suo carisma personale, che nasceva in modo spontaneo da un background culturale vastissimo e multidisciplinare, iniziò ad aggregare intorno a sé un gruppo di giovani studiosi entusiasti, dando così vita alla scuola sinologica veneziana.

Egli seppe coniugare alla rigorosa sperimentazione nel campo un rapporto diretto e costruttivo con i suoi sempre più numerosi studenti, che ne riconoscevano con grande rispetto e apprezzamento l’indiscussa autorevolezza. In molti di loro il ricordo delle lezioni di lingua, di letteratura e di storia della Cina da lui impartite resta segno indelebile di una felice iniziazione agli studi cinesi, favorita maieuticamente da un docente di grande spessore umano e intellettuale.

Mario Sabattini si è costantemente speso con entusiasmo e alta professionalità anche per l’avanzamento degli studi orientalistici in generale e per l’affermazione di Ca’ Foscari quale centro di riferimento culturale e accademico in Italia e nel mondo. Direttore del Seminario di Letteratura Cinese dal 1979 al 1991 e, successivamente, del Dipartimento di Studi Indologici ed Estremo-orientali, è stato Presidente del Corso di laurea in Lingue e Letterature Orientali e Preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, nonché senatore, membro del Consiglio d’Amministrazione e Prorettore sotto più amministrazioni.

Studioso di fama nazionale e internazionale, ha contribuito in modo significativo non solo alla diffusione della cultura cinese in Italia, ma anche alla promozione della conoscenza della cultura italiana in Cina, ricoprendo dal 1999 al 2003 la carica di Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura presso l’Ambasciata d’Italia a Pechino.

In campo scientifico, Mario Sabattini ha sempre mostrato grande passione per lo studio della civiltà cinese nei suoi diversi aspetti, traendone lo stimolo per approfondite ricerche in ambiti quali la storia cinese antica e moderna, la critica letteraria, la traduzione di testi classici e contemporanei in poesia e in prosa, l’evoluzione della narrativa cinese e, soprattutto, lo sviluppo del pensiero estetico in Cina. In quest’ultimo campo, in particolare, ha ottenuto grande risonanza internazionale ed è riconosciuto unanimemente come uno dei maggiori esperti al mondo dell’opera di Zhu Guangqian e dell’introduzione del crocianesimo in Cina.

Non si può poi non ricordare l’opera pionieristica da lui svolta nello studio della lingua e della letteratura thai, e nell’analisi comparativa tra questa e la lingua cinese; la sua grammatica in italiano di lingua thai è una delle pochissime pubblicazioni del genere esistenti al mondo.

Divulgatore attento, oltre che studioso insigne, ha prodotto anche volumi rivolti ai non specialisti, e organizzato a Venezia le due più grandi mostre italiane sulla civilta cinese antica, nel 1983 e nel 1986.

Il rispetto e l’amore per la cultura del passato, in tutte le sue forme e manifestazioni, la capacità di farne tesoro e utilizzarla come base per la lettura del presente e per l’impegno nel futuro in Mario Sabattini non sono limitati al campo sinologico, ma costituiscono il perno di un coinvolgimento intellettuale poliedrico e totale in senso pienamente umanistico. La passione per la musica classica e l’opera lirica in particolare, per il cinema e la cultura dei nostri tempi, l’interesse per le vicende storiche dal lontano passato al presente e per le problematiche sociali e politiche contemporanee, fino all’entusiasmo per le nuove tecnologie informatiche e multimediali, sono tutti aspetti costitutivi di una personalità ricca e complessa, vera e propria incarnazione di un “letterato” cinese, un wenren moderno prestato sì alla sinologia, ma comunque legato a una visione a tutto campo della conoscenza.

I versi del poeta Huang Zhongze 黃仲則 (1749-1783), da lui tradotti, cantando la vera ricchezza sembrano proprio riferirsi alla sua personalità:

Come il lavoro, il cibo in vita ti mantiene, se hai anche il liuto e i libri però povero non sei.

Magda Abbiati e Federico Greselin

Testo da Ufficio Comunicazione Università Ca’ Foscari Venezia

L’Università Ca’ Foscari a Venezia, foto di Stefano Remo, daWikipediaCC BY-SA 3.0.


L'ultimo segnale della sonda Cassini

L’ultimo segnale della sonda Cassini
Il contributo di Sapienza e i risultati scientifici di un viaggio spaziale durato 20 anni: dall’esplorazione di Saturno alla scoperta dei mari di Titano

venerdì 15 settembre 2017
ore 14.00 (ora italiana)
Alle 14 ora italiana del 15 settembre le antenne australiane della NASA riceveranno l’ultimo segnale radio della sonda Cassini, partito un’ora e 23 minuti prima dagli strati più alti dell’atmosfera di Saturno. Pochi secondi dopo la sonda si disintegrerà per effetto delle potenti forze aerodinamiche dovute alla grande velocità (30 km/s – la distanza Roma Milano verrebbe percorsa in 20 secondi).
A dare il “Goodbye kiss” alla sonda, per la Sapienza è volato negli Stati Uniti il professor Luciano Iess, che ha partecipato al progetto fin dalle fasi preliminari al lancio.
Durante le fasi finali della missione, iniziate il 26 aprile di quest’anno, Cassini è passata 22 volte vicinissima a Saturno, permettendo di gettare luce per la prima volta sulla struttura interna del gigante gassoso e di rivelare l’età dei suoi anelli. Giusto ieri i ricercatori di Sapienza hanno presentato al team Cassini gli ultimi e rivoluzionari dati ricevuti.
Cassini ha iniziato il suo viaggio il 15 ottobre 1997, con un lancio spettacolare dal poligono di Cape Canaveral. La missione, guidata dalla NASA con importanti contributi dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e della European Space Agency (ESA), aveva il compito di esplorare il sistema di Saturno, con le sue molte lune e i suoi anelli. Giunta a Saturno il primo luglio 2004 dopo una lunga fase di crociera, Cassini ha iniziato una complessa sequenza di orbite che hanno permesso di visitare tutti i satelliti e osservare da vicino il pianeta e i suoi anelli.  Le scoperte sono andate ben oltre le attese. A queste Sapienza ha contribuito con un ruolo di primissimo piano, grazie alla realizzazione di due importanti strumenti di bordo (il radar e il traslatore di frequenza, costruiti da Thales Alenia Space Italia) e al raggiungimento di risultati scientifici tra i più importanti della missione.
Un primo traguardo è stato raggiunto già nel 2002, quando la sonda si trovava ancora tra Giove e Saturno, con la misura del ritardo nella propagazione dei segnali radio causata dalla gravità solare. A tutt’oggi questa è la più accurata conferma sperimentale della teoria einsteniana della relatività generale.
Durante il tour del sistema di Saturno, Cassini ha reso possibile la scoperta di mari e laghi di idrocarburi liquidi sulla superficie di Titano, la seconda luna del sistema solare per dimensioni, nonché la determinazione della struttura interna del satellite e la scoperta di un nucleo roccioso di circa 2000 km di raggio composto da silicati idrati. Grazie alla misura delle maree di Titano, è stata rivelata l’esistenza di un oceano di acqua liquida sotto la crosta ghiacciata del satellite. La batimetria dei mari della luna mostra come questi raggiungano la profondità di 170 m.
Nel 2014 è stato poi rilevato una grande quantità di acqua liquida nella regione polare meridionale di Encelado (pari a circa 240 volte il lago di Garda), al di sotto della fredda crosta ghiacciata (-190° C) della piccola luna (252 km di raggio). Il fatto che l’oceano “poggi” su una base di rocce e di silicati costituisce una sede ideale per lo sviluppo di reazioni chimiche complesse, quali quelle necessarie per la vita.
I membri del team scientifico di Cassini e i loro gruppi di gruppi di ricerca operano presso il Dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale, sotto la guida del professor Luciano Iess, e il Dipartimento di Ingegneria elettronica e delle telecomunicazioni con il professor Roberto Seu. “In più di dieci anni nell’atmosfera di Saturno, Cassini ha visitato tutte le principali lune del pianeta e prodotto una serie di straordinarie scoperte” sottolinea Luciano Iess “e l’eredità che lascia in dote alla comunità scientifica internazionale è immensa.”
The Grand Finale Toolkit - Nasa
 
La diretta
Testo da Settore Ufficio stampa e comunicazione SAPIENZA Università di Roma; Credit per le foto alla NASA.

Allievi SAF-ISCR di Roma e di Matera al lavoro “sul campo” nelle Marche

RESTAURO: I CANTIERI DIDATTICI DELLA SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE
Gli allievi SAF-ISCR di Roma e di Matera al lavoro “sul campo”

Un’opera simbolo del sisma dello scorso anno e la messa in sicurezza di tanti altri beni del territorio delle Marche: accanto a opere in condizioni “estreme” tanti altri cantieri, dall’archeologia all’arte moderna, che coprono un ampio ventaglio di temi e problemi conservativi.  Ripartono il 4 settembre i cantieri didattici della Scuola di Alta Formazione dell’ISCR che vedranno impegnati gli allievi di entrambe le sedi di Roma e Matera.
Roma, Domus delle Terme degli stucchi dipinti presso Tor Vergata, particolare del pavimento in battuto cementizio
Misurarsi con i capolavori del nostro patrimonio e affrontare i problemi nella loro singolarità; sono questi due dei principali criteri che guidano la scelta delle opere su cui gli studenti della SAF-ISCR apprenderanno il mestiere di restauratore di beni culturali. E tra le opere prescelte per i cantieri estivi 2017 l’offerta di temi è particolarmente vasta sia per condizioni e complessità dei danni, che per ambito geografico e cronologico.
Si va dagli elmi di manifattura persiana del Museo Stibbert di Firenze o dal mosaico "battuto" della Domus delle Terme degli stucchi dipinti a Roma fino alla pittura del 20° secolo con le tele di Umberto Coromaldi, passando per il Medioevo della facciata del Duomo di Pisa, gli affreschi della sala capitolare di San Nicolò a Treviso, le preziose tavole di Antonio Vivarini da Venezia, fino agli stucchi barocchi di Santa Pudenziana a Roma.
Madonna col Bambino, terracotta dipinta, dalla chiesa di San Placido presso Ussita, presso i laboratori dell’ISCR, prima del restauro
Un’attenzione particolare è dedicata anche al patrimonio colpito dal terremoto dello scorso anno. Oltre alla continuazione dell’opera di pronto intervento e messa in sicurezza presso la Mole Vanvitelliana di Ancona (che vede presente l’ISCR sin dallo scorso novembre), gli allievi del primo anno avranno in cura il frammentario altorilievo in terracotta da San Placido di Ussita, la cui immagine della Madonna col Bambino è divenuta un malinconico simbolo dei rovinosi effetti del sisma.
10 progetti per 71 allievi da 2 sedi SAF, al lavoro su opere provenienti da tutto il territorio nazionale.
I cantieri in dettaglio
Pisa, paramenti esterni del Duomo; cantiere didattico estivo 2015
La collaborazione della SAF con l’Opera Primaziale del Duomo di Pisa è stata avviata nel 2013 e ha visto in questi ultimi anni gli allievi impegnati negli interventi sulle superfici esterne della facciata e dell’abside. Quest’anno è la volta della facciata laterale sud del Duomo: dopo la mappatura dello stato di fatto si procederà all’intervento che prevede la rimozione di giunti e integrazioni non idonee, la pulitura dei materiali lapidei, consolidamenti e reintegrazioni. Gli allievi e i loro docenti collaboreranno con i restauratori dell'Opera e avranno modo di vedere in anteprima i risultati dell'applicazione sperimentale dei nuovi consolidanti e protettivi formulati per il progetto europeo NanoCathedral 
Treviso, Sala capitolare del Convento di San Nicolò, affreschi di Tommaso da Modena: particolare della parete con la raffigurazione di due papi e un cardinale domenicani
Il Ciclo dei domenicani illustri dipinto nel 1352 da Tomaso da Modena nella sala capitolare del convento di San Nicolò a Treviso raffigura, con un realismo inedito per l’epoca, santi, papi, cardinali, teologi appartenenti all’Ordine domenicano, colti in meditazione o intenti nelle loro occupazioni presso lo scriptorium attivo nel complesso trevigiano. I quindici allievi della SAF lavoreranno al completamento del restauro avviato nel 2013 dalla Soprintendenza.  Il 4 settembre si terrà l’apertura ufficiale del cantiere didattico alla presenza di rappresentanti della Diocesi di Treviso e del MiBACT.
Roma, Cappella di San Pietro in Santa Pudenziana; ristabilimento dell’adesione dello strato di finitura degli stucchi
Le superfici decorate della cappella di San Pietro in Santa Pudenziana (Roma) sono state oggetto di una tesi di laurea SAF-ISCR nel 2015. Il lavoro allora compiuto dalla laureanda con il coordinamento della docente restauratrice ISCR ha inaugurato una sorta di procedura “virtuosa”: la tesi ha sviluppato la fase conoscitiva, il progetto generale ed eseguito il restauro completo del dipinto murale della lunetta di Giovanni Baglione, raffigurante San Pietro che celebra l'eucaristia in casa di Pudente, e un’area campione sugli stucchi della volta.  Il cantiere didattico estivo della SAF prosegue, sulle linee tracciate, il restauro degli stucchi della volta della cappella (attribuiti a Leonardo Reti), affrontando principalmente le gravi problematiche del ristabilimento dei difetti di adesione e coesione dei materiali costitutivi degli stucchi e l'alterazione dei materiali di restauro impiegati in precedenti interventi, mediante l'impiego di biotecnologie e di nuovi prodotti  nanometrici.
Duplice esperienza di lavoro, sia di primo intervento sullo scavo che attività di conservazione e restauro a carattere didattico, sarà quella presso uno degli ambienti del complesso monumentale “Domus delle Terme degli stucchi dipinti”, villa romana del I secolo d.C., rinvenuta fortuitamente nel 2013. Le pratiche conservative avverranno contestualmente allo scavo e saranno seguite dal rinterro temporaneo delle superfici al fine di contenere il danno dovuto a fattori ambientali ed antropici. L’obiettivo è mettere in sicurezza (anche in previsione di scavi o interventi futuri) un pavimento in cementizio con scaglie di pietra policroma e probabile rubricatura rossa, realizzato secondo una tecnica che consentiva effetti decorativi e cromatici senza raggiungere la preziosità del mosaico vero e proprio.
Tondo di scuola di Botticelli dalla Galleria Palatina di Firenze, restauro presso i Laboratori ISCR
Il polittico del Corpo di Cristo, concepito come monumentale tabernacolo per la cappella di San Tarasio presso San Zaccaria, è uno dei più importanti complessi pittorici e scultorei realizzati a Venezia nel XV secolo. Le due tavole dipinte da Antonio Vivarini sono state affidate alle cure all’ISCR all’inizio di quest’anno; la complessità dei loro problemi conservativi le ha rese ideali per l’attività didattica.
Polittico di Antonio Vivarini da San Zaccaria a Venezia, restauro presso i Laboratori ISCR
Durante il cantiere estivo gli allievi si dedicheranno alla reintegrazione pittorica che si presenta, per l’estensione e la tipologia delle lacune, particolarmente impegnativa e laboriosa.
Anche il tondo di scuola Botticelliana, proveniente dalla Galleria Palatina di Firenze, dotato di una preziosa cornice dipinta e dorata con perle ad intaglio, offriva una casistica di problemi conservativi che lo ha reso un “banco di prova” ottimale per gli allievi.  Durante il cantiere estivo gli studenti saranno impegnati sia sul dipinto, ove la reintegrazione pittorica si presenta difficile e complessa, sia sulla cornice dove sarà necessario riproporre la doratura di alcuni elementi del motivo decorativo a rilievo.
Ancona, Mole Vanvitelliana
La Mole Vanvitelliana di Ancona è lo spazio che accoglie i beni artistici feriti dal terremoto dello scorso anno, provenienti dalle aree marchigiane. È un deposito dove le opere vengono temporaneamente custodite, ma anche “soccorse” da funzionari e tecnici dell’ISCR, affiancati da colleghi degli uffici territoriali MiBACT. Alla squadra di restauratori attiva da marzo nelle operazioni di messa in sicurezza e pronto intervento sono stati affiancati a luglio gli allievi della SAF della sede di Roma e a settembre sarà la volta degli allievi della SAF sede di Matera. Le opere provengono nella maggioranza dei casi dalle chiese colpite, ma anche da musei civici e statali.  Gli allievi si occuperanno della messa in sicurezza e della stabilizzazione del degrado delle opere costituite da una vasta classe di materiali: dalle tavole alle tele e alle sculture lignee. È per loro, inoltre, di grande interesse il lavoro di catalogazione e riordino dei numerosi frammenti di dipinti murali che stanno giungendo dalle chiese nelle quali, dopo la messa in sicurezza statica, si sta lavorando al recupero delle decorazioni pittoriche.
Ciclo della pesca di Umberto Coromaldi; allievi al lavoro su La mattanza
Il pittore Umberto Coromaldi realizzò nel 1911, in occasione dell’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma, il ciclo della Pesca. Dimenticato per circa un secolo in un magazzino, questo insieme di cinque grandi tele è stato di recente “riscoperto” e, per le pessime condizioni in cui versava, affidato nel 2015 agli esperti dell’Istituto. Gli allievi SAF si confrontano per questo cantiere estivo con una delle tele più problematiche del gruppo, La mattanza: accentuate deformazioni del supporto, estese lacune, attacchi biologici particolarmente evidenti. I risultati del lavoro su questa e altre due tele del ciclo (La sciabica e L’uscita a mare) saranno presentati in occasione della mostra in programma per marzo 2018 negli spazi dell’ex Carcere del San Michele.
Firenze, Museo Stibbert, elmo con camaglio di manifattura persiana
Quattro preziosi elmi con camaglio di manifattura persiana datati dal 17° al 18° secolo, in acciaio dorato o argentato e con raffinate decorazioni incise o ageminate; è questo il cantiere estivo che si concentrerà sul restauro delle opere in metallo. Per stato di conservazione, materiali costitutivi e la gran varietà di tecniche esecutive anche questi manufatti costituiscono una “palestra” ideale per gli allievi restauratori. Provengono dal Museo Stibbert di Firenze, istituzione con la quale si è instaurata da oltre un decennio una collaborazione ormai consolidata da tanti progetti condivisi.
Madonna col Bambino, terracotta dipinta, dalla chiesa di San Placido presso Ussita, ricoverata presso la Mole Vanvitelliana di Ancona
La sua immagine, in innumerevoli frammenti blu e rossi che emergono dalle macerie, l’ha resa un simbolo dolente del disastro del terremoto dell’agosto 2016. La Madonna col Bambino dalla Chiesa di San Placido (nei pressi di Ussita) è un altorilievo a grandezza naturale in terracotta dipinta, di datazione incerta. Dopo la schedatura e la messa in sicurezza presso la Mole Vanvitelliana di Ancona, l’opera è stata trasferita nei laboratori romani dell’ISCR. Gli allievi SAF saranno alle prese con la complessa fase del riassemblaggio dei frammenti e la restituzione della forma dell’opera mentre si approfondiranno gli studi storici e scientifici, anche attraverso lo svolgimento di indagini, per la redazione del progetto di completamento del restauro, inclusivo di un supporto strutturale che ne assicuri la massima sicurezza.
Ancona, Mole Vanvitelliana
Anche nel mese di luglio si sono svolti cantieri didattici, su La mattanza di Coromaldi, sulla fontana del Nettuno di Bologna e presso la Mole Vanvitelliana di Ancona che proseguono nel mese di settembre. Si è invece concluso durante il mese di luglio il cantiere presso il Convicinio di Sant’Antonio a Matera.
Presso la Scuola di Alta Formazione (SAF) dell'ISCR sono attivi i seguenti Percorsi Formativi Professionalizzanti (PFP):
PFP 1: Materiali lapidei e derivati, superfici decorate dell’architettura
PFP 2: Manufatti lignei su supporto ligneo e tessile. Manufatti scolpiti in legno. Arredi e strutture lignee. Manufatti in materiali sintetici lavorati, assemblati e/o dipinti
PFP 4  Materiali e manufatti ceramici, vitrei, organici. Materili e manufatti in metalli e leghe
Fonte dati:
Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro - Roma
Tel 06 6723 6427 – 339 899 7459

Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone